CESARE CANT

MILANO. STORIA DEL POPOLO E PEL POPOLO.


1871 Giacomo Agnelli Tipografia e libreria Editrice, Milano.
.
...
Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
           Fondazione Ezio Galiano onlus
               http:\\www.galiano.it
      ad esclusivo uso dei privi della vista.
...
Testo curato da: Erminio Arioli e Antonio Preto per il "Progetto Manuzio", iniziativa dell'Associazione Culturale "Liber Liber".
Ulteriori informazioni sul sito: http://www.liberliber.it/
...
.
...
Indice.
.
AGGIUNTE.
1.
 Topografia.
2. 
Primi abitatori.
3.
 Il cristianesimo. Sant'Ambrogio.
 Il rito ambrosiano.
4. 
I Barbari.
5.
 La immunit. Potenze dei vescovi.
6.
 Simonia. Concubinato. Guerra dei preti.
7. 
Costumanze attorno al mille.
8. 
Milano dopo il mille. Sviluppo del popolo. 
Formazione del Comune.
9. 
Guerre coi vicini e col Barbarossa.
10. 
Lega Lombarda. Milano rinnovata rifiorisce.
11. 
Governo repubblicano. Dialetto.
12. 
Contese interne. Patarini. 
Seconda Lega Lombarda.
13. 
Dechino della libert. I Torriani.
14. 
Il principato. I Visconti.
15. 
Il primo duca. Le belle arti. Il Duomo.
16. 
Ultimi Visconti.
17. Repubblica Ambrosiana. Francesco Sforza.
18. 
Lodovico il Moro.
19. 
Gli ultimi Sforza. Guerre di stranieri.
20. 
I Cinquecentisti.
21. 
San Carlo.
22.
 Governo Spagnuolo.
23. 
Federico Borromeo. Arti e lettere nel seicento.
24.
 Il settecento.
25. 
Repubblica Cisalpina e Italiana. Regno d'Italia.
26. 
Rovescio della medaglia.
27. 
Il dominio austriaco.
28. 
La rivoluzione.
.
Fine Indice.
...
.
...
Io t'ammonisco, 
Che tua ragion cortesemente dica,
 Perch fra gente altera ir ti conviene...
 Troverai tua ventura, 
Fra' magnanimi pochi a chi 'l ben piace.
Francesco Petrarca.
...
.
...
AGGIUNTE.
.
Delle etimologie di nomi di paesi, da noi date, alcune sono disdette dal professore Giovanni Flechia, che or ora pubblic nelle Memorie dell'Accademia di Torino una dissertazione di alcune forme de' nomi locali dell'Italia superiore.
Mentre noi abbiamo dato alcune terminazioni come derivate da parole forestiere, e quindi appartenenti alle popolazioni antichissime, egli sostiene che le desinenze in ago, igo, asco, ato, ate, engo siano semplici suffissi, formando aggettivi a cui si sottintende fundus, prdium, campus, palatium, ager, casa, chors, silva...; e attaccati a nomi di persone che v'ebbero o abitazione o possesso o importanza: e generalmente latine.
.
Mentre stampavasi quest'ultimo foglio, la sera dell'8 agosto 1871, si scoperse il corpo di s. Ambrogio entro l'urna di porfido posta sotto l'altar maggiore della basilica a lui intitolata. Giaceva fra i corpi de' santi Gervasio e Protasio.  un fatto importantissimo per la Chiesa, ma anche per la scienza archeologica che avea saputo divinarlo, quale in realt fu trovato e riconosciuto.
.
Nel 1844 dovendo a Milano raccogliersi il quarto Congresso degli scienziati, il Municipio volle regalare agli intervenuti una descrizione della citt, ed io accettai il grazioso incarico di redigerla. La ampliai a tutto il Milanese, e la divisi in due parti, Uomini e Cose: domandai la collaborazione di valenti, e, direttamente o per mezzo di esso Municipio, potei ottenere una quantit di notizie, fin allora arcane, intorno alle condizioni economiche e politiche della Lombardia; sicch quel lavoro pu dirsi la prima informazione statistica su questi paesi, alla quale s'appoggiarono le successive. Il Governo non si fe difficile a comunicarle; ma la Polizia (il gran deleterico) e il vicer che di quella viveva, ne mossero lamenti e accusarono il compilatore come avesse sottratto tante notizie al secreto degli uffizj. Poich a qualcosa giovano anche le peggiori cose, l'autore copr s e i collaboratori coll'autorizzazione avuta dalla censura. Cos mostravasi un'altra volta che anche qui molto poteva dire e osare chi non fosse intirizzito da ambizioni e speranze.
.
Al libro, comparso col titolo di Milano e suo Territorio in due eleganti volumi con belli intagli, precedeva uno schizzo storico. Quando nel 1856, sotto la mia direzione, si stampava l'Illustrazione del Lombardo-Veneto, io incarnai questo schizzo, ed  appunto quel che ora si riproduce, colle aggiunte e i miglioramenti che il tempo suggerisce o permette. Il lettore che porti questo lavoro al 1844 e al 1856 non trover soverchia l'insistenza sul dominio forestiero, sul governo militare, sull'autonomia, sulle franchigie comunali sul bisogno della iniziativa personale e della responsabilit; n l'importanza data alle consuetudini patrie, allora ancor venerate o amate, e ad una citt e ad una provincia, che poi doveano smarrirsi nel gran concetto dell'unit d'un regno. Nulla di ci ho mutato, affinch questo fosse non solamente racconto, ma testimonio del tempo: e grato ai compatrioti che non mi lasciano mancare lezioni di umilt, pensando ai buoni, rileggo in Cicerone De Divinitate:  I miei cittadini mi perdoneranno, se pur non mi ringrazieranno, perch n mi tenni ascoso, n disertai, n impacciai, n operai come irato agli uomini e ai tempi; n per ho adulato od ammirato la sorte altrui in modo che mi pentissi della mia
.
Milano, agosto 1871.
CESARE CANT.
...
.
...
1. 
Topografia.
.
Nel materiale come nel morale converrebbe sempre osservare le cose nel complesso, prima di scendere ai particolari, e osservarle dall'alto il pi possibile.
Noi pure, accingendoci a delineare le vicende di Milano, contempliamo in prima questa citt dalla guglia del Duomo, ponendoci fra quella selva di pinnacoli, sormontanti la maggior mole marmorea d'Europa, la quale desta la meraviglia degli stranieri, e a noi rappresenta la storia di tante gioje e di tanti dolori e la prova delle nostre grandezze passate; e da lontano designandoci il nostro Comune, ci fa battere il cuore per quell'insieme di idee, di affetti, d'interessi, d'abitudini che si compendia nel nome di patria.
.
Quass noi ci troviamo a 100 metri dal piano della citt, e 226 sopra il mare1, nella latitudine di 45 28' e nella longitudine di 26 51', fra una vasta pianura, dove negli equinozj il sole leva a 5h 57' e tramonta a 6h 31'. La quale pianura, di terreno diluviano, acclive verso settentrione, declive dalla parte opposta,  incorniciata di monti. Son questi le Alpi, le quali, se guardiamo verso porta Tosa (Vittoria), vediamo elevarsi nel Bresciano e stendersi in circolo verso tramontana fino al San Gotardo, poi l verso occidente al Sempione, al monte Rosa, al Cenisio, al Monviso. Lontan lontano, sulla linea di porta Ticinese, cominciano a sorgere gli Apennini, dei quali si scorge la congiunzione colle Alpi Marittime. Lungo la strada Romana si allarga sconfinata la valle del Po, diretta dal nord-nord-ovest al sud-sud-est.
.
Quasi a met del pendio, tra le foci, di questo fiume e le radici dell'Alpi, siede la nostra citt, in un piano che un tempo esser doveva indisputato dominio di acque che ancor non si denominavano Po, Ticino, Adda. Nella incommensurabile vita del mondo fu un'et dove i ghiacciaj occuparono tutta quella che fu poi Lombardia, stendendosi forse fino al mare. Poco a poco ritirandosi, que' ghiacciaj lasciarono immense morene, cio il detrito dei monti e delle valli da cui provenivano, di varia natura e formazione. I fiumi, ripreso il corso, s'apersero la via tra quei frantumi, dove sciolti, dove ristretti in dure puddinghe; altrove le acque si avvallarono in laghi; immensi massi, di natura differente dalle circostanti montagne, rimasero erratici per la pianura e fin sulle vette, dove erano scese col ghiacciajo: sopravvennero eruzioni che sollevarono quegli strati: essi medesimi modificaronsi secondo l'ossatura precedente e coll'opera de' fiumi e delle erosioni attraverso i cumuli morenici, e cos formossi l'orografia del nostro paese, dove infinite colline, composte di detrito, offrono studj curiosissimi allo scienziato, come gratissima fatica all'agricoltore.
.
I nostri padri cominciarono a lavorare i rialzi, ove ad arene e stagni si alternava una vegetazione palustre: non iscoraggiati dall'infelicit delle prime riuscite, le acque spaglianti adunarono, incanalarono le correnti, e per un labirinto di rigagni le condussero ad irrigare i fondi e deporvi il terriccio; lasciarono crescere foreste l ove giovasse; diboscarono le pendici solatie; e dove prima gracidava la rana o saltellava il grillo, estesero lunghissimi filari di pioppi e salici al basso, di viti, di frutti, di gelsi in poggio; alle campagne silicee calcari argillose chiesero il frumento, il granoturco, la melica, il miglio, il lino; i prati disposero in modo d'averne fin sette tagli di fieno, col quale alimentarono le giovenche, generose di latte e di formaggi; mentre sotto le acque fecero crescere la canapa e il riso.
.
Un'occhiata in giro; e vi parr vedere un immenso giardino, coltivato con quell'arte che s'asconde, com' negl'inglesi, e con una vegetazione variatissima; l lontani clivi inghirlandati di pmpani: qua frutteti e ortaglie; poi il verde perenne de' prati a marcita; la succosa verdura de' gelsi in contrasto coll'argentina de' salici e colla tremula del pioppo piramidale; solo al lembo fra borea ed occidente uno sterilume aspetta nuovi trionfi dell'industria umana. Da per tutto poi  una frequenza di ville, di case, di borgate, congiunte da inestricabile rete di strade che ricapitano a questa citt, ove pi di 200 mila persone operano, soffrono, godono, sospirano senza forse sapere l'una dell'altra, eppur tutte coadjuvandosi ai supremi intenti della Providenza.
.
Sta per il nostro territorio discosto da grossi fiumi, che sono come le arterie della vita industriale; essendo appena lambita dall'Olona, che, scendendo da Varese, dopo adacquate le campagne, ci arriva con poverissime onde; dal Sveso, che piove dai monti sopra Como; dalla Mlgora, scolo dei monti di Brianza; dal Lambro, che bordeggia il lago di Pusiano; e dalle gore della Vetabbia, del Nirone, del Redefosso. Ma non dubitate; i padri nostri provvidero a congiunger la citt coi due grandi laghi superiori e col mare. Dal Ticino, fin dal 1177, dedussero il Ticinello o Naviglio Grande, che per 50 chilometri serpeggiando onde vincere la pendenza di 34 metri, portando 51 metri cubi di acqua per ogni minuto secondo e irrigando 38 mila ettare di terreno in estate, 800 in inverno, arriva a Milano.
.
Un altro canale proviene dall'Adda, traverso al paese che chiamavasi la Martesana; e giunto a porta Nuova, lo vedete sottopassare al bastione, circuire internamente la citt, e uscendone a Via Arena, congiungersi col predetto. Quivi le loro acque sposate s'avviano per un altro naviglio di 35 chilometri fino a Pavia, donde nel Ticino, nel Po e nel mare. Cos il Milanese, affatto mediterraneo, offre una circolazione di 356 miglia d'acqua, delle quali 150 sono artefatte; e 360 metri d'acqua per secondo irrigano 4200 chilometri quadrati di terreno, cio quattro decimi della pianura lombarda.
Questo ci prepararono i padri nostri. Ingrato chi non ricordasse i loro benefizj! maledetto chi pensasse a guastarli! sciagurato chi non si credesse in debito di tramandarne altrettanti ai nipoti!
.
La provincia occupa 2992 chilometri quadri con una frontiera di 825 chilometri; in cui metri 367,286 di strade pubbliche e 3,131,892 di comunali, e un milione d'abitanti.
Nocciolo della primitiva citt furono i luoghi che ora attorniano il Duomo; e la cerchia sua antichissima giungeva appena a San Giovanni in Conca. Massimiano Erculeo la ampli con mura nuove, belle, duplici, circuenti per quelle che or sono vie del Durino, del Monte Napoleone, dell'Orso Olmetto, la Cusani, San Giovanni detto perci sul muro; fra la Brisa e il Monastero Maggiore attraversava Sant'Orsola, indi lungo il Cappuccio, la Maddalena al Cerchio, San Vito al Carrobbio, Sant'Ambrogio de' Disciplini, la Maddalena, le vie Larga e del Pesce, e gi per le Tenaglie e il corso di porta Tosa raggiungeva ancora il Durino. Non  difficile discernere questo precinto dalla maggior larghezza delle vie.
.
L'arcivescovo Ansperto chiuse il Monastero Maggiore entro la mura, la quale cos gir pel Nirone di San Francesco.
Quando i Tedeschi osteggiarono la nostra citt comandati dal Barbarossa, questo muro fu diroccato: ma i Milanesi ne fecero un altro, che  appunto il giro della fossa interna; e porte erano quei che ora son ponti, sopra alcuno dei quali (porta Nuova, Ticinese, Fabbri) sussistono ancora gli archi; altri furono distrutti appena test (porta Orientale, San Celso, San Marco, Pioppette). Porte maggiori erano la Renza (Venezia), la Nuova, la Romana, la Ticinese, la Vercellina (Magenta), la Comsina (Garibaldi): minori quelle delle Azze al ponte Vetere, di Borgo Nuovo, di Monforte, la Tosa, quella di Santo Stefano, del Bottonuto, di Santa Eufemia, di San Lorenzo, de' Fabbri, di Sant'Ambrogio, di Brera.
.
Fuor di quelle crebbero i borghi; e quando gli Spagnuoli, come dominatori stranieri e lontani, sentirono la necessit di difendersi dai vicini e dal popolo, rinforzarono la citt chiudendola con estesissima mura bastionata nel 1546. E fu quella che fin oggi vediamo, allora munita a guerra con ingente spesa e nessuna utilit, giacch un s vasto recinto e in pianura come potrebbe respingere un attacco? Perci nel 1750 si ridusse accessibile il bastione, piantandolo a gelsi, in modo d'offrire una passeggiata, elevata sopra i campi esterni e le interne abitazioni. Poi sul fine del secolo si spian e alber lo spalto fra le porte Orientale e Nuova, pel corso degli eleganti; via via si fece altrettanto col resto ai giorni nostri, talch ormai  compito un bellissimo ed elegante passeggio, alberato di platani e d'ipocastani.
.
Resta per interrotto ove gi stava il castello, fabbricato da Galeazzo Secondo nel 1358, non contro i nemici, ma per tenere in soggezione gli amatissimi e amantissimi sudditi e figliuoli, i quali, tutte le volte che misero il potente anelito della libert, lo demolirono, per dare ai nuovi padroni la fatica di rifabbricarlo. Fu poi fortificato alla moderna, tanto che abbracciava tutta la piazza presente. Ma i Francesi, assediatolo nel 1796, poi nel 1800, e avutolo a patti, sfasciarono le mura circuenti, lasciando il solo quadrato centrale. Del resto si fe la spianata per gli esercizj e un giardino ad alberi, che, recisi dopo l'insurrezione del 48, ora si rinovellano e si popolano di mercati e di solazzi.
.
La mura dunque a principio comprendeva poco pi d'un milione di metri quadrati; a cui 42 mila furono aggiunti nell'879; nel 1158 altri 1,300,000; nel 1555 quasi 6 milioni: laonde oggi la citt chiude la superficie di metri 8,182,389, ossia di pertiche censuarie 12,501. Di queste, 2579 sono terreno verde, contando la piazza del Castello per 580 pertiche; per 150 i giardini pubblici e il boschetto de' tigli; 142 gli spalti; 246 i giardini privati, 1515 le ortaglie e i vigneti: 155 sono occupate da acque, 2752 da vie, 6640 da fabbriche, cio da circa 9000 case.
.
Il consecutivo loro agglomeramento fa che le vie sieno anguste e tortuose, come di quass vedete, bench dal 1810 in qu, e viepi dopo il 60, siansi spesi de' bei milioni soltanto in allargarle e raddrizzarle: ultimamente un nuovo borgo elegante vi s'aggiunse all'estremit settentrionale, diretto allo scalo della ferrovia.
.
Il circuito dello spalto alberato, secondando anche il muro della piazza d'arme,  metri 11,060; e metri 12,348 la circonvallazione esterna. Il diametro maggiore da porta Romana all'Arco del Sempione tira metri 3465; il minore, dalla spianata di Monforte all'antico Portello, metri 2550.
Fuori del recinto voi vedete crescere altri borghi, massime quel degli Ortolani a maestro, e a mezzod quello di San Gotardo, che nei quaranta ultimi anni  pi che quadruplicato: ora una nuova citt viene sorgendo intorno alla stazione della strada ferrata.
.
Il sottosuolo alluvionale ci  inesauribile serbatojo di acqua eccellente, purch sappiamo tenerla salva da impurit. Le correnti avvisano che il piano della nostra citt declina da porta Comasina a porta Romana, culminando alquanto verso il centro. Ci la sottrae al vento di nord, che  anche impedito dall'alta schiena de' monti, e lascia dominare il meno salubre di levante, che arrivandoci pregno d'umidit dal mare Adriatico e dalle campagne a riso, porta frequenti nebbie e miasmi palustri. Di giorni piovosi contiamo circa 72 all'anno, di nevosi da 4 a 21, e le maggiori pioggie cadono in autunno. Dal mese pi algido che va pi basso di Parigi, al pi cocente che pareggia il clima di Napoli, corre fin il divario di 23 gradi del centigrado: l'aprile avvicinasi di pi alla media dell'anno, e la lunga serie d'osservazioni fatte alla nostra specola smentisce l'opinione vulgare che sia alterato il clima, o siano cresciute le pioggie.
.
Quest'ampia citt, questa circostante ubert, queste artificiose comunicazioni ci furono dunque tramandate da' padri nostri; que' padri che troppo leggermente deridiamo come baggiani, come ambrosiani; mentre dovremmo studiarne gli atti, ringraziarli di tanti benefizj, ricambiarli col prepararne altrettanti ai nostri nipoti.
.
E noi con piet rispettosa ci accingiamo a raccontarli, dopo tanti che lo fecero con ben altra valentia. E vorremmo che storia popolare non volesse dir volgare: bens che riferisca quei fatti che toccano gli interessi e i sentimenti del maggior numero, onde innamorarlo di casa nostra e di quanto di soave e di generoso esprime nome di patria: diffondervi il buon senso, e coll'esame de' fatti trascorsi abituarlo a giudicare gli odierni, e levar via la buccia per conoscere il vero frutto; storia di coraggio, che induca alla perseveranza, nella persuasione che l'albero piantato oggi tarder molt'anni, ma pure fiorir e fruttificher; storia di consolazione, che ci mostri come i secoli de' nostri padri non furono migliori de' nostri, e in conseguenza c'insegni, non l'infingarda rassegnazione a mali creduti irremovibili, ma a sopportare virilmente le prove educatrici e i patimenti rigeneratori.
...
.
...
2. 
Primi abitatori.
.
Chi furono i primi abitatori del nostro paese? Niuno lo dice; se non che la storia sacra ne accerta che ogni popolo deriva dalle grandi pianure dell'alta Asia. Fra i venuti di l verso il nostro occidente sono antichissimi i Celti, i quali, forse quattordici secoli avanti Cristo, passati in Europa, parte volsero al Danubio, parte varcarono le Alpi in una confederazione chiamata Ombria, che  quanto dire degli uomini, dei prodi. Piaciutisi della valle di qua del Po, ne snidarono i Siculi, i Veneti, i Liguri, abitatori primitivi, e la chiamarono Is-Ombria o bassa Ombria. Di qui il nome di Insubria, applicato al paese nostro; di qui i molti nomi di terre nostre, d'etimologia celtica o conformi a quelli di terre francesi2 di qui pure l'accento del nostro dialetto coll', coll'u, colle nasali on e an alla francese; di qui anche il tipo delle nostre fisionomie.
.
Da alquanti secoli vi stavano, allorquando gli Etruschi, altro popolo dell'Asia, cal per le Alpi Retiche e spossess gli Insubri della terra e de' seicento loro villaggi. Gl'Insubri furono costretti a ripassare i monti; ma alquanti si mantennero indipendenti fra l'Adda e il Ticino, forse attorno a Castel Seprio.
Gli Etruschi chiamarono Etruria nuova le nostre contrade; e addestrati e operosi, roncarono lande, infertilirono piani regolando i fiumi e fabbricando dodici citt.
.
In quei tempi le popolazioni non aveano ancora trovato il loro assetto, l'una spingeasi addosso all'altra, che a vicenda doveva rincacciare una terza per tramutarsi su nuove terre, non con pochi soldati come i moderni conquistatori, ma con tutta la gente, vecchi, fanciulli, donne. Gli Sciti, sbalzati dal cuor dell'Asia forse da qualche gente uscita fin dalla Cina, respinsero dal Punto Eusino i Cimri, i quali a vicenda cacciarono dal Danubio e dal Reno i Galli, ramo dei Celti. Sturbati dalle loro stanze, parte di questi, capitanati da Sigoveso, entrarono nella Germania e nell'Illiria; parte con Belloveso scesero pel Monginevra sopra Torino, e soppiantando gli Etruschi, ne presero il posto fra il Ticino, il Serio, l'Adda. Scontrate quelle reliquie che dicemmo degli Insubri primitivi, l'ebbero per fausto augurio e n'adottarono il nome. Allettati dal prospero clima, cessarono la vita errabonda e battagliera, cominciarono qualche ordinamento civile; e invece delle baracche sotto cui si riparavano, formarono una stabile borgata vicino alla distrutta citt etrusca di Melpo (Melzo?) e le diedero il nome che conserv.
.
Delle differenti etimologie di questo nome nessuna accontenta. L'in medio lan, per una scrofa lanosa qui trovata; l'in medio amniun e simili, supporrebbero che i fondatori di Milano parlassero latino. Il May land paese di maggio, in tedesco; il Med lan paese fertile, in gaelico, o Met lann in mezzo ai piani, danno per tesi delle ipotesi. Appena accenno i due capitani Medo e Olano, che se ne favoleggiano fondatori.
.
Ciascuna delle nazioni galliche aveva un centro religioso e politico, che chiamavasi il mezzo, la citt di mezzo, in gaelico Mead-hon; in gallico Mitta-land; in sequano May-Don; forme affini al sanscrito Madhya, da cui il Medio latino, che associato in Mediolano con Lan, indicava la terra per antonomasia, la terra santa o la legale. Col, i Druidi teneano le loro corti di giustizia; col quelle rassegne militari che Cesare chiama conventus armati; col convergeano le vie del territorio occupato da ciascuna trib.3
.
In alcuni Mediolani principali, varj popoletti adunavansi a consiglio generale. Pare poi l'intera Gallia avesse un Mediolano principale, il locus consecratus, che Cesare pone in finibus Carnutum. Pi tardi, ogni anno la Dieta delle tre provincie galliche si radunava all'ara di Roma ed Augusto, al confluente del Rodano e dell'Arari. Il nostro Mediolanum Insubrum dunque ebbe il nome appellativo che attribuivasi a tant'altri, e significava il centro, probabilmente sacro e insieme guerresco e parlamentare, delle genti galliche di qu dell'Alpi.
.
Ci dovette accadere sei secoli avanti Cristo. Milano dunque ebbe un'importanza originaria, e la conserv poi sempre, da quando gli imperatori romani la faceano seconda soltanto a Roma, fin quando i Visconti la bramavano capitale dell'aspirato regno italico, e quando il primo Napoleone la costituiva metropoli di un regno che le fortune guerresche o l'irreparabile gelosia francese gl'imped d'attuare, com'egli avrebbe potuto con quel pugno di ferro che schiacciava le ragionevoli e le irragionevoli resistenze.
.
I Galli, tenendosi in arme sotto i loro Brenni, non ismettevano la fierezza; portavano guerra ai vicini, poi si spinsero fino a Roma, la quale salv il suo Campidoglio, non pel cantare delle oche, come c'insegnano nel ginnasio, bens pel santo valore di chi difende la patria.
Roma non tard a rifarsi: pur non si tenne sicura finch non avesse cacciato i Galli dall'Insubria. Sped dunque (225 av. C.) suoi eserciti, che dopo lunga guerra e micidiale snidarono i Galli di qui o gli uccisero, e Marcello ne men pomposissimo trionfo. Le spoglie de' nostri paesi appagarono l'avidit romana, la cui vanit veniva lusingata dal vedere la vigoria de' corpi di coloro che incatenati erano condotti dietro al carro del vincitore. Perch l'orgoglio di questo non trascendesse, un buffone saliagli dietro al carro, contraffacendolo e celiandolo. Una religione pi austera, una filosofia pi ragionatrice avrebbe potuto intimargli:  Il vinto  uomo come te. La guerra, tremenda necessit, dee farsi agli Stati non agli individui. Obbligo reciproco delle nazioni  farsi in pace il maggior bene, in guerra il minor male possibile. Chi oltraggia e opprime un popolo, aspetti alla sua volta d'essere oltraggiato e oppresso.
.
Questi severi insegnamenti escono tardi dalla storia: e allora, come avviene in tutte le conquiste, noi popolo avemmo a soffrire e dai vinti e dai vincitori. Passato il primo turbine della conquista, gli indigeni che erano rimasti sui campi aviti avranno continuato a migliorarli, e sappiamo di fatto che v'abbondavano miglio, farro, frumento; a tenue prezzo vi trovavano albergo i viaggiatori; e di vino, di lane, di carne salata faceasi commercio. Allora poi ebbero buon ordinamento, costituendo i Romani il paese in provincia, che intitolarono Gallia-Cisalpina, e facendoci mutare le brache galliche nella toga e nel paludamento romano. Milano, primaria citt, fu distinta di molti privilegi, sempre per in dipendenza da magistrati romani, tra i quali sono memorabili Cicerone, che chiam questa Gallia insigne per valore, costanza, gravit, fior d'Italia, fermezza del comando e ornamento della dignit del popolo romano; e Marco Bruto, al quale i nostri eressero una statua e (ci che pi li loda) non l'abbatterono n la nascosero quando il nome di lui fu maledetto dai vindici di Cesare.
.
Sotto di questa dipendenza sussistevano forme comunali, tanto libere che il paese sarebbesi detto una repubblica.
Ma mentre ora si vuole l'eguaglianza, cio l'uso universale de' proprj diritti in faccia alla legge, ne' tempi antichi tutto era dominio di pochi privilegiati; e le libert di cui godeano i Milanesi spettavano soltanto a quelli ai quali era concesso entrare nella societ dei vincitori, cio divenire cittadini romani.
E questo era la principale aspirazione dei vinti; alcuni lo presero colle armi; generalmente non si concedeva che a persone e famiglie; ma poi Giulio Cesare lo consent a tutti gli abitanti della Gallia Cisalpina.
.
Con ci poteano dar voto negli affari pubblici, essere giudicati soltanto da magistrati romani, coi Romani far traffici e contrar nozze. Intanto il grosso del popolo rimaneva vulgo, senza nome n leggi n garanzie; oltre la popolazione della campagna, a cui le istituzioni degli antichi mai non posero mente; oltre innumerevoli schiavi che sudavano sulle glebe o in avvilenti servigi, usati, abusati, venduti, uccisi come bestie.
.
Alla repubblica romana succeduto l'impero, in Milano, capo della Gallia Cisalpina, sedeva un prefetto; e popolata e colta, diede alla poesia comica Cecilio Stazio, alla giurisprudenza Salvio Giuliano, al trono imperiale Elvio Pertinace e Giuliano Didio. Costui compr l'impero all'asta: perocch questo era caduto in arbitrio dei soldati, i quali facevano e disfacevano i cesari per favore o per guadagneria.
.
Vero  che quell'impero stendeasi su mezzo mondo; ma i popoli vinti gi insorgeano a protestare per la conculcata nazionalit, e i Germani minacciavano non solo le provincie ma la stessa Italia. Allora gl'imperadori romani trovarono necessario collocarsi in sede pi vicina alle Alpi, e scelsero Milano. Prima vi stavano a tempo; poi Massimiano Erculeo vi si piant stabilmente (295 d. C.), cingendola di nuova mura. Questa seconda capitale avea tutti gli abbellimenti; teatro e circo pei giuochi, la zecca, tempj di Giano4, di Giove, d'Apollo; e le magnifiche terme Erculee, di cui sono avanzo le colonne di San Lorenzo; e un palazzo imperiale di cui resta ancor la colonna presso Sant'Ambrogio, su cui giurare il podest solea.
.
Divisa la penisola in due parti da Costantino, il vicario d'Italia risedeva in Milano. Quando poi Teodosio dimezz l'impero, Costantinopoli rest metropoli dell'orientale, dell'occidentale Milano, da cui dipendevano Italia, Africa, Gallia, Spagna, Bretagna, Norico, Pannonia, Dalmazia, mezza Illiria.
.
Tanta grandezza ebbe la nostra citt allo scadere di Roma! E Ausonio, poeta latino del Quarto secolo, ne cantava le lodi in versi5 che tradurremo cos:
Tutto  in Milan mirabil; d'ogni bene 
V' copia; ornate case innumerevoli, 
Facondi ingegni, onest antica. Un doppio
 Muro del luogo la bellezza crebbe; 
E popolar solazzo il Circo, e l'ampio 
Teatro inchiuso co' gradini in giro; 
E templi, e rcche palatine, e ricca 
Fabbrica di monete, ed il quartiere 
Pei bagni insigne ch'han d'Erculei il nome;
 E di statue marmore fregiati 
Portici; e mura che, di vallo a forma,
 Cerchia le fan: tutto v' grande, e l'opre
 Tanto eccellenti che a temer non ave
 Il paragon della vicina Roma.
In tempi molto pi tardi la nostra citt fece scolpire questo epigramma nella piazza de' Mercanti, e porvi anche una statua ad Ausonio; onore che non rese a quelli che, senza adulamenti n esagerazioni, le dissero la verit quando questa potea risparmiarle o vergogna o danni.
...
.
...
3. 
Il cristianesimo. Sant'Ambrogio.
 Il rito ambrosiano.
.
A vedere quell'imperio romano cos scomposto, i costumi depravarsi ogni d peggio, dominare unicamente la forza soldatesca, perdersi ogni sentimento morale, i buoni Milanesi forse disperavano di qualsifosse addirizzo al meglio. Ma in una capanna di Betlemme era nato Cristo, che colla voce e coll'esempio insegn esservi un solo Dio, libero creatore e salvatore di tutti, e perci tutti gli uomini essere uguali per natura e per redenzione, senza divario da conquistatore a vinto, da padrone a servo, da maschio a femmina, da paesano a straniero; che i pi grandi al mondo sono i pi piccoli; che le dignit importano l'obbligo di servire al pubblico; che l'umanit, la mansuetudine, il perdono sono virt, e merito l'offrir la guancia sinistra a chi ci percosse la destra; che  dovere l'amarsi l'un l'altro d'amore operoso come quel di Cristo, il quale diede per noi sino la vita; che bisogna a tutti predicare la parola divina; chel'uomo non pu mai essere adoperato come mezzo, ma sempre considerato come fine; che ad ogni cosa devono andare innanzi la giustizia, la verit, quand'anche dovesse perire il mondo; che gli uomini e la societ devono continuamente perfezionarsi per somigliare al Padre ch' nei cieli e per meritare quella vita, nella quale solo si trova spiegazione alle ingiustizie ed agli enigmi di questa.
.
Cristo non faceva una rivoluzione come le cinque giornate; ma, come l'agricoltore, affidava al terreno un germe che poi crescerebbe coi sali della terra e col raggio del cielo. E lentamente crebbe, e, come avviene della verit, non fu forza d'uomo che lo potesse impedire; cercossi d'affogarlo nel disprezzo prima, nella calunnia poi, infine nel sangue, eppure trionf.
Vorrebbero che l'apostolo san Barnaba, o almeno sant'Anatalone suo discepolo portasse a Milano l'evangelio, battezzasse i primi credenti entro una fonte presso a Sant'Eustorgio, piantasse la santa croce nel vicino borgo che ancora ritiene questo nome, e cominciasse la serie dei vescovi, che arriva fino a noi col carattere delle cose divine, l'inalterabilit attraverso all'assiduo avvicendarsi delle cose umane.
.
La storia di quei primi credenti non  affatto nostra? non ha sui nostri fatti influenza ben maggiore che quella dei re e degli eroi? Ed io giovinetto oh come n'ero ansioso! oh come ne interrogavo mia madre e qualche vecchio vicino! E da essi, pi che alle sottigliezze della critica abituati alla fede del carbonaro, imparai come a Milano sedesse anticamente un gran flamine, capo de' sacerdoti pagani, al posto del quale fu surrogato il vescovo; come que' primi vescovi fossero tutti santi, perch quando la Chiesa celebrava in vasi di legno, i suoi ministri erano d'oro, i quali poi divennero di legno quando d'oro ebbero i vasi. Tra i primi fu san Calimero, che, non avendo voluto prostrarsi nel tempio d'Apollo, ivi fu ucciso e gittato in un pozzo; e il pozzo e il coltello si venerano ancora. Da molt'altro sangue fu consacrato il nostro suolo, e massime da quello del vecchio Nazaro e del giovinetto Celso, i quali in appresso da sant'Ambrogio furono trovati in un campo che dicesi ai tre mori, ed ivi onorati d'una cappella, divenuta poi basilica insigne.
.
San Calocero istru nella fede san Secondo e lo fe' battezzare dai santi Faustino e Giovita; pel qual sacramento sgorg la fonte, che ancora si visita, l presso San Vincenzo in Prato. Al fonte di Sant'Eustorgio, il vescovo san Cajo battezz molti senatori, cio signori nostri; e santa Sofia colle figliuole Fede, Speranza e Carit; e Vitale e Valeria marito e moglie, de' quali il primo fu martirizzato a Ravenna, l'altra a Milano, e tra il supplizio partor Aurelio e Diogene, divenuti santi come i loro fratelli Gervaso e Protaso, che regalarono alla Chiesa i loro beni, il denaro ai poveri, ai servi la libert; e dalla prigione del Monastero Maggiore furono condotti al supplizio col dove ancora nomasi San Protaso al Foro. Filippo Oldano, uno di quei senatori convertiti, raccolti i loro cadaveri, li seppell nel suo giardino: e quel giardino divenne il poliandro, vale a dire il cimitero de' Cristiani, posto ove poi sorse San Francesco, la chiesa pi grande di Milano dopo il Duomo. Porzio e Fausta, figli ed eredi della piet di Oldano, fabbricarono la basilica Porziana, che ora  San Vittore, e la basilica Fausta, incorporata poi a Sant'Ambrogio.
.
Sotto Massimiano Erculeo si rinnov qui la persecuzione e massime contro alcuni soldati, fra cui Alessandro, che con Cassio, Severino, Secondo, Licinio, stette prigioniero in Zebedia presso la chiesa che or da lui prende il vocabolo: e Vittore l presso, ov'era San Vittorello; e convertirono Silano custode delle carceri, Esanto e Carpoforo guardie che li custodivano. San Fedele trov modo di liberar Alessandro, che poi fu martirizzato a Bergamo; gli altri qui. Il cadavere di san Vittore rest abbandonato alle fiere fuor di citt; ma quelle lo custodirono e fecero il malcapitato chi os di offenderlo: sinch il vescovo Materno and a seppellirlo ove poi sorse la chiesa, detta perci San Vittore al Corpo. Naborre e Felice, milanesi anch'essi e soldati della guarnigione, erano allora stati condannati qui al fuoco: ed essendone usciti incolumi, furono martirizzati a Lodi, donde la pia Savina, matrona di col, dopo custoditele diciotto anni, ne tradusse le reliquie a Milano entro una botte, ai gabellieri che ne la domandavano rispondendo che conteneva del miele; e da ci fu detto il borgo di Melegnano. La pia orava ogni giorno sulla tomba di quei santi, sulla quale s'addorment in Dio. San Carlo nel 1561 trov questi tre santi ancora intatti, e levato un dente alla santa, lo port sempre al collo. In modo eguale san Simpliciano andava a prendere dalla tirolese valle di Non i corpi dei santi Sisinio, Martirio ed Alessandro, e li deponeva nella basilica a cui si conserv il nome di esso.
.
Matroniano, nobile giovinetto milanese, animato dallo Spirito Santo, si occult in una selva, vivendo da romito finch il Signore lo chiam alla gloria. In quella selva andava a caccia un Guglielmo dello stesso casato, nel quale imbattutosi sant'Ambrogio, gli disse:  Figliuolo, oggi la tua caccia la darai a me. Guglielmo se ne disse ben contento; ma giunti in mezzo al bosco n cani n cavalli si vollero pi movere. Col dunque si cominci a scavare, e si trov il corpo di Matroniano, che fu portato in citt, e tutte le campane sonarono da s, e sant'Ambrogio lo depose nella basilica Nazariana.
.
Di qui era san Sebastiano, che, andato a predicare la fede in paesi remoti, fu ucciso a frecciate. A San Lorenzo mi facevano ammirare la stupenda cassa di cristallo e argento in cui sono riposte le ossa di sant'Aquilino prete, anch'egli ucciso pi tardi per la fede e trovato dai facchini della Balla che allora subito il portarono in trionfo e fin adesso continuarono ad onorarlo di annua offerta solenne.
.
Questi ed altri fatti non vogl'io darveli per istoria sincera: i nostri vecchi li credeano per tradizioni raccolte dai loro vecchi, per dinotazione di luoghi e per semplicit di fede; il secol nostro vi crolla sopra il capo, esso che ripudia tutto ci che non  ben accertato, e che pur crede alle gazzette, alle magnetizzate e ai tavolini parlanti.
L'imperatore Costantino, che merit il titolo di Grande perch os abbandonare il passato e schiudere l'avvenire, da Milano pubblic l'editto (313) col quale concedeasi tolleranza e libero esercizio a qualunque religione; primo passo a rendere trionfante la vera. E nel 355 qui si raccoglievano a concilio pi di trecento vescovi per risolvere di alcune controversie, suscitate dagli Ariani.
Perocch la Chiesa di Cristo, destinata sempre a combattere e perci detta militante, appena cessarono le persecuzioni dei forti, fu attaccata dai sofismi e dalle eresie; e se le prime produssero i martiri, nel combattere le altre ingrandirono i santi padri. Gli Ariani consideravano Cristo come una creatura; non consustanziale al Padre, ma il tipo primitivo, sopra il quale Iddio cre il mondo. Con ci sarebbesi tolto il mediatore fra Dio sdegnato e l'umanit peccatrice; tolto il modello incarnato della perfezione; e i fedeli che adoravano Cristo sariano a pareggiare ai politeisti.
.
I sostenitori di quella eresia adopravano tanta sottigliezza nei loro argomenti, che accalappiarono molte persone e gran potenti e gran dotti, e cercavano erigere vescovi i loro aderenti. Riuscirono in fatto a por sulla cattedra di Milano Aussenzio, loro adepto. Non tolleravasi allora che i re ci mandassero i direttori delle nostre coscienze: onde, essendo morto Aussenzio, s'adunarono clero e popolo per dargli un successore. Ariani e Cattolici divideansi i voti e strepitavano; sicch venne per tenerli in dovere il governatore della citt, che era Ambrogio, nato da un romano in Trveri.
.
Al comparir di lui, i nostri gridarono unanimi: Sii vescovo tu stesso; evviva Ambrogio, vescovo nostro; e per quanto egli, che non era tampoco battezzato, cercasse sottrarsi a quel peso, conosciuto a segni prodigiosi il voler divino, vi si sottomise. Distribu il suo denaro ai poveri, i terreni alla Chiesa. I parenti di lui accorsero subito a Milano, non gi per ottenervi benefizj, impinguarsi alla mensa del vescovo e intrigare sui favori di esso: ma il fratello Satiro, che gi era prefetto di provincia e insignito d'onori, si adatt all'amministrazione dei beni acciocch al fratello non restassero che gli affari ecclesiastici, oltre che ne difendeva gli atti, ne alleviava i rammarichi; la sorella Marcellina venne a dare esempj di virt e diventar modello delle matrone. Ambrogio, applicatosi profondamente agli studj sacri e al sublime suo ministero, quantunque nuovo nelle sante scritture, ben presto riusc uno, de' maggiori dottori di santa Chiesa. Compose inni di nobile e commovente semplicit, che ancora si cantano6, e le sue prediche erano di tale efficacia, che l'africano Agostino, qui venuto (dic'egli stesso) a vendere ciancie retoriche alla nostra giovent, nell'udirle lasci i vizj e le eresie, e divenne anch'egli un gran santo e un gran dottore della Chiesa.
.
Dalle opere di sant'Ambrogio appare quanta avesse pratica co' classici; pure scrive scorretto, mal franco d'espressione, con frequenti giochetti d'ingegno, ma sempre forte e vivace: e qualora lo scaldino l'affetto, il sentimento del pericolo o del proprio dovere, tocca al sublime. Del resto noi abbiam inteso sui nostri pulpiti i predicatori pi colti, pi eleganti, pi applauditi d'Italia, ed esclamavamo, Oh bravi! ma quando udivamo il curato Branca, i padri De Vecchi, il Valdani, allora eravamo compresi di quel salutare sgomento e di quell'amore operoso, che sono lo scopo principale e il supremo effetto della sacra eloquenza. Lo che vuol dire che la forza di questa consiste nell'opinione di santit dell'oratore; e di qui, oltre la Grazia, derivava la stupenda efficacia del nostro Ambrogio.
.
Ad un vescovo allora spettavano molto maggiori cure che non lo studiare e predicare e benedire. I fedeli preferivano recar a questo padre comune le loro differenze, anzich ai tribunali, ancora infetti di formole gentilesche; onde i vescovi divennero una specie di magistrato volontario. Quanto poi l'autorit imperiale si sfasciava, tanto aumentavansi le attribuzioni di loro. Pertanto la vita di Ambrogio restava assorta nelle cure pi diverse: giudicare cento affari a lui deferiti dai fedeli, assistere ospedali, accudire ai poveri, accogliere tutti con affabilit, rispettando anche nell'uomo pi abjetto l'indelebile immagine di Dio. Forniva di vescovo chiese che mai non ne avevano avuti; visitava ed incorava gli altri pastori, e talvolta li raccoglieva a concilj; interponevasi a favore de' rei di Stato; vendeva gli ori del tempio per riscattare i prigionieri fatti dai Goti; insomma rappresentava con dignit ed amore il tribunato, che allora i vescovi avevano assunto in nome di Cristo, dopo caduto quello in nome della legge; colla parola e colle opere offrendosi sostegno al popolo, invocando la giustizia o l'indulgenza da' principi, e interponendo a favor dei tapini e dei soffrenti le dottrine della povert, dell'eguaglianza, del riscatto dell'uomo, operato col sangue d'una vittima celeste: stupendi uffizj dell'episcopato!
.
Ambrogio, profondo nella conoscenza dell'uman cuore, possedeva singolarmente l'arte d'acquistarsi gli animi e dirigerli; non abbattuto da' colpi sinistri, dei prosperi giovandosi, per ventidue anni fu l'anima della Chiesa d tutto l'Occidente. Anche missioni politiche importanti erano a lui affidate come a pratico: da Valentiniano imperatore morendo gli vennero raccomandati i suoi figliuoli; ucciso l'imperatore Graziano, recossi ad impetrarne il cadavere; con una franchezza che non sempre imitarono i successori suoi, intimava a Teodosio la verit e gl'insegnava le distinzioni fra il sacerdozio e l'imperio, talch quegli diceva: Il solo Ambrogio conosco, il quale di vescovo degnamente porti il nome. Avendo i cittadini di Tessalonica abbattute in tumulto le statue imperiali, Teodosio abbandon quella citt all'arbitrio soldatesco ed alla legge marziale. Ma quando egli si present alla nostra basilica di San Vittore per partecipare ai sacramenti, Ambrogio gliene viet l'ingresso finch con otto mesi di penitenza non ebbe espiato pubblicamente il sangue versato7.
.
Perci da lontanissimo si veniva a venerar Ambrogio, ed egli sentivasi forte nell'amor del suo gregge. Come s'accorse che i dominatori non avevano bastante elevatezza per comprenderlo n bastante generosit per seguirne la direzione, si ritir dalla corte di Valentiniano che qui risiedeva. Giustina, suocera dell'imperatore, voleva impacciarsi nelle cose religiose fin a pretendere che, delle due basiliche di Milano, una fosse ceduta agli Ariani.
Ambrogio si oppone. Citato alla corte, vi va; ma che? tutta la citt spontaneamente lo segue: alla quale dignitosa dimostrazione l'imperatrice dovette promettere di non violare i riti cattolici.
.
Bugiarda promessa! nella solenne mestizia della settimana santa gli uffiziali di palazzo recansi alla basilica Porziana, poi alla nuova (Sant'Ambrogio) per disporle a ricevere gli Ariani. Il popolo tumultuante minacciava opporvi la forza, ma Ambrogio il calm, ripetendo non doversi la verit difendere coll'armi, sibbene coll'attiva sofferenza e colla passiva opposizione; e nel vasto recinto del tempio tenne d e notte i fedeli, e per ricrearli introdusse il cantare alternativo, come si soleva in Oriente. Cos fu impedito agli Ariani di occupare le chiese.
Se il gran Teodosio erasi umiliato davanti al sacerdote, il codardo Valentiniano ne prese paura, e diceva al popolo:  Se Ambrogio ve lo dice, voi mi date in sua mano come un prigioniero.
E Ambrogio rispondeva:  Signor s: noi abbiamo la nostra dominazione: la dominazione del prete  la sua debolezza. Qui sta la mia forza. Signor s: io ho delle armi, e sono le preghiere dei poveri. Questi ciechi, questi storpi, questi vecchi, questi malati sono pi forti che non un esercito di gagliardi combattenti: noi non combattiamo, preghiamo.
Valentiniano, prevenendo una politica moderna, dichiarava che ogni cosa di Milano era sua. E Ambrogio, senza smanie, gli rispondeva:  No: i diritti di Cesare non si stendono sul tempio di Dio. Abbia egli pazienza, ma ascolti la voce di un libero sacerdote: accipiat vocem liberi sacerdotis.
.
E se l'imperatore gli mandava un luogotenente a dire,  Bada che ti taglio la testa, Ambrogio replicava:  Tu fa da luogotenente, io fo da vescovo. E diceva dello imperatore:  Se egli operer con podest regia, come suole, io sapr patire come suole un sacerdote. E altre volte esclamava:  Gli imperatori san meglio perseguitare i vescovi che non amarli. Le minacce di Massimo quanto mi facevano contento! Lode era l'odio di costui: le carezze di questi son pegno di malaugurate sofferenze.
.
A voi, Milanesi, che vi compiacete di chiamarvi buoni ambrosiani, non dispiace al certo ch'io mi indugi a raccontarvi di questo che venerate come patrono, e amate come fosse morto pur jeri. Ma quando sui muri e sul famoso stendardo lo vedete effigiato con viso burrascoso e lo staffile in pugno, e sino a cavallo in atto di trucidare Ariani; quando udite che il sangue di questi corse a rivi dinanzi a Santo Stefano; che San Nazaro Pietrasanta trae nome dal sasso sul quale Ambrogio ascese per montare a cavallo quando gl'insegu fino a Varese, dove alz la Madonna del Monte a memoria del loro totale sterminio, non credete; e vi ricordi, ch'egli diceva:  Tirannide del sacerdote  la sua debolezza; l'armi che Cristo mi vest sono l'orazione, la misericordia, il digiuno; e che non volle ammettere alla sua comunione Itacio vescovo spagnuolo, ch'era stato cagione del supplizio di Priscilliano eresiarca.
.
Il titolo d'arcivescovo non fu attribuito al nostro prima del 777; ma gi ai tempi di sant'Ambrogio, trovandosi spiritualmente a capo di quella mezza Italia, che civilmente avea per capitale Milano, godea tanta dignit da restare appena secondo al papa. N concilj sedeva a destra di questo, o teneva il primo luogo se il papa non vi fosse; e il pallio, distintivo della sua dignit, non andava a riceverlo a Roma, ma eragli spedito per mezzo d'un legato pontifizio. E sempre la dignit d'arcivescovo di Milano fu segnalata e distinta con pratiche ora in gran parte disusate. Esso costumava di far l'entrata per la porta Ticinese, fermandosi a Sant'Eustorgio in onoranza del primo fonte battesimale. Un ecclesiastico, un dottore, un cavaliere, tutti della famiglia Confalonieri, faceano gli onori della comparsa, precedendo e addestrando la mula bianca di lui, la quale toccava poi ad essi. Ogn'anno il giorno dell'ordinazione di sant'Ambrogio, esso prelato dovea mettere due brente di vino in un'urna di porfido nell'atrio di Sant'Ambrogio, perch il popolo ne bevesse a volont. La domenica delle palme, accompagnato dai parroci, andava a San Lorenzo fra rami d'olivo, e tornando fermavasi al Carrobio, dove lavava di propria mano un lebbroso, a memoria d'uno ch'era stato guarito da sant'Ambrogio. Vedremo quanta autorit ottenessero poi gli arcivescovi nel temporale.
.
Da loro come da metropoliti dipendeano i vescovi delle citt circostanti, alcuni anche di lontane, sin fuori d'Italia: e nominatamente quei di Vercelli, Novara, Tortona, Casale, Asti, Aosta, Mondov, Aqui, Torino, Alessandria, Vigevano, Ivrea, Alba, Savona, Genova, Ventimiglia, Albenga e fino Coira nella Rezia: poi la giurisdizione se ne venne restringendo, e vie pi negli ultimi tempi quando lo Stato di Milano fu cincischiato; talch ora non gli suffragano pi che quelli di Pavia, Crema, Lodi, Cremona, Como, Brescia, Bergamo, Mantova. La diocesi milanese, impoverita per cessioni fatte al Veneto e al Piemonte, pure ancora abbraccia 775 parrocchie.
.
Volontieri voi attribuite a sant'Ambrogio tutto quel che di bene riconoscete nell'ordinamento ecclesiastico, ed anche il nostro rito, che s'intitola ambrosiano. Non crediate per che sant'Ambrogio l'inventasse; tale si usava gi prima in Oriente; ed  probabilissimo che fosse comune a tutte le chiese d'allora anche in Occidente; ma poi nelle altre fu riformato e modificato, mentre la nostra lo conserv e lo tiene come prezioso privilegio e testimonio della prisca disciplina. Convien dunque gli volgiamo uno sguardo, affine di non essere ignoranti su ci che abbiamo ogni giorno sott'occhio.
.
Somiglia ancor molto al greco e si vale d'una traduzione dei salmi alquanto diversa dalla vulgata e che vorrebbero fosse l'antica italica. Sant'Ambrogio introdusse un cantare ritmico scanduto, pi consono colla musica greca che non il gregoriano, il quale generalmente procedendo per note di valor eguale, riesce pi monotono e privo di cadenze. Con ci volle egli redimere il canto dalle profanit pagane, e colla semplificazione opporsi alle novit corruttrici, affinch anche la musica colla purezza semplice e maestosa ritragga l'austerit del culto.
L'avvento prolungasi da noi sei settimane, cominciando dalla domenica dopo san Martino, e il carnevale fin alla domenica di quadragesima: in isconto di quei quattro giorni digiunandosi alle litanie minori, e il luned, marted, mercoled dopo l'ascensione.
.
La messa va con molte diversit dalla romana. Il celebrante non si volge al popolo pel Dominus vobiscum, continuando come quando l'altare era rivolto alla plebe. Avanti l'epistola, nelle messe solenni, una lezione della Scrittura cantasi dal pulpito siccome l'epistola e il vangelo, alla maniera greca; e alla greca  pure il dire il credo poco avanti il prefazio e cos altre parti delle secrete. Durante la quaresima si tengono velate le pale degli altari, non suona l'organo, non si fa commemorazione d'alcun santo, e nei venerd non si celebra messa; le domeniche, dopo l'introito, si dicono o si cantano preci speciali per i varj stati di persone. Nella settimana santa si usa il color rosso.
.
Invece di congedare coll'Ite missa est, si dice Procedamus cum pace, in nomine Christi, frase delle costituzioni apostoliche, serbata nel rito greco, come pure i tanti Kyrie eleison della messa e dell'uffizio ed il celebrare il mattutino di natale e dell'epifania con moltissimi lumi, indizio dell'ora vespertina in cui si costumava.
In generale l'uffiziatura  pi lunga della romana, e principalmente nei riti mortuarj, tanto diversi da quei delle altre chiese.
.
Come gli antichi fedeli offerivano il pane e il vino da consacrare, cos fin oggi una scuola di Vecchioni e Vecchione rappresentano il popolo, andando offerirlo nella messa grande quotidiana in Duomo; ove nelle domeniche e solennit il clero fa un'offerta in denaro, memoria pure di quella che anticamente si sostitu all'oblazione.
Il battesimo viene conferito non per aspersione, ma immergendo tre volte l'occipizio del bambino nel fonte battesimale, a forma di croce: una volta gli si lavavano anche i piedi, e tuttora vien coricato sulla terra o su bassa panca, coi piedi rivolti al fonte battesimale. Nelle funzioni del Sacramento si adopera il color rosso, invece del bianco de' Romani, la benedizione si d proferendo ad alta voce la formola.
.
Molte volte si tent abolire queste particolarit, ma i nostri vi tennero sempre con grande affezione; si pretese che, quando Carlo Magno fe buttar nel fuoco il messale ambrosiano per isbandirlo, questo vi rimanesse illeso8.
Il Duomo  come il tipo del rito ambrosiano; nessuna chiesa dovrebbe prevenirlo nel sonar i mattutini e la rintoccata del sabbato santo; nessuno predicare quando l'arcivescovo fa l'omelia di stando sul pulpito del vangelo; dal Duomo partivano le pubbliche e universali processioni; in memoria di quando non v'era altro battistero che il maschile a San Gotardo e il femminile a Santa Radegonda, ancora l'arcivescovo battezza in Duomo uno o pi fanciulli le vigilie di pasqua e pentecoste.
Fin nel secolo settimo e ottavo il clero della metropolitana era unico della citt; alle altre chiede assegnavasi un custode, per lo pi diacono, ma le poche funzioni occorrenti spettavano al clero principale.
.
Il capitolo maggiore del Duomo ottenne sempre gran lustro e veniva scelto fra le sole primarie famiglie patrizie9. Dapprima i sacerdoti addetti alla metropolitana chiamavansi semplicemente preti o diaconi e suddiaconi della santa Chiesa milanese: dappoi furono detti cardinali, de cardine sanct, mediolanensis ecclesi: allorch questo titolo venne riservato a quelli di Roma, i nostri si domandarono canonici ordinarj, ossia de ordine mediolanensis ecclesi; ed ora monsignori. Prima del 1797 comprendeano cinque dignit: arciprete, arcidiacono, primicerio maggiore, prevosto, decano; dieci canonici dell'ordine sacerdotale, fra cui il teologo e il penitenziere maggiore; altrettanti del diaconale e cinque del suddiaconale; ed erano conti delle tre valli Leventina, Blenio, Riviera nel canton Ticino. Clemente XI concesse loro l'uso della mitra, che tengono anche nella processione del Corpus Domini, nella quale fin i cardinali di Roma procedono scoperti. Il capitolo minore componeasi di un maestro delle cerimonie, quattro canonici notari, un maestro di coro, cinque lettori maggiori, dieci minori, dieci mazzeconici e il vicecerimoniere, quattro curati, quattro penitenzieri, tre sagrestani, ventiquattro cantori, dodici ostiarj, nove chierici. Ora  pi ristretto, e indecentemente impoverito, bench uguale nel fondo.
.
Certo qui le funzioni si fanno con una maest, che incanta i forestieri e commuove i nostri. E quando monsignore arcivescovo, sedendo sul trono alla papale, vestito de' pomposi arredi e della mitra gemmata, e fra un coro di mitrati e d'altri canonici colle ferule o coll'almuzia, davanti a un altare sfolgorante d'argenti, con messali che per mille e pi anni passarono sotto gli occhi e per le mani di tanti grandi o santi sacerdoti; fra la luce di cento doppieri che si mesce a quella che temperata piove dalle grandiose vetriate dipinte, intuona que' canti austeri, ai quali rispondono i due organi, severamente privi di ogni strumentazione profana, e negli accordi mossi da un fiato solo simboleggiano la fede unica che tutti i voti de' credenti eleva al cielo; e i cori di voci infantili, miste alle gravi, echeggiati dalle altissime volte e diffusi per le aeree navate della nostra metropolitana, chi  quel cristiano che non senta scendersi nell'anima una profonda devozione, mista di sacre memorie e di consolanti speranze? chi  quel milanese che non vi unisca un senso di patria compiacenza?
...
.
...
4. 
I Barbari.
.
Infelice Italia, calpesta da sempre nuovi devastatori, tinta sempre dal sangue di stranieri e dal nostro, costretta a veder le sue sorti decise dalle spade e dal senno altrui!
Il torrente dei Barbari, frenato dalle legioni romane, finalmente trabocc su di essa, e le nostre contrade, poste all'antiguardia, ne sentirono i primi furori. Attila, capo di feroci orde di Unni, che s'intitolava flagello di Dio e vantava che non ispuntasse pi erba col dove era passato il suo cavallo, s'avvicinava a Milano, che, destituito d'ogni soccorso umano, volgeasi a cercarne dal cielo. Fu allora che il nostro vescovo san Lazaro introdusse le rogazioni, girando a processione per tutta la citt, e ai crocevia ripetendo questa preghiera:
Rifugio de' mesti, o Signore, consolatore de' tribolati, la tua clemenza supplichiamo, acciocch, ajutando colla tua tutela noi afflitti dagli stranieri, tu voglia camparci e salvarci. Deh! concedi fortezza agli estenuati, sollievo ai mesti, sussidio ai tribolati. Circonda questa citt col presidio della tua virt, e tutti quelli che in essa dimorano proteggi coll'immensa tua piet. Poni nelle mura e alle porte sue la custodia degli angeli, gli scudi della salute, lo schermo di tutti i santi tuoi; onde, se pei peccati nostri giustamente siamo flagellati, confidando nella tua sola misericordia siamo soccorsi dalla tua commiserazione; talch, liberati da questa pressura, con libere menti possiamo ringraziarti e servirti.
.
I decreti del Signore sono imperscrutabili: e il feroce Attila dissip le resistenze e mise la nostra citt a sacco e in parte a fuoco (452).
Poco tardarono i Barbari a distruggere l'impero romano (476), facendo dell'Italia un regno, che fu governato in prima da Odoacre, capitano di venturieri ragunaticci; indi da Teodorico (493) re di Goti, il quale non nella disastrata Milano, ma in Ravenna pose sua sede.
.
Ci danno costui per uno de' migliori fra i Barbari; ma io non sono qua a contarvi la storia dei re: la storia del popolo facilmente l'argomenterete, in balia com'era de' soldati, e turbato dalla fresca rimembranza d'un tempo, nel quale, se non altro, non obbediva a Barbari. Molti dunque ribramavano il dominio dei Romani, il quale durava a Costantinopoli; e l'imperatore Giustiniano di col mand Belisario, espertissimo generale, a snidar d'Italia i conquistatori:  la prima delle tante liberazioni operate da forestieri, e che non fecero se non mutarci di padrone, quand'anche non peggiorarono le nostre condizioni.
.
Dazio vescovo nostro e alquanti signori passarono al campo di Belisario per concertare i modi di assecondarlo; e n'ottennero un pugno di gente, sul quale s'affidarono ad una insurrezione, spiegando le insegne imperiali e cacciando i Goti, respinti pure da Como, Novara e Pavia.
Nelle insurrezioni  l'esito che decide se lodare come eroi o punire come ribelli. I Milanesi, gloriosi d'essersi col proprio braccio liberati, credendo aver vinto perch avean espulso dalla citt i nemici, e fidando in quelle poche truppe ausiliari, non si prepararono a buona difesa. Intanto Uraja, nipote del goto re Vitige, concentrate le forze disperse e unitosi a un corpo di Bavari calati dalle Alpi, assale Milano. I nostri resistono fino a pascersi di gatti e topi; anzi qualche madre mangi i figliuoli. Gli estranei avranno applaudito a quel valore, ma nol soccorreano: gli imperiali erano indisciplinati, e Mondila loro guida capitol, salva solo la vita sua e de' suoi soldati. Allora Uraja stermina Milano (539), uccidendo spietatamente 300,000 persone (dice uno storico colle solite esagerazioni dei contemporanei), altre strascinando schiave.
.
Perirono allora i monumenti romani, di cui perci abbiamo tanta scarsezza; i Milanesi si dispersero per la campagna; e la capitale dell'Insubria non fu pi che un diroccamento. Pure l'amore inestinguibile del luogo natio fece che, appena i Goti soccombettero all'esercito imperiale, molti dei nostri tornassero e dai rottami resuscitassero la cara citt. E gi il governatore greco Narsete la ricingeva di mura; quando sopraggiunse, non pi un esercito ma una gente intera, i Longobardi, che dovevano lasciarci anche il loro nome.
Alboino, costoro re, conquistata di primo colpo tutta l'alta Italia, entr in Milano il 3 settembre 569, donde il vescovo Onorato e i cittadini che n'ebbero il tempo e i mezzi erano fuggiti a Genova; ma per residenza egli non elesse la smantellata nostra citt, bens Pavia. A Milano, come nelle altre, risedeva un duca, cio uno de' capitani dell'esercito longobardo, che vi facea si pu dire da sovrano: le nostre terre furono spartite fra i conquistatori, i possidenti riducendo in affittajuoli e i liberi in servi.
Penne vendute ai vincitori dissero ch'era un viver d'oro; i fatti tengono altro linguaggio che quel de' gazzettieri.
.
Stanziavano qui due nazioni; la longobarda, unita e armata, senza civilt, senz'altra cura che d'ottenere denaro e obbedienza: ed era amministrata da sculdasci capi di cento, da decani capi di dieci arimanni, cio di liberi a cui era concesso il privilegio di portar le armi. Gli indigeni giacevano in abjettissima condizione, senza difesa contro il capriccio dei padroni, senza protezione di legge o di magistrati proprj, coltivando il terreno e le arti col rancore di chi sa che i sudori suoi frutteranno solo ad altri. Il soldato longobardo, cui era tocco un campo, co' bovi e cogli uomini per esercitarlo, poco curavasi che questi uomini si conservassero, giacch, perendo quelli, ne troverebbero altri da far lavorare. Ma nella citt quei che attendevano alle poche arti e alla mercatura dovevano retribuire come censo un terzo del guadagno di loro fatiche al Longobardo, il quale perci aveva interesse a conservarli, altrimenti con essi sarebbe perita la sua rendita. E i campagnuoli, veri servi della gleba, e i cittadini censuali appartenevano quali al duca, quali al re, che teneva a Milano un gastaldo per vigilarli, cio per ismungerli. Come il re ai duchi, cos i duchi suddividevano le terre a' loro fedeli, e questi ad altri in minori porzioni; catena di servit che stringeva sempre peggio il collo dei poveri Italiani. E come i conquistatori mai non deposero l'arroganza, cos i conquistati non deposero il dispetto, n, ultimo retaggio degli oppressi, la speranza.
.
In tante miserie ricevevano conforto dalla religione: ma anche in ci i nostri erano turbati, giacch i Longobardi, essendo ariani, pretendeano nominare i vescovi; onde spesso la chiesa nostra rimase vacante, oppure ebbe due pastori. I Longobardi si convertirono poi al cattolicismo, e fra i loro re la tradizione popolare venera ancora la buona Teodolinda, che eresse belle fabbriche a Monza, e singolarmente una chiesa a san Giovanni, nella quale depose molte gioje e reliquie. Anche suo marito Ataulfo ne second le religiose liberalit; chiese e monasteri fabbric anche re Desiderio.
.
Ma cotesti stranieri, non paghi d'opprimere noi, concepirono l'aspirazione di sottoporre l'Italia tutta a un re. Con ci irritarono il sentimento nazionale e nimicaronsi i papi, i quali non dominavano ancora, ma primeggiavano a Roma, e comprendeano che, colla bugiarda lusinga dell'unit, tale conquista avrebbe distrutti i germi di civilt, lasciati dall'antica Roma. Pertanto, quando videro non bastar pi preghiere ed esortazioni a frenare questi conquistatori, invitarono Carlo Magno re dei Franchi (774), il quale vinse i Longobardi, e si sostitu ad essi. I Longobardi, che avevano avuto terre in feudo dai loro re, ne fecero omaggio al re Franco, e cos se le conservarono, obbligandosi agli stessi servigi; altre furono date a signori Franchi; i duchi si mutarono in conti, con pari autorit e minore indipendenza: i conti pi importanti, cio quelli posti al confine, s'intitolarono marchesi: ai giudizj si faceano assistere da scabini, cio persone probe ed esperte, scelte fra i liberi Franchi o Longobardi.
.
Quanto sia al grosso della popolazione, ai natii, direte che poco vantaggiavano col passare dal servir Longobardi al servire Franchi. Ed  vero quanto all'effetto immediato; non cos quanto alle lontane conseguenze. E in prima Carlo Magno non pretendea pi dominar l'Italia soltanto pel brutale diritto di conquista; e facendosi coronare imperatore romano (800), rinnov una dignit, alla quale gl'Italiani annettevano il ricordo della prisca grandezza. Inoltre i preti, gente popolare, furono trattati meglio dai Franchi, i quali, sia per devozione al papa, sia per procacciarsi degli amici, li convocavano anche ai parlamenti, dove prima non convenivano che guerrieri. Noi dunque potevamo uscire dallo stato servile coll'entrare preti; ovvero chi possedesse qualcosa poteva sottrarsi all'arbitrio militare coll'offrir s e i proprj beni ai vescovi e alle chiese, col che acquistava diritto al fro ecclesiastico, dove al capriccio di un soldato si sostituivano forme legali e prove giuridiche: se non altro, avevamo nelle assemblee chi poteva parlare per noi.
.
Questo racconto senza fatti, senza nomi, v'annoja, eh? Ma se desiderate piuttosto le storielle del longobardo Alboino che costringe sua moglie Rosmunda a bever nel cranio paterno; di Agilulfo che va incognito a veder Teodolinda promessagli sposa e le bacia un dito; di Gundeberga che, sospettata d'adulterio, ne fu purgata da un duello ove l'accusatore per; di Pertarito che, assediato in palazzo dall'emulo Grimoaldo, ne fu tratto fuori da un servo in apparenza di facchino ubbriaco; queste storielle cercatele altrove. Io amo meglio ispirare interesse pei patimenti degli innominati nostri avi, e osservando quanto soffrirono prima di divenir liberi, avvezzarci a non cascar d'animo nelle traversie; a credere che i passi della civilt sono lenti, ma continui. E sebbene l'et dall'800 al 1000 sia la pi oscura della storia italiana e s'intitoli del ferro, a noi parr forse meno desolante che non certi secoli d'oro, se rifletteremo che essa trov la pi parte della popolazione servi, e li lasci uomini e capaci di divenir ben presto cittadini.
...
.
...
5. 
La immunit. Potenze dei vescovi.
.
La speranza dei poveri Milanesi (che vennero allora chiamati Lombardi dal nome dei vinti padroni) appoggiavasi al crescere dei preti; e di fatto ben presto i vescovi furono pareggiati ai gran signori, e agli arbitrj dei conti, opposero i loro tribunali ecclesiastici, cari ai vinti perch vi otteneano giudizj pi regolari, pi disinteressati, resi da fratelli proprj non da stranieri, e pi umani perch non ci consideravano come vinti e schiavi, ma come fratelli in Cristo.
.
Appoggiati dal rispetto popolare, i vescovi ingrandirono, e quel di Milano, che allora s'intitol arcivescovo, divenne il primo personaggio di Lombardia. Anzi talmente procedettero i vescovi, che trassero a s il diritto di conferire la corona d'Italia. Quando uno fosse nominato re di Germania, avesse ricevuto la corona d'argento ad Aquisgrana, calava in Lombardia, ove la dieta dei prelati lo eleggeva re d'Italia; e cintasi la corona di ferro a Milano o a Monza, passava a Roma per ottenervi la corona d'oro e il titolo d'imperatore romano.
L'arcivescovo Angilberto Pusterla, a sant'Ambrogio don il mirabile paliotto d'oro, e fond la chiesa di santa Maria Podone (834); Ansperto da Biassono (868-81), il pi potente tra i signori d'Italia, rinforz di nuova mura la citt e l'abbell con edifizj, e singolarmente colla chiesa di San Satiro, cui un uno spedale, e coll'atrio di Sant'Ambrogio che  il pi bel monumento d'architettura dopo i Romani10.
.
L'arcivescovo Anselmo incoron il duca del Friuli, ma una fazione contraria elesse Lamberto, duca di Spoleto, il quale assedi e prese Milano (968) e fece decapitare Manfredo governatore: ma ben presto fu assassinato da un figlio di questo. Qui succede una serie di misere guerre fra i re che contendevansi questa corona; e gl'Italiani, fra loro dissenzienti, amavano favorir due competitori acciocch nessuno si trovasse gagliardo abbastanza per padroneggiare; o l'uno sfavorivano sol perch sostenuto dai loro avversarj.
.
I partiti non sogliono scrupuleggiare sui mezzi che scelgono al trionfo, e alcuno di quei re, per rovinare i suoi nemici, chiam in Lombardia gli Ungheri (899) gena selvaggia, che su leggerissimi cavalli scorrazzava devastando, uccidendo. Pensate il terrore dei poveri nostri padri! Santa Chiesa rinnov le rogazioni con tutte quelle preghiere che ancora si ripetono, acciocch il Signore ci scampi dagli stranieri: ma al tempo stesso non si tralasciavano i provedimenti umani; e non che munire le citt, si fortificavano e abbarravano i casali e le borgate, in cui, all'avvicinare di quel flagello, ricoveravansi i campagnuoli colle mandrie. Mentre fin allora il portar le armi era stato privilegio dei signori, allora si dovette affidarlo anche ai plebei, affinch tutti difendessero tutti, non essendovi una podest unica che menasse un esercito contro quelli scorridori, n potendosi vincerli in campale affrontata. Per tal modo, allorch gli Ungheri furono espulsi, noi ci trovammo tutti in armi, e potemmo parteggiare nelle guerre d'allora, e cos conoscere le nostre forze. Nuovo passo verso la libert.
.
Cessato quel flagello, rimase quello delle discordie, e i re emuli avendo qui nominato due arcivescovi, la citt e il clero tenevansi divisi. Queste miserabili gare faceano desiderare che qualche potente frenasse tutti; perocch il bisogno dell'ordine  talmente sentito dai popoli, che vi sacrificano sino la libert. In fatto Ottone il Grande re di Germania venne in Italia, vinse Berengario Secondo e lo mand prigioniero, e dai nostri signori si fece eleggere re, poi imperatore (962). Da quel punto la corona di Lombardia stette unita a quella di Germania.
Ottone non trovava qui, come Carlo Magno, la sola nazione longobarda dominatrice, ma, a fronte della nobilt longobarda e della franca, crescevano il clero e le citt; il commercio ravvivato; pi desti gli spiriti; singolarmente nelle citt si erano costituite societ d'uomini liberi, senza distinzione d'origine; e i vescovi, esercitando diritti sovrani, sottraevano sempre qualche nuovo briciolo di giurisdizione ai feudatarj.
.
Agli imperatori doveano poco gradire i feudatarj, che, fattisi padroni ereditarj del contado, ricusavano obbedienza e denaro; laonde favorivano piuttosto i vescovi, che almeno non trasmettevano il potere in eredit, e fin dal 844 li troviamo vicarj del re (missi dominici), e come tali tenevano tribunale; e ponevano un capitano a ciascun quartiere o porta della citt, esigevano un pedaggio sulle strade obbligandosi per a garantirne la sicurezza, poteano batter moneta, esigere imposte; insomma rendevano immune dai conti la citt ove risedevano. Anche Milano, colle terre contigue, che perci si dissero Corpi Santi; dalla giurisdizione dei conti o duchi, che erano di casa d'Este e risedevano al Cordusio (Curia ducis), pass presto a quella dell'arcivescovo, il quale cos congiungeva il pastorale colla bilancia e colla spada, e queste affidava in suo nome ad un visconte.
.
Fuor della citt e dei Corpi Santi estendevasi il contado, ove il conte esercitava la giurisdizione sopra i contadini, e che era dai re scompartito fra grossi feudatarj o vassalli o capitanei, con mero e misto imperio. Essi faceano omaggio al re, pagandogli certe retribuzioni, dandogli albergo e foraggi quando calasse coll'esercito in Italia, e soldati nelle guerre che facesse qui; del resto operavano da principi. Alla lor volta essi ripartivano questo largo paese tra vassalli minori o valvassori (vassi vassorum), che doveano ad essi quel che essi ai re.
Laonde il paese e la sovranit trovavansi sminuzzati estremamente; al re rimaneva poc'altro che il titolo, mentre arcivescovo, conti, capitanei, valvassori esercitavano e la giustizia e la guerra; e gi dall'un all'altro osteggiavansi con piccoli eserciti, e con vendette e rappresaglie.
.
Noi popolo dovevamo soffrire quanto Dio vel dica, mancandoci quei beni che sono i primi, la sicurezza in casa, la pace intorno, la giustizia da per tutto. Pure questi signorotti avevano interesse ad aumentare la popolazione dei tenui dominj, e in conseguenza a farla stare il meno male; giacch, bistrattata da uno, essa facilmente rifuggiva sul territorio d'un altro ch'era a pochi passi. Gli arcivescovi poi, scelti fra i nobili ma dal clero e dal popolo, restavano salutari mediatori fra i sudditi e l'impero; il clero, istruendo il basso popolo, e rimbrottando gli eccessi dei feudatarj, ravvicinava questi a quello, e col supremo potere della religione temperava la prepotenza delle sciabole. Quando nell'889 il nostro arcivescovo Anselmo e i vescovi di Lombardia elessero un re, gl'imposero, fra gli altri patti, che gli uomini plebei e tutti i figli della Chiesa liberamente usassero delle proprie leggi; il fisco non esigesse da loro pi del prefisso; non fossero oppressi con violenze; e se il conte del luogo non facesse giustizia, restasse scomunicato.
.
Eccovi dunque, in nome della Chiesa, tutelarsi la plebe; eccole data una qualche specie di rappresentanza in questi vescovi, i quali parlavano, se non a nostro nome, almeno per nostro vantaggio. Il clero stesso poi, popolo e sparso fra il popolo, consolava quelle tribulazioni che non poteva sminuire, e facea volgere al cielo gli occhi gonfi di pianto. Ove ora la gente si spassa al teatro Re, stette fin al 1810 la chiesa di San Salvadore, e in questa una povera lapide rammentava l'arciprete Dateo, che nel 787 lasci di che fondare un ricovero pei trovatelli, che  il primo al mondo di tal genere.
.
Ottone Terzo imperatore destin arcivescovo Landolfo da Carcano (896), dandogli intera la giurisdizione di conte sulla nostra citt e su tre miglia in giro; sicch nominava i magistrati, e gli investiva colla spada; ma i cittadini vi si opposero fin colle armi, e lo cacciarono. Landolfo, che sapeva quanto vagliano i donativi, promise infeudare i molti beni della mensa a signori laici milanesi; i quali perci lo spalleggiarono tanto, che sedette arcivescovo. Vero  che egli riconobbe d'aver peccato col comprare la dignit, e in penitenza fabbric poi e riccamente dot la chiesa e il monastero di San Celso, con un ospedale pei trovatelli.
.
L'arcivescovo Arnolfo, nel 1010 andando ambasciatore a Costantinopoli, men un codazzo interminabile d'ecclesiastici e secolari, fra cui tre duchi e assai cavalieri, ai quali esso distribu ricche peliccie; esso poi montava un cavallo di ricchissima bardatura, ferrato d'oro con chiodi d'argento. Pensate quali solennit si facevano per la venuta degli arcivescovi o dei re! n credo fuor di posto compendiarvi la splendidissima coronazione di Enrico Quarto nel 1081.
.
I vescovi suffraganei col clero maggiore e coi cento sacerdoti in cura d'anime, preceduti dai vecchioni e dalle vecchione, dal palazzo condussero a Sant'Ambrogio il re, con duchi, marchesi, baroni, in mezzo a preci, inni, antifone, prescritti dal rituale: e l'introdussero ai gradini dell'altare, su cui erano deposte le insegne regie. L'arcivescovo lo interrog sulle verit cristiane; e avendone il re fatto la professione, due vescovi si rivolsero al popolo domandando se fosse contento di stargli suddito. Avuto il s, cominciossi la cerimonia. Il re si prostr boccone colle braccia a croce davanti all'altare e cos i vescovi, per tutto il tempo che cantaronsi le litanie, dappoi il metropolita gli unse d'olio le spalle, e cinta che i vescovi gli ebbero la spada, esso gli porse l'anello, la corona, lo scettro, il bastone, e lo intronizz consegnandogli il globo d'oro e spiegandogli i doveri di re: infine gli diede la pace. Nella messa il re offr il pane all'arcivescovo, e da lui ricevette la comunione11.
.
Sedendo arcivescovo Arnolfo (998-1018), re Enrico aveva nominato vescovo di Asti Olderico, fratello del marchese di Susa. Asti suffragava alla metropoli nostra, onde l'arcivescovo protest contro questa nomina come anticanonica, e ricus consacrarlo. Olderico and a Roma, e col denaro e con simulate ragioni ottenne di esser consacrato dal papa: Ma il nostro Arnolfo, saldo alle consuetudini della sua Chiesa, convocati i suffraganei, scomunic Olderico, poi armato pose assedio ad Asti, e obblig quel vescovo e suo fratello a venir implorare perdono a Milano. Scalzi e (secondo l'uso d'allora) portando il marchese un cane e il vescovo un libro, si presentarono alla basilica di Sant'Ambrogio, confessaronsi in colpa, e offersero in riscatto una gran croce d'oro; dopo di che il vescovo riebbe le insegne prelatizie, e furono festeggiati.
.
Sal poi a questa sede Eriberto da Cant (1018-45), che il posto e la propria risolutezza e costanza fecero primeggiare fra i grandi della Lombardia, della quale avrebbe voluto farsi capo, come i papi della Romagna. Quando un conte o un marchese togliesse qualcosa a un altro, e lo spogliato a lui ricorresse, l'arcivescovo mandava il proprio baston pastorale, lo faceva piantare nel luogo o nel podere su cui cadeva la contestazione, e nessun pi permettevasi la minima violenza, sinch l'affare non fosse deciso per giustizia. Temuto per tutta Italia, rispettato dall'imperatore Corrado, a cui ajuto men spesso l'esercito, egli pretese ridurre vassalli della mensa arcivescovile i feudatarj vicini, sol perch da quella aveano ricevuto in feudo alcuni beni. I capitanei aderirono, nella speranza di potere, coll'appoggio di lui, soperchiare gli altri; ma i vassalli minori fecero con quelli delle altre citt una motta o lega e sorsero in armi. Eriberto, a cotesti nobili che sin dalla fanciullezza erano abituati agli esercizj guerreschi non pot opporre che una specie di leva a stormo a rustico usque ad militem, ab inope ad divitem: atto arditissimo, pel quale venivano pareggiati nella tutela d'un interesse comune.
.
Siccome erano inavvezzi a quella disciplina che sola assicura la vittoria, che fa egli acciocch non si disperdano nelle marcie e stiano ristretti nel combattimento? Inventa il carroccio, ch'era un gran carro, tratto da sei bovi riccamente addobbati, preceduto dai trombetti della citt, circondato da un drappello scelto. Sul carroccio sorgeva un altare col crocifisso; lo stendardo di sant'Ambrogio sventolava dall'antenna, alla quale era attaccata una campanella. Aveasi a fare una spedizione? si traea fuori questo carro, collocavasi in mezzo alla piazza del Duomo, e per tre giorni la campana rintoccava; al terzo giorno vi si celebravano i sacrosanti riti, e l'arcivescovo benediva gli armati, che dietro e attorno al carro procedevano contro i nemici. Nuovi alla disciplina e alla tattica, sapevano per che non bisognava perder di vista quel segno patriotico e religioso: a quello tenevansi ristretti nel combattere; a quello si rannodavano se dispersi; la sua lentezza impediva il precipizio delle masse ragunaticcie, sovente funesto peggio della sconfitta: i feriti sapeano di trovar col chirurghi e medicine; sapeasi di trovarvi comandanti per dar avvisi o chiedere istruzioni; e contandosi come supremo obbrobrio il perderlo, faceasi ogni sforzo attorno a quello, di maniera che neppur la ritirata non riusciva disastrosa.
.
Mediante questo artifizio, l'arcivescovo pot, con bande subitarie, tener testa ai nobili e li vinse a Campomalo (1035). Ma poich essi, raggomitolandosi con altri nobili del contado, rinnovarono gli attacchi, Eriberto (con uno spediente non dimenticato neppure dopo tremende lezioni) invit Corrado re di Germania (1036) a scendere dalle Alpi e abbattere i contumaci. L'arcivescovo (tant'era ricco) il tratt per pi settimane con tutta la sua corte, poi gli diede truppe per sottomettere i Pavesi. Ma i nobili ebbero l'arte d'ispirare gelosia a Corrado, il quale cit Eriberto a giustificarsi. Questi, avvezzo a comandare non ad obbedire, ricusossi all'intimata, e l'imperatore mand soldati ad arrestarlo e tradurlo a Piacenza. Quivi il facea, per maggior sicurezza, custodire da' suoi Tedeschi: ma Eriberto gli ubbriac e fugg; e tornato a Milano si prepar alla difesa, mentre Corrado, con una politica a ritroso di quella de' suoi predecessori, mozzava la podest clericale per ampliar quella de' signori feudali.
.
Eriberto co' plebei e col carroccio tenne testa all'imperatore e ai nobili: quello si volt a devastare i contorni, ma, mentre assaltava Corbetta, terra dell'arcivescovo, un orribile turbine uccise tanta gente che dovette andarsene, e poco poi mor. Allora l'arcivescovo torn pacifico dominatore della citt, ma i popolani, che tutti erano stati chiamati alle armi, di queste vollero servirsi a reprimere i nobili.
.
Un di costoro, venuto a parole con un plebeo, lo baston in piena via. La plebe indignata prende le armi sue, sassi e bastoni; uccide quanti nobili imbatte, e scegliesi per guida un Lanzone, nobile disgustato co' pari suoi, che pratico delle armi, dispose le barricate e gli assalti in modo, che i nobili dovettero uscir di citt. L'arcivescovo amava i plebei quando il difendevano; ma quando li vide padroni della citt ne prese gelosia e sgomento, ed usc coi nobili, per tal modo acquistando credito alla causa di questi. Ad essi si unirono i feudatarj del Seprio e della Martesana e i nobili d'altre citt e i loro villani, tantoch bloccarono Milano. I plebei vi si difesero come va, e tre anni dur il blocco (1042-45) con reciproche crudelt e danni della citt e della campagna; finch Lanzone, che ormai erasi fatto dspota della citt, raccolse molto oro, e raccomandatosi a Dio e a sant'Ambrogio, corse a domandar l'imperatore Enrico Terzo. Enrico promise soccorrere i cittadini contro i nobili, purch giurassero fedelt a lui, e ricevessero in citt 4000 cavalli. Lanzone accett, e i Milanesi ne faceano festa; ma vi fu che disse loro:  Stolti! non v'accorgete come, ricorrendo alla protezione straniera contro i vostri proprj concittadini, vi mettiate da voi la catena al collo? Fortunatamente questi ottennero ascolto, e si prefer un accordo coi nobili, i quali rientrarono in citt obbligandosi ad abbandonare i castelli della campagna per abitare qu almeno sei mesi, cio da san Martino a pasqua, e perci sottomettersi alle condizioni comuni.
.
Eriberto, in tanta fama per tutta Italia come politico, aveva merito anche come prelato; in una gran fame ogni mattina facea distribuire 8000 pani e otto moggia di grano; ogni mese dava in persona vesti nuove e denaro, e seguit questo tenore per ben otto anni. Ancora in duomo si adopera ne' pontificali un evangeliario su pergamena da lui donato, ricchissimo di gemme e d'oro, e in oro un crocifisso con varie figure e coll'effigie di lui; un altro ritratto a fresco fu sotto ai portici della Biblioteca Ambrosiana trasportato dalla chiesa di Galliano da lui eretta. Questi son monumenti delle arti d'allora, come pure un acquasantino d'avorio, su cui sono rilevati la Madonna, il Bambino, i quattro evangelisti, donato dall'arcivescovo Gotofredo alla basilica Ambrosiana; in questa le porte di cedro intagliate, i musaici del coro e la tribuna dell'altar maggiore, dove si figurano cittadini in atto di far omaggio; e pi di tutti insigne il paliotto che circonda la mensa di quell'altare, argento da tre parti, e al prospetto oro ingiojellato e smaltato, con istorie a bassorilievo; eseguito da Volvino attorno all'835, e a cui l'arcivesco Angilberto spese 80,000 zecchini.
...
.
...
6. 
Simonia. Concubinato. Guerra dei preti.
.
Se a voi paresse che tanta grandezza temporale del clero dovesse pregiudicare alla moralit; che un arcivescovo governatore e giudice dovesse negligere l'obbligo del custodire intatta la fede e di sminuzzare ai piccoli il pane della parola; che le cose del cielo, toccando a quelle della terra, ne contraggano del fango, non vi darei torto. Un arcivescovado di tanta importanza rendevasi naturalmente ambito; i signori cercavano toccasse a loro parenti: brogliavansi i voti, compravansi, violentavansi; n pi si badava alle virt necessarie, non ai pesi e alle abnegazioni dell'ecclesiastico magistero, ma al milione e mezzo che fruttava la mensa, all'autorit giuridica, all'influenza nell'elezione dei re e nei favori della corte. Anche i re desideravano accomodare su quel seggio i proprj aderenti, ovvero quelli che dessero maggiori regali o promettessero maggiore appoggio, al qual fine conculcavano il diritto d'elezione del clero e popolo milanese. In oltre pretendeano spettasse ad essi il conferire all'arcivescovo l'investitura dei beni, attesoch egli era principale feudatario, perci obbligato a fedelt verso il sovrano e a condurgli soldati. Ci avrebbe fatti arbitri i re della scelta, togliendo alla Chiesa quell'indipendenza che le  tanto necessaria per costituirsi tutrice della giustizia contra la prepotenza.
.
Essi prelati poi talvolta accumulavano molti benefizj: e Manasse, intruso alla nostra sede, era anche vescovo di Arles, di Mantova, di Trento, di Verona. Il meno cui pensassero era la santificazione delle loro anime: ottenuto l'arcivescovado senza virt ecclesiastiche, riprendevano le cure secolaresche fra cui erano cresciuti, e, non che pigliarsi a petto la morale e la disciplina, la contaminavano coi loro esempj e col trafficare delle dignit minori. Tanta potenza facevali restii all'obbedienza del papa, quasi fossero pari a lui in autorit perch gli erano pari in ricchezza e in forza; tanto che per due secoli si pu dire che la nostra Chiesa rimanesse disgregata dalla romana, vantando che quella di sant'Ambrogio non fosse inferiore alla Chiesa di Pietro12.
.
Secolareschi d'idee, di costumi, di orgoglio, che cosa pi rimaneva se non che i preti, pur godendo i vantaggi clericali, non dovessero rinunziare alle consolazioni domestiche? e, come gli altri feudatarj, rendessero ereditaria la dignit, e beni di famiglia riducessero quelli che erano stati affidati alle chiese come patrimonio universale dei poveri? Il celibato de' preti non  un dogma, sibbene una disciplina su cui la Chiesa pu variare secondo i tempi e i luoghi. Che che si facesse ne' primi secoli, allora essa lo aveva imposto, affinch il clero, men legato al mondo, rimanesse pi disposto a sacrificarsi per gli interessi spirituali, e alle cure e alla dignit si salisse pel merito; unica aristocrazia che la Chiesa abbia mai riconosciuta.
.
Il sistema contrario  pi consentaneo ai nostri istinti, e i preti milanesi vi aderivano con vigore, appoggiandosi a una pretesa concessione di sant'Ambrogio, e reluttando ai decreti di Roma, sicch la simonia e il concubinato infettavano la nostra Chiesa. Per guarir queste piaghe i papi impugnavano agli imperatori il diritto di investire i prelati, giacch ci toglieva di far cadere la scelta sui pi degni. In questa guerra delle investiture si discuteva insomma se la Chiesa sarebbe ancora vincolata agli imperatori come nei tempi pagani, o se potrebbe svilupparsi nella propria libert, e massime colla indipendente elezione de' proprj ministri.
.
Come suol avvenire quando un dibattimento si accanisce, e papi e imperatori trascesero; e si fin con uno di quei compromessi ove ciascuno recede in parte dalle assolute sue pretensioni.
Alla morte dell'arcivescovo Eriberto l'imperatore Enrico III, senza badare a proposizioni dei Milanesi, aveva nominato Guido da Velate, che, di scarsa scienza e di dubbj costumi (1045), vendeva le dignit ecclesiastiche, e riversato su altri il peso del ministero, logorava il tempo e le entrate in caccie ed esercizj cavallereschi. L'alto clero il favoriva per imitarlo; ma il minore e il popolo ne prendeano scandalo a segno che, mentr'egli celebrava, lo piantarono tutto solo all'altare. Quelli che credono abbatter gli avversarj con un qualche titolo ingiurioso, indeterminato e perci irreparabile, diedero il nome di Patarini ai zelatori della disciplina ecclesiastica; gran sostenitore de' quali fu Anselmo da Baggio, canonico del duomo. .
 antica la teoria del promuovere onde rimuovere; e Guido brig perch l'imperatore lo destinasse vescovo di Lucca. Ma neppur col egli perdeva di vista il proprio paese, e udito che Guido avesse nominato sette diaconi indegni, corse a Milano, prese accordi col  diacono Arialdo di Cucciago e col chierico Landolfo Cotta, caporioni de' rigoristi; e cominciarono ad alzare la voce a rischio della vita, ascoltati dal popolo cui scandalosa riusciva la condotta del clero.
.
Tosto la diocesi sbranossi in due fazioni: una de' preti ricchi e titolati, sostenuti dai parenti e da un numeroso vassallaggio, e li chiamavano i Nicolaiti; l'altra dei Patarini, poveri e plebei, ma forti per la moralit della loro causa e pel valore della moltitudine. Il papa sosteneva quei che erano minacciati dal ferro: Anselmo da Baggio e il famoso dottore san Pier Damiani, suoi legati in Lombardia, in concilj provinciali scomunicano i simoniaci, aboliscono le tasse che vi si esigevano per le ordinazioni; obbligano il clero a riconoscere l'autorit di Roma; infiggono penitenze e pellegrinaggi ai traviati; pure lasciano in posto Guido, ch mai il deporlo non mettesse sgomento negli altri, saliti in dignit per eguali maneggi, e non impedisse alla riforma di procedere pacificamente come speravano.
.
Il punto essenziale di questa consisteva nello staccare i preti dalle cose e dagli affetti temporali, mentre essi, per le morbide abitudini, e pei legami contratti, non vi si sapeano rassegnare. Al morto Landolfo sottentr suo fratello il cavaliere Erlembaldo, che aveva attinto zelo nel pellegrinaggio in Terrasanta e in una visita al papa, dal quale aveva ricevuto la bandiera come gonfaloniere della Chiesa.
.
In quel tempo essendo morto il papa (1061), i prelati lombardi, che, come i regalisti odierni, volevano attribuire tutte le autorit al Governo, chiesero all'imperatore Enrico Quarto che nominasse successore uno del paradiso d'Italia, come chiamavano queste parti, acciocch avesse viscere tenere a compatire l'umana fragilit. Elesse in fatti Cadolao vescovo di Parma, il quale colle armi dovette acquistar la sua sede: ma lo zelantissimo frate Ildebrando gli si oppose e fece canonicamente eleggere il nostro Anselmo da Baggio, col nome di Alessandro Secondo.
.
Questi da Roma incoraggiava i nostri Patarini, mentre Erlembaldo correva da Milano a Roma per riceverne consigli e vigore, allettava la plebe e i giovani, e a capo di loro strappava dagli altari i preti concubinarj, e cogli eccessi che sono consueti allorch le quistioni vengon portate in piazza e affidate alle moltitudini, ne saccheggiavano le case. Di ripicchio l'alto clero soleticava la boria nazionale contro codesta Roma, che voleva sottomettere la sempre indipendente Chiesa di Milano; onde per trent'anni il paese and a guasto; scompigliate le famiglie, disunite le plebi dai pastori, contaminata la pacifica solennit dei riti, impedita la consolazione dei sacramenti.
.
I Nicolaiti trucidano Arialdo con orribili strazj. Il sangue chiama sangue; Guido ed i suoi sono espulsi; onde egli vende la dignit arcivescovile a un Gofredo, che, d'intesa coi vescovi e coi capitanei di Lombardia, va coll'anello e col pastorale al re di Germania e gli propone di sterminare i Patarini se lo investa dell'arcivescovado. Ma il cavaliere Erlembaldo oppone armi alle armi (1063), devasta le campagne dei signorotti che favorivano i concubinarj; confisca i beni di qualunque prete non possa giurare con dodici testimonj di non avere avuto a fare con donna; rimasto padrone della citt, dimostra che non  necessario dipendere dall'imperatore n da' suoi conti, e mette a governare un consiglio di trenta persone. Istituiva dunque una repubblica colla dittatura; quei tanti, cui fa noja l'obbedire a un concittadino, fuoruscirono; pi volte si torn alle armi; i nobili, per iscreditare gli zelanti, blandiscono la plebe col proporle d'allearsi per assicurare l'indipendenza della Chiesa milanese: irrompono in citt, abbattono gli zelanti e nella mischia trucidano Erlembaldo (1050).
.
Il conte Everardo, uno scomunicato spedito dal re Enrico, ne li ringrazi; proscrisse gli zelanti e fece eleggere un nuovo arcivescovo. Ma il popolo, che dall'austerit dei monaci era stato avvezzo a considerare come perfezione il celibato, vigorosamente sostenne il decreto del papa che lo imponeva; i renitenti respingeva dagli altari o ricusava ricever da loro i sacramenti; laonde, dopo lunghi contrasti, quell'ordinanza prevalse.
.
Tale opera fu compita da papa Gregorio Settimo (1073), che si oppose a tutta forza alle arroganze dei re e alla simonia dei preti; scem la giurisdizione del nostro arcivescovo, nominando altri metropoliti; e da quell'ora la Chiesa milanese stette subordinata alla romana.
Per correggere il clero s'introdusse il vivere comune, al qual uopo Arialdo avea fondato a Porta Nuova quella che ancor chiamasi Canonica13, perch i preti ci vivessero secondo i canoni. Il popolo nostro, anche prima che la Chiesa il decretasse, vener sugli altari quelli che erano caduti nell'abbattere la simonia e il concubinato.
...
.
...
7. 
Costumanze attorno al mille.
.
Ma l'elezione degli arcivescovi era manipolata con brighe, denari, violenze e quindi scandali, anche dopo le vigorose riforme di Gregorio Settimo. Allorch Anselmo da Bovisio mor a Costantinopoli, una fazione elesse arcivescovo un Crisolao, che per la sua rozzezza dal vulgo era chiamato Grossolano, e prete Liprando gli diceva:  In Milano ogni persona civile porta pelli di vajo, di grigio, di mrtoro e begli ornamenti, ed usa cibi di prezzo; voi andate cos mal in arnese, che, vedendovi i forestieri, ce ne vien disonore. L'arcivescovo non gli diede ascolto: e Liprando infervorato lo accus di simonia, cio d'aver compra la dignit; e si esib di provarlo col giudizio di Dio.
.
Chiamavansi cos certi esperimenti che erano un vero tentar Dio; poich, quand'uno volesse o discolparsi o provar la verit di qualche sua asserzione, veniva obbligato a camminare scalzo sulle bragie, o a maneggiar un ferro rovente, o a tuffarsi nell'acqua, o a trangugiar pane e formaggio; e in Duomo abbiamo rituali colle formole per benedire tali prove, dalla cui riuscita si giudicava della verit del fatto; quasi Dio volesse pel capriccio nostro alterar le leggi naturali; quasi avesse egli promesso di riconoscere e punire in questa vita il buono ed il ribaldo.
.
Al giudizio di Dio si appell dunque prete Liprando; e sulla piazza di sant'Ambrogio si accesero due cataste di legna, e prete Liprando, dopo cantata messa e distribuito ogni aver suo per carit, entr in mezzo alle fiamme. Essendone uscito illeso o poco danneggiato, fu tenuto per reo il prelato ed espulso.
Compiangiamo questi delirj, ma confessiamo che, quanto al modo, non erano meno stupidi, e, quanto al sentimento, erano ben pi elevati di quell'altro assassinio che oggi commettesi ne' duelli; dove un vile esercitato, e che non conta zero la propria vita perch vale zero, obbliga un onesto e virtuoso a metter a repentaglio giorni pregevoli, o quell'onore che si malmena sui caff, o certo le repugnanze d'una elevata coscienza. Ogni et ha le sue pecche, come ogni casa ha la sua pozzanghera. Noi sappiamo grado agli avi del bene che ci tramandarono, ma senza negarne o dissimularne i mali. E mali assai ci aveva; costumi grossolani e ridicoli, un vivere disagiato, sicch con un editto si dovette proibire di dormir pi di dieci per camera.
.
Le case erano ad un piano solo; molte di legno e coperte di paglia. I camini son dati nel 13esimo secolo per invenzione recente; dal che frequenti gl'incendj ed estesissimi in case ammucchiate; le vie anguste, e sol ne' carrobj poteano passare i carri; nell'interno v'aveva pascoli davanti alle chiese (pasquee), ed uno pi vasto dietro al Duomo (campo santo): nel brolo, attiguo al giardino arcivescovile (verzee), che stendeasi da San Nazaro a Sant'Alessandro, davansi caccie rumorose, e fu tenuto per onor singolare l'aver l'arcivescovo conceduto a un ministro imperiale di corrervi un cervo.
.
Se non fossi cacciato dalla fretta, che  uno degli imponderabili di cui vive l'odierna societ, vorrei riferire le cerimonie nostre ecclesiastiche, quali poco dopo ce le descrisse Beroldo; e con lui menarvi al giro delle rogazioni, per mostrarvi qual era e quanta la citt. Allorch queste passavano, soleasi mettere alle finestre fantocci e mangiari, principalmente lasagne, per assicurar la benedizione alla casa14.  questo un piccolo saggio delle superstizioni che si mescolavano alla fede. Non voleva piovere? si faceano bollire in un pentolone erbe e radici, a onore di san Giovanni in conca. Una donna voleva agevolarsi il parto? andava ad assettarsi sopra un sedile di pietra in Sant'Ambrogio, come ancora v' alcuni che, per preservarsi dal mal di capo, lo battono contro l'avello di san Pietro martire.
.
La superstizione suol andare compagna all'intolleranza, poich, formandosi un concetto falso della divinit, suppone che questa voglia esser placata col supplizio di chi crede diversamente. Nel 1028 l'arcivescovo Eriberto, informato che nel castello di Monforte presso Asti si ricoveravano eretici, and col suo esercito ad assediarli, e presi li men a Milano. Quivi fu piantata una croce; e rimpetto ad essa un rogo ardente, e imposto a loro rinnegassero gli errori, se no sarebbero buttati nel fuoco; alcuni cedettero: altri, copertisi gli occhi, corsero piuttosto alle fiamme.  vero che Eriberto avea cercato salvarli, ma i primati nol soffersero.
.
Verso il mille erasi sparso che il mondo dovesse finire, appoggiandosi su quel detto, Mille e non pi mille. Diffusasi tale credenza colla rapidit e l'asseveranza onde tant'altre baje si diffondono in oggi, non si pens pi che a prepararsi al gran viaggio; quasi il farlo in s grossa compagnia lo cambiasse da quel che siamo costretti fare ciascuno alla nostra volta. Allora moltiplicare orazioni, far voti, sopratutto donare a chiese e monasteri la roba che si prevedea dover essere distrutta; e abbiamo istrumenti di molte di tali largizioni, che cominciano, Approssimandosi la fin del mondo.
.
All'anno mille, il sole si lev n pi n meno che gli altri anni, e cos al mille uno e al mille due: onde gli animi ripresero la fiducia; e a misura del passato spavento fu la sollecitudine del fabbricare chiese, compire pellegrinaggi, cercar reliquie, adempire a voti15. Principalmente si andava in Terrasanta a venerar i luoghi dove si compirono i misteri del Verbo umanato: ma quella era stata occupata dai Maomettani, sicch i nostri difficilmente poteano arrivarvi, e i col dimoranti soffrivano d'ogni sorta vessazioni. Quand'ecco s'ud anche fra noi un Pietro, eremita d'Amiens, il quale esortava tutta cristianit a correre a liberare dai Musulmani il sepolcro di Cristo. Papa Urbano Il largheggi indulgenza plenaria, cio assoluzione da tutte le altre penitenze, a chi v'andasse, e moltissimi dei nostri presero le armi e con innumerevoli turbe di devoti passarono in Palestina, cantando Ultreja (1096).
.
Li precedeva l'arcivescovo Anselmo, portando un braccio di sant'Ambrogio che parea benedire i crociati; e vuolsi che la nostra bandiera della croce rossa in campo bianco fosse recata da Giovanni da Ro, e ch'egli la piantasse primo sulle mura della santa citt; e capitanasse l'impresa il forte Ottone Visconti, il quale uccise un gigante e gli tolse il cimiero dove figurava un drago che ingoja un fanciullo; il quale poi divenne lo stemma visconteo. I nostri ebbero la peggio, e l'arcivescovo mor di ferite: i reduci fondarono, in via de' Pattari, il pio luogo delle Quattro Marie, il quale s'impingu talmente che distribuiva ai poveri 12,000 zecchini all'anno. Forse allora fu acquistata l'insigne reliquia del santo Chiodo, che tenevasi nascosta gelosissimamente nella volta del Duomo, finch san Carlo introdusse di portarla ogni anno in giro fin alla chiesa di San Sepolcro, allora fondata da crociati.
...
.
...
8. 
Milano dopo il mille. Sviluppo del popolo. 
Formazione del Comune.
.
Le predette contese si agitavano da Milanesi e tra Milanesi, il che vi chiarisce che non v'aveva un'autorit superiore, la quale potesse imporre a tutti, operar per tutti. Unica sarebbe stata quella dell'arcivescovo; ma, in grazia di quelle sconcordie, tal volta ve n'avea due, col che non s'obbediva a nessuno; tal altra non ve n'aveva alcuno, mentre il papa, il capitolo, l'imperatore disputavano a chi spettasse la nomina. Fra que' dibattimenti si chiamavano ad esame le pretensioni delle due potest, la legittimit del diritto di conquista, il dominio della spada sovra gli spiriti, la sistemazione guerresca della societ civile e della ecclesiastica: la nostra citt collegavasi con altre del pensar medesimo: gli arcivescovi intrusi, per acquistar partigiani, cedevano porzione de' loro diritti al popolo; prevalsa poi la parte papale, questa industriavasi a mozzar le prerogative regie, ma con ci sminuiva pure la potest temporale de' vescovi, fondata sopra concessioni dei re. Talora i grandi vassalli insorgevano contro i vescovi; e quelli e questi armavano contadini e cittadini, che per tal modo conosceano la propria forza e invocavano diritti in prezzo de' soccorsi prestati. Nelle contese e vescovi e baroni ne favorivano l'incremento collo sminuzzare i possedimenti e contentarsi di una tenuissima prestazione, purch vi andasse congiunto l'obbligo di servire colle milizie. I cittadini intanto compravano dai sovrani le regalie, e ne impetravano le carte di Comune.
.
Queste carte o costituzioni non concernevano diritti di rappresentanza e di compartecipazione alla sovranit, come quelle che oggi si pretendono, bens di tornare ai diritti dell'umanit, alla libert di andare, venire, comprare, vendere, posseder il proprio, lasciarlo ai figliuoli; avere una misura fissa ai tributi e ai servigi da rendere al barone; e pene prestabilite pei delitti.
.
In queste pratiche, il popolo milanese imparava a pensare e a fare da s; s'indignava di cose fin allora tollerate in pace, e francavasi pi sempre dall'imperatore. Il quale, impegnato in seria lotta col papa, non poteva frastornare quel movimento d'emancipazione, e volentieri per denaro cedeva ci che n ricusare potea, n conservato fruttava. Cos i Comuni si costituirono; tolsero la giurisdizione ai conti, restringendoli ad esercitare qualche atto giuridico, ricevere uno stipendio e come notaj autenticare i contratti: cessavasi d'essere longobardi, franchi o romani, servi, arimanni, vassalli, coloni o tributarj, per divenire tutti milanesi, non obbligati a verun signore, ma solo alla bandiera di sant'Ambrogio che sventolava dal carroccio; e compre a usucapte o carpite una dopo l'altra le prerogative regali, le affidavamo a magistrati eletti da noi stessi che esercitavano la giurisdizione.
.
Pertanto il Milanese si trovava cittadino, cio potea girare liberamente per la citt e pei Corpi Santi, trafficare, esercitare mestieri, patrocinato dall'arcivescovo e dai consoli, e riunirsi in consiglio a decidere sulle sorti della patria. Ma appena fuori del circondario cominciavano i contadi rurali della Burgaria sulle rive del Ticino; del Seprio fra l'Adda e il Ticino; della Martesana fra il Lambro e l'Adda, cio le podestarie di Gorgonzola, Vimercato, Pontirolo, Missaglia; oltre la Bazana verso il contiene bergamasco16; ed erano governati da conti, i quali traevano la loro autorit non dall'elezione popolare, ma dall'investitura regia.
.
La libert per assicurarsi ha bisogno di diffondersi; ed  s bella, che invoglia a possederla. Pertanto anche i campagnuoli desideravano scuotere il giogo; e se venissero tiranneggiati, cansavansi al bosco o alla montagna, dove sfidavano l'impotente sdegno del feudatario, o ricoveravano in Milano. E Milano, bisognosa di popolazione pi che di frumento, accoglieva volentieri i villani; e quei servi, quei liberati che n tampoco un padrone aveano, ascrivendosi alle corporazioni d'arti e mestieri, dall'associazione traevano importanza e sicurezza. .
Alcuna volta la citt colle armi ne sosteneva l'insurrezione per fiaccare i conti rurali, che guardava come emuli pericolosi; e a viva forza o a patti costringeva i feudatarj a scendere dalle rcche minacciose della Brianza e del Varesotto per entrare in citt e farsene popolani, cio partecipi ai diritti e ai doveri17. Nelle vicinanze non rimasero altri signori poderosi che i conti di Biandrate e i marchesi di Monferrato, oltre la marca di Verona, perpetuo avamposto dei Tedeschi. Quindi anche il villano acquistava di dipendere dalle leggi anzich dal capriccio, da magistrati anzich da soldati; pi non era permesso al nobile esigerne angherie e servigi personali a volont; non di uccidere il plebeo pel compenso di sette lire e un soldo come prima. Insomma i servi tornavano uomini: per la prima volta da che il mondo , si provvedeva alla condizione de' campagnuoli, e avviavasi la moderna eguaglianza di tutti in faccia alle leggi; e la plebe, tornata ai diritti naturali di uomo, intravedeva quelli di cittadini.
.
Nelle spedizioni in Terrasanta, continuate due secoli, perirono molti signori; molti altri, per sostenerne la spesa, vendettero o impegnarono i loro beni; il che apriva ai proprietarj borghesi e minuti un modo di venir su. Il libero cittadino poi ed anche il villano, avendo partecipato ai pericoli del suo signore in Terrasanta, salvatolo forse alla battaglia d'Ascalona, venerato con esso la capanna di Betlemme o il cenacolo di Emaus, si sentiva eguale ad esso, e contraeva quella franchezza che nasce dal sentimento della propria dignit.
.
Ho cercato mostrarvi come passo a passo il popolo si rialzasse dalla conquista barbarica, e fin al punto che sotto la giurisdizione medesima si trovarono ridotti e i liberi cittadini e i vassalli per modo che restava costituito il Comune, governato da Consoli. Questo nome fu attribuito loro in rimembranza de' tempi romani, giacch la memoria  l'ultima che i popoli perdano: e poich allora cominciavasi di nuovo a studiare nelle leggi antiche, si foggi il Comune sul municipio degli ultimi tempi dell'impero romano, ma colla gran diversit che vi portavano le costumanze germaniche e le nuove libert popolane. All'eguaglianza di tutti i cittadini in faccia alla legge nessuno allora pensava; ma duravano i tre corpi che gi dicemmo: capitanei, vassalli immediati dei re; valvassori, che teneano feudi dai capitanei; infine liberi cittadini; oltre gli artigiani e i paesani, che cominciavano anch'essi a contare, raccolti in maestranze. Quei tre corpi concorrevano del pari nel gran consiglio a far le proprie leggi e nominare un consiglio di credenza che risolveva nelle materie pi gelose e ne dava la esecuzione a molti consoli che costituivano il governo. La supremazia rimaneva ancora all'arcivescovo per titolo; quanto all'imperatore, tutto si riduceva a pagargli il foraggio quando veniva in Italia e prestargli l'omaggio, ma con tale gelosia che n tampoco gli si permetteva d'entrare in citt, e fuor della mura gli si fabbricava il palazzo.
.
Noi, gi nel 1030 avevamo un corpo di persone che custodivano le leggi e i diritti della citt, e di esse fu il padre del beato Lanfranco18. Morto Eriberto, il concilio civium universorum elegge il suo successore: primo atto politico a cui il popolo intero concorre; e pretende che gli arcivescovi non dall'impero, ma siano eletti dal clero; nuova sottrazione dall'impero. Sorte nuove contese nell'elezione di Giordano da Clivio, il papa ottiene si cerchi da lui la conferma dell'atto; e in quei conflitti anche l'arcivescovo perde d'autorit, acquistandola il popolo, che impara a governarsi da s. Fuor della porta dell'atrio di Sant'Ambrogio a manritta  infisso nel muro un decreto del 1098, dove l'arcivescovo col consiglio di tutta la citt istituisce un mercato di tre giorni, durante il quale doveano aver tregua le guerre private e le procedure giuridiche n arrestarsi alcuno n esigersi gabella19.
Spaventati da fenomeni naturali, i Lombardi risolsero provedere all'ordine, alla giustizia, alla penitenza: laonde si congregarono in Milano da una parte tutti i vescovi, dall'altra i consoli e popolo immenso, e trattarono del metter pace; assemblea di liberi che da s stessi cercano il proprio meglio. Nel 1118 i principi di Germania e Federico arcivescovo di Colonia scrivevano ai consoli, capitani, cavalieri e all'intero popolo milanese, come a Comune indipendente, stimolandoli contro Enrico Quinto a tutelare la propria libert, fidando nell'ajuto, di Cristo20.
.
Pertanto i Milanesi, non ristretti pi soltanto ai piccoli interessi privati, ma condotti ad occuparsi dei pubblici, e mettendovi quell'amore che ognuno porta al paese ove  nato, al paese a cui pu giovare sostenendo magistrature, vivendo una vita estesa quanto la patria, divenivano animosi, accorti e insieme coraggiosi come chi conosce il proprio diritto; i Tedeschi che in quel tempo ci videro, ammiravano in noi il valore nell'armi, la prudenza ne' consigli, l'urbanit nel tratto e nel parlare.
Non dissero altrettanto ne' secoli successivi.
...
.
...
9. 
Guerre coi vicini e col Barbarossa.
.
Ma la franchezza che viene dall'elevato sentimento degener spesso in prepotenza a danno del prossimo; ed il valore esercitato contro i nemici del cristianesimo e della civilt fu abusato in soprafare i fratelli. Milano sottometteva alla sua giurisdizione tutte le terre del contado e i feudatarj, decideva le liti fra i signori e i villani, imponeva dazj e pedaggi, limitava le servit di corpo de' villani, voleva che neppure l'arcivescovo e gli abbati potessero conferire nuovi feudi. Una serie di guerre dei Milanesi colle citt vicine attesta l'acquistata libert, ma fa deplorare che non si fosse compresa la necessit della concordia. Non aveano ancora finito di abbattere i conti, sentivano sempre in aria la minaccia straniera, eppure i Lombardi gi rompevano a quelle maledette rabbie da vicini a vicini, che sembrano il peccato originale degl'Italiani. Ne faremo colpa a quei padri nostri inesperti, se neppur noi, dopo orribili guaj, e tremendi disinganni, non sappiamo guardarci come fratelli, allorch ci importerebbe alla salvezza di tutti? se neppur i comuni dolori ci tolgono dal dilaniarci colla calunnia, allorch nol possiamo colle sciabole?
.
I Milanesi cercavano ricchezze col commercio, e questo li rendeva gelosi de' Lodigiani, de' Pavesi, de' Cremonesi, de' Comaschi; i quali, assai pi opportunamente situati sull'Adda, sul Ticino, sul Po e sul lago, provigionavano la Lombardia de' frutti del loro terreno e dei lontani trasporti. Quando l'astio cova, ogni favilla basta a un incendio; e i nostri, accanitisi contro Lodi perch non volle accettar il vescovo datogli dal nostro metropolita, trassero fuori il carroccio, e dopo quattro anni di blocco, distrussero affatto quella citt (1111), proibendo il ricco mercato che vi si tenea. Con Pavia nutrivano rancore i Milanesi perch lungo tempo era stata sede dei re, che vi si coronavano ancora; laonde bastava che quella spiegasse un partito perch Milano s'attaccasse all'altro. Fra esse la guerra scoppi fin dal 1061, e dopo reciproci guasti di territorio, si diedero una fiera battaglia presso Setezano, ove ancora dicesi Campomorto. Nella lite fra i pontefici e gl'imperatori, con Milano stettero Lodi, Cremona, Piacenza, che dalla famosa Matilde contessa di Toscana fu indotta a giurare di osteggiar vent'anni l'imperatore Enrico Quarto (1093): ma le due parti si equilibravano, e le citt aderivano ora all'una, ora all'altra, tantoch poco poi troviamo a Milano unite Crema, Tortona, Parma, Modena, Brescia (1117); mentre con Pavia campeggiavano Cremona, Lodi, Novara, Asti, Piacenza, Reggio.
.
Queste nimicizie talvolta erano attutite da qualche pio frate che predicava la pace, come fece il beato Alberto da Pontida riconciliando i Brianzuoli coi Bergamaschi; o a tal uopo veniva alcun illustre personaggio, siccome fu principalmente san Bernardo, il quale ottenne da papa Innocenzo Secondo che togliesse la scomunica, inflitta al nostro arcivescovo Anselmo per avere favorito l'imperatore Corrado e l'antipapa; rappaci i nemici, concit lo zelo per modo, che uomini e donne vedeansi coi capelli raccorci e in vesti dimesse; in luogo dei vini generosi, acqua in tavola; liberati prigioni, perdonati debiti; e fond i monasteri cistercensi di Chiaravalle e Morimondo.
.
Non era egli ancora partito, che gi le ire divampavano: e contro Milano s'inviperivano Cremona e Pavia. Il vescovo di questa men le truppe sue contro Milano: ma i Milanesi, uscitigli incontro, lo sconfissero e fecer prigioniero con molti de' suoi, lasciandoli poi andare con legate le mani al tergo e attaccatovi un fascetto di fieno acceso. Di nuovo il 1132 a Maconago furono rotti i Pavesi dai Milanesi, che menarono pur guerra con Novara, con Cremona, la quale per opporsi fabbric sull'Adda il castello di Pizzighettone.
Anche a Como pretesero i Milanesi dare il vescovo; quasi non fosse il pi sacro diritto quello di scegliere da s il proprio pastore. Nominarono dunque Guido da Cavallasca; ma l'imperatore Enrico Quarto vi destin invece Landolfo da Crcano, monsignore del nostro Duomo. I Comaschi, non che riconoscerlo, l'assalirono nel castello di Agno sul lago di Lugano, dove si era ricoverato, lo presero, e uccisero due suoi nipoti Ottone e Lanfranco milanesi. Le vedove e i costoro parenti chiesero vendetta all'arcivescovo Giordano da Clivio, il quale, invece di calmarli come deve un ministro di Cristo, li men al gran consiglio, e colle lagrime di essi e con parole rammemoranti le lunghe ingiurie dei Comaschi, indusse a dichiarar guerra: anzi egli fe chiuder le chiese, minacciando non aprirle affinch quel sangue non fosse vendicato (1117).
.
Allora cominci una lunga guerra, a cui prese parte tutta Lombardia e fin Pisa e Genova; e le deliziose circostanze di Como furono devastate per dieci anni di fila. Perocch non dovete immaginarvi eserciti come i nostri, con uno stato maggiore e corpi disciplinati e treno di macchine e di munizioni e tutti que' raffinamenti che oggi abbiamo introdotti nell'arte d'ammazzarci. Erasi ricevuto un torto? il consiglio avea deliberato la guerra? Traevasi fuori il carroccio, e per tre giorni sonava la campanella; intanto artieri, borghesi, signori dirugginivano le armi, preparavano i cavalli e i viveri; poi, dietro a capitani, scelti per lo pi fra' nobili e cavalieri, marciavano sul territorio nemico. Aspettavano la stagione che le biade fossero mature per farne utile preda; a ogni modo devastavano, incendiavano, rapivano gli armenti che non si fossero a tempo ridotti in terre chiuse; qualche affrontata decideva spesso della campagna; talora assediavasi la citt nemica, cercando prenderla per fame. Ma a quegli artieri, a quei campagnuoli importava ritornar presto ai mestieri, alle famiglie; onde l'esercito fra breve si scomponeva: essi restituivansi a vendemmiare e a svernare in casa, per riprendere l'offesa col nuovo anno. Di tal passo fu tirata in lungo la guerra di Como, la quale, dopo dieci anni di valorosa difesa, dovette soccombere, e fu inesorabilmente distrutta, e ridotta a municipio dipendente da Milano (1127).
Ci che si comincia colla violenza, colla violenza bisogna mantenerlo, e finisce colla violenza. D'ogni parte sorgevano lagnanze contro questi prepotenti Milanesi, i quali, invece di protettori di tutta Lombardia, voleano farsene tiranni; e per reprimerli imploravansi gli imperatori.
.
Non figuratevi allora gli imperatori simili ai moderni, che dalla loro capitale mandano ordini, tengono qui truppe, impongono tributi, nominano impiegati, cio usano un governo dipendente da un centro e da una volont. I diritti sovrani erano sbricciolati fra i signorotti, nessuno dei quali avrebbe tollerato sul suo feudo un impiegato del re, n obbedito a una legge se non fatta col proprio concorso, n dato un tributo o un soldato se non quello stabilito in origine. Adunque il re di Germania, che le pi volte era anche imperatore, non aveva sulla nostra terra che un alto dominio; quando scendeva per la corona ricevea corteggi, donativi, foraggi; faceva qualche legge nella dieta; domava colla forza qualche signorotto riottoso; conferiva qualche titolo ai fedeli, e massime ai vescovi e monasteri che man mano se li faceano confermare; poi se ne partiva, e nessuno pi pensava a lui; e principi, arcivescovi, visconti, vassalli si governavano a proprio piacimento.
Ove notate che questi re e signorotti di Germania, quando venivano gi, fra gli attrezzi di corte portavano una gran pentola, nella quale (giacch quasi tutti morivano di qua dell'Alpi) bollire il loro cadavere, per mandar poi l'ossa spolpate ne' sepolcri aviti.
.
Non saria stato meglio che rimanessero a casa loro? meglio per essi e per noi?
In quel tempo fu eletto re di Germania Federico Barbarossa; carattere robusto, volont risoluta, abilissimo in guerra, che pens ripristinare l'impero ne' diritti donde l'aveano lasciato scadere i deboli predecessori; e se questi aveano fiaccato i feudatarj coll'erigere i Comuni, egli pens fiaccare i Comuni, e costringerli a rinunciare alle libert usurpate, e rientrare nell'obbedienza dell'imperatore. Alla solennit della coronazione ecco gli si presentano due Lodigiani (1153), che, vestiti di sacco e con corde al collo, gli dipingono la miseria della loro patria distrutta, e lo supplicano a darvi sollievo. Federico mand intimare ai Milanesi, cessassero dalle oppressioni; ma i nostri ricevettero quell'ordine a fischiate, stracciarono la carta; l'inviato offesero.
.
Forse erano arti di que' prepotenti che da s s'intitolano popolo; i savj conobbero il torto di un tale procedere e mandarono per calmare Federico con miti parole e con una coppa d'oro piena di denari; ma esso li respinse, e raccolti i feudatarj suoi di Germania e di Lombardia, e nominatamente il marchese di Monferrato, con essi piomba su Asti, Chieri, Tortona e le distrugge barbaramente21, come i castelli di Rosate, Trecate, Galliate: in Pavia, sempre fida agli imperatori, si cinge la corona; devasta le terre milanesi, e ci toglie la zecca, i dazj, la giurisdizione.
.
Quel che dicemmo delle truppe comunali, avveniva per altra ragione anche delle feudali, che non erano obbligate a servire se non per un breve termine. Spirato questo, si dispersero dunque: Federico torna in Germania; e subito i Milanesi rialzano il capo, ripigliano i loro diritti; con virile animo e col sudore di tutti rifabbricano Tortona, e le mandano una tromba per convocare il popolo, una bandiera bianca colla croce rossa in segno di risorgimento, e un sigillo collo stemma delle due citt in segno di unione; osteggiano Novara, Pavia, Cremona, il marchese di Monferrato, e quanti avevano tenuto mano collo straniero.
.
Al nuovo anno, Federico pubblica ancora il bando generale, e tre corpi armati ci vengono addosso per la Ponteba, per Chiavenna, pel San Bernardino; mentre da val d'Adige l'imperatore conduce il fior de' militi franconi, bavaresi, imperiali. Ecco dunque arrivare il re di Boemia, i duchi d'Austria, di Svevia, di Rotenburgo; questi sono i conti palatini di Baviera e del Reno e il conte del Tirolo; si fanno precedere dalla croce gli arcivescovi (guerreschi come i nostri) di Magonza, di Colonia, di Treveri, di Magdeburgo; quest'altri sono liberi baroni; voi discernete la cavalleria d'Austria, di Carintia, di Svevia, di Borgogna, di Sassonia. E sommano a 100,000 uomini, perfettamente disciplinati, e spargono proclami che prometteano rispetto a chi venisse a pace e si tenesse tranquillo: guai agli altri. Ci che pi rincresce, vi si aggiunsero le milizie non solo delle vendicative citt di Lodi e Como, ma anche di Pavia, Cremona, Verona, Mantova, Bergamo, Parma, Piacenza, Genova, Tortona, Asti, Vercelli, Novara, Ivrea, Padova, Alba, Treviso, Aquileja, Ferrara, Modena, Reggio, Bologna, Imola, Cesena, Forl, Rimini, Fano, Ancona ed altre.
.
Quale sbigottimento infondeva il crescere di Milano, se tante forze si collegarono a suo danno! Ma ci prova che queste citt italiane erano costituite in Comuni indipendenti al par di Milano, se venivano tutte con armi proprie. Fortunate loro e noi se avessero pensato a confederarsi per respingere il nemico comune; anzich dargli ajuto per quell'incancrenito malore di volere servire tutti, piuttosto che soffrire il primeggiare di uno!
.
Milano era proveduta di buone mura e torri, e a rinforzarle maggiormente e a fare un gran fosso spese ben 50,000 marchi d'argento cio un tre milioni. Quel che pi importa, si mun di gente brava, e massimamente di nobili, destri alle armi pi che non gli artieri di citt; e si accinse a difendersi colla risolutezza che infonde l'amor della patria. Ma se il coraggio di guardie nazionali e di corpi franchi basti contro eserciti grossi e disciplinati, lo sappiamo a prove recenti. Qui s'aggiunsero la fame e le malattie, in grazia dei tanti campagnuoli che vi si erano ricoverati; per modo che la citt fu costretta a domandar patti. La medi il conte di Biandrate, milanese, feudatario dell'imperatore; e il Barbarossa, il cui grand'esercito gi si sfasciava, e dalle febbri autunnali era assottigliato, accondiscese, a patto che riconoscessimo la libert di Como e Lodi, giurassimo fedelt, e fabbricassimo un palazzo per esso imperatore, il quale per non entrerebbe coll'esercito in citt; gli pagassimo 9000 marchi d'argento (mezzo milione) per contribuzione di guerra, sottomettessimo alla sua approvazione i consoli da noi eletti; le cause portassimo a giudici imperiali; cedessimo la zecca e gli altri diritti regali.
.
Con ci annichilava i preziosi acquisti fatti sin allora, e principalmente quel che costituisce l'autonomia, il poter eleggere liberamente i nostri giudici e i nostri amministratori. Anzi l'imperatore, dall'umiliazione di Milano vedendo sgomenta tutta Lombardia e volendo palliare la forza col diritto, convoc la dieta del regno, come si soleva, nella pianura di Roncaglia presso Piacenza. Non vigendo pi le leggi romane, n le germaniche confacendosi coi nuovi usi, invit quattro rinomatissimi giureconsulti e due consiglieri da ciascuna delle quattordici primarie citt perch mettessero in chiaro i diritti dell'impero, dei vassalli e dei Comuni. Essi proposero un vero codice sopra le regale, i feudi, la pace pubblica, riconoscendo che all'imperatore spettava pienamente il far leggi, come discendente dai cesari di Roma, e gli altri diritti regali di moneta, fodero, zecca, ponti, pedaggi, molini; esser lui donno e padrone del mondo, e d'eleggere i magistrati e rendere la giustizia. I conti, che dalle repubbliche erano stati spossessati, applaudivano a queste decisioni, che ingigantivano un'autorit della quale speravano qualche briciolo; anche l'arcivescovo confessava, come avea letto nel codice romano, che il beneplacito dell'imperatore ha forza di legge: laonde l'imperatore deputa in ogni repubblica un suo magistrato civile e giudiziale, detto il podest perch esercitava i regj poteri e giurisdizione in molte cause, mettendo cos a grave repentaglio la libert.
.
Gli uomini di fiducia, che Federico a tal uopo avea convocati chinarono la testa e dissero - Signor s; ma quando l'annunziarono ai Milanesi, questi levarono la testa e dissero - Signor no: e allorch i commissarj comparvero per ridur ad effetto il decreto, li cacciarono a urli e a fischiate, gridando - Fora fora, Mora mora. La tradizione aggiungerebbe che, avendo presa l'imperatrice, la menarono per citt in beffardo trionfo, posta a ritroso sopra un asino. Ad ogni modo i viva e i mora vagliono per buona moneta sol quando accompagnati dai mezzi di effettuarli.
.
Federico, sapute queste dimostrazioni, non si fren, e giurato di non cinger pi il diadema finch Milano non fosse distrutta, bandisce la legge marziale contro di noi, e fatto nuovo esercito, per quante valli sono dal Friuli al San Bernardo versa Tedeschi, e comincia guerra da barbari. Assediata Crema alleata nostra (1160), perch i cittadini non osassero tirare contro le macchine sue, attacc a queste i giovani che teneva ostaggi, e per tradimento presa la citt, la distrusse dalle fondamenta. Quanti Milanesi poi cogliesse, rimandava in patria colle mani tronche o con qualche membro di meno; una volta ce ne arriv una lunga schiera tutti senz'occhi, salvo uno a cui n'avea lasciato uno solo perch guidasse gli altri.
Tentammo opporglisi all'Adda; il ponte di Cassano avevamo minato, sicch egli molta gente vi perdette; ma guad il fiume, espugn il castello di Trezzo, rialz Lodi-nuovo, e accampatosi di qua da Melegnano, assedi la nostra citt. Sbigottita da quella insolita ferocia, stremi dalla ripetuta devastazione della campagna, deserti da tutti i vicini, pure i nostri resistettero finch poterono. Ma dentro v'erano i moderati, che chiamavano pazzia questo ostinarsi senza speranza; v'erano i deboli, che non sapeano sopportare i disagi; v'erano i turbolenti, che mascherano la paura col far paura, col gridare che si deve resistere ad ogni costo, rendono impossibile la resistenza. La fame intanto s'inaspr a segno, che una libbra di bue pagavasi 36 lire: e, spettacolo orrendo! padri e figli si assalivano colle armi per istrapparsi l'ultimo tozzo. Tradimento poi o caso, si attacc fuoco ai magazzini, e consumarono i pochi resti delle provigioni (1162).
.
Fu dunque forza rassegnarci a domandar misericordia. Otto consoli e tremila militi, rappresentanti della citt, a piedi scalzi, con croci in mano e corde al collo, attorniando il sacro carroccio, sguarnito dell'antico orgoglio di bandiere, di trombe, di campana, vennero al campo di Federico, mettendo ai piedi suoi gli stendardi, le armi, le chiavi della citt, e gridando misericordia. Ed esso li tratt colla superbia d'un vincitore; e ricusando ogni patto, trattenne quattrocento ostaggi, mand ad esigere il giuramento di obbedienza assoluta; e dichiarando somma clemenza il risparmiar le vite, ordin che gli abitanti uscissero tutti di Milano22.
.
I cittadini si ricoverarono, sotto la tutela della religione, attorno ai monasteri suburbani di San Vincenzino, San Celso, San Dionisio, San Vittore. Il 25 marzo Federico viene a veder quel cadavere, e quasi col fratricidio volesse inacerbire i rancori e togliere la possibilit di accordi, vuole che mani italiane distruggano la italiana nemica. E le citt nostre vicine, della paura avuta si rifecero coll'incrudelire, e tolsero ciascuna a diroccare un quartiere: i Lodigiani l'orientale; i Cremonesi il romano; Pavesi, Comaschi, Novaresi, gli abitanti del Seprio e della Martesana gli altri. Presto di cinquanta case appena una rimaneva in piedi; le chiese furono risparmiate, ma volendosi demolire la torre del Duomo, questa cadde e dirocc il maggior tempio. N i Tedeschi stavano colle mani alla cintola; e l'arcivescovo di Colonia ci rub alcune reliquie e i corpi dei re Magi, che ora attirano sul Reno tanti devoti, quanti un tempo alla nostra chiesa di Sant'Eustorgio.
.
L'imperatore, soddisfatto della sua vendetta, in Sant'Ambrogio assistette alla messa e alla pacifica funzione degli ulivi: poi a Pavia si ricinse la corona, fra gli applausi di quei troppi che si lasciano abbagliare dalla vittoria, e dei vigliacchi che lodano i re del male che non han commesso.
.
I nostri cittadini furono distribuiti nei vicini borghi di Noceto, Vigentino, Lambrate, Carraria, San Siro alla Vepra, quivi abbandonati alla burbanza e all'avarizia di luogotenenti imperiali. Il primo fu un Pietro Cunin, che ci prodigava il solito pane dei vinti. Veniva il ricolto? egli ne voleva la sua parte. Un creditore voleva esigere? bisognava a lui darne parte; tasse sui proprietarj, tasse sui fittajuoli, tasse sulle eredit, quando il prepotente non se le pigliava per s. E perch non pensassero a trame, li teneva occupati in lavori, e massime in fabbricare fortini, oltre un palazzo per esso e un castello a Landriano e fin una torre trionfale. Mosso forse dai lamenti nostri, l'imperatore gli di lo scambio, ma ne venne un altro coll'avidit d'un vergine appetito.
I nostri non potevano opporre che il fremito o la pazienza, e pregar il Signore: - il Signore che ascolta i gemiti degli oppressi, e li rialza quand'essi non l'abbiano demeritato.
...
.
...
10. 
Lega Lombarda. Milano rinnovata rifiorisce.
.
Una volta il lupo disse alle pecore: - Quel cane  un prepotente che fa di voi ogni strapazzo; pretende obbediate alla sua volont, e coll'abbajare e col ringhiare v'impedisce di fare quel che bramate, d'andare ove volete. Sapete che? consegnatelo a me, ed io gli dar il ben ti sta, e voi rimarrete padroni di voi stessi. Le pecore pensarono: - Il lupo dice bene; noi non vogliamo superiori; consegnarono il cane al lupo, che lo sbran, ed esultarono della vendetta. Ma che? appena esse pi non ebbero difesa, il lupo entr nell'ovile e divor le improvide.
.
Questa favola dovette correre in mente agli Italiani delle citt lombarde quando, distrutta Milano, Federico Barbarossa non ebbe pi ritegno nell'opprimerle; e tolta via quella che faceva ombra a tutte, ma coll'ombra stessa le proteggeva, egli pose in ciascuna un suo podest, che, oltre privare i nazionali del diritto di amministrarsi e giudicarsi, soprusava, smungeva amici e nemici, e operava a baldanza come su gente vinta. I Milanesi, che erravano di citt in citt spettacolo di miseria, divennero presto spettacolo d'indignazione, e ne' patimenti di que' fratelli si lesse la sorte che tutti aspettava e l'avvilimento dell'intera nazione. Ne cominci un cupo susurro, che poi si espresse in lamentanze ed in parziali ammutinamenti, infine si restrinse in congiura.
.
Chi va dalla Brianza a Bergamo, pel ponte di Brivio passata l'Adda, prima di giunger al Brembo incontra Pontida, dove un convento di Benedettini spargeva tutt'intorno i venerabili esempj, i consigli di pace, i conforti del lavoro, le benedizioni della carit. I conventi erano allora quasi un porto dalle tempeste del mondo; anime troppo robuste per sottoporsi ai patimenti comuni, spiriti straziati dalle prepotenze, cuori delusi, intelletti bisognosi di cercare la verit vi si rifuggivano a pregare, a studiare, a lavorare in comune i terreni abbandonati o malsani, a far del bene al povero popolo. Tal era un'istituzione, che in altri tempi fu derisa come infingardaggine e ignoranza da letterati che del popolo non aveano le viscere n l'intelligenza. La santit della religione, i privilegi ecclesiastici, le immunit de' sagrati proteggevano dai feudatarj rapaci e dalle masnade devastatrici i monaci, non meno di coloro che rifuggivano ad essi: l'autorit secolare non potea metter l'unghia sui loro beni, che erano eredit dei poveri; non toccar le loro persone o entrare nei loro chiostri, che perci divennero il ricovero dell'innocenza contro la ribalderia, del diritto contro l'armata ingiustizia.
.
Nel convento di Pontida si radunarono dunque, ai 7 aprile del 1167, i deputati delle citt di Milano, Bergamo, Cremona, Brescia, Mantova, Ferrara, e della Marca veronese, la quale, stanca d'essere l'avamposto dei Tedeschi, era insorta per far causa comune cogli Italiani. Sfogarsi nell'enumerare i torti sofferti e piagnucolarne  lo stile dei fiacchi: i nostri invece divisarono i modi di ripararvi; e poich la discordia gli avea dati in bala dello straniero, stabilirono redimersene colla concordia.
Pertanto quelli che nella prosperit non soleano scontrarsi che coll'ingiuria sul labbro, col pugno sulla spada, nella sventura rinnovellarono la fratellanza e, posti gi gli odj e gli sdegni, sul santo vangelo giurarono la Lega Lombarda.
.
Ci difenderemo gli uni gli altri da ogni danno e ingiuria; ci compenseremo a vicenda dei danni che patissimo a difesa della libert; non soffriremo che esercito tedesco scenda in Lombardia; recupereremo i diritti che possedevamo al tempo di Enrico Terzo.
.
Papa Alessandro Terzo benediva questa concordia di italiane volont; i re d'Inghilterra e di Napoli, alcuni principi di Germania, fin l'imperatore di Costantinopoli mandavano conforti e, che pi importa, denari alla Lega Lombarda; la quale cresciuta, comprese Milano, Cremona, Lodi, Bergamo, Ferrara, Brescia, Mantova, Verona, Vicenza, Padova, Treviso, Venezia, Bologna, Ravenna, Bobbio, Rimini, Modena, Reggio, Parma, Piacenza, Tortona, Vercelli, Novara. Interesse di sicurezza, di libert, di nazionalit gli univa dunque; la civilt rinascente alleavasi contro la barbarie conquistatrice, il governo municipale contro il feudale, il popolo contro l'aristocrazia; e la religione li consacrava.
Primo passo all'emenda  il riconoscere il proprio fallo: secondo, il ripararlo. E perci le citt convennero di rifabbricar tutte insieme quel Milano, che tutte insieme aveano distrutto; e appoggiata una mano sulla spada, stesa l'altra ai fratelli, conobbero la potenza dell'unione.
.
Ma pei tribolati Milanesi, dispersi attorno alla distrutta patria, furono giorni di terrore. Quell'alito precursore dell'ira di Dio, che mette l'irrequietudine in cuore de' tiranni sebbene cinti d'eserciti, percoteva gl'Imperiali, che raddoppiarono le fatiche ai nostri, smunsero denari, presero ostaggi, minacciarono di peggio: laonde i nostri stavano impauriti, vegliavano le notti e ad or ad ora esclamavano: - Poveri noi! Ecco i Pavesi, ecco i Lodigiani che vengono a sterminarci. Qual dovette essere dunque la loro consolazione allorch, il 26 d'aprile, videro comparire il vessillo della santa croce, portato da fr Jacopo, e dietro a quello non un liberatore straniero, ma i collegati Lombardi che venivano a francheggiarci! Con ardore si posero a riedificar la patria; le donne offersero i loro vezzi per rialzare la metropolitana; gli uomini sprofondarono tutt'attorno della citt una fossa, il cui cavaticcio, gettato in dentro, form un rialzo, che doveva bastare contro gli eserciti perch munito da liberi petti. Ed oggi ancora denominiamo fosso e terraggio i luoghi di quelle improvisate fortificazioni. Le arti belle, che allora appena si ridestavano, fecero le prime prove coll'eseguire un bassorilievo, che fu collocato sulla porta, ora ponte di porta Romana, dove si vedono ancora una caricatura di Federico, e fr Jacopo che precede i collegati i quali vengono a riedificar Milano, e i Milanesi che vi ritornano colle loro masserizie: li corredano versi non meno rozzi e non meno patriotici della scultura23; e il nome dell'artista e quel dei consoli sotto cui l'opera fu compita.
.
Miserabile chi, acquistata la libert, pensa a menarne trionfo, anzich ad assicurarsela! Federico, venuto gi per la Valcamonica, us linguaggio pi temperato, ma non seppe acconciarvi i fatti; si sfog contro Roma, dove proclam un antipapa, ma per la mal'aria avendovi perduto mezzo l'esercito e otto vescovi e altri grandi, fu costretto ritirarsi. Da Pavia diede proclami minacciosi contro le citt federate, ma non os attaccarle, per tema che negli italiani i quali seco militavano non prevalesse l'amor di patria alla lealt feudale; infine con un sol pugno d'uomini ritorna in Germania per la Savoja: ma giunto a Susa, que' cittadini l'obbligano a rilasciare i prigionieri e ostaggi lombardi che trascinava seco; ed egli, temendo un tradimento, fugge travestito da fantaccino. I nostri presero Lodi, i castelli di Biandrate, di Trezzo ed altri, ove gl'Imperiali si erano accovacciati, e ne sciolsero gli ostaggi.
.
Ma l'instancabile Federico, dopo sei anni (1174), in persona tornava di Germania con nuovo esercito e, dichiarati fuor della legge i Lombardi, cominci a scorrazzare la campagna. I nostri osarono alzar la croce municipale contro l'aquile imperiali, e per interrompere le comunicazioni fra la citt di Pavia ed il marchese di Monferrato, rimasti fedeli al Tedesco, si condussero ove la Brmida confluisce col Tnaro, e fabbricarono una citt che dal papa protettore denominarono Alessandria, e dai tetti improvvisati, della paglia. Una siepe, un terrapieno e libere braccia furono lo schermo che questa oppose all'imperatore (1175), il quale, invano assediatala lungamente, dovette allargarla; fingendo maneggiare la pace intanto che nuove armi chiamava d'oltremonte per la via de' Grigioni, in testa alle quali veniva l'imperatrice. Ma quando da Como e da Pavia, sue fedeli, egli mosse le truppe per congiungersi con queste, i Milanesi si posero di mezzo, col carroccio custodito da una compagnia de' gagliardi e con un'altra compagnia della morte, giurata a vincere o morire. E affrontatolo il 29 maggio 1176 nella pianura di Legnano, viva sant'Ambrogio, viva Milano, viva la croce rossa, sbaragliarono i nemici, presero la cassa militare, il vessillo, la lancia dell'imperatore, alquanti principi e parenti di lui; egli stesso non camp che tenendosi appiattato fra i cadaveri, sinch la notte gli offr modo di sottrarsi e di ritornar alla moglie che da pi giorni lo piangea morto.
.
I nostri non si lasciarono ubbriacare dalla vittoria, anzi ne riferirono ogni merito a Dio, e dissero che tre colombe, staccatesi dall'arca dei santi Sisinio, Martirio ed Alessandro, di cui correva la festa, si erano appollajate sull'antenna del carroccio, standovi tutto il tempo della battaglia; ed in riconoscenza fabbricarono la chiesa di San Simpliciano, dove quei martiri riposano.
.
Anzich ingorgoglirsi a voler pi di quello a cui da prima avessero aspirato, della prospera fortuna si valsero per condurre una pace, che ai diritti loro ponesse la sanzione. Gi l'imperatore, colla mediazione di papa Alessandro, aveva in Venezia combinato un armistizio sejenne colle citt lombarde; e poich l'aver consumato ventidue anni e sette eserciti nell'osteggiarle gli mostrava impossibile il tornarle in servit, prefer aversele amiche. Raccoltosi in Costanza un congresso, dove i nostri cittadini stettero da pari a pari coi principi e coll'imperatore, ai 25 giugno 1183 si fece una pace, la quale assicurava ai Lombardi le libert acquistate. Davasi alle citt il diritto di fortificarsi e avere esercito, mantenere e rinnovare la confederazione, osservare le patrie consuetudini, esigere i telonj: l'imperatore confermava le concessioni fatte prima e durante la guerra; manterr in Lombardia vicarj che daranno l'investitura ai consoli e giudicheranno le cause eccedenti il valore di 25 lire (L. 1500) secondo gli statuti della citt; venendo lui in Lombardia, otterr i foraggi, ma non vi si induger a lungo.
.
 un anacronismo il voler fare di quella una guerra d'indipendenza nazionale; mentre segno di libert consideravasi il dipendere solo dall'imperatore. Pi determinato e pi alto era lo scopo dei nostri, cio di mantener al Comune la vita e i diritti che erano stati manomessi dal Barbarossa nella dieta di Roncaglia; sostituire la sovrana idea della libert cristiana alla servit legale de' giuristi imperiali. Non voleano dunque i Lombardi abbattere l'imperatore, n ricusavano prestargli riverenza come a signor sovrano; ma il fargli omaggio non doveva importare servit: come avviene degl'Inglesi odierni, che sono i pi liberi d'Europa, eppure i pi ossequiosi verso i loro regnanti. Poi  sempre opportuno il consolidare alcuna, per quanto piccola, parte di libert, perch offre un appoggio a conseguirne di maggiori. E in fatti ben presto a denaro i Milanesi ricomprarono qualunque regala restasse all'imperatore anche ne' contadi; poi la piena giurisdizione su tutto il distretto, sicch egli pi non ebbe ingerenza nella nomina de' magistrati.
Quando in Federico non vedemmo pi un padrone ma un amico, ci trattammo colle migliori cortesie:qualora venne a trovarci, lo accogliemmo a grande onore; festeggiammo le nozze che volle qui celebrare di suo figlio colla erede del regno di Sicilia; noi demmo a lui denari perch n'avea bisogno, ed egli cedeva a noi terre imperiali del contado: noi promettevamo a lui di conservargli i dominj suoi in Italia, ed egli a noi di non far lega con altre citt senza nostra saputa: e molti de' nostri l'avranno accompagnato quando and crociato in Palestina, ove mor.
.
L'arcivescovo nostro Galdino, testimonio di que' fatti, avea sostenuto e moderato l'impeto patriotico, ma, pi che a gridare fratellanza e nazionalit, pens a giovare al popolo sistemando meglio gli ospedali e le case pei trovatelli.
Una rivoluzione e una guerra sono sempre mali gravissimi, eppure sogliono risvegliare gli spiriti, da quel torpore, a cui riduce una calma servile. I nostri, usciti con tanto onore da s gravi frangenti, e, dopo s enormi sagrifizj, trovandosi liberi di s, vollero abbellire la libera patria. Sbrattate le macerie della sofferta distruzione, rifabbricarono le case, di legno e paglia le plebee, ma di pietre e mattoni le nobili, alcune con torri elevate, altre con coperti ossia loggie dove star a discorrere ed asolare. La mura cittadina, che poi fu regolarmente costruita da Azzone Visconte, faceva il giro dell'odierno fosso; e quei che sono ponti, allora erano porte e posterle. In giro v'avea molte torri, molte anche nell'interno; quella dell'imperatore al ponte delle Pioppette fu demolita or fa 60 anni; restano quelle della posterla di Sant'Ambrogio e di porta Ticinese; una divenuta campanile di San Sepolcro; una presso San Sebastiano; di un'altra antichissima sono gli avanzi nel Monastero Maggiore. La citt divideasi in sei sestieri o porte, aventi ciascuna un capitano e uno stemma proprio: cio la Renza il leon nero in campo bianco, la Nuova il bianco e nero quadripartito, la Romana il drappo vermiglio, la Vercellina il balzano, rosso sopra, bianco sotto, la Ticinese uno scanno rosso in bianco, la Comasina lo scacco bianco e rosso. Per le assemblee cittadine e per gli uffizj del Comune con animosa lautezza si eresse nel centro della citt il Broletto (1228), oggi piazza de' Mercanti24, vasto edifizio quadrato con cinque porte, alle quali capitavano le vie acciottolate dal Duomo, dalle porte Comasina, Vercellina, Nuova e degli Orefici: nel centro vi sorgeva il palazzo della Ragione, vastissima sala, sopra un portico di triplice corso d'archi, nel quale potessero piazzeggiare il popolo e i signori, a cui comodo si collocarono bastoni e gruccie ove deporre i falchi e gli astori da caccia. Quei di Varese regalarono il legname per quest'insigne edifizio.
.
Le vie degli Armoraj, Spadari, Speronari, Pennacchiari, Borsinari, Mercanti d'oro... indicano le antiche industrie, e l'uso di raccoglierle ognuna in un luogo, acciocch potesse esser sopravveduta dai sindaci di ciascuna maestranza. Singolarmente fiorivano qui le fabbriche di armi; e gli stocchi, gli elmi, le corazze coll'impronta della lupa erano cercati per tutto il mondo.
.
Alquanti Milanesi e Comaschi, i quali aveano, verso il 1033, seguitato le parti di Arduino d'Ivrea, proclamatosi re d'Italia contro di Enrico I imperatore germanico, al prevalere di questo vennero relegati in Germania. Alla scuola della sventura impararono il disinganno del mondo; e datisi a Colui che non rifiuta chi gli si volge di cuore, si umiliarono dinanzi all'imperatore e ne ottennero il perdono e la concessione di ritornar alle dolcezze della casa e della favella nata. Reduci, o per voto, o per una di quelle dimostrazioni che pajono merito a chi sofferse per ragione politica, indossarono un rozzo sajo cinerognolo; e, pur rimanendo in grembo alle famiglie, seguivano un vivere solingo, disagiato, pieno di pratiche austeramente devote. Molti gli imitarono; comprata in Milano una casa, vi si congregavano la festa a salmeggiare e ad opere di piet; alcune mogli si ridussero pure al ritiro in devozioni e in lavoro.
.
Capit di quel tempo a Milano uno de' santi pi famosi e pi operativi, Bernardo abate di Chiaravalle, predicando la pace fra' Cristiani acciocch potessero far la guerra tutti insieme contro il comune nemico della fede e della civilt. Come i Milanesi lo voleano arcivescovo, cos que' pii, che designavansi col nome di Umiliati, lo pregarono a dettar loro una regola. A norma di questa, si segregarono dalle mogli, e con ci l'Ordine ascese al secondo grado e fabbricaronsi una casa alla breda o possessione del Guercio, che or diciamo Brera.
Giovanni da Meda fu il primo Umiliato che fosse unto sacerdote, e al Rondineto fuor di Como fond una casa dove oggi prospera il collegio Gallio. Esso perfezion l'Ordine elevandolo al terzo grado, e acconciandovi una regola pi maturata. Ben tosto si moltiplicarono gli Umiliati; il che mostra ch'erano consoni ai tempi, siccome dappoi i Francescani, i Domenicani, i Gesuiti, ed oggi le Suore della Carit25.
.
Compiute alcune pratiche di spirito, attendevano il resto del giorno al lavoro della lana e alla mercatura, per la quale guadagnarono incalcolabili ricchezze, e da Brera estesero altri conventi in tutta Lombardia. Daniele, rec da Palermo a Milano nel 1184 l'arte della seta, la quale ben presto vi aliment 40 mila operaj, come 60 mila il lanificio. Il ricavo del lavoro doveva erogarsi nelle spese della casa, in edifizj, in comprare possessioni e in far carit.  opinione che gli Umiliati abbian inventato i tessuti d'oro e d'argento di cui far i paramenti da chiesa, e forse introdotto o sistemato le fraternite d'arti e mestieri.
A Milano, dopo men di un secolo, ebbero 139 conventi di frati, 70 di monache: in un conto troviamo che dal 1298 al 1344 erano mancate 166 case, unitesi ad altre, e se n'erano aggiunte 28.
Ricchezza pi stabile  l'agricoltura, e i nostri si accinsero ad acquistarla, vincendo l'ingrata natura. Sappiamo che nel 1125 la repubblica milanese comprava di fuori granaglie per 6000 lire di terzoli l'anno26; il che vuol dire che non bastavano quelle del paese.
.
I monaci cistercensi solevano collocarsi nei luoghi malsani e deserti, e cogli occhi levati al cielo, colle mani faticando alla terra, li popolavano ed imbonivano. Da noi si posero a Chiaravalle, a Morimondo, a Cerreto, luoghi palustri, che ben presto furono tramutati cos, che, dove prima isterilivano la crice, il ramno, il nasturzio, verdeggiarono erbe perenni, su cui l'acqua, raccolta dal Nirone, dal Sveso, dalla Vetabbia, diffondeasi con artifizio nuovo e con regolata distribuzione di oncie e di ore27, in guisa da giovare il maggior numero, e da raccorre fin sei fieni l'anno, oltre la pastura delle mandre. Presto si cominci a fabbricare qui i formaggi, che vanno famosi per tutto il mondo col nome di cacio parmigiano. La sola badia di Chiaravalle, fuor tre miglia di porta Romana, visitata ancora pel pittoresco campanile e pei sepolcri dei Torriani, possedette 6000 pertiche di terra; - ruberia di frati, diranno alcuni; acquisto, diciam noi, che i frati fecero sopra grillaje ed acquitrini28.
.
Presto s'introdussero pure migliori razze di cavalli, e cani alani e danesi di molta forza e grossezza; con innesti forestieri, e colla vernaccia si migliorarono i nostri vini. Cessata la rivalit coi Lodigiani, i Milanesi presero accordo con questi pel comune prosperamento, e dall'Adda presso Cassano derivarono il canale della Muzza, che  il pi copioso di tutto il mondo; e merc di esso la Geradadda, che col suo nome indica d'essere stata nullameglio che un greto di fiume, e il Lodigiano, esso pure sassoso e infruttifero in gran parte, vennero mutati in ubertosi campi e prati, popolati di cascine, e dove s'introdusse pur allora la coltivazione del riso, venutoci dalla Cina, e pi tardi quella del granoturco, venuto d'America.
.
Nel cavo Vetabbia si raccolsero gli scoli del Lambro per fecondare le circostanti campagne. Pi magnanima impresa fu il canale per cui le acque del lago Maggiore e del Ticino venissero fin qu, serpeggiando per 30 miglia nelle campagne, dove ajuterebbero l'industria e l'agricoltura. Appena si crederebbe che soli 15 anni dopo che la citt era stata distrutta e 10 dopo rifabbricata, si mettesse mano ad opera che oggi pure darebbe a pensare, e che, eseguita da qualche camparo ingegnoso che non s'intendeva d'idraulica e sapeva poco pi che livellare, poi ampliata per cura dei frati di Morimondo, porta copiosa irrigazione su 600 mila pertiche di terreno, e navi cariche, le quali poi pel canale di Pavia possono scendere al Po ed al mare, o pel canale della Martesana risalire al lago di Como. Tanto pingue ne parve il vantaggio, che nei secoli seguenti si scavarono i canali Gattinara, Rizzo-Birago, Langosco, Lorini, Taverna, le roggie Busca, Sartirana, Sforzesca ed altre, amministrate da famiglie o consorzj, che davano esempio di privato governo applicato all'agricoltura.
.
Tanto osava la libert! Poi verso il 1200 si fabbric Sant'Eustorgio, e nel 97 quel bellissimo campanile; e chi dentro vi vede i buoni monumenti dei Brivio e de' Visconti avr un'idea dell'arti nostre. In quel torno pe' Carmelitani costruivasi San Giovanni in Conca, con una facciata rispettata dal vandalismo del nostro tempo: nel 1250 San Marco, qual appena si riconosce all'esterno, e dov' del 1264 un curiosissimo monumento di Lanfranco Settala. Nel 1253 San Francesco, che fu la chiesa pi grande dopo il Duomo, ornatissima di monumenti patrj, e che un bel giorno fu buttata a terra per null'altro che servirsi di quello spazio onde fabbricarvi una caserma. In Sant'Ambrogio  il monumento di Guglielmo Cotta, abbate di quel monastero, morto il 12 ottobre 1267, ove, tra sculture e notevoli pitture, il defunto  figurato a grafito, con linee incise riempite di materia nera, al modo che, 180 anni dopo, dicono aver inventato il Buoninsegni pel famoso pavimento del duomo di Siena.
...
.
...
11. 
Governo repubblicano. Dialetto.
.
Avete abbastanza compreso che i Milanesi non vollero fare una rivoluzione radicale, ma le libert poco a poco acquistate consolidare mediante il consenso dell'imperatore, e al diritto delle istituzioni politiche sostituir l'ordinamento de' rapporti individuali, dove l'uomo fosse stimato per s stesso, non per la terra che possedeva. La campagna milanese dividevasi in nove contadi: di Milano; del Seprio (con Varese e Valcuvia); della Burgaria (con Corbetta, Trecate Settimo); di Stazzona (con Angera, Bregno, Invrio, Locarno); d'Ossola; della Martesana ossia Brianza; di Lecco; di Bazana (con Pontirolo, Gorgonzola, Corneliano); di Treviglio. La sovranit risedeva nel consiglio generale, cui intervenivano tutti quelli che aveano pane e vino del proprio, laonde riusciva tumultuoso, e complicate combinazioni mal potevano riparare al disordine che era cagionato dall'ignorar il sistema di rappresentanza e dall'abuso del suffragio universale e diretto. Da poi si ridusse a 2000, a 1500, a 800 cittadini, eletti in pari numero da ciascuna porta. Il consiglio di credenza componevasi di 12 membri che trattassero gli affari pi gelosi e ne procurassero l'esecuzione.
.
Console era il nome generico di chi doveva provvedere (consulere), per esempio, alla mercatura, ai giudizj, alle strade. Ma i consoli del Comune erano la prima autorit esecutiva; sceglievansi a' voti e duravano per lo pi un anno, dopo il quale dovevano render conto dell'operato. Poi sembrando che essi, avendo aderenze e partiti come cittadini, non abbastanza garantissero dagli arbitrj, si elesse un podest, sempre d'altro paese29, che durava un anno o poco pi, e talvolta meno: entrando in carica giurava applicar la legge senza parzialit; uscendone subiva il sindacato. Giudice supremo de' processi e capo degli eserciti come gli antichi conti, univa alla legge la forza per farla eseguire; giacch sovente allora la giustizia era costretta prendere l'aspetto di violenza. Aveasi a punire o reprimere qualche gran delinquente, o una famiglia poderosa, o una masnada, o una terra? Il podest esponeva lo stendardo e, al giorno determinato, con questo guidava i militi a combattere quella casa, quel paese e distruggerli; poi lasciavasi quella campagna deserta come roba di rubello: scrivevasi perfino negli statuti, come si fece con Castel Seprio, che mai pi non fosse riedificato qualche villaggio, e punito chi lo proponesse. Il fondamento della libert consisteva nell'elezione. Purch avessero il diritto di eleggere i proprj magistrati e la facolt di poter esser eletti, non s'affannavano di metter limiti alla loro autorit.
Ogni uomo dai 18 ai 70 anni era soldato, e ciascuna delle sei porte faceva una compagnia sotto un capitano e con un gonfalone che portava il proprio stemma.
L'arcivescovo, cedendo i diritti di conte, erasi riservato quello di batter moneta e di riscuotere un pedaggio alle porte e un dazio su tutte le strade. Anche le sentenze si proferivano in nome di lui; ma tutto cadde poi d'uso, e la citt stessa coniava le monete, coll'effigie del santo patrono30.
.
Principale rendita della repubblica erano le gabelle che pagavano le merci entrando in citt o nel territorio, talvolta colpite fino del 5 per cento del valore. In gravi bisogni si cercavano prestiti, dando in pegno gli argenti delle chiese o il tesoro di Monza. In maggiore stretta s'introdusse una moneta di carta redimibile, che fu data in garanzia ai creditori del Comune. Vedendo che perdeva di valore, i consoli stabilirono sarebbe ricevuta in isconto delle imposte e delle multe; tra privati non avea corso forzato, ma non poteva oppignorarsi la casa e i beni al debitore il quale avesse tanto da soddisfare in essi biglietti. Per ammortizzarli poi si ordin nel 1211 il catasto, nel quale si registrarono tutti i beni, anche ecclesiastici, e secondo quello imponevasi un carico. Cos il debito restava spento nel 1248; ma il podest Beno de' Gozzadini volle prolungare quell'imposta onde trarre a termine il Naviglio grande; e i censisti, pi rattristati dall'esazione che lieti del buon uso che ne faceva, aizzarono contro di lui la plebaglia, che, strascinatolo per la citt, lo butt in quel canale a cui era stato cos utile.
.
La sottigliezza fiscale sapeva gi colpire in mille forme la ricchezza privata; pure le spese non erano molte. Le magistrature sostenevansi gratuitamente da cittadini, solo pagandosi i subalterni, e il podest e i legisti che venissero di fuori. Quanto all'esercito, ciascun signore era obbligato menar i suoi uomini e mantenerli; la milizia reclutavasi fra i cittadini, che, appena finita la campagna, tornavano a casa; laonde non era aperta quella principal voragine delle odierne sostanze. Per darvi un esempio, Limonta, grossa terra del lago di Como, ora censita scudi 4521 e che perci paga al solo erario in tempi pacifici lire 800, allora retribuiva lire 3 , che sarebbero quasi 200 d'oggi, 12 staja di grano, 30 libbre di cacio, 30 paja di polli, 300 uova, 100 libbre di ferro. E se questi governi alla domestica portassero a grettezza, ve lo dicano le grandi opere pubbliche allora effettuate.
I giudizj rendeansi da giudici, i quali erano distinti per quartieri sotto le insegne del gallo, del leone, del cavallo; e giuravano non conceder al convenuto pi di otto giorni a rispondere: ultimare la causa fra quattro mesi dopo contestata, e mettere in iscritto la sentenza in quelle che eccedessero i 40 soldi di terzuoli. Alla porta del tribunale fu posta un'iscrizone, che ancora potete leggere nel portico a ponente di piazza de' Mercanti31, e che dissuade dal litigare, perch (dice) dalle liti nascono nimicizie, si perdono le spese, si logora l'anima e il corpo, ne seguono delitti e sconvenienze; si pospone il buono; chi crede trionfare spesso soccombe, o, se trionfa, si trova in mano un pugno di mosche. Di l poco discosto era un sasso su cui, a sedere nudo, collocavansi i debitori falliti, lo che dicevasi acculacciare la pietra.
.
Le consuetudini patrie furono raccolte, a consiglio del podest Brunasio Porca, nel 1216 per norma de' giudizj civili e criminali, e sono tra le pi antiche d'Italia; le quali poi ampliate e corrette a seconda dei tempi, ottennero molto credito col nome di Statuti di Milano. La consuetudine vi era ridotta a forma di precetto irrefragabile, aggiungendovi i successivi decreti dei podest riguardo alle cose pubbliche. Servivano come legge generale qualora non parlasse il diritto romano; ma obbligavano solo gli uomini del Comune, non i feudatarj, non i preti, non le persone o i corpi dipendenti dall'impero.
Il fare statuti consideravasi come testimonianza di indipendenza; onde ciascun paese ne volle avere, e fin signorotti e monasteri; e si conoscono quelli non solo di Monza, Lecco, Treviglio, Varese, ma fino di San Colombano, Cremella, Inzago, Merate ed altri. Le citt soggiogate doveano accettare gli statuti della dominante, quando non si fosse stipulata la conservazione delle leggi locali, o quando queste tacessero.
.
Nei nostri antichi statuti si trovano molte vestigia del diritto romano e non poche del longobardico. Durava la distinzione delle persone viventi a legge romana e longobardica; e, per esempio, le prime erano maggiorenni a 25 anni, le altre a 18; e fra queste avevano parte uguale nell'eredit tutti i figliuoli. Di attente precauzioni circondavansi i contratti, e v' qualche vendita (come quella de' cavalli) che fin ad oggi si regola secondo essi statuti. Favorivasi l'agnazione, escludendo le femmine dalla successione ab intestato; al qual uopo di conservar i beni nelle famiglie, davasi al figlio l'arbitrio di riscattare entro un anno a prezzo pari la propriet venduta dal padre.
.
Molto si pone mente alle societ costituitesi per mercatanzia o per agricoltura. I padri non poteano vantaggiare un figlio a scapito dell'altro. Ai forestieri proibivasi non solo il possesso, ma fin l'usufrutto delle terre milanesi. L'interesse del denaro non doveva eccedere il 10 per cento; il che, unito alle ricorrenti leggi contro l'usura, pu essere indizio della prosperit del nostro commercio, come le improvide leggi suntuarie attestano il lusso.
La misura legale era il piede liprando di 9 oncie del longobardo re Liutprando. Facolt a chiunque d'estrarre acqua dai condotti pubblici o privati per l' irrigazione, purch non pregiudichi altri: il qual diritto di libero acquedotto vantaggi di tanto la nostra agricoltura. Vietati i giuochi di sorte, il vagare per citt sonando e cantando dopo il terzo rintocco della squilla della sera.
.
Che i delitti si ricomprassero a denaro non appare; giacch i 60 soldi che sono imposti per l'adulterio, l'omicidio, lo spergiuro, erano forse una sopraggiunta alle pene afflittive, o un compenso agli offesi. Ne' criminali si decideva spesso per via di duello, massime tra nobili; e poich un pregiudizio s radicato non poteasi urtar di fronte, i nostri surrogarono alle spade i bastoni; i combattenti poteano munirsi di elmi e scudi; e chi non fosse valente, potea mandare in sua vece un campione. I giudizj di Dio faceansi coll'acqua fredda, vietati quelli del ferro rovente. Le pene sono spesso crudeli, ma doveva mitigarne il rigore l'esser applicate per sentenza d'una specie di giurati. E in generale si proporzionavano col danno ovvero coll'accidente pi che coll'intenzione; si esacerbavano in colpe di coscienza, come la violazione della domenica o dei venerd e la bestemmia.
Dove lo statuto tacesse, ricorrevasi alle leggi romane32. Manca ancora un serio studio sulla costituzione della nostra repubblica, degno di questa citt, che alcuno chiam la fenice dell'autonomia comunale italiana.
.
Verso la fine di quel secolo un Buonvicino da Riva, terziario di san Francesco, che abitava a Legnano, scrisse una specie di galateo nella lingua ancor rozza d'allora ed una statistica della nostra citt, che, come le statistiche d'oggi, serve solo per un press'a poco. Dice adunque che la mura girava 20,051 cubiti, con fosso profondo pi di 30 piedi, e 16 porte di pietra o di muro. Dentro, in 13 mila case abitavano 200 mila cittadini, di cui 40 mila atti alle armi; v'erano 60 coperti o piazze dove stare i nobili a confabulare: i quali nobili aveano 100 astori da caccia, pi del doppio falconi, innumerevoli avoltoj, 6449 cani che in un giorno logoravano pi pane che tutta la citt di Lodi. A tacere i notaj, i preti, i frati, gli avvocati, i medici, sempre abbondanti, contavansi 80 maestri di scuola, 30 copiatori di libri, che faceano vece degli odierni stampatori, 100 armajuoli, 80 maniscalchi, 30 fabbricatori d'istromenti e 11 ospedali. Tra Milano e il contado armavansi 8000 cavalieri e fin 240 mila pedoni, che basterebbero, dic'egli, ad abbattere i Turchi se i cittadini fossero d'accordo.
Il lavoro diveniva fondamento dell'ordine sociale: l'industria si organizzava in corporazioni che aveano quartieri e mercati e giudici proprj. Il contadino avea cresciuto le sue produzioni, ma dovea venderle solo ai cittadini, sicch erano questi che fissavano i prezzi, e davano in cambio le proprie industrie: donde il gran fiore delle citt, che poterono contendere e col clero e coi nobili.
.
Neppure i buoni studj furono dimenticati. Nel 1228 si istitu il collegio de' medici; le scuole, che prima l'arcivescovo stipendiava, allora furono moltiplicate dal Comune e da pii privati; e ben presto ebbero grido il medico Giovanni, capo della rinomata scuola salernitana; Uberto Crivelli, che divenne papa: Oberto dell'Orto, celebre legista, che con Gerardo Negro raccolse le consuetudini feudali, testo anche fuori d'Italia fin a questi ultimi tempi33.
.
In una lapide affissa allato al ponte di porta Romana verso il naviglio sono citati quei ch'erano consoli allorch fu fabbricata, tra i quali Passaguado de Sedara, Malfiliocco de Cremenulfi, Arnaldo de Mariola, e l'architetto Girardo de Castagnanega, e il sopraintendente prevede Marcellino. Consoli furono nel 1141 un Grataculum, nel 1155 il Guerzo; per guardia del carroccio fu istituita la compagnia de' Gajardi, e n'era capo un tal Mettefogo. In altri ricordi d'allora troviamo nomi e sopranomi, alcuni dei quali non si possono ripetere senza chieder buona licenza: Pandesegale, Pnera, Prestinaro, Bragacurta, Bragadelana, Brusamonega, Pandemiglio, Desedato, Bosardo, Benteveniat, Cagapisto, Cagainos, Matosavio, Cavazocco.
.
Questi nomi e le loro desinenze ci autorizzano a credere che gi si usasse il dialetto nostro; e i dialetti rimangono tuttod come un testimonio vivente delle divisioni dei popoletti d'allora. Il nostro, che potrebbe dirsi la lingua del minga, parlasi sopra estesissimo tratto, con modificazioni locali. Alto pu chiamarsi quel che da Milano si eleva verso le Alpi, mescolandosi sempre pi col francese o col tedesco; basso quel che da un lato per Bergamo e Brescia si perde nel veneziano, e dall'altro nel parmigiano e romagnuolo. Subalterni al milanese proprio sarebbero i dialetti del Canton Ticino, della Valtellina, dei laghi di Como, di Varese e Maggiore, Lodi, di Pavia34.
.
Dell'antica origine gallica fa esso fede nella pronunzia dell'u, dell'u (fug; se peu); degli an, on, en nasali (pan, porton, ben); nello scempiare spesso le consonanti e mutare la z in s; oltre un grandissimo numero di voci, non adottate dalla lingua italiana e viventi nella francese35, ben distinte dalle poche introdottevi dalla recente dominazione e dalla moda36. Chi ode il dialetto di Marsiglia, pu scambiarlo pel milanese, mentre a fatica  intelligibile ai Francesi; e la somiglianza  tanto pi notevole, in quanto che gi si riscontra nelle poesie de' Trovadori, poeti provenzali del 12esimo secolo, e non solo quanto a parole, ma anche a forme grammaticali.
Nel Varon Milanes, opera di un Capis, ampliata da un Milani, si cercano radici greche a molti vocaboli lombardi, con quelle solite stiracchiature, per le quali le etimologie son divenute un giochetto sul genere delle sciarade: ma certamente alcuni ve n'ha di derivazione latina37 e di greca38, non conservatisi nell'italiano; pochi n'ha di tedesca39, molti invece di spagnuola40, senza contare la fratellanza delle due lingue.
.
Il nostro dialetto nel plurale non discerne l'articolo maschile dal femminile (i fiu e i tosann); l'articolo indeterminato distingue dal numerale (on omm, dammen vun); i numerali due e tre finisce diversamente pel femminile (du sold, do lir, tri fuj, tre pagin): alcuni plurali ha anomali dal singolare (om e omen, tosa e tosann, la casa e i ca, bu e bo); usa un suono della s ignoto al toscano (s'ciopp); nel verbo ha dismesso da poch'in qu i passati semplici (mi and); e dove cominci da vocale, vi antepone una gutturale che eviti l'jato, oltre un pronome reciproco sovrabbondante (ti te ghee, lu el ghe andar); alla tedesca pospone la negativa al verbo Mi podi no, mi vuj no, mi credi no, come in tedesco ich kann nicht, ich will nicht, ich glaube nicht: esclude affatto quelle inversioni che fanno arditamente bello l'italiano.
.
Inoltre... Ma io dimenticavo di parlare a Milanesi, che a tutto pasto usano questa lingua, onde potranno da s istituirne tutti i confronti, scoprirne le regole, esaminare gli accidenti, che devono ben essere di molto rilievo se vediamo gran pensatori occuparsi dell'analisi delle lingue, e solo i petulanti beffar di pedantesche queste ricerche.
Il dialetto nostro non viene usato in iscritture serie, ma fin dal 13esimo secolo ne abbiamo qualche vestigio: dir piuttosto vestigia d'un rozzo italiano mescolato di milanese. La storia del vecchio Testamento, fatta in versi da Pietro de Bescap nel 1274, incomincia:
Como Deo ha facto lo mondo
	E como de terra fo lo homo formo,
Cum el descend de ciel in terra
	In la vergen regal polzella,
Et cum el sosten passion
	Per nostra grande salvazion,
Et cum ver el d dell'ira
	L o sar la gran ruina,
Al pecator dar grameza,
	Lo justo avr grand'alegreza
Ben  raxon ke l'omo intenda
	De qui traita sta legenda.
Vedete che i primordj della poesia non promettevano gran che alla patria del Maggi, del Parini e del Manzoni.
.
Nel 600 fu molto adoperato il nostro dialetto a poesie e commedie, e pi in appresso; delle migliori si fece una collezione in dodici volumi (1816), ornata dei nomi di un Maggi, di un Bossi, di un Parini, ma senza diligenza e con imperdonabili omissioni. Alla Biblioteca Ambrosiana serbansi dieci grossi volumi di bosinate, composizioni incolte e popolari sugli avvenimenti del giorno, da cantarsi per le vie o vendersi a mano. Ma la potenza di esso dialetto a far piangere e a far ridere fu stupendamente rivelata soltanto ai nostri giorni.
...
.
...
12. 
Contese interne. Patarini. 
Seconda Lega Lombarda.
.
Pensiamo che erano tempi di profonda ignoranza in tutto il resto dell'Europa, e che i nostri uscivano allora dalla servit; laonde trovavansi indosso e le gelosie solite d'una libert nascente, e l'inesperienza dei rimedj. Non che preparare una legislazione protettrice della comune libert, mal sapevano sistemare anche l'interna; e non arrivavano ad assodare un buon sistema pubblico con quel che  primo scopo della politica, un governo libero insieme e regolato. Pertanto non iniziamento all'avvenire, non freno all'ambizione dei grandi e agli eccessi della moltitudine; godeano la libert, ma non sapeano garantirla dall'anarchia, n combinarla colla sicurezza pubblica o colla individuale.
.
Le passioni, pi impetuose perch non temperate dagli studj e dalla urbanit, rendeano frequenti i delitti di violenza: l'avere a pochi passi il confine d'altre repubbliche agevolava il sottrarsi al castigo, e sminuiva il rispetto all'autorit e l'esattezza della disciplina. Quindi il governo era costretto occuparsi quasi unicamente dell'amministrare la giustizia criminale; e poich questa trovava opposizione armata, bisognava ai magistrati affidar un potere esuberante, che facilmente metteva a repentaglio la libert.
La repubblica non avea distrutto i privilegi antichi, e questi cercavano di rivalere. L'arcivescovo, anche perduta la giurisdizione di conte, restava il primo possidente di Lombardia; capo d'una gerarchia autorevolissima e d'un tribunale ecclesiastico, grandissima ingerenza otteneva; e come il maggiore cittadino, esponeva per primo il suo voto nelle assemblee, teneva il primo posto nelle comparse.
.
Il clero godeva d'un fro privilegiato, che sottraevalo alla giurisdizione comune; alle gravezze non contribuiva se non consenziente; e solo in casi di carestia gli statuti permetteano di visitare i granaj de' preti, e levarne quanto eccedesse le loro necessit.
Feudatarj grossi non rimanevano nel nostro territorio: ma i Capitani e i Valvassori, ch'erano stati obbligati a lasciar l'indipendenza ai paesi loro vassalli e venire ad abitare in citt, s'ingegnavano di ricuperare il potere contro la nobilt popolana, non sorta dai feudi cio dai conquistatori, ma dai liberatori della patria o da civili impieghi. Tali sono i pi dei nostri signori, di cui ben pochi traggono il titolo da qualche castello, come i Capitani d'Arsago o di Vimercato, i Conti del Seprio e alquanti marchesi; e questi pure derivavano dai Franchi, pi che dai Longobardi, secondo il diritto dei quali il titolo non passava a tutti i membri della famiglia, ma ai soli maschi primogeniti; laonde i titolati erano assai meno che nel Bergamasco e in altri paesi veneti, e le famiglie finivano presto.
.
Le due nobilt si guardavano con gelosia: e i castellani dicevano:  Noi siamo superiori perch pi antichi, e perch rileviamo solo dall'imperatore. Ma quelli ch'erano divenuti nobili coll'essere assunti al consolato e alle primarie magistrature, rispondevano:  E noi non rileviamo da nessuno, e fummo sovrani per elezione popolare.
Tutti poi si trovavano a fronte i negozianti e l'infima plebe di campagnuoli ed artigiani, che, cresciuti col traffico, col redimersi dai nobili e dai visconti, col trasferirsi in altre citt, pretendeano partecipare al governo. I contrasti non erano soltanto di parole o di preminenze, ma portavano sugli atti pubblici; una classe cercava riversare tutti i pesi dello Stato sopra l'altra; la giustizia ne andava spesso malmenata, e una sentenza non poteva eseguirsi perch una famiglia tutta co' suoi aderenti od un'intera classe vi si opponeva. Quindi rivalit, quindi alleanze particolari e spirito di corpo, cos micidiale allo spirito di patria, e snervamento della repubblica, e minore attitudine a sentire il pregio della libert e infervorarsi a conservarla.
.
Tali contese in fondo sono quelle medesime che agitano i governi rappresentativi d'oggi, ove si discute se a soli proprietarj si deva attribuire la pienezza dei diritti; stantech uno si considerava nobile non tanto pel sangue, quanto poi possessi. I nulla aventi o, come oggi diciamo, i proletarj cercavano forza dall'unione e formarono la Credenza di sant'Ambrogio, per cui i signori li chiamavano Ambrosini o Bosini, nomi rimasti a personeggiare il nostro vulgo, insieme coi pi moderni di Beltrame e di Meneghino. I Capitanei vi opposero la Credenza dei consoli; i Valvassori la Motta; e ciascuna aveva adunanze, consoli, giudici proprj, e formava leggi che, al prevaler dell'una o dell'altra parte, diventavano d'efficacia generale.
Laonde Milano, che aveva dapprincipio ridotto tutte le classi in un solo Comune, ora formava quasi tre repubbliche, con tre consigli; il primo di 400, l'altro di 300, l'ultimo di 100 membri, e l'uno contrariava l'altro, e impedivano ogni solidit di ordinamenti civili, e spesso chiamavano distinti podest.
I plebei si distinguevano col colore bianco, i nobili col rosso; e quando si unirono, i due colori divennero la coccarda della citt. Cos fu stabilito che le cariche fossero elette in egual proporzione dai Capitani, dai Valvassori e dalla Credenza di sant'Ambrogio.
.
Il potere esecutivo, cio i consoli e il consiglio di credenza, chi doveva eleggerli? I nobili lo pretendevano, lo pretendevano e l'arcivescovo e il popolo, donde infiniti diverbj e al fine vere battaglie; le leghe, invece di assodare la concordia, impacciavano le leggi, ed eroismo pareva l'energia dell'odio.
.
Come oggi si manda a scuola a imparare il latino, cos allora i nobili sin da fanciulli imparavano a maneggiar le armi e il cavallo. La plebe invece attendeva alle arti: pure, allorch la martinella sonasse a stormo, pigliava quelle armi con cui aveva cacciato i Tedeschi, piantava barricate, lanciava tegoli addosso ai nobili, che le pi volte erano costretti andarsene dalla citt e vedersi le case abbattute, devastati i poderi: e il plebeo tornava a casa a farsi medicare, o a spartire colla moglie e coi figliuoli le spoglie e la contentezza della vittoria.
Ma quando fosse fuori di citt, la cavalleria dei nobili ripigliava il sopravento; si univa ai nobili d'altri paesi, e vincitrice in rasa campagna assaliva la citt o la bloccava sinch fosse di nuovo ricevuta.
.
Queste risse, che si riproducevano troppo spesso, costavano del sangue assai, sprecavano forze, rovinavano campi e case, produceano riazioni, sgarravano il senso morale. Molte fiate qualche prudente, e per lo pi un frate, s'intrometteva, e sul crocifisso faceva giurare pace, ma questa durava quanto la compunzione e quanto tutte le paci in cui non si tolgono le cause della guerra.
.
Guaj a guaj aggiunsero le eresie, allora divulgatesi col nome di Catari, Poveri di Concorezzo, Credenti di Milano o di Bagnlo, Patarini; titolo che, come tant'altri, pass dal senso di devoto a quello di eretico. Erano gente che, sottigliando la ragione contro il mistero, non capivano come un Dio buono avesse potuto produrre il male; e zoticamente concludevano che questo derivasse da un principio cattivo: dal Dio buono lo spirito, dal cattivo il corpo, il quale dovea trascurarsi affatto, licenziarlo anche a qualunque volutt, ch tale era la sua natura; negavano l'autorit della Chiesa, e per oltraggiarla uccidevano gli ecclesiastici, sospendeano i crocifissi capovolti, e gi molti dei nostri vedeano con indifferenza tali sacrilegi, e insultando ai comandamenti della Chiesa, mangiavano di grasso nei giorni proibiti41. I Patarini aspettavano un'altra pi sublime rivelazione, fatta dallo Spirito Santo incarnato. Una tale Guglielmina, pretesa stirpe dei re di Boemia, proclamava la donna libera, cio l'eguaglianza delle donne agli uomini, e spacciava esser ella lo Spirito Santo incarnato. In una casa presso porta Nuova raccoglieva i suoi seguaci, e vi commettevano ogni nefandit, se si desse ascolto al vulgo, che attribuisce sempre o grandi meriti o grandi colpe a ci ch' segreto. Morta che fu, ebbe venerazione a Chiaravalle, ma poi la Mainfreda e un Andrea Saramita, apostoli di lei, denunziati da prete Mirano apostata, furono processati e, convinti di eresia e di quel che si volle, arsi vivi, e i proseliti loro puniti o dispersi.
.
Questi processi contro eretici cominciavano allora ad estendersi: e, per frenare i Patarini, Federico Il richiam le leggi degli imperatori romani e mand ordini severi contro di essi a tutti i Comuni; in obbedienza dei quali, anche il nostro minacci pene rigorosissime contro gli eretici e i loro fautori. Per processare costoro (non essendo l'autorit secolare competente a decidere in quistioni di fede) fu istituita la Santa Inquisizione, tribunale di frati, e il pi spesso di Domenicani, che, processando coi tristi modi tramandatici dall'antichit, anzich coll'amorevolezza imposta dal Vangelo, infliggevano penitenze ai ricreduti, gli ostinati consegnavano al braccio secolare perch li punisse anche di morte.
.
L'arcivescovo Enrico Settala fu caldo persecutore degli eretici; al podest Oldrado de' Grassi da Trsseno fu posto un monumento che ancora esiste sul palazzo del Broletto, ora archivio notarile, dove  lodato per avere costruito quel portico e bruciati i Patarini com'era suo dovere: Qui solium struxit, Catharos, ut debuit, uxit. Zelantissimo contro di essi oper Pietro da Verona, che stava nei Domenicani a Sant'Eustorgio, dove vediam tuttora il pulpitino da cui predicava e da cui fece miracoli. Ma mentre egli andava per piantare l'Inquisizione anche a Como (1252), un tal Blsamo detto Carino, e un Porro, stipendiati dai Confalonieri di Agliate, lo assalsero presso Barlassina e lo trucidarono, restando a lui appena il tempo d'intingere il dito nel proprio sangue e scrivere per terra Credo. Tosto fu canonizzato col titolo di san Pietro Martire e venerato alle Grazie e a Sant'Eustorgio, in una cappella che fu poi fatta costruire da Pigello fiorentino, su disegno di Michelozzo, con urna di marmo stupendamente lavorata il 1339 da Giovanni di Balduccio da Pisa, uno dei primi rigeneratori della scultura: dove son principalmente ad ammirare le otto figure simboliche appoggiate ai pilastrini.
Tanti motivi interni di scissura rimaneano fra i nostri! Se n'aggiungevano di esterni.
.
L'imperatore avea receduto dalle sue pretensioni sopra le repubbliche; pure nessuno contestava l'alto dominio di lui. Ora veruna convenzione non avea ben determinato le ragioni imperiali, e la consuetudine variava da tempo a tempo, da paese a paese. Un limite vi ponevano i diritti papali, contrastati come vedemmo, poi ravvicinati con reciproche condiscendenze; anzich definiti chiaramente. Pertanto l'Italia era divisa in partito imperiale e papale, che dicevansi ghibellino e guelfo. I Guelfi di solito erano democratici, che aspiravano a lasciar all'imperatore la minor possibile ingerenza e far indipendente la nazione. I Ghibellini sentivano la necessit di un potere robusto che i minori infrenasse, e tale speravano l'imperatore, la cui autorit lontana e superiore torrebbe di mezzo le minute gelosie, scemerebbe s la libert, ma darebbe quella quiete e giustizia che sono il supremo desiderio de' popoli. Cos gli onesti: ma, come a tutte le fazioni, vi si mescolavano ambizioni e superbie e interessi particolari: guelfa era per lo pi la plebe, ghibellini i nobili, massime i castellani; guelfo un paese, ghibellino l'altro, non per sentimento, ma per dispetto, per vendetta, per eredit; e cos dalle nimicizie degli uni cogli altri restava guastato il ben comune.
.
Milano, memore del Barbarossa, asti sempre i Ghibellini, donde le nacquero frequenti guerre colle vicine citt: perocch la Lega Lombarda, conchiusa pel pericolo, col pericolo si era sciolta, e invece di stringersi in una federazione repubblicana che servisse d'esempio al mondo, le citt si disunirono e nimicarono. Milano ebbe per lo pi avverse Pavia e Cremona; amici Piacentini, Cremaschi, Novaresi, Vercellini, e Verona, Bologna, Faenza, Treviso; mutabili Como, Lodi, Bergamo. Bastava il minimo pretesto perch la cordiale intelligenza si mutasse in ostilit, o viceversa; l'amica molte volte arrogavasi autorit di padrona, e cos si perpetuavano le misere nimistanze di fratelli contro fratelli, ogni citt guardando l'altra come una avversaria o una rivale: fin da fanciulli vi s'imparavano quei nomi schernevoli di busecconi o bagiani, di cipolle, di ravanelli, i quali spesso servivano di occasione o di preludio a fatti sanguinosi.
.
Sventura non mai abbastanza deplorata, giacch impediva si formasse uno spirito pubblico generale; e imbaldanzendo d'essere milanesi o bresciani, dimenticavano d'esser tutti italiani. Ne faceano lor pro gli imperatori, i quali cacciavansi di mezzo alle nostre discordie per cavarne vantaggio; qualora volessero molestarci, sapeano d'aver sempre un partito in favor loro, e intanto imponeano tasse o umiliazioni; mentre i feudatarj si permetteano mille soprusi, fidando nell'appoggio, dell'imperatore. Molto avemmo noi a lottare coi successori di Federico Barbarossa. Enrico Sesto regalava di privilegi Cremona, la quale con Pavia, Lodi, Como, Bergamo guast le nostre campagne e interrompeva i nostri commerci, bench nelle giornate campali sant'Ambrogio restasse superiore. Le citt guelfe, messe al bando dell'impero, rinnovarono a Borgo San Donnino la Lega Lombarda (1195), comprendendovi Verona, Mantova, Modena, Faenza, Bologna, Reggio, Padova, Piacenza, Brescia, Crema, Milano e Gravedona, e perseverando nell'impresa guelfa di campare Italia dalla servit straniera. Poi quando Enrico mor, i nostri favorirono Ottone Quarto, a svantaggio di Federico Secondo figlio di lui, il quale per prevalse.
.
Questo Federico fu uomo di gran senno e capacit, gioviale, erudito, magnanimo, ma sconnesso dalle idee del suo tempo, incredulo in religione, disobbediente al papa, avverso ai frati, sprezzante la religione. Desideroso pi di abitare in Italia che di regnare in Germania, cerc profittare delle discordie di Lombardia, e come aveva acquistato il regno di Sicilia, cos avere il Milanese e forse tutta la penisola.
.
I Lombardi nel nuovo pericolo ritesserono la Lega a Mosio sul Mantovano, promettendosi ajuto reciproco, e cos cacciarono in rotta l'imperatore. Questo, amicatosi il papa, fe scomunicare e metter al bando le citt confederate; ma Milano, a cui facevano capo tutti gli scontenti, seppe indurre Enrico figlio di lui a ribellarsi. Federico torn con armi nuove, con Tedeschi tutti coperti di ferro, con Saraceni di Sicilia arcieri e scorridori, mentre noi non potevamo opporgli che milizie tolte jer jeri dalle fucine e dai solchi, bollenti d'ira patriotica, ma ignare della disciplina. Evitammo dunque gli scontri in campagna aperta e ci ritiravamo nelle terre murate, dov'era difficile il domarci quando non conoscevansi ancora le artiglierie. Per a Cortenova l'esercito di Federico sorprese i nostri, e sebbene questi tenessero testa, s'accorsero che mal potrebbero resistere anche il domani. Pertanto la notte sfilarono in silenzio, abbandonando a lui il campo e il carroccio sguarnito, ch'era impossibile condurre per le vie fangose (1237, 27 novembre).
.
Non vi so dire la festa che Federico ne men: il quale, sfogatosi vilmente contro i nostri prigionieri sin a far appiccare il podest Tiepolo, annunzi la sua vittoria a tutto il mondo in lettere gonfie e bugiarde come i bullettini, e quel carroccio sped a Roma, acciocch in Campidoglio, hostis in opprobrium penderet, in urbis honorem, come dice la vanitosa iscrizione che anche oggi attesta la sua gioja per tale trionfo, cio la sua paura.
.
I Milanesi, desiderosi di terminare la guerra, gli offersero oro e argento e 10,000 uomini per liberare Terrasanta, dov'egli prometteva al papa di andare; egli invece pretese si arrendessero a discrezione. I nostri si ricordarono del Barbarossa e deliberarono resistere all'estremo; frati e parroci, ripetendo le bolle che il papa fulminava contro il comune nemico, infervoravano a guerra; l'imperatore, devastati Melegnano, Landriano, Bescap, accamp a Locate (1239), e salito s'una torre, da un disertore milanese facevasi indicare le varie squadre nemiche.  Chi  quella gente bellissima? nobil citt  veramente la tua che tali uomini possiede. E il nostro:  Non sono che i Sepriesi: guardate pi in l, e vedete quei robusti che si struggono di combattere? Son gli uomini di Cant, di Vimercato e della Martesana. E l'imperatore:  Oh quanto  vasta, quanto popolosa la Martesana! Di non minore meraviglia lo colpirono quei della Bazana e della Burgaria, e il carroccio tutto a drappi scarlatti, e lo stendardo di sant'Ambrogio. In fatto i nostri, condotti dall'arcivescovo Rizolio, a Camporgnano lo vinsero, e ne affogarono il campo rompendo le dighe; e la fecero scontar cara a' Cremaschi e Cremonesi, che stavano col nemico.
.
Un'altra volta che Federico, devastato il monastero di Morimondo, venne per passare il naviglio ad Abbiategrasso (1245), i nostri gli si opposero; come a Gorgonzola fronteggiarono Enzo re di Sardegna suo figliuolo. Il quale (1246) vedendo un tal Pnera da Bruzzano far meravigliose prodezze, ebbe la bizzarria di provarsi seco in armi. Mal per lui, giacch, percosso e scavalcato, rest prigioniero e, per liberarsi, dov giurare di non far pi guerra ai Milanesi n esso n suo padre. Finalmente i nostri poterono esultare quando videro Federico sconfitto, poi morto (1250); e Corradino, ultimo rampollo della famiglia del Barbarossa, morire sul patibolo a Napoli. Il patriotismo facea dimentichi della carit.
Al contrario festeggiarono senza misura il papa Innocenzo IV, ch'era stato gran nemico di Federico; quando venne a Milano (1251) inventarono un baldacchino di drappi di seta, portato da ventiquattro gentiluomini. Esso scomunic i Ghibellini, ma non riusc a mettere in pace i nostri con Lodi, la quale alfine fu soggiogata.
...
.
...
13. 
Declino della libert. I Torriani.
.
Tanto basta a farvi comprendere che l'et repubblicana, se fu di gloria, non fu di pace n interna n esterna.
I Comuni, non istituiti per mutua fiducia ma per universale diffidenza, aveano ripristinato i vinti nei diritti d'uomo, poi nella dignit di cittadino, ma di tali associazioni non trovavasi in verun luogo la definizione n il limite; mancando un legame generale tra tanti legami parziali, si perpetuava la lotta dei vassalli colle corporazioni; di queste tra s; delle suddivisioni di ciascuna comunit; dei membri di ciascuna associazione; e non essendovi un potere centrale che li frenasse e dirigesse, rompevano a nimist, tenevansi armati nel cuore della pace, e l'amministrazione doveva esercitarsi in mezzo e coll'aspetto d'un perpetuo stato di guerra.
.
Quanto la pace  favorevole alla libert perch lascia assodarsi la ragione e la giustizia, tanto le nuoce la guerra, la quale rimette il tutto in mano alla forza. Fra le tempeste causate dallo spirito di parte, anche i Milanesi prendevano a noja o in avversione la libert irrequieta, e invocando sicurezza, non sapeano vederla che nel servire ad un solo. La necessit del resistere al nemico portava ad affidare il comando a qualche prode; e questo, avvezzatosi a comandare, mal si rassegnava a tornare all'obbedienza e costituivasi tiranno della patria. Ovvero nelle fazioni interne, quella che soccombesse conferiva pieni poteri a un capo che valesse a rialzarla; ovvero la prevalente, per meglio tener depressa l'altra, affidava assoluta autorit ad uno che, come assoggettava i nemici, cos anche gli amici, e diveniva padrone de' suoi eguali.
.
Per tali vie acquistarono fra noi preponderanza i Torriani e i Visconti. I Visconti erano cos detti perch gli avi loro aveano tenuta dall'arcivescovo la dignit di visconte, cio esercitavano a nome di esso la giurisdizione e la guerra, e tale carica aveano ridotta ereditaria in casa. Sol quando divennero principi, l'adulazione fabbric genealogie, e almanacc un Anglerio, figlio del trojano Enea, il quale avesse fondato Angera, e di l fosser venuti una serie di re e infine questi Visconti42. Uno dei quali, Ottone, alla prima crociata uccise un gigante e gli tolse il cimiero che figurava un fanciullo in bocca a un drago; divenuto poi stemma di quella famiglia, indi della nostra citt, infine della Lombardia quando fu regno distinto.
.
Gli altri erano signori della Torre in Valsassina; e quando i nostri si ritiravano in rotta da Cortenova, Pagano, di quella famiglia, aveali provveduti di ricovero e vettovaglie. Gliene seppero buon grado i Milanesi, e per ricambio il nominarono protettore del popolo ambrosiano, specie di sovranit democratica. Morto lui, la conferirono a Martin della Torre, al quale si erano sottoposte nell'egual maniera Como, Lodi, Novara, Vercelli, Bergamo, Brescia. L'avere un capo non aboliva la libert dei Comuni; ma questo re del popolo dava noja ai nobili, i quali di rimpatto sostenevano i Visconti e l'arcivescovo Leon da Perego. Cacciati di citt, i nobili devastarono il territorio, e le nimicizie infierirono finch si credette terminarle colla famosa pace di sant'Ambrogio (4 aprile 1258). Per essa venivano riconosciuti i popolani come eguali in diritti ai nobili nel governo e nelle dignit della repubblica; pari voci avrebbero nel consiglio generale; derogate le leggi anteriori che gli opprimevano; intera amnistia e pace che dovea durare mille anni. Mille anni, ma tre mesi dopo erano ai pugni; i nobili dovettero rifuggire a Cant: si rinnovarono i combattimenti pi volte, finch nel Prato Pagano venne ricomposta la pace, a scapito per de' popolani. Questi mal lo soffrivano; e Ambrosini, la Motta, la Credenza combatteano fin dentro la citt, neppure Alessandro Quarto papa riuscendo a ripristinare la calma. Martin della Torre, prevalso, umili i nobili, i quali divisarono niente meno che di dare la citt ad Ezelino, tiranno di Padova di tanto spaventevole crudelt che fu creduto figlio del demonio. Costui, carico di scomuniche e dell'esecrazione universale, mosse segretissimo da Brescia alla nostra volta; e gi passata l'Adda, da Trezzo spingeasi a Milano, quando i nostri plebei avutone sentore, uscirono armati, e in nome della religione e dell'umanit assalsero il nemico degli uomini, lo scomunicato dal papa, e lo sconfissero a Cassano e lasciaronlo mortalmente ferito. Cos il valore plebeo salv la patria da quell'immanissimo, e vendic l'umanit (1256).
.
Martin della Torre prosegu il trionfo, snidando i nobili da Lodi, ove s'erano ricoverati: ed essi, falliti in varj tentativi, andarono a chiudersi nel castello di Tabiago, che da un'altura in riva al Lambro domina i ridentissimi clivi della Brianza. Non tardarono i plebei ad assalirveli, e per fame li costrinsero ad arrendersi. Incatenati su carri furono condotti a Milano, fra i lazzi della ciurmaglia, insultatrice dei vinti in tutti i tempi perch vile coi vincitori; e con quel coraggio che  si facile mostrare allorch non v' pericolo, schiamazzava perch fossero trucidati. Gli onest'uomini si opposero; e Martino principalmente, dicendo:  Non seppi dar la vita a nessuno, a nessuno vo' torla. Gli infelici, dopo gli spasimi dell'aspettazione, furono mandati a confine.
.
Capit di quel tempo (1262) a Milano il cardinale Ottaviano degli Ubaldini, nunzio papale in Francia, e condotto a vedere il tesoro di Sant'Ambrogio, si invagh d'un bellissimo carbonchio, e non rifiniva di pregar que' canonici a fargliene dono. Essi, schermitisi invano, ne informarono Martino. E questi chiama parenti e amici, e a cavallo, con soldati e con trombe si presenta al palazzo dove il cardinale alloggiava. Il cardinale sbigottito domanda che novit sia; e gli viene risposto che, avendo inteso com'egli era sulle mosse, Martino faceasi un dovete di accompagnarlo sin fuori della mura. Il cardinale intese il latino, e se ne and pieno di maltalento contro i Torriani, menando seco l'arcidiacono Ottone Visconti, gran nemico di questi.
Vacava allora la sede arcivescovile, e Martino desiderava assodare la propria signoria col farvi collocare Raimondo suo zio. I popolani lo suffragavano, ma i nobili gli opposero questo Ottone Visconti; e il papa, stimolato dal memore cardinale Ubaldini, lo consacr; anzi pose all'interdetto la citt, come renitente alle ordinanze papali. Ottone non s'accontenta di interdetti e di benedizioni; ma, fatte armi e denari, e congiuntosi ai nobili fuorusciti, si rinforza sulle rive del lago Maggiore, dove grossi feudi tenea la sua casa. Martin della Torre era morto (1263); e Filippo suo fratello gli successe nel governo di Milano, di Como e di molte citt; poi (1265) Napoleone costui zio; talch parea la primazia divenisse ereditaria ne' Torriani, a cui favorivano tutti i Guelfi di Lombardia. E in quel tempo la parte guelfa prevaleva, atteso che, a distruggere il dominio e la razza del Barbarossa, era stato chiamato in Italia Carlo d'Angi, il quale riusc in fatto a sterminarne i discendenti ed occupare il regno delle due Sicilie. Bramoso d'avere tutta la penisola, insinu egli ai Milanesi di far una fusione coi sudditi suoi, del che gi Brescia avea dato l'esempio; ma essi gli risposero che, come amico e protettore, gli faceano di cappello, ma padrone nol voleano.
.
Intanto Napoleone Torriano, accarezzando il papa, blandendo l'imperatore, consolidavasi in dominio; form corpi d'uomini d'arme pagati, cernendone 28,500 dalle 1900 famiglie di Milano; teneva sempre lontano dalla sede l'arcivescovo Ottone e in fuga i fuorusciti sia per terra, sia sul lago Maggiore. Ma la guerra  un giuoco dove, ancor meno che negli altri,  permesso il dormire. Mentre sicuro egli stavasi a Desio, ecco una notte Ottone Visconti lo sorprende, lo sbaraglia affatto (1277); dei 164 Torriani che ivi combatterono molti uccide; altri con Napoleone stesso prende e mette entro una gabbia nel castel Baradello, a morire di veleno o di rabbia.
Il popolo milanese, mantellando la paura sotto la gioja, usc incontro a Ottone Visconti gridando Pace, pace; ed egli, riconosciuto arcivescovo, fu anche salutato signore della citt e seppe astenersi da rappresaglie.
.
Cassone Torriano, sfuggito all'eccidio de' parenti, aveva raggomitolato i suoi partigiani, e lungo tempo men guerra di bande, assistito dall'arcivescovo Raimondo, allora divenuto patriarca d'Aquileja. Ma la battaglia di Vaprio di l'ultimo tonfo a quel partito (1281); Cassone fu decapitato; Lodi, Crema, Como ed altre citt fedeli ad essi, per accordo o per forza si sottomisero a Milano.
.
Ottone si adoper a consolidare in sua casa il dominio col far eleggere capitano del popolo il nipote Matteo Visconti, il quale pot dissipar le congiure, consuete in dominazione nuova, reprimere altri ambiziosi ed ottenere l'eguale carica in molte citt. Per darsi qualche apparenza di legitimazione, a gran denari compr dall'imperatore la dignit di vicario imperiale di tutta Lombardia; ma finse non voler assumere tal dignit se il gran consiglio non gliel'assentisse. E il gran consiglio ne lo preg (1294).
.
Il voler piuttosto servire tutti che tollerare la maggioranza d'uno dei nostri  antica abitudine, e ad ambiziosi vicini facevano invidia tali incrementi: onde lo assalirono sparpagliati; poi Alberto Scotto signor di Piacenza combin una lega guelfa, per le armi della quale i Visconti furono espulsi, e ripristinati i signori della Torre. Matteo ritent pi volte la signoria, poi si ritir a viver modestamente a Nogarola verso il Mantovano, e a chi celiando gli domandava,  Quando pensate rientrare in Milano? rispondeva:  Quando i peccati dei Torriani supereranno i nostri.
.
Guido Torriano fu gridato capitano del popolo milanese, non pi a tempo, ma in perpetuo; nuovo passo verso il principato; ma fu continuamente turbato da congiure e dalla paura di congiure.
In quel tempo (1310) Enrico Settimo imperatore venne a Milano per ricevere la corona, e Guido stette seco sul duro, dicendo, che cosa aveva a far in Italia un imperatore tedesco? Se non che il popolo (cos facile a lasciarsi allucinare dai titoli) lo costrinse a prestare onoranza a questo, che reprimeva i tirannetti, restituiva l'amministrazione delle citt al consiglio civico, aboliva le fazioni, richiam in Milano Matteo Visconti, da cui erasi lasciato guadagnare, e assiso in trono sulla piazza di Sant'Ambrogio, sui gradini di quello fece seder insieme Matteo Visconti che rideva, e Guido Torriano che fremeva. Omaggi e feste piacevano ad Enrico Settimo, ma ancor pi i denari; onde chiese un regalo, volontario s'in-. tende, e libero al gran consiglio di determinarne la somma. Raccolsesi dunque il gran consiglio, ed uno propose 50 mila zecchini: Matteo Visconti, con quella liberalit ch' si facile quando si tratta di roba altrui,  Vorrete almeno aggiungerne 10 mila per la imperatrice. Guido, sbuffante e per far risaltare l'assurdo,  Meglio  far 100 mila, cifra tonda, disse: e il notajo scrisse 100 mila nel processo verbale, n pi valsero reclami o preghiere, ed Enrico volle quel ch'era proferito dal suffragio universale.
.
Ma la popolazione, se ammirava l'imperatore, bell'uomo e cavalleresco, altrettanto facea rincrescersi il pagare; mormor, e, come  facile quando gli animi sono irritati, cominci una baruffa tra i nostri ed i Tedeschi di lui. I Visconti, che spiavano l'occasione, fecero credere fosse un'insidia di Guido, lo assalsero cogli imperiali, e superando le barricate attorno al palazzo dei Torriani, lo incendiarono e li fecero cacciare. Restano ancora i nomi delle Case Rotte e del Giardino dei Torriani, che da quel punto perdettero ogni dominazione. Soggiungeremo come la loro famiglia si colleg poi coi Tassi, da cui usci l'illustre Torquato; e che ben meritarono del mondo introducendo le poste delle quali ottennero il privilegio in Germania, e lo conservarono fin ora col titolo di principi della Torre e Tassi.
...
.
...
14. 
Il principato. I Visconti.
.
Di tal modo la Biscia prese nido nella Torre, e di qui pu dirsi cominciasse la signoria dei Visconti in Milano. Quei capi, fossero del popolo o dei nobili, non erano legalmente costituiti, e perci non limitata la loro autorit, e pi se n'attribuivano quanto maggiore il bisogno di difendersi o il desiderio di vendicarsi.
Bench durassero le forme popolari e i podest e il capitano del popolo e le assemblee, tanto da potersi a parole creder liberi ancora, nel fatto i Milanesi trovavansi in piena bala d'una famiglia: alla croce rossa fu sostituito lo stemma visconteo; al carroccio popolare lo stendardo arcivescovile di sant'Ambrogio (1285), e disposto tutto per ispegnere i tumultuosi ricordi della repubblica.
.
Matteo Visconti con 40 mila fiorini d'oro cerc il titolo di vicario imperiale nella citt e contado di Milano; cerc cio l'autorit da altra fonte che dall'elezione popolare, e men colle armi che con lusinghe assoggett Alessandria, Tortona, Piacenza, Pavia, Bergamo, Lodi, Como, Cremona, Vercelli, Novara, le quali, spossate dalle convulsioni, credeano sanarle col rinunziar alla libert. Milano, la citt guelfa, trovossi allora a capo de' Ghibellini in contrasto coi Guelfi della restante Italia e col pontefice, il quale, mescolando le armi spirituali alle mondane e protendendo a s l'elezione del nostro arcivescovo, scomunic i Visconti come macchiati d'eresie. Matteo, sostenuto dai prodi figliuoli Galeazzo e Marco e da una lega ghibellina combinatasi a Soncino, poteva ridersi delle scomuniche, ma noi Milanesi non ci sapevamo dar pace del vederci esclusi dai santi riti e dalla consolazione dei sacramenti; Matteo stesso invecchiando sent il peso della maledizione sacerdotale, e rinunziato al governo, si applic alle preghiere e a visitar chiese, e finalmente nella canonica di Crescenzago mor, dopo essersi pubblicamente professato fedele a santa Chiesa, e dato buoni consigli ai figliuoli (24 giugno 1322).
.
Il titolo di grande non disdice a lui pi che ad altri; conobbe il cuore umano e i suoi tempi, e ne profitt; dalle traversie non lasci fiaccarsi; bench in dominio nuovo, risparmi il sangue; e pi che coll'eroismo prefer arrivare a' suoi fini cogli scaltrimenti e la simulazione.
Galeazzo suo figliuolo fu ad un punto di perdere ogni cosa per le imprudenze e lascivie sue, e l'esercito crociato contro di esso occup fino i sobborghi di Milano e la tenne lungamente assediata (1322); ma egli, alleatosi con Lodovico il Bavaro imperatore, sconfisse a Vaprio i crociati, e spieg fastosa e tirannica dominazione. Esso Lodovico venne presto in rotta con Galeazzo e coi fratelli, e li fece serrare a Monza nei forni, carceri orribili da esso Galeazzo fabbricate con s spietato artifizio che il rinchiuso non potea n tenersi ritto nella persona n coricarsi. Poco tard ad esser dall'imperatore rimesso in libert, ma lo Stato era in tale sfasciamento ch'egli and a mettersi al soldo di Castruccio tiranno di Lucca, e ben presto mor (1328), lasciando la famiglia s decaduta che Azzone Visconti, intitolato vicario imperiale, dovette a denaro comprar dal governatore la facolt d'entrare in Milano. Quivi affrettossi a recuperare l'autorit; a Lodovico il Bavaro, che assal Monza e minacciava Milano, oppose resistenza, poi lo rinvi con denari (1329). I nostri, esultanti che avesse mandato via gli stranieri, lo gridarono signor perpetuo a voti unanimi, e presto furono imitati da Bergamo, Pavia, Como, Lodi, Crema, Piacenza, Cremona, Brescia.
.
Cessati i nemici esterni, presero a molestarlo quei che un famoso diplomatico de' nostri giorni chiamava nemici interni, i parenti; e prima Marco Visconti suo zio, valoroso turbolento, che gi avea contribuito all'imprigionamento di Galeazzo, ed ora collo spendere e spandere procacciavasi fautori, e si credeva aspirasse ad insignorirsi di Milano, o venderla al papa. Un bel giorno da Azzone egli ebbe un invito a pranzo, e la mattina vegnente fu trovato colla soga al collo nella fossa. Modo spicciativo di disfarsi degli emuli.
.
Lodrisio Visconti suo cugino, al quale era toccato in signoria il contado del Seprio, radun di quei Tedeschi mercenarj che eran rimasti qui alla partenza del Bavaro e che, volendo esercitare il valore e le ruberie, si vendevano a chi li pagasse e li conducesse a battaglie e saccheggi. Lodrisio con buoni stipendj gli arrol, intitolandoli Compagnia di san Giorgio, e corse saccomannando la campagna, rapendo abitatori, taglieggiando, e fattosi forte nel suo contado del Seprio, minacciava sin la citt. Al pericolo i cittadini presero le armi e, condotti da Azzone e da Luchino suo zio, affrontarono quei ribaldi a Parabiago. Quivi battaglia sanguinosa in sulla neve (21 febbrajo 1339), e gi era stato preso Luchino e scarmigliato l'esercito, quando una riserva, che  sempre il restauramento delle giornate, si butt sopra coloro che si sbandavano a saccheggiare e restitu la vittoria a Luchino. Tanto terrore aveva incusso quella masnada che la battaglia di Parabiago rest nelle tradizioni popolari pi viva che non quelle di Legnano e d'Alessandria, e consacrandola col maraviglioso, si disse che sant'Ambrogio era stato veduto in aria a cavallo collo staffile percotendo gli stranieri.
.
Azzone comprese che il primo dovere come il primo accorgimento dopo le rivoluzioni  il perdonare; il secondo  indorare le catene. Pertanto, datosi affatto alla pace, abbell la citt circondandola di buone mura con cento e pi torri e belle porte, che son quelle di cui alcuna sussiste ancora ai ponti; poco dopo, essa mura fu estesa fino a Sant'Eustorgio, abbracciando il quartiere che si chiam Cittadella, per mettere a riparo i molini che si aveano da quelle parti: le vie paviment di mattoni e le ripul versando le immondezze nel Seveso; fabbric un palazzo, nel quale chiam a dipingere il pi insigne artista d'allora Giotto di Firenze ed altri minori, e vi sfoggi una suntuosit senza pari. Opera sua rimane il campanile ottagono di San Gotardo, che  il pi bel monumento di quell'et; e su quello fa posto il primo orologio che sonasse in citt, donde venne il nome alla via delle Ore43. Egli fece pur costruire il ponte di Lecco, e primo della sua famiglia sulle monete impront il proprio nome colla biscia. Molti certamente non solo si saranno adagiati al nuovo stato, ma l'avranno lodato dicendo,  Meglio un buon tiranno che una cattiva libert
.
Morto lui di soli 37 anni, il consiglio generale preg a sottentrargli gli zii Giovanni e Luchino. Giovanni era vescovo di Novara, e continu a fare da prete lasciando governare Luchino. Questo, come il predecessore, ebbe urti colle case degli Estensi, degli Scaligeri, dei Gonzaga, dei Pepoli, che dominavano nelle vicine citt di Padova, Verona, Mantova, Bologna, e colla forza e coll'astuzia crebbe il dominio e lo assod a scapito delle giurisdizioni comunali e dei privilegi delle citt. Come avea mostrato gran valore contro i nemici in guerra, mostr grande severit contro i sommovitori della pace. Solito residuo delle guerre una quantit di masnadieri infestava la campagna, massime tedeschi di quelle bande di Lodrisio; e Luchino con corti marziali e supplizj atrocissimi li stermin. Tuff nel sangue le congiure vere o supposte, e se ne valse per fiaccare la nobilt; col che, oltre togliersi i contrasti, incamerava i larghissimi loro possessi, e cos ingrossava l'erario pubblico e il proprio.  singolarmente ricordato lo sterminio della casa Pusterla, discendente dai Longobardi, ed una delle pi poderose di Milano, che portava nello stemma l'aquila imperiale, avea ben trentacinque ville con amplissime tenute; in citt abitava la via Mozza, che ancor dicesi vicolo Pusterla, abbracciando nel palazzo tutta l'isola fra Sant'Alessandro, l'Olmetto, i Piatti e la Balla, donde padroneggiava quasi tutta la porta Ticinese, e vuolsi introducesse quelle palanche o cancelli che noi poniamo fra la porta di via e il cortile interno, e che chiamiamo pusterle. Un dato giorno allestiva un enorme cavallo di legno, il quale, tirato dai facchini della Balla, a suon di strumenti procedeva pel corso di porta Ticinese fin al Duomo; ivi schiudevasi come quel di Troja, e ne usciva gente coi regali di cui i Pusterla faceano omaggio alla metropolitana: terminavasi con lauti pasti agl'innumerevoli clienti, trattati secondo il grado nelle capaci sale e nei clamorosi cortili. Emuli sempre, talora imparentati coi Visconti, gli incontriamo in tutti i processi di Stato; e d'uno di questi si valse Luchino per mandare al supplizio Francesclo Pusterla con due o tre bambini e colla moglie Margherita Visconti, odiata da lui perch ne avea respinto gli indegni omaggi. Ma delle sue scostumatezze fu ripagato. Sua moglie Isabella de' Fieschi, fingendo recarsi per voto a Venezia alle famose feste dell'Assensa, fecesi accompagnare da fastoso corteo di dame e cavalieri di tutte le citt suddite a Luchino, quasi a mostrar la grandezza di casa Visconti. In realt essa v'andava per trovarsi con chi' voleva e far ci che le piaceva; e sull'esempio di lei que' cortigiani scandalezzarono fin quell'et poco scrupolosa. Luchino, informato del proprio disonore dopo tutti gli altri, come  solito, lasciossi intendere lo laverebbe nel sangue; ma vuolsi che Isabella lo prevenisse, e un giorno, quando tornava dalla caccia, lo ristorasse con una bevanda della quale mor (1349).
.
Riprovevole come uomo, fu principe operosissimo, sed i partiti, allevi le gravezze; nella terribile carestia del 1340 manteneva quarantamila poveri; nella spaventevole peste che vi sussegu nel 48, con rigorosissime quarantene salv la citt; fabbric suntuosamente e massime un palazzo presso San Giorgio che ne prese il titolo, e un altro a fianco a San Giovanni in Conca, che per una loggia comunicava colla Corte in piazza del Duomo. Le lodi che il Petrarca gli prodig non fanno testo, perch  vecchio nei letterati il costume di lodare chi li tratta bene; dico nei letterati che non comprendono la dignit, n ascoltano la coscienza.
.
Giovanni suo fratello, ch'era salito arcivescovo di Milano, allora insieme col baston pastorale assunse la spada principesca. Piacevole, liberale a dotti e artisti, nomin sei professori perch commentassero la Divina Commedia di Dante, poema nazionale che conteneva lo stillato del sapere d'allora e della civile sapienza, ed onor il Petrarca, il quale abit lungamente alla corte di lui e nella terra di Linterno, a poche miglia qui presso44. Insieme destro, ed operoso, Giovanni arriv a dominare diciotto citt. Ma quando occup Bologna, il papa, che la pretendeva per sua, invi a ridomandargliela: se no, armi e scomuniche. Davanti ai nunzj, l'arcivescovo cant messa con quel decoro ch' del nostro cerimoniale, poi alla fine si volse a quelli, tenendo il bastone pastorale in una mano e la spada nell'altra, e dicendo che con questa difenderebbe quello. Il papa dapprima lo scomunic, poi, placato dai doni e dal non poter fare altrimenti, lo assolse, e accettando i fatti compiuti, gli lasci il dominio di Bologna col titolo di vicario pontifizio.
.
Genova e Venezia erano due repubbliche, glorificate in tutto il mondo per estesissimo commercio e per colonie e banchi e scali, piantati dovunque vi fosse a guadagnare. Sciaguratamente vennero a guerra tra s, e Genova, avuta la peggio, si pose in signoria del nostro arcivescovo, il quale, appoggiato dai Ghibellini, acquist pure grand'ingerenza in Toscana. I potentati d'Italia temettero d'esser tutti avviluppati nelle spire del biscione, onde si allearono contro di esso: ma l'arcivescovo non si sgoment, anzi, avendo invano spedito il Petrarca ambasciadore per amicarsi il doge di Venezia, arm la flotta genovese e guast la veneziana.
Morto lui (1354), il consiglio generale di Milano e dell'altre citt prest omaggio ai tre suoi nipoti Matteo, Barnab, Galeazzo. Il primo manc ben presto, forse per delitto degli altri due, i quali spartironsi il dominio, serbando indivise Milano e Genova. Tenendosi stretti agli imperatori, faticarono a dissipare la suddetta lega guelfa, ma perdettero molte citt, o tolte per forza o ribellatesi.
.
Ormai la guerra era di ambizioni, non di libert; di principi, non di cittadini: onde questi la sopportavano mal volontieri, e i principi non mal volontieri vedeano che il popolo si divezzasse dall'armi. S'introdusse dunque di comprare bande di combattenti; sicch divenne mestiere il soldato; sin dalla fanciullezza vi s'avvezzavano uomini, che poi, sotto capitani di ventura formavano compagnie, pronte a guerreggiare per chi li pagasse, portando il meretricio valore oggi all'uno, domani all'altro. Fu questo un flagello dell'Italia per alcuni secoli, giacch il popolo restava distinto dall'esercito, e l'esercito tutto in mano del principe; e il valore spogliato della dignit che trae dalla causa per cui  adoperato. Le battaglie non riuscivano mai decisive, perdendosi soltanto il denaro che costavano i mercenarj, e potendosi rifarli poco dopo: questi aveano tutto l'interesse di prolungar le nimicizie, e perci abbandonavano uno appena il vedessero vittorioso, per offrirsi all'avversario, che meglio li pagava quanto pi n'avea bisogno o paura; se poi non trovasser compratore, menavano la piccola guerra per proprio conto, mettendo a sacco e a taglia le inermi popolazioni.
.
Di tale ciurmaglia s'intenda qualora parleremo di eserciti in quel tempo; e di siffatti si munirono sia Galeazzo e Barnab, sia i collegati loro avversi, i quali, spintisi sul Milanese, lo mandarono a guasto, finch dai nostri furono sanguinosamente sconfitti a Casorate. Di rimpatto Genova recuper l'indipendenza; Bologna fu usurpata da Giovanni d'Oleggio, chierichetto del nostro Duomo tirato su dai Visconti, ai quali poi si mostr ingrato, come  stile degli ambiziosi; Asti fu presa dal marchese del Monferrato; Pavia dai Beccaria, signorotti delle terre e dei Tredici Colli di l dal Ticino. Ma quest'ultima dopo lungo sforzo fu ricuperata da Galeazzo; Bologna venne messa all'incanto, e il papa fu miglior offerente. Barnab avea compre invano bande di Tedeschi, d'Ungheresi, d'Inglesi, che, oltre i soliti malanni, recarono anche la peste, la quale vuolsi che nella sola Milano mietesse 77 mila vite. Per salvarsene Barnab si chiuse nel castello di Melegnano: e quivi gli giunsero due legati pontifizj, portandogli le bolle della scomunica se non cedesse le propriet usurpate a santa Chiesa. Barnab gli accolse sul ponte del Lambro, e quivi intim loro che mangiassero quelle bolle, o li faria bevere di quel fiume. Se non vollero essere annegati, dovettero masticarsi quelle pergamene. Altri ambasciadori di principi rimand egli vestiti di bianco a guisa di matti, coll'obbligo di presentarsi in quell'arnese ai loro padroni, tra gli sghignazzi de' paesi che attraversavano.
Agli atti di prepotenza v' sempre una ciurma che applaudisce, e li reputa segno di forza; e alla forza suolsi fare di cappello. Poveri giudizj umani! Con queste infamie Barnab non poteva che perpetuar la guerra; e quelle bande, massime d'Inglesi, cacciatesi fino a Magenta, Corbetta, Nerviano, Vittuone, dilapidarono case e cose; rapirono seicento nobili che soleano abitarvi, n li rilasciarono che ad ingenti riscatti.
.
Quando poi venne la pace, Barnab pot meglio abbandonarsi al genio suo crudele e beffardo. Cominci, come fanno i tiranni, coll'assicurarsi contro i proprj sudditi, e fabbric un forte a porta Nuova ed uno a porta Romana che da San Nazaro estendevasi fin al ponte di porta Tosa, in quello spazio che prima era il brolo dell'arcivescovo e il viridario (broglio, verzajo). Istitu processi contro quelli che nella passata guerra si fossero mostrati propensi ai nemici; processi che tutti sapete come si menino, e che allora finivano con supplizj atrocissimi. La sua giustizia era peggio che da Turco: proib d'uscire la notte, qual che ne fosse la cagione, sotto pena di perdere un piede; tagliata la lingua a chi nominerebbe guelfo o ghibellino; uno nega pagare due capponi che avea comprati da una donna, ed egli lo fa impiccare. Molto divertivasi alla caccia, e sin cinquemila cani manteneva in una casa presso San Giovanni in Conca, che tramutata or ora in bella fabbrica, ne conserva il titolo (c di can); gli allogava presso i cittadini affinch li mantenessero, e ogni quindici giorni li menassero agli ispettori dei cani; i quali, se li trovassero dimagrati, imponeano una multa, una multa se troppo grassi; se morti, confiscavano i beni dell'infelice. Chi poi tenesse un proprio cane o uccidesse lepre o cinghiale, era mutilato, appiccato, talora costretto a mangiarsi il selvatico bell'e crudo. Barnab si sognava che un tale gli facesse male? imbatteva alcuno ne' solitarj suoi passeggi?
.
Bastava per farlo uccidere, o torgli un occhio o la mano, o almeno sequestrarne gli averi. Due suoi segretarj fe chiudere in gabbia con un cinghiale; obblig il podest a strappare la lingua ad un uomo poi bere il veleno; negava perfino lo stipendio ai ministri che non provassero d'aver fatto uccidere un uccisore di selvatici, e talora costringeva il primo venuto a far da boja. Ad una fiera carestia egli non seppe dar provvedimenti, ma dopo process coloro che aveano preso selvaggine per isfamarsi. Perch il diritto ecclesiastico proteggeva dalle violenze frati, monache, canonici, egli prendea spasso a mutilarli e bruciarli. Uno va a lamentarsi che il pievano esige troppo per le esequie d'un morto, e Barnab fa sotterrare col morto il pievano. Due frati gli si presentano per rimproverarlo di tali inumanit, ed esso li fa gettare nel fuoco. Anche varie monache fe bruciare, e con esse il vicario dell'arcivescovo che ricusava sconsacrarle. Chiamato a s l' arcivescovo, se lo fece inginocchiare davanti e gli disse:  Non sai, o poltrone, ch'io sono papa, imperatore e signore in tutte le mie terre?
Avea dunque bastanti ragioni il papa se lo scomunic e se band contro di lui la crociata, alla quale concorsero l'imperatore, la regina di Napoli, il marchese del Monferrato, i principi d'Este, i Gonzaga di Mantova, i Malatesta di Rimini, i Carraresi di Padova, e Perugini, e Senesi. Ma Barnab sapea che coteste crociate di genti diverse, unite solo dal sentimento, basta tirar in lungo, e si scomporranno da s; e in fatto egli fece passar dai nemici a s le bande del venturiero conte Lando, sommosse le citt papaline e pot far buona pace (1369), perdendo per Bologna e Modena.
.
Sua moglie Beatrice della Scala, a cui sono dovuti la magnifica chiesa collegiata che in secoli meno devoti fu convertita nel teatro della Scala, e il grandioso castello di Sant'Angelo sul Lodigiano, non che mitigarlo, come dee la donna, lo inaspriva; ma non pot rattenerlo da volubili amori. Egli cont 32 figli tra legittimi e no; insieme mostravasi devoto, digiunava, fabbric chiese e monasteri; e fond l'ospedale di San Pietro de' Pellegrini, ove poteano fermarsi due giorni ad alloggio e vitto quei che andavano a Loreto e a Gerusalemme. Strane misture! miserabili idee della moralit! Le sue figliuole marit nelle case regnanti d'Austria, di Baviera, di Virtemberga, di Turingia, di Sassonia, di Mantova; a ciascuno dei cinque maschi legittimi avea gi assegnato il governo nel distretto di cui gli destinava la sovranit; cio a Marco Milano; a Lodovico Lodi e Cremona; a Carlo Parma, Crema, Borgo San Donnino; a Rodolfo Bergamo, Soncino, la Geradadda; a Giovan Mastino Brescia, la riviera di Sal e la Valcamonica. Fabbric il castello di Trezzo con un arditissimo ponte sull'Adda, altri a Senago, a Desio, a Melegnano, a Cusago.
.
Altrettanto nella turrita Pavia operava Galeazzo, che, pi freddamente spietato di Barnab, invent la quaresima, nella quale a' suoi nemici faceva levare oggi un occhio, domani riposo; poi l'altro occhio, indi riposo; poi una mano, poi l'altra, cos per quaranta giorni alternando il supplizio e un riposo che preparasse a sentir meglio il supplizio. Fabbricava molto, poi disfaceva a capriccio: e i fondi, il legname, la calce prendeva ove fossero senza pagare. N pagava le cariche; poi guaj se erano mal esercitate! sessanta impiegati a un tratto condann alla forca; poi supplicato li grazi, ma pose in prigione il suo cancelliere ch'era stato troppo lesto nello spedire quella grazia. Insieme digiunava una terza parte dell'anno, distribu fin 2531 zecchini all'anno in limosine, 210 moggia di grano, 12 carri di vino, e tenea dieci cappelle.
Tanto osavano i tirannetti perch sostenuti da altri principi e dall'imperatore. Bens i papi li contrastavano sempre; ogni tratto qualche citt si sollevava; un nuovo nemico sorgea contro loro ogni giorno: ma essi dal pingue paese smungeano denaro; denaro traevano dagli immensi possessi confiscati; col denaro compravano bande, e dalle bande pigliavano baldanza a tiranneggiare. Poi Galeazzo fond l'universit di Pavia (1361) e vi chiam professori rinomati45; del Petrarca compr gli encomj, i quali, ripetuti per classica ammirazione come oggi si fa delle romanze imprecatrici, soffogavano i gemiti dei popoli.
...
.
...
15. 
Il primo duca. Le belle arti. Il Duomo.
.
Giangaleazzo, figliuolo e successore di Galeazzo (1379), amava la pace e i parenti; mortagli Isabella di Francia, che gli avea portato in dote la contea di Vert in Sciampagna, spos Caterina figlia di Barnab; e chiuso nel castello di Pavia, d'ambizioni neppur sognava, attendendo solo a vita devota, a salmeggiare, a visitar santuarj.
E un solenne pellegrinaggio volle fare alla Madonna del Monte di Varese: e giacch nell'andarvi dovea passar rasente alla mura di Milano, mand pregare il suo caro zio e suocero Barnab, gli uscisse incontro, e gli desse la consolazione d'abbracciarlo.
.
Barnab, che solea farsi burla di questo nipote baciapile, and incontrarlo con una buona fede che mai non dovrebbe avere chi ha la coscienza sporca (1385, 6 maggio). Sceso il ponte, allora porta, di Sant'Ambrogio, stendeva le braccia alle braccia di Giangaleazzo, quand'ecco i finti pellegrini gettano via i bordoni e i sarrocchini, e armati come Giudei si buttano addosso a Barnab e alla sua comitiva; e fattili prigionieri, entrano in citt a viva chi vince.
.
Il popolo, a cui non parea vero di trovarsi liberato di quel lepido mostro, e che del resto piglia un gusto singolare a queste birberie, che in diplomazia si chiamano colpi di Stato, sebbene tal volta vi si giuochi il proprio avvenire, cominci a gridare  Viva il conte di Vert e  Abbasso le gabelle: e per godere in fretta di questi sempre fuggevoli intervalli, corse a saccheggiare i palazzi di Barnab. Il castello di porta Giovia apparteneva di gi a Giangaleazzo: senza difficolt gli si rese quello di porta Romana, ove si trovarono sei carri d'argento lavorato e 700 mila fiorini in oro; il consiglio generale riconobbe signor perpetuo il conte e i suoi discendenti; le altre citt imitarono la nostra, che gi riguardavano come capitale.
.
Barnab, senza che per lui si movesse pur uno dei devotissimi sudditi che gli aveano giurato fedelt, n de' tanti principi con cui era imparentato, fu sottoposto a un processo, in cui, fra altri crimini, era imputato di stregheria e d'aver con sortilegi reso sterile il matrimonio del nipote: e trovato reo di tutte le colpe che volle il vincitore, fu chiuso nel castello di Trezzo, ove consum della malattia stessa di Napoleone a Sant'Elena, ambizione rientrata. Morto che fu, gli lasciarono rendere onori solenni ed erigergli una grande statua equestre di marmo a dorature in San Giovanni in Conca, la quale ora sta nel museo di Brera.
.
I Milanesi, speranti come ad ogni mutar di dominio, presto s'avvidero che il nuovo valea poco meglio del precedente. Quantunque personalmente vile, Giangaleazzo sapea scegliere buoni strumenti a' suoi progetti. Collegatosi cogli Estensi, coi Carrara, coi Gonzaga per isbrattare la Lombardia dalle bande di ventura, sped contro di queste Bartolomeo Sanseverino con una bandiera iscritta Pax; a titolo di pace si mescol in tutte le guerre; e chi le pagava? Il pingue paese, da cui traeva per 260 mila fiorini che oggi sarebbero 20 milioni de' nostri; cio met di quanto rendevano i regni di Francia o d'Inghilterra. Le finanze ben amministrate e impinguate colle confische gli davano mezzi di comprarsi partigiani nelle repubbliche vicine, e decorose parentele e grossi corpi di mercenarj. Ben ventuna citt ebbe egli a dominio: le repubbliche di Firenze e Venezia lo temeano nemico o lo cercavano amico: l'imperatore Venceslao e Carlo Sesto di Francia fecero seco alleanza; ond'egli medit quel concetto che a tanti nacque e nessun mai pot effettuare, di sottomettersi in un sol regno tutta l'Italia. Quali ne sariano state le conseguenze? qual vantaggio ridonda ai popoli dall'avere un padrone che comanda a molti? Nol so: so che allora tutti applaudirono alla generosa resistenza di Firenze e alla lega di tutti i signori italiani che gli attravers quel divisamento.
.
I Milanesi si alienavano pi sempre dalle pubbliche cose: dal portare le armi erano stati esonerati mediante le bande di ventura: il potere politico restava nominalmente all'assemblea del popolo, ma i duchi lo assolvevano dall'incomodo d'adunarsi col far fare dai proprj ministri, o al pi convocavanlo a dire di s. Il potere giudiziale e l'amministrativo restavano al piccolo consiglio e al podest, ma poich non si pu governare se non appoggiandosi a un partito, il podest restava ligio al preponderante, cio al principe. E il principe, a titolo di raccogliere truppe, imponeva gravezze a sua volont, ed anche il clero aveva indocilito a pagarle. Otteneva il titolo di vicario imperiale? esercitava i diritti regj. Diveniva capo di molte citt? queste non erano connesse da verun legame politico; laonde egli non era costituzionalmente obbligato ad alcuna, e delle une potea valersi a tener in soggezione le altre. In guerra poi ogni cosa potea come capo dell'esercito, n le citt conquistate aveano alcun diritto da opporre agli arbitrj di lui. Ne conseguiva la tirannide, la quale non aboliva le forme repubblicane, ma le privava di ogni efficacia. Ai sudditi restava ancora il diritto di scegliere il principe, e durante la vita dell'uno protestavano che, morto lui, mai pi non vorrebbero principe: ma poi, vicenda consueta nelle adunanze numerose, appena morto l'uno s'affrettavano a eleggerne un altro, anzi il figlio o il fratello di quello, per la ragione che il padre o il fratello suo era stato malvagio. Il raziocinio pare strano, ma lo si fa tutti i giorni.
.
Per tal modo si erano in cent'anni avvezzati a creder necessario il principato e supporlo quasi un diritto ereditario in casa Visconti. Per altro poteano sempre dir di no; e anche questo lontano pericolo turbava i sonni a Giangaleazzo: laonde, per non professarsi debitore del titolo all'elezione popolare, prefer riceverlo dall'imperatore.
.
Abbiamo veduto che Federico Barbarossa a Costanza avea riconosciuto liberi i Milanesi; in conseguenza gli imperatori non godevano veruna autorit diretta su di essi, n mai eransi sognati di considerarli come un feudo di cui potessero disporre. Quando dunque Giangaleazzo gli offr centomila zecchini, cio un milione di franchi, se lo eleggesse duca di Milano (1395), l'imperatore Venceslao lo esaud colla prontezza ond'io venderei a qualsiasi prezzo i fondi che m'assegnarono quando fui creato pastore arcade. In tal modo il Milanese divenne un ducato; Angera un contado titolare; e noi esultammo d'aver un duca; e noi pagammo; e noi assistemmo alle magnifiche feste che prepar per la sua instituzione; magnifiche feste, perocch egli ben sapea che, pi che colle quaresime e coi forni usati da' suoi predecessori, s'incatenano i Milanesi colle suntuosit. Sulla piazza di Sant'Ambrogio, dove si coronavano i re, il nuovo duca fu messo in trono (oggi pulitamente dicono installato), e a ginocchi davanti al messo imperiale ricevette il manto e una corona che valea 200 mila fiorini; e canti e messe solenni e cavalcate, giostre, corte bandita e regali da non dire, e allo spettacolo de tanta solemnitate vi concorse quasi de tutte le nazioni dei cristiani ed anche infedeli, in modo che ciascuno diceva non pi potere maggior cosa vedere (Corio).
.
Questa Lombardia, che vedemmo sbriciolata in tante repubblichette quanti erano i Comuni, le quali si reggevano e amministravano alla domestica, viene dunque fondendosi in un ducato, che, oltre la capitale, comprendeva Lodi, Crema, Cremona, Bergamo, Brescia, Como col lago suo e quel di Lugano e con Bellinzona, Bormio e la Valtellina; Novara, Alessandria, Tortona, Vercelli, Pontremoli, Bobbio, Sarzana, Verona, Vicenza, Felizzano, Feltre, Belluno, Bassano colla riviera di Trento, Parma, Piacenza, Reggio, Arezzo; inoltre una contea in cui Pavia, Valenza e Casale. Giangaleazzo possedeva pure Bologna, Pisa, Siena, Perugia, Nocera, Spoleto, Assisi; Padova che cedette; Asti ed Alba che diede in dote alla figlia Valentina maritandola al fratello del re di Francia con 400 mila zecchini e coll'eventualit di succedere al dominio paterno; causa di futuri disastri.
.
Lo splendore abbaglia. Giangaleazzo poi si adoprava a palliare la servit; allevi dai dazj pi odiosi, sciolse molti dalle carceri, pubblic una riforma degli statuti, si tenne attorno dotti e letterati, ridest l'universit di Piacenza, a quella di Pavia un una biblioteca, fond un'accademia di belle arti.
Gi ci venne accennato come queste rinascessero; e, a tacere i rozzi tentativi nostrali, vedemmo lavorar qui di scultura Giovan di Balduccio pisano e di pittura Giotto fiorentino, e possiamo credere i loro esempj non restassero infruttuosi. Certo un Isacco da Imbonate lavor un bel messale, donato a Sant'Ambrogio da Galeazzo Visconti; dipingeva le vetriate del Duomo Paolino da Montorfano nel 1402, con Michele Molinari da Besozzo e con Stefano da Pandino e Francesco de' Zavatari. Jacobino da Tradate nel 1421 facea la buona statua di papa Martino Quinto presso la sacristia in Duomo, e forse il macchinoso altar maggiore di Sant'Eustorgio.
.
L'architettura era vissuta fra noi anche durante il medioevo, a segno che alcuni intitolano lombardo lo stile secondo cui si fabbric dopo disusato il romano classico e prima che s'introducesse il gotico. Il gotico suole caratterizzarsi dall'arco acuto, ma  un sistema compiuto nel quale pi arditamente si lanciavano le volte e si elevavano le colonne; con minore quantit di materiali coprivasi maggiore spazio; nelle particolarit si cercava pi l'ardito che il corretto; nelle vaste piante, nelle aeree elevazioni, nella soda costruzione parea si lavorasse per l'eternit.
.
Probabilmente nacque tal forma in Oriente; si svilupp in Germania e in Francia. Gli architetti non pensarono copiare le rotonde romane o i partenoni greci, ma, secondo lo spirito dei tempi, usavano quello stile libero e originale che ritrae s bene l'et in cui la Chiesa predominava nello Stato, sicch materialmente come moralmente imprimeva il carattere alle citt e giganteggiava sopra alle stanze degli uomini: essa luogo dell'assemblea, come della preghiera; essa aspirazione dei devoti, come la pi nobile e sensibile immagine della patria. Gli architetti allora teneansi legati in maestranze che chiamavano loggie dei franchi muratori, dove mettevano in comune le cognizioni di ciascuno sull'arte del costruire e di raggiungere la forza e la bellezza, donde venne il rapido propagarsi dello stile gotico e la difficolt di discernere la maniera dell'uno da quella dell'altro. Venuta quest'arte in Italia, si modific sui modelli classici che qui sopravivevano, e adott miglior gusto nelle particolarit, con bei candelabri surrogati alle colonnette, con finestroni ornati e porte che formano da s un compiuto edifizio; e ogni cosa sparso di festoni, di foglie, d'animali, squisitamente condotti quand'anche siano ad altezze da non discernersi.
.
Del puro gotico pochi esempj abbiamo in citt, ma modificato in quello stile ecclesiastico che dicono lombardo ci appare nelle chiese di San Simpliciano, di San Marco, del Carmine, di San Pietro in Gessate, delle Grazie, di Sant'Eustorgio co' suoi bizzarri monumenti e col campanile a cono, che, al par di quelli di San Gotardo e di Sant'Antonio, unisce alla solidit la disinvoltura. Nelle vicinanze abbiamo San Giovanni e Santa Maria in Strada a Monza, le chiese di Casoretto, di Castiglione, di Morimondo, di Chiaravalle; e pi grandioso il duomo di Como; per l'architettura militare i castelli di Trezzo, di Binasco, di Solbiate, di Pavia; per la civile la loggia degli Osj in piazza de' Mercanti e il salone dell'archivio, sformato col chiudere e, se non bastava, intonacare i bei finestroni. Alle nozze di Giangaleazzo con Isabella di Francia, Pietro Figino avea fabbricato, laude florentis patri, il coperto test distrutto de' Figini, sormontato da finestre arcuate, bipartite da colonnette.
.
Giangaleazzo pens immortalare il suo dominio con due edifizj che riuscirono i pi grandiosi di stile gotico in Italia. La Certosa presso Pavia, a croce latina in tre navi di 76 sopra 53 metri, cominciata nel 1396, nel 99 era ben avanzata; e compito il mirabile chiostro, il duca la provide di larghissime possessioni all'intorno, delle quali i Certosini vivessero con tutta la penitente lautezza e tirassero a fine la fabbrica: dopo di che i frutti se ne distribuissero ai poveri. Chi ne fosse l'architetto s'ignor, finch un codice del 1396 dove sono annotate le spese per questa fabbrica mostr un Bernardo da Venezia, ingegnere generale dei lavori della Certosa, che percepiva dieci fiorini d'oro al mese; ed ebbe consulti con altri maestri, quali Giacomo da Campione, Giovanni de' Grassi, Marco da Carona, sulla costruzione di quel tempio46. Nel 1473, a disegno di Ambrogio Fossano, detto il Borgognone, insigne pittore, vi si poneva la facciata bramantesca, con molte sculture istoriche e simboliche, e colonnine e cimase, squisito lavoro del Busti47 e di altri ornatisti. Dentro non si finisce d'ammirare gli intagli del coro, il ricchissimo balaustro, i paliotti e gli altari commessi a marmi fini e a gemme: senza discendere alle particolarit di quel dittico d'ippopotamo, e dei mausolei di Giangaleazzo, di Beatrice e Lodovico Sforza, lavorati mirabilmente da Cristoforo Romano e da Cristoforo Solaro. Su tutto piega le sue volte un cielo d'oltremare, e la cupola frescata da Daniele Crespi; talch quell'edificio pu dare giusto concetto del scuola lombarda, nulla conosciuta dagli stranieri e poco anche dai nostri. Chi poi visit quello spazioso chiostro, con ventiquattro casini, ciascuno proveduto dei comodi occorrenti e d'un orticello, sente invitarsi al raccoglimento, e fra le tempeste crede vi si possa trovare quella pace che il mondo n sa dare n pu rapire.
.
Monumento ancor pi insigne e degno della citt che Giangaleazzo destinava capitale dell'Italia, fu il duomo di Milano. Architetto ne suppongono un tal Gamodia tedesco, oppure Matteo da Campione, che in quel tempo esegu il duomo di Monza e che trovasi fra i primi soprantendenti alla fabbrica insieme con Simone d'Orsenigo, Guarnerio da Sirtori, Marco Bonino ed altri lombardi48. Vi si attese coll'ardore consueto ai cominciamenti; e il duca regal la petriera della Gandolia sul lago Maggiore, donde fin ad oggi si trassero i marmi bianchi per formare questa montagna di meraviglie49. Oggi, quando un grande regala mezza pertica di terra per erigervi un monumento, si proclama sulle gazzette la sua munificenza. Allora, quando i fedeli offrivano sull'altare i frutti di una generosa abnegazione, questo atto di piet non facea meraviglia a nessuno. Oggi, che la splendidezza domestica fa contrasto alla meschinit del sentimento religioso, facciamo un appalto per finire al pi presto e col minore costo: allora tramandavansi quelle opere da generazione a generazione come un dovere sacro, n calcolavasi quanto costerebbero, quando finirebbero. Fortunatamente allora non v'avea n commissione d'ornato n statistica o preventivo; che se si fosse cominciato a discuter il progetto, porlo a concorso, sottometterlo alle graduate approvazioni; se i giornalisti avessero sparso beffe e continue diffidenze sull'architetto, sui capomastri, sui soprantendenti; se sofisticato sull'intenzione di chi stimolava e di chi donava, il Duomo sarebbe ancora alle fondamenta. Allora erano tempi di fede e perci di opere; i cittadini, ricchi della propria industria e potenti di confidenza, concorreano alla fabbrica del Duomo con animosa lautezza e con lasciti che i notari doveano suggerire ai testatori; i papi e gli arcivescovi gli animavano colle indulgenze; e a chi avesse voluto scoraggiarli col dire che neppure i figli de' figli loro ne vedrebbero il compimento, que' nostri vecchi avrebbero risposto:  Neppure chi pianta un albero  sicuro di coglierne i frutti; e come i padri preparavano a noi, cos noi dobbiamo ai nipoti50.
.
In fatto, attorno a quel monumento si affaticarono tutte le generazioni. Nel 1490 fu voltata la cupola; poi le guerre in cui perdemmo l'indipendenza sospesero i lavori. Il primitivo architetto avr per certo disegnato anche la facciata; ma si smarr il disegno, o i tempi dichiaravano barbaro tutto ci ch'era del medioevo, quando san Carlo pens a farla fare. Pellegrino Tibaldi, architetto allora di moda, diede due disegni di quello stile ch'essi intitolavano romano; l'uno con colonne isolate, l'altro con lesene sorgenti da uno zoccolo. Martin Basso di Seregno (1542-91) si oppose gagliardo al Pellegrini, specialmente in quanto concerne la forma del battistero, la disposizione dello scuruolo e del coro; e non ottenendo ascolto, se n'appell ai migliori architetti d'allora, Vasari, Bertani, Palladio, Vignola, e al pubblico con un libretto intitolato Dispareri in materia d'architettura et prospettiva. Brescia 157251. Federico Borromeo non gust la dissonanza che ne veniva dallo stile precedente, e di undici progetti offerti nessuno prevalse. Fra essi uno era di Pietro Antonio Barca, ingegnere militare di Filippo Terzo che stamp Avvertimenti e regole circa l'architettura civile, scultura, pittura, prospettiva e architettura militare per offesa e difesa di fortezza. 1620, Malatesta. Infine tornossi a quel del Pellegrini, se non che Carlo Buzzi, che a diriger que' lavori fu eletto nel 1646, al gi fatto annest la maniera gotica: talch sovra le strane cariatidi si elevarono lesene alla gotica; restando le belle ma sconvenienti porte, disegno di Francesco Richino o del Cerano; e quella di mezzo con bel frontispizio di Gaspare Vismara.
Nel secolo passato ripresi i lavori, vi si impose quella guglia che, quantunque non abbastanza slanciata, le imprime carattere, e fa palpitar il nostro cuore, quando da lungi la ravvisiamo dopo lunga assenza.
.
Allora si era, con savia generosit, proposto di demolire tutta la facciata e far di nuovo, ma, mentre si discuteva, giunge la rivoluzione. Calmata la quale, venuto a qui coronarsi nel 1805 Napoleone, colla assoluta sua concisione decret fosse terminata; a tal uopo si vendesse il patrimonio della fabbrica, che produsse un milione e mezzo: egli vi aggiungerebbe 5 milioni del fondo di religione. Volea fretta, quasi presentisse efimera la sua durata; volea che non si eccedesse la met di quel che sarebbe costato l'antico disegno, onde si dovette rimpedulare il gi fatto: e il Polak finch mori ai 13 marzo 1811, poi Carlo Amati, sopra disegni vecchi del Buzzi e recenti di Felice Soave, e sentiti architetti nostrali e forestieri, ne compilarono uno, che conserva le precedenti disarmonie. Sebbene si dicesse con italiana magnificenza, si semplific il lavoro, derogando alla grandiosit di stile ed alla profusione d'ornati del restante edifizio; porte e finestre romane, con ornamenti barocchi, rimasero sotto a gotiche gugliette; per giunta, vi si appose una scalinata greca. La fretta sentesi specialmente nelle guglie verso il palazzo, fin disformi d'altezza, e mal commessi i marmi.
.
Compita la facciata e levatone il meraviglioso palco, dove le abetelle non toccavano terra, mancava il campanile. Due alle spallature ne avea proposti il Buzzi, i quali avrebbero dilatato questa fronte, a proporzione dei capicroce. Il Cagnola ne ide uno isolato in Campo Santo; il Levati, due sopra le ultime cappelle del manico; l'Amati pur due sopra le sagristie; fu intanto posto un deforme casotto, che poc'anzi saviamente si lev, attaccando le campane in due spazj della cupola52.
.
Allora il Duomo pot considerarsi come terminato, ma restano un'infinit di particolari che mai non sar possibile dire compiti: intanto si fece il pavimento a tarsia di marmo, si dipinse la volta a chiaroscuro, d'infelice pensata ma di bellissima esecuzione; si van coprendo i bellissimi finestroni con vetriate dipinte; si finiscono o rinnovano le gugliette e la smerlatura superiore; si riparano i guasti del tempo; si collocano sempre nuove statue.
.
Questa mole, che forma l'ammirazione dello straniero e la compiacenza de' patrioti,  realmente di mattoni, rivestiti di marmo, e ognuno pu figurarsi quanta parte sia approfondata sotterra: un'infinit di chiavi e di aghi di ferro sono murati; e anime di ferro legano i piloni e le gugliette.
La fabbrica forma, un gran triangolo nell'elevazione, una vasta croce latina nella pianta, divisa in cinque navate, sorrette da 52 piloni o fasci ottangolari, con maravigliosi capitelli; e sui quattro maggiori, grossi un quinto di pi, impostasi la cupola ottagona contornata di 60 statue. Di fuori non si vede che marmo lavorato, a cui sovrastano 106 guglie, quasi corteggio della maggiore, portante una Madonna dorata. Due mila statue di fuori e 700 dentro vorrei dire che la popolano; e chi lev il conto suppose possa esser costato ducento milioni.
.
Con questa somma quanti utili edifizi troverebbe da fare la nostra et positiva, migliori che una chiesa! Ma l'uomo non vive di solo pane, bens d'immaginazione e di sentimento: ha bisogno di qualche cosa che lo elevi sopra la materialit del cibo quotidiano o del computo egoistico; che lo leghi con un passato e con un avvenire; che lo faccia palpitare d'ammirazione, di piet, di patriotica compiacenza.
.
E qual cosa v' pi atta che questo portento d'architettura? La serie de' lombardi scultori, architetti, pittori seguesi in questa accademia e palestra paesana, dove ciascuno ritraeva la propria et. Il curioso non sa levar l'occhio da tanti altari, tante sculture e monumenti sepolcrali, dai tesori delle due sacristie, dall'immensa variet degli intagli dentro e fuori. Il devoto sente commoversi nell'entrar sotto a quell'immense volte, apparecchiate per ricevere l'intero popolo, sicch in unit di voci elevi deprecazioni o ringraziamenti al Dio che castiga e che consola: quelle guglie lanciate verso il cielo, gli sembrano inni accordati di tutto il popolo al Dio di tutti. Il pensatore, in quell'impasto di romano, d'orientale, di germanico, d'ordine, di libert, d'armonie e disaccordi, sostenuti sempre dall'ardimento in modo da farne un insieme, ben caratterizzato dalla variet nella bellezza e nella grandezza, ravvisa la natura delle moderne generazioni. Il cittadino vi legge la storia di 500 anni nelle bandiere che un tempo lo tappezzavano: in quei pulpiti da cui i migliori ingegni spiegarono un'eloquenza or sobria e devota, or baldanzosamente attillata ora assurdamente gonfia, ora puerilmente rinfronzita: in quei presbiterj dove l'autorit civile straniera alz pretensioni contro la ecclesiastica dei prelati nostrali: in quell'altare che un giorno fu spogliato non solo di arredi, ma fin di culto per opera d'intolleranti, che qui fecero giurare odio eterno ai re e poco dopo batterono smaniosamente le mani al guerriero fortunato che qui si poneva in capo la corona ferrea, minacciando guaj a chi gliela toccasse. E quella corona gli fu strappata: e in questo Duomo la raccolsero i suoi nemici, fra nuovi applausi; e applausi e pianti nuovi vi sonarono dopo che, fra il sangue delle cinque giornate, su questa guglia s'impenn la bandiera iridata.
E come questa mole giganteggia fra le caduche stanze de' mortali, cos lo spirito s'eleva sopra le frivole importanze giornaliere per vagheggiare l'idea e l'ispirazione delle grandi opere dell'arte, consacrate dalla religione; per compiacersi del bello, ma ammirar l'originale; per togliersi all'idiotismo di una civilt prosastica in cui si calcola, non si osa; si cerca l'arte, non il pensiero; si inneggia, non si prega; si critica, non si fa.
...
.
...
16. 
Ultimi Visconti.
.
Signore di quanto paese aveva gi obbedito ai Longobardi, ricco di tesori e di parentele, circondato dai migliori capitani di ventura, vincitor dell'imperatore Roberto che era sceso fino a Garda per lacerare colla spada l'investitura concedutagli per denaro, temuto pi di qualsifosse altro principe dopo Federico II, stendendo le spire del suo biscione dalle Alpi fin agli Abruzzi, che cosa mancava a Giangaleazzo se non il titolo di re d'Italia? Ed egli aveva gi preparato manto, corona e scettro da ci: ma  fatale che questo antico concetto dei Longobardi nasca in molti, ma vi si opponga sempre la idea federativa de' potentati o del popolo. A 49 anni moriva di peste (1402), ed ebbe funerali non meno splendidi della coronazione, accorrendovi magistrati, cavalieri, capitani da tutte le parti, i rappresentanti di ben quarantasei citt soggette, con gli stemmi e le bandiere di ciascuna, e duemila persone con doppieri, sicch quattordici ore dur il corteo funerale.
.
Aveva egli spartito il dominio tra due figliuoli: a Giovanmaria dal Ticino al Mincio, a Filippomaria il restante; ma un trono sostenuto dalle spade  dalle spade scassinato. I condottieri non s'accontentavano pi d'avere buoni soldi, ma volevano anche dominj, laonde occuparono chi questa, chi quella citt: Facino Cane il contado di Biandrate; Pandolfo Malatesta Monza e Brescia; Fondlo Gabrino Cremona; le antiche famiglie rivaleano in altri paesi: i Benzoni a Crema, i Vignati a Lodi, i Rusca a Como, i Sax a Bellinzona, i Suardi a Bergamo, gli Scaligeri a Verona; Vicenza si d ai Veneziani; i Carrara si fondano a Padova; Alberico da Barbiano ricupera al pontefice Assisi e Bologna; le plebi stesse reluttano, e a Milano  trucidato l'abate di Sant'Ambrogio sotto gli occhi del giovane duca.
.
A tanto scompiglio dovea far fronte la vedova reggente Caterina, e fren signori e popolani colle sanguinose esecuzioni che sgomentano ma inveleniscono. I disgustati si volsero al giovinetto duca Giovanmaria, e blandendolo l'indussero a far imprigionare e forse uccidere la madre. Poi egli stesso domin ferocemente insensato; tenea cani addestrati a sbranar gente; e se talora questi mastini impietosivano davanti a fanciulli piagnenti, li finiva il manigoldo Squarciagiramo, pi feroce di essi. Intanto le fazioni de' Guelfi e Ghibellini eransi ridestate per tutto; i condottieri di parte ghibellina obbligavano Giovanmaria a dar denari; egli, per averne, istituiva persino che non si rendesse giustizia a chi non avea pagato le imposte: eppure coloro, non mai satolli, svaligiavano le barche sul Po e i mercanti, saccheggiavano case signorili: e perch il duca esit a dare lo scambio ai ministri secondo essi gl'ingiungeano, posero assedio a Milano e scaricavano dal castello bombe e cannoni, invenzione novissima e perci meno micidiale ma pi spaventosa. Allora una folla di poveri si pose attorno al duca che cavalcava, esclamando Pace, pace: e il duca ordin a' suoi di assalirli, onde ducento rimasero o trafitti o pesti dai cavalli. E come suo padre avea proibito la parola di popolo, mal sonante ai tiranni, cos egli proib quella di pace, perfino nella messa: pure alfine fu costretto domandarla, rimuovere i suoi subornatori, perdonare ai Ghibellini e ricevere un governatore di questi e uno de' Guelfi.
.
A capo de' Ghibellini stava Facino Cane, famoso condottiere, che, divenuto conte di Biandrate e signore di Tortona, Novara, Vercelli, Alessandria e delle rive del lago Maggiore, ricco di tesori e di eccellenti milizie, tolse a Filippomaria la reggenza di Pavia e costrinse Giovanmaria a cedergli pur quella di Milano, dopo mandatala a orribile saccheggio. Se non che cadde gravemente malato; e le famiglie ghibelline dei Mantegazza, Pusterla, Del Majno, Trivulzi, Baggio, Concorezzi, Aliprandi, temendo rimanere esposte alla bestialit del duca, trucidarono costui nella chiesa di San Gotardo (1412), di soli 24 anni; lo Squarciagiramo fu fatto a pezzi dalla plebe.
.
Il giorno stesso moriva Facino, e tosto i costui soldati occupano Pavia per sicurt delle loro paghe; Estore Visconti, bastardo di Barnab, s'insignorisce di Milano: ma Filippomaria, fin allora mostratosi infingardo e dappoco, avventasi operosissimo e recuperare i dominj aviti. Sposa Beatrice Tenda vedova di Facino; egli di 20 anni, ella di 40, ma gli portava 400 mila zecchini di dote, estesissimi possessi e i partigiani del marito. Coi quali egli strappa agli usurpatori Pavia e Milano, punisce gli uccisori del fratello sospendendone le lacerate membra alle case loro e ai campanili: e una dietro una ricuperate le citt, domina dal San Gotardo al mar Ligure e dai confini della Savoja a quelli del papa. Allora accusa Beatrice d'infedelt e la manda al supplizio; tanto gli pesava la riconoscenza verso di colei alla quale doveva la sua fortuna.
.
Meno sanguinario, pi cupo e diffidente che il fratello, sprezzatore della fede e degli accordi, geloso di tutti, celava i sentimenti proprj, malignava gli altrui; fatta pace, la rompeva di botto, per tornar subito a nuovi accordi; sollevato uno, l'abbatteva, per rialzarlo ancora quando il bisogno prevalesse alle gelosie. Conoscendo che la forza era tutto, comprossi i migliori condottieri d'allora, e principalmente Francesco Busone conte di Carmagnola e Francesco Sforza, saliti colla sola spada da umilissimo stato a insigne fortuna. Il Carmagnola ajut il duca in tutte le guerre sottomettendo Lodi, Crema, Cremona, Brescia, Bergamo, San Donnino, Parma, Reggio, vincendo colla forza o col tradimento quei Vignati, quei Beccaria, quei Fondulo, quei Pallavicini, quei Benzone, quei Terzi, quegli Estensi, quegli Arcelli che v'aveano signoria. Il Carmagnola acquistossi 40 mila fiorini d'entrata; e si fabbric il vasto palazzo che chiamiamo il Broletto. Filippomaria, cui la gratitudine fu sempre di peso, come avviene agli animi villani, tolse a volergli male e agognarne le ricchezze, e talmente gli attravers le imprese che questi pass al soldo dei Veneziani e li condusse a vantaggio contro il Milanese. Prese egli Brescia (1425), e nella battaglia di Macl sul Bresciano sconfisse affatto i nostri e ne fe prigioni 8000: ma, siccome era consuetudine fra i condottieri, ai prigioni tolse armi e cavallo, le persone rimise in libert. Ci seppe di tradimento ai Veneziani, che arrestato lo mandarono a morte.
.
Il duca non si spavent del veder tornare inermi i suoi, perocch due artefici nostri si offersero di fornire d'arme essi soli 4000 cavalieri e 2000 pedoni; tanto fiorivano qui tali manifatture. Francesco Sforza ebbe tosto in piedi un nuovo esercito visconteo, col quale costrinse i nemici alla pace. Questo trionfo ed altri su altri nemici, invece di far caro lo Sforza al duca, glielo rendeano sospetto; e appena cessasse di sentirne bisogno lo bistrattava, per colmarlo di favori al rinascere del pericolo, e colla lusinga, cento volte delusa, di dargli sposa una sua bastarda e con essa un titolo a succedergli.
.
Merc di lui, di Nicol Piccinino, di Bartolomeo Colleone, di Alberico da Barbiano e d'altri famosi, trionf Filippo in Valtellina e nel Cremonese contro i Veneziani, nelle Marche e nel Bolognese contro i Papalini e contro i Fiorentini. Ma quei condottieri gli domandavano in compenso dominj. Alberico da Barbiano, che portava per divisa Italia liberata dagli stranieri, ebbe Belgiojoso; il Sanseverino volea Novara, il Dalverme Tortona; altri altre citt: onde Filippomaria, per liberarsi da' suoi liberatori fe pace, e richiam per minor male lo Sforza, al quale finalmente concedette la mano di Bianca Maria. N per questo cess di contrariarlo e insidiarlo; gli ritolse Cremona e Pontremoli, assegnategli in dote, e fin la Marca d'Ancona da lui acquistata. Fra i tranelli della politica e i vaneggiamenti dell'astrologia, secondo la quale regolava ogni suo atto; pigro; grasso, cieco, e della pinguedine e della cecit vergognandosi; menato dal senno d'un Zannino Riccio e dalla propria diffidenza; ammogliato a una principessa di Savoja, ma conservandosi sempre a fianco una Agnese Del Majno, per la quale i nostri non vergognavano di scriver preci nel messale, pass Filippomaria 35 anni in continua guerra; gli Svizzeri occuparongli le valli del Ticino; i Veneziani stavano alle porte di Milano quando egli mor (1447), terminando con lui la dinastia dei Visconti53.
.
In quel tempo rinascevano gli studj: dir pi giusto, gli studj, che aveano cominciato cos originalmente con Dante, si voltavano sull'imitazione degli antichi, dacch i profughi di Costantinopoli qui introdussero quell'erudizione, che fa consistere il talento nel ricordare. I Visconti e sin Filippomaria accolsero e favorirono di quei dotti, come il Filelfo, il Barziza, il Panormita, l'Offredi, il Decembrio: e questi li ripagarono d'encomj e ne tesserono la storia, da cui poi la dedussero i posteriori. A quelli ricorrano coloro che vogliono divertirsi cogli aneddoti principeschi; noi, che vogliamo piuttosto istruirci colla storia del popolo, diremo che i Milanesi, sotto questi principi, viveano anzi rassegnati che contenti, e il desiderio della libert restringeano in quello di cambiar padrone. Dal principe dipendeano la pace e la guerra la ricchezza e il prosperamento del paese. Soleva ancora adunarsi il gran consiglio, ma in realt gli affari venivano condotti da un consiglio di 12, detto di provisione, preseduto da un vicario nominato dal duca: dal duca pubblicavansi gli statuti, diretti spesso a consolidarne l'autorit col proibire di portar armi, di far societ segrete o mantenere corrispondenze col papa o coll'imperatore, e col fare severa giustizia dei ladri e dei ribelli, e per ribelli s'intendono tutti quelli che fanno contro al pacifico stato del signore e del comune di Milano.
.
Per alla fin fine erano principi nostri, e i buoni Ambrosiani godevano della coloro grandezza, giacch nol poteano della propria felicit; compiacevansi al vedere Barnab sposare Regina degli Scaligeri di Verona con 400 mila zecchini di dote e met tanti di pensione vitalizia, e le sorelle e le figlie dei nostri principi cercate dai reali di Francia, d'Inghilterra, di Germania, di Polonia quando bisognassero di denaro. Giangaleazzo, maritando la sua Valentina al fratello del re di Francia, le dava in dote 400 mila zecchini, oltre la citt e il territorio d'Asti, e gemme e corredo che nessun re poteva altrettanto, ove il solo argento ammont a 1667 marchi. Molto allettavano la splendidezza della Corte, e le frequenti comparse, e i clamorosi pranzi, e i clamorosissimi funerali, e le feste rinnovantisi alle nozze, alle paci, alla venuta di principi. Fu una volta che Filippo ebbe ospiti insieme papa Martino V, l'imperator Sigismondo e i due re di Napoli e di Navarra, fatti prigionieri nella battaglia di Ponza. Sappiamo che in un mazzo di carte (giuoco allora nuovo da noi) dipinto da Marzian di Tortona, egli spese 1500 monete d'oro.
.
Le sevizie di quei principi possono paragonarsi al morso di un can rabbioso, che tocca solo a chi gli va vicino: mentre una pacata signoria pu far l'effetto della malaria, che infonde a tutti lo spossamento e il marasmo. Del resto essi cercavano la prosperit del paese, sia per cavarne di pi, sia per non iscapitare al confronto de' vicini. L'agricoltura progrediva di ben in meglio sull'esempio dei monaci, e si miglioravano le razze de' bovi e de' cavalli, de' quali, celebri per grossezza e forza, molto smercio faceasi in Francia.
I lavori di seta crebbero principalmente quando molti fabbricanti di Lucca, sottraendosi alla tirannia di Castruccio, qui ricoverarono nel 1314. Il traffico pigliava tal vigore, che Milano alla sola Venezia spediva 4000 pezze di pannilani, e tra queste ed altre merci un valore di 210 mila zecchini. I nostri poi andavano in Francia, in Fiandra, in Inghilterra a raccattare la lana che, tinta e tessuta qua, mandavano col donde ora ci vengono i panni signorili. Per tutto il mondo correano le monete d'oro colla biscia, che dai duchi nostri appunto presero il nome di ducati. I nobili non pigliavano vergogna del mercatare; e sulle matricole compajono i Litta, i Dadda, i Bossi, i Crivelli, i Cusani, i Dugnani, i Medici, i Melzi, i Porro, i Bescap, i Lampugnani, gli Archinti, i Vimercati, i Castiglioni, i Pozzobonelli. I Borromei da Samminiato si trasferirono qui vendendo panni grossolani e stabilendone una fabbrica; e Filippomaria prese un Borromeo per riveditore della finanza; e poco dopo Luigi 12esimo di Francia levava al battesimo un figliuolo di quella casa.
.
Singolarmente guadagnavano i nostri in operazioni di banco, cio ricevendo denaro in un luogo e facendolo pagar in un altro, operazione quasi nuova e allora viepi opportuna per la poca sicurezza delle strade e la scarsezza di relazioni. E banchi teneano dappertutto, tanto che, presso ai forestieri, Lombardo fa sinonimo di banchiere: a Parigi, a Zurigo, a Londra, a Mosca incontriamo ancora la via dei Lombardi: la prima cambiale che si conosca fu tratta da Milano nel 1325, pagabile sopra Lucca a cinque mesi; un'altra se n'ha, tratta da Bartolomeo Borromei di Milano il 9 maggio 1395, sopra Alessandro Borromeo e Domenico de Andrea.
Milano esib a Filippo di mantenergli stabilmente diecimila cavalieri e altrettanti pedoni, se gli lasciasse le gabelle e i tributi di questa sola citt, serbando per s quei delle altre.
.
La popolazione cresceva, bench decimata da pesti ricorrenti. Dalla famosa morte nera del 1348 Milano rimase salva pei rigori posti da Luchino, ma in quella del 61 perdette settantacinquemila vite. I primi provedimenti di polizia sanitaria menzionati sono i nostri.
Il servaggio alterava la semplicit de' costumi, e Galvano Fiamma domenicano, cronista del tempo d'Azzone, si lagna che i giovani, toltisi dalle vestigia de' maggiori, in istrane guise si trasfigurassero, portando vesti assettate e corte alla spagnuola, tosandosi alla francese, nutrendo la barba a uso de' barbari, cavalcando con furiosi sproni alla tedesca, parlando varie lingue alla tartara: le donne, scollacciate, in vesti seta e fibbie d'oro, cinte al petto come Amazzoni, colle scarpe appuntate in su, giuocano a dadi e a tavole: cavalli militari, armi lucenti e, quel ch' peggio, cuori maschili e libert negli amori son gli ornamenti e gli studj della giovent, sprecandosi in ci le sostanze, sudate dai genitori frugali.
.
Ma se leggerete storie o ascolterete declamatori, vi diranno sempre che una volta tutto andava meglio, che oggid son peggiorati i costumi, enorme l'egoismo, esorbitante il lusso; querimonie da cui bisogna far grandi sottrazioni. Certo teneansi apertamente giuochi di sorte. Del resto in quel lusso vi avea pi sfarzo che buon gusto; godeasi far pompa di oro, perle, cavalli; amavasi il buon vino d'oltremonte e d'oltremare; i cuochi si pagavano un occhio, e della golosit de' nostri sono testimonio due proverbj che allora correvano:  Meglio un buon porco che una bella tosa; e  Stracciato il mantello ma grasso il piattello54. Il riso era ancora una rarit e vendeasi dai droghieri; comunemente usavasi pan di segale, e per quello di frumento non v'era che il forno detto prestin della Rosa.
.
Pur troppo  a credere s'imparasse a chinar la fronte a quello in cui mano stavano il denaro, la forza, la legge, ed alla serie de' bassi che comandavano agli alti. Pure durava un vivere patriarcale, n la Corte era distinta dalla citt, quanto nei tempi posteriori; e bench ai nobili rimanessero molti privilegi, pure le condizioni trovavansi spesso mescolate nei pubblici convegni e nelle feste ecclesiastiche o civili.
.
A voler dire d'alcune di queste, durava la consuetudine che il capofamiglia, a Natale, portasse attorno per la casa un ceppo, ornato di lauro e di ginepro, poi lo mettesse sul focolare, attorno a cui raccoglievasi tutta la parentela. All'Epifania, tre finti re col loro corteggio e coi donativi e con giumenti e servi e scimie e gran sinfonie, preceduti da una stella, venivano dalla interna citt; alle colonne di San Lorenzo incontravano Erode co' suoi savj, dal quale chiedevano invano informazione sul nato re di Giuda, onde procedevano fino a Sant'Eustorgio, dov'era figurato il presepio; vi faceano l'offerta e l'adorazione, poi ritornavano per porta Romana.
A San Bartolomeo, i fornaj soleano offrire dei pani infissi sulla pala; del che resta memoria nelle pampare, canne con cialde.
A San Francesco, i frati esponeano davanti al loro convento una bellezza di fiori; e quando i frati cessarono, si mut in gajo mercato che dur fino alle universali trasformazioni di quest'ultimi anni.
.
Sotto i duchi si istitu che, il giorno della nativit di Maria, titolare del Duomo, tutte le citt del ducato inviassero rappresentanti e donativi e gonfaloni. Azzone nel 1335 introdusse la processione del Corpus Domini, restata poi solennit uffiziale fin quando la libert la proib. Pi tardi cominci la popolare del santo Chiodo; e cos quella del perdono all'Ospedale per l'Annunziata. In una peste del 1300 si fece voto di visitare, l'ultima domenica di luglio, la chiesa di San Cristoforo sul naviglio grande; ed oggi ancora si continua andarvi, portando rustiche ventaruole di foglio, e abbandonandosi all'allegria di merenduole campestri.
I canonici del Duomo cessarono d'essere chiamati cardinali della santa Chiesa milanese, ma sempre erano di famiglie patrizie. I sacerdoti vestivano di qual si fosse colore, purch non variegato n con fregi o bottoni d'argento.
.
Agli arcivescovi pi non rimaneva alcuna attribuzione civile, se non che il diritto ecclesiastico dava ad essi un fro speciale, con giurisdizione anche penale sul clero. I papi attesero sempre a mozzarne l'autorit, sottraendone alcune chiese; poi rendendo immuni dalla loro giurisdizione tutti i frati; poi deputando dei nunzj pontifizj, che decretavano ed eseguivano indipendentemente dall'arcivescovo; come ne era indipendente il tribunale della Santa Inquisizione, che poteva incarcerare anche persone addette all'arcivescovo. Papa Eugenio Quarto nel 1443 cerc ridurci al rito romano; ma il popolo corse tumultuante alla casa del legato pontifizio venuto a tal uopo, ed obbligollo a partire, dopo restituito un messale antichissimo ch'egli erasi preso. Abbiam veduto alcuni arcivescovi brigarsi troppo nella politica; e quanto alle virt per cui erano venerati i primi, non appare ne fossero modelli quei del secolo che descriviamo, bench non mancassero d'una splendida carit.
...
.
...
17. 
Repubblica Ambrosiana  Francesco Sforza.
.
I Milanesi, l'ultima volta che aveano trattato in proprio nome coll'imperatore a Costanza, aveano stipulato la propria libert. Per amore o per forza si erano poi tolta come signora la famiglia Visconti; ma allo spegnersi di questa sentivano d'esser liberi di s, e aborrendo il dominio principesco come pessima pestilentia, e rimembrando i gloriosi loro avi, proclamarono il governo a popolo col titolo di aurea repubblica ambrosiana.
.
Che follia! esclamano quelli a cui la repubblica sa fra di prigione e di Senavra. Ma, oltre che v'aveano diritto, in quel tempo duravano gloriose le tre grandi repubbliche di Genova, Venezia, Toscana; gli Svizzeri s'erano allor allora confederati repubblicanamente; le citt di Fiandra e di Borgogna, cessati i loro duchi, costituivansi a Comune; di modo che la miglior parte d'Europa potea stabilire questa forma. In quella vece prevalse il principato, mediante l'ingrandimento di Luigi XI e della Casa d'Austria.
.
I nostri repubblicani fecero degli ordini savj, ne fecero di improvidi, come succede anche ai principi; e il rigorosamente giudicarli varrebbe quanto rinfacciare a un bambino appena sfasciato che non sappia camminar bene. I difensori della libert erano vacillanti come ogni governo provisorio uscito da una rivoluzione, sicch coloro che osavano affrontar la legge trovavano il loro pro, e diveniva potenza lo schiamazzo. Il popolo volle si distruggesse il castello e si bruciassero i libri del censo, solito carnevale dei liberati, per dar ai successivi la fatica del rifabbricare e riscrivere. Quel che volentieri dimenticano i detrattori si  che, da oblazioni spontanee, si raccolsero 800 mila zecchini, cio otto milioni di franchi, ad tuendam patri libertatem, dond'ebbe origine il Banco di sant'Ambrogio55.
.
Ma le vicine citt non volevano sottostare a Milano, e congegnavano altrettante repubblichette, cio una debolezza universale; i cittadini medesimi si scindevano presto in partiti, chi pendendo all'impero, chi ai reali di Francia parenti dei Visconti; chi al re Alfonso, cui Filippomaria ci avea lasciati in testamento; chi al duca di Savoja che fin d'allora qui tendea la gola; chi alla repubblica veneziana: nessuno forse pensava a una confederazione tra le citt libere e far da s stesse.
.
D'altra parte i nostri erano stretti da urgentissime circostanze. Dicemmo che i Veneziani trovavansi armati quasi alle porte della citt; l'imperatore pretendeva dispor di noi, perch, avendo dato il titolo di duca a Giangaleazzo, potea conferirlo a chi volesse, ed anche a qualche tedesco; i capitani di ventura, che non era possibile n licenziare n tenere in obbedienza, rimestavano lo Stato colle pretensioni: Vitaliano Borromeo, signore delle principali terre del lago Maggiore; Carlo Gonzaga, capo di poderosa fazione; il valoroso generale Niccol Piccinino, disputavansi il dominio; tanto che i nostri, in quei frangenti che tolgono il senno anche ai pi savj, e forse raggirati dai Ghibellini, stimarono bene affidare la propria difesa a Francesco Sforza.
.
Eccellente capitano davvero, trionf sui Papalini e sui Veneziani, ma egli lavorava per s; ed avvezzo a considerarci come roba sua gi da quando stava alla corte di Filippomaria, allora mise in campo il diritto di eredit, perch aveva sposata una costui figlia naturale. Titolo assurdo, ma a cui dava peso l'aver egli un bravo esercito, e noi no. Tardi accortisi (1448), i nostri fecero armi e giurarono resistere; promisero la mancia di diecimila zecchini in oro e altrettanti in possessi a chi uccidesse questo traditore, questo disertore: ma buone armi valgono troppo pi che i giuramenti e le imprecazioni. E Francesco Sforza si accinse a domare quelli che ancora anteponessero una tempestosa libert ad una tranquilla servit; e vinte le citt minori, strinse la nostra di tal fame, che un moggio di grano pagavasi 20 zecchini. Il popolo dunque s'ammutin, mosso dall'oro nemico, secondo la frase antica e moderna; e cacci o trucid quelli che persuadevano a soffrir tutto per la libert; rimise in posto i Ghibellini, i quali mandarono a Vimercato a capitolare collo Sforza, che il 26 febbrajo 1450 entr nella citt dov'era dianzi bestemmiato e gridato a morte, e dove allora ripetevasi in coro,  Quest' il giorno che Dio fece; cantiamo ed esultiamo.
.
Gi quando egli stava a campo ogni giorno gran numero di Milanesi andavano a visitarlo; e molti gli recitavano versi ed elegantissime orazioni. Poi per la sua entrata... i Milanesi avevano preparato un carro trionfale con un baldacchino di panno d'oro bianco, e cos con gran moltitudine aspettavano il principe avanti alla porta Ticinese. Ma Francesco per la sua modestia ricus il carro e il baldacchino, dicendo tali cose essere superstizioni da re; il perch, entrando, and al sacro e massimo tempio di Maria Vergine, e fermo innanzi alla porta, si vest di drappo bianco insino ai piedi, la qual veste era di consuetudine che si vestivano i duchi quando pigliavano la signoria (Corio).
.
Non pi dunque l'elezione, neppure l'eredit, ma quel fatto brutale che chiamiamo diritto di conquista, c'impose una dinastia nuova e monarchia militare.
Un villano di Cotignola nella Romagna stava zappando, quando ud passar un tamburrino di quei che andavano a ingaggiare i soldati per le bande mercenarie. Imbizzarrito di cambiare stato, getta la sua zappa s'un albero, risoluto di rimanere col se ricadesse; se no, andar soldato. La zappa s'impigli fra i rami, e il villano l'ebbe per augurio di porsi al soldo; dal suo valore fu detto lo Sforza e divenne famoso condottiero. Pi famoso e fortunato questo suo figlio Francesco, vedeasi acquistato un dominio, invidiabilissimo da chi non leggesse nel futuro.
.
Ma dei Visconti, dominati 151 anno (1277-1429), Matteo mor scomunicato, Galeazzo fuggiasco, Marco gettato dalla finestra, Luchino di veleno, Matteo Secondo ucciso dai fratelli, Barnab incarcerato dal nipote. Giovanmaria trucidato, Filippo maledetto. Gli Sforza, in appena sei generazioni vedremo preparare a s e alla patria comune tanti malanni che, se il padre di Francesco avesse potuto indovinarli, certo preferiva di rimanersi alla marra de' suoi avi.
.
Francesco pose ogni industria a far dimenticare la violenta origine del suo dominio e riconciliarsi i popoli con quel modo ch' unico valevole, il beneficarli. Non perseguit gli avversarj; nella capitolazione stipul non vi sarebbero impiegati forestieri; i tribunali sempre in Milano; non rincarite le gabelle; garantiti i creditori dello Stato; mandati fuor di citt i soldati. Atteso che la plebe, riavvezzata alle armi, si ricordava della libert, egli si fece pregare dalle parrocchie a lasciar ricostruire il castello come ornamento della citt e come difesa contro dei Veneziani, ma in realt per procurarsi un riparo contra i pericoli d'ogni nuovo governo. All'imperatore Federico III, che voleva disputarglielo, rispose saprebbe difender coll'armi il titolo di duca, e l'acquet a denari, sottraendosi cos alla dipendenza, comunque nominale, degli imperatori.
Sciaguratamente i sedici suoi anni furono afflitti da peste e da guerre incessanti con Veneti, Fiorentini, Savojardi, Napoletani; anzi ai Veneti dov cedere Bergamo, Brescia e Crema, d'allora sempre staccate dal Milanese; di rimpatto si fe cedere Savona e Genova da Luigi XI per soccorrerlo contro la Lega del ben pubblico con un corpo di nostri che in Francia furono estimati pi che uomini.
.
Quest'astutissimo re di Francia teneva in gran conto i pareri di Francesco, come anche Cosmo de' Medici, il quale gli pag sempre una grossa pensione. Il nostro duca sapea mostrarsi necessario a tutti i potentati; con doppio matrimonio si leg ai reali di Napoli, con altri al marchese di Mantova e a Savoja.
La presa di Costantinopoli fatta dai Turchi (1453) mise spavento di una nuova irruzione di Barbari. Sentivasi dunque viepi il bisogno della pace, e Francesco, per conservarla, propose una federazione di tutti i principi d'Italia, all'intento d'escludere i forestieri, qualunque si fossero. I frati erano allora non solo i persuasori, ma spesso i negoziatori delle paci; e qui fr Simonetto da Camerino riusc a stringere lega fra il nostro Francesco, il papa e gli altri principi italiani, onde s'ebbe un respiro dalle battaglie e speranza che la confederazione salvasse l'indipendenza.
.
In paese poi Francesco oper del gran bene, restituendo al governo il vigore senza le crudelt de' Visconti: sul trono serb i modi franchi, acquistati negli accampamenti; abol il sistema che in Francia dur fin quest'ultimi tempi, di metter all'incanto gli impieghi e le magistrature; delle nuove terre acquistate non abol le usanze e le leggi: regol la giustizia e l'amministrazione con una precisione da far vergogna agli statistici moderni; sop le fazioni; tolse di mezzo i masnadieri, coda delle guerre; rifabbric il palazzo ducale e il palazzo de' poveri, cio l'ospedal maggiore, uno de' pi insigni monumenti dell'architettura e della beneficenza, nel quale venissero accolti gl'infermi di qual si fossero nazione e religione; comp il naviglio che da Trezzo mena le acque dell'Adda a Milano; onorava gli uomini valenti e i letterati, che lo ripagarono magnificandolo.
Da un conto preventivo del 1463 appare che le rendite totali sommavano a 1,664,750 lire, le spese a 226,244; onde una risultanza netta di rendite camerali in 1,438,306, cui aggiungendo alcuni diritti speciali spettanti al principe, si arriva a 1,461,979, pari a odierne L. 4,219, 272. Ciascuna gestione aveva un ragioniere apposito e regolare contabilit; al che  in parte dovuto il potere gravar s poco i sudditi, eppure aversi di che finire, non una galleria di vetro e carta pista, ma i navigli, il duomo, la certosa, l'ospedale e tante chiese e palazzi, e mantenere un esercito, fin di 4035 uomini.
.
Le quindici citt del suo dominio passarono al degenere figlio Galeazzomaria (1466), che fu riconosciuto dall'imperatore e dai duchi di Savoja, per quanto inuzzoliti di questo bel paese. Galeazzomaria volle far mostra della sua grandezza in un pomposo viaggio a Firenze, e per l'inaccesso Apennino trascin dodici carri coperti di sargie d'oro, 50 palafreni, per la moglie Bona di Savoja; altrettanti per s, bardati a oro; per guardia 100 uomini d'armi e 50 fanti, oltre 50 staffieri in seta e argento, 500 coppie di cani da caccia e senza numero falconi; sicch sommavano a non meno di 2000 cavalli, e la spesa a 20 mila zecchini; sfarzo che parve eccessivo sin a quell'et sfarzosissima.
.
Davvero egli avea di che insuperbire, attesoch il re d'Ungheria e Boemia gli chiedeva un prestito; il soldano d'Egitto gli mandava ambasciadori; il re di Francia Luigi XI suo cognato avea bisogno dell'esercito di lui; i Fiorentini gli davano un tributo; un nipote di papa Sisto Quarto gli promettea coronarlo re d'Italia se lo ajutasse a ottenere la tiara.
Ma dentro mal se la diceva con sua madre Bianca Maria: atroce e beffardo, avaro e scialacquatore, contaminava donne e le abbandonava; ad una Lucia Marliana, che pi seppe legarselo, fe regali appena credibili, fin di tutto il ricavo del naviglio della Martesana, case e beni, i poderi di Mariano e Cant, e le contee di Melzo e Gorgonzola; de' quali donativi si eresse regolare istrumento alla presenza di gran personaggi e del marito, che si obbligava di non accostarla mai senza consenso del duca.
.
Galeazzomaria cerc il favore de' nobili col nominar cento ciambellani e cento paggi, i quali riccamente vestiva e stipendiava, ma ne svergognava le mogli e le sorelle. Del che irritati i giovani nobili Giannandrea Lampugnani, Gerolamo Olgiati, Carlo Visconti, infervorati anche da Cola Montano loro maestro cogli esempj di Bruto e di Timoleone, congiurarono avanti gli altari come ad opera sacra, e in Santo Stefano lo uccisero (1476); ma essi medesimi furono uccisi dal popolo, che non di rado odia e i tiranni e chi ne li libera.
.
Bona, regolata dai consigli di Cicco Simonetta, segretario di accortissimo senno e lunghissima esperienza, seppe in quel frangente mantener la quiete e conservare il dominio al fanciullo Giangaleazzo di sei anni; e per quanto lo Stato fosse decaduto dalla floridezza e dal credito che godeva sotto Francesco, e sciolto l'esercito e fiacca la politica, essa valse a rimetter qualche ordine. Se non che la reggenza le fu disputata dai cognati, che con lunghi intrighi riuscirono a mandar al patibolo il Simonetta e allontanare Bona. Pi scaltro degli altri, Lodovico Sforza duca di Bari, detto il Moro, seppe trar le cose in mano propria, dominando a nome del duca e coll'intento di perderlo. A Massimiliano imperatore di sposa Bianca, sorella del duca, con 400 mila zecchini, e 40 mila in gioje, per compenso facendosi dar l'investitura del ducato, a patto di tenerla segreta finch venisse il buon destro. Perocch all'usurpazione egli conosceva si opporrebbero gli altri signorotti italiani e principalmente Ferdinando re di Napoli, che avea dato sposa sua figlia al duca. Pens dunque turbare lo stagno onde pescarvi, e mand sollecitare Carlo Ottavo di Francia che venisse a conquistare il Napolitano, su cui vantava diritti, ed esso gli aprirebbe l'Italia.
Sciaguratissimo consiglio; perocch da quel punto cominciarono gli stranieri ad agognare il possesso dell'Italia; e Francesi, Spagnuoli, Svizzeri, Tedeschi scesero lungamente a straziarci, sinch rifiniti ci incatenarono.
...
.
...
18. 
Lodovico il Moro.
.
Sceso Carlo Ottavo, Lodovico acceler la morte del giovane duca e gli succedette (1494); l'imperatore conferm il fatto compiuto; i Milanesi accorsero alle scialosissime cerimonie della sua coronazione. Questo tristissimo politico ben merit col difondere qui i gelsi; introdusse il naviglio della Martesana nella fossa di Milano per girarvi a comodo de' magazzini, poi congiungersi con quel che viene da Gaggiano. Second il risorgimento delle arti belle e della letteratura classica: Bernardino Corio suo cameriere, con piacevole ingenuit, e Tristano Calco con latina eloquenza dettarono la storia patria e cos Donato Bosso fino al 1492: Gabriele Pirovano, fatto conte di Rosate per aver guarito il duca, e Ambrogio Varese astrologo, coltivarono la medicina: la poesia e l'eloquenza Gaspare Visconti, Francesco Tanzi, Gaudenzio Merula, Ambrogio Calimero.
La stampa fu introdotta qui, prima che a Parigi e ad Augusta; e se potesse accertarsi che non  erronea la data d'un libro del 1462, sarebbe la nostra la prima tipografia in Italia56, come la prima certamente ove nel 1476 si stampasse in greco57, e pi tardi la musica58.
.
 dovuto a Lodovico il Lazzaretto, vastissimo quadrato cinto di portici e di cellette per ricoverarvi gli appestati; architettato (1488-1506) non dal Bramante come si dice, ma da Lazzaro Palazzi, sopra fondi lasciati dal conte Galeotto Bevilacqua all'ospedale. Di Lodovico pure sono merito il magnifico chiostro di Sant'Ambrogio, ora mutato in ospedal militare, la Madonna presso San Celso ad onore d'una miracolosa apparizione in allora succeduta: e ancor chiamasi Lodovica la porta della citt che aperse onde agevolarvi l'accesso, e la memoria e l'effigie di lui e quella di Beatrice d'Este sua moglie vedesi sul tombone di Viarena, sulla porta che da Sant'Ambrogio mette alla Canonica, su quella delle Grazie, su altri edifizj e in molti quadri.
.
Questa moglie esso vener, e l'ebbe ispiratrice di virili risoluzioni; morta giovanissima, non cess mai di piangerla e le fece fare il monumento che oggi si ammira alla Certosa di Pavia. La qual devozione per le chiese e per la moglie potrebbe lasciar dubitare sia stata calunniata la memoria di lui, per far la corte agli stranieri che poi ci dominarono.
Leonardo da Vinci, uno de' pi grandi pittori fiorentini, si esib al duca come ingegnere, e in fatto lavor qui dal 82 al 99, e massime alle artiglierie ed al naviglio della Martesana, sul quale forse invent, non l'artifizio delle chiuse posticcie che chiamiamo conche, bens il disporne le porte ad angolo, cos agevolandone l'uso. Qui lasci il suo capolavoro, la Cena degli Apostoli nel refettorio delle Grazie, e sull'esempio suo allargarono lo stile i nostri, e ne avemmo pittori immortali. 
.
Questi artisti incoraggiava Lodovico; a Franchino Gaffurio, insigne compositore, confer la cattedra di musica, quella di matematica a fr Luca Pacilo, un de' primi a riconoscere i rapporti dell'algebra colla geometria e che l'opera sua gli inviava per ornamento alla sua degnissima biblioteca, de innumerevole moltitudine de volumi in ogni facolt et dottrina adorna. Frequentavano la sua corte i dotti greci Calcndila e Costantino Lscaris; l'eloquente Giulio Ferrari novarese ch'ebbe qui la prima cattedra di storia; il Dolcino cremonese, il Bellincioni fiorentino, il Biffi bergamasco poeti ed oratori; Dionigi Nstore, che stamp primo un vocabolario latino. Alessandro Minuziano pugliese, succeduto nella cattedra d'eloquenza al Merula, messa tipografia, nel 98 e 99 pubblic la prima edizione completa di Cicerone in quattro volumi in-folio, e destro alla pirateria libraria, mentre a Roma stampavansi gli appena scoperti Annali di Tacito, ebbe modo di averne i fogli man mano e qui pubblicarli contemporaneamente. Nicola Scillacio messinese narrava i viaggi di Cristoforo Colombo, scrittigli allor allora di Spagna da Guglielmo Coma. Il Moro arricch pure d'un portico l'universit di Pavia ed esent da tributi i collegi di giureconsulti, artisti, medici e filosofi.
.
Grande era la prosperit di questo paese, e Milano nel 1492 conteneva 18,300 case, che a 7 teste per una darebbero 128,100 persone, mentre Parigi avea 1303 case, Londra da 35 a 40 mila bocche, e Torino non pi di 4200. Ad altro non si attendeva (dice il Corio) che cumular ricchezze; le pompe et voluptate erano in campo. La corte degli nostri principi era illustrissima, piena di nuove foggie, abiti et delicie; e questo illustre Stato era costituito in tanta gloria, pompa e ricchezza che impossibile pareva pi alto poter attingere. Un altro cronista soggiunge: Ogni cosa con basso pretio se vende: quivi veggonsi tante differenze d'artefici et in tanta moltitudine che sarebbe cosa molto difficile di poterla descrivere; laonde si suol dir vulgarmente, chi volesse rassettare l'Italia rovinasse Milano, acciocch passando gli artefici d'essa altrove, riducano l'arti sue in detti luoghi.
.
Un galante di quel tempo ci  descritto dal Bandello dicendo: Vestiva molto riccamente, e spesso di vestimenta cangiava, ritrovando tutto il d alcuna nuova foggia di ricamo e di strafori ed invenzioni; le sue berrette di velluto, ora una medaglia ed ora un'altra mostravano; tacio le catene, le anella e le maniglie. Le sue cavalcature che per la citt cavalcava, o mula o ginetto o turco o chinea che si fosse, erano pi pulite che le mosche. Quella bestia che quel giorno doveva cavalcare, oltre i fornimenti ricchi e tempestati d'oro battuto, era sempre da capo a piedi profumata, di maniera che l'odore delle composizioni di muschio, di zibetto, d'ambra e d'altri preziosi odori si faceva sentire per tutta la contrada. Ogni dieci passi, o fosse a piedi o cavalcasse, si faceva da uno dei servidori nettar le scarpe, n poteva soffrire di vedersi addosso un minimo peluzzo59.
.
Se tra noi Milanesi taluni fremeano dell'essersi i padri affaticati in formar belle citt e arricchire popolazioni sol perch poi divenissero retaggio di principi e doti di fanciulle e residenze di tirannetti, schiavi ad altri tiranni, minacciosi e tremanti, blanditi e insidiati, i pi allietavansi di questa bella corona di valenti; e fra le ricchezze e le arti si consolavano della perduta libert; tanto pi che anche al povero provedea la beneficenza, qualit ch' una seconda natura de' Milanesi. Allora infatti si moltiplicarono spedali e ricoveri, e le tante badie e maestranze di arti aveano ciascuna un fondo di soccorsi e un ricovero. Quando Francesco Sforza fabbric l'Ospedal Grande, l'arcivescovo Enrico, autorizzato dal pontefice, vi aggreg nove ospedali minori60, che sotto la tutela arcivescovile erano amministrati da rappresentanti delle varie porte, ricchi e nobili, con facolt d'operare da s, di ricorrere a partiti providenziali e speciali facilitazioni; talch la costoro autorit era fondata sulla pubblica opinione. Essi amministratori non solo erano gratuiti, ma spendeano del proprio, vi prendeano affetto e vi lasciavano qualcosa morendo, e alla piet si crebbe stimolo col porre il ritratto dei benefattori sotto quei portici, dove ogni due anni, il giorno dell'Annunciazione, il popolo va a contemplarne la serie e pregare per loro, mentre quelli che non son popolo li deridono e accusano come bigotti e clericali. Cosi dur fin quando Giuseppe Secondo, volendo trarre ogni attivit al governo e tutto sottoporre a impiegati, cangi la direzione gratuita e benevola in un uffizio, come tutto il resto, e cos continua61.
.
Deh stiamo alla carit, improvida forse, ma larga e libera de' vecchi nostri. Stefano Seregni domenicano nel 1497 fond il luogo pio di Santa Corona per mandare medici e medicine a' poveri che non venissero all'ospedale; istituzione alterata anch'essa da Giuseppe Secondo coll'unirla all'Ospedale, cio attirar a questo maggiore afflusso di persone. Il francescano Domenico Ponzone e il padre Colombano, per metter ritegno agli usuraj, indussero a formare un Monte di Piet, che, sorvegliato da dodici gentiluomini, prestasse senza interesse; poi Lodovico il Moro nel 1496 vi assegn un capitale dell'erario; nel 1515 si cominci ad esigere un interesse, che poi crebbe indiscretamente. Nel 1477 alcuni preti aveano istituita una compagnia per soccorrere i carcerati; e sempre si ebbe poi un protettore di questi, con diritto di visitarli, esporre i loro richiami e cercar grazie per quelli che ne paressero meritevoli.
.
La Misericordia, il pi ricco dei luoghi pii a San Protaso, distribuiva medaglie con cui le povere famiglie ottenevano pane di frumento e di mescolanza, oltre vino, riso, panni.
Tommaso Grassi nel 1470 aveva posta, in via degli Orefici, una scuola pei poveri gratuita. Bartolomeo Calco, segretario di Stato del Moro istitu il collegio, che serba il suo nome con quello del conte Taeggi che altre scuole pose nel 1553. Tommaso Piatti dot cattedre d'astronomia, greco, logica, matematica; pi tardi Paolo Canobbio, cattedre di morale e logica. Nel 1553 san Girolamo Miani aperse l'orfanotrofio a San Martino, donde il nome dei Martinetti, diretto dai Somaschi sotto l'ispezione di diciotto nobili. Girolamo Morone cominciava quella della Stella per le fanciulle62.
.
In quel tempo il moggio di frumento valea di prezzo medio L. 5. 1. 6; la brenta di vino L. 2. 8. 5: mentre verso il 1770 il frumento si comprava L. 18. 2. 6, e il vino L. 12. 16. 9; onde, per avere, alla fine del secolo passato quel che nel xv compravasi per una lira, ne bisognavano 3. 16. 8: e alle famiglie cui bastavano allora 2000 lire se ne voleano 746663; ed oggi quasi il quadruplo. Ma di l del necessario molto spendeasi in lusso, e ne avemmo prove. Anche Lodovico teneva ciambellani e paggi carichi d'oro; i signori della sua Corte usavano braccialetti che valeano fin 7000 fiorini; a tacere le pelliccie e le piume tratte di lontano a enorme costo. Quando Bianca Maria, sorella di Giangaleazzo, pass sposa dell'imperatore Massimiliano, l'accompagn fra altri un Pusterla, che a sue spese traeva 32 famigliari, tutti in seta bianca; ed egli mutava ogni tratto di vestito e di collane, sempre pi belle.
.
Per chiedere sposa al nipote la figlia del re di Napoli, Lodovico mand un corteggio di 400 persone, splendidissimamente vestite; esso le and incontro a Tortona, ove un Bergonzo Botta gentiluomo milanese prepar feste pi che regie e rappresentazioni mitologiche delle imprese di Giasone, di Orfeo, di Diana; in Milano poi Leonardo da Vinci diresse gli apparati e form una macchina figurante il cielo con tutti i pianeti, rappresentati da numi che aggiravansi secondo le orbite loro, e in ciascuno sedeva un musico, cantando le lodi degli sposi. Che dir de' tornei, delle corti bandite? Le gioje di Giangaleazzo erano stimate due milioni; fra quelle del Moro v'aveva un balascio, una perla, un diamante stimati 85,000 zecchini.
.
Con tali lautezze, colla rendita di 700,000 zecchini, Lodovico poteva essere dei pi felici principi d'Italia, e il Milanese credersi in un secolo d'oro.  Ahim! stava sull'orlo del precipizio, entro cui, dopo sanguinosissime lotte, vedrebbe sobbissate e la prosperit e l'indipendenza 64.
...
.
...
19. 
Gli ultimi Sforza. Guerre di stranieri.
.
Bisogna riuscire, qualunque siane la via, anche col tradire, col violar la parola, coi veleni, cogli assassinj: pi abili sono quelli che meglio sanno ingannare: il migliore spediente contro i nemici  il disfarsene, contro i vinti riottosi  il rovinarli: dei delitti non si faccia caso al principi purch riescano, purch, arrivati al dominio colle crudelt o le perfidie, lo facciano prosperare; insomma della moralit non v' norme certe, ma se ne giudica dall'esito.
.
Tali erano i canoni della politica che ebbe per espositore il Machiavello e per tipo Lodovico Sforza. Onde farsi duca, aveva sollecitato Carlo Ottavo a discendere in Italia, e questi in fatto venne e tutta la corse come vincitore; ma Lodovico, ingelositone, si un agli altri principi italiani per tagliare la ritirata a quel re, che altrettanto celeremente riperdette l'Italia. Lodovico allora and a invitare l'imperatore Massimiliano (1498) perch venisse a rialzare il partito ghibellino. Poi, temendo la prevalenza dei Veneziani, istig contro di essi perfino i Turchi. Sperto in finezze politiche, dagli urgenti pericoli sguisciava a mo' delle volpi, cercando opporre un forte ad un altro, l'uno e l'altro pagando; sicch va classato con quei governanti invidiosi che, incapaci di elevar s stessi, unico spediente conoscono il deprimere gli altri.
.
A Carlo Ottavo era succeduto in Francia Luigi 12esimo, che, oltre le pretensioni sul trono di Napoli, ne allegava sul Milanese, perch discendente da Valentina, figlia del primo nostro duca Visconti, e guardando il Moro come un usurpatore, si colleg col papa e coi Veneziani a danno di esso. Perduta Beatrice d'Este, robusta donna che nelle passate traversie aveva sostenuto il suo coraggio, il Moro non vide altra salvezza che nella fuga. Alle Grazie sulla tomba della moglie vegli in orazioni e suffragi la notte; poi, lasciato il castello ben munito, se n'and in Germania per lo Stelvio.
.
Gian Giacomo Trivulzio, patrizio milanese, scontentato dal duca e dai Ghibellini, erasi offerto alla Francia e ne conduceva l'esercito contro la propria patria. Soggettatala, la tratt nelle peggiori guise; annichil le donazioni e investiture del Moro; grav specialmente i signori di parte contraria: poi sfoggiava pi che da principe, e quando re Luigi venne a Milano, esso fece coprire gran parte della Ruga bella, dove teneva palazzo, e dell'attiguo corso di porta Romana, e ornata a maniera di sala, vi banchett il re e mille commensali, fra cui cenventi signorine e cinque cardinali; prolungatosi il pasto nella notte, venne illuminata come di giorno, e si fin con balli e maschere.
.
Re Luigi affettava popolarit coll'invitarsi a pranzo e a cena ora dai Visconti, ora dai Parravicini, ora dai Borromei, e levarne i figliuoli al sacro fonte. Ci diede governo alla francese, qual presso a poco fu conservato anche sotto le dominazioni seguenti; con un senato a modo de' parlamenti di Francia, a cui spettava approvare o sospendere i decreti e le grazie regie: la conquista palli col porre tutti impiegati nostrali; al senato lasci la nomina dei professori; nostro era l'avvocato fiscale Girolamo Morone, uno de' pi fini uomini di Stato di quel secolo; nostro il luogotenente generale Trivulzio. Ma, oltrech l'invidia fa rincrescere l'obbedire a un proprio pari, quest'ultimo colle vendette e coi soprusi offendeva i cittadini, i quali lo chiamavano traditore della patria e tre volti; anzi, insorti, coprirono porta Ticinese di barricate.
.
In tali scontentezze sper il Moro: e comprati Tedeschi e Svizzeri, torn per la Valtellina e rientr in Milano senza sangue (4 febbrajo 1500).  contro ogni arte di guerra l'aspettare il nemico dentro o presso ad una grande citt; laonde i Francesi s'erano ritirati nelle campagne di Novara. Col Lodovico dovette andare a combatterli, ma chiuso in quella fortezza e tradito dagli Svizzeri, vi fu fatto prigioniero e condotto in Francia a lamentarsi dei tradimenti, egli che tutti avea traditi, e a meditar fino alla morte su quell'ambidestra sua politica, tanto rovinosa a lui e pi all'Italia.
.
Il Trivulzio non ebbe tampoco l'umanit di consolare il Moro quando il vide prigioniero, anzi gli rinfacci le antiche ingiurie. Cos scarso di generosit, poteva egli recar altro che guaj alla patria? Della quale torn comandante (16 aprile) mentre n'era governatore il cardinale d'Amboise65, il quale la tass in 80,000 scudi d'oro, che poi, a forza di preghiere e di regali alla regina, furono molto attenuati.
.
La conquista straniera fu ben lontana dal darci almeno il compenso della pace e della sicurezza. Gli Svizzeri, non trovandosi pagati dai Francesi, occuparono Bellinzona, poi anche Lugano, sottraendo cos quei paesi al nostro Stato, come poco dopo i Grigioni ne tolsero la Valtellina con Bormio e Chiavenna. Genova era gi diventata francese; il papa prese Parma e Piacenza, i Veneziani la Geradadda; la peste, inferita nel 1485, rinacque nel 1502 e 1503.
.
L'imperatore Massimiliano pretendeva spettasse a lui il conferire a chi volesse la ducea di Milano, e mostrando compassione pei figli del Moro, venne qui a liberarci. Allora sui poveri nostri campi s'avvicendarono battaglie, che il Trivulzio, divenuto maresciallo di Francia, chiamava giornate da giganti. Principali attori in quelle erano gli Svizzeri, fanteria esercitata che era succeduta alle bande de' condottieri, e che, come questi vendendosi all'uno o all'altro, rendeva interminabili le guerre, rimaneva arbitra della vittoria e operava a baldanza sopra i paesi. Anzi fu volta che gli Svizzeri pensarono farsi padroni del Milanese, e finch il pomo maturasse, riposero in dominio Massimiliano Sforza (1512). Povero ragazzo, che n sapea fare il bene n poteva impedire il male; educato inettamente alla corte imperiale66 e d'improvviso trovatosi padrone e ricco, stordivasi in feste e lascivie, regalando citt e tesori, vendendo perfino l'acque dei navigli e rincarendo le imposte. Ma morto Luigi 12esimo, succedette Francesco I, che, volendo riscattar l'onta, col maresciallo Trivulzio ricuper il Milanese dopo la famosa battaglia di Melegnano (14 settembre 1515), e Massimiliano, abdicato, pass a morir in Francia. Quando l'imperatore mand a chieder a Francesco I con qual titolo si pigliasse il ducato, esso gli mostr la spada, unica arbitra dei poveri popoli.
.
Perocch, vincesse l'uno o perdesse l'altro, i veri danneggiati ramo noi italiani. Sotto i principi nostrali; e occupandoci d'arti utili e belle, ci eravamo disabituati dalle armi, lasciandole a quei che ne faceano un mestiere e che, combattendo senz'ira, usavansi a vicenda tutti i riguardi, contentandosi del riscatto dei prigionieri. Or ecco improvviso venirci addosso Francesi, Svizzeri, Tedeschi, i quali trucidavano non solo gli uomini (dicono i contemporanei) ma persino i cavalli, devastavano, sperperavano come in paese nemico. Che potea valere con costoro la tattica nostra cos diversa? Contro uomini tutti vestiti di ferro n tampoco approdava quel che  il migliore spediente contro gli invasori, la leva a stormo; tanto pi che era scarso ancora l'uso delle armi da fuoco che agguagliano il prode all'imbelle.
.
Pertanto dovevamo tirarci da banda come ad un torneo e star a vedere chi vincesse; ma a noi toccavano le palle, le sassate, i calci de' combattenti e la certezza che, vincesse l'uno o l'altro, noi pagheremmo lo scotto e ne diverremmo compassionevoli servi. A sentire i cronisti d'allora, la politica degli Ambrosiani sapea del bizzarro. Aveano i Francesi? li maledivano, e desideravano i Tedeschi. Domenedio gli esaudiva? allora bestemmiar i Tedeschi e dire, Oh sotto il governo passato! oh al tempo dei Francesi non si facea questo, si godeva quello; e intanto che si lamentavano ad alta o a bassa voce, e Francesi e Tedeschi li scuojavano, li bistrattavano a chi peggio; onde fu inventato allora (sebbene alcuno lo voglia molto pi antico) quel proverbio nostro Villan grida e villan paga.
.
Della liber, della nazionalit non ne restavano che le apparenze sotto i Francesi, e neppure le apparenze sotto quegli altri; ma i nostri si satollavano di speranze allora appunto che men cagione ve n'era, e chiedevansi l'un l'altro, Che cosa c' di nuovo? I sinceri si stringevano nelle spalle, ma quei che credevano saperla lunga rispondeano con mistero: Mah! c' in aria delle grandi cose... Sta primavera vedrete; e parlavano del duca di Savoja, del papa, dell'imperatore, fin del re d'Inghilterra e del granturco; e gli Ambrosiani, certi che v'era di gran cose in aria, non pensavano n a rassegnarsi alle presenti sciagure n a ripararvi coi mezzi che stessero in man loro.
Vedete strana politica de' nostri vecchi!67
.
Taluni per, zelanti dell'indipendenza patria, faceano capo a Girolamo Morone, uomo di grandi cognizioni e di saldi propositi e che al nobile intento adoperava anche l'ignobile machiavellica d'allora. Questo partito non vedea per migliore spediente che stimolar l'imperatore Massimiliano a cacciare i Francesi; e viepi quando succedette imperatore Carlo V, un de' nomi pi gloriosi e pi funesti (1519), le cui rivalit con Francesco I scompigliarono tutta l'Europa e resero possibile il tristissimo assetto moderno.
I Francesi ci avevano fatto soffrire ogni male, principalmente con prepotenze alle persone, che neppur il Trivulzio arrivava a comprimere col farli impiccare a dozzine. Peggio and sotto il governo del maresciallo Lautrec, cui unico merito era l'esser fratello della ganza del re, e che, geloso del Trivulzio, lo fe congedare. Questo milanese, che per quarant'anni avea servito a causa non sua e combattuto in diciotto battaglie, si vide negata fin udienza da quel re pel quale erasi fatto esecrare dai proprj cittadini; fin nell'amarezza dell'abbandono; e fu sepolto nel vestibolo del nostro San Nazaro, con un'iscrizione che conchiude: Colui che mai non pos, or posa: taci. 1518.
.
Nel 1519 minacciando gli Imperiali Milano, si pose fuoco ai sobborghi: il quale dilatamente spargendosi, tanto nelle case accrebbe, che crepitanti fiamme et miserandi cridi feriano sino al cielo; e di fumo si fece Milano tenebrosa, et di scintille il cielo corruscante, che tutto parea che ardesse: cosa veramente da intenerire e spaventare non solamente Marte o Bellona, ma qualunque altro crudele spirito... Si ordin poi che il danno de le case consumpte estimato fusse et refferto, ma il pagamento fu in bone parole68.
.
Per i Francesi non posero mai radice di qua dell'Alpi: spesso tornati, sempre rincacciati. Al 19 dicembre 1521 gli Imperiali entravano in Milano, e continuato dieci giorni un brutale saccheggio, proclamarono duca Francesco Secondo Sforza, e governatore il Morone. I Milanesi col nome dello Sforza credettero ricuperata l'indipendenza, e in gran baldoria ripigliarono i colori nazionali; a gara portarono denari e gioje affinch egli potesse pagare 6000 Tedeschi coi quali era venuto al dominio; ed esortati dalle campane a martello e dai frati e principalmente da Andrea Corbato, corsero a furia addosso ai Francesi. Erano tutta gente menudra... ed era gran cosa questa concordanza de tutta questa generazione, perch de queste compagnie non se ne impicciava gentilomo nessuno (Burigozzo); ed ajutarono a riportare alla Bicocca un'insigne vittoria, per la quale la Lombardia rest sbrattata di Francesi. Questi tornarono presto a disputarla e per quattro anni protrassero le fazioni; rientrarono anche in Milano, e se Francesco I avesse incalzato colla lancia alle reni i Tedeschi, fiaccati e scorati dalla ritirata, certo gli restava il campo. Al contrario perdette tempo attorno alle fortezze e a Pavia, dove sorpreso dagli Imperiali, cadde prigioniero (1525). Carlo V, glorioso di questo trionfo, invest del ducato lo Sforza, purch pagasse 600 mila zecchini, comprasse i sali dall'Austria e accettasse guarnigioni imperiali.
.
Il duca, che era cresciuto nella prigionia, escluso dagli affari, mostr buon cuore, ingegno perspicace, qualche valore, ma assoluta inettitudine per rimediare all'agonia del paese. Chi ricupera il dominio con armi altrui non  n rispettato da chi ve l'ajut n temuto da chi deve obbedirgli: gli stranieri lo teneano in loro balia, n aveanlo nominato duca se non perch a buoni contanti pagasse il titolo e l'investitura. Per giunta riviveano le sette dei Guelfi e Ghibellini con calze stratagliate, ognuno alla sua fatta, e de continuo moltiplicando, tanto che ognuno, se dimostra esser dell'una o dell'altra parte (Burigozzo). Povera Italia, ridotta a contendere del modo di sua libert anche quando l'ha perduta, come un cadavere che sdolorasse nel cataletto!
.
Dietro alle guerre era tornata un'orribile peste nel 24, e (scrive sempre il merciajo Burigozzo) non se vedea se non gente con campanini in mano; se non di carri ammorbati; non gli era officio n campana che sonasse se non di corpo: in Duomo non gli erano ordinarj n offizj al solito, ma da doi o tre preti, li quali cantavano alla meglio che potevano.
Eppure i peggiori patimenti non ci venivano dai flagelli naturali, bens dai Lanzichenecchi vincitori, schiuma di ribaldi, obbedienti a capi che n tampoco comprendeano quella lingua, in cui i nostri imploravano misericordia.
Il Morone, disingannatosi anche dei Tedeschi, rannod trame per redimere la Lombardia e cerc indurvi il marchese di Pescra, generale di Carlo V. Costui finse badargli; ma scovatine i disegni, lo arrest e giudic. Vile spia!
.
Di questa ordita si di colpa al duca Sforza, che perci fu bloccato nel proprio castello e sottoposto a processo come un privato. Comandava in qualit di luogotenente imperiale Anton de Leyva, famosissimo generale, e lagnavasi non si avesse fiducia nei nuovi padroni, e per ispirarla raddoppiava le imposizioni e le angarie; faceva arrestare chiunque avesse aria o riputazione di agiato; tassava gravemente chi fosso sospetto d'avere favorito i nemici e per nemici si dovevano intendere i proprj nostri patrioti; nobili, donne, fanciulli, chiunque si scontrasse per le vie, era spinto a lavorare ai bastioni: proib di far pane se non da un forno privilegiato, e a caro prezzo vendeasi col bollo dell'aquila. Un tratto confisc i beni degli assenti, e poco dopo permise d'andarsene chi volesse, pagando un tanto, e ne ritrasse di che soldare per due mesi le truppe. E il mantenere le truppe era il gran pensiero del governo, il grande sgomento del paese: giacch, non pagate o non abbastanza, estorcevano dai cittadini, gli assalivano per le vie di giorno e di notte, scalavano le case e, col pretesto di cercare armi, faceansi aprire ogni ripostiglio e vi prendeano il bello e il meglio: teneano legati nelle case i padroni per estorcerne coi tormenti quanto e quando volessero; o, perch non fuggissero, menavano ostaggi ne' quartieri le donne e le figlie, pensate con che guasto dell'onest! Pertanto chiuse le botteghe, deserte le case, spopolate e immonde le vie.
.
I Milanesi un tratto perderono la pazienza, e il 25 aprile 1526 (narra il Burigozzo) se lev un gridar per la citt dicendo all'arma, all'arma. A questo gridar se mosse gran gente all'arma; chi con schioppi, chi con lanze, chi con una cosa, chi con un'altra; e fu fora per le contrade gente assai, e fu dato campana a martello al Brovetto, poi alle altre gese. E presero per forza la corte, morendo gran gente: e presero el campanil del Domo, e vi fu sonato campana a martello, e sonavano insieme le altre campane per Milano; donde che Milano all'arma; e
Lanzinecchi non sapevano in che mondo fossero; e se serrarono verso il ponte Vetro; e le contrade si sbarrarono con carri, vasselli, carrette, terra, al meglio che possenno. De quelli del borgo delli Ortolani and una gran squadra in castello (donde gli Sforzeschi fecero varie sortite), e parte ne ritorn, e in questo andar e ritornar furono morti paregi Lanzinecchi. Per tutta notte se tenne all'arma, e... ogni contrada faceva il suo bastione fortissimo per difendersi... e per tutto Milano se faceva repari con terreni e travi..... e sempre campana a martello. Al quale strepito, i villani per le terre traevano a stormi, e furono svalisati e morti assai Lanzinecchi ed a piedi ed a cavallo. Ognuno era alli bastioni aspettando qualche buona provisione de qualche capo, e de molti che pareva che volessero mettere paura a tutto el mondo, e al bisogno, come l'era al presente, non comparse mai alcuno a far animo al popolo, qual veramente faceva pi che non poteva. Ma alla mattina el signor Francesco Visconte insieme con altri andavano per la citt a far deponere le armi alli Milanesi, dicendo: Lasciate fare a noi, che conzeremo le cose, che la citt non aver a lamentarsi.
.
Voleano dire che la ridurrebbero in modo che non potesse pi lamentarsi. Di fatto gl'Imperiali concessero tutto quel che si volle, ma subito vi mancarono e fecero peggio; onde il povero Milano cridava pensando di poter cridare, ma fu una mala cosa per Milano, poich, spinto all'estremo e sollevatosi davvero, molti ne trucid, e li vide fuggire, ma ben tosto li riebbe addosso, accaniti alla vendetta.
.
Lanzinecchi comenzarono andar per Milano, e come trovavano uno con arma, ghe la tolevano; e se aveva bona cappa addosso e bona baretta ed anche bona borsa, tolevano quel che ghe piaseva, e non erano uomini de dir sua rasone. E non valeva dir Son povero, che fazevano trovare cose che non so dire. Beato era colui che se poteva acconzare a darghe un tanto al giorno, purch andassero fora de casa; perch, come entravano in una casa, non lassavano busi in dove che non cercassero... e se Turchi venessero in queste bande non fariano el mal qual fanno costoro... Il pane bisognava combattere a portarlo a casa, che stavano de questi soldati per le cantonate in bel mezzogiorno, e l tollevano la roba alle persone, et ancora le cappe de dosso... Se uno voleva condur pane e vino overo altra cosa che importasse, bisognava compagnarlo con quattro o sei archibusieri, altremente non la scapavano. Era uno stremizio a vederli (i Milanesi) cos secchi di fame, dice il Burigozzo, il quale vide segar l'erba in mezzo a porta Comasina; poi per la campagna erravano lupi, che non s'ardiva andar attorno se non di brigata, e facevano tanto male in amazzare putini e donne: e questa non era meraviglia, a causa che nelle ville erano mancate le persone.
.
Le guerre fraterne, di cui tuttod si piange poeticamente; quelle discordie per le quali il vulgo arriv alla libert civile, ben pi preziosa che la libert politica, costarono esse tanto sangue e tante lacrime, quanto l'arrivare alla neghittosa agevolezza del servire?
E intanto i nostri nemici scorribandavano questo paese; tutte le citt furono pi volte prese e riprese; Milano stessa assediata, bombardata, e il povero duca, chiuso in castello, dovette capitolare (1526). N per Francesi e Lanzichenecchi cessarono di disputarsi la povera Lombardia, sinch Francesco Primo e Carlo Quinto ricomposero, o almeno sospesero le lunghe discordie (1529). Allora il nostro duca dalla clemenza delle loro maest ottenne perdono de' torti che avea ricevuti, purch pagasse 900 mila zecchini; in pegno de' quali l'imperatore teneva le fortezze di Milano e Como. E quando a Bologna si fece coronare nel 1530, tre ambasciadori monzesi andarono a portargli col la nostra corona di ferro, che per 275 anni non dovea pi cingere altra fronte.
.
Dello scompiglio d'allora nessun maggiore testimonio pu offrirsi che il milanese Gian Giacomo Medici, detto il Medeghino, il quale, vedendo il paese disputato colle armi, volle colle armi procacciarsene un pezzo; e per frode piantatosi nel castello, di Masso sul lago di Como, per forza vi si mantenne, favorendo ora Francesi, ora Tedeschi, ora Svizzeri, ora nessuno, e cos padroneggi quel lago e la Brianza, batt monete a Lecco; e Carlo V, padrone di mezzo mondo, nol pot domare; anzi dovette venir seco a patti concedendogli in feudo Marignano col titolo di marchese, poi mandandolo come suo generale a distruggere la libert in Toscana.
.
Il duca Francesco mor di soli 43 anni (1535); e con lui s'estinse la famiglia Sforza, che in 85 anni avea dato sei duchi a Milano, una imperatrice alla Germania (Bianca Maria), una regina a Napoli (Ippolita), una alla Polonia (Bona). Fu egli l'ultimo duca nazionale; e che serve che io prosegua a raccontarvi le battaglie di Svizzeri, Francesi, Spagnuoli, sui campi nostri? Invano le potenze tentarono di conservar indipendente questo ducato, proponendo darlo all'uno o all'altro, e massime al secondogenito di Francesco I; mentre se ne disputava nei gabinetti, parea gara fra Imperiali e Francesi di guastare la patria nostra pi che di possederla. Carlo V, pi fortunato, aggiunse questa duchea agli immensi suoi dominj; Anton de Leyva ne prese possesso e in premio ottenne il feudo di Monza. Gli succedette il marchese del Vasto (1536) angariatone capriccioso, che pi volte procacci carestia coi regolamenti sul grano.
.
Alcuno os appicciar al muro uno scritto ove si faceano lamenti; e il governatore volle saperne l'autore, e i signori che, temevano non fosse nella citt qualche capo per far far qualche male, de subito fu fatto cride chi sapeva chi avesse fatto questa scripto li dariano 300 ducati, e che potesse scodere un bandito (Burigozzo). E poich bisogna sempre vi sia una vittima, si trov un berrettajo, padre di una nidiata di puttini, che, accusato forse da qualche malevolo, dov confessare coi modi d'allora, e fu squartato. Anche un intrepido religioso mand a Madrid un'informazione sul conto del governatore; il quale, saputolo, il fe prendere e incatenare, colla lingua inchiodata fra due legni e in testa una mitera dipinta, dove era figurato a tavola in mezzo a due monache; e tenutolo esposto tutto il d, lo fece sepellire in una segreta.
In tal modo cominciava la dominazione austriaca.
.
Nel 1541 Carlo Quinto venne a Milano, e gli andarono incontro 2500 cavalli di signori nostri, addobbati ch'era uno stupore; prova che il lusso sopravviveva anche alle ricchezze. L'anno stesso la citt si ammutin contro le vessazioni de' soldati; onde il marchese del Vasto impose una taglia di 100 mila scudi, coi quali pagar quelle truppe e mandarle via. Frattanto gli eserciti delle due potenze nemiche sperperavano le nostre campagne, vivendovi a discrezione, amici si intitolassero o nemici; dopo una desolatrice tregua di dieci anni ricominciarono battaglie (1542), terminate definitivamente colla pace di Crespy (1544), dove stipulavasi che lo Stato di Milano andrebbe in dote a una figlia dell'imperatore sposata al duca d'Orlans. Ma questo mor, e Carlo Quinto diede l'investitura del nostro ducato a Filippo Il suo figlio (1546), re di Spagna, de' Paesi Bassi, dell'America, delle Indie; cos che noi, sotto principi lontani, restammo come goccie perdute nell'Oceano.
Nel 1555 si giur fede al nuovo duca, e colla solita spontaneit gli fu decretata dalla citt una statua di bronzo, la quale fu lavorata qui da Leone Aretino; e parve tanto esimia che il re le fece l'onore di volerla a Madrid.
...
.
...
20. 
I Cinquecentisti.
.
Eppure un secolo di tante sciagure per l'Italia viene chiamato d'oro, pel fiore delle lettere e delle arti, che sono bella decorazione ai vivi, ma inaugurata pompa ai cadaveri. Chi non ricorda Leone Decimo e i Medici? Milano ebbe la sua parte in quelle glorie, e gi vedemmo qual bella corona accogliesse intorno a s Lodovico il Moro (pag. 165 [pag. 204 in questa edizione elettronica]). I tempi succeduti erano tutt'altro che propizj agli studj tranquilli; pure possiamo con compiacenza nominare Marcantonio del Conte, dalla patria sua latinizzato in Majoragio (- 1555), scrittore latino che critic Cicerone, come fece pure Ortensio Lando, il quale, cambiando di luogo e di nome, si mostr ricco d'ingegno e di bizzarria quanto povero di erudizione, d'onest e di giudizio nel Cicero relegatus e Cicero revocatus, nei Trenta Paradossi, ne' Sermoni funebri in morte d'animali, e in moltissime opericciuole.
.
Andrea Alciato (1492-1550) fu de' primi a districare colla filosofia il diritto romano dall'ispida pedanteria; e chiesto a gara dalle universit, accumul lodi e denaro, che per egli non trovava mai sufficienti al proprio merito. Gli dobbiamo una raccolta di antiche lapidi milanesi, non abbastanza sincera. Girolamo Alciato, suo nipote, valentissimo giurista e maestro di san Carlo, ebbe insigni gradi, incarichi ecclesiastici ed anche la porpora (- 1580). Gi fra' leggisti citammo Oberto dell'Orto, il cui libro De usu feudorum divenne classico; di poi ebbero nome Giason del Majno, trattato famigliarmente da duchi e da re, e che, pi esatto che di genio, con metodo e chiarezza dispose le sue opinioni: Orazio Carpano, che scrisse Lucubrationes in jus municipale Mediolani: Renato Birago, elevato grancancelliere di Francia. Fra i medici Pier Paolo Simonetta, professore a Pavia, fece Compendium totius medicin; G. B. Leone Carcano (1536-1606), scolaro e collaboratore del Falloppio, chirurgo militare e professore di chirurgia e anatomia a Padova, merit un elogio dallo Scarpa come insigne pratico osservatore.
.
Grande bollimento agli spiriti, grande novit nell'economia, nel vestire, nei gusti dovette introdurre la scoperta dell'America, fatta dopo il 1496. Il nostro Pietro Martire d'Anghiera nelle epistole ci trasmise l'impressione che facevano di giorno in giorno quelle notizie, poi diede la storia del Nuovo Mondo; come la diede Girolamo Benzoni (1541), che vi dimor quattordici anni69; pi tardi il Butturini vi raccolse preziosissime reliquie della civilt indigena che periva sotto l'europea.
.
La miserabile ricchezza di poeti, quali Aurelio Albuzio, Giovanni Simonetta, altri ed altri, lasciamo ai bibliografi; rammentando invece Gabriele Busca, che diede uno dei primi trattati della rinnovata arte militare; Galeazzo Capella, fedele agli ultimi Sforza anche nella sventura, che in buon latino narr gli avvenimenti di quel tempo; Giorgio Florio, le guerre italiche adulando Carlo Ottavo e Luigi 12esimo; Bonaventura Castiglioni, de Gallorum Insubrum antiquis sedibus; Gaspare Bugato, una storia universale fin al 1569; Bernardino Arluno, la vita di Francesco Secondo Sforza; per non dir nulla del Corio, del Bossi, del Calco (pag. 165 [pag. 204 in questa edizione elettronica]), e del buon Burigozzo, del Prato e d'altri cronisti incolti.
.
Girolamo Cardno (1501-76), medico e astrologo, molto addentro nelle matematiche, riconobbe varie propriet delle radici; prima di Harriot eguagli le equazioni a zero, e porta ancora il nome suo la formola per risolvere le biquadrate; prima di Vieti e Cartesio applicava l'algebra alla costruzione geometrica dei problemi; educ sordo-muti, arricch la meccanica di belle invenzioni, tra cui quella dei lucchetti a parole; e starebbe fra gli illustri scienziati, se non si fosse data aria di ciarlatano, qual si mostra davvero nella autobiografia.
Nel 1546 si istitu a Milano l'accademia de' Trasformati, e alquanto pi tardi il marchese Muzio Sforza pose quella degl'Inquieti, dove interpretavasi Dante e si trattava di nautica, artiglieria e fisica.
.
La scuola di musica fondata dal Gaffurio prosperava; e alla met del secolo Giuseppe Caimo componeva madrigali; ballate, Giacomo Castoldi da Caravaggio; e famoso organista era Paolo Cima.
Le opere intorno al Duomo (dice il pedantesco Cesare Cicerano) sono st causa de fare pervenire molti eximii, non solum sculptori statuarii da pochi anni in qua in la nostra Italia, ma etiam molti egregii pictori e architecti, maxime dopo comenzo a dominare il principi della casa Sforzesca in la nostra civita mediolanense. Infatti abbiamo eccellenti maestri, sebbene ignorati di fuori.
.
Del quattrocento ecco la cappella di san Pietro Martire in Sant'Eustorgio; la chiesa e il battistero di Castiglione presso Varese con affreschi giotteschi, fatta alzare nel 1422 dal cardinal Branda Castiglione; il palazzo del Carmagnola, ora Broletto70. Del 1440  la bella chiesa di Casoretto presso Loreto; del 1446 quella del Carmine; del 1455 quella del Giardino, tanto ammirata per sei archi, aventi 31 metro di corda e sorgenti da terra, onde somigliava a una gran piazza coperta. Il nostro popolo racconta che un altro architetto la volle emulare in piccolo dicendo farebbe una rosa da collocare in quel giardino, e disegn la chiesa della Rosa, ch'era compita nel 1495, e che quarant'anni fa venne distrutta per ingrandire la Biblioteca Ambrosiana.
.
Nel 1451 Francesco Sforza e Bianca sua moglie faceano fabbricare l'Incoronata, chiesa doppia qual simbolo dell'affettuosa loro unione, e fregiata di eleganti monumentini di quell'et. Esso duca regal un palazzo in via de' Bossi a Cosimo de' Medici di Toscana, che lo fece abbellire dal celebre Michelozzo, la cui porta, ricca d'ornati e delle effigie di Francesco e di sua moglie, fu trasportata nel museo.
.
Risalgono a quel tempo i bellissimi chiostri di Sant'Antonio; e pi memorabile l'Ospedal maggiore, architettato nel 1448 dal fiorentino Antonio Averlino detto il Filarete, ed eretto da quel duca medesimo una cum Mediolanensi populo.  un gran rettangolo di metri 270 per 102, con nove cortili a portici; e fuori a finestre acute bipartite, ogni cosa a fregi e busti di cotto, ch' meraviglia a vedere.
.
Son gloria nostra i pittori Giovan da Milano, Andreino d'Edesia, Michelin del Ronco, Bernardino Zenale di Treviglio71; e senza mettere alla prova l'ambigua cortesia de' possessori di gallerie, voi potete vedere, nel chiostro demolito de' Servi, alcuni santi di Simon da Corbetta; nel cortile della vecchia casa Borromeo una farraggine sragionata ma caratteristica di figure; altre migliori del Zavattari nel duomo di Monza; poi del Civerchio, del Bramantino, di Bernardino Buttinone a San Pietro in Gessate; nel refettorio delle Grazie la crocifissione del Montorsolo; e principalmente in Sant'Ambrogio e in San Simpliciano soavissime figure di Ambrogio Fossano detto il Borgognone, che tratt i soggetti sacri con autorit ed espressione, e che trionfa nella Certosa di Pavia.
.
Allettati dal Moro, vennero artisti di fuori e massimamente Bramante e Leonardo da Vinci, i quali dunque non crearono, bens fecero progredire la nostra scuola d'architettare e dipingere. Colpa la pochissima cura che i Milanesi mostrarono sempre attorno alle glorie patrie, non sappiamo chi fosse questo Bramante; e chi lo vuole identico con quell'urbinate che lavor a Roma, chi nostrale, chi bergamasco, chi, con maggiore probabilit, divide tra due o tre le opere di quello stile bramantesco, che, se non  speciale del nostro paese, qui tocc il suo apogeo, e che vorrei chiamare di imitazione originale. Come passaggio degli ardimenti medievali alla correzione vitruviana, i bramanteschi non rinunziano alle prische forme lombarde e gotiche, ma le rivestono di graziosi ornati a gusto classico tornano alle greche proporzioni le colonne, bench ancora su di esse voltino gli archi e variino i capitelli e talora vi surroghino eleganti candelabri; amano ancora le finestre bifarie, il traforo, sopratutto la dovizia d'ornamenti e figure. N'avete i tipi pi notevoli nel chiostro del monastero Ambrosiano, ora ospedal militare; nella cupola delle Grazie; e in San Satiro, una delle chiese pi eleganti, singolarmente ammirata per l'effetto prospettico del finto coro. Eppure quella  anteriore alla venuta di Bramante, al quale poi si attribuisce quella bellissima sacristia, dove campeggiano teste rilevate, forse del nostro insigne orefice Caradosso.
.
A stile bramantesco di mattoni benissimo combaciati ci restano le case Taverna ne' Bigli, Greppi a San Maurilio, Sforza a San Giovanni in Conca, Stampa Castiglioni a porta Orientale, Venini in Chiaravalle; la facciata rimpetto a San Sepolcro, e il mausoleo Trivulzio che serve di vestibolo a San Nazaro.
Leonardo da Vinci, chiamato con 500 scudi d'oro all'anno (fr. 7500), form scuola qui, ed insegn a ingentilire l'austera devozione che i nostri imprimevano alle figure, ed all'ingenuit congiungere la dignit, come vedesi principalmente nel Cenacolo, dipinto nel 1495 (pag. 166 [pag. 206 in questa edizione elettronica]). Fra' suoi scolari vantiamo Francesco Melzi, che forse lavor solo di miniature: Marco di Oggiono, Antonio Salajno, Giovan Antonio Boltraffio, Andrea Salaj, Bernardo Lanino, che appare frescante risoluto nella Santa Caterina attigua a San Nazaro; Cesare da Sesto, che fu ajuto di Raffaello, come pure Gaudenzio Ferrari, di cui restano la Passione alle Grazie, la Cena alla Passione ed opere migliori a Varallo. I forestieri appena sanno da Leonardo distinguere Bernardino Luino, di cui abbondano i freschi in chiese e in ville signorili, ed i pi insigni a Saronno, chiesa eretta magnificamente nel 1498 a disegno di Vincenzo Seregno e con pitture di Gaudenzio, del Lanino, di questo Luino, che, vago, soave, pio, non invidia a qualsiasi artista per saviezza di comporre, correzione di disegno ed espressione72.
.
Vi tennero dietro Ambrogio Figini, il Ciocca, i caravaggini Fermo Stella e Polidoro, Paolo Lomazzo ed altri, de' quali sin l'esclusivo Vasari stupiva riuscissero cos sublimi con s scarse occasioni e non avendo sott'occhio i grandi esemplari. Chi voglia formarsi idea della nostra pittura, meglio che dalle gallerie potr raccoglierla da alcune chiese. Al Monastero Maggiore, architettura bramantesca di Dolcebono, tutto l'interno  dipinto da Antonio Campi, dal Lomazzo, da Calisto Piazza, oltre le maestose sante del Luino. San Celso, cominciato nel 1491 con vestibolo di Bramante o piuttosto del Gobbo Solaro, ebbe pi tardi una fronte michelangiolesca, e dentro non lodevoli stucchi del Piazza, del Campi, dell'Urbino, e quadri di Gaudenzio, de' Procaccini, dei Campi, di G. B. Crespi detto il Cerano, del Moretto. Galeazzo Alessi fece la chiesa di San Paolo, sfarzosamente decorata in fronte dal Cerano, con emblemi di stupenda esecuzione, e dentro tutta pitturata dal Campi. Il Crespi, il Moncalvo, il Figino dipinsero San Vittor Grande, architettato nel 1560 dall'Alessi; la vlta di mezzo Ercole Procaccini, il Ciocca, il Gnocchi; la sfarzosa cappella Aresi attesta la depravazione del gusto. La Passione, bel bramantesco, a cui il Rosnati nel 1692, appose una tozza e carica facciata, redenta da bassorilievi finitissimi, e dalle epigrafe AMORI ET DOLORI SACRUM, conserva un cenacolo di Gaudenzio, un Cristo morto del Luino, i migliori dipinti di Enea Salmeggia, la crocifissione di Giulio Campi, la cena di san Carlo di Daniele Crespi, e opere del Lomazzo, del Bianchi, dei Procaccini.
.
Oltre di questi avemmo eccellenti miniatori, fra cui Decio ed Augusto Ferranti eseguirono il bellissimo messale e l'evangeliario a Vigevano: e probabilmente furono opere dei nostri l'ammirato messale della Madonna del Monte di Varese e i corali che dalla Certosa di Pavia passarono alla biblioteca di Brera.
Il Caradosso Foppa sin dall'invidioso Cellini  detto eccellentissimo incisore di medaglie, e forse  sua la pace d'oro in Duomo: certo sin da Firenze erano chieste le nostre oreficerie73. Ambrogio Missirone incavava gemme e persino il diamante; e in un rubino grande come un'unghia fece l'aquila imperiale, con tutti gli stemmi in petto, e in giro il toson d'oro; regalo destinato all'imperatore Rodolfo e stimato 600 doppie. A servigio di quest'imperatore lavor Ottavio Missirone, e in Ispagna l'altro fratello Giulio, che fece il ciborio dell'Escuriale, stimato 300 mila scudi. Jacobo da Trezzo esegu cammei ammirati e in un diamante lo stemma di Carlo V; Domenico de' Cammei, emulo di Giovanni delle Corniole, intagli Lodovico il Moro in un gran rubino; Clemente Birago un Filippo Secondo in diamante; Giovanni Antonio Rossi, oltre quantit di que' medaglioni che allora si portavano al collo e alla berretta, effigi sul maggiore cammeo moderno Cosimo granduca di Toscana, colla moglie e sette figliuoli. Aggiungete Francesco Tortorino, Giuliano Taverna e l'architetto Annibale Fontana, che istori il Testamento vecchio in una tazza, pagatagli 6000 scudi: e cinque fratelli Saracchi che intagliavano stupendamente l'oro, il cristallo, le pietre: alle quali industrie quattro milanesi furono da Francesco I chiamati in Francia.
.
Filippo e fratelli Negrolo, e il Romero ornarono d'intagli le ferree armadure de' Farnesi e degli Estensi; arte dov'ebbero grido G. B. Figino, Bartolomeo Piatti, Francesco Pelizzone, Martino Ghinello. Questo Pelizzone, Carlo Sovico, Ferrante Bellino, Pompeo Turcone, Giannambrogio Maggione operarono all'agiamina; in tarsie ed avorj Cristiano Santagostino e Giuseppe Guzzi. L'insigne candelabro in forma d'albero offerto da G. B. Trivulsi, attesta l'abilit de' nostri cesellatori.
Per ricami furono lodati Luca Schiavone, Arcangelo Paladini, Girolamo, Marcantonio, Scipione Delfinoni, che fe il ritratto dell'ultimo Sforza e molte opere mand in Francia e Spagna, e una famosa caccia pel re d'Inghilterra. Caterina Cantona, in un difficile parto si vot di ricamare un velo di calice pe' Cappuccini, e invaghitasi di opere d'ago, divenne stupenda s, che gran signori e regnanti gloriavansi di poterne avere qualcuna, e sopra tutte fu ammirata la abdicazione di Carlo Quinto. Della non meno lodata Pellegrini conserviamo qualche cosa nel Duomo e in San Vittore, a far prova come qui sia antica l'abilit, che or primeggia merc dei Martini e dei Giussani.
.
Occasione di disegni offersero spesso ai nostri artisti le solennissime feste per entrate, nozze, funerali degli ultimi Sforza, descritteci a minuto dai nostri cronisti. Per Carlo Quinto Giambattista e Santo Corbetta prepararono archi bellissimi, fra cui uno a porta Romana con dieci statue colossali e sedici bassorilievi, rappresentanti le citt dello Stato.
In Duomo sono statue ben migliori che non il realismo del san Bartolomeo, il cui autore Marco d'Agrate paragonavasi a Prassitele (Non me Praxiteles, sed Marcus finxit Agratus). Il Busti vi esegu il bel mausoleo del governatore Caracciolo, tent un'ardita prospettiva nell'altare della Presentazione, e aveva preparato un suntuosissimo monumento a Gastone di Foix, i cui frammenti formano ancora la meraviglia e lo studio degli intelligenti. Cristoforo, detto il Gobbo Solaro, autore della stupenda Beatrice Sforza nella Certosa e della cupola della Passione, a Roma era scambiato per Michelangiolo, altri di sua famiglia architettarono in Germania e fino in Russia74.
.
Di Angelo Fusina ammirasi l'elegante deposito di Andrea Birago alla Passione; e questi ed altri sepolcri meritano ben pi lode che non quello in Duomo per Gian Giacomo Medici, disegno michelangiolesco colla statua di Leone Aretino, e che cost 7800 scudi d'oro. I pulpiti del Duomo sono rivestiti di rame, storiato da Andrea Pelizzone e sostenuti da bellissime cariatidi modellate dal Brambilla e dal Biffi e fuse da Giambattista Rusca. Il ciborio di bronzo dorato a quell' altar maggiore coi dodici Apostoli attorno e il Salvatore in alto sono gran lode di Aurelio da Casale, come vuole il Moriggia, o com'altri dicono dei Solari, e dono di Pio Quarto milanese, del quale la statua di molto carattere sovrasta alla sacristia settentrionale75. A Roma Camillo Agrippa condusse l'acquavergine sul Pincio, fu consultato pel trasporto dell'obelisco vaticano, stamp Nuove invenzioni sul modo di navigare, e nella Generazione de' tuoni e venti diede ingegnose idee sui venti periodici (1583). Guglielmo della Porta esegu in Vaticano l'ammirato e sconcio monumento di Paolo III; e Giacomo volt la cupola di San Pietro e comp molti edifizj michelangioleschi.
Cesare Cicerano fu de' primi illustratori di Vitruvio, le cui regole pretende applicare al nostro Duomo. Giovan Paolo Lomazzo pittore e poeta, principe della Compagnia de' Facchini, per la quale poet nel dialetto della val di Blegno, raccolse ben 6000 quadri, e a 33 anni divenuto cieco, scrisse l'Idea del tempio della pittura e il Trattato della pittura, con precetti poco elevati, ma serbando notizie di artisti nostri, negletti in patria non meno che dai forestieri. Un'altra galleria aveva raccolto il suddetto Leone d'Arezzo nella casa da lui fabbricata, e che dalle cariatidi della facciata chiamiamo degli Omenoni.
.
In generale la nostra scuola artistica fu meno contaminata dal genio pagano, rivalso nel secolo di Leone X; casta, devota, patriotica in sulle prime, anche nel cinquecento non si sbrigli a voluttuose profanit. A Leonardo la Leda e a Luino il Ratto d'Europa furono commessi dal re di Francia, quando noi avevamo perduto l'indipendenza; del resto si preferivano soggetti sacri; e dal bassorilievo patriotico di porta Romana fino alle pitture delle cupole di San Celso e San Sebastiano, gli artisti milanesi ai animarono a nobili e onesti sentimenti; l'architettura poi, fino a jeri, fece le migliori sue prove, non in monumenti di fasto privato o di adulazione pubblica, ma di piet, o devozione.
...
.
...
21. 
San Carlo.
.
Molta piet distinse sempre i Milanesi. Fr Bonaventura da Cremona qui introdusse la devozione delle 40 ore e pose il ricovero delle pentite a Santa Valeria. Nel 1547 Antonio Zaccaria, Bartolomeo Ferrari, Giacomantonio Moriggia, istituivano i cherici regolari Barnabiti, con voto speciale di non brigar cariche nella loro congregazione, n fuori di essa accettarne senza dispensa del pontefice. Lodovica Torella contessa di Guastalla, con 80 mila scudi d'oro fabbric San Paolo, dove pose l'ordine delle Dimesse (1535); ma poi, disgustatane, fond le Convertite al Crocifisso (1540) e il collegio delle povere fanciulle nobili, detto ancora della Guastalla. Cresciute le miserie, parve si raddoppiasse il sentimento religioso; moltiplicaronsi apparizioni e miracoli, quasi i nostri chiedessero dalla religione o forza per sopportare o consiglio a contrastare. Nei maggiori frangenti sorgea qualche frate, qualche pio laico, esortando alla quiete, come Amedeo cavaliere portoghese francescano, che nel 1466 andava attorno gridando Pace pace, e fond qui Santa Maria della Pace; qualc'altro, mescolando la politica col Vangelo, animava contro Francesi e Spagnuoli dicendo ch'era merito presso Jesu Cristo de ammazzarli... e diceva ch'erano porci, provandolo con sue ragioni, e con sue maledicenze li malediceva; quale pi evangelico, esortava a pentirsi, a riformarsi, a pregare il Signore; e allora si univano processioni di centomila, ad ogni chiesa, ad ogni crocevia ululando Misericordia, misericordia; grido diretto non meno a Dio che agli stromenti della sua collera.
Alcuni imputavano di questi mali i pervertiti costumi del clero e la peggiorata condizione della Chiesa. Lamenti simili con ben altra forza sonarono in Germania, dove Martin Lutero cominci da essi un incendio che stacc met del mondo dalla cattolica fratellanza.
.
I nostri, clero e plebe, dopo le antiche contese che narrammo, si tennero fedeli al pontefice, e quando nel 1512 venne a piantarsi qui un conciliabolo contro Giulio II, il clero milanese rifiut aderirvi e raccomandava rispetto al capo legittimo. Per molti de' soldati di Carlo Quinto avevano attinto da Lutero l'odio contro la gerarchia ecclesiastica e per conseguenza contro l'Italia, il che li rendeva pi fieri nello straziarci e nel fare vilipendio di ci che noi veneravamo. I loro sfregi e le celie sanguinose insinuavano nel nostro popolo disprezzo pei preti e per la religione: poi le dottrine protestanti lusingarono alcuni de' nostri, non foss'altro pel solito allettativo delle novit; onde o qui segretamente le coltivavano, o fuoruscivano a professarle liberamente in Germania o nella Valtellina, nella quale, essendo soggetti a' Grigioni, tolleravasi il culto riformato. Ortensio Landi, (pag. 188 [pag. 231 in questa edizione elettronica]) tra gli Svizzeri cerc libert di scapestrare l'ingegno; sicch le sue opere furono tra le proibite in primo grado. Gregorio Leti, scappato di qui a Ginevra, poi in Inghilterra e in Olanda, busc denari collo scrivere infami vite di papi e di principi, dove neppure la malignit riscatta la noja. Pi tardi Francesco Borro, specie di Cagliostro, spacciava gran segreti e l'arte di far l'oro, accarezzato d principi in Germania e Danimarca.
.
Ogni potere minacciato diviene sospettoso e violento: onde l'Inquisizione adopr la severit eccezionale che si suole in tempo di peste o di rivolta76; ma la Chiesa vi provide con un rimedio pi degno di lei, il concilio di Trento. E qui ci si presenta uno de' concittadini pi memorabili.
.
Gi accennammo la famiglia milanese de' Medici, di cui era il Medeghino, (pag. 186 [pag. 228 in questa edizione elettronica]). Suo fratello Giovan Angelo, valente giureconsulto, sal papa col nome di Pio IV, che una sorella marit ne' Borromei, e seguendo l'abitudine sciagurata di favorire i parenti, fe sposare una Borromeo a Cesare Gonzaga duca di Mantova, la primogenita del duca d'Urbino al conte Federico Borromeo, intitolandolo generale di Santa Chiesa; e Carlo, nato nella rcca d'Arona il 2 ottobre 1538, orn cardinale di soli 22 anni, e poco poi arcivescovo di Milano. Imprudenza, ma giustificata dall'evento, perocch Carlo riusc uno de' prelati pi zelanti a restaurar la Chiesa. Era un altro vizio d'allora l'accumulare molti benefizj, e Carlo da essi traeva almeno 90 mila zecchini, coi quali scialare principescamente; ma la morte del fratello Federico in mezzo al fasto e alle speranze, concentr Carlo ne' salutevoli pensieri della tomba, sicch si diede tutto a vita di piet e mortificazione. Colla propria astinenza volle correggere la splendida dissolutezza dei principi secolari ed ecclesiastici di Roma; non pi ai divertimenti, allora consueti anche nel clero; non abiti smaglianti; rinunzia a quelle entrate, riforma la penitenzieria, che gli fruttava altrettanto per le dispense; vende tre galee ed il ricchissimo arredo del fratello; vende il principato d'Oria, e in un giorno ne distribuisce il prezzo ai poveri; da 80 mila restringe a 20 mila lire il suo assegno domestico; licenzia la numerosa servit, circondandosi di preti e di dotti, coi quali istituisce in sua casa l'accademia religiosa delle Notti Vaticane.
.
Nulla per gli stava maggiormente a cuore che di venire a Milano, per quanto il papa volesse tenerselo vicino e consigliere. Da 60 anni nessun arcivescovo qui risedeva; venendo questa prebenda trasmessa quasi in eredit a cadetti della casa d'Este, i quali non faceano che mandarvi de' vicarj, lodevoli n per bont n per sapere77. Qual meraviglia se la disciplina erasi sfasciata? I preti, di tutt'altro modelli che di piet e costumatezza, non che curare le anime altrui, la propria negligevano a segno che si credeano dispensati dal confessarsi perch confessavano altri; secolareschi nel vestire, nelle abitudini, nelle compagnie, trafficavano e delle chiese e delle sacristie si valevano come magazzini per contrabbandare, quand'anche non ne faceano convegni a balli e conviti. Carichi d'armi, tenevano senza pudore in casa le complici e i frutti de' lor peccati; era piuttosto unico che raro il parroco che talvolta spiegasse il Vangelo o la dottrina; la predicazione abbandonandosi a frati e pi spesso a mendicanti, desiderosi dell'applauso anzi che del frutto, o del frutto della borsa non dell'anima. E correva in proverbio non esservi strada pi dritta a dannarsi che l'andar frate (Oltrocchi). Dalle solennit e dai giorni festivi traevasi occasione a bagordi, a riunioni indecenti e sin feroci: le pie pratiche abbandonate, o contaminate da superstizioni: i monaci dati all'ozio in convento, agl'intrighi fuori; le monache, in onta della clausura, uscivano a far visite e ne ricevevano, e l'operosit riducevano a far conserve, canditi e manicaretti. Ai costumi non metteano freno le leggi, costrette a risparmiare il nobile e l'ecclesiastico; e si contentavano di sfogarsi in minacciosi paroloni, che ne attestavano la fiacchezza.
.
Arte suprema pei grandi  il conoscere i valentuomini, ed ottimo sintomo non ingelosirne. Carlo l'avea mostrata gi nell'eletto numero di quelli che congregava alle Notti Vaticane; indi nel mandar qui a mettere qualche regola il gesuita Benedetto Palmio e prete Nicol Ormaneto veronese; poi venendo menossi Scipione Lancellotto e Silvio Antoniano, Giambattista Castelli e Michele Tommasi, che furono poi cardinali quelli, vescovi questi, e gli insigni letterati Giambattista Amalteo e Giulio Poggiano; n mai torn a Roma che non conducesse via qualche valente, talch lo dicevano rapacissimo ladro di savj. Singolarmente si valse del padre Panigarola, predicatore famoso in tutta Italia, poi vescovo d'Asti, indi spedito in Francia a infervorare le contese cogli Ugonotti, contro i quali scrisse le Lezioni calviniche, e che lodavasi dell'aver congiunto la predicazione colla teologia, perch questa gl'insegn a far pi sicure le prediche, quella a far pi chiare le lezioni78.
.
In un secolo di tanta boria  notabile che, mentre dapprima ogni arcivescovo mettea dapertutto il proprio stemma, san Carlo n'adott per la diocesi uno perpetuo, figurante sant'Ambrogio fra i santi Gervaso e Protaso, col motto Tales ambio defensores tolto dall'epistola 54 di sant'Ambrogio a Marcellina. Volle vestimenti e mobile modestissimo; pranzava co' proprj servigiali quando non digiunasse rigorosissimamente, come spesso faceva: eppure egli aveva una cognata duchessa d'Urbino, una sorella nei Gonzaga principi di Molfetta, una nel principe di Venosa, una nel principe Colonna vicer di Sicilia; uno zio duca di Altemps, uno marchese di Marignano, uno papa.
Carlo fu de' pi animosi a promuovere il concilio di Trento, nel quale i prelati di tutto l'orbe cattolico si trovarono raunati per riconoscere e dichiarare ci che la Chiesa avea sempre creduto, e per riformare gli abusi introdotti nella disciplina, ed opporre alla riforma negativa di Lutero una riforma tutta morale e positiva, fatta per amore non per odio, e da chi n'ha il diritto.
.
Questa grandissima ed autorevole unione de' maggiori prelati del mondo fu preseduta da un milanese di 33 anni, il cardinale Giovanni Morone, figlio del famoso Girolamo, e che fu vescovo di Modena e in predicato di papa.
.
Essendosi dal concilio ordinato un catechismo che esponesse precisa e chiara tutta la dottrina cattolica, fu, sotto la direzione di san Carlo, compilato da Muzio Calino bresciano, Pietro Galesio milanese, Giulio Poggiano di Siena; e riusc insuperabile per limpidezza e concisione.
Inerendo ai decreti di quel sinodo, san Carlo radun il primo concilio diocesano, al quale, delle 15 diocesi suffraganee, dieci furono rappresentate personalmente dai vescovi loro, fra cui erano Girolamo Vida vescovo d'Alba, poeta latino elegante; Guido Ferreri di Vercelli, a cui in quell'occasione san Carlo impose il cappello cardinalizio; Niccol Sfondrato di Cremona, divenuto papa Gregorio 14esimo.
De' sei concilj provinciali si formarono gli Atti della Chiesa milanese, divenuti come un codice di leggi e di discipline ecclesiastiche per tutto il mondo, dai punti essenziali fin alle minuzie di sacristia.
.
A suoi vescovi impose di farsi mandare una volta l'anno una predica da ciascun parroco, e se nol vedessero migliorare, vi spedissero un predicatore. Sapea dunque che primo dovere d'un vescovo  il conoscere i suoi collaboratori; e non avea verso i deboli quella burbanza che  conseguenza della vigliaccheria verso i forti.
Quei frati Umiliati; che vedemmo introdurre fra noi le manifatture di lana (pag. 84 [pag. 110 in questa edizione elettronica]) se n'erano estremamente arricchiti e in conseguenza corrotti; e mentre possedevano novantaquattro case, capaci di cento frati ciascuna, appena un pajo ve ne vivea. San Carlo cerc riformarli, ma un d'essi gli tir una fucilata; di che il pontefice prese ragione per abolirli e delle rendite loro, ammontanti a 25 mila zecchini, dotare un Ordine nato allor allora ed operosissimo nel sostenere l'autorit papale e nell'educare la giovent. Cos i Gesuiti vennero a Milano e fabbricarono l'insigne palazzo di Brera e la bella chiesa di San Fedele.
.
San Carlo moltiplic gli istituti religiosi: San Martino degli orfani, San Marcellino, Sant'Agostino Bianco, Santa Sofia, le Cappuccine a Santa Prassede e a Santa Barbara; introdusse i Teatini; pose il collegio delle nobili vedove, sistem il conservatorio della Stella; meditava anche un ospizio pei convalescenti, affidandolo ai Fate-bene-fratelli, che vennero solo sotto il suo successore a cura dei malati.
Istitu gli Oblati, preti con voto di speciale obbedienza all'arcivescovo e che egli destinava alle missioni e alle parrocchie pi povere e faticose. Delle ora vantate scuole festive diede Carlo l'esempio colla Compagnia dei servi di carit, che insegna le feste ai puttini e puttine a leggere e scrivere e li buoni costumi gratis et amore Dei, con norme da raccomandarsi ai moderni faccendieri di educazione popolare.
.
Dal nostro metropolita dipendevano i vescovi di Aqui, Alba, Alessandria, Asti, Bergamo, Brescia; Casale, Cremona, Lodi, Novara, Piacenza, Savona, Tortona, Ventimiglia, Vercelli, Vigevano; Como stava col patriarcato d'Aquileja. La diocesi contava 600 mila abitanti, 2220 chiese, di cui 800 parrocchiali; 40 conventi, 70 monastieri, 30 mila preti79. In Milano si avevano 238 chiese, di cui 71 parrocchiali, 30 conventi di frati, 4 collegi di preti regolari, 34 monasteri di monache e 9 di orsoline, 32 compagnie di disciplini, innumerevoli congregazioni devote, una compagnia per ciascuna delle 19 croci erettesi nella peste, dove ogni venerd andavano processionalmente sulla bass'ora cantando.
.
Non fu angolo della diocesi, per inaccesso, ove san Carlo non arrivasse, e ancora dapertutto si additano fonti da lui benedette, cappelle erette in suo ricordo, letti o arredi di cui si valse. Istitu visitatori generali e particolari, e vicarj foranei coll'obbligo di tenere congregazioni plebane. A formare buoni preti apr sei seminarj, che affid agli Oblati. Nel seminario maggiore i cherici, vestiti di paonazzo, doveano sempre parlar latino, ed uno per settimana far una predica in presenza dell'arcivescovo. All'eresia, che serpeggiava nella confinante Svizzera, si oppose con frequenti visite e coll'autorit di nunzio apostolico, e qui pose un Collegio Elvetico per educare 20 giovani svizzeri e 20 grigioni, che doveano giurare d'andar a servizio de' proprj compatrioti; il cardinale Altemps, suo cugino, vi un la commenda di Mirasole per 24 chierici della diocesi di Costanza.
.
Della munificenza di Carlo restano testimonio le fabbriche dell'arcivescovado, del Collegio Elvetico, del seminario maggiore col bel cortile quadrato dorico, e del collegio Borromeo a Pavia; spinse quelle delle Madonne di Rho e di Caravaggio e della rotonda di San Sebastiano, voto della citt per la peste, ravvi la sospesa costruzione del Duomo. Il vulgo nostro, chiamando carlone il granoturco, rammemora com'egli raccomandasse la coltura di questo cereale, allora venuto d'America, buon riparo alle frequenti carestie.
.
Profondeva a soccorrere i poveri, e pi quando scoppi la peste del 1576. Il governatore stim prudenza il mettersi in salvo, lasciando luogotenente Gabrio Serbelloni80. Ma il vero reggente della citt nel miserabile disastro fu Carlo, con carit di vescovo e saggezza di magistrato, assistendo gl'infermi e consolandoli colle parole sante mentre manteneva l'ordine e i viveri. Diciassettemila vite port via la peste, e 50 mila poveri furono alimentati dal pubblico per sette mesi, la citt spendendovi 220,634 scudi d'oro, e pi di 300 mila le cause pie, ospedali, gentiluomini, particolari81, oltre le limosine fatte da san Carlo e da prelati e religiosi. Fra gli altri Annibale Vestarino ricco mercante e sua moglie Giovanna Anguillara dispensarono le laute loro entrate ai bisognosi; e del rimanente accolsero povere fanciulle, probabilmente le rimaste orfane, che poi, a malgrado della fondatrice, dedicaronsi a Dio col titolo di Cappuccine di santa Barbara.
.
Certo v'aspettate che di tanta beneficenza fossero riconoscentissimi tutti a Carlo, e lo sorreggessero. Ma cos non suole andare. Si cominci a mormorare ch'egli faceva troppo; che voleva per s il monopolio della carit; che non lasciava campo agli altri d'esercitarla: tenner dietro alcuni pi arditi, suggerendo Dovrebbe far questo, Dovrebbe tralasciar quello, Non dovrebbe beneficar i tali, o non al tal modo; dall'accusa d'ignoranza e d'imprevidenza si passava a quella d'ambizione: E' fa tutto per sentirsi nominare, per farsi lodare, per aver l'aura del popolo; poi le sue riforme si tacciarono di puerili e da sacristia; si cerc alienargli il popolo col titolo ch'esso toglieva o sminuiva i sollazzi pubblici, troppo giusti dopo le fatiche; infine fu caritatevolmente insinuato all'autorit secolare che l'arcivescovo voleva ingerirsi nelle attribuzioni di essa ed invaderne le competenze. L'opinione pubblica, che chiude un occhio per iscusar il male, ne apre poi cento per disgradare il bene. Parlo d'allora.
.
Altissimo concetto aveva Carlo dell'autorit clericale, viepi geloso in quanto i principi allora cominciavano a cincischiarla; non tollerava che il governatore si mescolasse di cose ecclesiastiche, volesse dare il placet e l'exequatur alle bolle di Roma o alle istituzioni dell'arcivescovo. Queste erano belle e buone opposizioni in senso della libert; oggi pare altrimenti al secolo liberale: onde noi lo pregheremo a perdonargliene, come a perdonargli le persecuzioni che us contro eretici e maliardi.
.
Durante il contagio, egli, ch'era tutto, avea fatto decreti e usato braccio forte perch si osservassero e per reprimere i tristi che profittano delle pubbliche calamit. Ma anche in tempi ordinarj l'arcivescovo avea tribunale proprio e sgherri e prigioni per far eseguire le sentenze. Avendo egli fatto arrestare alcuni per violazione di precetti ecclesiastici, se ne tolse occasione di eccitare scandali. Pio Quinto scrisse al senato, Filippo Secondo al governatore perch vedessero di salvare il decoro ecclesiastico senza lesione del laicale; ma i subalterni, che amano il fracasso, passione de' piccoli ambiziosi, invelenirono la cosa; fin il magistrato municipale parteggi coi nemici dell'arcivescovo per accusarlo al papa e al re; il bargello arcivescovile fu preso, messo alla tortura, bandito, e Carlo dovette interrompere le sante sue sollecitudini per andare a Roma e spedire a Madrid a scagionarsi82. N quella sola volta il dovette; e non dir che sempre egli avesse ragione nella quantit e ne' modi; ma se asserisco che sempre operava con rettissime intenzioni, chi oser contradirmi?
Ricco di senno, di rispetto, di carit, era il contrapposto di quelli che raccomandano Non troppo zelo; e deve recare scandalo a coloro che, in et destituite di coraggio civile, lodano qualche prelato perch non s'intriga di niente.
.
Oggi stesso i gran sapienti lo accusano di aver fatto una processione quando la peste minacciava; ma taciono che, pochi giorni prima, erasi fatta una solennit pi affollata per la venuta di non so quale arciduca. Oggi si crolla il capo sulla sua riverenza alla supremazia papale, la quale era tanta che non leggeva mai alcun breve pontifizio senza cavarsi il berretto. Oggi l'imputano d'averci tolte di mano le spade per metterci il rosario: ma troppo vedemmo e pi vedremo quanto infelice fosse il nostro paese, e non per colpa di preti e frati; e da che fonti scaturisse quella gravit contegnosa e melanconica che domin nel 600; onde l'incolparne san Carlo tiene di quella vulgarit per cui si dice che il medico ammazz il malato perch nol guar.
Fra tante cure pubbliche, Carlo non dimentic gli studj, lontanissimo da quella o paura o gelosia delle persone valenti ch' il carattere pi espressivo della mediocrit. Tenne continua corrispondenza con san Filippo Neri e col cardinale Baronio, al quale diede eccitamenti alla grand'opera degli Annali Ecclesiastici; e cos col Faerno, col Ruscelli, col Ghilini: us per segretario il famoso statista Botero. Moltissimo adopr Carlo Bescap, poi vescovo di Novara, che ne scrisse la vita in buon latino. Agostino Valerio, poi vescovo di Verona, fu da lui persuaso a stendere un'Arte Retorica, principalmente ad uso de' seminarj; Silvio Antoniano, poi cardinale, a dettare Sulla cristiana educazione.
San Carlo diede alle stampe l'Arte del meditare e Istruzioni sopra la predicazione della divina parola, oltre le solite encicliche; due volte suppl all'oratore quaresimale in Duomo; non arrivava in alcuna chiesa nelle visite senza predicarvi; nello spazio di quarant'ore sal quaranta volte in pulpito; e, senza quelli a stampa, restano grossissimi volumi di prediche sue e di selve.
Tanto oper in soli 19 anni, e di soli 46, logorato dall'ascetico rigore, torn a Dio nel 1584. Tosto la voce comune lo acclam santo, e dopo un quarto di secolo fu riconosciuto tale dalla santa sede; i migliori pennelli d'allora ne storiarono la vita in giganteschi quadri che tuttora si espongono ogni anno in Duomo; una statua sua83 fu posta dalla citt in Cordusio, poi regalata ai Borromei, che la trasportarono sulla loro piazza; un'altra giganteggia sul colle d'Arona84. Il suo sepolcro, che noi chiamiamo Scuruolo, fu arricchito a gara; l'arcivescovo Litta e il duca Borromeo vi donarono gli otto insigni bassorilievi d'argento; il cardinal Quirini le cariatidi pure d'argento; Filippo Quarto la cassa di cristallo di rcca.
.
Monumento ancor pi bello son le costituzioni sue, tutt'ora mantenute in questa diocesi; sono i collegi e i seminarj, le sue beneficenze all'ospedale e la popolare ricordanza per cui si indica ogni luogo ove pass beneficando;  quell'esempio che lo fa come sorvegliante perpetuo al clero, e incessante modello a' suoi successori, e loro rimprovero se tralignassero.
Contemporanei a lui e di famosa santit citiamo Angelica Negri di Gallarate monaca, le cui lettere spirituali si leggevano ne' refettorj, e il governatore marchese del Vasto la volle consigliera al suo letto di morte; Girolamo Piatti gesuita (1547-91), direttore spirituale di san Luigi Gonzaga, che coll'Ottimo stato di vita del religioso trasse molti alla professione monastica; Giacomo Re gesuita, che fu chiamato alla corte di Pekin per compilare il calendario imperiale e scrisse in cinese pi di cento opere di piet e d'astronomia; Andrea Borromeo teatino, apostolo della Mingrelia e della Georgia, di cui diede una relazione; Tommaso Ubicini minorita, autore d'una lodata grammatica araba e d'un fallace dizionario siriaco; e a tacer altri, l'agiografo Bonino Mombrizio.
...
.
...
22. 
Governo Spagnuolo.
.
Il governo municipale era stato alterato, non tolto dai principi indigeni. Giangaleazzo avea creato un consiglio segreto ed uno di giustizia, perch in suo nome governassero lo Stato e decidessero nelle cause civili e criminali fra privati. Luigi 12esimo mut i due consigli in un senato, costituito di due prelati, quattro militari, quattro giurisperiti, preseduti dal gran cancelliere, tutti a vita e indipendenti dal governatore; doveano sentenziare a nome del re nelle cause private, avvalorare col loro voto gli editti regj, con diritto anche di sospenderli o, come diceano, interinarli se contrarj alla giustizia o ai privilegi; di confermare e cassare le costituzioni del principe, e togliere e dare qualunque dispensa anche contro gli statuti e le costituzioni; nominar l'avvocato fiscale e i professori di Pavia. Il senato rappresentava dunque il diritto e la legge, mentre il re veniva rappresentato da un governatore civile e militare.
.
Quanto al Comune, il patrimonio n'era amministrato dal consiglio di 60 decurioni nobili, sei per porta, eletti a vita dal consiglio stesso e confermati dal governatore, al quale essi presentavano ogni anno sei soggetti, tolti dal collegio de' giureconsulti, dai quali sceglieva uno che diveniva luogotenente regio e l'anno appresso vicario di provisione, corrispondente al podest di poi e al sindaco d'adesso. Oltre rappresentare con molta dignit il Comune, aveva un tribunale di dodici decurioni per giudicare sommariamente di crediti e cause civili poco rilevanti; soprantendeva alle arti ed alla conservazione del patrimonio; presedeva anche alla congregazione di Stato, composta degli oratori di ciascuna citt, e spediva ambasciadori ai sovrani.
.
Allorch la citt invi al papa il conte Uberto Stampa, gli uscirono incontro le mule dell'ambasciadore cattolico e de' prelati nazionali e i gentiluomini de' cardinali; egli recossi all'udienza papale coll'ombrello e il cuscino di velluto nero trinato d'oro, e con spada e cappello present le credenziali della citt; e i cardinali e gli ambasciadori gli restituirono la visita.
.
Fra il collegio de' giureconsulti, tutti nobili almeno da 120 anni, e aventi il titolo di conti palatini e cavalieri aurati, sceglievansi il vicario di provisione, le principali cariche anche giudiziali, e l'arcivescovo di Milano. Da esso conferivansi il dottorato e il notariato. Giovanangelo Medici, che v'apparteneva, quando divenne papa Pio IV, di molti privilegi lo dot, fra cui quel di tenere sempre in corte di Roma un auditore del palazzo apostolico e un avvocato del sacro concistoro, e regal una somma per fabbricar il loro palazzo, che  sotto all'oriuolo di piazza de' Mercanti. Nobili erano pure i membri del collegio de' fisici. Onoratissimo corpo teneansi i notari, tolti fra ricchi e di buon costume, ed esercitavano molti uffizj di giurisdizione onoraria, come inventarj, tutele, legittimazioni, emancipazioni.
.
Per la guerra del Monferrato nel 1616 dovendosi sguarnir di truppe la citt, fu istituita la guardia civica, che sempre si conserv, con privilegi e distinzioni.
Questa costituzione, fondata sulle consuetudini del paese, dur con poco alteramento nei 150 anni del dominio spagnuolo, ma guastavasi nell'applicazione.
Dei re avevamo conoscenza sol perch mettevano il nome in testa alle gride; o perch qualcuno di tempo in tempo passava di qua; o perch Filippo Quarto istituiva un'annua novena a San Celso onde impetrare per essi la misericordia di Dio. Lontani centinaja di miglia, provedeano ai casi dopo passato il bisogno, ed erano costretti lasciar grandi arbitrj ai governatori, ben altro da que' meschini burocratici che sono i prefetti odierni; ignari delle costumanze e dell'indole nostra, duravano qui appena uno o due triennj (furono 26 in 150 anni), mentre appena dieci sariano bastati ad orizzontarsi in quella complicazione.
.
Congiungendo il potere civile e il militare, tenevano il paese in aspetto di ostilit contro i paesani e contro i vicini: al far male erano allettati dal poterlo impunemente; giacch se anche si avessero denari e aderenze per recare appello a Madrid, il governatore era capace di rispondere: Il re comanda a Madrid, io a Milano. E correva in proverbio che i ministri di Spagna in Sicilia rosicchiavano, a Napoli mangiavano, a Milano divoravano.
Don Ferrante Gonzaga (1547), come in conquista insidiata dai vicini e non protetta dall'affezione popolare, ricinse la citt coll'amplissima mura: e gli appaltatori in compenso gli fabbricarono la villa della Simonetta, famosa per l'eco polisillabo.
Il duca di Sessa (1558) voleva imporci l'Inquisizione spagnuola, uffizio di polizia indipendente dal vescovo e fin dal papa; ma i nostri vi si opposero con tutto il vigore che ad essi lasciava l'oppressione.
.
Il conte di Fuentes (1601-10) fece arrestare, mentre sedeano in uffizio, il vicario e i dodici di provisione perch non vollero consegnargli il libro del perticato. Se i governatori faceano perfino la guerra; e se fossero d'umore bellicoso, metteano sossopra l'Italia, e noi dovevamo pagare. Il Fuentes sempre tenne 24 mila armati, minacciosi ai vicini; e quando gli venne l'ordine regio di mandarli nelle Fiandre, rispondeva: Voglio fare a modo mio; chi preferisce altro, venga a prendere il mio posto. Di lui parla il trofeo fuori porta Ticinese, gloriandolo d'aver aperto quel naviglio fin a Pavia; menzogna in pietra, a corredo delle tante in carta.
Don Pier di Toledo (1616) mandava in galera e sin alla forca, senza processo; destitu il grancancelliere, n bad al re quando, ai reclami del nostro senato, gli ordin di ripristinarlo.
Anche don Gonzalo Crdova (1627), fu continuamente occupato in guerra, e quando se n'and, il buon popolo di porta Ticinese accompagnollo a torsi di cavoli, ch'egli sopport (dice la storia) con eroica grandezza d'animo.
Questo ed altri fattarelli potrebbero mostrarvi che il popolo non era poi morto del tutto. Ma ogni sua scossa finiva coi supplizj.
.
Talmente esorbitavano le taglie, che molti abbandonavano i poderi, altri lasciavansi deserti per decreto, come roba di ribelli: altri erano predati dalle truppe e dai ladri; su tutti erravano devastando lepri ed altre selvaggine, che il villano dovea rispettare sotto gravissime pene; come dovea vedere di tempo in tempo le fragorose caccie dei padroni dissipare le faticate sue speranze. Inoltre dovevansi tollerare i soldati, ladri, ubriaconi, spesso infetti di peste; pi indisciplinati perch non pagati puntualmente, sicch, per sottrarsi al saccheggio, i Comuni doveano dare foraggi e denari, fin per cinque milioni l'anno. Una volta ch'essi chiedevano il soldo, e Madrid non ne mandava, il governatore don Pier di Toledo permise sel pigliassero dalle sostanze de' privati. Dopo la pace convertivansi in masnadieri; e la brughiera di Gallarate n'era s piena, che il governo offr 100 mila scudi di taglia a chi li distruggesse. Date a noi quella mancia, dissero essi, e vennero a incorporarsi ne' reggimenti!
.
I banditi scorrazzavano la campagna, principalmente presso ai confini, terribili ai tranquilli ed all'autorit. Bisognava tener sentinelle sui campanili; e come s'avvicinassero era ordine a tutte le terre et huomini generalmente e particolarmente che si levino in ajuto a favor degli ufficiali della giustitia, diano campana a martello, serrino le porte, e corrano alle strade et ai passi della campagna, e facciano ogni sforzo possibile, acci li bravi, vagabondi, malviventi non possano sfuggire il castigo che meritano.
.
Capi non ne erano soltanto malfattori vulgari, come i famosi Battista Scorlino e Giacomo Legorino, ma personaggi di nome, i Martinengo di Brescia; il conte Borella di Vimercato, un Barbiano da Belgiojoso, un Visconti di Brignano, i cavalieri Cotica e Lampugnano, e il marchese Annibale Porrone, uom temerariamente contumace (dice una grida) che ha mostrato non esser altro il suo istituto che di rendersi famoso nelle pi precipitose et inumane risolutioni, con s poco timore della divina e sprezzo dell'humana giustitia. Gride ogni tratto uscivano, contenenti i nomi di 50, di 100 banditi; anzi una sola ne comprende 1500; promettendo gran mancie a chi li consegnasse vivi o morti, e grandi pene a chi portasse armi insidiose o il ciuffo o altri distintivi dei bravi; gride che provano la propria inutilit col venir ripetute. Poi lo stesso governo, il quale prometteva oro e che si farebbe gran piacere a S. M. col prender o uccider costoro, talvolta a costoro dovea ricorrere, come fu quando il Rucellaj, residente pel granduca di Toscana, venne insultato in citt di pien meriggio da alcuni bravi, e il governatore e il senato gliene fecero scuse e condoglianze; e mandarono un bando che, chi lo soccorresse in quel frangente, farebbe grato al re; ma non trovarono n forza n ascolto, se non che il marchese Porrone suddetto mand cento de' suoi bravi, che scortarono esso Rucellaj di casa in casa a prender congedo, poi lo convogliarono fin a Piacenza. Nel cuor della pace!
.
Il senato trovavasi sempre a puntaglie col governatore, e per lo pi soccombea; ma le cure prestate in quello come tribunale supremo obbligavano i nostri nobili a studiare la giurisprudenza, ristretta per ad applicazioni, non elevata a canoni generali.
I tribunali minori, con pochi birri corruttibili e prepotenti, depravavano il popolo, anzich difenderlo; e colla tortura strappavano confessioni, che poi punivano con supplizj, da far orrore pi che il delitto. Ad ogni piccola colpa o trasgressione erano comminate la corda, le tenaglie, la galera, l'esser trascinato a coda di cavallo; lasciando in arbitrio del governatore, del giudice e fin del carnefice il crescerne o scemarne l'intensit e la durata; e l'aspetto di quei ricorrenti supplizj, pi che sgomentare i ribaldi, indurava gli animi a quella piet, che spesso tien luogo di tante altre virt. Gli ecclesiastici, esenti dal fro ordinario, colla tonaca coprivano spesso l'assassino, il quale pure potea trovare impunit ne' conventi o nei sagrati delle chiese, o traversando la citt a braccetto d'un frate. Esenti n'erano i nobili, i quali s'abbandonavano alle prepotenze; e quando fossero troppo bizzarri per restare in citt, si trinceravano in qualche castellotto di campagna, angariando i villani con pedaggi, estorsioni, servigi di corpo; e dei vicini turbando la sicurezza, gli averi, l'onore.
Questa debolezza del Governo, questa incertezza della giustizia, e la mancanza di sussistenze, d'educazione, di vigilanza, spingeano al delitto. I nostri ricchi, allontanandosi sempre pi dal popolo, formavano quasi una razza distinta nel vestire, nel portamento, nel parlare. Ma, esclusi dai politici interessi, riducevansi al misero orgoglio di spuntare impegni e tiranneggiare alla loro volta, e sparagnare fin sulle necessit o sui doveri per primeggiare col lusso. E il lusso era tale che in citt v'avea 115 tiri a sei, 437 a quattro, 1034 a due, 1500 cavalli di sella. Di rado incontravasi un signore a piedi; sempre con codazzo di servi e di bravi, liberali d'insulti alla plebe abjettita. La spada, inetta a liberar la patria, era pronta a duelli per puntigli di vanit, o a vendette implacabili, a cui prendea parte tutta la parentela, tutto il ceto. Un servo del governatore Ossuna percuote un cagnuolo della principessa Trivulzio: e i servi di questa ammazzano l'audace: il duca manda arrestare i delinquenti nel palazzo della padrona, ma questa spedisce a Madrid a lagnarsi della violata immunit; e da Madrid casca l'ordine che i carcerati vengano ricondotti in casa Trivulzio, e il capitano di giustizia vada a fare le scuse.
.
Le beatitudini per del godere e del prepotere toccavano solo al primogenito; gli altri figli erano predestinati a divenir monache o frati, e ne' conventi tiranneggiare su pi piccola scala; o se si ostinassero a rimaner nel secolo, senz'altro retaggio che il piatto alla mensa del fratel maggiore, campavano in un vizioso celibato, in una nullit intrigante, in galanterie ostentate, in un fastoso mendicare; o davansi compagni e stromenti di libertinaggio e soperchierie a qualche poderoso, per passare dalla classe degli oppressi in quella degli oppressori.
.
Ma, spenta la vita comune, merita studio quella delle famiglie, alle quali erano riservati i gradi di dottore e di medico collegiale, i monsignorati del Duomo e l'arcivescovato e i migliori benefizj; e che, ingrandite pel concentramento delle primogeniture e dei fidecommessi e pei lucri che aprivansi nel senato o nella presidenza, e trovandosi accumulati nella cassa i denari che l'opinione non permetteva d'utilizzare in commercio n di collocare a mutuo, sfoggiavano di grandigie, di privilegi e di beneficenza. Non occorre riparlar de' Borromei, solo aggiungendo che il conte Vitaliano, nel 1637, per magnifico capriccio tramutava un nudo scoglio del lago Maggiore nella incantevole isola Madre, con dieci giardini digradanti e sotterranei e palazzo.
.
I Marliani aveano diritto di tenere sbarrata fin a met la via dinanzi al loro palazzo, che ora  il Monte dello Stato. I Ro camminavano alla briglia dell'arcivescovo nelle processioni; nelle quali i Litta doveano fare spazzare le strade. Ai Serbelloni competea doppio voto nel consiglio dei 60, portar l'arme della citt, restare esenti di dazj e gabelle per venticinque persone, andare incontro al nuovo governatore fino a Genova, e far parte di ogni ambasciata, tutto in benemerenza del cardinale Giovannantonio Serbelloni, vescovo di Foligno e Novara. I Confalonieri sosteneano figura principale nell'ingresso dell'arcivescovo. Che immense ricchezze non ebbe Flaminio Crivelli feudatario di Mariano! Bartolomeo Arese, presidente al senato ( 1674) e reggente del supremo consiglio d'Italia, versatissimo negli affari e nel trarne profitto, facea fabbricare il palazzo ora Litta, la villa di Cesano Borromeo, il convento dei Domenicani a Barlassina e quello di San Filippo in citt, ricostruire Santa Maria Porta, e in San Vittor grande una sontuosissima cappella: e dopo tutto ci le sue sostanze bastarono a far ricche le due famiglie de' Borromei e de' Litta. Gregorio Leti, che scrisse la costui vita, dice che un suo cameriere adun un tesoro con soltanto esigere dieci soldi da ciascuno che portasse un memoriale per esso: il che spiegherebbe l'arricchire dei presidenti del senato.
.
Eppure restava qualcosa di popolaresco; e per il santo domestico, o in un giorno particolarmente devoto, o nell'onomastico del capocasa, con fastosa devozione offrivasi alla metropolitana o ad altra chiesa un donativo spontaneo, o un omaggio richiesto da antico obbligo feudale o da voto. Recavansi a vanto l'arricchire la chiesa di cui erano popolani e porvi altari e sepolcri; come fecero gli Omodei alla Vittoria, i Caimi, i Crotti, i Brivio a Sant'Eustorgio, i Castiglioni a San Francesco, i Trivulzio a Santo Stefano, i Visconti Modrone a Santa Sofia, i Vimercato e i Borromei alle Grazie, i Robbiano a San Lorenzo: il marchese Alessandro Modrone regal a Sant'Alessandro ametiste, diaspri, sardoniche, lapislazzuli fin di dodici oncie di grandezza, donde furono strarricchiti il pulpito, l'altare e gli stessi confessionali.
.
Altri profondeano in beneficenze. Clemenza Grassi, rimasta vedova di Alessandro Castiglioni, era richiesta da molti perch possedeva meglio di 120 mila zecchini in valsente, oltre i mobili e le gioje; ma essa prefer chiudersi nelle monache di San Paolo (1584), e di quella opulenza fe dono alla pia casa della Carit. Un'altra eredit pinguissima era lasciata da Virginia Spinola al luogo pio della Misericordia (1626), affinch ogni anno distribuisse vesti pelliccie, coltroni, calze, calzoni, oltre denaro da scarcerar debitori. Il qual luogo pio, ch'era posto a San Protaso, nel 1598 distribu 824 moggia di frumento, 2320 di mescolanza, 589 fra riso e legumi, 199 brente di vino, 300 braccia di panno.
.
Nel 1609 si istituivano le scuole Arcimbolde a Sant'Alessandro, affidate ai Barnabiti; Giambattista Moroni nel 1666 fondava a Sant'Eustorgio scuole per 50 fanciulli poveri; Pietro Longone nel 1613 il collegio de' Nobili; sicch allora v'avea le scuole gratuite del Grasso, del Taverna, le Canobbiane, le Palatine; il collegio pei poveri, aperto nel 1516 da Elisabetta Terzago nella casa Calchi; quello del conte Ambrogio Taeggi nel 1553 a San Simone: e il Moriggia conta 120 scuole di dottrina cristiana che, oltre il catechismo, insegnavano a leggere e scrivere.
Gian Pietro Carcano moriva nel 1621, lasciando un bambino di un anno: e poich dovea restare in tutela fin ai 21, volle che dalla sostanza sua di 230 mila zecchini i frutti andassero per 8 anni all'Ospedale, per altri otto al Duomo, il resto per fondar le monache, dette Carcanine. Quel che ne tocc all'Ospedale bast a fabbricar tutta la parte di mezzo, dove gli fu posta sulla porta una iscrizione come xenodochii alteri prope conditori.
Esso Ospedale avea 70 mila zecchini d'entrata, ma ne spendea pi di 100 mila: e met tanti per le balie e per gli esposti. La causa pia Carcano ebbe la rendita di lire 9470 da erogare in doti, oltre molt'altre beneficenze. Alessandro Modrone suddetto ne istitu un'altra di patronato della sua casa, per distribuir doti e messe, la quale ora dispone della rendita di 70,000 lire.
.
Con tali lautezze di beneficenze i signori faceansi perdonare le ricchezze sterminate: ma giustizia civile mal pu regnare dove si vive di privilegi; n rappresenta prosperit nazionale il denaro che stagna in poche mani, invece di passare fecondo per mille godenti.
.
Nuovi comodi e nuove delizie nella vita erano state introdotte dal commercio: rendeansi comuni la cioccolata e il tabacco; cominciavasi il caff, e frequentavano le bottiglie di vini forestieri. Il lusso era ancor pi sfarzoso che comodo; mobili a intagli faticosi e ricche tarsie; abiti indistruttibili; sontuosit di palazzi, di ville, di trattamento; insieme orgoglio senza franchezza, ambizione senza virt pubbliche, studj senza progresso, inerzia senza riposo, avventure senza gloria, miserie senza compianto, mal consolate da una religione d'abitudine pi che di persuasione, da una devozione inclinata alle superstizioni e all'intolleranza. Il pensiero era sospetto d'eresia; della stampa non conosceasi l'efficacia: non sentivasi voce che tramandasse agli avvenire come e la nazione e gli individui patissero senza colpa e senza vendetta. Il popolo, educato a prostrarsi silenzioso e stupido sotto l'estremit dei suoi mali, non conosceva virt maggiore che la sommessione infingarda, onestata col nome di prudenza. Il vulgo operajo, sprovveduto di arti, scarso di pane, tremava del re lontano e del governatore vicino, tremava della corda e della forca piantata su tutte le piazze, tremava dei birri, tremava del padrone, tremava dell'Inquisizione, tremava delle streghe, le quali si moltiplicavano quanto pi erano bruciate; e tra fiacchi terrori, indecorosi patimenti, pazienza incurante, perdeva le feconde memorie del passato.
.
Il commercio, che vive di libert, decadde con essa. I nostri antichi statuti proteggevano l'industria coll'attribuire semplice e sommaria giurisdizione ai consoli senza le cavillazioni curiali, col porre tariffe solenni che ogni capodanno si doveano rivedere; davasi agevolezza a chi venisse qui a stabilirsi, e con privilegi o premj incoraggiavasi chi introducesse manifatture.
.
A mezzo il secolo xvi, Luigi Guicciardini, descrivendo i Paesi Bassi, diceva: Da Milano e dal suo Stato inviano molte robe, come oro ed argento filato per gran somma di denari, drappi di seta e d'oro di pi sorte, frustagni infiniti di varia bont, scarlatti ed altri simili, pannine fine, buone armature, eccellenti mercerie di diversa sorta per gran valuta, ed infino il formaggio appellato parmigiano per mercanzia d'importanza. Nelle famose Repubbliche elzeviriane leggesi che Milano a ragione  noverata fra le maggiori citt d'Europa, fiorentissima per mercanzia, ricchezza, splendor d'edifizj, grandezza di tempj, belt di piazze; soda di mura, munitissima di forti, proveduta d'armerie, abbraccia spazio immenso, con sobborghi che possono star pari a grandi borghi, con alte fosse e bastioni muniti. S piena d'artefici e di fabbriche, che corre in proverbio col disfare Milano si potrebbe fare un'Italia.
.
Tutto fu mandato a capitombolo dal farnetico di sottoporre ogni cosa a regolamenti; dalle improvide quanto ingorde imposizioni; dal monopolio, fatto universale colle maestranze; dai rimedj sempre a controsenso; dalle lungagne avviluppate de' tribunali. Un'arte poteva esercitarsi da chi non fosse ascritto alla matricola di quella, n una invader le attribuzioni dell'altra; tanto che punivasi il ciabattino che osasse fare scarpe, o il coltellinajo che preparasse anche i manichi. Meticolosamente prefiggevansi l'ora, i luoghi, le persone, la qualit della vendita de' commestibili: non ammazzar porco minore di 80 libbre; non comprar vino se non 15 miglia lontano dalla citt; fissata la grandezza dei mattoni, la lunghezza della legna, la grossezza della carta d'involti; i pesci e i polli non si tengano sul ghiaccio; i caciajuoli non si fermino a vender per le strade; i brentadori, mentre si fa il contratto del vino, stieno lontani almen 12 braccia; v'era uffiziali incaricati di sorvegliare agl'ingredienti del cervellato e alla bont delle candele85. Il grano, come quello che pi interessa, era legato da tanti impedimenti ch' meraviglia se la fame non tornava anche pi spesso.
.
Non che il governo restasse indifferente, anzi diluviava gride, le quali attestano l'orribile scadimento del paese e come vi si mettessero ripari o vani o dannosi; oltrech fiacchi nell'impulso, restavano manchevoli nell'effetto; credeva ottenere si lavorasse col decretarlo, il buon mercato de' generi col fissar le tariffe; si proscriveva il lusso: si condannarono a tre anni di galera i pecoraj, perch le greggie poteano causar deficienza di fieno a servizio delle truppe: un grave dazio sull'indaco rovin le tinture: il duca di Terranova proib di portar fuori la nostra seta, sperando che qui si convertirebbe in stoffe, e invece ne disanim la coltura: il conte di Fuentes viet di portar fuori armi, e detto fatto perirono le vivissime nostre fabbriche. I moderni organizzatori del lavoro si consolino, che fin dal 1634 qui si pubblic l'ordine ai negozianti di dar lavoro agli operaj, pena tre tratti di corda e 200 scudi d'oro. Mediante questi bei provedimenti si fecero sparire in pochi anni 24 mila lavoranti; 70 fabbriche di panno si ridussero a 15; tanto s'affogava nei debiti, che il 1638, volendosi portar attorno il corpo di san Carlo, si garantirono da molestia i debitori per quattro giorni prima e dopo.
.
I nobili, invalsa l'idea che dirazzassero col trafficare, preferivano investir i capitali in fondi: i quali fondi poi si legavano in fedecommessi, per modo che il padrone indebitato non poteva nettar la sua sostanza vendendone alcuni, e cos andava di peggio in peggio. I padri inviavano i figli non pi allo svilito telonio, ma ad imparar il latino ed altre inutilit onorate; e appena uno acquistasse denaro, lavavasi la macchia dell'aver fatto qualcosa.
.
Intanto la politica straniera decideva affatto delle nostre sorti. Casa d'Austria, divisa allora ne' due rami di Germania e di Spagna, si tolse l'assunto di resistere al protestantismo, che voleasi dar l'aria, le pretensioni e le guise del liberalismo odierno. In Ispagna vi riusc coll'Inquisizione; in Germania dovette ricorrere alla guerra, che, sospesa lungamente, alfine scoppi disastrosissima ed ebbe nome dai trent'anni, che dur fino al 1648. Noi non vi restammo estranei, giacch pi volte i nostri governatori condussero di qui truppe a combatterla: avemmo anche generali che vi s'illustrarono, come Gabrio Serbelloni.
.
Altri interessi si complicarono a quella guerra, fra cui la successione al ducato di Mantova, che, finiti i Gonzaga, era preteso dai signori di Nevers francesi; mentre a questi lo contendeano l'imperator Ferdinando come feudo imperiale, i duchi di Savoja, sempre cupidi di allargarsi verso Italia, e la Spagna che aspirava a dominarla tutta. Di qui guerra, guerreggiata sul Mantovano e nel Monferrato; e dopo che i nostri governatori Crdova e Spnola mal riuscirono, l'imperatore mand ad ajutarli 30 mila di quei Lanzichenecchi che, campeggiando in Germania, s'erano abituati alla indisciplina, al furto, a malmenare paesi e uomini, amici e nemici. Que' terribili reggimenti di Collalto, Altringer, Furstenberg, Brandeburg e d'altri nomi spaventevoli scesero per la Valtellina; attraversarono lentissimi il Milanese, poi assalirono Mantova, conciandola cos che pi non si rifece. Quella lenta marcia fu come il passar delle cavallette pel nostro paese, ove non si facea che fuggire, che ascondere, per sottrarre le persone e le robe a costoro, i quali lasciavan dietro s il disonore, il saccheggio, la desolazione.
.
E qualcosa di peggio lasciarono. Nei corpi stremati dalla carestia del 1629, negli animi desolati da quel flagello militare, oper fieramente il contagio delle truppe infette, e cominci quella peste orribile, della quale tutti conoscete gli orrori, e le superstizioni e la carit che l'accompagnarono. Indarno i medici e i prudenti aveano esclamato di tenerla lontana con ferro, fuoco, forca: le necessit della guerra, pi urgenti che la salute d'un popolo intero, indussero a lasciar traversare la Lombardia quell'esercito appestato, che tutta la contamin. Poich nei grandi mali gli uomini sentono un turpe bisogno d'imputarli a qualcuno, e la parola tradimento  la pi consueta in bocca agli ignoranti e ai malvagi, anche allora si suppose che la peste non fosse contagio esotico, diffuso per incuria, bens arte infernale di Milanesi, congiurati a sterminar i Milanesi per mezzo di un unto pestifero. Indicati dalla voce popolare, processati da una giustizia pi ignorante o pi ribalda di questa, i pretesi untori furono condannati a mille spasimi, poi al fuoco; ed una colonna infame, alla Vetra de' Cittadini, serb lungamente i nomi compassionevoli del barbiere Giacomo Mora, di Guglielmo Piazza commissario di sanit, e gli esecrabili dei loro giudici.
.
Scema d'un centomila abitanti, coll'idea della morte cos estesa e irreparabile, la povera Milano cadde nell'ultima bassezza. Eppure bisognava continuar a pagare imposte, gravi non solo ma insensate e disastrose. Ma non che la Spagna traesse tesori di qui, dal 1610 al 1654, per sollievo della povert mand qua 60 milioni di pezze di Spagna. Ma il ricavo delle imposte (diminuito da tante esenzioni) consumavasi in mantenere i soldati e arricchire i governatori. Il duca del Sesto (1669) lasci qui 14 lire nell'erario: il duca d'Ossuna (1673) vi lasci immensi debiti, mentr'egli ammass 500 mila oncie d'argento in soli regali; e i re li lasciavano fare, purch rimanessero e tenessero fedeli. Dal 1610 al 1650 lo Stato pag meglio di 260 milioni di scudi d'oro. Nel 1668 il senato rappresentava al principe come fosse interrotta la coltura de' campi; gli abitanti, senza speme di meglio, profughi agli stranieri, la mercatura snervata dalle ingenti gabelle; le citt fatte un tristissimo deserto, vaste e vecchie ruine d'edifizj, e il pane, fin il pane mancava ai contadini. La citt di Milano, che doveva nell'anno 2,103,583 lire e non ne incassava che 1,420,700, nel 1660 spediva al re per implorare qualche alleggiamento, e nell'istruzione diceva che si calcola che una sola bocca in Milano paghi sino a lire 65 per anno per il solo vitto; ci ripet in altra del 1690, soggiungendo che questi poveri sudditi non hanno che il solo respiro esente da aggravj.
Sono patimenti che umiliano il sentimento e inabilitano a qualsiasi magnanima risoluzione; quel lottare continuo colla miseria, cogli esattori, coi debiti; quel veder in ogni povero un pitocco che vi cerca o vi deruba, in ogni ricco un tiranno che vi spoglia e v'abborre, indusse abitudini di odio, di sprezzo, di egoismo, e un fare cupo, e un vicendevole sospetto, profittevole soltanto agli oppressori, i quali potevano vantarsi che finalmente l'ordine e la pace regnavano a Milano.
...
.
...
23. 
Federico Borromeo. Arti e lettere nel seicento.
.
Torciamo da queste miserie per riposarci nell'amabile memoria del cardinale Federico Borromeo (1564-1631). Cugino di san Carlo, a soli trent'anni datogli successore dopo Gaspare Visconti (1595), si propose d'imitarlo; e fatiche e spese e l'intera vita applic nel far buoni preti, favorire gli studj, soccorrere l'indigenza, emendare le corrotte usanze.
Pi volte anch'egli trovossi a cozzare coi governatori per cerimoniale e competenze: per mettere il trono ducale a destra o a manca, dentro o fuori dei balaustri, e sopra o sotto gli stemmi del cardinale e del governatore, Roma e Madrid, il senato e i sinodi rimbombarono di litigi, solendo l'uomo e le societ occuparsi delle frivolezze quando sono esclusi dagli interessi gravi e vitali. Nella carestia del 1628 essendosi proibito d'incettare frumenti, gli amministratori del pubblico patrimonio fecero istanza al cardinale che ai preti vietasse di ricevere depositi degli ammassatori nelle chiese e nelle case loro, immuni da visite. Egli fece: ma al governo parve un'usurpazione de' poteri civili, onde ne vennero serie quistioni. Egli a vicenda impediva che le persone e i beni d'ecclesiastici pagassero le taglie, lo che gravava viepi i laici. Il governo provide che cinque miglia in giro alla citt non vi fossero risaje: ma parendo con ci lesa la propriet degli ecclesiastici che possedevano in quel circuito, Federico s'oppose al salubre provedimento e, non ascoltato, lanci un monitorio. Egli avrebbe anche voluto che le confraternite potessero godere privilegi di fro al par degli ecclesiastici, il che dava l'arbitrio a ciascuno di mettersi sotto una giurisdizione diversa dalla comune.
Centomila scudi e moltissime pene e maneggi e quattro anni interi a Roma ebbe a logorare Federico, per ottenere finalmente un concordato fra il potere laico e l'ecclesiastico, che, al solito, era una tregua, fin quando non la guastassero nuovi emergenti.
.
Tali erano i tempi: e noi non vogliamo lodarne l'arcivescovo, n dell'aver in altri punti obbedito a quella tirannide dell'opinione, da cui anche oggi derivano tante debolezze e tante iniquit. Quella portava che il diavolo patteggiasse coll'uomo, singolarmente con brutte vecchie, le quali acquistavano un potere pi che naturale, talvolta di far bene, pi spesso di recar danno. Grazie alla civilt e all'aver osato pensare diverso da quel che impongono le consorterie e i gazzettieri, noi ridiamo delle streghe: ma allora uno sentivane parlare dall'infanzia come di cosa indubitata; le vedeva maledette da sinodi e da esorcisti, processate dai tribunali e laici ed ecclesiastici, condannate, arse; esse medesime ne' costituti o alla corda confessavano i loro patti col diavolo, i notturni convegni sotto ai famosi noci, le malattie cagionate collo sguardo, coi nodi, coi pentcoli;  gran robustezza di volont e d'intelligenza si richiede per impugnar i fatti ed il senso comune, sol perch ripugna al buon senso. San Carlo avea condannate al fuoco alcune persone s fatte, per verit confesse di colpe, tentate con modi assurdi, ma sovvertitrici della morale pubblica e della societ. Anche sotto al pontificato di Federico ne furono mandate al rogo per maliarde, e fra altre una Caterina Medici di Brono, bella servente, rea d'avere con sortilegi innamorato il padrone; e i biografi non ci taciono come Federico nelle visite gran guerra portasse a maliardi e streghe.
.
Supponiamo che sopra questo tema di vulgari dicerie non siasi ancor detta quell'ultima parola che sparge una luce incontestata; e ai pregiudizj antichi compatendo col riflettere agli odierni, ammiriamo piuttosto in Federico la virt che pi avvicina l'uomo agli angeli. Quella giovinezza di cuore, quella vivacit d'immaginazione, quell'entusiasmo che si vuole a compiere il bene, in chi meglio spiccarono che in esso? Nelle carestie del 1627 e 28 l'aver suo largheggi ai bisognosi, e per lungo tempo faceva dare tutte le mattine a duemila poveri una scodella di riso. All'avvicinarsi poi della peste del 1630, ogni mezzo che in suo poter fosse adoper, cerc ogni via di far denaro, pose mano a risparmj destinati ad altre liberalit, divenute allora d'importanza secondaria. Con volonterosa, tenace, ardente, versatile carit, fra l'universale attonitagine d'un immenso disastro, si mostr guida, soccorso, esempio, sebbene come san Carlo non si buttasse personalmente in mezzo agli appestati.
.
Conserviamo i discorsi86 ch'egli teneva nell'entrare alle visite; ma a produrre quel grand'effetto che gli storici ricordano contribuiva pi ch'altro la persuasione della sua santit, ch del resto non possiamo tenerli per capolavori: come nessuna delle opere sue, s numerose che appena par credibile le scrivesse un uomo occupato in tanti affari.
Meglio giov agli studj coll'erigere la Biblioteca Ambrosiana, spendendovi quanto nessun principe, e ad uso pubblico collocandovi la ricca libreria di Gianvincenzo Pinello; poi sped gente apposta per l'Europa e l'Oriente a rintracciare libri e codici greci, latini, arabi, ebraici, etiopi, copti, armeni, turchi, indiani, persiani; ricevette da Scio un codice porporino unciale delle orazioni del Nazianzeno, superbamente miniato; da Tessalonica frammenti della versione dei Settanta; dal deserto di Sketi la versione siriaca; dal Cairo il lessico geografico arabo; da Sichem il pentateuco samaritano; da Cipro la versione arabica de' profeti; e molti codici turcheschi87. Vi un stamperia di lingue esotiche, ed un collegio di dottori, incaricati d'attendere a diverse parti della letteratura e pubblicarne qualche scritto.
.
Era perita la scuola artistica che qui ammirammo; sicch i due Borromei, quando vollero coll'arti crescere lustro al culto, dovettero ricorrere a forestieri. Federico poi, amatore intelligente e che gi in Roma avea contribuito a fondare un'accademia pittorica, una nuova ne aperse a Milano, fornendola di stampe, disegni, gessi, quadri scelti, e ponendovi professori di architettura Fabio Mangone, di pittura il Cerano, di scultura Giovanandrea Biffi. Non limitando il gusto al genere classico, fu dei primi a cercare i quadretti fiamminghi, carteggiando in proposito con Giovan Breughel, il quale gli dipinse i quattro elementi, ed altri finissimi quadretti che si ammirano nell'Ambrosiana88.
Se i frutti non furono pari all'intenzione, n'ha colpa Federico? Nelle costruzioni del tempo di san Carlo vedesi ancora il buon fare del Cinquecento, e l'ardimento di architetti i quali sarebbero contati fra i sommi quando avessero lavorato altrove. Il Seregno nel 1563 fece il chiostro di San Simpliciano colle colonne binate secondo la grossezza dello stilobate, quello di Sant'Angelo egregiamente distribuito, e in piazza dei Mercanti il collegio dei giureconsulti: chiesto architetto del Vaticano, egli prefer la patria, ove mor il 1594.
Girolamo Quadri architett il suntuoso chiostro a portici di San Filippo. A Francesco Richini sono dovuti l'incomparabile palazzo di Brera, le case Durini e Annoni, l'interno del palazzo Litta, l'esterno del Collegio Elvetico, il cortile a loggiati della Canonica e il pi insigne dell'Ospedale; con 19 su 21 arcate, nelle quali imit la fabbrica antica, e che furono fregiate da figure di cotto, a disegno di Camillo Procaccino.
.
In quest'opera lo coadjuv Fabio Mangone, a cui lode restano la Biblioteca Ambrosiana, ammirata per le vinte difficolt dell'angusto e tortuoso spazio; Santa Maria della Vittoria, la Stella, dove Federico avea raccolto tutti i pitocchi; il grandioso cortile del Collegio Elvetico con 170 colonne; e, per non dir altro, le cinque porte interne del Duomo.
Martin Basso, nel 1590, rifabbric San Lorenzo coll'ardita cupola, modellata sul San Vitale di Ravenna, oltre la porta Romana, e diede eccellenti pareri e inascoltati perch non si guastasse la facciata del Duomo. Giuseppe Meda fu ingegnere d'acque per sua disgrazia, poich gli arditi progetti da lui presentati pel naviglio lo portarono a ruina e fin in prigione89; ma che insigne architetto fosse lo attesta il magnifico cortile del Seminario (1570). Egli non  tampoco nominato nei dizionarj.
L'Alessi di Perugia mostr nel palazzo Marino, or municipale, l'ultimo punto a cui possa spingersi la ricchezza architettonica, nella quale poi trasmod in San Vittore e nella facciata di San Celso.
.
Prediletto da san Carlo fu il Pellegrini Tipaldi, di cui sono merito la dorica rotonda di San Sebastiano, il San Fedele, i santuarj di Rho e di Caravaggio, la casa degli Erba in via dei Nobili, coi busti de' Cesari sovra le finestre, e dentro quei di famose romane. Oltre usare libert consuete agli architetti pittori, non di rado trascese: e nella facciata del Duomo adulter il concetto dei gotici, e prodig ornati belli ma sconvenienti. Da quell'ora si and sempre in peggio. Altri Richini, che mal la storia discerne, fecero San Giovanni alle Case Rotte, Santa Maria Porta, San Vittore al teatro, San Giuseppe, con scorrezioni e facciate a piani sovvrapposti; Aurelio Trezzi il Santo Stefano, a cui un lodevole campanile pose nel 1642 Girolamo Quadrio; fr Lorenzo Binaghi nel 1602 disegn Sant'Alessandro, con tante parti lodevoli, quante riprovate.
Cos s'and via via degradando fin al palazzo Cusani (Comando di Piazza) che dovea parere sorgesse da una montagna; alla bizzarra pianta de' Crociferi del Pietrasanta, e alla pi bizzarra di San Francesco di Paola in figura d'un violoncello. Delirava il gusto anche nelle sculture, sebbene si raffinasse l'esecuzione, come  a vedere nella Maddalena e nel bassorilievo della facciata di Santa Maria Porta del Simonetta, nelle statue di Santa Maria Beltrade del Sanpietro e del Dominione. Ebbero lode di scarpello i Prevosti, il Cerano, i Crippa, i Bussola, i Fontana. I nostri Ambrogio Buonvicino e Camillo Rusconi empirono Roma di plastiche e sculture farraginose e temerarie, dove Francesco Caccianiga molto dipinse pei Borghesi. Federico affid al Cerano molte commissioni, alcune al Nebbia, allo Zuccari, ad altri chiamati di fuori.
.
I Campi di Cremona e i Procaccini di Bologna introdussero una nuova scuola pittorica, ma come essi andarono deteriorando da Giulio a Vincenzo Campi, e da Giulio Cesare ad Ercole Procaccini, cos ne' loro scolari si vide il degradamento nel Mazzucchelli di Morazzone, nel Santagostino, nel cavaliere Bianchi, nello Zoppo di Lugano, nel Fiamminghino, nel Lanzani. Daniele Crespi, emancipandosi dall'imitazione caraccesca per istudiare i Veneziani e gli Spagnuoli, ritraeva con verit, componeva con fantasia e col vigore de' naturalisti, e dai forestieri non  pregiato abbastanza perch non videro alla nostra Certosa di Garignano la sua storia di san Brunone90. Il cardinale Monti, succeduto a Federico, lasci all'arcivescovado una galleria di 221 quadri, sulla quale poterono educarsi i nostri, ma l'accademia stette chiusa vent'anni, poi ripigli una vita languida e fittizia.
.
I quadri che si espongono in Duomo e i 250 ritratti de' benefattori, che il giorno dell'Annunciata si espongono sotto i portici dell'Ospedale, presentano le foggie successive e il gusto variante, attestano il numero degli artisti e il merito di alcuni, noti appena di nome.
Alla fabbrica interrotta del Duomo ridiedero vita i due Borromei, e vi posero gli altari, che la severit del primitivo rito escludeva. Nel 1610 i nostri orefici vi regalarono un san Carlo di 1760 oncie d'argento, eseguito da Francesco Vertua su modello del Biffi: e la citt nel 1698, un sant'Ambrogio di 2000 oncie, con moltissime gemme e statuine e storie di getto, lavoro di Policarpo Scarpoletti e di venti altri orefici.
.
Federico ajut la letteratura coi modi che allora credeansi opportuni; nei seminarj aperse un'accademia Ermatenaica, cio di scienze e lettere, alle cui pubbliche esercitazioni menava quanti forestieri di grido capitassero; un'altra de' Perseveranti nel collegio de' Nobili; e le volle comuni a tutte le scuole di filosofia e teologia. Dietro a lui i Gesuiti posero a Brera l'accademia degli Animosi e degli Arisofi, i Barnabiti quella degli Infocati a Sant'Alessandro, i Teatini quella de' Faticosi; poi nel Collegio Elvetico si cominci quella degli Ifeliomachi dal cardinale Alfonso Litta.
.
Ma qui pure il gusto vaneggiava, tra la gonfiezza e l'assurdit, ritraendo quella boria poveramente fastosa, per cui s'aveva l'abito a ricami e mancavasi di camicia. Scuole e accademie contorcevano il raziocinio e l'esposizione coll'esercitare sopra argomenti futili e in cause fittizie sostenere a vicenda il pro e il contro, e perci anfanarsi a metter parole amplificazioni e figure retoriche dove mancavano i pensieri, sfoggiar l'ingegno invece della dottrina, eccitare la meraviglia anzich esercitare il buon senso. Il dettare puro e semplice parea volgarit, quanto il disegnare a linee rette; e come voleansi svolazzi e cartocci nel vestire e negli ornati, cos nello scrivere pensieri lambiccati, antitesi, metafore, enunciar la verit sotto aria di paradossi; le piccole cose rimborrare d'immagini gigantesche; dare al discorso movimento scenico. Il quaresimale del padre Panigarola, il pi lodato a' suoi giorni (1548-94) e sopra cui il cardinale Federico foggia il tipo del perfetto oratore (pag. 205 [pag. 250 in questa edizione elettronica]), trabocca in questi eccessi. Poi un predicatore lodava in san Carlo l'Atlante della monarchia ibera, e l'Avogadro lo effigiava nella Fenice; Lodovico Agudio encomiava i santi Antonio di Padova, Teresa, Maddalena, Raimondo di Pegnafort coi titoli l'Onnipotenza epilogata, la Colonna di fuoco, la Pioggia d'oro, il Minimo Massimo; e Cesare Battaglia i santi Antonio, Gaetano, Nicol coi titoli il Carbonchio fra le ceneri, i Tesori del niente il Briareo della Chiesa: Augusto Fardella fece Milano Felice discorso sul chiodo di Cristo nella forma di freno (1644): il padre Cavazzone, l'Arco celeste, contesto delle angeliche e divine virt di san Carlo Borromeo (1623). Giovanmaria Fonsaga nel Nuovo sole di Milano, sotto del santo chiodo ascoso, provava in sei discorsi che questa reliquia  un sole che nasce, che illumina, che riscalda, che essica, che corre, che riposa. Lorenzo Cardosi ci regalava la Villa regia di Maria Vergine con delitiosa habitatione per l'incarnato Dio, e real palagio guernito di gioje, fabbricato sopra il salmo Fundamentum ejus. Il poeta Lemne nell'elogio funebre di Filippo Secondo dimostrava che fu grande con piet e pio con grandezza. Zodiaco della Chiesa Milanese,  intitolata una descrizione; e un'altra il ritratto di Milano, colorito da Carlo Torre; e la storia letteraria Ateneo de' letterati milanesi adunati dall'abate Picinelli, che fe pure l'Alcide operante, l'Idea del principe repubblicista, i Mistici colossi, il Cherubino quadriforme, i Lumi riflessi; Giovanni Pasta drammaturgo, il Quadro delle tre mani, la Chiave del gabinetto del cavaliere Francesco Borri: Pietro Lucio Avaropagio, cio Pietro Paolo Caravagio, Carmi co' quali, meditando la morte cogli occhi rivolti ad un'immagine di carcame umano, proseguisce i suoi lai un vecchio oltre a settant'anni.
.
Eppure non ci mancano bei nomi da ricordare. Dal seminario di Federico uscirono subito Felice Osio, prefetto alla biblioteca di Padova ed uno dei primi a conoscere l'importanza delle cronache del medio-evo, di cui varie pubblic: Ottavio Ferrari, grammaticorum et rethorum illius vi sine controversia prstantissimus (Facciolati), che s'applic all'antiquaria, alla filologia e alla lucrosa codardia di panegirici principeschi; un altro Ferrari, chiesto professore a Padova dal cardinale Barbarigo: un Salmazia, professore di greco a Mantova; il Gigeo, autore del miglior dizionario arabico e professore di lingue orientali nella Propaganda, dove lessero teologia il Mazzucchelli, il Ceva, l'Oldradi nostri. Aggiungansi dal seminario stesso il Collio, il Rivola, che scrisse la vita di Federico, il Bonacina, Gianpietro Puricelli arciprete di San Lorenzo, che illustr i monumenti della basilica Ambrosiana ed altri punti d'erudizione profana e sacra; il canonico Ripamonti, che scrisse una storia ecclesiastica di Milano con verbosa fluidit latina e con ardimenti che gli meritarono la ricompensa frequente degli storici, persecuzione e carcere. Non taciamo il cappuccino Valeriano Magni, bizzarro osteggiatore de' Gesuiti.
.
La citt aveva allora una istituzione che l'invida vanteria del nostro tempo non os rinnovare, cio uno storiografo; e tale fu il Ripamonti; poi Ottavio Ferrari suddetto. Discrete istorie dett fr Gaspare Bugati (1588): il dotto e pio Carlo Bescap vescovo di Novara (1615) scrisse la vita di san Carlo, il che fece pure Pietro Giussano: fr Paolo Moriggia (1605) grossolanamente dett di molte cose patrie. Carlo Maria Maggi (1630 99), segretario del senato,  lodato dal Muratori come rinnovator del gusto, e meglio dal Maffei per un aureo irreprensibile costume ed un vasto e genuino sapere.... ma tanto amante degli acuti e ingegnosi pensieri nelle sentenze che invece di spargere tali gemme, ei le profuse; onde affollate perdono spesso la grazia loro. Nelle commedie, dove us meglio che mai il vernacolo nostro, cre i caratteri del Domenichino parrucchiere (Meneghin Pecenna), buon pastriciano, servitore curioso, fichino, credenzone, preso a pago per sola la domenica; e di donna Quinzia, vecchia dama, orgogliosa del blasone. Sebbene il Maggi la dirigesse a scopo morale, spesso offendono l'onest; prova che que' nostri buoni vecchi erano tutt'altro che modelli di costumatezza. Alcuni sonetti di lui sopravvivono fra le poche poesie che sapeano deplorare la sonnolenza e alimentare le speranze d'Italia.
.
Alessandro Del Conte barnabita fece dodici poemetti latini in lode di Maria Assunta (1711). Il padre Tommaso Ceva (16181763) volle verseggiare in latino le matematiche, e meglio riusc nelle Selve e nel Ges infante: agevole coloritore ma di tocco, descrittivo pi che affettuoso, non sa mai staccar la mano dalle minuzie n mai elevarsi, ed invita alla devozione non tanto coll'esposizione del gran mistero, quanto colla semplicit di altarini e capannuccie. Scrisse anche varie vite con dicitura buona e temperata come il suo ingegno, e sempre dirigendole alla piet; a buone ragioni d'arte poetica elevasi in quella del Lemne, oratore di Lodi presso il nostro senato, e poeta troppo lodato dal Muratori, il quale guardava come riforma della poesia lo scapestrarsi meno in metafore e il tornare verso il Petrarca.
.
Esso Ceva invent uno strumento per eseguire la trisezione dell'angolo (1695): suo fratello Giovanni pubblic (1678) una teorica dei centri di gravit, superiore a quanto fin allora era comparso. Giovanni Clerici, poeta, giurisperito e astronomo, il matematico Alessandro Rovida (1605), l'idraulico Francesco Sitoni, regio architetto in Ispagna, poi ingegnere generale del Milanese, si ecclissano a fronte di fr Bonaventura Cavalieri (1598 1647), che prevenne Keplero introducendo il calcolo degli indivisibili continui, fondato sul considerare i solidi come composti d'un'infinit di superficie sovrapposte quali elementi indivisibili, e cos le superficie un aggregato di linee, e queste un aggregato di punti.
Lodovico Settala, professore e protomedico a Milano (15521633), cercato dalle universit d'Ingolstadt, Pisa, Padova, Bologna, compagno dell'Asellio nella scoperta dei vasi chiliferi91, la quale condusse Pequet a conoscere i vasi linfatici, si mostr franco nel combattere errori autorati, bench altri ne bevesse in fatto e di medicina e di filosofia, e cooper coi due Borromei nell'assistere agli appestati.
.
Suo figlio canonico Manfredo (1680) da lunghi viaggi raccolse un ricco museo, che don poi all'Ambrosiana. Lo descrisse Paolo Maria Terzago, che nei Logocentoni diede le pi bizzarre e assurde spiegazioni sulla formazione del cristallo, delle agate, dell'ambra e d'altri corpi naturali. Valse molto nell'anatomia Carlo Guattani a Roma, chirurgo di quattro papi e padre di Giuseppe Antonio celebre archeologo. Cesare Rovida (15641600), medico cercatissimo e buon letterato secondo i tempi, in sua casa aperse un'accademia ben assortita, e illustr molti classici. Paolo Girolamo Biumi lev rumore sostenendo che alcuni canaletti conducessero il chilo dallo stomaco del fegato acci ricevesse una nuova concozione (1717). Benedetto Corte (16661738) abborracci le memorie de' medici scrittori milanesi. Tra i quali gran fama ebbe G. B. Sitoni, di cui furono pi volte ristampate Jatrosophi miscellanea, ov'egli cerca perch i pomi facciano un anno s e l'altro no; perch il tagliare e pettinar i capelli e la barba porti a recidiva; perch dagli uccisi sgorghi sangue alla vista dell'uccisore; perch il morsicato da un can rabbioso mandi fuori la rabbia se sia posto sotto a un albero di corniolo; se una tinca viva applicata all'umbilico, o il guardar la robbia tintoria possa guarir l'itterizia; se bisogni sempre curare coi contrarj o non anche coi simili; se la birra abbia da noverarsi tra le decozioni refrigeranti: come mai un feto ottimestre abbia potuto mandare tre vagiti nell'utero. Si lagna che a Milano preferiscansi ai buoni medici i ciarlatani e gli avveniticci, adducendo il proverbio: In Milano chi vi nasce non si pasce, chi ci viene vi si mantiene. Della chinachina contro le febbri quartane dice non si osa far uso, non essendosi veduto alcun autore che seriamente ne tratti; ma che egli ne ha visto piuttosto buoni che cattivi effetti.
Dei leggisti basti ricordare il Menocchio, presidente al nostro senato. Di Francesco Cresci, valente calligrafo a servizio di Pio Quinto e di Federico Borromeo, sono a stampa varj modelli. Carlo Galuzzi si rese famoso nel fingere documenti antichi onde dar lustro e diritti a case primarie, finch nel 1681 fu bruciato colle carte falsate. Non potemmo accertare quando cominciassero le Gazzette in Milano. Noto  che i varj governi soleano avere ne' paesi esteri quel che oggi si direbbe un Corrispondente: persona che mandava le notizie d'ogni genere che potesse raccogliere. Negli archivj esistono molte raccolte di questi avvisi, che cominciati nel 1500, durarono anche dopo che si stamparono gazzette92. Un cosifatto  Ippolito Valentini, ardito e avventuroso oppositore alla Spagna: onde ebbe varie molestie, e nel 1640 dov cessare la sua gazzetta, che dirigeva principalmente alla signoria di Lucca e che fu continuata da Gio. Stefano Bressano, poi da Filippo Perlasca. Il Valentini fugg a Roma, donde gli avvisi mandava stampati come si usa in Francia. Mezzo secolo dopo troviamo Pier Francesco Valentini, gazzettiere di Milano: ove nel 1675 o l intorno un giornale si pubblicava dalla stamperia camerale di Marcantonio Pandolfo Malatesta una volta la settimana, senza titolo e con semplici notizie interne ed estere.
.
Nicol Sfondrato, col nome di Gregorio 14esimo, fu il quinto papa milanese dopo Alessandro Il (Anselmo da Baggio), Urbano Terzo (Uberto Crivelli), Celestino Quarto (Goffredo Castiglioni), Pio Quarto (Angelo Medici). Cardinali non mancavano mai in famiglie nostre. Cristoforo Borri gesuita fu dei primi missionarj che penetrarono nella Cocincina, di cui pubblic la prima relazione (1631), e vi profess matematica, ma poi venne escluso da quella compagnia.
Lode pi mondana acquistarono i Milanesi nel ballo e nella scienza cavalleresca. Da tutte le nazioni venivasi qui a scuola di danza, i nostri erano cercati dalle pi splendide corti; e fra quelli che ne scrissero rest in fama Cesare dei Negri, detto il Trombone, celebrato inventore di balli e comparse. Cessate le cause grandi, sfogavasi il gusto battagliero in puntigli di sfide e in quelle atroci galanterie, di duellatori e di padrini donde venne l'assurda scienza del punto d'onore, che riduceva a sistema la vendetta, la provocazione, l'ingiuria, l'omicidio. Ne riuscirono celeberrimi Giovanni da Legnano, il Pigna, Camillo Agrippa autore della Scientia d'arme e principalmente Francesco Birago, che aveva per Bibbia la Gerusalemme conquistata del Tasso, e che intorno al modo di ricomporre le querele d'onore discordava essenzialmente dall'altro nostro famoso Olvano.
.
Lasciamoli l con quei poveri di spirito che pretendono oggi ancora alla gloria di generosi coll'imitarli; e lasciam pure l i cercatori della pietra filosofale, che avrebbero sciolto il supremo problema sociale ed economico col convertire i sassi in oro; a controsenso de' ministri di finanza odierni, che convertono l'oro in carta.
...
.
...
24. 
Il settecento.
.
Ultimo dei governatori a nome di Spagna fu il principe di Vaudemont, il quale diede una scossa ai costumi signorili togliendovi quel riserbo che non equivale alla virt, ma spesso la protegge e, se non altro, la riconosce. Alla Belingera, presso il nostro Loreto, aveva disposto una specie di giardino d'Armida; e ai signori insegnava far pompa della scostumatezza, donde cominci l'uso sistematico de' cicisbei.
.
Morto Carlo Secondo di Spagna senza figliuoli, i potentati, che da un pezzo occhieggiavano la ricca eredit di lui, se le avventarono, e ne nacque la guerra di successione, combattuta anche in Lombardia. La corte di Vienna, che allora aveva sulle braccia la sollevata Ungheria, guadagnossi il duca di Savoja promettendogli porzione del Milanese, cio il Monferrato con Alessandria e Valenza, la Lomellina, la Valsesia; e quantunque la Francia assediasse fin Torino, il principe Eugenio di Savoja generalissimo degli Austriaci entr in Milano (24 settembre 1706) e vi proclam quell'arciduca che fu poi Carlo Sesto imperator di Germania. Dal Milanese furono dunque staccati i paesi predetti e varj feudi del Vigevanasco, per quanto la nostra magistratura reclamasse: anche il ducato del Finale, che ne faceva parte, fu venduto a Genova onde avere di che alimentare i tanti che per fedelt agli Austriaci erano fuorusciti di Spagna quando i Francesi vi si stabilirono.
.
Solo nel 1714 fu conchiusa la pace, ma alla cacciata degli Spagnuoli non aveva contribuito il paese col voto nazionale o colle proprie forze; era effetto di straniere diplomazie e di battaglie combattute con straniere braccia, e noi guardammo agli Austriaci spagnuoli succedere gli Austriaci tedeschi coll'indifferenza onde il casigliano vede cambiar il padrone della casa. A questo punto per cessa il dechino del nostro paese, poich i nuovi dominatori capirono che l'unico titolo per signoreggiare uno Stato  il proposito di migliorarlo. La guerra stessa vers qui molto denaro francese: il principe Eugenio di Savoja, datoci governatore, a consiglio del conte Borromeo raccolse quell'infinita variet di dazj nell'unica diaria di 22 mila lire al giorno.
.
Presto la pace fu rotta di nuovo dalle pretensioni sulla Toscana e sul Parmigiano, di cui allora si estinguevano le famiglie principesche: Francia, Spagna, Inghilterra si allearono contro Carlo Sesto; sicch egli fece grandi preparativi in Lombardia, pe' quali si sospesero i pagamenti del Monte, poi se ne ridussero gl'interessi dal 5 al 3, e si pose l'obbligo d'affrancar le lettere. Durati tre anni di quella povera condizione in cui n si gode della pace, n si risolve colla guerra, ecco per la successione del re di Polonia scoppiare lo inimicizie: Carlo Emanuele di Savoja, che avea poc'anzi ottenuto il tanto ambito titolo di re, finge armarsi per propria difesa contro i Francesi e invece si scaglia sugli Austriaci nel Milanese; il governatore conte Daun dovette coi Tedeschi ritirarsi nelle fortezze, e i nostri spedirono a far omaggio al re di Sardegna, che coi Francesi entr qui, applaudito come sempre chi vince (1733). Ma mentre si trionfava, lasciavasi ripigliar lena ai Tedeschi, i quali rientrarono, applauditi come sempre chi vince, e nella pace fatta due anni dopo s'ebbero assicurata la Lombardia, ma staccandone i territorj di Novara e Tortona per darli al re piemontese, il quale paragonava la Lombardia ad un carciofo, da mangiare una foglia per volta.
.
Poco dopo (1740) anche Carlo Sesto moriva senza figliuoli, ma aveva consumata tutta la vita a far che le potenze riconoscessero a sua figlia Maria Teresa il diritto di succedergli, bench femmina. Esse glielo promisero, ma appena egli chiuse gli occhi, cento pretendenti sorsero a disputar a questa la successione; e il re piemontese esibivasi alleato ora all'Austria or alla Francia, al maggior offerente. Unito ora cogli Spagnuoli siccome test coi Francesi, occup Milano (1745), e i nostri deputati fecero omaggio, e il nostro popolo fece festa a Filippo di Spagna: ma quanto sia inutile il posseder Milano apparve anche allora; giacch, tre mesi dopo, gli Spagnuoli dovettero fuggirne pi che di fretta. Una commissione speciale procedette con fierezza: abol tutti gli atti del governo, fin al punto d'impiccare uno, gi dal re graziato; il conte Biancani, assessore del municipio, fu decapitato come fellone in piazza del Duomo, solennemente perch nobile, su palco riccamente parato di velluto; sequestrati i beni dei Borromei93 e di altri ch'erano rifuggiti in Piemonte. Infine la pace del 1748 ci ribad all' Austria: ma al Piemonte rimasero i territorj di Bobbio, di Voghera, di Novara, sicch divenne frontiera il Ticino, e Milano si trov a sole 12 miglia dal confine. Per compensare il Milanese di tante perdite, nel 94 vi fu aggregato il Mantovano.
.
E qui cominciano 48 anni di pace (174996), che non potevano se non ristorare il paese, mentre al privilegio sottentrava la civile uguaglianza, ispirazione del secolo.
Le infinite tasse, introdottesi poco a poco, colpivano pi volte la materia stessa: di privativa regia restavano non solo il sale e il tabacco, ma le scatole, i solfini, il ghiaccio. La paura della fame nella pingue Lombardia moltiplicava le restrizioni al circolare de' grani, le visite, le tariffe; ordinavasi che in Milano si portasse tutta la parte dominicale de' grani delle pievi d'Agliate, Appiano, Binasco, Bollate e dell'altre pi ubertose.
.
Le guerre avevano cresciuto i debiti: varie regalie erano state vendute; le rimanenti si appaltavano a diversi, finch il generale Pallavicino, ministro plenipotenziario, nel 1750 tutte le affid ad una compagnia di fermieri. Costoro pagavano alla Camera meno di 5 milioni e ne cavavano 6 1/2 all'anno, sebbene avessero in pi di 300 casi alleggerita la tariffa; il peggio  che avevano a disposizione la forza, poteano frugare ad arbitrio le case sospette di contrabando e punire i frodatori colle pene che dovrebbero serbarsi a gravi delitti. Sono ricordati popolarmente i pingui guadagni fatti dalla societ Rottigni, Mellerio, Greppi, Pezzoli, e il terrore che s'avea non qualche malevolo vi gettasse entro le finestre un pacco di tabacco, poi mandasse a perquisirvi e spogliarvi dell'avere e della libert.
.
I nostri economisti alzarono la voce contro questa tirannia, pi gravosa perch pi vicina; e la ferma fu abolita nel 1770, vantaggiandone l'erario, il quale  falso che non possa arricchirsi se non impoverendo il popolo94.
.
Le taglie non pesano tanto per s stesse quanto pel modo arbitrario del compartirle. Quivi restavano distinti per dazj il ducato di Milano, la Geradadda, la Brianza, la Valsassina, Varese, Como, le terre lacuali, Cremona, la Calciana, Lodi, Pavia, le quattro miglia di circondario confinante: poi secondo i soggetti variava l'imposta, e un Milanese a Milano pagava diverso da un Pavese: oltrech rimanevano esenti i frati e le manimorte.
.
Il sistema meno arbitrario e pi uniforme del ripartir le gravezze  il censo, cio la stima del valore dei fondi. Da noi tentato pi volte, sotto Carlo Sesto s'incammin regolarmente, misurando ciascun possesso e disegnandolo sulle mappe; onde lo Stato, tolte le parti cedute al Piemonte e quelle occupate dalle citt, dalle acque e strade e dai luoghi ecclesiastici, nel 1760 si trov di pertiche 11,385,121, censite scudi 74,619,68395. Questo capitale, fruttante il 4 per cento,  inferiore al vero di gran pezza e non serve a determinar il valore vero n parziale n totale; pure, uniformi essendone gli elementi, uniforme riesce il riparto; e l'utilit ne fu dimostrata dall'aver potuto il suolo sostenere le enormi gravezze de' tempi succeduti. Col censo acquistavamo la facilit di conoscere i nostri possessi e la loro proporzione colle imposte, intanto che lo Stato aveva un modo piano e certo di esigerle, ritenendo per debitore il fondo stesso: si riducevano a unit le amministrazioni, dapprima complicatissime; sradicavansi le antiche gelosie fra i civici e i rurali e fra i territorj diversi; e prefetti possidenti e sindaci agricoli formavano una congregazione provinciale, vigilata da un delegato regio, disinteressato negli affari della provincia. Chi avesse un fondo incolto s'affrett a utilizzarlo, sapendo ne crescerebbe il frutto e non l'aggravio; lo Stato, pi sicuro dell'esazione, pot ridur la taglia da 11 a 8 milioni s'una popolazione che, mentre nel 1749 contava 900,000 abitanti, nel 70 saliva a 1,130,000, di cui 128,500 nella nostra citt; cio 440 anime per miglio, proporzione che si trovava solo in Olanda. Il Carli dimostra era questo il paese d'Europa ove meno si pagasse d'imposte. Ci che pi monta, da noi pi non v'erano terre signorili, non prestazioni di corpo, non preture feudali, non le altre servit personali e reali che durarono in Francia sino alla rivoluzione, e in Austria fin al 1850. 96
.
Gli stessi editti del 55 e 57 fissavano il compartimento territoriale in provincie, pievi, delegazioni, comuni; colla forma d'amministrazione municipale, quale con poche modificazioni, dur fin jeri, e ch'era providamente combinata coll'estimo.
La Lombardia Austriaca, come allora si denomin, regolavasi qual ducato distinto, il cui governo comunicava immediatamente col consiglio d'Italia stabilito a Vienna. Maria Teresa, bench in 40 anni d'impero non la visitasse tampoco, adoper a ravvivarla, mozz l'esorbitante potere dei governatori, non ingelos di quello dei corpi nazionali; onde  anche adesso in benedizione.
Francesco Secondo duca di Modena, non badando alla reputazione ma a far denari e goderseli con buoni pranzi e con una Marina milanese, aveva un solo figliuolo, che spos la erede del ducato di Massa e Carrara: talch nell'unica loro figlia Maria Beatrice colavano le eredit dei Malaspini, dei Cibo, dei Pico, dei Pio, degli Estensi di Modena. Maria Teresa vi pose gli occhi, e al duca propose di costituirlo governatore di Milano, purch desse la mano di quella nipote a suo figlio Ferdinando. Francesco accett, e trasferitosi qui (1758) e privatamente sposata la contessa Simonetta, dimorava abitualmente a Varese, dedito a fare splendida vita. Gli affari, secondo l'accordo fattone coll'imperatrice, lasciava interamente a Beltrame Cristiani, uomo oscuro, alzatosi pe' proprj meriti, e che, col menare a buon fine questo lauto acquisto di Modena, erasi guadagnata la sovrana per modo che gli lasciava persino firme in bianco.
Morto Francesco, gli succedette governatore generale (1771) l'arciduca Ferdinando, marito della Beatrice d'Este.
.
Buone persone entrambi; egli intelligentissimo del ben mangiare, ella benefica tanto che oggi ancora se ne sente. A ministri si mandarono persone mediocri, come Firmian e Wilzeck, acciocch l'arciduca figurasse; ma gi cominciavasi l'accentramento dell'amministrazione, poich ad ogni cosa teneva l'occhio e spesso la mano il ministero di Vienna. In paesi sproveduti di istituzioni tutrici, i privati e le comunit cercano almeno sottrarre al Governo qualche porzione di loro indipendenza merc la variet delle leggi e la discordanza dei poteri. Pertanto il ministro Kaunitz raccomandava invano al nostro senato di dispagnolizzarsi, di far almeno prova de' miglioramenti che suggeriva: se egli proponeva s'alleggerissero le tariffe sui panni di Germania, i nostri ricusavano; se proponeva l'abolizione della tortura, ed essi no; il che, avesser ragione o torto, palesa un'esistenza indipendente. Invece i discepoli degli economisti francesi consideravano tutto il passato come un male da abolirsi per ricostruir il mondo sopra canoni filosofici, eguali da per tutto, senza riguardo a storia, a nazionalit, ad abitudini, a sentimenti; per arrivarvi, bastare la voce dei filosofi e i decreti dei re, i quali perci devono essere assoluti, indipendenti da nobilt, da clero, da corporazioni, da consuetudini antiche.
.
Fin ai tempi romani risale la nostra zecca; l'imperatore Lotario ne diede il privilegio all'arcivescovo: la repubblica lo rivendic, e si batterono ambrosini, terzoli, fiorini, colla croce patria o l'effigie di sant'Ambrogio. Azzone Visconti pel primo ne impresse col proprio nome; e le monete ducali, massime di Giangaleazzo, mostrano una finezza d'arte superiore alla pittura e alla scultura. Galeazzomaria sistem la monetazione nel 1474, rinunziando ad ogni guadagno di fabbricazione, come usa l'Inghilterra. Sotto gli Spagnuoli, quando vendeasi ogni diritto regale, anche quel delle monete divent privilegio delle famiglie Sommaruga, Morosini, Bretagna, Cermenati, e sotto loro i Legnani, i Corio, i Ferrari.
.
Ma dalla variet di monete nascevano confusione, agiotaggio e gli altri disordini, di cui il danno cade tutto sui poveri. Nel 1765 istituitosi un Magistrato Camerale, che aveva a presidente Gian Rinaldo Carli e vice-presidente Pietro Verri, venne a stabilirsi una nuova moneta nazionale, stampata nel 1777. Perdoniamo al tempi se Maria Teresa, nel desiderio d'unit, avea fin minacciata la galera a chi ne portasse o adoprasse altra; ma ricordiamo che il Beccaria avea proposto di introdurvi la divisione decimale, ben pi tardi adottata in Francia, e un unico segno rappresentativo del valore per tutta Italia. Di quella moneta furono battuti 502 milioni fin al 1817: allora si cess d'imprimerne, ma i ducati di Maria Teresa essendo molto cercati in Levante, si continu a coniarne per conto de' particolari97.
.
Nel 1755 fu istituito il Monte pubblico per riscattare le regalie e i dazj, venduti con riserva di ricupero, ricevendo le attivit e passivit dei banchi di Santa Teresa e San Carlo; e pei frutti annui vi si assegnarono lire 94,880 imperiali. Nel 1796 vi si aggreg con distinta amministrazione il banco di Sant'Ambrogio, che aveva un capitale di 38 milioni al 2 per cento.
Le strade erano conservate dai Comuni, in citt dai frontisti: disuguaglianza incompatibile. Pertanto dal 1777 all'85 si stabil un piano stradale, la spesa ripartendo sull'estimo, e le strade distinguendo in provinciali, regie e comunali; nelle 15 regie si spendeano 160 mila lire l'anno. Si provide e rifare le vie in citt e spalarne la neve, e vietossi di gittarvi immondezze: si scrisse il nome alle vie, il numero alle case, e si posero i lampioni, mentre prima ciascuno era obbligato andar la notte col lanternino se non fosse ricco da far precorrere alla carrozza uno o due lacch con fiaccole98.
.
La citt era piena di chiese e monasteri. Chi partisse dalla piazza de' Mercanti lasciava a destra San Salvadore, a sinistra San Cipriano, San Protaso dei monaci benedettini col luogo pio della carit; poco pi avanti San Dalmazio della dottrina cristiana, la parrocchiale dei ss. Cosmo e Damiano, e avanti di essa San Lorenzo in Torrigia; trovava Santa Margherita delle Benedettine, e allo sbocco della via il Luogo Pio della Carit che distribuiva annualmente 498 moggia di frumento, 100 di riso, 600 lire per maritare o monacar fanciulle: poi la collegiata di Santa Maria della Scala, e poco lontano San Giovanni alle Case rotte colla confraternita de' giustiziati, e San Fedele de' Gesuiti, e il Giardino de' Francescani, e San Pietro alla rete: voltando a sinistra, ecco il luogo pio di San Giuseppe, e rimpetto le Terziarie dell'Immacolata, la parrocchiale di San Silvestro; le cappuccine di Santa Barbara; le Agostiniane di Sant'Agostino, le Francescane di Santa Chiara, donde il nome di tre monasteri a quella via che ora  del Monte di Piet: in dirittura San Eusebio, le Umiliate di Santa Caterina e i Gesuiti di Brera, e il collegio Patelani e il Calchi. In un solo quartiere! e occupavano quei fabbricati che il nostro progresso trasform in teatri, caserme, prigioni.
.
Furono impediti i giuochi d'azzardo, i prati irrigatorj dentro e le risaje vicino alla citt; col Redefosso si prevennero le inondazioni, che non di rado spandeansi sui sobborghi di porta Orientale e Tosa; si istitu una Camera di commercio, un Monte per le sete (1781); si pose la prima fabbrica di birra; si miglior la manipolazione del lino e del cacio; sicch il re di Napoli, qui venuto nel 1785, prese le nostre cascine a modello di quelle che pose nella regia repubblica di San Leucio. La Santa Inquisizione, che vigilava sui libri e processava per violazione di leggi ecclesiastiche, fu abolita; diminuiti i giorni festivi; prescritto il numero e l'et dei monaci; tolti gli asili de' luoghi sacri, in grazia de' quali i sagrati delle chiese erano ingombri di baracche, dove ricoveravano i delinquenti. Tutto ci facevasi sotto una pia sovrana e d'accordo col papa.
.
Gi sotto al governatore Daun erasi proposto di raccorre i pitocchi in uno stabilimento, di cui il conte Trotti dava il piano, impetrando dalla Santa Sede una delle pingui badie del paese. Poi verso il 1750 il senatore Verri aveva suggerito una casa di correzione, affinch le carceri servissero a migliorare, non a pervertire. Pi tardi un pensiero e l'altro ebbe effetto; e colla separazione cellulare si mostr conoscere il nesso tra il punire e il correggere.
.
La beneficenza non venne meno: e a tacer i pingui lasciti continuati all'ospedale, un solo de' quali (del Macchi) bast a fabbricar l'ala pi nuova, nel 1767 fu istituita la scuola d'ostetricia a Santa Caterina; nel 1766 il pio albergo Trivulzio pei vecchi99, nel 1770 la Senavra pei pazzi; nel 72 fu donato agli orfani il convento di San Pietro in Gessate; nel 54 eransi applicati fondi di conventi soppressi al Monte di Piet, poi altri dopo l'85, sicch pot avere casa propria e dote d'oltre un milione.
L'universit di Pavia fu riformata, e chiamativi professori d'ogni parte, senza bassa gelosia verso i forestieri, e i nomi di Frank, Tissot, Gregorio Fontana, Tamburini, Borsieri, Palmieri, Rezia, Scopoli, Malacarne, Brambilla, Mascheroni, Scarpa, Spallanzani, Volta la resero illustre.
.
Si diffuse l'istruzione elementare, per la quale il padre Francesco Soave fece libri chiari, se non precisi. Le scuole Canobbiane unite alle Arcimbolde fiorivano a Sant'Alessandro sotto i Barnabiti, ove dal padre Pino fu unito un museo di storia naturale e mineralogia, poi nel 1781 una cattedra d'idraulica o d'idrostatica, tanto opportune al nostro paese.
La Congregazione di Stato compr per 240,000 lire la biblioteca di Carlo Pertusati presidente del senato, e la offr a Maria Teresa per privato uso dell'arciduca Ferdinando. Essa aggrad il dono, ma la restitu a pubblico servigio, crescendola con altri libri, dond'ebbe cominciamento la biblioteca di Brera, impinguata poi con nuovi lasciti e alla soppressione dei conventi.
.
A Brera stessa il gesuita Wittman avea posto un orto botanico, ed altri suoi confratelli la specola, spendendovi 6000 zecchini; e bench appena avessero un cannocchiale non acromatico di 40 piedi di fuoco, una sfera armillare di ferro, un quadrante costruito da un nostro ferrajo, i padri Bodio e Gera scopersero una cometa. Da ci animato, il rettore fece venire stromenti e chiam il padre Lagrange a insegnarne l'uso. Soppressi i Gesuiti, la specola fu conservata, e la illustrarono il Boscovich, poi il Reggio, il De Cesaris, sovratutti Barnaba Oriani, povero ragazzo di Garignano che, raccolto da quei frati, ben presto divenne un de' maggiori matematici, super difficolt, dichiarate invincibili da Eulero, nel trovar tutte le relazioni possibili fra i sei elementi di qualunque triangolo sferoidico, poi calcol gli elementi del nuovo pianeta urano (17521832). Questi astronomi nel 1775 cominciarono a pubblicar le efemeridi, continuate sin oggi; nel 1787 tracciarono in Duomo la meridiana, il cui gnomone  a 73 piedi d'altezza: nell'88 misurarono nella landa di Gallarate una linea di diecimila metri, che serv di base alla triangolazione di tutta la Lombardia fin nell'Illiria; secondo la quale poi, nel 96, pubblicavano l'accurata carta del ducato, nella scala di 1/864000 disegnata da Pinchetti, incisa da Bordiga col metodo di projezione del Cassini.
.
Allora una schiera d'uomini, qual basterebbe a onorare una gran nazione. Il conte Gabriele Verri, reggente del senato, scrisse moltissimo sul nostro paese e una storia civile per istruire il futuro duca, in modo che non dovesse comandar a gente che non conosceva. De' suoi figliuoli, Carlo si occup d'agricoltura: Alessandro, coi romanzi della Saffo e dell'Erostrato, con alcune tragedie e colle Notti Romane, prevenne i moderni modi di vedere e di esporre, e starebbe fra i migliori letterati se pi sobrio e castigato nelle forme. Pietro (172897) ai pregiudizj fe guerra incessante perfino in almanacchi e pi nel giornale il Caff, scritto con varj suoi amici per abbattere la pedanteria dei parolaj, la scurrilit degli spauracchi dell'infima letteratura, e quel continuo ed inquieto pensiero delle pi minute cose che ha tanto influito sul carattere, sulla letteratura, sulla politica italiana. I Milanesi non se ne curarono: onde il giornale presto fin, come interviene alle opere che non palpano le passioni vulgari. Il popolo in fatti allora non leggeva, e il Verri faceva uggia ai nobili, da lui beffati e combattuti; mentre il Governo, di cui rivelava gli errori, ne facea senno. Compil una storia di Milano, sprovista di quel sentimento che pi si vorrebbe associato al patriotismo e piena di digressioni e declamazioni al modo d'allora, ma con continue applicazioni alle attualit e mostrando la forza dei molti uniti contro i pochi prepotenti: non la comp, ma devo soggiungere che i suoi cittadini ne comprarono una copia.
.
Pi estesa and la fama di Cesare Beccaria (173894), che in economia pubblica anticip dottrine che poi formarono la gloria di Francesi e Inglesi, perch questi sono applauditi dai loro nazionali, quanto dai nostri son negletti i concittadini. Nell'opuscolo Dei Delitti e delle Pene svel l'orrore delle procedure, per cui s'incrudeliva sul prevenuto onde costringerlo a confessare, s'incrudeliva sul condannato onde atterrire cogli esempj, s'incrudeliva contro delitti che non palesano perversit di cuore, o che devono lasciarsi alla divinit; e con un calore febbrile riusc a scuotere l'inerzia togata, far rispettare la dignit e l'umanit in ciascuna persona e strappare la corda e la mannaja a quell'arbitrio segreto che chiamavano la giustizia.
.
Il padre Ermenegildo Pino (17391825), architetto, idraulico, minerologo, prima di De Maistre e Bonald proclamando nella Protologia il linguaggio non poter essere che rivelato, inizi la riazione contro le meschinit di Condillac e l'irruente irreligione: ma avendo scritto in latino, confuso ed oscuro per ricerca d'eleganza, nulla giov alla restaurazione della verit, e alla nostra giovent si diedero invece a legalmente studiare le povere compilazioni di Francesco Soave.
.
Giuseppe Parini (172999) svezz la poesia dalla facilit acquosa e dalle fraseggianti inezie degli Arcadi e dei Frugoniani, per infonderle una forza da gran tempo inusata, una bellezza severa, e sopratutto per farla coadjuvare all'incivilimento col flagellare il vizio e propagare le utili verit. Le sue Odi rimarranno uno dei migliori ornamenti della letteratura nazionale. La fiacchezza  spesse volte pi dannosa del vizio; e contro quella aguzz il Parini, nel Giorno, una satira di genere originale, dove finge insegnare ad un elegante milanese come vivere nel bel mondo; ed esponendo la vita scioperata di quei nobili, tutta cerimonie, pompe di vestiti, frivolezze di cortigianerie, smaschiato cicisbeismo, con questo specchio li fe vergognare di s medesimi. Perch non v'ha chi altrettanto adoperi oggi coi fumanti popolatori dei caff, dei teatri, del corso? Forse qualche ministro direbbe anche adesso come il Firmian allora, - Ce n'avea proprio bisogno.
.
Nessuno creda per che tutti i nobili fossero come quelli dal Parini flagellati; e nobili furono i pi degli illustri, e persuasi che la nascita impone l'obbligo di mostrarsi migliori, e le magistrature ed i titoli sono un carico pi che un onore. Sotto Carlo Sesto alcuni furono ascritti al grandado di Spagna, altri fregiati del toson d'oro: Carlo Borromeo e Giulio Visconti andarono vicer di Napoli: altri adopravansi nelle magistrature del proprio paese, nel patrocinare clienti e cause pie, nell'amministrare le sostanze degli ospedali o il patrimonio pubblico, o sostener le ragioni della patria, all'uopo intraprendendo viaggi alla Corte, spendendo in operazioni, usufruttando le relazioni e l'influenza d'un nome conosciuto, d'una posizione fin dalla nascita esposta al pubblico sguardo. Non che l'abbandonare il contadino all'inumano calcolo d'un affittajuolo, fra le tradizioni era il conservar quei coloni, quei servitori, quegli artefici che da molte generazioni servivano l'illustrissima casa, che sapeano verrebber da questa garantiti contro la fame e i soprusi, e che perci innestavansi quasi su quei tronchi; venendone decoro ai grandi, appoggio ai piccoli, forse meno indipendenti d'adesso, ma pi tranquilli sull'avvenir loro e de' loro figliuoli.
.
Vigendo il fro ecclesiastico, molte cause venivano portate a Roma; e perci vi risedeva un auditore del palazzo apostolico e un avvocato del sacro concistoro, tolti dal nostro collegio de' giureconsulti, fra il quale pure sceglievasi l'arcivescovo. E poich l'auditorato di Rota  posto cardinalizio, non mancava mai qualche milanese nel sacro collegio, e l'ultimo che arriv per questa via fu il Dugnani, nunzio poi in Francia. Il cardinale Visconti ben figur nelle nunziature di Polonia e Vienna, merc del suo segretario Taruffi. Il Gorani racconta che, avendo detto in presenza sua che la sorte lo aveva favorito,  Come la sorte? (esclam) non credete voi che tutto venga da Dio? E letto un romanzo, e udito che le avventure non erano vere, - E che? la finzione  bugia, e la bugia  peccato. Giovanni Archinto arcivescovo di Filippi, ornato della porpora nel 1776, passava per avaro, troppo devoto e scarso di talenti. Vitaliano Borromeo, figlio della famosa donna Clelia Grillo, essendo nunzio a Vienna, rattenne Maria Teresa dall'abolire le immunit e gli asili talch i novatori lo diffamavano di cieca piet e di ingordigia: avuto il berretto nel 1766, fu legato in Romagna e deputato alla correzione dei libri orientali. Nella nunziatura di Vienna gli sottentr Annibale Visconti, posto difficilissimo durante le vertiginose innovazioni di Giuseppe II, finch nel 1773 venne a portargli il berretto un altro prelato milanese, Marco Serbelloni. Era pure stato cardinale un Dadda: nel 1743 lo divenne Giovanni Besozzi consultore del Sant'Uffizio, penitenzier maggiore, dotto e prodigo dell'aver suo ai poveri100.
.
Maria Gaetana Agnesi, nelle Istituzioni analitiche (1748), svolgendo con chiarezza il Leibniz, espose l'integrazione delle differenziali a molte variabili; e pia quanto dotta, mentre gli stranieri traducevano le opere sue si ritir nel luogo pio Trivulzio a servir i vecchioni. Sua sorella Maria Teresa fu ammirata sonatrice di cembalo, e compose musiche, fra cui una Semiramide. Francesca Bicetti Imbonati riscosse pi volte gli applausi dei Trasformati colle sue poesie. La Clelia Borromeo Grillo fond un'accademia filosofica e letteraria ove disputavasi di matematica, ed ove faceva esperienze l'insigne naturalista Vallisnieri. Il conte Giorgio Giulini (171480) con pazientissima buona fede radun in dodici volumi le Memorie della citt e della campagna milanese. Il marchese Giuseppe Gorini Corio stamp Politica, diritto e ragione per ben pensare e sceglier il vero dal falso, e drammi che sentono troppo l'imitazion francese. Il conte Luigi Castiglioni da viaggi in America riportava piante insolite, e massime le robinie e le catalpe, di cui arricch la nostra botanica. Il conte Andreani ci mostrava i primi parafulmini e il primo volo aerostatico nella vicina villa di Moncucco. Il conte Ercole Silva scriveva sui giardini all'inglese, e meglio suo fratello Donato (16901779) promoveva e ajutava gli studiosi colle cognizioni, con istromenti, con denaro.
.
Egli ed altri conti e marchesi formarono la societ, detta Palatina, perch ottennero di collocarla nel palazzo ducale, affine di pubblicar opere costose e nominatamente i lavori sulla storia d'Italia del prevosto Muratori. E qui visse egli alquanto come dottore della Biblioteca Ambrosiana, chiamava la nostra la citt del buon cuore, e nelle Antichit del medioevo, negli Scrittori delle cose italiche, nella raccolta delle Iscrizioni fu operosamente ajutato dal Bugatti, dal Sassi, da altri dottori dell'Ambrosiana. La Societ Palatina stamp anche la Biblioteca degli scrittori milanesi dell'Argellati, lavoro di scarso merito che vorrebbe esser rifatto, le opere del Sigonio, una raccolta de' poeti latini colla traduzione, le opere sulle monete ed altre minori. Anche i Cistercensi di Sant'Ambrogio, e massime l'abate Angelo Fumagalli, esponevano le Antichit longobardiche-milanesi e le Istituzioni diplomatiche.
.
Il domenicano Giuseppe Allegranza (171385) illustrava molti punti d'antichit patria ed ecclesiastica e i nostri monumenti sacri, con intelligenza della simbolica cristiana; e con Isidoro Bianchi cominci qui una Collezione di opuscoli su materie utili. Il Bombognini raccoglieva, per verit senza fior di critica, un Antiquario della diocesi; il Bugatti, il Grazioli, G. A. Branca chiarirono altri fatti di sacra e di patria erudizione: Giampaolo Mazzuchelli barnabita, valente antiquario, che molte dissertazioni inser nella raccolta del Caloger, preparava una storia di Milano quando mor freschissimo; l'abate Carlo Vitali scriveva sull'educazione, tema trattato pure dal Giudici; due fratelli Perego, ignoti in patria e fuori, scrissero favole morali in verso, d'eccellente intenzione se non di forma squisita. Pier Antonio Crevenna Bolongaro negoziante procurossi una biblioteca ricchissima, i cataloghi della quale (177617891793) sono leccornie bibliografiche.
.
Il barnabita Giovenale Sacchi (1789) fece la storia della musica sacra e volea renderla educatrice: intorno alla profana ragion con buoni concetti e bastante generalit Giuseppe Carpani, che poi nella Gazzetta bersagli i rivoluzionarj, e si crede autore del dramma popolare I Cont d'Ajaa, attribuito al padre Molina.
Il padre Ambrogio Cattaneo gesuita, predicando in San Fedele, acquist una popolarit sopravissutagli e copiosa di frutti. Pier Antonio del Borghetto lasci orazioni sacre e lezioni scritturali. Giampaolo Parravicini nella Polyantea (1708) riordin i sacri canoni. Carlo Francesco Mangoni dett in latino cinquanta motivi per indurre gli eretici a venire in seno alla Chiesa, opera s incalzante che fu data pubblicamente alle fiamme in Londra. Celso Migliavacca, abate di San Salvadore (1755), stese molte opere intorno alla Grazia, con dottrine strette. Il padre Federico Nicol Gavardi, oltre un corso di teologia, confut la Concordia del sacerdozio e dell'impero di Pietro della Marca (1715). Taddeo Caloschi assunse l'esame della religione protestante e diede interpretazioni della sacra Scrittura. Il gesuita De Carli, prevosto di San Giorgio, un corso di vangeli popolari, campo dove poi valse tanto anche il Branca, mentre i Devecchi e il Valdani barnabiti, scotevano le coscienze nelle missioni. In senso opposto il marchese Gorani trambustava nelle combriccole rivoluzionarie e framassoniche; e stamp molti lavori in tal senso, onde fu degradato dalla nobilt milanese101.
.
Delle accademie letterarie se le pi si pascevano d'erba trastulla, distingueremo quella di morale e letteratura che il Muratori fece istituire in casa Borromeo; quella de' Trasformati, nata fin dal 1500, e che in questo secolo fu illustrata dal Parini, dai poeti vernacoli Carlantonio Tanzi e Balestrieri, da Domenico Soresi buon grammatico ed autore di poesie e di novelle, come l'abate Scotti meratese; dal nizzardo Passeroni, che qui trasse il pi di sua vita e vi compose il Cicerone, lepido racconto poetico della vita dell'orator romano, volta a criticare ed emendare i costumi presenti, come le sue moltissime favole; e nelle epistole, dilavate ma ingenue, ci  buon testimonio del vivere d'un santo prete accanto a quei magnifici patrizj. L'Imbonati, loro presidente, trattava spesso i Trasformati nella villeggiatura di Cavallasca, ove il Baretti si rallegrava di trovarsi col Parini, col Tanzi, col Passeroni, col Bicetti, col Balestrieri, e canti, suoni, poesie, cibi scelti, vini grati e passeggiatelle e risa e giuochi, dal cantar del gallo sino a notte chiusa, si seguono alternatamente. Gl'Inglesi, i Francesi, gli Austriaci, i Prussiani, i Moscoviti battaglino e si distruggano a voglia loro: a noi non importa un fil di paglia. Le composizioni dei Trasformati erano per lo pi burlevoli, talvolta anche buffe e baggiane, come quando si accordarono per deplorar con lunghe raccolte la morte della gatta del Balestrieri o per dare la baja al dottor Plodes: bizzarri contrasti colle splenetiche elegie de' nostri giorni.
.
Avevamo pure una colonia di Arcadi, qui trapiantata dall'abate Puricelli, discreto poeta; e l'anzidetto principe Tolomeo Trivulzio nel 1724 radun tutti gli Arcadi delle colonie italiane nel suo palazzo, or luogo pio.
A pratiche pi vitali attendeva la Societ Patriotica, formatasi nel 76 per incoraggiare le arti e le manifatture, promuovere lo scavo della torba, fare sperienze agricole, dare incoraggiamenti e anticipazioni agli industri, e medaglie e denaro a chi introducesse qualche novit o miglioramenti nella seta, ne' formaggi, nel pane, nelle tinture, negli ingrassi, esaminasse meglio la pellagra, dissodasse le brughiere102. In essa Paolo Lavezzari, Galeazzo Fumagalli, l'Odescalchi, la Ciceri si occupavano d'agricoltura; Giannambrogio Sangiorgio di Biassono raffinava la farmaceutica; Moscati diffondeva cognizioni veterinarie, per attinger le quali nel 1772 mandarono, de' giovani a Lione, ed alcun di essi apr scuola nel Lazzaretto. I curati di Marnate e di Varedo introdussero i pomi di terra e insegnarono a distruggere gli insetti nocivi: quel di Cimbro instradava alle manifatture i fanciulli della sua parrocchia; l'abate Mazza di Seregno piantava migliori vitigni; i frati perfezionavano la fabbricazione del formaggio; l'abate Cattaneo dava una fisiologia vegetale; De Capitani curato di Vigan un trattato d'agricoltura.
.
I matematici s'applicarono massimamente alle acque, come Francesco Maria Reggio (172094); Giannantonio Lecchi (170276), autore del trattato pi compito d'idrostatica; Bernardino Ferrari, Carlo Castelli, Paolo Frisi (172784), tutti frati. A quest'ultimo, lodatissimo anche fuori per la cosmografia e per aver avanzata la quistione sulla precessione degli equinozj, determinando i limiti entro cui varia l'obliquit dell'eclittica in 1 grado e 7 minuti,  dovuto il progetto del naviglio di Pavia103; mentre gli altri lavorarono a perfezionare il naviglio Grande e compire quello della Martesana col pezzo sotto Paderno, al quale fu data l'acqua nel 1777. G. B. Sesti, ingegnere militare, disegn e descrisse le piazze, citt e castella dello Stato. Intanto il padre Racagni ben meritava della fisica; Giammaria Bicetti introduceva l'innesto del vajuolo, e il conte Arese stampava versi quando si lasciarono inoculare le marchesine Litta e le contessine Belgiojoso.
.
Di mal gusto al principio del secolo ci rimangono testimonio le facciate della casa Litta e il palazzo del general Clerici, ora tribunale, di gran lusso interno. E lusso principesco sfoggiava il Clerici nelle tre ville di Niguarda, Castelletto e Tremezzina, architettate da Giovanni Ruggeri romano, che fece pure quelle dei Trivulzio a Omate, dei Visconti a Brignano, dei Brentano a Corbetta, dei Somaglia a Orio, degli Scotti a Oreno, ed altre di gusto bizzarrissimo nella regolarit. Migliori guise rivela il convento di San Luca di fr Valente Bongiovanni. Un'accademia di belle arti fu fondata nel 1776 in Brera, nella quale insegnarono Piermarini, Leopoldo Polack, gli Albertolli.
Giuseppe Piermarini di Foligno architett la Corte104, la piazza Fontana, la via di Santa Radegonda, il palazzo Belgiojoso, quello del Monte di Piet, con stile meschinamente frastagliato e senza rilievo; distrusse la bella facciata bramantesca di casa Marliani per surrogarvi quella meschinissima che vediamo al Monte dello Stato. Polack, pi vigoroso ed elegante, disegnava la villa Belgiojoso, divenuta poi villa Reale, con giardino all'inglese.
.
Simone Cantoni ergeva il palazzo Serbelloni ed altri; molte case Felice Soave; l'avvocato Diotti fabbricavasi un palazzo, scorretto ma degno d'un principe, ove or siede la prefettura. Giocondo Albertolli allevava fra noi un semenzajo di ornatisti, a cui  dovuto il buon gusto che oggi distingue persin gli artieri, continuato come fu dal nipote Ferdinando, da Aspri che stamp gustose vedute di Milano, dal Moglia, dal Durelli.
.
Giuseppe Franchi ci mostrava migliori sculture nelle Sirene di piazza Fontana: e il fiorentino Traballesi corretti se non vivaci affreschi alla Corte, in casa Serbelloni e altrove.
Dei nostri menzioneremo il Londonio (172383) pittore di lodatissime pastorali; il Crivellone di animali; e scultori discreti il Perab e Angelo Pizzi, davanti al cui San Matteo stup il Canova. L'abate Albuzzi e il padre Gallarati scriveano di belle arti; Carlo Bianconi (1802) dava una descrizione artistica della citt, troppo devoto al greco e romano, ma almeno vedendo co' proprj occhi e giudicando col proprio criterio; lo che non pu dirsi di tutti i successivi. Il canonico Giuseppe Zanoja, segretario dell'Accademia, nelle lezioni e nei discorsi elevavasi a buone teorie, mentre ne' Sermoni faceasi scambiare pel Parini.
Allora finalmente, dopo lunghi studj e dibattimenti e la disapprovazione di quelli che a tutto raggrinzano il naso, fu sovrapposta la guglia al Duomo: Francesco Croce, che n' l'autore; fece anche il tortuoso Foppone di porta Tosa105.
.
Varj teatri eransi fabbricati prima, in occasione di feste o per ispasso della Corte o de' nobili, e ultimamente uno che diceasi il Teatrino, fra la Corte e contrada Larga. Nel 76 and in fiamme, e cos un altro vicino a San Giovanni in Conca, e si disse vi facesse metter fuoco l'arciduca per aver occasione di erigerne un nuovo, smanioso com'egli era d'abbellir Milano quanto una capitale. Di fatto i proprietarj de' palchetti incaricarono il Piermarini di farne uno l dov'era l'antica chiesa di Santa Maria alla Scala; e un altro dove le scuole Canobbiane; e nel 79 e 80 s'apersero e riuscirono dei pi vasti e belli. In essi fu restaurata la pittura decorativa per opera di Giuseppe Levati (17391829), del Reinini, di Donnino Riccardi: i famosi Galliari piemontesi, scolari d'un nostro Medici, dipinsero le scene del teatro vecchio; e meglio Pietro Gonzaga loro allievo: Paolo Landriani si mostr gran disegnatore e corretto pi che d'effetto, mentre immaginoso nell'architettura ed eccellente nella prospettiva e nel colorire fu Giovanni Perego. Cos cominci quella scuola, unica al mondo, che, sostenuta da Fontanesi, Gaetano Vacani, Angelo Monticelli, Giuseppe Lavelli, poi da Sanquirico, Cavallotti, Ferrari, Menozzi, Borgo Caratti, Peroni..., improvisa vastissimi scenarj per ciascun'opera e ballo, subito dopo cancellati per ridipingere la tela.
.
D'allora la citt nostra divenne l'arringo di musicali trionfi. Zingarelli, Sarti, Cherubini furono maestri di cappella nel Duomo; Gretry diceva che la prima lezione di musica ch'ebbe in Italia fu la vista del nostro cielo e il canto delle belle milanesi: Marchesi nostro (17551829) con immenso talento e portando all'eccesso la fiorettatura musicale riscosse plausi da tutta Europa, ultimo de' grandi soprani che formarono il vanto e l'obbrobrio del secolo passato. E se deploreremo che nel 1780, allorch cantava qui colla famosa Gabrielli, si sollevassero per lui e per lei partiti violenti sin ai pugni e alle spade, ricorderemo come, allorch il generale conquistatore Miollis voleva indurlo a cantare in un'accademia, seppe rispondere: Egli pu farmi piangere, ma non farmi cantare. A Milano  poi specialmente ricordevole per aver indotto a fondare il pio Istituto filarmonico, e soccorso quel de' tipografi. Come attore, il nostro De Marini (17721829) sarebbe stato incomparabile se pi avesse celato l'arte. Il nostro Angiolini restaur la mimica, introducendo a Vienna que' balli storici in cui parve poi insuperabile Salvatore Vigan.
.
Gi da qui avete indizio del quanto si amasse il lieto vivere. La moglie del governatore Pallavicini, giovane, spiritosa, bella, galante, avea surrogato negli alti circoli la vivace allegria francese al sussiego spagnolesco; introdusse d'andar a cavallo anche le signore per citt, e di girare le maschere ne' palchetti. Presso del conte Pertusati le nostre dame si esercitavano a recitar commedie e tragedie d'un Perab, famoso allora quanto oggi dimenticato; il lusso di casa Litta non la cedeva a quello del re di Francia; al corso sfilavano sin 2000 carrozze bellissime. L'arciduca Ferdinando e sua moglie amavano le splendidezze, e alle nozze loro si aperse la via di Santa Radegonda, si diedero doti a 300 fanciulle, si cantarono il Ruggiero del Metastasio musicato da Pergolesi, e l'Ascanio del Parini; la Badia de' Meneghini rappresent una mascherata che merit esser descritta da esso Parini106. Poco dopo si fece il corso di porta Orientale; si spianarono e alberarono i bastioni, destinati al passeggio; dov'era il monastero delle Carcanine si apr il giardino pubblico; e sull'esempio del pubblico molti privati eressero fabbriche comode e belle.
.
I popolani spassavansi alle frequenti sagre, alle scampagnate, a qualche desinarello, alle lepidezze de' burattini, di cui il Romanino si valeva non solo per trattener in piazza del Duomo anche le carrozze signorili, ma per dire delle verit sino ai governanti.
Allora pigliarono flato il commercio e l'industria, ma Pietro Verri ed altri economisti lamentavano che tanto capitale uscisse per comprare manifatture. Due sole fabbriche di panno lavoravano in citt verso il 1750; dei 150 mercanti di seta pochissimi erano fabbricatori, e meno capitalisti; sul fine del secolo, sovente il Governo intervenne per somministrare lavoro ai braccianti; artifiziali favori, che danno sol frutti afati.
Chi crede basti ai governi il rimuovere gli ostacoli e dirigere, far lode all'austriaco d'allora, di aver lasciato sviluppare quegli elementi di prosperit, che nel territorio, nell'ingegno, nelle volont Iddio ci ha dati in abbondanza.
.
N per crediate quella un'et dell'oro; e vi ripeto che il meglio ci sta dinanzi e non dietro. In generale, per uscir dal vulgo bisognava esser nobili o preti; ch saremmo stati, non solo derisi, ma quasi creduti rei di maest noi figli del pizzicagnolo o del gastaldo che ci fossimo messi sugli studj; enorme distanza intercedeva tra il nobile e il plebeo; e quello distinto per vestire, per carrozze, per servi, per stemmi, conservava almeno il desiderio di soverchiare colla spada fra' suoi pari, col bastone sovra gl'inferiori, dapertutto colle aderenze. Vero  che i buoni potevano far molto bene, ma i non nobili dovevano ricevere come benefizio ci che ora pretendono come diritto. Nessuno spirito militare sopravviveva, pochi nobili andando a servire, n essendoci di nostri che due reggimenti raccolti coll'ingaggio; quando Maria Teresa tent la coscrizione, tutti i giovani fuggirono; quando al fin del secolo la si ritent, lo Stato offr 100 mila zecchini l'anno per rimanerne esente. Poche truppe stavano nelle guarnigioni, e i nostri ai lamentavano che l'Austria vi tenesse soli 12 o 13, invece di 50 mila uomini, i quali, consumando le nostre derrate qui, avrebbero lasciato il denaro. La vicinanza dei confini veneto, grigione, svizzero, modenese, parmigiano, piemontese, genovese e dei feudi imperiali, come Retegno, facilitava il contrabbando e l'impunit delle masnade, sicch dicevasi in proverbio: Popol de confin o lader o assassin.
.
Durando ancora nelle maestranze quegli statuti che potrebbero servire di protezione ma divenivano tirannia; durando gl'impacci nel circolare delle derrate e nella trasmissione dei possessi e nella partizione delle eredit, non  meraviglia se la ricchezza era inegualmente distribuita. Il popolo, spesso mancava del pane, e grande occupazione delle municipalit era il sostentarlo perch non tumultuasse: alcune volte i setajuoli furono mandati a opere forzate e sino a risarcire le fortificazioni di Mantova. Della popolazione e coltura della campagna meschino concetto ne d il sapere che nel 1792 molti animali feroci scorrevano pel territorio.
.
Nelle famiglie borghesi dovevano i figliuoli esser sempre obbedienti al padre; il quale, se riottosi, potea farli sin mettere in prigione: alle 24 ore tutti in casa; al teatro mai, troppo pericoloso; meglio passar la serata attorno al fuoco o fuor della porta al chiaro di luna, e finirla col rosario; e farsi burle da una famiglia all'altra, e la festa comparire in abito di confratello o portar il baldacchino; e risparmiare il soldo della casa come quello del Comune; e andar a trovare quella figliuola in un monastero, quel fratello in un convento; conservar la ditta della propria bottega senza frodolenze e fallimenti; e alcuni ricever una volta la settimana la gazzetta e mandarla in giro ai vicini, poi al curato in campagna. Il prete, venerato in chiesa non solo ma nelle case; di cui era il consigliere e l'appoggio, rimproverava i disordini, combinava i matrimonj, ricomponeva i dissidj, spiegava il catechismo e le poche leggi, insinuava il rispetto a Dio, agli altri, a s stessi; intercedeva grazie e soccorsi, e dai ricchi otteneva pingui lasciti per opere di beneficenza e di culto.
.
Quel patriotismo che si svampa in cianciare di libert, in contraddire a tutto ci che vuol il Governo, in mostrarsi malcontenti di tutto e non suggerire nulla, in disapprovare chi  in posto e non sapere chi surrogarvi, e intanto dondolarsi in panciolle aspettando la primavera e le rivoluzioni, allora non era conosciuto. Le persone pubbliche si volgeano al re o al capo per rammentargli il suo dovere, come ora al popolo per inculcargli i suoi diritti; ma governati e governanti se la passavano d'accordo, perch questi palesavano la volont di migliorar il paese, non soltanto di smungerlo, ed aveano il buon senso di far poco, mostrarsi poco e lasciar a noi la nobile compiacenza di faticare pel proprio paese. Godeansi insomma le libert naturali, invece di ustolar dietro alle libert politiche; amavasi la patria senza punzar sempre la nazionalit. Che se molti de' nostri s'abbandonavano a quella cascaggine, a cui dicono che l'aria nostra ci faccia proclivi, non ho inteso che si volesse imbellettare col nome d'eroismo il tenersi in disparte n eletti n elettori, e il mostrare paura di tutto; n di liberalismo l'imporre ad altri il nostro modo di pensare, di credere, di adorare, sotto pena di scherno o d'infamia. Il Parini, il Verri ed altri ci rinfacciavano quel giudicare e vestire alla francese che mostra deperimento del carattere nazionale; quello spendere il denaro in lusso frivolo e il tempo in non fare nulla; quel riguardar sempre al passato per ribramarlo, non per farsene scuola all'avvenire; ma n il Verri n il Beccaria n il Carli erano tacciati di avversione perch suggerissero il bene ai padroni, o di vilt perch li lodassero quando il faceano.
.
D'altra parte neppur i padroni non nutrivano odio brutale n invida gelosia pe' nostri pensatori; anzi il Firmian difendeva gli studiosi, come specialmente il Borsieri e lo Spallanzani, dal sospetto superiore e dalla calunnia inferiore; vista la satira pariniana, Ottimamente! (disse) ce n' proprio bisogno; il Verri  denunziato di censurare il Governo, e la sovrana lo nomina del supremo consiglio d'economia; il Beccaria, molestato qui,  chiesto a Pietroburgo, e Kaunitz scrive: Non farebbe onore al Governo di vedersi prevenuto dagli esteri nella stima dovuta agl'ingegni; ed erige per lui la prima cattedra d'economia pubblica, come faceva un assegno al Giulini per continuare le Memorie di Milano.
.
Cos, senza violenza nel comandare n abjezione nell'obbedire, procedeasi in quello stadio delle riforme che arride agli uomini di buona volont, e dove non si distrugge nulla, si migliora tutto: il clero veniva ridotto entro i confini competenti, senza spogliarlo n svilirlo; non vietavasi ai claustrali il dar l'istruzione, ma vi si poneva accanto la laicale, pi consentanea ai tempi; le piccole corporazioni che pregiudicano alla grande si limitavano o correggeano, non si abolivano; affrontavasi l'egoistico scontento e la speciosa objezione per attuar il bene senza le radicali sovversioni a cui s'avventura chi un'idea assoluta vuol applicare con logica impazienza. Equati gli aggravj col censimento; affidati alla privata attivit molti beni comunali; resi uniformi i dazj interni (1763); tolti quelli sulle materie prime e sulle manifatture nazionali; svincolati progressivamente i fedecommessi, le manimorte, le primogeniture, ne derivava maggior divisione della propriet: in un archivio notarile si raccolsero gli istrumenti, ordinando che tutti si stendessero in italiano (1775); una camera dei conti riscontrava le pubbliche spese.
.
Cominciate le riforme, resta a temere non vengano compromesse col precipitarle. Cos avvenne quando Giuseppe II, che per tanti anni era stato tenuto in soggezione dalla madre bench gi imperatore, e cos aveva aguzzato il suo amore di giustizia assoluta e i progetti di filantropia alla moda, morta lei, diluvi decreti, quasi i decreti bastassero a migliorare; quasi gli uomini non s'irritino contro chi vuol fare ad essi il bene o contro lor voglia o senza persuaderneli. I Milanesi, i quali credono che chi va piano va sano e va lontano, si trovarono sbalorditi da centinaja di ordinanze in pochi mesi dove l'imperatore abbatteva i privilegi de' corpi, per concentrare tutto il potere nel Governo, trarre a s tutta la pubblica attivit. Il senato, tribunale per verit remorante, ma che pur rappresentava la nazione, poteva sospendere i decreti sovrani, e poco prima avea proibito di vendere schiavi da galera alla repubblica veneta o ad altre potenze marittime, fu d'un tratto di penna abolito.
.
Abolite le maestranze delle arti, l'operajo rest isolato, senza n superiori n compagni, per modo che fu duopo dargli un'altra tutela, e fu il tribunal nuovo della polizia; e la citt era passeggiata da poliziotti col bastone, e nol tenevano ozioso. Ci fu dato un codice nel quale si applicavano ancora le verghe e le nervate, e si continuavano pene atroci, come il bollare e strascinare a coda di cavallo. Furono proibite le armi che manteneano lo spirito di braveria, solo consentendo la spada ai gentiluomini; proibito ai nazionali l'educarsi fuor dello Stato e fin l'andarvi senza passaporti, come ad ognuno era stato libero fino allora. L'amministrazione comunale, caro avanzo delle nostre repubbliche, riordinata nel 1757 in modo che ogni minimo proprietario avea voce ne' convocati, raccolti per deliberare sugli interessi interni, fu da lui scompaginata. Un Consiglio di Governo centralizzava ogni cosa, cominciandosi quel singolare schema di confiscar la libert dei singoli per produrre la libert di tutti.
.
Con altrettanto impeto nelle materie religiose si intaccarono e conculcarono le antiche abitudini per sospettosa ostilit contro i preti; sottratti gli alti seminarj all'ispezione de' vescovi, formossi a Pavia un unico portico teologico, dove s' insegnasse il ghibellinismo, allora detto giansenismo, cio di elevare Cesare sopra Pietro; cacciati gli Elvetici dal collegio che il nostro san Carlo avea loro preparato; variata la circoscrizione delle parrocchie; tratta al duca la nomina ai vescovadi e ai benefizj nostri: insieme tolti dalle vie gli altarini e le croci, proibiti i pellegrinaggi e le processioni sceniche, e di portarvi stendardi troppo grandi; regolate le ore di sonar le campane e di tenere aperte le chiese, le spese dei funerali, che non doveano esser pomposi perch la morte eguaglia tutti, e i cadaveri seppellirsi nudi entro un sacco; trasportate le sepolture in campi aperti; levati i doni votivi agli altari, sminuite le feste, soppressi i frati oziosi, mandato alle monache da cucire camicie pei soldati, cresciuta la prebenda de' parroci pi poveri, impiegati sul Monte pubblico i capitali delle chiese e de' luoghi pii; abolite le confraternite e trattine al fisco i beni coll'intenzione di istituir una Compagnia della Carit del prossimo, la quale rimase ineffettuata. Non mancava neppur allora chi credesse sia bene togliere ai preti per dare all'erario, togliere alle comunit per attribuire ai re; altri credeano il contrario.
.
Era privilegio antichissimo che, per nostro arcivescovo, fosse dal corpo municipale proposto alla santa sede un dottore di collegio. Secondo il nuovo concordato, la nomina toccava al duca, e quando il sapiente e caritatevole Pozzobonelli mor dopo 40 anni, si present che l'imperatore, dicevasi per battere il pregiudizio, sceglierebbe il successore fuori di quel corpo. I nobili giureconsulti, per non lasciar prescrivere la consuetudine, tennero a Vienna un esploratore; e come seppero ch'egli avea nominato Filippo Visconti, la sera stessa il fecero dottor di collegio; e quando, a stupore di tutti e dell'eletto stesso, arriv la nomina, l'imperatore si trov prevenuto107.
.
Ventimila e pi indigenti viveano d'accatto, o soccorsi senz'ordine e senza previdenza. Giuseppe Secondo nell'84 viet il mendicare e pose ad Abbiategrasso un ricovero per gli incurabili, e case d'industria a San Vincenzino e al Lazzaretto. L'amministrazione delle pie istituzioni tolse agli antichi patroni, per darla a regj impiegati, riunendole col titolo di Luoghi Pii Elemosinieri, i quali aveano la rendita di lire 523,506 da distribuire in beneficenze.
.
In tutto ci v'era del buono, oh quanto! ma poniam pure che il lungo torpore facesse preferire la conservazione degli abusi, alcuno trovava che ognuna di queste riforme portasse via qualche brano di libert, che il bene a colpi di bastone non piace, e che conviene tener conto dei sentimenti e delle abitudini del popolo. Giuseppe Secondo nol facea n qui n altrove: onde vide l'Ungheria, la Transilvania, i Paesi Bassi in aperta ribellione. I Milanesi sogliono accontentarsi di brontolare e far satire; ed essendo l'arciduca governatore andato a un viaggio, essi, facili sempre a creder alle buone intenzioni de' capi che non fan nulla, vollero vedervi un segno di disapprovazione, e quando egli torn fecero la dimostrazione di andar al suo incontro in festosa folla. Allora poi che Giuseppe Secondo mor immaturo e scontento degli altri e di s, al successore suo Leopoldo Secondo mandarono tosto supplicando di rimettere l'assetto di prima. E di fatto quell'imperatore ripristin le congregazioni municipali, coll'ispezione sul censo, sulle vettovaglie, sulle strade, sulla sanit, sulla polizia urbana; rimise la congregazione di Stato, ove ogni citt mandava un assessore tolto dai decurioni ed uno dai possidenti per consultare sugli affari di massima e curare l'economia delle spese universali; restitu l'amministrazione dei luoghi pii e spedali a chi aveano destinato i fondatori: fece gratuite le scuole pubbliche, ove prima il ricco pagava; volle rispettata la nazionalit nel conferire gli impieghi.
Lieta de' ricuperati privilegi, la citt decret un busto a Leopoldo Secondo con un'iscrizione ove quelli son numerati, ed una medaglia ai deputati che gli aveano ottenuti. E di nuovo si fantastic quell'ordine regolare di libert, di pace, di onest che fa i popoli felici.
...
.
...
25. 
Repubblica Cisalpina e Italiana. Regno d'Italia.
.
Io non so se Giuseppe Secondo e Leopoldo Secondo avessero inoculato le riforme come si fa del vajuolo, coll'intento di prevenire una rivoluzione: ben so che questa non era prevista dai nostri; e nel Parini, nel Verri, nel Beccaria appare soltanto la fiducia di un graduale miglioramento, al quale i savj e i re dessero impulso, e i popoli ne godessero i frutti. A chi non  noto che in Francia nell'89 cominci colla messa, cogli inni e coll'acqua di rose una rivoluzione, la quale nel 93 era divenuta frenetica d'imprecazioni, d'empiet, di sangue? Avendo essa spiegato l'intenzione di strozzar l'ultimo re colle budella dell'ultimo prete, metteva sgomento non solo ne' dominatori e in quei tanti i quali abborrono da ogni mutamento che scompigli le abitudini, e nel vulgo, a cui davasi intendere che i Giacobini giocassero alle palle con teste di preti, ma anche ne' cauti liberali che, come il Parini, amavano la libert, ma non la fescennina.
.
Allora lo strologare politica era raro quanto oggi  vulgare; e salvo pochi aggregati tra i franchimuratori e pochi che leggevano l'unico giornale che due volte per settimana stampava il Veladini, o la gazzetta di Lugano, non plus ultra del liberalismo, gli altri lasciavano i pensieri pubblici ai padroni, persuasi che questi (ove non siano mentecatti) devono sentire che il bene de' sudditi  ben loro. Ma quando gli squassi della Francia minacciavano tutto l'edifizio europeo, e la bandiera tricolore gi sventolava in vetta delle Alpi savojarde, l'imperatore dalla nostra Lombardia chiese denari e soldati108, e per tutto non parlavasi che di Francesi, temuti assassini o vantati redentori. All'estremo si ordinarono tridui e processioni; tutto del pari inutile; e l'arciduca, istituita la guardia civica ed una giunta di governo, pass colla cassa sul territorio di Bergamo. I Milanesi lo compiansero di cuore, e subito dopo con applausi di cuore ricevettero il crso Saliceti e il Salvadori, che impazienti precorrevano l'esercito repubblicano diffondendo programmi e coccarde; poi 400 Giacobini laceri, scalzi, sparuti, ma ilari, trionfanti e guidati dal generale Buonaparte, entrarono in Milano il 14 maggio del 1796.
.
Al nome di repubblica abbiam veduto allietarsi i nostri; ogniqualvolta furono padroni di s; adesso era la gran repubblica francese che veniva a liberarci dai tiranni stranieri e regalarci libert e fratellanza; era il Buonaparte che ci ripeteva: Voi non sarete ni francesi, ni tedeschi; ma italiani.
Pensate quali tripudj! Mettemmo i tre colori; colle divise di guardia nazionale e coi baffi infierimmo le nostre pacifiche sembianze; cantammo inni ed arie di massacri e di sangue, noi gente dabbene; piantammo su tutte le piazze alberi di libert; cambiammo il nome alle vie, abolimmo i titoli nobiliari, e ci demmo del tu e del cittadino; abbattemmo non solo gli stemmi austriaci, ma tutti quelli della nobilt, fin a pestarli gi dai sepolcri di 300 anni fa; gridammo contro i patrizj e contro i preti; applaudimmo alla estinzione de' pregiudizj, alla propagazione de' lumi; ripetemmo quel che i conquistatori ci soffiavano, cio che fin allora eramo stati schiavi, anzi bestie; e non parlando che di Greci e Romani padri nostri, di Bruto e Scevola nostri modelli, dimenticavamo di trovarci fra Silla e Verre. Le feste crebbero quando il castello cedette ai Francesi, viepi quando Mantova si rese; arrivarono al colmo quando nel Lazzaretto si fece la festa della federazione (9 luglio 1797), ove i deputati di tutti i municipj, le legioni nazionali, gli improvisati reggimenti vennero a proferire che l'Italia  fatta, ed a giurare di vivere repubblicani o morire.
.
Che nelle rivoluzioni non siavi solo butirro e cacio, tutti lo sentiste e ve ne brucia ancora; e se il vulgo chiacchierante e scribacchiante guarda solo a ci che lucica, il popolo bada al positivo. N allora trattavasi solo di cangiar principe, ma d'una violenta innovazione degli ordini sociali inveterati. Al primo arrivo i nostri liberatori arrestarono i maggiori nobili e imposero 20 milioni di contribuzione di guerra, scompartiti a seconda delle ricchezze, cio del capriccio; sicch v'ebbe famiglie che dovettero fin 200 mila lire, e il doppio alcune comunit religiose; poi non solo spogliarono le casse, ma al Monte di Piet levarono per 800 mila lire; e perch la plebe, che applaudiva quando toglievasi ai signori, tumultuava
quando toccavasi il suo tesoro, il Governo decret fossero restituiti gratuitamente pegni minori di lire 100; onde il Monte, pregiudicato di 412 mila lire, fu costretto a star chiuso fin al 1804. Poi si vollero tutte le preziosit delle chiese, nella qual occasione perirono i ricchissimi tesori del Duomo, di san Carlo, d'altri tempj; furono persino levati i piombi dalle cupole alle Certose di Garignano e di Pavia, che, n'andarono guaste. Poi... Ma che serve? le sono storie che si ripetono ogni volta; e si saria potuto tollerar tutto, quando si fosse ottenuta la libert. Ma questa c'era?
.
La repubblica francese facea guerra ai Governi regj, e vi surrogava le autorit municipali di nome, le militari di fatto. Alla giunta governativa sottentr un'agenzia militare; e sebbene si nominasse un magistrato municipale, in cui sedevano Pietro Verri, Giuseppe Parini, Galeazzo Serbelloni, Francesco Visconti, Antonio Caccianini, vi presedeva dispoticamente un comandante di piazza; poi ben presto il Verri moriva; Parini, intollerante della prepotenza straniera e dell'avidit patriotica, n'era escluso, e il governo veniva a persone trasmodate che volevano applauso coll'accondiscendere alle ambizioni ingorde de' padroni e ai bassi istinti della ciurma: unico modo di ottenere e conservar il potere in queste sciagurate intermittenze del diritto.
.
Qui erano concorsi i pi scalmanati da tutta Italia: Gorani, Salfi, Gioja, Petracchi, Ranza, Salvadori, Tambroni, Poggi, Abamonti, Rasori, Latanzio empivano i giornali di fraterni vituperi, di ribalde denunzie e dell'altre esagerazioni con cui suole disonorasi ogni cominciamento di libera stampa. Ai giardini pubblici erasi posta una Societ di pubblica istruzione; tribune si eressero alla Rosa e in San Sebastiano; i poeti Fantoni e Gianni romoreggiavano in queste e nei caff; nelle sale Vincenzo Monti, Luigi Lamberti, Luigi, Cerretti; addosso a tutti scatenavansi il Termometro politico, il Giornale rivoluzionario, il Tribuno, l'Amico del popolo, il Giornale senza titolo; e le loro persecuzioni di parole davano il segnale a persecuzioni di fatti. Era colpa l'esser nato conte o marchese, l'essere stato prete o impiegato, il non voler mozzare la coda o non ballonzare attorno agli alberi, il perseverare nelle pratiche devote in cui si era cresciuti.
.
In uno di quei circoli, un gran patrioto, gran livellatore, che pi tardi fu scudiere di Napoleone, poi delegato sotto gli Austriaci, poi intendente sotto i Piemontesi, propose si demolisse la guglia del Duomo. - L'eguaglianza  primo diritto; non deve dunque soffrirsi che un edifizio si elevi sopra gli altri della citt. Cos diceva in tono da Puritano e colle dita tese; e gli ascoltanti ad applaudirlo e gridare -Abbasso la guglia del Duomo.
Era presente un buon meneghino, che aveva imparato da sua madre a voler il bene, e da suo padre a non opporsi al male; e chiesta la parola, lod il civismo il patriotismo del preopinante, ma chiese perdono se osava far un'altra mozione: ed era di metter a quella guglia il berretto rosso, e cos sar visibile per estesissimo tratto quel simbolo della libert che acquistammo dopo secoli di orribile tirannide.
.
- Si, s! bravo bravo urlarono gli ascoltatori, e la guglia rest salva, aspettando livellatori pi radicali.
Qual volont risoluta fosse il Buonaparte, chi lo ignora? E quando Binasco e Pavia osarono alzare la testa, esso gli abbandon senza misericordia al saccheggio e al fuoco. I suoi lo lodavano e imitavano; e i comandanti di ciascuna citt con una mano brandivano la sciabola, coll'altra intascavano; ostentando autorit con sempre continue angarie, fin a richiedersi passaporti per uscire dalle mura.
.
Il popolo sapeva che non il nome di repubblica o di ducato o di regno importa, bens l'avere la maggior libert di atti innocui, rispettate le consuetudini, la propriet, la dignit umana e la nazionale. Ora tale poteva dirsi quando la credenza avita era calpesta, cacciandosi frati e monache dai conventi, dichiarandosi sciolti i voti, contratto civile il matrimonio che perci si giurava all'albero; quando era proibito il culto, e Cristo sacramentato dovea portarsi agli infermi in tasca o di soppiatto; quando non poteva ottener posti e neppure conservarli chi non avesse attestati di civismo, cio d'aver fatto quel che la moda comandava, o non giurasse odio eterno ai re; quando metteasi in prigione chi pensasse differente, e la reputazione d'onesti cittadini era trassinata sulle gazzette a capriccio d'ogni mascalzone?
.
Libert! ma intanto rapivano alle chiese e alle gallerie nostre i pi bei quadri, i pi preziosi manoscritti109 onde arricchirne Parigi; del qual destro profittava anche qualche nostro per dilapidare archivj e musei. Libert! ma intanto s'inventavano gravezze ogni giorno nuove ed arbitrarie: or voleansi tutti i cavalli; or si toglieva tutto il grano d'un paese; or a un altro s'imponevano diecimila paja di scarpe in tre giorni. Libert! ma intanto dei beni tolti ai monasteri110 e al clero e ai luoghi pii, e che erano patrimonio o usufrutto de' poveri, faceasi un traffico spudorato, dove, chi non avesse paura del diavolo comprava per 5 il valor di 30, purch facesse a met coi commissarj.
.
I nostri giovani non s'accontentarono di pompeggiare oziosamente in citt come guardie nazionali, ma volenterosi accorsero alle armi, e nella legione lombarda diedero prove d'inaspettato valore sotto Pino, Lahoz, Fontanelli, Teuli, Balabio, Rossignoli, Porro, Pittoni ed altri ufficiali improvisati, alle battaglie d'Arcole e di Bassano; alla presa di Mantova, Faenza, Ancona e ad altre fazioni.
.
Del resto, chi pi atto ad affascinare che questo Buonaparte, italiano come noi, giovane, vincitore, portator della libert a tutto il mondo? Ben  vero ch'egli trattava d'alto in basso i nostri magistrati e rappresentanti; ben  vero che, nella vicina villa di Montebello, mercatava Venezia, ma alla fin fine noi pensavamo che ai trionfi suoi era dovuta la pace di Campoformio, per la quale il nostro paese venne sottratto agli Austriaci e assicurato indipendente col nome di Repubblica Cisalpina. La Repubblica Francese non avria dovuto essere che la nostra sorella primogenita; ma essa ci diede una costituzione a suo modo, dissona affatto dalle nostre consuetudini, con un direttorio di cinque membri, cinque ministri di Stato, un corpo legislativo di seniori e uno di juniori; ci impose un tributo di 25 milioni all'anno; e ben 288 ne pag la nostra alla repubblica creatrice.
Umili a fronte di questa, i nostri governanti faceano da tiranni sopra i cittadini; e per chi ama la repubblica desidererebbe fosse cancellata la memoria del triennio: pure ai delirj ed errori di quel tempo non mostriamoci troppo rigorosi, compatendoli all'impotenza di Governi sottoposti alla sciabola, ed agli allucinamenti d'una popolazione, balzata di picchio dalla sonnolenza alla sopreccitazione
.
Non  per meraviglia se molti tendevano l'orecchio al passo di nuovi armati che venivano contro i nostri padroni. Erano Tedeschi, Croati, Russi, Cosacchi, che, guidati da Kray, Melas, Souarow, Wukassowich, Bagration, venivano a liberarci. Il primo saggio di s ce lo diedero saccheggiando orridamente dovunque passassero; entrati poi in Milano (26 aprile 1799), ci volle tutta la forza per reprimerne le man ladre. Non occorre dirvi che ci fecero pagare il viaggio dell'andata e del ritorno, il danno e la paura.
.
Allora i Milanesi a distruggere le divise e le coccarde, o nasconderle chi ci sperava ancora; allora molti scappar in Francia a far il piangi e a ricevere buone parole, scarsi sussidj, nessun affetto; e se prima erasi considerata libert il portar calzoni lunghi e cappello tondo, piantar alberi, gridare Viva Buonaparte; allora contavasi per liberazione il rimetter la coda e la cipria e le livree, sonar campane, cantar Te Deum, celebrare Souarow vincitore di Novi; ed esaltare una Trinit in cielo ed una in terra. Piantatasi qui una reggenza sotto il conte Cocastelli, molti furono gettati nelle prigioni, molti deportati, con quelle reazioni che disonorano i governi ristabiliti.
.
Se non che, dopo tredici mesi, Buonaparte, coronato delle palme d'Egitto e del titolo di primo console, ripassa le Alpi e, vincitore a Marengo, ricupera la Cisalpina alla Repubblica Francese. Entrato in Milano (2 giugno 1800), poco dopo prendeva il castello, il quale in s lunga vita non avea neppure una volta resistito con effetto; onde allora fu demolito, conservando solo il quadrato sforzesco, e il resto riducendo a piazza, col nome di Foro Buonaparte.111
.
Buonaparte tornava non a demolire ma a ricostruire; agli impiegati imponeva moderazione, limiti alla stampa; ognuno rispettasse s e gli altri; non si molestassero nobili n preti; non si rubasse di l dell'occorrente; nessuno fosse perseguitato per opinioni. Ma partendo ci lasciava ancora in mano de' soldati, e rimasero famosi gli amorazzi e i rubamenti di Massena, di Murat, di altri, che contaminavano i costumi dopo esauste le borse. Anche il comitato provvisorio (Sommariva, Ruga, Visconti) ci governava arbitrariamente, e dicesi anche ladramente; finch il Buonaparte radun a Lione una consulta, alla quale dett una costituzione che doveasi dire formata e non era che firmata dai nostri.
.
Secondo questa, le dieci nazioni (com'egli chiamava i Milanesi, Mantovani, Bolognesi, Novaresi, Valtellini, Romagnuoli, Veneziani, Bergamaschi, Cremaschi, Bresciani) formavano la Repubblica Italiana; presidente lui; vicepresidente Melzi; ministri Spanocchi alla giustizia, Prina alle finanze, Venri al tesoro, Trivulzi alla guerra, Villa all'interno, Marescalchi alle relazioni estere: otto consultori di Stato (Marescalchi, Serbelloni, Caprara, Paradisi, Fenaroli, Containi, Constabili, Moscati); quindici membri del consiglio legislativo. Della popolare sovranit restava un'ombra nei tre collegi elettorali e nei censori degli atti incostituzionali. Ne' giudizj ci neg i giurati, come pericolosi fra le passioni meridionali. Impose unit di pesi, misure, leggi, catasto, istruzione; determin insomma ogni cosa, perfino le teatrali divise, s care ai corpi a cui le vanit stanno pi a cuore che la libert.
.
Florido tempo corse allora per noi. Il presidente era forestiero, ma lontano; buon patriota il vicepresidente; tutti italiani gli altri; Milano capitale di mezza Italia; il nome di repubblica spogliato dagli spauracchi e dalle prepotenze: frenate, o almeno sistemate le espilazioni militari; fu ricostituito il Monte di Piet; resi i beni allodiali che si fossero incamerati insieme coi feudali; riformata la moneta; curata la sicurezza con codice rigoroso e rigorosa polizia. Teuli, avvocato bresciano mutatosi in generale, organizz la guardia nazionale e la gendarmeria. Il sapere venne favorito, e si cominci un'edizione dei Classici italiani, che, sebbene miseramente eseguita, ridestava il gusto dei buoni autori e della lingua italiana sozzamente imbastardita; s'intrapresero pure la raccolta degli Economisti italiani, la stampa delle opere militari del Montecuccoli ed altri lavori; si stabilirono dodici pensioni gratuite a Roma per artisti: il commercio rendeasi vivo, abbondante il denaro, crescente l'esercito, calde le speranze.
.
Buonaparte per, incapace di reggere alla gloria di primo cittadino, faceasi imperatore col nome di Napoleone; e allora proruppero le vigliaccherie. Il nostro Melzi nella sala delle Tuilerie lo arringava (17 marzo 1805) dicendogli aver noi compreso questa forma di governo esser temporaria a temporarie necessit; i progressi delle cognizioni, l'esperienza, la gratitudine, l'amore, la confidenza additavano naturalmente per monarca quel desso che aveva conquistata, riconquistata, ordinata, governata la repubblica; non esser ancora maturi gl'Italiani a quell'ultimo grado della politica indipendenza; Napoleone esser unico capace di por temine alle gelosie esterne ed ai pericoli: Pi saldi rendete i nodi che vi legano alla conservazione, alla difesa, alla prosperit della nostra nazione: voleste che la repubblica italiana fosse, e fu; vogliate ora che la monarchia italiana sia felice, e sar.
E Napoleone degnava esaudirci: e con quell'entusiasmo che spesso non  se non l'espressione della speranza e con questa svanisce, ci affaccendammo a preparargli archi di trionfo con quei che dianzi erano alberi della libert. In una di quelle solennit all'antica, si opportune ad allucinare un vulgo smanioso di feste, egli si fece consacrar re nel nostro Duomo (16 maggio 1805), e quando l'arcivescovo Caprara stava per mettergli in capo la corona ferrea, esso la pigli, e se la pose da s stesso, dicendo: Dio me l'ha data, guai a chi la tocca. Superbe parole, adottate per impresa dell'ordine cavalleresco, allora istituito della corona ferrea 112.
.
I nostri poeti, che aveano cantato la repubblica, cantarono l'imperatore; i fervorosi patrioti divennero ciambellani, cortigiani e fedelissimi sudditi. Secondo la costituzione, non doveva esservi alcun impiegato forestiero; ma Napoleone ci diede per vicer suo figliastro Eugenio Beauharnais, di 25 anni: gli pose segretario il francese Mejean e un francese per direttore della postalettere; sapea perch. Eccetto questi, ogni altro impiego era ad italiani; alla Francia bisognava pagassimo il tributo, ma consumavasi in mantenere qui le truppe; del resto il regno d'Italia era ombra ed eco dell'impero francese.
.
E la nostra citt si trov capitale dei 24 dipartimenti, estendentisi fino a Fermo e Macerata, con 2155 comuni e 6,700,000 abitanti; con una corte fastosa, un principe galante e soldatesco, una viceregina tutta grazie e modestia, una folla di grandi ufficiali della corona, di ministri, di decorati e titolati; un senato113, che dagli oratori del Governo dovea sentire in silenzio i progetti di legge, e presentar ogn'anno i voti della nazione e le osservazioni sui ministri; un consiglio di Stato le cui varie sezioni discutevano i progetti di legge; una commissione della libert individuale. I numerosi impiegati, le suntuose comparse, le frequenti feste, la moda volubile, lo sminuzzamento delle fortune, cinquantamila soldati che qui si vestivano ed armavano, cresceano la produzione e davano una floridezza che facea dimenticare la libert.
.
Il dipartimento d'Olona era suddiviso ne' quattro distretti di Milano, Pavia, Monza, Gallarate. Milano contava 127,000 anime, 18 scuole normali, due ginnasj, liceo alla militare, accademia di belle arti con premj annuali; inoltre scuole speciali di chimica farmaceutica (Porati), d'ostetricia (Giani), di chirurgia (Monteggia), d'anatomia (Paletta), di diritto pubblico e commerciale (Salfi), di alta legislazione (Romagnosi), d'eloquenza pratica legale (Anelli), di letteratura greca (Morali), di disegno (Bossi).
Ogni comune era amministrato da una municipalit, preseduta da un sindaco nominato dal re. I collegi elettorali de' possessori, dotti e negozianti, erano convocati non per altro che per completarsi e per proporre la lista de' senatori.
.
Qui un'infinit di innovazioni, quale si suole ne' paesi che la rivoluzione svecchi. Dal 1805 al 14 si spesero in istrade 72 milioni; un uffizio topografico, che per abilit e per corredo d'archivj e di artisti gareggiava con qualsiasi metropoli, diretto dal Campana, esegu la carta geografica dell'Italia superiore, dell'Austria, delle Provincie illiriche. La zecca, perfezionata di macchine dal Morosi, dal 1807 al 1813 coni per 102 milioni di lire italiane: Breislak, Amoretti, Isimbardi, Malacarne studiavano i terreni, e nel 1809 si pose un gabinetto mineralogico per uso del consiglio delle miniere, diretto dal famoso Brocchi, che vi un le sue raccolte fossili, oltre quelle del Carburi e del Marzari. Giuseppe Bossi114 copiava il deperente Cenacolo di Leonardo. Non essendosi potuto trar qui professore il Canova, in sua vece venne Camillo Pacetti, che di belle sculture orn il Duomo e l'arco del Sempione. A Brera formavasi una pinacoteca e si cominciava l'annuale esposizione delle belle arti. Intanto Giuseppe Longhi di Monza (-1831) incideva con gusto squisito, e lo emulavano Garavaglia, Caronni, Anderloni, Bisi, Beretta. Il teatro della Scala conservava ed estendeva quella sua fatale riputazione; Paolo Landriani nel dipingere le scene spiegava la potenza della prospettiva; Salvatore Vigan (1769-1821) e il Gioja davano epica larghezza ai balli; vi si annettevano scuole di danza e declamazione; oltre il Conservatorio di musica e il teatro Patriotico che doveva esser palestra agli attori ed autori drammatici.
.
Le arti erano divenute strette imitatrici dell'antico, con grandiose ma stereotipe proporzioni; quasi niun altro ordine che il dorico; non pi lesene a capo degli intercolunnj; frequenti absidi ed esedre; ed ogni deviamento dai modelli, ogni lampo di originalit era impedito da una commissione d'ornato, che proscriveva come barbaro ci che non fosse ricalco de' classici e uscisse dal freddo, liscio e monotono canone. Antolini, autore di Elementi d'architettura rapsodia di Vignola e Palladio, diede un disegno che avrebbe cambiato natura alla nostra citt, trattandosi d'abbandonar alla sua rustichezza la vecchia, e formarne una nuova attorno al Foro Buonaparte, il quale sarebbe ornato di terme, ginnasj, emporj, endiche, tempj, dicasteri; tutto ci senza farsi colpevole neppure d'una originalit, eccetto quella di Gaetano Cattaneo, che poi divenne numismatico e che avea divisato erigervi in mezzo una torre, figurante la testa di Napoleone, la cui corona ferrea formerebbe un belvedere!
.
In quella piazza fece l'Arena per gli spettacoli diurni il Canonica115, autore di varj teatri. Soppresse nel 1810 le fraterie che ancor sopraviveano, chiese e conventi si mutarono in teatri o in caserme. Giuseppe Zanoja da Omegna (1817) architett la porta Nuova116, gli altari maggiori di San Tommaso e di San Nazaro Pietrasanta, e di Santa Savina in Sant'Ambrogio e l'organo di San Celso. Il marchese Luigi Cagnola (17621833), che a tutto voleva impresso il carattere monumentale romano quand'anche alla decorazione dovessero sacrificarsi l'economia e la convenienza, oltre dirigere le efimere suntuosit del tempo, s'immortal colle chiese di Ghisalba, il campanile di Urgnano, la rotonda d'Inverigo, villa sua propria, e meglio coll'arco di porta Ticinese e con quello del Sempione117. Napoleone decret Si termini la facciata del Duomo, e fu fatto; decret Si termini il naviglio di Pavia, e fu terminato.
.
L'Istituto Nazionale, notevole per gli illustri che accoglieva e per quelli che escludeva, inanimava le scienze, le arti, le scoperte, con 60 membri pensionati, scelti da tutto il regno118, fra cui il poeta Monti, che qui sofferse nimicizie e invidie come fosse in patria: Pietro Moscati (1824) propagatore delle dottrine mediche di Haller: gli astronomi Oriani, Cagnoli, Cesaris, Piazzi; i fisici Scarpa e Volta, l'epigrafista Morcelli, il pittore Appiani e quel Luigi Bossi che con inorpellata erudizione e beffardo sensismo improvisava storie, e passava per un'arca di dottrine perch avea la franchezza di non importargli di essere smentito.
.
Fuori di questa son per dire scienza ufficiale, la citt nostra possedeva altri personaggi, durevolmente ed estesamente conosciuti; lo statistico Melchiorre Gioja, instancabile ammassatore di fatti particolari ch'egli spacciava per principj: il grande giurista Gian Domenico Romagnosi: Ugo Foscolo, faticosissimo fabbro di classici versi, come di prose il Giordani: il barone Custodi, che dirigeva la raccolta degli Economisti italiani, da cui estraeva poi il succo Giuseppe Pecchio, il quale diede pure un Prospetto dell'Amministrazione finanziera del regno d'Italia, menzognera perch fidavasi agli incredibili rapporti del ministero. Nei costoro scritti vivr gran tempo il ritratto della attivit letteraria e litigiosa d'allora, nella quale ebbero tanta parte l'improvisatore Gianni, i giornalisti Latanzio e Guillon, il poeta Anelli. Il marchese Fagnani ci raccontava i suoi viaggi al Nord; un Litta grandeggiava ai servigi russi, divenendo anche ammiraglio; Antonio Caccianino (17641838) preparava eccellenti scuole di artiglieri a Modena; il dottor Sacco caldeggiava l'innesto del vajuolo vaccino, che allora venne prescritto per legge; Rasori diffondea gli aforismi d'una nuova scienza medica, e nei nostri due ospedali fece squisite prove sulla potenza dei medicamenti e la capacit morbosa; Paletta e Monteggia acquistavano la venerazione popolare colla medicina e la chirurgia.
.
Ad imitazione di Parigi, avemmo collegio pei paggi e per le fanciulle; una scuola veterinaria, una d'equitazione, una pe' sordomuti, una d'acque e strade; la piccola posta, cos comoda per l'interno qualor ne sia rispettato il segreto; telegrafi; pompieri; case di ricovero e d'industria pei mendicanti; fu posta regola alle farmacie e a quanto concerne la salute pubblica, decretata l'unit di pesi, misure e monete; atenei in ogni citt e cattedre agrarie nelle universit; la robinia, il platano, la catalpa, la patata, il colsat, i merini aggiungevansi alle nostre ricchezze naturali; con premj fu animata l'industria delle api, del ferro nostrale, dei combustibili fossili, a tacer i tentativi per supplire ai generi coloniali, proibiti. Per le invenzioni, ai privilegi preferivasi le gratificazioni; con prestiti s'ajutava la fondazione di manifatture: 200 mila lire per comprar macchine da filare il lino, il cotone, la canapa, per cederle a chi provasse d'avere i mezzi di porle in attivit e rimborsarne il prezzo entro quattro anni; si apr una borsa; si cominci l'esposizione industriale, e nel giorno che vi si distribuivano i premj quei che gli ottenevano pranzavano col ministro.
.
Re istruiva il pubblico sui vini e sull'agricoltura; Gautieri sui boschi; Dandolo sui bachi e sulle greggie; Bovara di Lecco inventava gli addoppiatoj a acqua; furono date 50,000 lire a Manfredini, che introdusse il torchio di batter monete all'anello e port a mirabile finezza la fusione dei bronzi, e 9,000 all'anno al romano Raffaele perch tenesse scuola di musaici, mentre copiava grande al vero, il Cenacolo di Leonardo. Il qual musaico poi dai succeduti padroni fu portato a Vienna, insieme col Teseo, che il nostro governo avea commesso a Canova per ornarne la piazza reale, insieme col Napoleone ignudo, statua di bronzo che, sottratta nel 1814 al furor popolare coll'asconderla nel sotterranei di Brera, or grandeggia nel cortile di questo palazzo.
.
Carlo Parea (17711834) esegu molti canali d'irrigazione, coi quali i Borromei e i Belgiojoso fecondarono 24 mila pertiche di terra, e il cavo Lorini lungo 50 miglia e del costo di 4 milioni, che le acque ridondanti sul Lodigiano utilizz sopra 75 mila pertiche del Pavese: indi in tempi pacifici fe il ponte di Boffalora, e promosse i battelli a vapore, i velociferi, le ricerche del carbon fossile.
.
La nostra giovent si trov assunta agli impieghi, sterminatamente cresciuti; ingegneri e geometri faticarono al censimento delle provincie aggregate; le arringhe giudiziali aprivano un campo all'eloquenza o almeno alla retorica, e resta memoria degli avvocati Marocco, Mantegazza, Dell'Acqua, Angiolini. Il consiglio di Stato educava magistrati e diplomatici: la scena viva e mobile de' pubblici avvenimenti volgeva l'interesse su altro che sulle frivolezze.
Molti pi erano chiamati all'armi; delle quali fu ridesta l'abitudine dalle scuole militari, dall'entusiasmo della gloria, dalle speranze; fabbriche d'armi e di panni, scuole d'artiglieria e di genio, case per gli orfani e pei veterani si improvisarono; divennero attivissime le nitriere, cercandone il materiale in tutti le case, secondo l'istruzione di Breislak.
.
Quante feste all'annunzio di sempre nuove prosperit, ai matrimonj, agli anniversarj, alle vittorie; e quando in 24 ore (e parve un portento) si seppe da Parigi ch'era nato un re di Roma! Al 15 agosto si solennizzava la coronazione di Napoleone; e i prosatori gareggiavano di genuflessioni coi poeti; e non usciva pagina, non recitavasi discorso senza quei servi encomj che cos facilmente si convertono in codardo oltraggio; e il vicer scriveva al senato:  Felice il regno che pu, come questo, ridur tutta la sua politica alla pi assoluta confidenza nel genio e nell'amor del suo fondatore!
...
.
...
26. 
Rovescio della medaglia.
.
Il che in buon meneghino veniva a significare: - Non impacciatevi di nulla; pagate, servite e lasciate far tutto a noi. In effetto le nostre sorti pendeano interamente da Parigi; il despotismo dei prefetti atrofizzava la vita comunale; il pensiero rimaneva abbagliato dalla gloria o compresso dalla polizia, la quale mandava in prigione o ai pazzarelli chi avesse osato prender in celia i padroni: la posta delle lettere era costosa e infedele: stentatissimi i passaporti: scienze, arti e lettere doveano mettersi in caserma e presentar l'arma al Fortunato; tutto ricalcavasi sul modello francese: francese il codice; il bello e il buono voleasi a Parigi: dalla pinacoteca di Brera si chiesero alcuni capi insigni in cambio d'altri inferiori; e se Giuseppe II, invaghitosi d'una Sacra Famiglia di Raffaello ch'era a San Celso, la ripag con una croce, sei candellieri d'argento, una copia fattane da Knoller, e due annue doti, Eugenio, che volea farsi anch'esso una quadreria, lev dalla stessa chiesa un bel Leonardo, che rimase a' suoi eredi.
.
Napoleone dal pontefice avea chiesto la consacrazione, e per fatica del nostro arcivescovo Caprara aveva conchiuso con lui il concordato che ripristinava in Francia la religione cattolica. Ma quando Pio Settimo non s'accontent d'essergli strumento passivo n consent che ripudiasse una moglie repubblicana per isposarne una imperiale, esso gli si avvers tanto che, toltigli i dominj, lo strascin prigione in Francia: i cardinali, fra cui i nostri Litta, Crivelli, Gallarati-Scotti, Oppizzoni, Dugnani, releg qua e col, mentre altri stavano a domicilio coatto nei nostri paesi. Il pontefice oppose rassegnazione e silenzio e protesta; armi pi forti ch'altri non creda; e perch le sedi vescovili rimaneano scoperte, Napoleone obbligava i capitoli a far le veci del vescovo ed a professare le opinioni gallicane. Le spade perdono il filo battendo sui piviali: e le coscienze de' nostri furono conturbate quando la scomunica colp il padrone e chi lo serviva.
.
Napoleone, venuto su colla guerra, colla guerra era costretto sostenersi, e in conseguenza le imposte si rincarivano ognora pi; il ministro Prina esauriva ingegnosi spedienti e disastrosi ripieghi per ismungere denaro, e pubblicava rendiconti che ingannavano con apparenza di prosperit. Fatto  che il preventivo del regno sal fino a 130 milioni, 30 dei quali per mantenere un esercito francese; oltre 1,200,000 lire d'annua rendita sul nostro Monte, che Napoleone erasi personalmente riservate.
.
Da Milano egli decret il blocco continentale, dove, per rovinar l'Inghilterra, comandava all'Europa di privarsi delle derrate coloniali. Di questa gigantesca follia si sent il ricolpo fin nel pi povero abituro; lo zuccaro, il caff costavano un occhio; il cotone e il percallo divennero un lusso; e nella piazza de' Mercanti vedevamo bruciarsene balle, clte in contrabbando, mentre sapevamo che se ne permetteva poi l'importazione a grossi premj; laonde la bosinata beffava questo imperatore e re, negoziante di zuccaro e caff.
.
Maggior ferita era lo strappare alle famiglie i figliuoli, senza limite, in et freschissima e quasi certi che non ritornerebbero pi. Nel corpo dei veliti poneansi i benestanti, non accettandosi cambio ed obbligando le famiglie ad assegnare a ciascuno 200 lire l'anno: 1200 alle guardie d'onore, sfarzosamente divisate e colla promessa che non avrebbero a marciare fuor della patria. Ma le guerre cresceano a Napoleone il bisogno di carne da cannoni; e dopo uditi tanti trionfi e tante promesse di pace, dopo che tanti nostri erano periti fra i calori della patriotica Spagna, si ud che bisognava dargli un altro esercito da mandare fra i geli della Russia. Finiva il carnevale del 1812, e la brillante officialit rallegr Milano con una mascherata delle pi pompose. Poveretti! e doveano perire tutti: e chi non ebbe un parente a piangere fra 40 mila nostri, morti col, morti per causa non nostra?
.
Napoleone, reduce dalla spedizione di Russia inerme ma non ravveduto, domanda nuovo oro e nuovo sangue; 15 mila uomini sopra le classi gi esauste e fra 15 giorni. La nostra giovent fugge ai monti, ben sentendo avvicinarsi quell'ora in cui la providenza intuona ai prepotenti, basta. Venuto in nome della libert, Napoleone la trad: ora i suoi nemici avevano imparato il prestigio di quella parola e, confederatisi, venivano promettendo libert, indipendenza. I bullettini assicuravano che l'astro di Napoleone ardeva ancora di gran luce, eppure gi gli alleati giungevano all'Adige. L'esercito italiano, eroico al Piave, sul Raab, in Ispagna, in Russia, non manc a s stesso nelle giornate di Roverbella, di Borghetto, di Guastalla, di Parma; al fine si trov bloccato in Mantova, dove la viceregina and a cercare il marito e un letto per partorire.
.
Allora gli inni al Giove terreno mutaronsi in imprecazioni; i tanti che vantaggiavano di quel carnevale e che tuttora lo rimpiangono non alzarono un dito per sostenerlo.
Ecco ancora uno di quei momenti supremi ove Milano rimane arbitro dei proprj destini. I liberatori si erano arrestati all'Adige; sotto Mantova accampavasi un bell'esercito italiano; la gelosia degli alleati propendeva a formare del nostro paese un regno a parte, dandolo al Beauharnais. In questa intenzione raccoltosi, il nostro senato dibatteva i pubblici destini, de' quali mai non s'era preso pensiero. Ma Eugenio, mentre sollecitava le firme de' soldati che il chiedessero re, dimenticava il popolo: a' bei giorni s'era fatto de' malevoli, oltre quello stuolo ch' sempre avverso a chi sta al potere, e questi, collo sciagurato spediente delle dimostrazioni di piazza, insistettero perch il senato richiamasse la deputazione, spedita a chiedere l'indipendenza ed Eugenio per re, e si convocassero i collegi elettorali. Le carnificine, l'enorme pagare, le turbate coscienze facean a molti ribramare come un paradiso la quiete del dominio austriaco, che si figuravano paterno e lasso come prima del 96, con 10 o 12 mila soldati, messi qui di sentinella affinch nessuno c'inquietasse mentre attendevamo ai nostri fondi, al nostro commercio, al nostro corso, al nostro teatro.
.
Mentre i partiti dibattonsi e si contrariano, una ribaldaglia si leva a tumulto, invade il senato spezzando le insegne del regno italico, e con carnificina lenta e vile trucida il Prina ministro delle finanze (20 aprile 1814). Delle scelleraggini che non riescono, ogni fazione riversa le colpe sull'avversaria, e v' sin ad oggi chi di questa imputa gli Austriaci, chi un Milanese che di questi fu vittima: e forse fu un caso il mostruoso assassinio; ma piombi sulla coscienza di chi lo prepar col diffondere gli odj, le calunnie, le promesse menzognere, ne fosse pur nobile. lo scopo.
.
Certo il profitto tocc tutto agli Austriaci, atteso che i nostri, sgomentati dal sangue e temendo il saccheggio, pregarono gli alleati di mandar truppe: e in fatto le divisioni austriache Sommariva e Neipperg vi entrarono il 28 aprile.
.
Il paese gli aveva invocati solo come protettori; e il consiglio comunale che, al cader d'un Governo, rimane alla testa del paese, nomin una reggenza provisoria (Carlo Verri, Giberto Borromeo, Giacomo Mellerio, Alberto Litta, Giorgio Giulini, Bazzetta), poi vi s'aggiunse un deputato di ciascuna delle provincie non invase; fu formata la guardia civica, convocati i collegi elettorali, aboliti gli aggravj pi odiosi, alleggeriti i dazj e il sale, tranquillata a buoni denari una divisione francese perch si ritirasse in Francia; sostenuti o illusi gli spiriti col mandare deputati alle alte potenze, onde chiedere un re nostro proprio e con statuto organico; intanto che raccomandavano ai soldati di tenersi quatti e obbedire, e alle popolazioni, di calmarsi, ch infallibilmente otterremmo l'indipendenza. Per Beauharnais, per l'assassinio del Prina perduta la speranza d'esser qui chiesto re, consegnava agli alleati Mantova e il non suo esercito; ben presto l'austriaco generale Bellegarde promulg che ci occupava a nome del suo padrone: il qual padrone ai deputati lombardi profess senza ipocrisia che noi gli eravamo attribuiti come paese di conquista, che dunque non si dovesse parlare d'indipendenza o di costituzione, e soggiungeva:  Milano, cessando d'esser capitale, deve necessariamente decadere. Tutto quello che io posso  cercare che decada adagio.
.
Chi avesse veduto come gli animi de' nostri padri si serenavano al trovarsi sollevati da quei pesi esorbitanti: a poter ancora adorare come volevano: poter credere che un bravo falegname e un onesto merciajo valgano almeno quanto un generale e un eroe: poter crescere i figliuoli in casa a lavorare i campi e a vita da galantuomini! Pure quel regno che, per quanto cincischiato, portava il nome d'Italia, quelle solennit, que' ministeri, quegli intrighi, quegli impieghi, quelle parate furono ribramati viepi, quanto pi freddo diveniva il silenzio sottentratovi.
...
.
...
27. 
Il dominio austriaco.
.
Se la rivoluzione impianta la forza sopra al diritto e al dovere, dalla pace nasce la libert. E quella dapprima parve bastante, a confronto della oppressura sofferta; e poco i padroni temendo, poco noi chiedendo, procedevasi da buon a buono: ma presto rivissero i desiderj; il pensiero rimbalz, e il buon accordo disparve.
Quando nel 1815 Napoleone era fuggito dall'Elba, alcuni che aveano cospirato per esso furono processati da una corte speciale, preseduta dal marchese Silva. Nel 1821 altri doveano secondare i Carbonari piemontesi per rivoltare il paese e ottenere la costituzione, ma non ne provammo che la disillusione, e dopo lunghi processi, diretti da Salvotti e da altri tirolesi, furono esposti alla gogna illustri cittadini119, i quali poi allo Spielberg scontarono le speranze. Nel 1833 si rinnovarono gli armeggi col nome di Giovane Italia, e anche allora non ne seguirono che procedure e condanne di morte, ma nessuna ne fu eseguita. Morto Francesco I (2 marzo 1835), suo figlio Ferdinando cass quei processi e proclam un incondizionato perdono, che, per quanto attraversato dai subalterni, ci restitu una quantit di esuli e di carcerati, e bast perch, quand'egli venne a cingersi la corona di ferro, fosse festeggiato con tutto quell'entusiasmo che mostra ai principi qual sia il modo di farsi o benedire o tollerare.
.
Del resto quei sette lustri passarono senza avvenimenti clamorosi, quando non si voglia contare la fame del 1817, susseguita dal tifo petecchiale; poi il colra del 1836, rinnovato pi volte con grave danno, per quanto riparato dallo zelo della carit, dall'attivit de' magistrati, dalla saviezza dei medici.
Il regno lombardo, di cui Milano era capitale, contava 2,600,000 abitanti in nove provincie, sulla superficie di 20,476,981 pertiche metriche, estimate 134,297,641 scudi, su cui si pagavano circa 22 milioni di lire austriache, a 177 millesimi per scudo.
A Milano sedevano un vicer, un governo per l'amministrazione politica, un magistrato camerale per la economica, con lunghissima gerarchia di impiegati, occupantisi ad applicare i decreti che venivano da Vienna.
.
Passo a passo ci furono tolte le scuole cliniche dell'ospedale e le altre speciali; poi il generale comando militare; poi l'uffizio topografico, lasciandoci come ricordo del primato antico la stamperia reale e la zecca, che per adequato battea 6 milioni di lire l'anno. Una lira lombarda fu introdotta e coniata nel 1823, colla divisione decimale. Le patenti 10 giugno 1818 e 11 aprile 1822 stabilivano che qui non s'emettesse mai carta moneta a corso forzato. Agli antichi Monti unendo i beni delle corporazioni soppresse, i diritti regj e fiscali redenti, gli antichi e nuovi debiti, erasene formato uno che la consulta di Lione dichiar nazionale e che fu riconosciuto nel trattato di Vienna. Il suo debito saliva allora a 202 milioni di franchi, gravati della rendita di 11,900,000: dappoi fu ingrossato per arbitrio sovrano.
.
La costituzione comunale fu rimessa sul piede del 1755: e per essa la citt nostra aveva un podest provisto di lire 7800, assistito da sei assessori gratuiti, scelti fra quei che possedessero in citt almeno 2000 scudi di estimo. Il consiglio comunale eleggeva un deputato per la citt, e col resto della provincia alcuni deputati pei nobili, alcuni pei non nobili, fra i censiti d'oltre 2000 scudi, e formavano la Congregazione Provinciale seienne. Al modo stesso, fra persone censite d'almeno 4000 scudi eleggeasi un deputato degli estimati nobili, uno dei non nobili, uno della citt, che coi deputati delle altre provincie formavano la Congregazione Centrale, sedente in Milano alla quale competea ripartir le imposte ed esporre i bisogni del paese.
.
La citt, con 190,000 abitanti, traeva lire 480 mila dall'estimo sugli stabili, 1,100,000 dal dazio consumo, il resto fin a 4 milioni e mezzo da beni proprj, tasse, licenze.
Si lunga pace non potea che crescere la prosperit materiale. Migliorate le abitazioni, la popolazione divenne pi sana, sminuendosi la quantit de' gozzi e di quei nani e sbilenchi ond'era caratterizzata. Le case civili furono si pu dir tutte riformate in salubrit e comodi; con acque sane e attenzione alle vettovaglie vendereccie; allargaronsi molte vie, le altre riformaronsi, ritirando le imposte e vetrine sporgenti e le botteguccie e i panchini sulle piazze120, e levando dal piano le pericolose ferriate che dan luce alle cantine; si proib d'accumular in queste il concime; si incanal l'acqua dei tetti; si stabilirono i pompieri; si crebbero tutte le comodit della vita, il gusto degli addobbi e dei fiori. Nello stradario in campagna i Comuni di questa sola provincia spendeano mezzo milione all'anno. Nel 1835 si pens alle strade ferrate, e un milanese non pu toccar questa corda senza arrossire ricordando quanta feccia di basse passioni si smosse.
.
I patrizj avevano almanaccato che coi Tedeschi tornerebbero i privilegi aristocratici, e ne presero aria e vanto, fino ad istituire un Casino pei soli nobili ammessi alla Corte. Ma certe ruine che il tempo fa, nessuno pi le rialza. Tommaso Grossi, allora giovane, colp quell'albaga con una satira ove il dialetto nostro era virtuosamente adoprato a flagellare il vizio; a differenza de' troppi che lo volgono o a diffondere l'immoralit, o a blandire basse passioni, o a contristare l'operosit e la beneficenza. Del resto quale aristocrazia si pu dare ove da un secolo sono sancite l'eguaglianza in faccia alla legge e la libera concorrenza? L'abolizione delle primogeniture, spezzando le ingenti sostanze, fe molti ricchi operosi invece d'un ricchissimo oziante.
.
Se negli antichi tempi un signore milanese all'imperatore Augusto serv asparagi conditi coll'olio, in un pranzo di tanta semplicit che Augusto celiando gli disse:  Non credevo fossimo in tanta confidenza, sempre avemmo opulenti, che faceano meravigliare gl'illustri forestieri colla principesca loro suntuosit. Ma dopo l'occupazione francese e le leggi nuove, alla cordialit e alla socievolezza fu surrogata la circospezione; e cess nei gran ricchi quel tenere tavola aperta ai conoscenti e ai raccomandati, massime nelle prolungate villeggiature, e il gran corteo di servidori.
.
Pochissimi davansi alla milizia e alla prelatura; si attendea personalmente ai proprj interessi con abitudini d'ordine; e le campagne della Brianza e del Varesotto non si popolavano solo per le delizie della villeggiatura, ma anche per le sollecitudini agresti. Poich, praticandosi poco il giuoco di carte pubbliche e d'azioni industriali, e poco essendo sviluppata l'associazione commerciale, volontieri si fissava il denaro ne' terreni, o affidavasi a negozianti. La cui principale attivit si rivolgeva al traffico delle sete, del quale Milano era emporio, asportandone due milioni e mezzo di libbre di greggia, tre e mezzo di torta, oltre quella che qui si consumava, e cavandone un valore di cento milioni.
.
Nel 38 si pose una societ d'incoraggiamento di arti e mestieri, ove s'istruivano gli operaj; societ di mutuo soccorso fra giardinieri (1841), fra lavoranti cappellaj (1833), fra medici e chirurghi (1843), fra agenti di cambio (1847) e alquanto pi tardi fra commessi di negozio (1851) e fra maestri privati (1856). L'associazione de' capitali fu applicata con grosso lucro nel 1825 all'assicurazione per gli incendj, dappoi alle diligenze e agli omnibus, si che il viaggiar comodo e lesto non fu pi privilegio de' ricchi.
.
Il teatro era cuore e mente della societ milanese. Negli antichi tempi, a un Teocrito Pilade, chiamato qui apposta per rappresentarvi le Troadi e la Jone di Euripide, fu posta una lapida che si conserva nella Biblioteca Ambrosiana. E denari e medaglie e marmi tributavansi adesso a famosi teatranti, e parteggiavasi per ballerine e cantatrici.
Ma se Foscolo aveva accusato la nostra citt di lasciva perch allettava evirati cantori mentre negligeva le tombe de' suoi grandi, ormai potea dirsi l'opposto, giacch, non paghi di erigere nel palazzo di Brera monumenti a Parini, a Oriani, a Beccaria, a Cavalieri, nomi consacrati dal tempo, sembrammo volere eclissarli fra una nebulosa di altri, cari ai conoscenti, lodati dalla gazzetta.
.
La carit continu felici prove. Il grande Ospedale possiede 180 mila pertiche di terreno, e ben 484 once d'acqua, molti boschi, tre mila giovenche, col censo di scudi 1,267,782; e colla rendita di 1,700,000 lire alimentava circa 2350 infermi al giorno, non contando i pazzi, i trovatelli e il luogo pio di Santa Corona, che medici e medicine gratuite appresta ai malati nelle loro case. Ma lo deteriorarono gli avviluppati modi dell'amministrazione, gli aggravj che assorbono mezzo milione, i tanti militari posti a suo carico, la sempre crescente affluenza degli esposti e dei malati. La contessa Ciceri nel 1823 col proprio peculio fond l'ospedale delle Fate-bene-sorelle; il maggior Birago un ricovero pe' sacerdoti vecchi; il marchese Secco Comneno pei convalescenti, altre pinguissime disposizioni il marchese Fagnani e i conti Dugnani e Mellerio.
.
L'istituto Elemosiniere, in cui vennero concentrate moltissime beneficenze pel patrimonio di 18 milioni, erogava l'anno 1,200,000 lire in sussidj, doti, pensioni a vedove, a studenti. E si calcolava la beneficenza avesse il capitale di 54 milioni, quasi quattro spendendone per ogni anno121, e possedea per 15 milioni e mezzo, di cui 5266 ettare di terreno l'ospizio de' vecchi e i due orfanotrofi, che alimentano 300 fanciulle e 200 fanciulli. 
.
La privata era incalcolabile prima che i disastri porgessero pretesti a non fare, quando avriano dovuto essere stimolo a raddoppiare gli sforzi e ammirare come vera fratellanza e democrazia la cura fervida, intelligente, suntuosa che alcuni ricchi prestavano ai corpi e agli spiriti del povero popolo. In quella vece quante accuse e burle erano dirette contro la Pia Unione, cominciata nel 1802 sotto i padri De Vecchi per confortare i malati all'ospedale! Nel 1836 riconosciuta legalmente, spendea con lautezza, e fond scuole gratuite pei due sessi, e serali e domenicali; oratorj per le ricreazioni festive, ricoveri per le pericolanti, le pericolate, le ravvedute, e soccorsi a domicilio122. La beneficenza, che era tutta religiosa pei nostri vecchi, poi al fine del secolo passato si ostent filantropica, e nel nostro burocratica, male si separa dalla fede.
.
Gli Ordini religiosi non si lasciarono rinascere123. Nel 1823 eransi introdotte le Suore della carit; nel 41 la casa pe' fanciulli discoli; nel 44 il patronato per gli scarcerati; nel 36 gli Asili per l'infanzia; nel 39 i Conservatorj per la puerizia e l'istituto pei ciechi; nel 50 i presepj pei lattanti.
Non infelici prove fecero le arti nel fabbricare la galleria De Cristoforis (Pizzala), l'ospedale dei Fate-bene-fratelli (Gilardoni) e delle buone sorelle (Aluisetti), il collegio Longoni (Cristoforetti), la rotonda di San Carlo (Amati), le porte Comasina, Orientale, Sempione, e varj palazzi, alla regolarit accademica non immolando la libert del genio, n al gusto palladiano le comodit moderne.
.
Agostino Comerio fresc grandiosamente in San Satiro e in San Sebastiano; e Vitale Sala in Santo Stefano e San Nazaro, altrove Arienti, sobriamente robusto e pien di sentimento; Bertini, immaginoso ne' concetti quanto diligente nell'esecuzione: il Sidoli, i due Mazza, Pagliano, Casnedi, Modorati, Conconi sostennero il decoro patrio fra coloro che qui accorsero d'altre parti: e i tanti scolari di Sabatelli, di Servi, del bolognese Pelagio Palagi (Bellosio, Nappi, Airaghi, Barabini, Zuccoli, Gerosa..), del veneziano Hayez (Appiani, Cattaneo, Focosi, Silo, Pecora, Belgiojoso, Cornienti, Induno...), di Canella, dei Bisi, impinguavano l'annuale esposizione, la quale quando cominci nel 1803 offriva 70 capi d'arte, nel 54 ne ebbe 741. Non  colpa degli artisti se devono restringersi al genere e ai ritratti, dove valsero tanto il Molteni, il Sala, gli Induno, il Pezzi, e al paesaggio vanto dei Bisi, del Belgiojoso, del Renica, dell'Inganni, del Riccardi, del Villeneuve124.
.
Gli scultori Grazioso Rusca, Carabelli, Perab, De Maria, Pasquali, Camillo Pacetti, Aquisti, due Monti, Labus, Pizzi, Somaini, Strazza, Pandiani ebbero lungo esercizio al Duomo, all'Arco del Sempione, alla barriera di porta Orientale, ne' cimiteri e nelle case; e gli studj di Cacciatori, Sangiorgio, Miglioretti, Scorzini, Galli, Fracaroli, Puttinati, Motelli, Magni, Vela, Agliati, Tantardini... attestavano che il lombardo Sardanapalo non voleva essere soltanto d'ozj beato e di vivande. Nessuno ebbe commissioni pi magnifiche e comp opere pi ambiziosamente mediocri che Pompeo Marchesi, di cui ricorderemo per finitezza il bassorilievo di Saronno, per affetto il San Giovanni d Dio ai Fate-bene-fratelli, oltre il maggior gruppo moderno, il Venerd Santo in San Carlo.
.
La lodata scuola degli ornatisti, continuata in Durelli, Vacani, Lavelli, Brusa, Gabbetta..., parve sagrificare la grande scultura, ma vantaggi le arti industriali. Applicata alle decorazioni, sbizzarr collo Scrosati, il Montanara, il Bernacchi: e in fiori e intagli valse col Rossi, il Gerli, il Bernasconi, il Macciacchini, lo Speluzzi. Manfredini, Pandiani, Conterio, Thomas, fusero anche lavori grandiosi, come il soprornato dell'Arco della Pace. I cesellatori Rinzi, Broggi, Cesari, Sala, Bellezza... compirono elegantissime argenterie. Il Bertini e il Brenta ravvivarono l'arte dei vetri colorati. Nel 45 gli artisti formarono una societ di studio e divertimento.
.
In Milano si esegu la met delle edizioni italiane del primo mezzo secolo; qui le pi costose, se non le pi importanti collezioni, come de' classici, degli economisti, delle commedie, la biblioteca storica, la collana de' Greci; qui la ricchezza delle strenne e quella de' giornali, che i buoni speravano render utili col diffondere la creanza, l'amorevolezza, il buon senso, o dalle altezze inaccessibili condurre la scienza a fecondare il campo della pratica; e invece, letti non dal popolo, ma da voi, da me, dal mondo elegante, troppo spesso svagarono gl'ingegni deboli coll'improntarli alla maniera di uno che improvisi articoli senza studio, senza coscienza, senza le simpatie che son necessarie onde penetrare nello spirito dell'autore per correggerne i difetti, non per lusingarli; o articoli dove pascere le plebi di politica, d'odj e di menzogne, e adular gli avventurieri di jeri, che diverranno i Cesari del domani.
.
Qui comparvero le pi stizzose scritture intorno alla inesauribile disputa della lingua, dove Gherardini fu degno d'occupar il posto del Monti nell'attacco contro della Crusca. L'abbaruffata del classicismo col romanticismo, cio del convenzionale col sincero, fu primamente agitata dai nostri Ermes Visconti, Berchet, De Cristoforis, Confalonieri, Borsieri sul Conciliatore; spento questo, la nuova scuola fu battuta con persecuzioni legali e coi legali vituperj della Biblioteca italiana, e insieme con poesie, prose, drammi, malgrado la cui tempesta la verit trionf, n pi si pretese che l'ispirazione fosse espressa con meschinit accademiche e canoni prestabiliti. Giovanni Torti, autore di versi pochi e valenti, fu l'Orazio della nuova scuola, di cui volle essere il Virgilio Tommaso Grossi. Manzoni, ignorato ancora e vilipeso in patria quando gi era illustre presso gli stranieri, alfine pel suo romanzo divenne popolare; e in una superiorit indisputata pot anticiparsi la gloria postuma. I suoi seguaci, dalla ciarla senza passione e senza scopo elevato, e da una rigidezza, frivola nella sua seriet, che riponeva il merito nell'imitare, rivocarono la letteratura a teoriche di gusto che son lezioni di dignit e di coraggio; a una pratica di verit e di osservazione; ad esempj d'affetti, di studj, di meditazione, di umilt.
.
L'innovato genere dei romanzi non solo qui fece le prime e pi felici prove, ma divulg e fasti e paesi nostri. Ci qualificano innajuoli, ci incolpano d'aver introdotto frati, parroci, buoni paesani, onesti operaj: noi li crediamo meglio che i soggetti immondi, le clandestine curiosit, le declamazioni socialiste, che fan del popolo un eroe per dispensarlo d'esser un galantuomo.
.
Altri avvivarono fatti antichi o ritrassero la vita odierna sul teatro. Giulio Ferrario col Gironi ed altri abborracciarono un'opera costosissima sul Costume antico e moderno. Il conte Carlo Ottavio Castiglioni (-1849) studi sulle monete cufiche e sul goto Ulfila. Nella Biblioteca Ambrosiana continuarono feconde ricerche il Bentivoglio, il Mazzucchelli e principalmente il Maj. Pompeo Litta avviava una storia delle Famiglie celebri, con pazienza di frate, splendidezza di principe e calore d'Italiano. Ma non pochi carpirono il titolo di dotti, mentre non meritavano che quel di ciarlatano.
.
E non a torto davasi il titolo di Atene italiana alla citt ove in poco giro d'anni comparivano l'Adelchi e I Promessi Sposi, l'Ildegonda e I Lombardi Crociati, Scetticismo e religione, Marco Visconti, Ettore Fieramosca, Margherita Pusterla, l'Origine delle idee, la Storia Universale, i racconti del Ravizza e del Carcano, le traduzioni del Maffei, del Martelli, del Ballotti, e in belle arti i Vespri Siciliani, l'abdicazione di Gustavo Adolfo, i paesaggi del Migliara, le scene del Sanquirico, lo Spartaco, il Socrate, l'Achille ferito, lo Sposalizio inciso dal Longhi, la Certosa disegnata dai Durelli.
.
Oltre l'Istituto di scienze, lettere e arti, che nelle biennali esposizioni metteasi a contatto cogli industriali, si costituirono un'Accademia fisio-medico-statistica (1845) e un Ateneo. La specola continu la serie delle sue osservazioni astronomiche e meteorologiche. Giacomo Marieni, uno dei pi distinti ufficiali del nostro Istituto topografico, fece l'atlante idrografico del mare Adriatico e comp la rete trigonometrica del Lombardo-Veneto e degli Stati pontifizj e toscani, fonte principale della topografia dell'Italia superiore e media; e compiendo un arco meridiano di tre gradi e mezzo da Roma a Venezia, duplicava la meridiana di Marie e Boscovich.
.
Gli scrittori vernacoli del 600 e del 700 affettavano il dialetto del vulgo e de' contadini; e sullo scorcio del secolo passato lo difesero il Parini ed il Tanzi; lo adoprarono con lode anzich con felicit il Balestrieri, il Birago, il Garioni, il Pelizzoni, e pi disinvolto il pittore Bossi, poi incomparabilmente Carlo Porta (17761821), che, ridottolo alla frase e al costume cittadino, se ne valse a ritrarre i sentimenti, le scempiaggini, i rancori popolari o vulgari, senza n carit n pudore. Tommaso Grossi gli diede la consacrazione delle lacrime pietose e dei fremiti patriotici. Il Cherubini ne fece e rifece un amplissimo dizionario, assai meno utile che quello del Banfi.
Quanto alla storia patria, Carlo Rosmini a tre volumi in-4. con 56 rami, ove l'indipendenza guelfa contrapponeva espressamente allo spirito regalista e antipapale del Verri, aggiunse un intero volume di preziosi documenti. Al Verri ripetutamente stampato, fecero continuazioni il Custodi e il De Magri; e storie intere ne scrissero De Cristoforis, Olcese, Brambilla, Campiglio, Somaglia, Cusani..., nessuna divenuta popolare, nessuna che elevi lo sguardo dalle particolarit al complesso, o in cui l'interesse arrivi all'emozione. N alcuno tess la storia delle arti o della letteratura nostra, n si continuarono tampoco quelle dell'Argelati e del Corte125.
.
Checch si cianci della nostra aria panerosa, basta mettersi in una conversazione per accertarsi che penetrante sguardo, leggiadra scioltezza, potenza naturale abbondano ai nostri, qualora amassero le faticose instituzioni e la virile disciplina; anzich fantasticare il superfluo mentre manca il necessario, si persuadessero che col sentimento della propria energia si acquista la coscienza del proprio diritto, e non si lasciassero menar via da allucinante presunzione, dal cambiare l'ammirazione in articoli di fede, da quello spirito d'eguaglianza che traducesi in invidia; da infruttifere dimostrazioni, da inorganica moltiplicit, da una inoperosit di cui non solo vogliono godere, ma farsi merito come d'eroica astinenza.
.
Quanto all'uomo vulgare, al Meneghino, buon pastricciano, tutto casa, tutto paese, tutto bonariet e intimit benevola e allegria chiassosa e mobilit gajamente loquace, gi se ne smarriva il tipo. Ora ch' perduto affatto in questa bufera che mai non resta, ecco come allora veniva dipinto. L'antica taccia di voracit e delle parole grossolane egli rimove pi sempre, merc l'educazione. Per un piacere e' si farebbe in briciole, massime se non costa fatica n turba l'ora del pranzo. Devoto a misura, accorre a San Celso, a Santa Maria Beltrade, a San Calocero, a San Bernardino; si ascrive a confraternite onde pregar pei defunti e far pregare per s. Ride volentieri; ride quando l'Uom di Pietra126 lancia sassate in alto e in basso e quando Pulcinella in piazza bastona chi gli capita; ride delle pedine che dan scaccomatto al re; se qualche libellista malmena un letterato o svillaneggia un galantuomo, egli ride di assenso al buffo che sprezza, come ride di scherno al savio che stima; ride quando legge il suo dialetto spaccato nelle bosinate, plebee di senso e di forma; ride di s stesso quando nel Giovannin Bongee, nel Marchionn, nel Cioccon de grappa vede ritratta la sua grossolana semplicit, degenerante spesso in dabbenaggine, la sua diffidenza che si lascia abbindolare, i suoi millanti che non escludono la vigliaccheria.
.
Quasi ogni San Michele e' muta di casa; discretamente improvido, ozia il luned; vuole vestir bene, almeno di sopra; anche ai pitocchi d del lui e del lei; e confida ne' molti soccorsi pubblici; e sa che malato ha l'ospedale, vecchio ha il luogo pio Trivulzio, ch'egli chiama la sua reggia e la sua nobilt: ma mi rincresce dover dire che ha il coraggio, cio la vilt, di gettar i bambini in quel vortice di morte e di immoralit che si chiama il torno. Da alcun tempo gl'insegnarono a pensare al domani, aggregandosi in compagnie di mutuo soccorso, o mettendo un soldo alla Cassa di risparmio, invece di giocare al lotto e impegnar al Monte di piet. Chi non conosce l'abilit dei borsajuoli e le capresterie de' biricchini nostri? ma di tempo in tempo dan fuori assassinj e atrocit, che, gli  vero, Meneghino imputa sempre a forestieri.
.
Perocch Meneghino ama assai il suo paese e ripone il patriotismo in una buona dose di sprezzo pei provinciali, e in far burle ai villani quando affluiscono a Santa Croce o al perdono dell'Ospedale. Del resto accoglie i forestieri con aria dabbene e protettrice; ama la sua parrocchia; sospira se perde di vista la guglia del Duomo; e guai se gli toccaste il suo carnevalone, la sua Scala, il suo arcivescovo, il suo cielo cos bello quand' bello. Vi dir che i suoi sartori, i suoi calzolaj, i bigiotieri suoi son i migliori del mondo, e che non c' leccorna che uguagli i suoi stracchini, i suoi panatoni: e quando vi parla del suo Duomo, de' suoi pompieri, del suo stendardo di sant'Ambrogio, di casa Litta o casa Busca, dei milionarj della via de' Meravigli, della sua galleria del suo corso, de' suoi monsignori che portano mitra anche nelle processioni, del suo arcivescovo che funziona come il papa e (dice lui) entra in Roma a croce alzata, Meneghino si ringalluzzisce e domanda: - Che vi pare, eh? c' il simile al nostro Milano? Vedi Milano e poi muori.
.
Con tutto ci nol crediate appassionato della sua storia: tutt'altro; i libri che men si vendono son quelli di storia milanese, se pur non siano scritti da cento anni: perch la gente civile trova comodo sentenziarli senza leggerli, quand'anche non li denunzia a due inquisizioni opposte; e il buon popolo  gi assai se ricorda sant'Ambrogio, san Galdino, san Carlo, e il ceffo del Barbarossa e le lepide crudelt di Barnab.
Am finora certe feste di antica data: san Bartolomeo, quando si inalberano le pampre, canne a cui sono attaccate delle cialde; san Cristoforo, ove si portano rustiche ventaruole di foglio; san Francesco e san Foca, ove si sfoggiano fiori; il Corpus Domini, ove non figuravano pi santi ed angeli, ma, come a festa nazionale, lusso di decorazioni e di divise; l'Annunciazione, in cui nell'Ospedale rivede le fisionomie de' benefattori defunti, che conosce come e pi dei viventi; Santa Croce, ove una folla di contadini e massime di balie invadeva la citt.
.
Ch il divertirsi di tutto e per tutto  una passione dei nostri; e scappa fuori anche quando si prefiggono di tenersi in broncio. Il carnevale, che dura quattro giorni di pi che altrove, qui attira i buontemponi. Le mascherate nel secolo passato, pi strepitose e spenderecce, menavansi lungo la porta Romana, poi la contrada Larga e di l al Duomo, lanciando mele, pomaranci, uova ripiene di acque odorose, le quali pure si sprizzavano con schizzatoj, che qualche mal talento riempiva di tutt'altro; da poi si ridussero a scagliare confetti di farina e gesso, che insudiciano persone e cose, ma danno il piacere dell'attivit.
.
Mentre le persone come va, possono togliersi alla gran fatica del pensare e alla noja di trovarsi seco stesse col frequentare i molti teatri, passeggiare ov' pi folto il vallo oriental d'uomini e belve; nuotare nel Bagno di Diana; leggere nei casini; discorrere e fumare nei 120 caff dove si ministran bevande, ozio, novelle: il basso popolo non vuole rimanerne addietro e rifugge ai vinaj. V' uno spettacolo? Meneghino non vi manca; e mentre col sentimento ammira, colla riflessione si mostra malcontento, perch gli han insinuato che la scontentezza  indizio di talento e prova di patriotismo; e ripete che non porta nemmen le scarpe dietro a quello dell'altra volta, a quello del tempo dei tempi. C' due feste? Pone moglie e figliuoli sulla strada ferrata, e li porta a Monza, a Desio, a Como; oppure in un biroccio, e va a trovar la balia o i parenti di fuori.
.
Bisogna udire poi la sera cori di popolani, ne' quartieri meno rinciviliti, modular canzoni, sciocche quando non anche sconcie di senso, ma mirabili di melodia: o in chiesa, con una letizia raccolta e compunta, rispondere a sproposito agli inni sacri e a quelle affettuose lodi, ove si prega Maria a pregare per noi: testimonio di quella schietta ilarit che sgorga da un cuor buono e da una mente mediocremente spensierata.
.
L'avvezzarono da alcun tempo a ragionar di politica, ma di quella fina, vi so dir io; e quanto a lui, saprebbe bene come s'ha da fare per finirla; una brava forca, cinque o seimila teste; lui che, se gli venisse l'occasione, non torcerebbe un capello inutilmente al peggiore suo nemico. Intanto, se gli piove addosso o se fa asciutto, esclama: Oh sotto l'altro governo! oh prima della rivoluzione! Pure dei governi che non l'han fatto tremare non si ricorda che beffardamente; e riverendo i regj impiegati, delle doglie che sente imputa soltanto chi eseguisce.
.
E fortuna ch'egli non legger queste pagine; se no, me ne vorrebbe male, a me popolano quanto lui; a me, che pur sapr ricordare anche ai lontani siccome abbiam veduto nelle grandi occasioni questo vulgo, dalla superbia disprezzato nelle sue virt, abbandonato ne' suoi errori, vilipeso nelle sue miserie, ma che non crede mercimonio il benefizio, non follia il sacrifizio; che  pronto sempre a rispondere col cuore e cogli atti a chi ne conosca il linguaggio, a chi, col non tacergli le sue ragioni e la sua dignit, abbia meritato di poter intimargli i suoi doveri; mi basti accennare la prima invasione del colra, pi spaventoso perch nuovo. Molti ricchi erano fuggiti; noi dotti o tacevamo spauriti o litigavamo se fosse contagioso o no: i gran politici, mentre uscivano dal teatro ove in una sera spendeasi tanto da illuminar tutta la citt, pietosamente calcolavano sulle dita quanto pane si sarebbe potuto comprare colle candele superstiziosamente accese davanti a un Crocifisso o all'effigie del santo che fu l'eroe e il conforto d'un altro contagio. Ma questo vulgo alleviava i patimenti colla preghiera e col rassegnarsi ai decreti della providenza: non mormor, non tumultu, non disonorossi colle spietate ubbie di paesi pi colti; dalla costernazione sollevava l'anima cantando invocazioni a Maria; ed era suo merito la spontaneit dei mutui soccorsi, la venerazione al clero tornato eroe, la docilit ai suggerimenti dati da chi doveva e come si doveva.
E presto gli si offr un'altra grande occasione.
...
.
...
28. 
La rivoluzione.
.
La stessa prosperit materiale eccitava altri bisogni, confacenti all'uomo il quale non vive di solo pane. Ad alcuni stava riposta in cuore la fratellanza con tutta Italia, e che Milano era stata capitale d'un regno floridissimo, del quale, come avviene dei morti, ricordavansi soltanto le carezze. Altri diceano:  L'amministrazione d'adesso  paterna, cio vuol far tutto lei; e persuasa di voler il bene, non cura n i consigli n la persuasione de' sudditi; e per la lontananza o non conosce o tardi provvede ai bisogni; con tanti impiegati forestieri,  troppo difficile quella fusione che i subordinati considera per fratelli, e ripone il dovere non nel servire al Governo, ma nel bene del maggior numero; laonde in trentatr anni mai non si apersero a costoro le braccia e nemmanco le case. Scrittori e pensatori onorati di fuori, non solo rimangono negletti, ma perseguiti o sospetti; della stampa, che pur ha norme pi larghe che ne' paesi vicini, l'applicazione affidasi a persone n onorevoli, n integre, n capaci, che confondono il franco parere dell'uomo savio colle suggestioni del turbolento. Il vulgo taccia di superbia coloro che tengonsi ritti fra i molti che strisciano. La Polizia, arbitra di tutto, vince la mano al Governo e guasta fin la Giustizia: e lo stiticar i passaporti, e le frivole indagini, e il sospetto contro chi palesa vigor d'ingegno e di volont, la fanno insoffribile ai subordinati, tutt'altro che vantaggiosa ai dominanti, il cui miglior interesse consisterebbe nell'ottenere stima e benevolenza.
.
Tali malcontentezze il medio stato manifestava con beffe ed epigrammi, col cuculiare i Tedeschi che portavano i baffi e pippavano e non parlavano come noi; col fischiare qualche cantante o ballerina perch protetta da quelli; non bazzicavansi i soldati; metteva il supplente chi fosse coscritto.
.
Di quei che accettano dalle gazzette gli elementi de' loro giudizj, gli uni asserivano impossibile qualunque bene senza un sovvertimento radicale, e perci pestavano la terra invece di lavorarla, o teneansi in broncio e colle mani in mano: posizione comoda per metter il pennacchio dell'eroismo alla neghittosit o all'incapacit! Alcuni persuadevansi che sussista un ampio ordine di fatti e d'idee, superiori alla politiche, quali sono la morale e il perfezionamento di s e degli altri: laonde s'affrettavano di fare tutto quel che era permesso; migliorare il popolo, crescere la prosperit materiale, che agevola anche la prosperit morale; protestare contro i soprusi, avvinghiandosi alla legalit; capacitarsi al fare coll'abituarsi ad aver sopra ogni cosa idee fisse. Ma all'opposizione seria ed attiva, che conosce i proprj diritti e vi si fonda per domandarne l'attuazione, prevaleva quella vulgare, che lasciasi dominare dagli interessi e dalla passione del momento. I padroni la lasciavano ciarlare, poich ci non toglieva d'obbedirli e di pagare.
.
Ma quando tutta Italia nel 1847 cominci a fremere del desiderio di riforme, espresso cogli stabiliti Viva a Pio IX e coi ben ordinati disordini, la moda invase noi pure, e lodavamo altri principi italiani pel poco che aveano fatto e pel molto a cui volevamo supporli disposti. Allora divenne universale il parlar alto e far certi atti unicamente perch spiacevano al Governo; il quale proibendoli mise in evidente contrasto la popolazione colla Polizia, la sola veramente che allora venisse in giuoco.
.
Mor Gaisruck, buon tedesco ch'era qui arcivescovo da 27 anni, e che fu moda scorbacchiare in vita e in morte, poi elogiare dopo la tomba per iscorbacchiare il successore127. Si giubil come d'un trionfo nazionale al vedergli sostituito il bergamasco Romilli; e la citt fece e ripet feste, commemoranti i tempi comunali e i nostri prelati patrj e gloriosi. Gli animi ne rimasero ubbriacati, e i canti e gli inni causarono qualche tumulto che si dov reprimere coi soldati (8 settembre 1847). Fu il segnale della guerra; per esprimer la quale si cess dal pippare. Vi fu chi, non pago di un'astinenza cos urbana, la spinse fin a volervi obbligare altri; vi fu chi provoc col fumare, e cos nacque un parapiglia, dove la truppa fece quel ch'era ad aspettarsi (2 gennajo 1848).
.
Le autorit municipali s'interposero presso le dominanti; e il vicer promise frenerebbe l'arbitrio militare, e torrebbe le redini di mano alla Polizia; promesse risoltesi nel far prendere notte tempo e deportare alquanti cittadini128. Ma dal resto della penisola echeggiavano gridi di fratellanza italiana, di cacciata dello straniero; il ripeterli non era pi coraggio, quando assai pi se ne sarebbe voluto a non farlo; autorit paesane, che mai non eransi ricordate di avere diritto e dovere di manifestar i bisogni del paese, l'osarono; i dominanti, sentendo il nembo, massime dopo che la Francia era sorta a repubblica e le citt siciliane a rivolta, chiamarono soldati; e il vicer, senza intelletto n benevolenza, che qui stava da trent'anni, part, lasciandoci per unico addio la legge stataria.
.
Gli animi pendeano fra lo sgomento e l'aspettazione, quando la mattina del 18 marzo 1848 si legge sulle cantonate che il Governo imperiale da Vienna promette la costituzione a noi come a tutto l'impero, e intanto libera stampa e guardia nazionale. I prudenti consigliavano ad accettare quelle concessioni legali, per farsene scala a maggiori; e gi in tal senso Carlo Cattaneo pubblicava il manifesto d'un giornale: altri, da ci argomentando che dovesse una rivoluzione aver sossoprato Vienna, si eressero a pi alte speranze, si grid Viva l'Italia, Viva Pio IX; si aspir all'indipendenza: e presi i tre colori, si cominci quella battaglia di cinque giornate (18-22 marzo) che diede ai Milanesi la gloria fin allora insolita del coraggio.
.
L'esercito austriaco si ritir verso le sue fortezze del Mincio e dell'Adige, e Milano si trov libera con tutta la Lombardia e col resto d'Italia levatosi a sostenerla nel redimersi dallo straniero. Che feste allora! che speranze! quanta generosit nei pi, in contrasto cogli eroi della sesta giornata! quanti errori dei neonati della libert! quante illusioni di coloro che scambiano l'emblema per l'idea, e che, dopo invocata la tempesta, se ne sbigottiscono! Come apparve che i popoli si dimenticano facilmente e difficilmente imparano!
.
L'ajuto invocato de' Piemontesi era giunto dopo il fatto, sicch a molti parea che la repubblica fosse la forma pi meglio conveniente a paese ch'erasi rigenerato col proprio sangue. Ma quel nome sgomentava troppi e guastava i precorsi concerti; onde agli inni di Pio Noono successero le bestemmie; al primo slancio spontaneo, generoso, unanime subentr l'intrigo; il dissenso offr pretesti all'avarizia, all'ignavia, ai calcoli personali, alle stomachevoli prepotenze dei deboli; e mentre doveasi soltanto pensare a vincere, affluirono a Milano apostoli calcolati di subitanea unione monarchica per elidere gli sconsiderati predicatori di repubblica, e si spinse il popolo a votare la fusione immediata col Piemonte, rappresentato da un re sfolgoreggiante di gloria e guerreggiante per la indipendenza. Ad un governo provvisorio di onesta inettitudine129, che nella pinguissima citt avea sospeso i pagamenti del Monte e chiesto gli argenti delle famiglie, fu surrogata allora una commissione regia130 che precedette di pochi giorni il ritorno degli Austriaci. Perocch l'aquila bicipite avea rinnovato le penne tra le sue fortezze, e battuto l'esercito a Custoza, ricuper tutto il paese. Ah! copra l'oblio que' giorni nefasti, dove una turba esasperata insult al re e all'esercito, imputando di tradimento la sventura.
.
Dopo 126 giorni di libert, mentre tutto il popolo ne usciva, il maresciallo Radeztky rientrava in Milano (5 agosto); e stringendo la mano al nostro podest, diceva: - Abbiamo fallato tutti; cerchiamo tutti di farlo dimenticare e di far meglio.
Per un anno si stette come in terra di nemici, e mentre i padroni discutevano della pace e le potenze altalenavano di promesse e disillusioni, qui i cittadini ai soldati non s'avvicinavano che alla distanza d'una fucilata; giornalisti e avvocati promettevano la riscossa, e poich le forze italiane erano ancora integre, la si teneva certa, quando il 25 marzo 49 si seppe che il re di Piemonte, gittatosi a nuova guerra, era stato vinto di nuovo a Novara e aveva abdicato, e gli Austriaci restavano vincitori.
.
La rabbia tocc alla disperazione, ma bisogn obbedire, e non soltanto al nemico. Perocch i molti ch'aveano emigrato o costretti, o per moda, o di generosit mascherando vergognose ragioni, o speculando sull'avvenire, da Torino c'imponevano il da fare e da ommettere, chi lodare, chi vituperare, fin chi uccidere; e poich le fazioni gridano traditore chi non le serve a loro modo, non rispettavano n alto ingegno, n carattere illibato, n generosi precedenti. Infelicissima condizione, dalla quale deh avessimo saputo trarre lezioni, non foss'altro, di concordia fraterna, di mutua tolleranza, di quella volont che vuol portare la sua parte nell'azione comune, di quella generosit che non si svampa in ciancie n si drappeggia nella infingardaggine, ma che, riverendo la providenza, medita, impara, prepara.
.
In quel governo eccezionale la prepotenza militare era surrogata alla lenta burocrazia; i ristabiliti, non potendo impedire che si ricordasse e sperasse, doveano munirsi di bajonette e fortini e sbirraglie e corti marziali: eppure non riuscivano a rompere n il minaccioso silenzio, n le trame delle societ segrete. Per opera di queste, il 6 febbrajo 1853, fra le allegrie del carnevale, alcuni assalirono i soldati all'improvviso trucidandoli: ma, non secondati dal popolo, furono subito repressi. Ne seguirono i giorni pi orrendi per Milano: chiuse le porte, impedito il girar delle carrozze e toccar delle campane, percorse le vie da pattuglie col fucile inarcato, forzate le case, insolentiti i cittadini, clti taluni e appiccati; - poi per lunga pezza conservato lo stato d'assedio, cacciati tutti gli Svizzeri, sequestrati i beni degli emigrati, come autori d'un fatto al quale i cittadini non aveano preso nessuna parte e n'erano puniti ben peggio che dei cittadini scoppj del 48.
.
Poco a poco quella oppressione eccezionale lentossi, massime dopo che l'imperatore venne (1857) con un'amnistia incondizionata; e ripristinato il governo civile, pose qui governator generale suo fratello arciduca Massimiliano. Libert di stampa, libert di passaporti, libert della Chiesa erano veri progressi, come le industrie promosse, le vie ferrate estese, le dogane modificate. Gi durante le miserie precedenti eransi introdotte la stagionatura della seta (1853), una societ d'agricoltura e una di scienze naturali (1855) con museo distinto; riformato il liceo musicale, istituito un ospizio pei preti vecchi, un collegio pei sordo-muti di campagna (1854), la casa del buon Pastore per le ravvedute (1855).
.
Ripigliato l'ordinamento comunale e provinciale, si moltiplicarono i progetti, come avviene dopo ogni rivoluzione: riforma dei numeri delle case; fontane, bagni, lavatoj, un gran giardino pubblico131 e varj giardinetti, l'ampliamento della piazza del duomo, la pubblicazione delle carte dell'archivio, scuole speciali, un podere modello a Corte Palasio. Ma le spese della guerra e i bisogni d'un governo rinnovellato aveano costretto a rincarire le imposte, mettere prestiti or volontarj, or forzati, lasciare che i Comuni e il nostro si affogassero nei debiti: pesi viepi gravi pei ricolti mancati dell'uva e dei bozzoli, per diluvj, per rinnovata invasione del colra nel 49 e nel 53. L'imprevidenza d'un governo centrale, che voleva l'unit de' varj Stati senza interrogare l'opinione paesana, dalla lontana capitale inviava qui persone, ordini, istruzioni, monete, sistemi d'istruzione disadatti; la confidenza negata ai migliori paesani concedeva a subalterni che violavano impunemente le giustizie sancite in alto.
.
All'arciduca Massimiliano s'attribu la colpa d'aver dato ascolto ad alcuni Milanesi che gli suggerivano di farsi attribuire larga dose d'indipendenza, combinare una federazione italiana che assicurasse la quiete e i progressi interni e l'esterna sicurezza. I tragici e i lieti avvenimenti posteriori non offersero alcuna prova di ci: e forse la colpa sua sola fu di conservar il potere a condizioni che non gli permettevano di far il bene. Perocch lo avversavano non meno gli unitarj austriaci che gli emigrati nostri, i quali dal vicino Piemonte lanciavano faville continue e alimentavano le ire e le speranze. Il giogo tedesco era esecrato da una nazionalit permalosa, non tanto perch grave, quanto perch tedesco: desideravasi l'unione coi fratelli del Piemonte, e per arrivarvi sembravano leciti tutti i mezzi. Vagheggiavasi la guerra come unico mezzo di conseguire quell'indipendenza, in cui si ravvisava l'elemento primo della dignit, il fondamento di tutte le altre prosperit, il rimedio fin ai mali inevitabili. 
E la guerra coll'Austria scoppi, uscente l'aprile del 1859. Un esercito formidabile di Francesi, condotto da Napoleone III, univasi a quel di Piemonte, promettendo l'indipendenza dall'Alpi all'Adriatico.
.
Rincacciato l'Austriaco dal varcato Ticino, Milano accolse (8 giugno) i liberatori con un giubilo che  poco il chiamare entusiasmo. Prima ancora che entrassero nella citt, un avviso della Congregazione municipale invitava i cittadini a proclamare il re Vittorio Emanuele II, che da dieci anni prepara la guerra d'indipendenza; rinnovare l'annessione della Lombardia al generoso Piemonte; rinnovarla coi fatti, colle armi, coi sacrifizj.
I primi momenti d'un cambiamento qualunque sono sempre segnati da disordini, da sfoghi d'invidia e rancori, da vigliaccherie di chi dall'adulare i re pass a tempo ad adulare le plebi; da prepotenze di chi carpisce un potere, caduto da una mano prima che l'altra lo impugni.
.
Appena colla pace di Villafranca (12 luglio) si conobbe la Lombardia ceduta dagli antichi padroni, fu una ressa di sovvertire tutti gli ordinamenti, applicandovi quei del Piemonte, credendo con ci prevenire il pericolo di riperderla. Non si credettero necessarj n il plebiscito n l'assemblea costituente, riservata nei patti del 48: pure dapprima si parlava sempre di regno sardo-lombardo, diceasi che Milano sarebbe la capitale morale, e perci vi si trasportava la corte di Cassazione: ma quando la rivoluzione si estese a tutta la penisola, ogni cosa fu unificata, e Milano non rest che capo d'una provincia del regno d'Italia.
.
Oggi la citt coi Corpi Santi forma otto mandamenti della superficie di 109,363 pertiche censuarie, coll'estimo di sc. 6,470,842 su 4843 ditte estimali. La provincia si compone di cinque circondarj (Milano, Abbiategrasso, Gallarate, Lodi, Monza), con 39 mandamenti e 498 comuni, e 950 mila abitanti sulla superficie di 872,386 pertiche quadrate.
Allora entrarono nuove idee di politica, di economia, di estetica, di creanza, quasi di morale. Si consider progresso ogni novit; verit l'opinione di quel giorno e di quella gazzetta; la politica si mescol ad ogni atto o pensiero, come il cotone ad ogni tessuto; l'economia, che fin allora aveva frenato tante imprese, perdette nome da che offerse mezzi inesauribili il caricare d' imposte i cittadini e il far debiti132.
.
Crebbe la popolazione non per naturale aumento, ma a scapito della campagna133. A questa capitale dell'Insubria memore d'impero, furono levati uno a uno gli istituti che fin Metternich e Radeztky avevano rispettato; la giunta del censimento, la contabilit di Stato, l'intendenza generale, la direzione demaniale, l'uffizio del genio, il collegio militare, la scuola di paleografia, la corte di cassazione, dapprima conceduta come compenso.
.
Si sovvertirono gli usi patrj fino a cambiar nome alle porte e alle vie, e distrugger memorie. Tutto ci ch'era storico, nazionale, popolare fu sentenziato di meschinit, rancidume, riazione; il sostenere Milano fu tacciato di piccolezza da campanile; e chi, dopo Cristo, tocca pi insulti  chi vuol alleare il progresso colla tradizione, chi rammemora ancora il passato e accetta il dolore irreparabile senza volerlo approvare.
.
Come un tempo erano scomparse le raccolte dei Settala e degli Anguissola, cos ai d nostri si spezz il museo Trivulzio, si vendettero quei degli Archinti, dei Litta, dei Castelbarco.
Le grandi famiglie di storica e proverbiale ricchezza squagliansi per dar luogo all'improvviso elevarsi di fortunati idolatri del vitello d'oro, senza tradizioni di beneficenza e di cortesia. Il contar meno sul lavoro e sul risparmio che su guadagni aleatori produce un'incalzante vicenda di arricchimenti e di fallite. Le piccole industrie spariscono, come le piccole propriet. Non abbiamo il malandrinaggio, ma neppure il servo fedele e devoto. Tutto  vita esterna: poco quella di famiglia; poco la possanza mediatrice delle donne.
.
Le feste religiose, tanto amate dal popolo, pi non poterono varcare il recinto delle chiese, e intanto si apersero scuole e cappelle di culti e dottrine ostili a quelle de' nostri padri e de' nostri figliuoli. Si videro insultati fin all'altare i capi della nostra chiesa; profanati i santuarj da petardi e da declamazioni; espulsi gli Ordini religiosi fin dall'assistere gl'infermi e correggere i traviati; l'arcivescovo e i monsignori ridotti a povert: messa in caricatura e in burletta quella scienza che incomincia col Credo e si conchiude col decalogo. .
Invece del sentimento de' migliori, si prestigiano quelle due grandi menzogne del suffragio universale e della pubblica opinione. Dimenticando che guasta il potere chi lo adula, non chi lo avverte, e nol consolida se non chi lo serve con dignit e coscienza e gli mostra che la sua miglior sicurezza consiste nel prefiggersi il vantaggio pubblico e mai non declinare dalla giustizia, tacciamo di oppositori, d'antipatrioti quei che amano il ben comune non i vantaggi d'un partito, chiamiamo chiesa la sacristia, patria la consorteria.
.
Solo gl'ignavi ripetono che il paese nostro non  industriale, e deve limitarsi all'agricoltura. Perch mai, con grossi capitali, popolazione riboccante, vivaci ingegni e scienza diffusa, non potrebbe congiunger le due fonti di ricchezza, siccome quel Belgio al quale tanto somiglia? Ma fin adesso l'agricoltura non fu avvezza a trarre dalla terra il prodotto maggiore col minore dispendio; s'abbandonarono all'empirismo i fatti pi importanti, per esempio la manipolazione del latte e delle sete; e quando la scienza vuol suggerire, e l'arte applicare miglioramenti, si uccidono colla infausta abilit del ridicolo.
.
Del divertirsi colla frivola detrazione, del denigrare i pi dignitosi caratteri e adombrare i pi splendidi intelletti a titolo d'eguaglianza; del disapprovare ogni cosa e troncare un raziocinio con un'impertinenza lanciata con grazia, e perci irreparabile, e uccidere con un'epigramma, con un sopranome, con un quolibetto l'idea pi generosa, la virt pi venerabile; del rider di tutto, d'una attrice come del socialismo, e ricever colla posta francese o inglese le opinioni belle e fatte dalla gazzetta o dal ciarlatano134; e imparar di l che cosa sia civilizzazione, progresso, superstizione, opulenza, grandezza, nazionalit, moralit; dell'affettar aria di Lovelaci in miniatura; del credere che basti ballonzare quando non si sa camminare; di questi amabili difetti vecchi: ci affermano risanati coloro che, concimando i vulgari istinti acciocch aduggino i nobili germogli, si fanno poeti, novellieri, giornalisti della bella societ, ottengono posti, pasti, festeggiamenti, decorazioni, rinomanza non invidiabile. Da questo seme deriva quel pi compassionevole che strano sbracciarsi ad attenuarci un l'altro sparlando, screditando, imputandoci infamie; e far come le erbe del giardino di Renzo, che avviticchiandosi nella propria debolezza, si tirano in gi a vicenda; o come i suoi capponi, che legati pei piedi, si beccano stizzosamente tra loro; il che deve dare un gran gusto, e procacciare il miglior rinfianco agli avversarj comuni.
Un'istruzione che spegne la parte affettuosa nei cuori giovanili e passa accanto a tutto senza nulla approfondire, prepara artifiziali tepidarj nelle scuole, o palchi ciarlataneschi ne' giornali.
.
A tacer quelli che credono libert del pensare la libert delle taverne, e vellicando le basse passioni mettono o schifo o brivido: a tacere che qui si stamparono e ristamparono i libri pi inverecondi, impresarj di prostituzione, e le dissertazioni pi dissolutrici; una critica terra, terra ammiratrice del convenzionale e della vulgarit rialzata coll'enfasi, tiranneggia l'opinione, e vuole stabilirne una di stizzosa invidia, di rimbalzate lodi, di calunniatrice intolleranza. Bassa condiscendenza ai forestieri moltiplica traduzioni insulse o immorali, o avariate imitazioni di incondite avventure, di filosofico pateticume, di antisociali elegie.
Di fuori cercansi i maestri di lettere e d'arte, i dettatori del gusto, i dispensieri della gloria, come si copiarono Renan, Darwin, Colenso, Rochefort. Fra pettegole galanterie e fra gli osceni baccanali della mediocrit, cess quel generoso movimento d'intelligenze ch'era una protesta contro lo straniero; e invano si adocchia se alcuno soprarrivi a surrogare la illustre plejade che non cercava la reggia ma il popolo.
.
Nell'immenso bulicame di scrittori, scienziati, statisti, ossessi dal parosismo del rumore, i quali, persuasi si possa scrivere tutto come di tutto si parla, diluviarono scritture n pensate n ordinate, n letterarie, n tampoco corrette, sarebbe impossibile anche alla volont pi determinata e al giudizio pi spassionato scerner la pula dal grano e non provocare l'amor proprio degli ommessi e degli ammessi. Gi prima erano imputati i nostri scrittori di dirsela poco l'un coll'altro e, malgrado un consorzio di muta ammirazione, arrabbattarsi non tanto a proclamare virt e abilit fittizie, quanto a deprimere chi ripudia le profittevoli codardie, e trarre non a giudizio ma a supplizio chi trascende la mediocrit.
.
Di qui collere senza gravit; e diffamati gli onesti e incoraggiati i ribaldi, e sparso lo scetticismo sulle credenze e sulla morale: e i buoni, che non sanno attender la giustizia del tempo, prorompere ad amara ironia, o cader in quegli svenimenti, ove il genio perde tutta l'autorit, se non tutto lo splendore. E quando i forestieri ci domandano dei nostri illustri, nominiam solo chi  morto, o chi pi non fa, o chi ripete di esser appresso a fare; e punse al vivo (segno ch'avea clto nel vero) chi stamp che, chiunque vien dietro, d un morso stizzoso a chi va innanzi; e chi va innanzi, un calcio sprezzante a chi vien dopo.
.
Di qui gran turba di scontenti, svogliati da un sistema di menzogne, dalla insipienza dei governanti, dalle coscienze scosse e demoralizzate dei governati; non volendo persuadersi che ai mali si pu riparare purch si voglia, si ritirano nell'inazione, dando al paese una giovinezza affetta di decrepitudine.
Se ascoltiamo costoro, gemono di un regresso, per cui i diritti privati restano sacrificati all'utile generale; alla nobilt, al clero, ai dotti, ai re furono tolti tanti beni e tanti poteri non per darli al popolo, ma alla oligarchia, a una consorteria di martiri veri o supposti, alla quale i pi oppongono o la rassegnazione quasi a male incurabile, o le titubanze d'animi onesti, o un vulgare silenzio, o un cicaleccio peggior del silenzio. La rappresentanza civica, di sole persone d'un partito, con un sindaco regio pi intento a benevolirsi il Governo che a giovare al paese, lanciossi a manifestazioni e lodi e vituperi a cui non  destinata: volle agire da organo politico; volle mostrare la sua indipendenza col fare e disfare a volont, spendere con disastrosa prodigalit in opere o capricciose, o di utilit dubbia, o di sfarzo vanamente dispendioso135, e ripiegare con lotterie e prestiti. Il debito, gi elevato a 14 milioni per le spese della prima rivoluzione, per le espilazioni austriache e per la non men costosa esultanza della liberazione, crebbe a 43 in sei anni, donde la necessit di ripristinar tasse che gi faceano esecrare i feudatarj, e spingerle a un eccesso che, impacciando le transazioni, pregiudica la pubblica ricchezza e fa volger i capitali alle banche, anzich all'agricoltura che n'ha tanto bisogno. La possidenza, che pagava 1,900,000 lire, or paga 5 milioni; oltre tante imposte indirette, e le visite vessatorie alle porte, essendo cresciuto a sei milioni e mezzo il dazio consumo136.
.
La lautissima beneficenza degli avi fu sofisticata in intenti meramente amministrativi, escludendo dagli ospedali la scienza e la carit, i medici e i preti: mentre il ricco o le dimentica o resta svogliato dal ripararne le perdite.
Il titolo di capitale morale faceva supporre il dovere di assoggettarsi alla legge interiore. Ma fra il volgo l'incivilt si risolve in immoralit per lo spettacolo frequente dei drammi giudiziarj, che avvezza a sfidar la legge e sovvertire la logica: per tasse che inducono alla menzogna e alla slealt: per la lotta eccitata fra la coscienza e il rispetto umano. Crescono i delitti137; da 1600 ch'erano i bambini esposti nel 1818, e 4757 nel 58, crebbero fino a 587138, finch si venne al partito di chiuder la ruota.
Le convinzioni non appajono profonde, giacch sono altrettanto diffusi il Secolo e la Perseveranza: si pongono monumenti a Beccaria che nega la pena di morte e a Romagnosi che la sostiene, a Cavour monarchico unitario, e a Cattaneo repubblicano federalista: si avvicendano entusiasmi e vituperi all'imperatore de' Francesi e a quel di Germania, a Pio IX e a Garibaldi, a Gioberti e a Tognetti.
.
Cos gli scontenti. Ma i soddisfatti delle nuove cose, che se non posson dire Va bene, voglion dire Andr bene, danno sulla voce, ed - Esagerazioni! qual torto il giudicar Milano da' suoi giornali o da' suoi deputati! Oggi s'ha il male che s' voluto; e se gli eletti spiacevano, bast che gli elettori vi negassero il voto139. Invece di rinserrarsi come i vecchi nel passato, o come i fanciulli nel futuro, si rallegra Milano di pi non avere ingombro di Corte e di alti impiegati, e potere cos sviluppare indipendentemente la sua attivit. La pingue campagna da cui  circondata impedir sempre che decada, come altre scoronate capitali140. Non v' straniero che non ammiri la prosperit del nostro territorio, tanto pi se non conosce le sofferenze di quei che lo lavorano Al di sotto di Milano son estese propriet, siccome comportano la natura dei prati e le opere costose occorrenti per condurvi le acque, che vi si stendono in un velo leggiero e sempre in movimento, per guisa che la vegetazione non cessa neppur nell'inverno; e sette volte l'anno l'erba viene al taglio. Nell'alto Milanese la consuetudine della mezzadria fa partecipare il villano ai frutti a cui sud; associazione che, ben regolata, partorirebbe tanta prosperit.
La sua posizione fa Milano centro di una gran consumazione e d'un gran traffico di merci, che da Genova e Venezia qui confluiscono per diffondersi alla media Italia. La strada ferrata vi conduce folla di curiosi ad ogni festa e massime al suo carnevalone.
.
Se la febbre edilizia serv ad avide speculazioni, per il grandioso scalo, le piazze del Duomo e del teatro, il palazzo delle scuole, il macello ove si abbattono in un anno 65,457 animali: la fognatura e l'allargamento di tutte le vie, l'erezione di nuovi quartieri, il gran giardino terminato col salone e aggiuntovi il zoologico, il tivoli, i mercati, due nuove porte, attestano l'agiatezza civile; l'attestano 226 carrozzelle e 121 omnibus circolanti a servigio de' pi; la splendidezza de' teatri e dei corsi, la lautezza de' cibi, la dovizia de' magazzini, e 34 alberghi, 218 osterie, 273 trattorie, 255 bettole, 227 locande, 322 caff, 355 liquoristi; la moltiplicit delle botteghe sin ne' quartieri pi appartati, le corse di piacere, e a feste, fiere, bagni, villeggiature. Si spendono 10 milioni per la galleria; 300 mila pel teatro della Scala, 15 mila pei divertimenti carnevaleschi, 709 mila per l'istruzione, con un convito per le maestre: ne sono decretate 200 mila per un mercato al Foro: un milione e mezzo per la strada del Gotardo, 1,800,000 pel gran carcere giudiziario.
.
Da una rivoluzione che dura da venti anni vorreste pretendere piaceri letterarj o splendore d'arti belle? Gli scultori, ebbero a popolare di statue il Duomo, due delle quali gigantesche non si seppe pi dove collocarle; ed altre a personaggi pi o meno grandi, e monumenti pel nuovo cimitero che cost due milioni e mezzo: poi tante nuove abitazioni, e teatri, e fin una nuova chiesa e un tempio protestante. L'Accademia fu impinguata di professori; e se le esposizioni diminuirono d'importanza a fronte alle tante altre di tutta Italia e del mondo, non venne meno la fama de' vecchi e la speranza de' nuovi artisti. Chiese sformate dal mal gusto, vennero ridonate alla primitiva forma, specialmente S. Ambrogio (Bisi, Sormani, Pestagalli), S. Eustorgio (Terzaghi, Brocca), e l'esterno di S. Simpliciano (Macciachini), con sentimento estetico ed archeologico, e senza surrogare il presente al passato.. Al Duomo si tolsero alcune sconciature, si accelerarono statue e smerlature.
.
Se improvidamente fu mutilato l'Istituto di scienze, lettere ed arti, togliendo la biennale esposizione d'industria, ove collo scienziato era messo a contatto l'operajo, e colla pubblica onoranza avvivato l'amor del lavoro e del perfezionamento, vennero estese le scuole tecniche e fondato un Istituto superiore, per gli ingegneri, il cui fiore ne attesta e l'opportunit e la sensata applicazione.
.
La scarsa illuminazione ove nel 1820 eransi poste le lampade a Argand, poi nel 43 il gas, or divenne ricchissima141.
Centoquattro opere pie, oltre il manicomio e il brefotrofio, alleviano la cittadinanza soffrente. La beneficenza prese nuovo esercizio negli asili, nel baliatico, ne' presepj, in tante collette e serate a cui non viene mai meno la generosit de' Milanesi, ed anzich le umilianti elemosine, vuol fecondare l'operosit. Basta nominare la Cassa di Risparmio, convertita in grande istituzione di credito, che ha in deposito 190 milioni, e tre ne spende in fabbricarsi una residenza142.
Quanti capitali affluiscono alla banca popolare, quanti alla banca lombarda! e non v' impresa che qui non trovi azionisti e assuntori, 74 macchine a vapore lavorano in citt, e 45 ne' Corpi Santi. La posta reca 15 milioni di stampati all'anno, e nell'anno passato 1,300,000 lettere pi che nel precedente. La nostra zecca dal 62 al 69 coni in argento 121 milioni e mezzo; 22 e mezzo in bronzo.
.
Sono istituiti comizj agrarj, associazioni per l'apicoltura, per la sanit del bestiame, per l'enologia, per la bachicoltura, per gl'ingrassi: e or fondasi una scuola superiore d'agronomia143. Sforzi viepi lodevoli, perch devesi lottare con un'insaziabile fiscalit.
Cos non solo parlano, ma giudicano in senso opposto, perch entrambi passionati, e i malcontenti di tutto, e i gaudenti, pur tacendo quelli che, impinguati al pubblico banchetto, adulatori plebei di plebei potenti, calunniano ogni nobile indipendenza; non cercano il sapere, ma il saper fare; denunziano per maligno ogni invito o consiglio, per lesa maest ogni sbaglio d'altri tempi. Fra le due esagerazioni trovisi un posto per coloro che amano pi il bene della patria che il loro particolare o del loro partito; che fra i cento fantasmi i quali gridano La libert son io, serbansi fedeli alla libert vera, nemica della licenza e inseparabile dall'onest.
.
Buoni Milanesi, la nostra storia  spesso bella, talvolta grande. Qui, accompagnandosi alla civilt generale, talvolta precorrendovi, si ottenne quell'eguaglianza, per cui tutti possiamo essere operaj della nostra fortuna; e ad un uomo si chiede non di chi  figlio e che cosa possiede, ma qual , e che cosa fa. Pel rassetto degli interessi materiali e il restauro de' principj morali non vale l'astensione, non l'atonia politica o l'indifferenza religiosa. In questo periodo di trasformazione, nel farsi innanzi di un quarto stato che non vuol soltanto elevarsi al paro, ma deprimere gli altri,  dovere l'imparare a discernere i falsi dai veri patrioti; e fra i dissensi, neppur cos compatti da costituire partiti, eppure bastanti a render accannitamente ostili, tutti almeno restar d'accordo nel volere l'indipendenza del paese; nel crederci in diritto di coglier i frutti di quell'albero che bagnammo di pianto e di sangue.
.
La storia sar severa con noi come noi siamo ai nostri predecessori; ma ci riconoscer benemeriti se avremo conservato coscienza, coraggio, dignit morale; se amato e servito la patria con quell'efficace sentimento che non  calcolo di opportunit, ambizione e guadagneria, o vanit di parole, ma virt di opere, di abnegazione, di sacrifizio.
...
FINE.