Enrico Campanella.
TASHKENT.
[TASHKENT. Il titolo  scritto in cirillico].
Romanzo storico.

2014 Edizioni Erasmo, Livorno.
Stampa: Media Print, Livorno.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
           Fondazione Ezio Galiano 
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      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Presentazione.
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Non era pi una barca, ma un luogo dove tutto era cominciato e tutto si era compiuto: un luogo senza il quale, il vecchio, e forse anche lei, non avrebbero pi saputo chi essere.
Una barca dal passato torbido reso ancor pi inquietante da una leggenda, ma per svelare il mistero della Marilli sar necessario conoscere la storia del Tashkent, l'incrociatore di nuova generazione progettato e realizzato a Livorno nella seconda met degli anni '30 su commissione dell'Unione Sovietica. Durante quegli anni, soggiorn a Livorno una delegazione di tecnici sovietici con il compito di seguire la costruzione della nave che si dimostrer la pi veloce nella sua categoria: nuove tecnologie polarizzeranno su Livorno l'attenzione dei servizi segreti di tutto il mondo. Si apre cos uno scenario inaspettato, dove i protagonisti della vicenda, Achille Rougier direttore del Cantiere Navale e il progettista Mario Vezzi, si riveleranno solo pedine di una scacchiera sulla quale incombe l'ombra del Tashkent. Achille e Mario continueranno a vivere accomunati da un incrollabile rancore, vittime di un destino carnefice che agisce beffandosi degli incanti e dei disinganni che esso stesso rappresenta. Un destino che, incarnato dalle lamiere del Tashkent, realt e simbolo, si riveler l'incontrastato protagonista del racconto.
Una storia avvincente e documentata, ricca di colpi di scena e di personaggi che compongono un inquietante affresco di uno dei periodi pi drammatici del ventesimo secolo. Completano il volume foto d'epoca, ricordi e testimonianze.
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L'AUTORE.
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Enrico Campanella nasce a Livorno nel 1963. Disegnatore meccanico, si definisce cresciuto a "pane e Moby Dick". Ha sempre considerato il mare una preziosa fonte di ispirazione. Per Erasmo ha pubblicato un saggio sul cantiere artigiano Garfagnoli.
Questo racconto si ispira a fatti realmente accaduti che, tuttavia, sono stati elaborati e inseriti in un narrato frutto della fantasia dell'autore. Un ringraziamento particolare a Fabrizio Ferrucci.
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Dedica: In ricordo di mio padre.
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Mi chiamo Marilli e il mio nome compare spesso nelle pagine di questo libro. Compare soprattutto senza riferirsi direttamente a me, e questo succede il pi delle volte quando si parla della barca di mio padre. Gi, mio padre, che ha avuto due barche a vela, tutt'e due con lo stesso nome: con lo stesso mio nome! E questo, forse, riflettendoci adesso dopo tanti anni, mette in luce un legame d'affetto particolare tra lui e me che ero l'ultima in ordine di arrivo dopo Franca e Gillo, e che oggi mi ritrovo l'unica rimasta e certo la meno adatta a parlare di lui, di Achille Rougier, uno dei protagonisti di questo racconto.
Sono nata a Livorno e di Livorno ho ricordi bellissimi, anche se in quella citt ho trascorso i momenti bui e dolorosi della guerra. Ma gli anni stemperano i brutti ricordi, e di quel periodo livornese mi piace ricordare i giorni belli e spensierati della giovent.
Il lavoro di Enrico Campanella, autore di questo romanzo, mi ha riportato ai tempi del Tashkent. Noi conoscevamo tutti i membri della delegazione russa e con loro vedevamo spesso film in lingua russa: ne ricordo uno che parlava di un pittore famoso.
Mi ha divertito molto la liason inventata dall'autore tra mio padre e una russa della delegazione; mi ha fatto ricordare di un ingegnere che s'innamor veramente di una russa, e poi la spos. Era una donna bellissima, ma lei lo fece solo per prendere la cittadinanza italiana e fuggire dal suo Paese.
Al varo della nave la mamma fece da madrina. Aveva talmente tanta paura che la bottiglia non si spaccasse, che la lanci con tale forza che quella si frantum in mille pezzi. Solo il collo della bottiglia rimase intero e le fu consegnato per ricordo in una bella scatola di legno sopra un piccolo vassoio di argento.
Per mio padre fu un grande successo: era un padre importante, ma noi non lo sentivamo cos, perch minimizzava sempre tutto, anche i suoi grandi successi.
I miei fratelli ed io siamo diventati grandi mentre le voci che parlavano di nostro padre rimbalzavano intorno a noi: erano voci di delegazioni, di politici, di ammiragli e di ambasciatori. Voci esotiche provenienti da tutto il mondo. Parlavano di lui favoleggiando invenzioni che tuttavia passavano anonime davanti ai miei occhi sbadati. Ripensando a lui mi scopro ancora timorosa ed intimorita: era un padre severo. Ma come non potevo essere intimorita da quel gigante che allungava la sua ombra verso di me anche solo per tendermi le braccia e coccolarmi con affetto? Era l'affetto brusco di un carattere burbero; o forse era l'affetto irrisolto tipico dei padri distratti dal peso delle responsabilit qualunque esse siano, e cos ingombranti da risultare difficili da lasciare fuori dall'uscio di casa.
Ricordo che una volta ebbe una discussione con un dipendente del Cantiere, un operaio credo. Stavamo entrando in casa, quell'uomo ci stava aspettando e mio padre ebbe uno scatto d'ira. Io lo disapprovavo per quel suo carattere scattoso, anche se capisco che in alcuni periodi doveva essere molto esaurito.  un evento simile a quello narrato nel romanzo, avvenuto invece con l'altro protagonista della storia, con il quale, ho appreso dal racconto di Enrico, mio padre ebbe un rapporto difficile e contrastato: anche lui doveva essere una persona particolare.
Certo fece molto per gli operai del Cantiere: la tela di Penelope, la chiamava. Si inventava infatti dei lavori per giustificare la necessit di mantenere gli operai in Cantiere ed evitare loro la deportazione in Germania.
Certo  stato un uomo speciale, e ancora di pi ho conosciuto ed apprezzato certi suoi aspetti durante gli incontri con Enrico Campanella, che per le sue ricerche  diventato quasi uno di casa. Mi rendo conto quindi ancor di pi adesso quanto mio padre sia stato un uomo speciale; eppure rimangono impresse in me vicende che ancora rammento con un certo orgoglio. Come quando, nel 1960, durante il viaggio inaugurale della Leonardo da Vinci, da Genova a New York, lui, che ne era stato il progettista, volle assolutamente pagare il biglietto della crociera per s e per la mamma.
Uomini d'altri tempi.
Un abbraccio, infine, a Enrico Campanella che, raccontando questa storia, ha permesso a noi di ricordare quegli uomini.
Marilli Rougier
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A mio padre.
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Spesso, per pura casualit, gli avvenimenti accaduti un tempo lontano riaffiorano alla luce per mezzo di segni; e questo  uno di quei casi. L'autore di questo libro, infatti, si  trovato casualmente tra le mani uno scritto di mio padre e su quello ha costruito una storia, un po' fantasia e un po' vita vissuta.
S, mio padre  uno dei protagonisti di questo racconto: Mario. Un uomo dolce, semplice, riservato e sensibile (non per niente era professore di violino), ma soprattutto un uomo onesto.
Cos l'ho sempre ricordato e cos amo ricordarlo sempre pi oggi.
Io sono una delle due figlie di Mario, la pi piccola ancora in vita, ma ormai molto anziana (si fa presto a fare il conto), e sono testimone di quegli anni difficili, di paura e di dolore che lui visse durante il periodo fascista. Eppure anche anni accompagnati da una certa speranza, senza la quale sarebbe stato impossibile vivere.
All'et di cinque anni lo vidi sparire di casa e poi seppi che era stato arrestato.  vero: ci che i bambini osservano e capiscono rimane impresso nella loro mente come un marchio per tutta la vita.
Mio padre fu vittima, come del resto tanti altri italiani, di quel periodo iniquo, buio e doloroso che fu il Fascismo. Li chiamavano prigionieri politici; s, perch venivano mandati al campo di concentramento e poi al confino a tempo indeterminato. Ma mio padre era privo di ideologie politiche e per questo si  sempre dichiarato innocente fino alla fine, senza mai capacitarsi di quella sventura.
Non sempre la vita ci riserva gioie ma spesso dolori. Tuttavia, nella dolorosa avventura vissuta da mio padre che questa storia ha voluto raccontare dopo tanti anni, ho ritrovato la gioia del suo ricordo e l'omaggio alla memoria di quest'uomo fatto rivivere dall'autore negli avvenimenti ricostruiti con paziente ricerca e nelle vicende un po' romanzate.
E che dire dell'altro personaggio che non ho mai conosciuto? Di quella persona che so essere stato un ingegnere ma non ricordo di averne mai
sentito parlare? Certo, anche lui ha sofferto, forse in maniera diversa perch in situazioni diverse. A lui va il mio pensiero.
Un caro ringraziamento infine a Enrico Campanella, l'autore di questo lavoro, che sempre casualmente il destino mi ha fatto incontrare. Un ringraziamento per le ricerche non facili e il lavoro svolto con il quale ha riportato in vita la persona di mio padre e con lui tanti ricordi in coloro che l'hanno conosciuto e amato. Grazie Enrico.
Grazia Vezzi.
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Prologo.
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I ricordi sono corni da caccia il cui rumore muore nel vento
Apollinare, Corni da caccia (da Alcools).
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L'inchiostro graffi nervoso il modulo ingiallito, e Gemma lo consegn all'archivista rivolgendole un sorriso stanco ma gravido d'illusione. La donna stiracchi due labbrette sotto un'ombra tricotica, gett il suo sguardo crudo sulla richiesta e gracid: "Serie Questura?".
Poi, sollecita e indifferente, prosegu: "Guerra, Busta 1128, Fascicolo 1968. Danni arrecati dall'aviazione nemica e incursioni aeree, attentati e sabotaggi"; quindi, incapace di dominare la propria curiosit, sentenzi con un acuto effimero come il frego di una lavagna: "Niente Capitaneria di Porto, oggi?".
"No, oggi no. Proviamo a cercare in terra quel che non abbiamo trovato in mare!".
L'archivista volse le spalle e si allontan solerte, seguita dal sinistro cigolio del carrellino.
Dalla finestra dell'Archivio di Stato, il porto di Livorno sembrava la miniatura di un avamposto affacciato sull'ignoto; e da quella prospettiva, le barche impavesate parevano modelli.
Come aveva avuto quell'intuizione non lo sapeva nemmeno lei; ma le intuizioni vengono cos, misteriosamente improvvise, grazie al sussurro svelato di un angelo. Certo non era stata illuminata dal Genio dell'Archivio. Anzi, la sua era stata un'intuizione piuttosto logica, per non dire banale; e con questa consapevolezza se ne stava l, a ruminare l'amarezza della delusione.
"Hanno rubato il frutto pi bello del mio paniere!", aveva decretato la docente di Storia Medioevale, quando lei decise di abbandonare il dottorato per dedicarsi all'azienda di famiglia.
"Secoli fa!", sospir la ragazza, continuando a osservare il porto dalla finestra.
Il Fondo Capitaneria di Porto non aveva fornito alcuna traccia sulla barca di suo padre; eppure era stata varata l, a Livorno: questa era una certezza! Meno certo era l'anno di costruzione, collocabile tra il 1935 e il 1940; ma conosceva il nome del primo armatore, giunto fino a lei per la musicalit cisalpina dei suoi accenti: Rougier.
La spavalda fiducia che Gemma aveva impugnato fin dal suo primo giorno di ricerche a Livorno, andava ormai appassendo nella mortificazione di una resa imminente. Aveva basato la propria strategia sulla consultazione del Fondo Capitaneria di Porto sicura di ricavarne almeno un flebile indizio. La sua laurea in Storia e il suo spirito intraprendente avrebbero fatto il resto; e finalmente, avrebbe scoperto la verit su quella leggenda. Gi, la leggenda: figuriamoci! E vinta dall'ossessione di quel pensiero, affond il viso tra le mani.
Suo nonno aveva acquistato la barca da un contadino che la utilizzava come pollaio: quarantadue piedi di pregiatissimo cedro, per un pollaio abbandonato all'ombra di un ciliegio monumentale. Stava come affacciata da un balcone sul golfo del Tigullio; ma per quanto fosse stata breve la distanza dal mare, la via per arrivarci si dipanava interminabile tra i monti, tanto da farlo apparire irraggiungibile:  il paradosso ligure.
Non aveva pi vele n armatura, e ogni tanto un'upupa roteava la sua cresta su quel che rimaneva del pulpito.
Povera barca! Non aveva pi dignit se non il retaggio di una leggenda, ed era ormai, quella, l'unica vela con la quale poteva ancora navigare solcando i mari della fantasia.
Il nonno, noto imprenditore parmense, aveva deciso di comprarla, mosso pi dalla compassione che dalla passione, certo rapito da un attacco di follia; e un giorno la port via tra le proteste sguaiate dei polli. Anche la leggenda port via, tutta intera, senza dimenticarne un briciolo laggi tra il ciliegio e il pagliaio.
Diceva, quella leggenda, che la barca era stata costruita da un ingegnere del Cantiere di Livorno (aveva un nome strano), ma durante la guerra lui stesso l'aveva affondata, per evitare che venisse distrutta dai bombardamenti.
"Tipo bizzarro, quell'ingegnere: come il suo nome", si era sempre detta Gemma. Il vero motivo? Nessuno lo sapeva, solo supposizioni. Evitare che il Comando Tedesco la requisisse per utilizzarla in impieghi logistici, come spesso accadeva alle imbarcazioni private. Limitare i danni e recuperarla dopo il conflitto, una barca di quel tipo era pur sempre un capitale; oppure, infine, vi aveva nascosto un tesoro.
Quest'ultima ipotesi era la meno plausibile ma certo la pi affascinante, e aveva impregnato le estati della piccola Gemma di un suggestivo profumo di mistero, almeno fino agli anni dell'adolescenza (non avrebbe mai ammesso che continuava a farlo ancora). In ogni caso, adagiata sul fondale, la barca avrebbe avuto una remota possibilit di conservarsi; mentre, esposta alla furia dei bombardamenti, quella remota possibilit si sarebbe ridotta a una sciocca illusione. Questa era l'unica giustificazione che si poteva scorgere in quel gesto: ammesso che fosse stato intenzionale.
Cinque giorni in Archivio erano volati. Il Fondo Capitaneria di Porto era inesplorato, confuso, di una consistenza labirintica. Eppure, Gemma lo aveva scandagliato con attenzione filza dopo filza, polvere compresa, senza ottenere nient'altro che raffiche di starnuti. La sua laurea in Storia non si era rivelata particolarmente efficace, come sempre del resto; ma l'aveva aiutata a orientarsi con metodo nei grovigli di quelle carte dimenticate, suggerendole, quella mattina, che se la barca era stata danneggiata, qualcosa doveva pur risultare dai registri dalla Questura.
"Non vieni nemmeno oggi?", l'aveva rimproverata suo padre.
"No", aveva risposto lei, "oggi  sabato e l'Archivio chiude all'una. Vorrei fare un ultimo tentativo. Ti accompagno e vado", aveva aggiunto, ma aveva il tono disilluso di chi si appresta a compiere un'azione solo per non mancare a un dovere verso se stesso.
Si salutarono sulla banchina. Davanti a loro la barca dondolava inquieta sulle acque nere del porto. Sul ponte dominava una certa bramosa frenesia.
Lo scafo ostentava slanci arditi, ma dai suoi fianchi trapelava, quasi contraddittoria, la raffinatezza di un gusto italiano impareggiabile. L'armatura svettava contro il cielo con audacia corsara, e
sullo specchio di poppa ammiccava il nome: Malafemmena.
"Divertitevi", disse con voce piuttosto alta perch la sentissero anche sottocoperta.
"Non hai fatto nemmeno una regata", borbott suo padre pi a malincuore che per disapprovazione. Gemma sorrise e spremendo le palpebre sussurr: "Far le prossime"; poi, dopo aver stampato un bacio sulla guancia del padre, si volt per incamminarsi verso l'Archivio di Stato.
Era una mattina di maggio. Le bandiere garrivano al vento che si annunciava da Maestrale, e scuotevano la tavolozza del cielo con i loro colori chiassosi. Fiocchi di nubi temporeggiavano indolenti sopra le colline, a rammentare la ritirata di un acquazzone; e, sebbene mezzogiorno fosse lontano, un buon odore di cibo gi vagabondava tra le bancarelle e i tavoli ancora bagnati di pioggia.
Al Trofeo Accademia Navale e Citt di Livorno, le barche d'epoca avevano destato un interesse inaspettato e il pubblico aveva affollato le banchine pi numeroso del solito. Emanavano un fascino che sapeva di avventura, e profumavano di quella libert che solo la fantasia pu rendere reale. Era il fascino del tempo invincibile e lo ostentavano con la civetteria dei loro ottoni lucenti.
Le nuvole che avevano indugiato sopra le colline si scossero a un soffio di vento, poi si dileguarono in un capriccio di ciocche verso il resto sconfinato del cielo. Solo una si attard come sospesa nell'incertezza: era una piccola nuvola bassa che galleggiava nell'azzurro con la vaga forma di una vela panciuta. Gemma la fissava assorta, finch il cigolio del carrellino la richiam alla realt.
"Tutto qui?", domand senza nascondere una delusa sorpresa.
"Tutto qui!", rispose laconica l'archivista lasciando cadere sul tavolo due pesanti fascicoli; poi, agitando la mano nell'aria, cerc di allontanare la nuvoletta di polvere.
Gemma si sedette, trascin a s la prima cartella, slacci gli spaghi, l'apr e subito fu aggredita alla gola dalle muffite esalazioni della pila di filze. Colse quella in cima e si cal nei torbidi di anni
remoti, come scendesse in una cripta inviolata.
La ragazza chiuse l'ultima filza come si chiude la porta di casa a una giornata da dimenticare. La ripose nella cartella, rinserr i nastrini, si alz e lasci cadere il tutto sul carrellino che si lament con un gemito sordo; poi strofin tra loro i palmi delle mani come a volersi liberare dal fardello della desolazione.
Guard l'orologio che sorvegliava la sala e si affrett ad aprire la seconda cartella; ma anche in quella solo ordinanze, bollettini, notifiche e sterili liste amministrative.
La pila scemava, mentre saliva il livello del suo scoramento. Avrebbe dovuto arrendersi, uscire e godersi la bella giornata di sole. Ma a quel punto, da uno dei fascicoli rimasti, emerse un documento che fu per lei come un miraggio: "Danni Cantiere".
Gemma si sent pervasa da una speranza rigenerante e lo apr con bramosia. Era un fascicoletto esile, quasi sprecato per le due sole pagine ingiallite, fitte di caratteri astigmatici e sghembi, che elencavano liste di attrezzature. C'erano, inoltre, alcune fotografie che mostravano il Cantiere trasformato in paesaggio lunare. Fu una scoperta inutile ma rivelatrice, che dimostrava la falsit della leggenda: certo una delle tante nate in tempo di guerra dalla fantasia popolare per lenire il dolore della perdita. Come sarebbe stato possibile, infatti, salvare la barca da quell'apocalisse?
Gemma rimase sopraffatta dal suo stesso ragionamento e chiuse il fascicolo con un tonfo che sapeva di rabbia e di sconforto. Campane lontane annunciarono perentorie il mezzogiorno, e lei guard il cielo fuor di finestra sfiancata dall'avvilimento.
L'archivista dalla sua scrivania controll l'ora sul proprio orologio e sfior la ragazza con sguardo commiserevole. Ancora un'ora. Un'ora soltanto. Le conveniva davvero andarsi a godere un po' di sole; ma superata l'incertezza della tentazione, Gemma decise di finire il fascicolo: e fece bene, perch quella decisione fu per lei il cambio della marea.
Appesa a un protocollo ingiallito stava una busta carta zucchero con la sua minuscola spilla arrugginita: "Alto Commissariato per le Sanzioni contro il Fascismo, Delegazione Provinciale di Livorno, Protocollo 5991 in data 4 agosto 1945", campeggiava sopra la busta;
ma cosa c'entrava con i danni di guerra? La data, infatti, ammetteva con disincanto che il documento era sfacciatamente fuori posto.
Lo sguardo della ragazza scorse clinicamente le parole accalcate sulla pagina con una calligrafia d'altri tempi, soffermandosi alla lettura di "Cantiere Navale Oder Terni Orlando". Comprese allora che l'autore del manoscritto era un disegnatore del Cantiere: Mario Vezzi. Ma l'emozione la fece sobbalzare sulla sedia, quando la sua lettura inciamp in quel nome tanto atteso: "Conoscete l'ingegner Achille Rougier?".
Sent l'occhio sinistro sbandare all'esterno: il suo leggero strabismo si manifestava sempre nei momenti di forte tensione. Se lo portava dietro dall'infanzia, ma non turbava per niente la fresca bellezza del suo viso latino.
Gemma lesse attentamente il manoscritto che pareva un atto di denuncia. Poi lo rilesse ancora. Descriveva una sorta di interrogatorio e citava nomi di persone quasi fossero i testimoni di un delitto.
Chiese all'archivista una copia del documento; e quella, non potendo fare a meno di notare il diverso allineamento dello sguardo della ragazza, non riusc a trattenere un'espressione perplessa. Gemma se ne avvide e sorrise indulgente: "Non  nulla, me lo fa quando sono stanca".
"Allora vai un po' al mare e riposati", diagnostic l'archivista col tono premuroso di una chioccia. La sua voce agra richiamava quella dei gabbiani che si azzuffano per avanzi di cibo; ma non celava, tuttavia, una certa soddisfazione per quella ragazza che, dopo tanti giorni di studio, aveva colto una piccola vittoria.
"Adesso vado!", ribatt lei rituffando la testa nei fascicoli: ma non trov nient'altro.
Il pigro rintocco dell'una rimbalzava nell'aria, quando Gemma usc dall'Archivio serrando gli occhi offesi dalla luce.
Camminava tenendo in mano il resto di una pizza orlato di morsi. Gli concedette un ultimo sguardo, poi se lo ripieg in bocca con l'indice. Smaniava di tornare dai suoi con la preda nel carniere, ma quando giunse al porto si abbandon sopra una panchina davanti agli ormeggi solitari: aveva dimenticato che la regata si spingeva fino al faro di Vada e le barche sarebbero rientrate, se quel vento reggeva, a met pomeriggio.
Osservava il manoscritto girandoselo tra le mani; d'un tratto si alz e si diresse verso il bar dove chiese un elenco telefonico, poi torn a sedersi. Fissava l'elenco, consapevole del fatto che se lo avesse aperto non sarebbe tornata indietro: era un rischio, ma sapeva a cosa stava andando incontro?
"No!", si rispose, come se passato e futuro avessero avuto appuntamento sull'accento di quella sillaba; quindi apr l'elenco, e con abbandono vi si lasci cadere dentro.
Dei nomi che comparivano sul manoscritto, solo alcuni erano presenti nell'elenco: tre o quattro al massimo, per una dozzina di numeri da contattare. Gemma se li appunt tutti con perizia, torn al banco, restitu l'elenco e si fece cambiare una banconota in spiccioli; poi and in cerca di una cabina. Era certa di averne vista una all'ingresso del porto.
Alla conclusione della lista mancavano solo tre numeri. Si sentiva ridicola e mortificata, ma lasci che il telefono continuasse a squillare ancora prima di passare al numero successivo; e stava per riattaccare, quando una voce maschia e rassicurante flu dalla cornetta rendendo pi gonfio d'inquietudine il suo stato d'animo.
"Pronto?".
"Buongiorno, mi chiamo Gemma e vorrei parlare con il signor Attilio Maffei, se  possibile".
"Sono io!".
Gemma fu invasa da una disperata confusione, non sapeva da che parte cominciare e per rendere meno astratto quel colloquio cerc d'immaginare il volto dell'uomo all'altro capo del filo: aveva una voce giovanile ma doveva per forza essere anziano. Cos, lottando invano contro la muraglia tutta echi della propria agitazione, cerc di spiegare che stava facendo una ricerca: la ricerca riguardava una vecchia barca, e che questa era appartenuta ad un certo Rougier. Aggiunse che aveva trovato un manoscritto che citava quel tale, e che sullo stesso documento aveva trovato il nome di Attilio Maffei...
Dalla cornetta fluiva adesso un silenzio gelido quasi solido;
tanto che Gemma fu assalita da un impeto irresistibile che la costrinse a sgranare balzane giustificazioni. Infine si chet, di colpo, preparandosi ad arginare l'offesa del suono bitonale che, da un momento all'altro, l'avrebbe aggredita.
Invece, sorprendentemente, la voce ruppe il silenzio e domand: "E quindi?".
Dopo un istante d'incertezza la ragazza riprese: "E quindi... vorrei sapere se  lei quell'Attilio Maffei menzionato nel documento".
"Pu darsi, bisognerebbe che lo vedessi".
"Naturalmente... e come possiamo incontrarci?", il cuore fin per balzarle in gola.
"Dovrebbe raggiungermi a casa. Sono convalescente e non posso ancora uscire".
" veramente gentile da parte sua", disse Gemma con voce quasi strozzata, poi prosegu, "mi potrebbe dettare l'indirizzo?".
Attilio non era sicuro di quello che stava facendo. C' certa gente in giro! E tutti gli ripetevano di non aprire mai a nessuno; ma non tard a rispondere, con voce pacata, di s. Cos scand l'indirizzo e, dopo aver chiesto alla ragazza da dove telefonava, aggiunse che la sua abitazione non si trovava molto distante dal porto. Seguendo il Fosso Reale, avrebbe presto individuato l'unico palazzo dalla facciata semicircolare dirimpetto una piazzetta sulla destra del canale.
Riattaccato il telefono, lo scintillio eccitante di quella conversazione prese a dispiegarsi all'infinito riempiendo il cuore dei due interlocutori, a loro insaputa nella stessa maniera. Gemma fu pervasa dal dubbio di non aver avvisato nessuno; ma era accesa di un tale entusiasmo che quel dubbio si dilegu all'istante. Attilio sprofond in una poltrona senza braccioli equilibrandola sulle gambe posteriori; poi si abbandon a un'eccitazione che lo travolse come la rapida di una piena. Un'eccitazione che dopo avergli divorato l'animo lievit nella stanza impadronendosi di ogni spazio.
Il gracchiare del citofono fu la secca risposta al suono del campanello; poi uno scatto metallico scosse il portone che invit la ragazza a entrare. L'androne emanava un fascino ottocentesco, e sarebbe stato come mettere un piede nella Toscana granducale se il gemito sinistro di un congegno moderno non avesse rivelato che il portone si era chiuso alle sue spalle; poi una penombra ovattata la avvolse di colpo. Un eroico profumo di lavanda tentava di contrastare l'odore di sotterranea umidit che imperava stanziale nell'aria dove ancora aleggiava l'acre vaghezza di una sigaretta. Gemma affront lo scalone di pietra scura e, mentre saliva, l'inquietudine aumentava di peso: pareva trattenerla, quasi respingerla. Andare in casa di uno sconosciuto non era certo una delle azioni pi consigliabili per una ragazza; ma la posta in gioco era alta e soprattutto intrigante.
L'assalto delle emozioni stava sbaragliando l'ordine e la logica della sua tattica, e per non aver preparato un promemoria si giudic sprovveduta: il cuore le balz in gola, ma non se la sent d'incolpare i gradini.
Sul pianerottolo trov un uscio accostato e un uomo che la stava aspettando.
Era un vecchio serio e malinconico, che una vaga luce spiovente scolpiva in una postura di memoria atletica. Le and incontro con un portamento disinvolto che ne esaltava la statura e mascherava solo in parte la circospetta titubanza delle sue ginocchia prudenti. Certo dimostrava di essere agitato almeno quanto lei.
Gemma fece avanzare in avanscoperta un sorriso imbarazzato.
"Buonasera, sono Gemma, quella della barca".
"Onorato, Maffei. Attilio Maffei", sussurr il vecchio, mentre un'espressione tesa si faceva largo tra le rughe del suo viso. Per non apparire scorbutico accenn un sorriso che lei sospett essere la sua massima estroversione affettiva; poi, continuando a squadrarla inquisitorio, la invit ad entrare.
Nel momento in cui si strinsero la mano, Attilio avvert una strana sensazione. Come se quel gesto chiudesse un impegno antico per aprirne uno nuovo. Aveva il cuore in gola, come lei: e proprio come lei non si capacitava di cosa stesse accadendo, n poteva immaginarne le conseguenze; ma si sforzava di resistere alla vertigine che lo stava trascinando verso la consapevolezza di avere stretto la mano del destino.
Un raggio di bionda trasparenza spezzava la prospettiva del corridoio. Il vecchio lo attravers e svan nel pulviscolo dorato che vi si annuvolava. Gemma ebbe l'impressione di seguire uno spettro ma lo fece senza timore; avvert i suoi passi risuonare grandemente, mentre un buon odore le andava incontro dalla cucina, come se qualcosa avesse smesso di cuocere da poco.
Entrarono in un salone dall'arredamento accogliente, con le pareti tappezzate di dipinti secondo la tradizione labronica: Gemma non era un'esperta, ma intu che dovevano costituire una collezione invidiabile.
"Si accomodi!", disse Attilio indicando il divano.
Lei sedette, e lui fece altrettanto sulla poltrona.
"Allora? Da quanto ha detto al telefono, mi sembra di capire che tiene in mano delle buone carte: manoscritti, Rougier, Vezzi, Marilli"; poi prosegu con un sorriso enigmatico stampato sul volto, " riuscita a pescare la luna tra la polvere dell'Archivio...".
Il vecchio aveva alluso a molte cose, e il suo tono era stato equivoco, irriverente, come a celare una sarcastica provocazione. Ma lei, incurante, chiese sorpresa: "Marilli?".
"Era il nome della barca che l'ingegner Rougier fece costruire".
"Mai sentito! Tuttavia sono certa che la barca sia appartenuta a un tale di nome Rougier, e costruita qui, a Livorno. Inoltre... come dire...".
Attilio annuiva incuriosito, ma la ragazza indugiava tanto da apparir sospesa in una muta esitazione, e si arrest, intrappolata nella propria timidezza.
Attilio comprese quello stato d'animo, perch anche lui soffriva di quel genere d'inibizione di fronte a fatti inverosimili; ma pregustando il piacere dell'incognita e dell'imbarazzo, con tono rassicurante la invit a proseguire.
"Inoltre la barca  avvolta da un mistero sotto certi aspetti inquietante, che riguarda...", Gemma continuava a tergiversare, "... che riguarda una leggenda secondo la quale...", e su quella seconda pausa la voce di Attilio si sovrappose portandole aiuto e conforto.
"... secondo la quale il Direttore, poich Achille Rougier era in quel tempo direttore del Cantiere Oder Terni Orlando di Livorno, avrebbe architettato intenzionalmente l'affondamento della sua bella Marilli".
Spiattell quella rivelazione senza riuscire a controllare una smorfia soddisfatta.
Un'energia volitiva si infuse nel cuore di Gemma, tanto che lei riusc ad azzardare piena di speranza: "Allora conosce il mistero della barca?".
"Il termine mistero  un eufemismo che indora con lo zucchero della fantasia un disordine faticoso da razionalizzare! Comunque questo  quello che si favoleggiava", sentenzi il vecchio, che proseguendo con lo stesso tono sornione aggiunse chiudendosi nelle spalle: "Sono leggende tramandate dal racconto popolare: fantasie remote, dimentiche e dimenticate!".
Gemma pendeva sospesa a un silenzio struggente, assorta nell'attesa che il vecchio cominciasse a raccontare la sua storia. Di sicuro ne aveva una, ed era certamente travolto dal cocente bisogno di raccontarla, sperava lei! Tuttavia riusc a controbattere: "Purtroppo non sono venuta a capo di nulla. Niente documenti n testimonianze; e questo penalizza un po'... diciamo il prestigio della barca... nel nostro ambiente intendo...".
Pronunci queste parole con tono accorato, come se quella storia incompiuta non si riferisse a una barca ma a una persona cara che aveva perso la memoria, il suo passato e le sue radici: una persona che aveva perduto se stessa. Evidentemente non la considerava solo un oggetto. Intanto, aveva tirato fuori dalla borsa la copia del manoscritto e la porse al vecchio con impazienza, come se quel documento avesse potuto trasformarsi, allo scoccare di un certo momento, in una farfalla e volare via chiss per quale sortilegio.
Attilio se lo gir tra le mani e lo sfogli distrattamente; poi si liber di un sospiro sofferto, lo riconsegn alla ragazza e cominci a parlare.
"Vede, quando ho risposto al telefono e ho sentito quei nomi, Rougier, Vezzi, mi  parso di tornare indietro di cinquant'anni. Lei mi ha parlato di una barca di quarantadue piedi, ed io ho pensato subito a Marilli, anche se, per un attimo, ho sperato che potesse trattarsi di una gemella: circostanza improbabile del resto".
"Perch ha sperato?", flaut lei dispiaciuta.
"Perch nei ricordi ci si sta bene da soli. La compagnia li rende meno trasognati e pi affilati; comunque, ripeto, una gemella mi pare improbabile, anche se tutto  possibile".
Il tono del vecchio aveva una foga che non ammetteva interruzione, ma Gemma lo interruppe.
"Quindi lei avrebbe conosciuto questo Rougier, il primo armatore di Malafemmena? Cio, come l'ha chiamata: Marinella, Mariella?".
"Marilli! Si chiamava Marilli: come la figlia del Direttore".
"E l'avrebbe vista costruire?".
"Concepire sarebbe il termine pi appropriato: ho visto i progetti! Veder costruire una barca  veder nascere un'opera d'arte. Aleggia nell'aria la sacralit con cui si veste una sposa oppure un torero:  un rituale ambizioso, quasi un esorcismo".
Parlando mandava lunghi sospiri, non moti d'impazienza n di malinconia, ma sospiri esclusivamente fisici, come  proprio dei vecchi; ed anche la sua voce pareva mutata, all'improvviso, per certe cave flaccidit, cos come i suoi sguardi opachi divenuti infiniti. Tuttavia le sue parole riuscivano a trasmettere un trasporto che trasudava emozione; e lui, inconsapevole vittima del proprio trasporto, proseguiva sul filo dei ricordi allontanandosi dalla ragazza come abbandonato alla corrente di un tempo remoto, e aggiunse: "Veder costruire quella barca fu per noi un'esperienza indimenticabile". Ma, pentito di aver indugiato sulla patetica profondit dei ricordi, tent di rifugiarsi nella speranza di un dubbio: "Sempre che la vostra barca sia la vecchia Marilli. Ma se fosse...", e con l'inerzia di un impeto incontrollabile sentenzi: "Il Rougier non l'ha affondata di sicuro!".
Disse queste ultime parole meccanicamente, come una formula imparata da anni che bisognava tirare fuori in certe occasioni; ma Gemma lo misur con aria risentita, soppesando il valore di quell'affermazione quasi vomitata. C'era rimasta malissimo, era evidente, ma cerc di trattenere la delusione che sentiva traboccarle dallo sguardo, e ci riusc a stento.
Non era pi preparata ad accettare il sospetto che l'aveva assalita in Archivio: se era tutta una menzogna, lei ancora non ci voleva credere. Cos decise di formulare una domanda per ridimensionare la presunta arroganza del vecchio. Ma quella domanda rest solo un'intenzione; e l'iniziale ostilit del suo volto si mut in un'espressione di infantile dolcezza, soffocando la ridicola volont di controbattere un'insolenza che, di fatto, non si era verificata.
Attilio not lo scintillio di smarriti lucciconi, e per sdrammatizzare disse: "Mi dispiace infrangere i suoi sogni. Le analogie appaiono evidenti, ma per quanto riguarda la leggenda... beh l'importante  che il mito rimanga un mito. E non trascuri, cara mia, che nella storia le leggende sono importanti quanto la realt".
Lei aveva la faccia un po' contrariata, il vecchio se ne avvide e prosegu.
"Comunque possiamo fare una verifica: mi segua". I suoi passi svanirono nel corridoio, e la ragazza si lasci guidare. Ci fu un momento di completo silenzio. Nessun fremito agitava il pomeriggio, nessun alito respirava, mentre entrarono in un piccolo studio.
Gemma si accost alla finestra che indorava la stanza: quasi un rifugio.
Le chiome dei pini proiettavano ombre inquiete e lasciavano intravedere un fiacco canale dove i canottieri scivolavano leggeri incontro alla fatica. Lungo il Fosso Reale, palazzi di memoria patrizia sfilavano perdendosi nella prospettiva del porto intagliato nel controluce. Poi si volt, rimanendo appoggiata al davanzale con le braccia conserte.
Sopra uno scrittoio fotografie di ricordi dai contorni sfocati. Un austero pianoforte si stagliava contro il raro spazio celeste scampato ai dipinti, e una libreria bulimica ingoiava un'intera parete. Libri, e libri su libri si ammucchiavano sparsi tutt'intorno insieme a modelli di antichi velieri. Due remi s'incrociavano sopra la porta, e accanto a quella pendeva un rosario in legno d'ulivo cos antico che pareva intagliato dal tempo stesso.
Gli occhi opachi del vecchio si accesero di una luce brillante come atterriti di rivivere il passato.
"La riconosce?", disse accennando un movimento del capo.
Il viso di Gemma fu assalito da un pallore cadaverico, subito
cancellato da un imbarazzante rossore: Malafemmena era l davanti ai suoi occhi sbigottiti, ridotta in miniatura dalla bacchetta magica di una fata. Solo l'alberatura era diversa e aveva l'aspetto romantico delle ali di un albatro. Attilio prosegu rompendo il silenzio: "Fu progettata con un piano velico frazionato a Cutter...".
"Bellissima! Io l'ho sempre conosciuta con l'armatura bermudiana, ma per il resto  identica".
"Naturalmente", aggiunse lui, "ma se la sua barca  questa, non si pu sbagliare. Il disegno  unico: slanci e linee d'acqua sono inequivocabili. In ogni caso...", prosegu con tono di sfida, "... se a bordo avete il sagittario, certamente  lei: la barca del Direttore".
Gemma lo fiss interrogativa; poi ribatt che il simbolo del sagittario era sempre stato ben manifesto sul tavolo da carteggio: la freccia spezzata. Ma era consapevole di aver detto la cosa sbagliata.
Il vecchio sorrise e chiese se non ci fosse, incastonato nella paratia, sopra l'angolo del carteggio, uno stemma rotondo, di bronzo, dal diametro di circa dieci centimetri.
La ragazza rispose che non aveva mai visto niente di simile; allora il vecchio tir fuori da un cassetto un involto di panno, lo apr e ne estrasse un bronzo di raffinata manifattura. Rappresentava un centauro nell'atto di scagliare un arpione verso il cielo. Stava sollevato sui garretti accennando uno scarto, mentre abbrancava l'aria con le zampe anteriori. La torsione del tronco esaltava la plasticit di una muscolatura olimpica: contorto e inquietante come il fusto di un ulivo antico. Con un braccio teso verso il cielo, stendeva l'altro indietro innaturalmente, come a reclutare l'ultima falange d'energia prima di scagliare la sua rabbia contro i numi: reclamava una vendetta, o forse un'ingiustizia.
Cercando di nascondere il suo stupore, Gemma osservava il disco con diffidenza. Lo rivoltava fra le mani, sospesa e seria; finch lesse a voce alta l'incisione tra gli zoccoli del centauro: "Sapere Aude". Poi sollev lo sguardo, guard il vecchio ed esclam: "Abbi il coraggio di comportarti saggiamente!".
" un verso di Orazio. Piaceva al Direttore; ed  quello che ha cercato di fare lei nella sua ricerca: ha avuto il coraggio di comportarsi saggiamente".
Gemma fiss il vecchio, smarrita nel rossore del proprio imbarazzo, e lui finalmente sciolse le proprie emozioni in un sorriso che rest vago e senza conclusione.
A quel punto Gemma dette voce al timido pensiero che aleggiava da tempo nella sua testa e illuminando i grandi occhi profondi, con la bocca ben disegnata sussurr: "Ma lei chi ? Come fa a conoscere cos bene l'ingegner Rougier?".
Il vecchio, che ancora non riusciva a resistere all'incessante assalto dei ricordi, tralasciando l'orgoglio che avrebbe ostentato molti anni prima, rispose aspro e remoto: "Sono stato il suo attendente!".


Capitolo 1.
La Storia e la storia.

Chi comanda il mare, guida la storia.
Horatio Nelson.

"Per comprendere la storia della vostra Marilli, scusi se continuer a chiamarla cos,  necessario conoscere alcuni aspetti del periodo in cui fu costruita; quindi la prego di perdonare la ricostruzione degli eventi che cercher di raccontare per come vanto la presunzione di averli capiti".
Pareva un uomo diverso quello che aveva introdotto tutta d'un fiato, inaspettatamente, una lezione riposta in un cassetto nell'attesa che giungesse quel momento; poi, con tono provocatorio, prosegu: "Amor che move il sole e l'altre stelle. Macch! Anche il sole  mosso dall'avidit di potere".
Quelle parole echeggiarono in una dimensione onirica, come le note disarticolate di un'orchestra che accorda gli strumenti prima del concerto.
Gemma lo guard stupita, e lui aggiunse con disillusa prostrazione: "Avidit, interesse e ambizione. Datemi queste leve e sollever il mondo. E l'amore?", fece una smorfia e aggiunse, "Fantasia di poeti!"; poi scaravent uno sguardo amaro fuor di finestra, verso l'azzurro indorato che orlava fughe di tetti.
Prima Ovidio, ora Alighieri. Gemma non riusciva a decifrare quanto il vecchio volesse mostrarsi o continuare a celarsi: epifania o eclisse? E lo scrutava, scolpito negli ambigui chiaroscuri del suo aspetto e del suo temperamento, resi ancor pi stridenti dall'inattesa comparsa di un tatuaggio che spunt da una manica, quando per prendere una fotografia, tra quelle sul pianoforte, Attilio allung il braccio. Fece come per mostrarla alla ragazza, ma ebbe un ripensamento; e appoggiandola sul ventre cominci a carezzarla
con l'arpeggio delle sue dita: pareva un cantastorie.
"Spero che la pazienza per raccontare questa storia mi assista fino alla fine, come spero che assista lei nell'ascoltarmi. E non facciamoci scoraggiare da tutti questi libri", disse guardandosi intorno, "nei quali forse  scritto tutto in tutte le combinazioni della fantasia; poich quello che dir, loro ancora non lo sanno. Marilli fu varata nel maggio del 1939: un evento felice in un periodo terribile. La guerra di Spagna era finita da un mese e l'Italia stipulava il Patto d'Acciaio con Germania e Giappone. Nell'agosto successivo Hitler e Stalin avrebbero stretto il "Patto di non aggressione"; anche se dopo un mese, lo stesso Hitler lo avrebbe disatteso invadendo la Polonia. Fu proprio in quel maggio che il Cantiere di Livorno complet l'allestimento del Tashkent". Fece una pausa, poi soggiunse: "Ne ha mai sentito parlare?".
Gemma rispose con un imbarazzo scolastico che fece affiorare sulla bocca di Attilio un sorrisetto sardonico.
"La nave era stata varata nel novembre del 1937, poi, dopo due anni di allestimenti e collaudi, fu consegnata alla Marina Sovietica". Un tono solenne, quasi marziale di marcia, accompagn quest'ultima frase.
Gemma fissava quel vecchio enigmatico, mentre proseguiva spedito nel suo racconto che pareva attingere da un immaginario sfocato.
"Dal 1934 al 1937, l'Italia permise all'Unione Sovietica di ricostituire la propria flotta, ormai obsoleta e di scarso potenziale bellico".
"Davvero?!", non pot far a meno di esclamare la ragazza, lasciando trapelare un'incertezza che, per un istante, priv la sua voce di quella dolcezza timbrica che richiamava un canto. Quel tono dubitativo sprigion nel vecchio l'incontrastabile desiderio di proseguire.
In quel periodo, la Marina russa versava in una situazione critica, a causa della sua inadeguatezza tecnologica; poich le purghe post-rivoluzionarie avevano decimato gran parte del personale tecnico. Tuttavia, lo scenario internazionale pretendeva che le Marine disponessero di flotte potenti ed efficaci; pertanto la Russia fu costretta a rivolgersi all'estero, ma nessun Paese ad eccezione dell'Italia possedeva i requisiti di competenza e convenienza capaci di soddisfare le sue esigenze.
"Tutto questo mentre l'Italia era in conflitto con l'Etiopia e Mosca sorreggeva il Negus!", tenne a sottolineare Attilio.
"Cos nel giro di pochi anni la flotta sovietica raggiunse un potenziale pari a quattrocentomila tonnellate di navi da combattimento", e quel numero riemp la bocca del vecchio col clangore della sua micidiale minaccia bellica.
Possedeva un'avvenenza oratoria per niente distratta da un'amabile cadenza vernacolare; e, consapevole di aver conquistato l'interesse della sua ospite, procedeva spedito sorretto da una vaga impostazione didattica.
"Per questo, appunto nel 1934, fu bandita una gara per la costruzione di un esploratore veloce. Vinse la Oder Terni Orlando che assegn l'attivit allo stabilimento di Livorno: qui il Tashkent fu progettato e costruito".
Il vecchio fece una pausa; poi, indicando verso sud, aggiunse: "Quello che resta del Cantiere lo pu vedere laggi", e Gemma scorse in lontananza la dentatura di capannoni che frastagliavano il controluce meridiano.
"Il Tashkent sarebbe stato l'unico esemplare "italiano", poich la nostra assistenza tecnica avrebbe seguito il completamento del programma, che prevedeva la costruzione di altri undici esemplari, direttamente nei cantieri sovietici".
Il racconto di Attilio si dipanava con ritmo incalzante, i suoi occhi brillavano e un puerile compiacimento si affacci nel tono della sua voce quando tenne a precisare: "Quella era la vera ambizione del programma, non la semplice fornitura di tecnologia".
"Sta affermando che italiani fascisti andarono a lavorare nella Russia comunista?", chiese Gemma incredula.
"Avrebbero... dovuto!", rispose lui, "Il programma non fu realizzato secondo le previsioni; tuttavia numerosi tecnici sovietici si stabilirono in Italia, e vi soggiornarono a lungo".
Attilio era intenzionato a non concedere alcuna licenza al proprio racconto; sosteneva che, in quel periodo, secondo lo
Stato Maggiore italiano, non sussistevano i presupposti per un conflitto tra Italia e Unione Sovietica, cos come si escludeva un conflitto con la Gran Bretagna; mentre era considerato probabile uno scontro con la Francia e con la Jugoslavia.
La collaborazione tra i due Paesi era cominciata nel settembre 1933, e gi il 30 di quello stesso mese la prima commissione sovietica giunse a Livorno.
Nei mesi successivi la commissione visit aziende di interesse strategico in tutta Italia, e infine present a Roma un elenco di richieste che, per ovvi motivi, fu accettato solo parzialmente.
Conclusa la Guerra d'Etiopia, l'Italia intervenne nella Guerra di Spagna. Segu un periodo di relazioni diplomatiche altalenanti che, tuttavia, mai giunsero a quella rottura che avrebbe segnato la rovina economica per i due Paesi; e cos, nel gennaio del 1937, sullo scalo Morosini del Cantiere di Livorno, inizi l'impostazione del Tashkent. L'evento pass inosservato agli occhi della cronaca, ma fu seguito con attenzione da una delegazione sovietica costituita da ventinove elementi che dichiarati ufficialmente operai specializzati, si rivelarono in seguito tecnici e ingegneri.
Unico personaggio di rilievo partecipante alla cerimonia fu l'Addetto Navale dell'Ambasciata Sovietica di Roma, il comandante Boris Scheil, che durante il brindisi augurale auspic il pieno rispetto delle scadenze contrattuali: consegna entro undici mesi! Ma proprio a causa dei tentennanti rapporti tra i due Paesi, mai previsione fu pi ottimistica e pi disattesa.
"Nell'agosto dello stesso anno, Mussolini dichiarer:... non tollereremo il bolscevismo o qualcosa di simile nel Mediterraneo...", il vecchio sorrise scuotendo la testa, poi riprese senza pi interrompersi.
"Eppure Mussolini aveva fatto di tutto, e continuer a fare di tutto, per mantener fede al Trattato di amicizia con Mosca; finch, a un tratto, il delicatissimo congegno si guast e i rapporti tra i due Paesi collassarono".
Infatti, proprio nell'agosto del 1937, un cacciatorpediniere italiano affond un mercantile sovietico, e nel settembre successivo il sommergibile Luigi Settembrini, intercett un piroscafo nelle
acque del mar Egeo. Il Cremlino accus l'Italia di pirateria; ma, nonostante tutto, il 21 novembre 1937, il Tashkent scivol in mare, dimostrando che la collaborazione tra Italia e Unione Sovietica continuava a essere sostenuta a oltranza.
A quel punto, seguendo il filo del proprio ragionamento Gemma intervenne: "Quindi solo in seguito all'Operazione Barbarossa, Mussolini, pose fine ai rapporti pacifici con Mosca".
"Esatto. Cerc fino all'ultimo di mantenere buoni rapporti con la Russia, poi, fedelmente solidale con l'Alleato tedesco... fece quello che fece. Noi, curiosi spettatori, possiamo solo notare le coincidenze che legano l'atteggiamento italiano alle due importanti azioni tedesche: il Patto di non Aggressione prima e l'Operazione Barbarossa poi, tanto da indurci a riflettere sull'effettiva autonomia politica del Duce. Inoltre, malgrado il plateale contrasto ostentato da Mussolini, non possiamo trascurare che l'amicizia tra Italia e Russia avrebbe garantito ai Sovietici la libert di navigazione nel Mediterraneo".
Emise un sospiro forzato, come fosse giunto al termine di una fatica, e con la poetica vaghezza degli astrologi, esclam: "Ma questo  un argomento che interessa gli storici e non la vostra bella barca". Infine, come a cercare le parole giuste per un messaggio da chiudere in una bottiglia, concluse: "Ci interessa invece che, nella contrastata collaborazione tra la Marina Italiana e la Marina Sovietica, si realizz quel leggendario capolavoro che la storia ha conosciuto col nome di Tashkent: il pi veloce incrociatore del mondo!".
Pronunci con enfasi il superlativo; poi rimase appeso ai propri pensieri. Fissava la ragazza senza che alcuna espressione velasse la sua faccia muta, se non una svanita smorfia disorientata; poi decret: "Iniziava l'avventura di una nuova modernit".
"Qualcuno lo definiva cacciatorpediniere, qualcun altro incrociatore. Anch'io ho continuato a chiamarlo cos: incrociatore. Ma la sua definizione ufficiale era "esploratore veloce": e mi creda, mai aggettivo fu pi azzeccato. A quel tempo lo scenario politico internazionale si reggeva su equilibri delicatissimi e il varo del Tashkent contribu a fomentare l'ammirazione e il terrore che ribollivano nel
mondo come lieviti nel tino: da un lato, l'industria cantieristica mondiale interessata dalla tecnologia italiana, dall'altro, lo scacchiere navale preoccupato di conservare le proprie posizioni. Una preoccupazione che in Giappone si convert presto in allarmismo, nella previsione che l'unit sarebbe stata impiegata in Estremo Oriente. Per questo Tokio aveva esercitato forti pressioni affinch Roma ritardasse la consegna della nave, valutando addirittura la possibilit del suo acquisto qualora l'instabilit del rapporto italo-sovietico fosse degenerata; e a quel punto, in sintonia con la filosofia judoka, sfruttando la forza del proprio avversario, il Giappone avrebbe atterrato la Russia con un'abile mossa. Ma nel febbraio del 1939 il ministro Ciano concluse un nuovo accordo. Finalmente il Tashkent sarebbe stato consegnato, e i cantieri russi avrebbero realizzato altre undici gemelle, anch'esse intitolate a importanti citt sovietiche. Tuttavia il programma non trov compimento poich, in seguito all'invasione tedesca, fu prima sospeso e poi abortito. Per questo motivo la nave costruita a Livorno rimase la prima e unica a prendere servizio operativo, e lo fece col soprannome "Incrociatore blu". Infatti, era stata verniciata con i colori italiani e al fianco delle altre appariva bluastra. Ma il vanto della Marina sovietica, orgoglio della cantieristica italiana, ebbe vita breve; infatti, durante la battaglia di Sebastopoli fu attaccato dagli Stukas tedeschi e, ironia della sorte, da siluri italiani lanciati da motovedette italiane: era il 2 luglio 1942, quando il Tashkent col a picco nelle acque del Mar Nero".
Il vecchio emise un sospiro.
La storia aveva tracciato un appetibile sentiero che lui era riuscito a seguire fino l, al limite del bosco dell'immaginario; oltre quel limite solo fantasie.
I motivi che avevano indotto Mussolini a sostenere la ricostruzione della flotta sovietica erano ignoti, e l'impegno che l'Italia aveva sostenuto contribuiva a rendere ancor pi nebulose le dinamiche tra i due Paesi. Inoltre, a quella seducente vacuit storica, si sommava un silenzio tecnico forse ancor pi eloquente; poich, confess il vecchio, in anni di ricerche non aveva scovato alcun indizio utile sia negli archivi del Cantiere, tanto meno in quelli della Marina.
Il vecchio percep lo sguardo inquisitore e diffidente della sua giovane ospite e cerc di svincolarsi dalle corde della memoria come un pugile all'angolo.
"Le potr apparire una situazione paradossale e certo lo era, poich presentava un indubbio contenuto ideologico, ma fu vissuta da noi senza particolari affanni. Tutti volevano lavorare al Tashkent, e in Cantiere le giornate a fianco dei russi trascorrevano con una certa familiarit".
Poi prosegu lasciandosi guidare da un'ispirazione: "Forse il riarmo della flotta sovietica  stato uno degli errori pi gravi della politica estera di Mussolini, ma anche uno dei pi affascinanti, proprio per i legami tuttora inestricabili che corsero tra l'Italia e il Regno Unito".
Ebbe un momento di soprappensiero e riprese.
"Gi il Regno Unito", esclam accennando un sorrisetto di scherno, "non pensi che in quella bolgia sia rimasto a guardare. L'Inghilterra ha sempre avuto a cuore le questioni navali, e in quella circostanza manifest una forte inquietudine; perch, come pu rendersi conto, un potenziale accordo tra le tre dittature avrebbe determinato effetti disastrosi per la Corona Inglese che gi sentiva scricchiolare la supremazia della propria Marina. Ma non ci sono, almeno per adesso, elementi che suggeriscono i progetti covati da Mussolini. Sappiamo solo che Ciano aveva programmato un viaggio a Mosca. Quel viaggio non  mai avvenuto; e la Storia, senza pi voltarsi indietro, imbocc il bivio che conosciamo".
La luce che colava dalla finestra cominciava a virare verso il giallo.
Gemma, dopo essere rimasta in ascolto per tanto tempo, ruppe il silenzio che l'aveva rapita, e con tono da commediante domand: "Ma in tutta questa storia cosa c'entra Marilli?".
Il vecchio sorrise.
"Ha ragione. Abbiamo parlato dell'Italia, della Russia e anche dell'Inghilterra; ma non abbiamo ancora parlato di Marilli, che, guarda caso, dopo il suo misterioso affondamento, fu recuperata proprio dagli inglesi; tuttavia, deve pazientare ancora un po'. La vicenda di Marilli  una partita fra quattro giocatori seduti allo stesso tavolo; ne abbiamo conosciuti solo tre: Italia, Russia e Gran Bretagna. Mi permetta di presentarle l'ultimo: la Francia".
"Dalla seconda met degli anni Trenta i rapporti tra Italia e Francia si erano fatti sempre pi tesi, tanto che nel 1938, come risposta al crescente armamento francese, la Marina Italiana avvi il progetto Caccia Conduttore: guarda caso una rielaborazione del Tashkent, che prevedeva la costruzione di dodici navi identificate come Classe Capitani Romani".
"Questa l'ho sentita!", esplose Gemma di soprassalto: "Si, si, proprio Capitani Romani! Tipo... Scipione l'Africano...  un nome che mi ricorda qualcosa".
"Per forza!", esclam il vecchio con disappunto e, senza mascherare un sorriso, aggiunse con manifesta soddisfazione: "Uno dei programmi pi riusciti nella storia della Marina italiana".
Gli brillavano gli occhi mentre raccontava che nel settembre del 1939, il Cantiere di Livorno avvi l'impostazione delle navi Attilio Regolo, Caio Mario, Claudio Tiberio e Scipione Africano-, mentre i cantieri di Riva Trigoso, Ancona e Castellammare di Stabia iniziavano la costruzione delle altre unit.
"Ma delle quattro navi impostate a Livorno, solo due presero servizio operativo: Attilio Regolo e Scipione Africano-, ed  di queste che ha sentito parlare. L'Attilio Regolo recuper i superstiti della Corazzata Roma, dopo il tragico affondamento del 9 settembre 1943, per poi incappare in quel sequestro sotto bandiera spagnola tutt'oggi poco chiaro. La Scipione Africano, invece, fece da scorta alla famigerata Baionetta: la torpediniera che, dopo l'Armistizio, condusse la famiglia reale in fuga verso Brindisi...".
S'interruppe per un istante, mentre una smorfia di sdegno segnava di un'ombra cupa il suo sguardo; poi prosegu, serrando i ricordi nello spasmo di un pugno come per impedire che dilagassero oltre il suo controllo, "... andare via cos e lasciare il Paese nella tragedia: un Re! Fuggire di notte, alla zitta: come un contrabbandiere".
Gemma, ormai satura di curiosit, chiese senza mezzi termini: "Scusi la mia invadenza, ma lei  uno storico?".
Attilio sorrise; e lo fece con quel suo modo enigmatico e indecifrabile con il quale imbrigliava l'interlocutore nella rete di un dubbio.
"No, non sono uno storico, nemmeno dilettante. E nemmeno per la Storia ho mai avuto grande passione. Gli storici dovrebbero essere rigorosi, attendibili, imparziali. Non dovrebbero farsi distogliere durante la ricerca della verit da un interesse o da un timore; tanto meno, dovrebbero farsi influenzare dalla rivalsa o dalla simpatia. Io, purtroppo, non possiedo alcuna di queste virt. Anzi..., ma ritengo la Storia un affascinante archivio di eventi".
"Historia magistra vitae! disse Cicerone", esclam la ragazza con pomposit.
"Esattamente", prosegu il vecchio, "ma la storia non  magistra di niente che ci riguardi!" dice Montale. Tuttavia la fame fa uscire il lupo dal bosco; ed io avevo fame di comprendere gli avvenimenti che avevo vissuto".
Andava dallo scrittoio alla finestra e dalla finestra allo scrittoio, indeciso se proseguire e come; infine, torn a concentrarsi sul centro misterioso di quella sua storia e sospir ancora lungamente.
"Ecco quale era la situazione della cantieristica italiana, al tempo della mia giovent. Trascorrevo una vita di sogno sulle coste della Grecia; finch i miei giorni, gonfi di felicit, si infransero come onde sugli scogli del destino. Lei  giunta fin qui ed io la ammiro; ma non so se riuscir a portare a termine la storia che lei cerca. Non so se sar capace di staccarmi da una vicenda la cui verit ancora mi affligge".
Gemma si rese conto di aver scavato una via di fuga ai ricordi del vecchio che morivano dalla voglia di tornare in superficie.
Lui tir il fiato come un atleta che si prepara a superare se stesso; poi guard lontano ben oltre la propria dimensione; certo , che il suo volto s'illumin dell'emozione che illumina chi si appresta a narrare meraviglie, o forse solo il mondo fantastico della perduta giovent.


Capitolo 2.
L'ombra rifiutata.

Noi, esseri Uniti, personificazione di uno spirito infinito, siamo nati per avere insieme gioie e dolori; e si potrebbe quasi dire che i migliori di noi raggiungano la gioia attraverso la sofferenza.
Ludwig van Beethoveen.

Tutto cominci a causa di un brigante, forse un ragazzo come lui, che gli aveva regalato una palla di moschetto in cambio della sua barca carica d'olio e di formaggio.
Era una bella feluca di quasi nove metri se si considerava il bompresso. Era snella, robusta, di tipo piratesco; armata di una velatura che le conferiva un'aria impertinente: vecchie velacce che solo a macchie conservavano il loro antico color lino. Per la gran parte avevano assunto le tinte di un'esistenza di bolina, di sale, di sole da spaccar la testa, di bestemmie di vento e viscere di pesce; ma erano ancora molto buone per navigare con esuberanza e destrezza.
A vederla veleggiare contro il turchese che in certe giornate l'estate ricamava all'orizzonte, pareva un albatro che piroettava in ardite evoluzioni.
"Sembrava che la prua volesse schizzare fuori dal mare per saltare nel cielo, come a volte fanno i delfini", andava gesticolando il vecchio che come un delfino si rituff nel racconto.
"Di solito prendevo il mare nella luce incerta dell'alba: era un momento magico. Il sole cominciava a scaldarmi la schiena e le gambe; quando scapolavo il promontorio, viravo di bordo e andavo incontro al mare increspato da squame di luce. La superficie dell'acqua si stiracchiava belando nella sensualit del primo mattino; indugiava e poi mi rifiutava con il mugolio uggioso di qualche spruzzo insonnolito. La citt, intanto, velata di foschia, svaniva lentamente dietro la punta del golfo prima di perdere del tutto i suoi contorni.
Verso l'ora del desinare si levava il Meltemi e la barca iniziava a danzare sopra le schiene di onde azzurrissime che si spianavano in una scia effervescente. E Meltemi era il suo nome, ma io l'avevo ribattezzata L'Amelia, in ricordo di una fiamma spenta da tempo... o forse mai spenta", aggiunse sottovoce tra s.
"Oppure in omaggio al Conte di Montecristo", ribatt Gemma con provocatoria affettazione.
"Brava!", esclam lui con accondiscendenza, "o forse per imitazione, se preferisce, del mio caro compagno d'infanzia Edmond Dantes, che fugg dal Castello d'If con La Giovane Amelia, ma forse a quel tempo non ci feci tanto caso".
A quel punto la voce del vecchio mut intonazione, e davanti al suo sguardo parve aprirsi una dimensione fantastica con la magia di un sipario vermiglio.
"Erano gli ultimi giorni di novembre e l'aria cominciava a irrigidirsi preannunciando l'inverno. Un pescatore mi scorse riverso sui ciottoli levigati e grigi di una baia; poi altri sopraggiunsero. Non avevo pi la mia barca ed ero quasi privo di sangue; ma in compenso avevo guadagnato un danno polmonare permanente".
Un'espressione d'inaspettata tenerezza cal sul bel viso della ragazza. Cominciava ad affezionarsi a quel personaggio eccentrico che fin dall'inizio era apparso un uomo vigoroso, colto e sfuggente, che ancora infondeva un senso di protezione. Aveva avuto certo un passato intrigante, ma la rivelazione di quel limite fisico, che lo aveva menomato fin dalla giovent, sgretolava ogni ipotesi cancellando di colpo il ritratto romantico che lei era andata tratteggiando con i colori della fantasia.
Attilio avvert quella premura, quasi una compassione, ma giudicandola immeritata aggiunse: "Spesso ho pensato a quella palla come a una benedizione che mi salv dal fronte, e forse da sorte peggiore".
Volse lo sguardo intorno per carezzare la tangibilit di un'esistenza ormai alle spalle, e commosso dalla sua stessa riflessione riprese a tamburellare con le dita sulla cornice che stringeva fra le mani.
Gemma continuava a fissarlo mentre giungevano a loro lontani
accordi di pianoforte, tristi e nudi, che riempivano la casa e parevano non concludersi mai, ripetendo con rassegnato distacco la loro melodica pena. Si percepiva nell'aria una sorta di ostinata fatica, come l'ingombrante oppressione di una difficile storia da raccontare; ma appena quella musica fin, svan con lei quel momento d'incertezza e il vecchio riprese il suo racconto.
Lo avevano caricato sopra un carretto che lo aveva condotto in paese rampicando una mulattiera serpeggiante sull'orlo di precipitosi costoni. La notizia dell'agguato lo aveva preceduto, e gi una folla curiosa si era radunata nella piccola piazza, dove anche la fontana, che stentava zampilli della propria soffertissima esistenza, parve ammutolirsi nel momento in cui il mulo, piantandosi davanti al sagrato della chiesa, sbuff scotendo il suo testone.
Si fece avanti un omone dal viso acceso e due pittoreschi baffoni spioventi: era un macellaio. Osserv il ferito con piccoli occhi scialbi color arancio, e lo tast qua e l con le sue manone impellicciate da un pelame rosso e selvatico, come a saggiarne lo stato di frollatura. Scosse la testa, ma con molta meno grazia rispetto al modo con cui l'aveva fatto il mulo, e rincantucciandosi nelle spalle, sentenzi che il ragazzo doveva essere assolutamente condotto in ospedale. Poi lisciandosi i folti baffi druidici si rituff nel mucchio dei contadini achei riprendendo ad affilare il suo coltellaccio sacrificale.
Accorse trafelata una donna vestita di nero. Altre donne la seguivano, precipitose e bercianti, e indossavano panni dello stesso vedovile colore. Precedevano una vecchia che avanzava con passo solenne, minutissima, piegata come una tamerice flagellata dal vento sotto una fascina che la torreggiava.
Si lasciava alle spalle spire di fumo, inventate da una pipa che penzolava precaria dalle sue mille rughe antiche.
Era una specie di levatrice, discendente da generazioni di levatrici. A coloro che si erano permessi di vagire senza un suo sculaccione, aveva steccato una slogatura, curato una tossaccia o medicato una ferita di caccia. Ai pochissimi che non rientravano nell'una o nell'altra categoria aveva consegnato un filtro d'amore o divinato gli avvenimenti leggendogli la mano: e come tutti i ciarlatani vantava una clientela vastissima. Le ragazze correvano da lei per accaparrarsi intrugli amorosi, e pareva che potesse far morire chiunque pronunciando una terribile formula in una notte senza luna.
Emanava un sentore arcaico, misterioso e crudele, legato alla terra e alle eterne divinit dei boschi. Tra le grinze argillose della sua pelle la vita si specchiava senza piet e senza alcun giudizio.
La vecchia scaric il fardello con meticolosa perizia, rimanendo tuttavia curvata nella stessa esatta posizione e si diresse verso il barroccio tra due ali di folla referente. Valut le condizioni del giovane con una occhiata lunga e sospesa, poi decret che solo un miracolo lo avrebbe salvato; allora estrasse dal grembiule un mazzo di tarocchi che cominci a mescolare con mani nodose.
Attilio rammentava ancora il riverbero azzurro di un cielo privo di calore, e il rosone bizantino della chiesa che lo fissava come un ciclopico occhio pietoso; finch una mano afferr il polso della vecchia, e lo blocc prima che i tarocchi gli cadessero sul petto.
Quella stessa mano si poggi poi sopra i suoi capelli, gli tocc la fronte, il collo, le braccia e gli sollev delicatamente le palpebre; per poi, infine, palpargli l'addome. Era un tocco diverso da quelli che aveva avvertito in precedenza: aveva una perizia rassicurante, quasi razionale, che intendeva dialogare con gli umori del suo corpo per trarne auspici e trasmettergli conforto. Un tocco che Attilio ravvis intriso di sapienza, ma che solo in un secondo momento, comprese essere colmo di carit cristiana.
Ud a quel punto una voce, calda e quieta, che si rivolse alla vecchia mammana con una determinazione che non ammetteva replica: "Sar il Signore a decidere il destino!".
Fu a quel punto che Attilio distinse, nell'incertezza del proprio campo visivo, il volto scavato di padre Costantino. Accenn un mezzo sorriso disperato, al quale il monaco rispose con uno sguardo rassicurante; dopodich, con gesti arcaici e misurati, somministr al ferito l'olio santo.
La vecchia si allontan rassegnata. Alcune comari si contesero il privilegio di portare per lei l'enorme fascina e poi la seguirono giaculatorie finch svan con lo stesso passo solenne e perpetuo con il quale era apparsa.
Attilio avvert una scossa brusca e dolorosa: il barroccio si mosse e lui perse conoscenza.
Si risvegli dopo tre giorni. Schiuse le palpebre e scorse la faccia rubiconda di un monaco nero che, nella astigmatica prospettiva del dormiveglia, appariva affacciato dal cerchio luminoso del pozzo in cui lui era sprofondato.
Nell'ovale di luce che si andava dilatando, il volto del monaco riapparve pi nitido insieme a quello di padre Costantino che liber un sorriso soddisfatto.
"Hai bussato a San Pietro e lui ti ha sbattuto la porta in faccia. Ti ha respinto. Chiss perch non ti hanno voluto? Bentornato tra noi (psuche apergmene)(1).
Dopo una settimana Attilio cominci a mettersi in piedi, ma dovettero passare tutte le celebrazioni natalizie perch riuscisse a compiere l'intero giro del chiostro senza affanno; e solo verso la met di gennaio recuper le forze sufficienti per passeggiare con sicurezza tra le mura del convento.
Le meticolose cure di padre Costantino sortirono effetti prodigiosi; tuttavia, Attilio non volle mai, allora come negli anni che seguirono, considerare quell'uomo un taumaturgo capace solo di preparare cataplasmi. Lo riteneva, al contrario, un attento studioso il cui metodo, pi che empirico, era analitico e filosofico allo stesso tempo. Conosceva alla perfezione le erbe, gli impiastri e le pomate, ma non era un semplice incantatore. Lo considerava un esploratore della farmacopea, e per riscattare l'appellativo che gli aveva affibbiato, dette al monaco il soprannome di "farmaconauta"; tuttavia, l'inconfessabile sensazione che quel vecchio fosse un mezzo negromante non lo abbandon per tutta la vita. Era una sensazione suggerita dai molti morganatici prodigi che gli vedeva operare agitando misteriosamente le sue membra incartapecorite.
Altrettanto miracolose furono le terapie che gli altri monaci
somministrarono al giovane infortunato: la buona cucina, le attivit della campagna, ma soprattutto la musica alla quale il giovane si riavvicin dopo tanto tempo. Infatti, nella consapevolezza di aver contratto un incolmabile debito di riconoscenza verso i suoi salvatori, Attilio cerc di contraccambiare la loro ospitalit animando le funzioni seduto all'organo, e dando lezioni di musica al padre organista, bravo autodidatta ma da migliorarsi molto, a suo giudizio, nell'esecuzione e soprattutto nell'espressione.
Era stata una fortuna aver trovato ricovero in uno dei rari monasteri "uniati"; poich i Greci Ortodossi non usano la musica strumentale, ma solo quella corale. Forse un segno: un ritorno alla musica che aveva bandito dalla sua vita. E la musica, pi della malattia,
lo  persuase a prendere in considerazione il ritorno. Ogni spartito gli ricordava gli studi con sua madre. Avvertiva la sua presenza accanto a s: dolce nei modi, severa nella didattica; e studiando con
il suo allievo, riscopriva quegli atteggiamenti di nuda accademia appresi da lei. Quella consapevolezza lo infastidiva ma solo per ripicca. In realt una nostalgia sotterranea lo rapiva e lo attirava come una gravit verso gli affetti lontani che solo adesso avvertiva cos sanguigni: e, per la prima volta in vita sua, si sorprese preoccupato per i genitori e intimorito dalla prospettiva della loro vecchiaia.
Dal giorno del suo incidente Attilio non era pi tornato in citt, ma il signor Cabibbe andava spesso a fargli visita.
Era un mercante ebreo, amico della famiglia Maffei. Attilio si era trasferito presso di lui, e il signor Cabibbe, gli aveva affidato la bella Meltemi per rifornire i villaggi lungo la costa. Un lavoro che oltre a gratificare le scavezze aspirazioni del giovane, consentiva al mercante di tutelarlo con un controllo discreto.
Quando il signor Cabibbe apprese dell'incidente, quasi ebbe un mancamento. Sospese i suoi affari e corse al monastero. Fu lui a tenere la corrispondenza con Livorno, fintanto che il giovane non fu capace di scrivere.
La breve stagione invernale segnava il passo, e come le giornate anche le escursioni di Attilio si facevano sempre pi lunghe,
balsamiche e corroboranti. Ormai il convento e il paese non gli bastavano pi: spargere letame nei campi lo aveva ristabilito completamente; e il gusto rivoltante degli infusi era solo un lontano Ricordo.
Una sera, l'imbrunire che assorbiva la campagna lo sorprese ancora lontano dal convento. Gli parve di sentire dei passi, ma voltandosi non vide nessuno. Le avare colline che lo circondavano si dileguavano nella pi tetra oscurit; solo a oriente una scaglia di crepuscolo indugiava in rantoli di rame contro l'indaco sfumato di blu.
Intuiva la presenza del convento, laggi, da qualche parte; ma avrebbe dovuto superare ancora molti crocicchi piantonati da neri cipressi, e molti viottoli orlati da muretti di pietra bianchissima. Attacc una rincorsa in preda a uno spavento puerile; ma la distanza incolmabile lo terrorizzava afferrandogli la gola. Alle sue spalle il gelido alitare di sortilegi arcani e l'incombenza di possibili agguati; ma forse era solo l'indecifrabile sussurro della brezza vespertina che corteggiava le fronde dei mirti.
Aveva avuto paura: e per la prima volta pens seriamente di tornare a Livorno.
Si fermava sovente in una piazzola a mezza costa, dove un abbeveratoio in pietra riposava all'ombra di nere querce. Certi timidi asinelli vagabondavano intorno; avevano lo sguardo triste e cercavano i loro pensieri tra il profumo delle ginestre, quando non si rivoltavano nella polvere degli sterrati.
Dal profilo sgranato di quella larva di paese, si scorgeva la sagoma del convento che appariva enucleato dall'ammasso delle catapecchie. Era l, gi antico, prima della conquista ottomana del 1516; poi in seguito allo scisma ortodosso del 1709 era passato alla Chiesa di Costantinopoli per essere infine ceduto alla comunit di Melchiti quando questi dichiararono l'unione alla Chiesa di Roma nel 1724.
Raccolto, semplice, essenziale, emanava una cruda bellezza.
Rifletteva un bianco alabastrino, stemperato solo dal ritmo del porticato, dove le arcate risucchiavano la luce in misteriosi vuoti d'ombra. Oltre il muro si distendevano i poderi, dove, tolte a fatica
le rocce, la terra concedeva di coltivare una vite ostinata capace di rendere un vinaccio ruvido; mentre mostruosi olivi ritorti, bitorzoluti e impietosamente squarciati, proiettavano ombre sghembe sulla terra che gi cominciava a scaldare.
Dall'abbeveratoio lo sguardo fantasticava lesto per scendere al mare.
La terra declinava incerta e morbida per finire tra le braccia del mare, dove si scioglieva in calette ghiaiose cinte di macchia. Laggi, in una di quelle, si ritagliava uno spettro di porticciolo che i vecchi percorrevano con la testa pendula sul pelo dell'acqua, in cerca di una pesca remota. Di rado vi sostavano le paranze, ma, quando approdavano, i pescatori si sgolavano in una gara sguaiata di mercato, e portavano, insieme alle ceste di pesci cangianti, l'aria festosa di una fiera paesana.
Bronchi di arbusti ritorti, sbiancati e arsi dalle tempeste, calavano, scapigliati da secoli di vento, verso un'acqua turchese che pareva, e forse era proprio, ormai chiara e fonda pi che d'estate, segno di una magia recente e remota: di equinozio di primavera.
Un pomeriggio Attilio si trovava l, seduto nei pressi dell'abbeveratoio.
Il sole si appropriava di ogni cosa, e nel mare di luce che inondava la campagna, scorse la figura di padre Costantino: nera, genuina corteccia mediterranea.
Era un vecchio gracile che pareva scolpito in un ebano antichissimo. Portava un segno malinconico sul volto, come se in lui palpitasse perpetuo un dolore profondo; ma sorrideva spesso di un sorriso intelligente e delicato, come se tutto lo interessasse, ma niente lo potesse sorprendere: c'era da chiedersi se quella sua equanimit dipendesse da una totale incuranza del male o da una profonda fede che gli permettesse di accettarlo. Aveva la profonda convinzione che, se mai la sua sete di sapere lo avesse trascinato in un peccato di superbia, sarebbe stato solo per un malinteso; e questo lo faceva sentire al riparo da qualsiasi minaccia.
Si avvicinava con incedere patriarcale, destro sui piedi ossuti scalzi nei sandali. Il giovane convalescente si alz per andargli incontro, ma il vecchio fu pi lesto e giunto davanti a lui, porse una busta: " arrivata ora!", esclam perentoriamente.
Riconobbe il tratto di sua madre. Apr la lettera e cominci a leggere, senza rendersene conto, a voce alta; poi torn, quasi inconsapevolmente, a rileggere un passaggio:
"Vorrai qualcosa anche te? Non basteranno il mare, la musica, i libri e tutto quello che troverai cercando per riempire i tuoi vuoti. So che tutto questo  inutile. Sono solo parole scritte sopra un foglio: le leggerai e di loro non ti rimarr niente, perch non permetterai loro di rimanere in te!".
Si sedette come esausto, poi continu a fior di labbro a rileggere parole dopo parole. Infine si rivolse al monaco, con un tono incerto, in bilico tra l'esclamazione e l'interrogativo: "Bisogna che parta".
"Ognuno di noi crede di diventare grande inventando chiss cosa; ma forse la vera grandezza risiede nel sentirsi piccoli, mio Caro psuche apergmene! I tuoi hanno bisogno di te; e tu non lo Vuoi capire. Non ci sono motivi contingenti n concreti. Hanno bisogno di rivederti e basta; perch  passato un altro giorno e i giorni della vita non sono infiniti. Cerca di restare piccolo davanti al tuo orgoglio, al tuo egoismo, alla tua giovane et. Cerca di diventare piccolo, e farai grandi cose. Sei ricco di talenti, ma soprattutto sei un'ombra rifiutata: e questo  un segno. Significa che devi ancora fare qualcosa!", e proferendo queste parole gli pass per il volto come la tenebra di un temporale.
"Ma...", esclam Attilio stupefatto della risposta; "... sarete mica uno stregone anche voi?", domand pentendosi immediatamente di quanto aveva detto.
"Perch, conosci qualche strega?", ribatt Padre Costantino sorridendo, poi aggiunse: "Vedi, la stregoneria appare un qualcosa di indecente, perch la mente umana ha bisogno di razionalizzare ogni cosa, e quando non ci riesce si spaventa; tuttavia, pur non potendo ignorare gli effetti della stregoneria, sceglie di ignorarne le cause. Eppure chiss, quello che oggi appare sortilegio, fra cento anni potrebbe essere un gioco di bimbi".
Stavano l'uno di fronte all'altro e si tenevano compagnia con lo spirito fraterno delle decisioni difficili.
Attilio rest a lungo con gli occhi fissi nel vuoto e un dito puntato, come a tenere il segno, su quel rigo che segnava il confine tra il tornare o il restare.
C'era nell'aria un'immobilit surreale, ma non una stasi fisica, come potrebbe essere quella di un sasso: era l'immobilit gravida e pulsante della natura. Anche il mare riposava immobile, screziato dai fondali multicolori: e tra quelle gradazioni policrome palpitavano accecanti scaglie di luce come coaguli di sole. E laggi dove il mare mutava colore una vela. Faceva rotta sotto costa e certo avrebbe virato in prossimit del promontorio che cingeva la baia. Attilio la immagin carica di ciurma e di preda. Lei reclin la murata, quando un refolo la soccorse per virare pi lesta, e dopo un frullo come di ali scivol via verso l'orizzonte in un baleno amaranto: era proprio la sua Meltemi! Ma il timone, nell'acqua, non lasci alcuna traccia.
Attilio si tolse le dita dai capelli e l'espressione ebete dalla faccia. Poi sollev il capo per annunciare al monaco l'imminente imbarco; ma il vecchio si era allontanato senza far rumore: e certo
gi lo sapeva!
La citt era facilmente raggiungibile in poco pi di un'ora di corriera.
Attilio, dopo aver radunato il suo bagaglio fatto di niente, salut i monaci che lo aspettavano sotto il portico: parevano ancor pi neri scolpiti dai giochi di ombre che i riflessi dorati del sole accendevano rimbalzando nel chiostro.
Erano tutti presenti tranne padre Costantino, partito per il tradizionale apostolato quaresimale. Il loro era stato un addio asciutto, che aveva impedito agli animi di cedere alla tristezza.
Il monaco aveva posto nella mano del giovane un rosario di legno e, richiudendola, mormor qualcosa di incomprensibile che termin con una benedizione; poi preg Attilio di portare il suo saluto a Livorno. Era rimasto affezionato a quella citt dove aveva trascorso molti anni della sua giovent: fu l'ultimo sbalorditivo colpo di scena del monaco.
"Non vi dimenticher mai!", sussurr il giovane con voce strozzata.
"Quel che si dimentica  come se non fosse mai successo e i ricordi, reali o illusori che siano, permettono di vivere pi vite, o forse di vivere meglio la nostra".
Furono le sue ultime parole.
Lo attendevano nella piazza molte persone, e tra quelle la vecchia levatrice. Gli and incontro, ombra corvina senza tempo, mostrando con un sorriso i vuoti neri che s'intercalavano tra i denti. Lo abbracci platealmente e sollevandosi in punta di piedi lo baci sulla guancia solleticandolo con una peluria pungente. Quindi infil la mano in una tasca per levarne una cenere granulosa e profumata che asperse nell'aria disegnando gesti occulti, mentre una cantilena usciva da quella sua gola, profonda come le viscere della terra.
Attilio accett di buon grado quel rito che rimase per lui sospeso tra una premura e una rivalsa, poi sal sulla corriera che scatarrando una satanica fumata spar, con un gran chiasso di tromba, nella medesima nuvola di polvere dalla quale era apparsa.
Era un'altra aria quella della citt: specialmente quella delle citt di mare, cos particolari e, se vogliamo, simili tra loro.
Attilio aveva appena imboccato la via che conduceva al porto, quando intravide il signor Cabibbe che sbandierava un braccio andandogli incontro: aveva un passo affrettato e un sorriso smanioso. Abbracci il giovane con affetto e lo baci incapace di trattenere l'emozione che sgorgava dai suoi occhi lucidi; gli strapp la sacca di mano e dopo averlo preso sottobraccio lo condusse verso casa nel pomeriggio che si colorava di arancio.
Dopo cena, scesero al porto. L'aria tiepida della sera li avvolgeva come un balsamo miracoloso, le stelle brillavano sopra di loro e per la prima volta, il ragazzo avvert che quella brutta avventura era ormai superata.
Il capitano del bastimento, un norvegese biondo e corpulento degno della nobilt vichinga della sua stirpe, lo accolse amichevolmente. Disse al giovane che sarebbero salpati la mattina seguente,
ma prima di raggiungere l'Italia avrebbero fatto scalo ad Alessandria. Parlava compiacendosi del suo italiano ciondolante e, annunciando spontaneamente che gli avrebbe insegnato un po' di teoria della navigazione, Attilio ebbe la certezza che il signor Cabibbe gli aveva gi parlato di lui.
I rintocchi della mezzanotte lo trovarono coricato da un pezzo. Attilio guardava oltre il vetro della finestra una falce di luna che scendeva rotolando impercettibilmente.
Lo assediava un vago senso di colpa: il rimorso sottile e indecifrabile di non essersi rassegnato a mettersi sulla retta via della noia. Forse aveva deluso le aspettative dei suoi genitori: insegnare o continuare a studiare; ma cosa poteva farci se non si era sentito ancora pronto per l'insegnamento? Troppi aspetti si contrapponevano alle sue opinioni pedagogiche. La figura del maestro, secondo lui, era stata ridotta a quella di un istruttore militare. La pedagogia ispirata era stata abbandonata; e il senso dell'arte di insegnare a conoscere e sviluppare completamente perduto: una sorta di follia cattedratica produceva piccoli esseri a immagine e somiglianza del Fascio. Era per lui un'arma sociale, capillare e troppo pericolosa; e lui non aveva nessuna intenzione di prestarsi a una ignobile strumentalizzazione. Forse era quello il suo sottile rimorso: la consapevolezza di non essere fuggito per vigliaccheria, ma solo per vanit.
Il ritratto del Duce affisso nelle aule che esortava: "Vivi pericolosamente. Se avanzo seguitemi, se indietreggio uccidetemi, se muoio vendicatemi", non era pi una buona giustificazione per accusare la Scuola. Lui era fuggito. Questa era la verit: e non poteva nasconderla a se stesso!
Perfino le gare sportive erano diventate battaglie patriottiche: e lui che avrebbe avuto un futuro nel canottaggio era fuggito.
Aveva ingenuamente considerato lo sport come una delle pi alte espressioni di libert senza comprendere quanto fosse utopico lo spirito romantico di De Coubertin. Il canottaggio gli avrebbe dato l'opportunit di conoscere il mondo, incontrare gente diversa, di altre lingue e con altri costumi; ma, da quando anche lo sport era stato pubblicamente definito "littorio", Attilio aveva riconsiderato l'opportunit di proseguire i suoi studi romani all'Accademia di Educazione Fisica.
Aveva abbandonato tutte le cose pi care per ritrovarsi con un pezzetto di polmone in meno; ma, nel contravvenire i desideri dei suoi genitori, proprio grazie a loro aveva avuto la fortuna di scovare quel cantuccio di mondo dove gratificare il bisogno di una vita randagia e fugare il timore di un'esistenza incolore: l'innato bisogno di essere libero e di sentirsi protetto.
In seguito, ripensando a quelle vicende, Attilio si sarebbe pentito di aver trascorso la propria esistenza ovunque fuorch sull'acqua salata; ma in quel momento, alla vigilia del suo ritorno, in quel sentore di libert e di protezione che lasciava spazio all'incertezza del futuro, tutto gli appariva come l'incerta promessa di un paesaggio lontano: come profili di isole che, nei giorni d'estate, s'indovinano dal terrazzo di casa. E nel vagabondare tra quei pensieri si addorment profondamente.
La lama del faro squarciava la notte col suo palpito intermittente. Da tempo li aveva presi sottobraccio come un lucente filo di Arianna e, da un momento all'altro, Livorno sarebbe apparsa ancora assonnata nell'alone dei lampioni.
Le prime luci di un'alba incombente disegnarono la sagoma delle colline contro il sipario rosato del cielo; mentre Venere, brillantissima, pareva una lampara staccata dal cielo.
Attilio smaniava in un'emozione tentacolare. Sentiva un'aria diversa e la riconosceva, l'aria di casa sua. Poi, scrollandosi di dosso lo scialle della notte, la citt cominci ad andargli incontro, orlata dal mattino. I campanili ruotavano in un gioco d'astrolabio e; quando la nave si affacci all'imboccatura del porto, il giorno aveva gi steso le sue ali sommergendo la citt in una piena di luce dorata.
In porto gli alberi che svettavano verso il cielo formavano una specie di selva astratta. I bastimenti, che pisolavano alla fonda, non avevano l'eleganza dei velieri di una volta, ma mostravano comunque un certo garbo nel fumaiolo rivolto all'indietro e nelle attrezzature che spenzolavano fuori bordo come gigantesche cicogne meccaniche.
Le manovre per l'attracco furono rapide e precise. Le voci degli uomini facevano da controcanto al cigolante lamento della nave che soddisfatta si gettava dietro la schiena logorata dalla ruggine un altro durissimo viaggio. E, come sempre accade negli approdi mattutini, Attilio fu colto dalla sensazione cosciente di essere partorito.
Instancabili barchette brulicavano intorno, mentre i barcaioli sbraitavano scambiandosi spesso volgarit. Avevano polmoni che riuscivano a sfidare le urla del vento e il fragore dei bastimenti; e qualcuno di loro cantava sfoggiando una bella voce tenorile.
Le paranze erano appena rientrate. I pescatori avevano steso sui boma i loro panni zuppi di umidit e di salmastro: come sindoni intrise di fatica e di miseria aspettavano che il sole donasse loro un po' di calore. Qualcuno, raccolto intorno a un fiasco, tendeva scodelle a un ragazzo che distribuiva polpi sotto pesto, mentre un vecchio affettava un pane stringendolo al petto.
Il bastimento attracc all'inglese e fu in quel momento che Attilio vide suo padre.
Stava l, in piedi sulla banchina, e discorreva con gli ormeggiatori. Indossava la sua solita maremmana di velluto, e un basco alla francese che gli conferiva una stravagante aria d'artista. Teneva le mani ficcate nelle grandi tasche della giacca, quando non le agitava mulinando l'aria all'uso toscano; ed in bocca, nonostante l'ora, il suo mezzo sigaro spento e puzzolente.
Attilio si preparava a sbarcare, ma non fece in tempo a scendere che suo padre era gi salito a bordo. Abbracci il figlio e lo baci, con gli occhi gonfi di lacrime e una gran voglia di dargli due schiaffi; ma si trattenne. Non avrebbe mai ceduto a quella debolezza, e si sfog abbracciando il comandante, anche lui visibilmente commosso.
Si incamminarono verso casa, ma il festoso desiderio di raccontarsi fu presto interrotto dall'incontro di una muta colonna di galeotti. Attilio li guard. Qualcuno curiosava in giro come a voler
imprimere nella memoria le ultime immagini di libert, ma i pi Camminavano a testa bassa, impacciati dalla lunga catena che li univa come un destino comune: tutti rapati e con i ferri stretti ai polsi. Anche i carabinieri che li scortavano avevano quella stessa faccia triste.
Costeggiarono il Canale degli Avvalorati. A sinistra i bastioni della Fortezza Nuova, mentre, a destra, si apriva un piccolo quartiere rinomato per la quantit e la classe delle case di piacere, dove gi alcuni marinai si appressavano timidamente a coppie attirati da voci arrochite che vantavano la loro mercanzia.
La strada fuggiva nella vertiginosa vastit prospettica di una piazza ovale: il ponte pi largo d'Europa, che i livornesi avevano ridotto al semplice appellativo di "Voltone". E l, dove la strada si gettava nella piazza, la spalletta del canale formava un cantuccio.
In quel cantuccio era posata da sempre una fontina e l, da tempo immemorabile, trascorreva le sue giornate una pazza.
Era una minuscola vecchia, curva sotto una quantit di anni, che confabulava in continuazione tra s replicando incessantemente il rituale delle abluzioni.
Si fece incontro al giovane e con tono accusatorio disse: "Muore piano piano il servo dell'abitudine. Prendere l'abitudine  cominciare a smettere di vivere:  valicare la soglia dell'assurdo".
Poi riprese a strofinarsi continuando a sussurrare: "Si spenge lentamente il servo dell'abitudine".
Attilio rimase turbato da quelle parole inattese, ma le dimentic appena vide casa sua: l oltre la Fortezza. Sua madre stava sul terrazzo, e lo aspettava come una vedetta assediata dall'agitazione dell'ansia.
La luce dorata del mattino svolgeva quello scorcio di urbanistica granducale nelle sue antiche proporzioni. Anche sua madre somigliava a quella citt: incantevole e seducente in quel bagno di luce che ne scolpiva la figura contro la facciata color limone del palazzo. Aveva lo stesso portamento patrizio e lo stesso ansare calmo dei fulgidi palazzi che si specchiavano nell'acqua verde dei canali: bella e nobile come i bastioni della Fortezza pieni di tempo e di storia.
Trasal scossa da un brivido e si port le mani al viso: l'aveva visto!
Ora era veramente tornato a casa.
La mattina, non pi tardi delle quattro, arrivavano i vagoni carichi di merci.
Scaricavano botti e casse solennemente marchiati a fuoco con la sigla MM generi alimentari, che, da quando l'iniziale di Mussolini veniva esibita ovunque con olimpica ostentazione, aveva sostituito l'originale unica M che un tempo troneggiava ovunque indisturbata nei magazzini Maffei.
Alle prime luci del giorno, un tiepido odor di stalla preannunciava i barrocci trainati da mansueti cavalli. Erano bestie nobili, infaticabili, dalla superba mole fasciata di muscoli fiammeggianti. Avevano sguardi umidi e languidi, e con il muso vellutato percorso da serpentelli venosi, ruminavano un'infinita pazienza: pareva meditassero sulle fatiche del mondo; e calpestavano con enormi zoccoli piumati un'esistenza che ripeteva se stessa come un fiacco ritornello.
L'estate di Attilio trascorse cos, serena e piacevole, come una seconda convalescenza.
La mattina aiutava suo padre nel lavoro, mentre nel pomeriggio si dedicava ai bagni di mare e di sole che gli permisero di riacquistare completamente la funzione della spalla; ma non potendo pi praticare il canottaggio come una volta, cominci a partecipare alle regate veliche che il Comitato Estate Livornese organizzava durante la stagione delle bagnature.
Il Comitato Estate Livornese, sorto nei primi anni del secolo con lo scopo di organizzare eventi sportivi e culturali, era sostenuto per lo pi da signore della buona societ che durante l'inverno seguitavano a promuovere feste di beneficenza. Ogni ricorrenza era un buon pretesto per organizzare eventi mondani e dimostrare interesse per le famiglie meno abbienti.
La madre di Attilio era una di quelle signore e, come apprezzata musicista, offriva volentieri il suo talento. Quell'estate anche Attilio riprese i suoi studi, esercitandosi al pianoforte ogni giorno.
Attilio stava bene e si sentiva meglio. Avrebbe voluto imbarcarsi di nuovo. Immaginava avventure in mari lontani verso isole sconosciute; era affascinato dall'idea di tornare a esplorare un mondo che da ragazzo aveva tanto sognato inoltrandosi tra le misteriose pagine dei libri. Per lui non poteva esistere una vita senza mare; anche se il mare gli aveva procurato dei guai, quella massa azzurra senza quiete e senza forma continuava, ora pi di prima, ad attirare i suoi pensieri come una specie di forza gravitazionale. Ma per sua madre, che per il mare aveva gi perso un figlio, una vita brada lontana da casa non si addiceva a un giovane gracile e cagionevole che, secondo lei, avrebbe dovuto invece mettere a frutto la sua istruzione e cominciare a insegnare: ma Attilio non si sentiva e non si voleva sentire ancora pronto per il magistero.
Cos fin l'estate, pass l'autunno e arriv l'inverno.
Nel giorno di Santa Lucia, patrona di Antignano, il Dopolavoro Femminile Fascista organizz una festa di beneficenza al Grande Hotel Palazzo. Nessuno che appartenesse alla buona societ poteva disattendere quell'appuntamento prenatalizio: e Livia Forgione d'Avila nei Maffei, madre di Attilio, fu invitata a tenere un concerto per l'occasione.
Senza scostarsi dal repertorio classico, Livia aveva scelto brani poco noti ma deliziosi, escludendo tuttavia dal programma l'attesissimo Beethoven.
"Hai sempre detto che la potenza del pianoforte  Beethoven, e la sua dolcezza Chopin?", l'aveva rimproverata Attilio; ma lei, con occhi ridenti, rispose con indefinita sufficienza: "Infatti, nessuno si aspetter Bach: impazziranno!". Non fu smentita.
Aveva preparato il concerto nel solo modo a lei conosciuto: maniacale. Con un rigore che non ammetteva indulgenze, e una espressivit nei fraseggi che non avrebbe preteso da nessun altro. Insieme allo strumento offriva l'immagine di un'amazzone pianistica; e mai come in quelle circostanze Attilio vedeva sua madre vivere davvero.
Livia indossava un abito lunghissimo, di un vermiglio azzardato e tenebroso che esaltava l'incarnato latteo delle nude spalle ammiccanti. Teneva acconciati i capelli in una crocchia arroccata sulla nuca, ma un ricciolo ribelle ricadeva inanellandosi sul bel collo tornito. Sfoggiava ammalianti occhi verdi, coronati da sopracciglia nerissime; e non indossava altri gioielli, salvo un pendente che le scendeva sul seno ancora florido: portava sempre con s il ritratto del figlio Alfredo.
Attilio era abituato alle esibizioni della madre ma quella sera la vide muoversi sulla tastiera dentro una luce propria: e non fu il solo.
Terminato il concerto, gli invitati si avvicinarono alla pianista, prodighi di complimenti e pieni d'entusiasmo. La contessa Carolina, moglie di Costanzo Ciano, le and incontro col viso illuminato, e dopo averla baciata affettuosamente si congratul con lei. Non erano intime, ma si conoscevano bene ed erano legate da una stima reciproca, tanto che Livia la chiamava confidenzialmente Carolina.
Si unirono alla loro conversazione anche la signora Orlando  la signora Tonci Ottieri della Ciaja. Non sfugg, tuttavia, all'attenzione del giovane la figura eclissata di un uomo: il suo sigaro ammiccava lontano nella penombra, e lui di quando in quando rispondeva con un cenno svogliato ai saluti.
Dopo essersi allontanata per un istante, la Contessa Carolina torn al pianoforte facendosi spazio tra la confusione. Era seguita da un gruppetto di persone e si accost a Livia sussurrandole qualcosa all'orecchio. Livia riconobbe subito l'ingegner Rougier, il quale dopo un galante baciamano le present i suoi ospiti: erano i russi della delegazione. Avevano apprezzato molto il concerto, soprattutto uno di loro, che non risparmiava elogi affannandosi in un italiano stentato; ma la convenzionalit del dialogo si frantum di fronte alla simpatia di Livia che, conversando con lui in francese, mise il forestiero immediatamente a suo agio.
Quell'uomo fece capire che sua madre era stata insegnante di
pianoforte; e dalla sua voce trapelava un commovente senso di malinconia: si chiamava Alexandr Kuzmich Usyskin.
Era un ingegnere navale giunto in Italia nell'ottobre del 1935, con l'incarico di dirigere il programma Tashkent. Era stato accompagnato da altri quattro esperti: Pavel Petravich Sheshajev, specialista in artiglieria, Serghej Dmitrievich Sivoukhlin, specialista in siluri e sistemi di lancio, Alexej Grigorsievich Mandrik, ingegnere meccanico, ed infine Vasilij Nikolajevich Osiko, esperto in sistemi Ottici.
A questo primo nucleo si erano aggiunti in seguito altri ventiquattro elementi, trasformando la delegazione in una vera e propria spedizione di tecnici; tra i quali sarebbe spiccato l'ingegner Andreij Nikolajevich Repin che aveva assunto la direzione generale del programma, lasciando ad Usyskin la sola direzione tecnica.
Insieme a Repin e Usyskin, intorno al pianoforte stavano anche delle donne. Una di queste era bellissima, tanto che Attilio ne rest letteralmente fulminato. Si chiamava Anastasia Fedosjuska Mihajlovna ed era, dicevano, architetto navale.
L'altra, molto pi giovane, aveva invece un aspetto ordinario, ma come spesso accade nelle donne che non si rivelano con una bellezza immediata, Attilio si sorprese attratto da lei senza motivo apparente. Fu quella la prima volta che si videro, e si fissarono forse inconsapevolmente trovandosi antipatici; anzi, lui ebbe certamente quell'impressione, e decise che la ragazza, interprete della delegazione, era senz'altro un'antipatica.
Un'altra donna rivestiva il ruolo di interprete: si chiamava Nina Tiesengausen. Tuttavia la signora Nina, come la chiamavano in Cantiere, svolgeva esclusivamente la funzione di segretaria per l'ingegner Repin.
Livia godeva la gioia di quel momento, liquefatta nel suo stesso successo. Poi, scambiata un'occhiata complice con la contessa Carolina, si ricompose al piano, esprimendo il desiderio di dedicare agli illustri stranieri il brano di un celebre compositore del loro Paese. L'inaspettato fuori programma fu accolto da un momento di gaia incertezza, ma l'impaziente brusio si sciolse presto nel silenzio dell'attesa. Molti avevano riconquistato i loro posti; altri si erano assiepati accosto alle pareti.
Livia, immobile nell'attesa, pareva sospesa fuori dal tempo: come una leonessa pronta al balzo. Teneva lo sguardo fisso sulla tastiera; poi, d'un tratto, attacc, a memoria, una riduzione per pianoforte solo del concerto numero 1 per pianoforte e orchestra di Ciajkowskij.
Le note cominciarono a fluire come l'acqua di un torrente: s'impadronirono dello spazio e conquistarono gli animi.
Attilio, in disparte, osservava la platea che fissava sua madre: i signori appoggiati sulle loro pance grasse, e le signore bellissime nei loro abiti da sera. E si rese conto, anche lui come loro, che donna appariva ancora pi bella avvolta dalle sorde sfumature della distanza e della penombra.
Era convinto che fosse una musicista eccezionale, dotata del genio del fuoriclasse. In lei e con lei la natura aveva fatto un guizzo, trascendendo ogni legge di precedenza tra capacit e talento; e come sempre nella genialit accade, anche in lei c'era qualcosa di mistico e di inspiegabile. Se fosse nata a Parigi, a Londra, forse anche a Berlino sarebbe diventata una pianista di fama internazionale. Per Attilio avrebbe potuto solcare tutti i cieli del mondo per calcare tutti i prosceni. Invece lei aveva sposato un commerciante livornese e si era dedicata alla famiglia. Livia era dotata di tutti gli attributi del genio, compresa la sua condanna: trovarsi impotente di fronte al proprio stesso piacere. Mentre esplorava i suoi ragionamenti, non poteva che tornare con lo sguardo ad indagare le facce esotiche dei russi: le scrutava immaginando il loro carattere, i loro affetti lasciati in quella terra lontana e il tipo di vita che vi avrebbero condotto; e si trov infastidito dal fatto di indugiare con ripetute occhiate sulla figura di quella giovane antipatica interprete.
Livia esegu il brano con una interpretazione spiritualissima, disarcionando qualsiasi distrazione di una platea ormai completamente vittima del suo virtuosismo. Dipan un'esecuzione impeccabile, imbrigliando l'ascolto in un progressivo piacere che raggiunse l'apice nella chiusura del movimento finale.
Si muoveva seguendo un ritmo proprio, ignoto e insinuante; poi si volt verso la platea come a tastarne l'incanto. Ormai la leonessa si era portata a ridosso della preda prescelta, e la preda, il pubblico, si trovava ormai in balia dell'allegro con fuoco, il movimento in cui il compositore evoca magistralmente uno spumeggiante lirismo russo. Livia rese palpabile quel passaggio e nel momento in cui la composizione pretende un virtuosismo solistico Scatenato, lei non risparmi una stilla di genio e si precipit a cogliere l'ultimo accordo con un tocco rapace allontanando le mani dalla tastiera come fosse rovente.
Un fragore di applausi esplose incontenibile.
Dopo quella sera Attilio si chiese, e continu a farlo per molti anni, quanto sua madre avesse improvvisato davvero quel brano, oppure quanto l'avesse preparato, prevedendo con sagace malizia l'eventualit di un colpo di scena spettacolare che di fatto si verific. Ma Livia continu a sostenere che quel brano l'aveva indovinato cos, per caso, tirandolo fuori dal piano come fosse il cilindro di un prestigiatore. Accompagnava quel suo esempio con un mezzo Sorriso ambiguo e irriverente, e mai si confid ammettendo una premeditazione; tuttavia Attilio non fu mai abbandonato da quel Sospetto, e il fatto che sua madre avesse suonato il concerto con gli spartiti e l'improvviso a memoria, tramutava, ogni volta che Attilio ci pensava, quel sospetto in certezza.
Dopo quel bis inaspettato, il salone si svuot lentamente. Il pubblico migr sulle ali del proprio brusio, portando stampata sul viso quell'espressione di serena saziet che solo una gratificazione musicale pu indurre.
Livia, accanto al piano, si godeva gli ultimi spiccioli di gloria.
Si avvicinarono due uomini. Uno di loro era il personaggio che aveva catturato poco prima l'attenzione di Attilio, e il giovane lo riconobbe. Anche sua madre lo riconobbe, e si lev in piedi ostentando la sua fiera bellezza che, in quella circostanza, cedette al tremito di un'agitazione interiore: Attilio non avrebbe saputo dire se
in quel momento Livia arross; ma poich lui stesso si sent avvampare, si convinse di aver visto arrossire anche lei.
Il maestro Mascagni si chin sulla mano tesa e gelida di Livia per un galante baciamano. Si conoscevano da tempo, ma questo non imped al Maestro di dispensare autorevoli complimenti. Per Attilio fu una visione prodigiosa, come un'immagine riflessa in uno stagno: un convegno avvenuto mille anni prima e che solo ora, come in un duello, coglieva soddisfazione.
"Non ho mai conosciuto donne pi signorili!", sent esclamare Attilio da un alto ufficiale di marina che si trovava davanti a s.
Il Maestro present a Livia il suo accompagnatore. Lei ebbe la delicatezza di rammentare che era un volto conosciuto e dopo una cordiale conversazione, i due si allontanarono ingoiati dallo stridere dell'orchestrina che terminava di accordare gli strumenti.
Il ballo era iniziato. Livia, corteggiatissima e contesissima, rifiutava ogni invito adducendo scuse imputabili ad una giustificabile stanchezza; ma alla fine, dovette cedere alle insistenze del commendator Gino Ciano al quale non poteva davvero rifiutare un ballo.
Attilio avrebbe voluto invitare la giovane russa, ma indugiando nell'indecisione, dette modo alla ragazza di accettare l'invito di un altro: e cos rimase a guardarla.
I suoi capelli aderivano alle rotondit del capo in un'acconciatura castigata; ma poi ricadevano in ciocche ribelli come falci di luna per incorniciarle un musetto. Ecco quale era la sua arma di seduzione! Un musetto che vantava l'incertezza di lineamenti ambigui: sapeva pi di lavanda che di muschio, pi di Provenza che di Urali, disseminato com'era da sporadiche efelidi sperdute nel tono ambrato della sua carnagione.
Aveva occhi di gatta, splendenti di un castano silvestre che il sole accendeva di pagliuzze dorate. Parevano furbissimi e fuggivano dall'ombra palpitante delle ciglia come guizzi di luce orientale: le conferivano un'aria gaia ma pervasa da una solitudine arida. Segnavano le sue guance lontani ricordi di un'acne non pi giovanile; e si chiamava con un nome bellissimo: Elsa. Ma come suggeriva il suo cognome, Bourienne, non era di origine russa.
I genitori, scampati alla furia bulimica della Rivoluzione, l'avevano obbligata a lunghi soggiorni nelle diverse capitali d'Europa, e per questo conosceva molte lingue, ma benissimo l'italiano e il francese. Attilio continuava a trovarla antipatica, ma fin dalla prima volta in cui le strinse la mano, rimase rapito dal suo profumo di grazia e di mistero.
Attilio not il senatore Orlando parlare con il direttor Rougier. Poco distante il commendator Gino Ciano, che aveva terminato di ballare con Livia, assisteva all'augusto dialogo cercando di isolare le parole dalla confusione. Scrutava con la clinica del politico ogni individuo, e se quello lo salutava lui rispondeva con soppesata gravit. Ma non era l solo per farsi vedere e per guardare che gli altri lo vedessero, come fanno i politici; era interessato alla situazione del Tashkent, e soddisfatto dal risultato di quel concerto in cui scorgeva un importante messaggio diplomatico. Ma l'argomento esigeva una certa riservatezza; quindi i tre uomini decisero di appartarsi nel salone del pianoforte, dove ripresero a discutere con toni pacati che tuttavia non riuscivano a nascondere una vena di preoccupazione.
Il commendator Ciano appoggi distrattamente un gomito sulla tastiera e quella, risentita, emise una specie di accordo sdegnato. Quel suono attir l'attenzione di un cameriere svagato che, notati i tre personaggi, si appress servizievole. Il senatore Orlando gli rivolse poche risolute parole; lui, dopo un accenno d'inchino, si allontan per tornare con un vassoio di pasticcini, dei bicchieri e una bottiglia di Marsala. Poi, con deferenza, si allontan, facendo presente, alle loro eccellenze, che sarebbe rimasto fuori dalla porta a loro disposizione.
I tre sollevarono i bicchieri e quelli, come lame, scintillarono in bagliori vermigli fusi nel loro cerchio di cristallo.
"A noi!", esclam con accento ironico Ciano.
"Alla nostra!", rispose il senatore Orlando.
"Al Tashkent!", decret infine il direttor Rougier.
Nella sala da ballo intanto Attilio osservava con una certa curiosa soggezione i russi della delegazione, impressionato soprattutto dalla figura inquietante di quello che sapeva esserne il capo: Andreij Nikolajevich Repin.
Stava appollaiato in una poltrona, dove sprofondava, e non faceva altro che muovere a scatti la sua testolina piumata come in cerca di una preda.
Brillante ingegnere navale, era un profondo conoscitore della letteratura pi raffinata. Aveva scalato rapidamente la gerarchia statale per poi abbandonare il suo posticino di funzionario nel momento in cui gli era stato affidato un delicatissimo ruolo nella ricostruzione industriale della nazione. Successivamente, pretese di seguire il settore a lui pi congeniale e il Governo gli affid, quasi per atto dovuto, la responsabilit della missione pi importante: il programma sul Tashkent, relegando l'ingegner Usyskin al ruolo di direttore tecnico.
In quella sua elaborata metamorfosi professionale l'ingegner Repin aveva sviluppato la caratteristica, tra l'altro innata, di assomigliare a un enorme pulcino di rapace: pi rettile che uccello, e del rettile conservava la gelida ruvidezza.
Aveva il capo ricoperto da una peluria piumosa che lasciava intravedere un cranio liscio e giallastro; e del rapace aveva anche la voce: arida e acutissima, che saliva spesso verso note stridenti. Anche il modo di atteggiare le labbra era inquietante, i suoi piccoli occhi torvi parevano bruciare in un liquido corrosivo; e manteneva sul volto una perenne espressione guardinga che si proiettava lungo l'affilatissimo naso adunco.
Per quel suo aspetto minaccioso, i modi ancor pi scostanti e grazie all'assonanza del suo nome, in Cantiere si era conquistato il soprannome di Rapino.
Quella sera Attilio, forse con preveggenza, ne percep la paradossale impressione di un omiciattolo in pace col mondo, perch il mondo se lo sentiva sotto i piedi; e si convinse, mentre un brivido gli percorreva la schiena, che quell'uomo era un fido seguace del demonio.
Alexandr Kuzmich Usyskin, direttore tecnico, ballava disinvolto, avvinghiato alla sua collaboratrice.
Figlio di un ufficiale di Marina e di una musicista, aveva la pelle dorata come dorato doveva essere il suo spirito. Aveva considerato quella missione un'avventura per conoscere un Paese del quale aveva sempre udito meraviglie; ed era partito per l'Italia come si parte per una vacanza al mare.
Era un perfetto gentiluomo: alto, atletico e bello. Non era necessario vestirlo con una divisa da ufficiale ussaro: era certamente un ufficiale ussaro. Pareva sbucato suo malgrado dalla Russia di Alessandro I, ma si trovava perfettamente a suo agio anche in quella post-rivoluzionaria. Chiaramente non era un figlio della Rivoluzione ma incomprensibilmente ne era uscito illeso.
Su di lui aleggiavano vaghezze nei riguardi di una donna. Ma tirano maldicenze, come quella di un duello con un funzionario del Partito; di fatto aveva accettato con noncuranza quell'incarico che, come diceva lui, poteva servire a "cambiare aria".
Attilio, tuttavia, lo sentir talvolta menzionare una donna, associandola a dolore ed errori, e trattenendo a fatica una tristezza mascherata con artificioso disprezzo. In quelle circostanze il malinconico ussaro si passava la mano tra i lunghi capelli, e gettando il suo sguardo lungo oltre l'orizzonte tirava un sospiro che pareva trattenuto da mille anni.
Usyskin conduceva sulle note di un valzer la bellissima Anastasia Fedosjuska Mihajlovna.
Architetto navale, fosse nata negli Stati Uniti d'America il mondo l'avrebbe ammirata come una delle attrici pi belle di Hollywood. Attilio, e non solo lui, era abbagliato da quella bellezza sconvolgente, che non era una bellezza assoluta ma intrigante, selvaggia e irresistibile. Lei ne era perfettamente consapevole e la utilizzava come ariete per spalancare le porte alla sua ambizione: porte che, a dir la verit, cedevano presto e ben volentieri sotto i colpi della sua avvenenza.
Ottimo tecnico, sempre energica e pronta, come fosse pacifico Che tra Unione Sovietica e Italia i rapporti industriali dovessero continuare all'infinito, si muoveva con una grazia voluttuosa, animata dall'abbrivo perenne del suo spirito in ebollizione come la risacca formosa che agita le onde dopo una burrasca.
Il suo incedere prepotente sfoggiava una baldanza luminosa e la palpitante sensualit di una venere arcaica. Anche lei pareva nata dal mare; ma i suoi enormi occhi verdi erano quelli gelidi e vuoti delle statue.
Intanto, nella sala del pianoforte l'ingegner Rougier esponeva a Ciano la complicata situazione del Tashkent.
Cavaliere, Commendatore, Grande Ufficiale del Regno: Gino Ciano si fregiava di una sequela interminabile di titoli. Fratello di Costanzo, Arturo ed Alessandro, costituiva insieme a loro una delle dinastie pi potenti del Paese.
Costanzo era in quel momento Presidente della Camera dei Deputati, e Arturo Amministratore Delegato dei cantieri Oder Terni Orlando. Alessandro invece ricopriva ruoli direttivi in diverse societ industriali e agenzie di navigazione, ma attendeva la nomina a Senatore del Regno che avrebbe ottenuto nella primavera del 1939, insieme alla carica di Membro della Commissione dei Lavori Pubblici e delle Comunicazioni. Infine Galeazzo, figlio di Costanzo, da otto anni sposato con Edda Mussolini, era all'epoca Ministro degli Esteri.
Gino, che a causa di un difetto visivo non aveva intrapreso la carriera militare, si era dedicato all'amministrazione dei beni di famiglia. Non aveva una carica pubblica n diplomatica; pertanto riusciva a conciliare con una certa libert i doveri professionali con gli interessi personali. Nutriva per la pesca una passione viscerale e, per questo, come poteva, cercava di tornare a Livorno.
Freddo, riflessivo, biondo, con vivaci occhi azzurri perennemente costretti dietro un paio di lenti, il commendator Gino Ciano ricordava pi un flemmatico nobile bavarese che un livornese dal carattere sanguigno. Sempre elegantissimo, non mancava di spirito e amava il mare tanto da sfoggiare una sorprendente competenza anche nelle pi spicciole attivit marinaresche. Anche per
questo ascoltava con attenzione il dialogo tra il senatore Orlando e il direttor Rougier.
Dal punto di vista tecnico il programma stava procedendo nel migliore dei modi; infatti, durante la sua ultima uscita, la nave aveva compiuto una brillante missione(2). Il programma stava per affrontare la fase conclusiva, e Rougier non mostrava l'ombra del minimo dubbio sul suo epilogo. Tuttavia, pur manifestando con trasporto la sua soddisfazione, con altrettanto trasporto manifestava la sua preoccupazione; poich la precariet della situazione politica aveva suscitato in Cantiere un inevitabile senso d'abbandono.
Rougier andava denunciando con un'analisi scarnificante la paradossale situazione che aveva intrappolato l'innovazione tecnologica nelle pastoie della politica, come una farfalla nella tela del ragno. Era disilluso e sconcertato. Parlava con la voce velata dall'incertezza, senza nascondere un certo sgomento; tuttavia il suo tono era calmo e soppesato mentre spiegava il modo in cui, il giorno seguente, il Tashkent avrebbe affrontato l'uscita decisiva: Una missione alla velocit di quaranta nodi.
Alla vigilia di una prova cos importante, Rougier non mancava di ripetere ai suoi interlocutori che nutriva la massima fiducia nelle potenzialit della nave; e aveva ragione: poich il 14 dicembre, la nave super i quarantadue nodi! Ma quella sera era evidente che la sua preoccupazione riguardava esclusivamente l'atteggiamento di Roma. Il 1938 sarebbe finito a giorni e molte erano le speranze riposte nel nuovo anno: come succedeva sempre e per tutti. Ma per Rougier non ci sarebbe stato augurio migliore che la risoluzione dei rapporti tra Italia e Unione Sovietica.
Il suo spirito, colto e sensibile come quello di un don Chisciotte, era incapace di affrontare l'incomprensibile selva dei grovigli diplomatici: e non si capacitava di un possibile fallimento del suo progetto per motivi politici. Temeva per il futuro del Cantiere e delle migliaia di famiglie che da quello dipendevano. Esprimeva con garbata fermezza il suo pensiero, e con altrettanta fermezza trapelava dalle sue parole la volont che quel suo messaggio carico di insoddisfazione giungesse a Roma, grave e perplesso, esattamente come lui lo stava esponendo.
"C' da diventare matti", sentenzi. "Si vanta la pi spietata lotta al Comunismo. Bene, facciamo questa lotta. No! Si creano realt dove si vive e si lavora a fianco di russi comunisti per anni: e queste realt funzionano alla perfezione, portano prestigio e ricchezza; e cosa si fa? All'attacco! Ostentando un continuo ostracismo contro la Russia".
Poi, dopo una breve pausa che gli consent di non perdere le staffe, prosegu: "Ripete in continuazione", disse alludendo a Mussolini, "che Comunismo e Fascismo sono agli antipodi, e che il mondo, prima o poi, dovr scegliere: Roma o Mosca! Come ha detto l'altro giorno con quel suo tono patetico ricco di avverbi? Ah, drammaticamente scegliere. Ma intanto..." disse allargando le braccia con un sospiro, "cerchiamo di consegnare questa benedetta nave!". Era evidente che non sopportava pi l'incertezza di quella situazione.
Le dispute politiche non lo interessavano, e ammetteva il limite di quella sua incapacit; ma si avvelenava il sangue pensando allo spettro della miseria che aleggiava sul Cantiere. Dai suoi occhi trapelava il fuoco che gli bruciava dentro divorandolo. Approfitt di quel momento di confidenza, sapendo che le sue parole sarebbero giunte pi in alto; anzi lo esigeva. Cos la sua rabbia dilag in un'arringa di delusioni di cui era stracolmo: delusioni che sentiva il dovere morale di riferire assolutamente. E pi parlava, pi gliene venivano in mente. Infine, di colpo parve svuotato; allora rimase seduto tranquillo, con l'espressione umile di un convalescente nel giardino di un ospedale.
Ciano e il senatore Orlando guardavano ammirati quell'uomo innamorato del proprio lavoro, ascoltandolo in silenzio; e lui a sua volta li fissava con un'aria interlocutoria e affranta che maggiormente evidenziava la sua magrezza. Nel breve periodo che segu, anche la musica del vicino salone pareva lontanissima;
mentre il Direttore continuava a fissarli, uno alla volta, sospeso e serio.
Il senatore Orlando accese un sigaro e ne aspir grasse boccate Ostentando una soffocata meditazione; ma nessuno parlava pi. Allora il Direttore, con voce esausta quasi a cercar un sollievo dall'abisso in cui la propria arringa l'aveva precipitato, aggiunse che al Collaudo del giorno successivo, ne sarebbe seguito un altro meno impegnativo il 18 dicembre, quando la nave avrebbe dovuto compiere una missione alla velocit di 20 nodi.
Il senatore Orlando annu comprensivo, mentre il commendator Gino Ciano sorridendo chiese al Direttore, con voce spavalda: "Di che cosa ti preoccupi, che la tua nave non la compri nessuno? I giapponesi la pagherebbero a peso d'oro, se potessero".
Il Direttore scosse la testa e con un'espressione amara rispose: "Lo so! Non  questo che mi assilla; ma il fatto che se i rapporti con Mosca non si ricompongono, o peggio ancora vanno a farsi benedire, chiss quanto tempo ci vorr per definire un accordo con un altro Paese: e nel frattempo gli operai chi li paga?".
Ciano, senza abbandonare il suo modo alto, lungo, di squadrare le persone, volle sdrammatizzare: "Ti sei messo a fare il sindacalista?".
Il Direttore non avrebbe voluto insistere sulla profondit della sua disillusione, ma non vi riusc. E senza raccogliere lo scherzo, che invece aveva divertito il senatore Orlando, rispose con tono secco e serio: "No. Penso al Cantiere!".
Ciano, che non voleva farsi rovinare una serata di festa da quei pensieri tristi, emise un lungo respiro, che gi da solo bast a dilatare l'apprensione del Rougier; poi mutata la sua intonazione da proclama in una voce chioccia che si sforzava di assumere una patina ufficiale disse: "Stai tranquillo Achille, vedrai che le cose si Sistemeranno presto. Arturo ha gi avuto diversi incontri al Ministero, e Mussolini ha seguito personalmente la questione. L'imperativo  accelerare la risoluzione di un nuovo accordo con Mosca ed  certo che Galeazzo ha gi un appuntamento con il Ministro russo".
"S, sono al corrente e ti ringrazio del conforto; ma sai come
sono questi politici..., le parole le porta via il vento!", rispose lui con tono dimesso.
"Forse hai respirato troppo l'aria di Genova. Non ti preoccupare del mercato: pensa a costruire le navi, che a venderle ci pensiamo noi", e scotendo affettuosamente la grande mano che aveva appoggiato sul ginocchio del Direttore, volle infondere in lui un conforto che forse non aveva avuto sufficiente penetrazione con le parole.
"Voi livornesi pensate sempre che tutto sia facile!", sospir sgomento il Direttore.
Intanto, nell'altro salone, anche le signore manifestavano a loro modo quella stessa preoccupazione; infatti, la signora Orlando si era rivolta alla signora Rougier domandandole con tono pettegolo: "Ma insomma, gliela diamo questa nave ai russi, oppure no?".
"Gliela avremmo dovuta gi consegnare", rispose la signora Rougier, e prosegu: "Ma, come dite qui a Livorno, tutti i giorni parte un treno!"; poi non aggiunse altro, solo che il marito parlava poco e malvolentieri di lavoro, e che lei lo trovava molto preoccupato. Anche per il fatto, ma era un suo pensiero personale, quello di una che non capisce nulla di politica, che le recenti sparate di Mussolini potevano aver compromesso il buon esito del programma e di conseguenza la buona salute del Cantiere.
Proprio in quel momento, la signora Rougier si accorse che la signora Nina, inaspettatamente, stava tornando al loro tavolo; quindi cerc di cambiare bruscamente discorso per evitare inutili imbarazzi, ma rimase preda di un subitaneo impaccio. Fu la signora Orlando a sbloccare con prontezza la situazione rivolgendosi a Livia per chiederle: "E vostro figlio? Lui potrebbe fare al caso del Direttore, che in questo modo si sentirebbe forse sollevato", scand sillabando, "dal fatto che il suo attendente andr presto in pensione. Come sta il ragazzo?".
Livia, afferrata la divagazione, rispose: "Possiamo ritenerlo guarito, grazie al Cielo".
La signora Orlando allora raccont all'interprete russa le vicissitudini del ragazzo, la sua disgrazia e le preoccupazioni, giustificate e condivisibili, della madre. Livia era bersaglio dei loro sguardi uterini e commossi, tanto che si sent spinta a confidare la propria
angoscia: "Attilio avrebbe intenzione di imbarcarsi di nuovo!", confess in tono accorato; e le donne, in coro, esclamarono la loro stupita disapprovazione.
Per alleviare il proprio sgomento Livia cerc di appellarsi al tribunale materno, dove la bilancia pende sempre e solo dalla parte dei figli. Disse che Attilio era un ragazzo dallo spirito inquieto, attratto dalla passione per l'avventura, e che fantasticava pi di quello che la sua et avrebbe dovuto consentire, ma che in fondo non si poteva far calare una sbarra davanti ai sogni della vita.
Intervenne allora la signora Rougier.
"Per questo un impiego in Cantiere potrebbe rivelarsi pi che opportuno. Achille avr bisogno di una persona di fiducia che lo attenda nelle diverse mansioni quotidiane: insomma un lavoro vario e delicato".
"E forse la figura di questo giovane promettente, scapestrato ma istruito e ben educato potrebbe fare al caso suo", aggiunse la signora Orlando affondata nella sua poltrona; mentre la signora Rougier chiuse l'argomento dando per fatta la cosa con un laconico: " vero".
L'orchestrina aveva abbandonato il piccolo palco per dirigersi al bar, lasciando al suo posto un grande cartello che riportava la scritta: "Riposo". I suonatori tracannavano in fretta un caff per poi tornare ad almanaccare intorno agli strumenti, solleticando le corde degli archi e soffiando l'umidit dagli ottoni in una cacofonia strana che si dilatava nell'aria.
Le signore videro entrare gli uomini nel salone. Rougier si avvicin alla moglie e disse: "Vorrei andare, domani sar una giornata lunghissima".
La signora accenn immediatamente alla questione dell'autista, ormai pubblicamente condivisa, e Rougier, perplesso per non dir seccato da quella intrusione che riteneva fuori luogo, rispose che ci avrebbe pensato e avrebbe convocato il ragazzo per un colloquio in un momento pi opportuno.
Il commendator Gino Ciano, orecchiata la cosa, intervenne perentorio: "Domani l'altro, dopo pranzo. Tanto devo venire in Cantiere anch'io; voglio vedere a che punto sono i lavori della barca
prima di partire per Roma". E pavoneggiandosi con Livia non le risparmi un enfatico corteggiamento; poi si dilegu in un istante, come il buio fugge da una stanza quando si apre una finestra.
Attilio usc di casa dopo pranzo.
Vinicio, l'anziano ebanista che aveva il laboratorio sotto casa Maffei, era uno scricciolo d'uomo ossuto e ricurvo. La sua bottega era un anfratto impenetrabile con vecchi mobili accatastati, che lame di luce filtrante intagliavano di ombre misteriose. Era un mondo irreale animato da folletti che ogni tanto entravano nel nostro, camuffati da topolini e da grossi ragni; mentre a primavera le fate, sotto forma di rondini, tornavano ad abitare i nidi appesi alle travi. La segatura copriva ogni cosa, come una polvere magica.
Quella bottega, un tempo, era stata per Attilio un universo da esplorare, e ancora come allora il profumo della gommalacca tracimava per la strada.
Il vecchio ebanista stava disponendo alcune sedie lungo il marciapiede, mentre Barabba, il suo cane, si godeva il sole pallido sulla soglia della bottega sollevando il torace ossuto al ritmo dei suoi scagni di segugio.
Come d'abitudine Attilio giudic il risultato di quel lavoro con un'espressione di sufficienza, oscillando la mano per rimarcarne l'approssimata mediocrit.
Il vecchio era muto, e come d'abitudine reag al solito dispetto articolando una cascata di suoni tronchi ma comprensibili. A quei rumori Barabba sollev il capo appena e riconoscendo il giovane abbozz uno scodinzolare fiacco e spiccio, per poi ripiombare nella stessa immobilit narcotica in cui languiva la calma pomeridiana. Per Attilio era dotato di un'intelligenza eccezionale; poich, tra tanta gente, quella bestia era l'unica a non commiserare il padrone per la sua invalidit. Quando Vinicio si tolse il basco che teneva perennemente in capo, come per accompagnare il giovane con una carezza, sulla sua testa di scricciolo riverber una scaglia di sole che Attilio lesse come un buon segno.
Camminava lungo i canali, dove la Fortezza si specchiava con sontuosa vanit e i riflessi di un cielo abbagliante riverberavano senza calore. Sulle acque verdi e dense d'immobilit galleggiavano i navicelli. Addossati l'uno all'altro, stavano immersi nella profondit di un sonno nero come il loro fasciame, aspettando un nuovo domani di soliti travagli.
Un grido improvviso infranse quella fissit meridiana. Era un grido definitivo e fatale; una sentenza che non ammetteva replica: "no!".
Attilio riconobbe la voce di sua madre e comprese, con un sorriso di commiserazione, che il primo allievo del pomeriggio era caduto nella trappola dell'esercizio. Poi, di nuovo, ud il pianoforte riprendere il suo canto, accademico e nudo; mentre il torpore meridiano tornava a impadronirsi di ogni cosa. Anche gli uccelli ripresero le loro gazzarre, e svanirono con il loro volo singhiozzante verso una rotta segnata dall'inizio del mondo. Erano migratori. Attilio pensava che, a differenza degli altri uccelli, i migratori fossero dei privilegiati e allo stesso tempo dei condannati: sempre in viaggio, con un'idea precisa scandita dal metronomo delle stagioni. Forse anche lui era un migratore ma non lo sapeva; e, mentre migrava sulle ali di quei pensieri, gir l'angolo della chiesa di Santa Caterina fiancheggiando il carcere dei Domenicani.
Le bestemmie e le urla dei reclusi lo colpirono allo stomaco, inaspettatamente, con un profondo senso d'inquietudine. Ramment i galeotti che aveva visto appena sbarcato, ed ebbe un pensiero commosso; poi un disagio incalzante lo costrinse ad affrettare il passo, per fuggire l'angoscia emanata da quel luogo di pena.
Davanti all'ingresso del Cantiere Attilio passeggiava nervosamente.
Sulla piazza non c'erano segni di vita; solo un silenzio turbato dal lieve bisbiglio degli olmi e dal fruscio delle foglie spazzate in girandole di vento. Tre rintocchi infransero il silenzio scuotendo il cielo di vetro.
Attilio ammirava il mezzobusto di Luigi Orlando, che lo squadrava dalla sua nicchia, quando il rombo di un motore sopraggiungente lo sorprese col naso all'ins. La sfavillante Alfa Romeo 60 color fegato sibil stizzita accostando al marciapiede; poi, come sgravata da una pena si sollev in un gemito: Ciano era sceso, e gli andava incontro con un sorriso lucente.
Salendo per la scala Attilio gett lo sguardo dalla finestra che dava luce all'androne.
Il piazzale ribolliva di vita e di fatica, travolto dal torrente di api umane che turbinava in un frettoloso andirivieni. Sopra tutto si allungava indifferente l'ombra del Tashkent, imponente e insondabile come una montagna di basalto.
Giunti in cima alla scala percorsero il ballatoio ed entrarono nella Sala Studi dove Attilio non pot trattenere un'espressione di stupita ammirazione.
Il secondo piano non era ripartito in vani come quello inferiore e per questo si offriva all'osservatore come un ambiente dallo spazio sconfinato.
Il mare di luce che tracimava dalle vetrate inondava la sala con dense colate dorate. Una trappola ben congegnata dove la luce, cercando una fuga, rimbalzava sulle pareti e amplificava il proprio effetto: anche in quel pomeriggio di dicembre inoltrato.
Tra i pilastri che sorreggevano le capriate, s'intervallavano tavoli di legno rossiccio; e sopra quelli disegni su disegni: e altri disegni tutt'intorno.
Ai suoi occhi di giovane pedagogista abdicante, quel luogo apparve un audace avamposto sulla frontiera dell'innovazione; rimase colpito dal contrasto che poneva in antitesi il dinamismo delle officine con la concentrazione monastica di quel luogo, dove l'eco febbrile delle fucine pareva giungere da un'altra dimensione.
Il silenzio surreale era rotto dal gemito delle penne a china; e di tanto in tanto i disegnatori si scostavano dal tavolo per saggiare la precisione del loro lavoro, come usano fare i pittori. Anche Attilio sbirci tra quei fogli, ma trov il loro linguaggio saturo di geometrie fantastiche del tutto incomprensibili. Poi, non pot fare a meno di notare un uomo che, seduto sul bordo della scrivania, stava appuntando una matita con una perizia pi affilata del temperino che utilizzava. Nel controluce, la sua figura appariva come
macchiata da un'ombra asciutta.
Appoggi la matita sulla scrivania, tolse l'orologio dalla tasca e guard l'ora. Poi gettato lo sguardo fuor di finestra osserv il cielo come a voler comparare il sincronismo dell'orologio col percorso del sole; e subito and loro incontro con un portamento che non giunse nuovo agli occhi del giovane. Era evidente che li stava aspettando, e si capiva che aveva un legame piuttosto confidenziale con il commendator Gino Ciano.
Trattenne a stento il braccio che aveva istintivamente teso in segno di benvenuto. Da pochi mesi era iniziata la campagna per l'abolizione della stretta di mano, ritenuta meschina dal Regime; era certo che la sua intenzione non era passata inosservata, ironicamente, non arrest il movimento ma lo prosegu, passandosi la mano tra i capelli pettinati all'indietro, secondo la moda. Poi con dileggio consider: "Mi ci devo ancora abituare. Incontro spesso dei tecnici francesi e per quella gente la stretta di mano  un rituale...".
"Eh, caro Mario! Quei tuoi amici francesi finiranno per cacciarti nei guai. Tra Roma e Parigi non corre buon sangue ultimamente", disse Ciano sorridendo.
"Ah certo, lo so bene! Sapesse Eccellenza quanto mi  costato l'ultimo progetto: invece di guadagnare c'ho rimesso anche le scarpe", poi rivolgendosi ad Attilio, "Benvenuto, mi chiamo Mario Vezzi", e Ciano soggiunse: " il responsabile dell'Ufficio Studi, ci accompagner lui dal Direttore".
Un'intrigante voce da mezzosoprano risuon alle loro spalle in un italiano rugoso: "Sua Eccellenza ci omaggia di una visita, oppure  venuto a verificare le condizioni della sua barca?"
Ciano si volt di scatto e sbattendo i tacchi si chin a baciare la mano che l'architetto Mihajlovna teneva gi protesa verso di lui, mentre stringeva alla procacit del suo petto un fascio di disegni arrotolati.
"Non avrei mai pensato di poter invidiare dei disegni", esclam Ciano con mediterranea adulazione. La donna rise di un sorriso bianchissimo e ammiccante, ritirando la mano con un gesto che
avrebbe attratto a s qualsiasi maschio in et fertile; poi si allontan con il suo incedere ancheggiante, mentre Attilio si chiedeva stupito come potesse, quella forestiera, aggirarsi cos liberamente nel centro nevralgico del Cantiere. Ma in seguito si rese conto come alcuni russi, e soprattutto lei, erano onnipresenti in ogni luogo dello stabilimento.
Dal modo in cui Vezzi salut la russa, Attilio riconobbe l'uomo che si era intrattenuto con sua madre la sera del concerto in compagnia del maestro Mascagni.
Prima di condurli dal Direttore, Vezzi volle far conoscere loro gli impiegati; non tanto per compiacere il commendator Gino Ciano, quanto per dare ai propri collaboratori la soddisfazione di essere presentati ad una personalit cos importante. Per ciascuno di loro descrisse il tipo di attivit, e per ognuno Attilio ammir la preparazione professionale e l'affezione al proprio mestiere. Soprattutto, rest meravigliato dalla razionale immaginazione che quegli uomini dimostravano con la propria opera.
In quella prodigiosa atmosfera, Attilio fu pervaso da una inconfessabile ammirazione: un sentimento che sentiva sciogliersi dentro di s come una malattia; e in quel momento si pent di non aver intrapreso gli studi tecnici. Poi usc dalla sala, rincorrendo frettolosamente l'eco dei passi dei suoi accompagnatori che si ripercuoteva lungo i corridoi di parete in parete.
Quando Attilio lo conobbe, l'ingegner Rougier era sedotto dalle aspirazioni e dalle ambizioni del tempo, ma niente e nessuno avrebbe mai potuto distrarlo dal suo principale obbiettivo: la realizzazione del Tashkent. Gli era stato affidato un progetto straordinario e lui in modo altrettanto straordinario lo aveva sviluppato e compiuto, intrappolando tra le lamiere della nave il genio dell'innovazione.
Il suo viaggio accanto al Rougier dur pi di sei anni. Attilio lo vide acclamato dalla fama e flagellato dal disprezzo; ma sempre continu a vantare il privilegio di averlo conosciuto.
Alto di statura, era dotato di una fisicit atletica e di un'impareggiabile avvenenza oratoria. Aveva gli occhi di un grigio lucente che virava, secondo la luminosit della giornata o dell'umore, verso Un blu febbrile. Erano occhi che divoravano un volto irrequieto, scavato; e parevano rivolgersi verso altre dimensioni, come se non avessero n tempo n voglia di prendere in considerazione quella corrente che valutavano, forse, dozzinale. Aveva il naso energico che la tradizione impone agli uomini di pensiero, e la bocca tenuta inconsapevolmente contratta, come a voler resistere alla debolezza di confidare un segreto dispiacere.
Passava talvolta intere giornate chiuso nel suo ufficio, a sfogliare pagine di formule. Attilio non riuscir mai a comprendere quanto quella attivit fosse un pellegrinaggio nell'universo dei calcoli oppure se, in quello stesso universo, il Rougier cercasse la soddisfazione di un proprio personale piacere.
Aveva cominciato la sua carriera come progettista di sommergibili; poi, dopo la Prima Guerra, aveva partecipato alla ristrutturazione della Marina Militare. Unico membro civile del Comitato Militare per i Progetti Navali era stato insignito del grado di Maggiore del Genio Navale: un riconoscimento spettato fino allora solo a Guglielmo Marconi. Con il suo carniere colmo di conquiste professionali Achille Rougier rappresentava, all'epoca, una delle menti pi corteggiate della cantieristica mondiale: e naturalmente, ne era pienamente consapevole.
Vezzi buss all'anta della porta gi spalancata, e dall'interno una voce contaminata da un accento lombardo invit ad entrare.
Ciano entr per primo, Attilio e Vezzi lo seguirono. Lui era gi in piedi, nel sacro rituale dell'accoglienza, senza tuttavia mascherare del tutto un'aria seccata; come se quell'attesa irruzione avesse interrotto qualcosa di remoto e irreale.
"Come andiamo?", domand Ciano con un vocione cordiale; ma senza attendere risposta anticip lui stesso: "Ti trovo magnificamente in forma. Bravo! Non voglio che ti strapazzi troppo"; poi soggiunse: "Ho saputo che ieri sei rientrato con un successone: come sempre! Mi congratulo: a Roma saranno contenti".
"S", rispose lui compiaciuto, "hanno gi telefonato in molti, anche il tuo amico. Stamani presto", comment con una smorfia di sufficienza alludendo a Mussolini.
"Bene, vedrai che andr tutto per il meglio", disse Ciano in tono consolatorio, "confido molto nel lavoro di Galeazzo"; poi cambi argomento, e indicando il ragazzo prosegu. "Questo  Attilio Maffei" e, per dare pi enfasi alla presentazione, aggiunse, quasi sottovoce, una referenza che riteneva preziosa: " Il figlio della pianista";
"S, s! Me la ricordo bene, la signora Livia", e rivolse al giovane un sorriso buono fissandolo con lo sguardo, tanto da farlo smarrire in un imbarazzato rossore. Poi soggiunse: "Ma ricordo bene anche te, giravi le pagine degli spartiti", e mim con la mano quel gesto; poi scusandosi per il disordine invit i suoi ospiti a sedersi.
La stanza era inondata da un'atmosfera di sogno.
Il crepuscolo era imminente, ma un tenace bagliore dorato riusciva a filtrare dalle finestre. I quadri, le mappe e i modelli di scafi risplendevano indorati da un soffio di polvere. Dal soffitto calava un lampadario, tentacolando come un'inquietante medusa lattiginosa. Un divanetto sonnecchiava in un angolo, con due poltrone scompagnate di pelle ruvida, graffiata, antica: il suo astratto asilo romito. E l, senza alcun riguardo, era gettato un bel cappotto di tweed.
Sulla scrivania regnava un disordine babelico, e sopra a tutto un bicchiere che rammentava i resti appiccicosi di un remoto caff. Nell'unico angolo inaccessibile al caos una cornice d'argento avvolgeva la bella et dei ragazzi: Franca, la maggiore che stava seduta!, Gillo in piedi accanto a lei, e la piccola Marilli accoccolata tra loro. Avevano espressioni serene e tenevano gli occhi fissi sul loro futuro color seppia.
Ovunque libri su libri. Accatastati nell'illogico disordine dottrinale, stavano come dimenticati nell'attesa di un'improbabile lettura. Pareva che avessero una propria irrequieta vitalit e che contenessero solo confusione; e che quella, riuscita a evadere, fosse dilagata incontrastata per la stanza.
Attilio si guardava intorno con ammirazione e non gli sfugg un tecnigrafo che teneva appesi indecifrabili disegni.
Ciano si diresse verso una finestra. Nel cielo di rame anche guizzi violacei.
Il Tashkent, inorlato di luce, campeggiava solenne contro il tramonto infuocato; alle sue spalle le Apuane, remote e innevate, svanivano nella patina invermigliata della distanza.
Il profumo affilato dell'inverno impregnava l'aria quieta, e lui fissando trasognato il velo sopraggiungente della sera chiese soprappensiero: "Allora, come procedono i lavori?", e scrutando fuor di finestra come a cercar conforto soggiunse, "Oramai dovrebbero essere quasi alla fine".
"Mi piacerebbe uscire a maggio, per Santa Giulia magari. Siamo
quasi a Natale e, considerando che mancano appena cinque mesi, confido nel rispetto dei tempi. Il maestro Garfagnoli, oltre ad essere abilissimo,  altrettanto affidabile: ci fossero stati impedimenti ci avrebbe avvisato per tempo".
Ciano si volt e con gli occhi golosi preannunci: "Appena hai varato la barca, si organizza una bella cacciuccata in Borgo".
Il Vezzi intervenne con voce animata: "Stiamo completando gli interni; dopo Natale imbarcheremo il motore: anche l'elica  gi pronta. A primavera, col tempo buono, si vernicia. Armiamo l'attrezzatura...".
"In che maniera?" interruppe Ciano.
"A cutter: cutter bermudiano!" rispose di colpo il Vezzi.
Un'espressione di soddisfatta ammirazione illumin il viso di Ciano, che dopo una pausa aggiunse: "Ah, bellissimo; meno modernista ma pi marinara. Spettacolare".
"Soprattutto pratica. Pratica e sicura per la riduzione di tela a prua. Sai, con i ragazzi, quando rinfresca un po' il vento...", tenne a puntualizzare Rougier.
"Ma tuo figlio  molto bravo anche a vela. Oddio  vero che se porta qualche amico meno pratico o delle ragazze... ma hai fatto bene: le pensi sempre tutte. Un bel cutter. Bravo, bravo! Poi mi ci porti a fare una crociera; anzi, organizziamo una bella gita lungo costa e invitiamo anche Galeazzo con Edda". Sorrise compiaciuto, mentre gi pregustava un bordo di bolina in una splendida giornata di maestrale.
Attilio si era reso conto che non parlavano del Tashkent; tuttavia, chiedere gli era parso pi scortese che tacere: quindi, rimase muto nella sua discrezione. Ma Ciano, che aveva notato l'imbarazzo del giovane, si rivolse a lui dicendo: "Vedi Maffei, questi due hanno progettato uno yacht a vela di... quanti metri?"
"Quarantasette piedi" disse il Vezzi compiacendosi di quel numero che riempiva la bocca.
"Va bene, ma in metri quanti sono, all'incirca?", chiese Ciano sbrigativo, senza tener conto dell'interruzione e imprecando contro gli inglesi e i loro assurdi sistemi di misura.
"Saranno quattordici", esord Attilio con una vocina mezza strozzata, e per non apparire troppo sicuro aggiunse accompagnandosi con un'oscillazione della mano, "quattordici e mezzo".
"Bravo Maffei", esclam il Vezzi, "quattordici e trentacinque per essere precisi, fuori tutto s'intende. D'altra parte, Eccellenza", disse rivolgendosi a Ciano, "non possiamo trascurare che la tradizione nautica anglosassone  la pi importante del mondo".
"Ho capito: ma le misure sono assurde! Piedi, pollici, miglia terrestri, miglia marine... un bel sistema decimale gli faceva schifo: ma cosa ti vuoi aspettare da gente che guida a sinistra?".
"Sono i pi grandi esperti di costruzioni navali del mondo!" disse Rougier.
"Certo! Ma ci salassano, quei pirati! Ecco perch il mio "amico" come lo chiami tu, insiste sul tasto Mare Nostrum. Quelli vogliono fare il comodo loro anche in casa degli altri e ci strangolano. Hanno fatto tanto, insieme ai vostri amici francesi", e si rivolse a Vezzi, "per imporci le sanzioni internazionali a causa della guerra in Etiopia. Intanto macellano mezzo mondo nelle loro colonie. Guarda, lasciamo perdere gli inglesi! Grazie a loro il porto di Livorno, e non solo quello, sta morendo di fame".
Poi, lasciando decantare quello sfogo in un silenzio ingombrante, aggiunse: "Caro Achille, parli bene perch stai collezionando i pi importanti riconoscimenti che la Corona d'Inghilterra conferisce ai luminari", disse indicando la parete alle sue spalle, "per non parlare di quelli che conservi nei cassetti; ma non ti scordare che tu...", punt allora il suo ditone verso il petto dell'amico, "... ieri, hai dimostrato di avere l'incrociatore pi veloce del mondo: e l'hai fatto a Livorno!".
"Non  ancora ufficiale", rispose lui sorridendo. "Lo sar presto. Molto presto!...", sentenzi Ciano risoluto.
"E sul baglio massimo?", chiese Attilio intromettendosi per reclamare il suo coinvolgimento.
Lo scrutarono a fondo, tutti e tre contemporaneamente, e per un attimo Attilio ebbe il dubbio sull'opportunit di quella domanda.
Vezzi che aveva gi preso in simpatia il ragazzo, ed era l'unico ad aver compreso il riferimento alla barca, continu ostentando un tono declamatorio: "Tre metri e trentadue la larghezza massima, nove e novantatre al galleggiamento e centosette metri quadrati di vela".
"Caspita, questa corre", disse Attilio, poi cerc di arrestarsi in tempo, ma non riusc a trattenere il successivo, "anzi, vola!"; e con quell'esclamazione pose il definitivo sigillo sulla sua assunzione.
"Ti piacciono le barche, eh, Maffei? Brutta faccenda", disse Rougier che evidentemente conosceva bene la sua storia; poi prendendolo sottobraccio lo avvicin al tecnigrafo per mostrargli il progetto.
In quei disegni, i tratti di matita sembravano fuggirsi per poi incontrarsi in un intreccio geometrico, non di linee, ma di pensieri: di sentimenti. Sembrava che la confusione delle idee trovasse ordine, e il rigore matematico si declinasse nella poesia grafica di un sogno concettualizzato. E smarrito nel labirinto caleidoscopico di quel sogno, Attilio navigava verso i mari inesplorati della fantasia. Immaginava il levarsi della prua, le onde filare via lungo la fiancata, e una scia bianca che fuggendo da poppa si rimarginava gorgogliando nel mare cobalto.
"Ecco, questi sono i disegni di Mario", disse Rougier indicando il Vezzi con un gesto impercettibile, "come avrai compreso il progetto  completamente suo, io mi sono limitato alle verifiche strutturali; cosa vuoi, il Tashkent mi ha assorbito anima e corpo...".
"Soprattutto il corpo", tuon Ciano mentre indicava maliziosamente uno scorcio di sigaretta velato di rossetto ritorto nel posacenere.
Il Direttore si volt come se una serpe l'avesse morso.
"Non scherziamo su queste cose" esclam con una piega decisa nell'espressione; ma rendendosi conto di aver esagerato aggiunse quasi per sdrammatizzare: "Magari, tu avessi ragione!".
Anche Attilio, che non capiva di cosa parlassero, aveva notato quel mozzicone. Non gli aveva attribuito alcuna importanza, ma dopo quella battuta allusiva e la reazione del Rougier, fece caso all'esistenza di altri segni che testimoniavano una presenza femminile piuttosto assidua in quell'ufficio: un foulard, un ombrellino e, sulla scrivania, un bicchiere orlato da una semiluna vermiglia.
Senza indugiare in quell'atmosfera sospesa l'ingegner Rougier prosegu: "Grazie a Mario, il progetto sar un capolavoro, e grazie al maestro Garfagnoli, anche il risultato apparir eccellente".
"Oh, certamente", intervenne Attilio, "ne ho sentito parlare come di un artigiano eccezionale. Ho sentito dire che ha costruito la barca anche a Sua Eccellenza?", disse con deferenza.
"Esattamente" rispose Ciano, "una bilancella da pesca di quasi tredici metri che abbiamo varato la scorsa estate; ma stiamo pensando di commissionargli anche un beccaccino per i bimbi di Galeazzo. Ne ha costruito uno per il Conte della Gherardesca, e ho visto quello che ha consegnato al conte Guicciardini:  straordinario. Un peccato metterlo in mare! Sono barche divertentissime, specialmente per dei ragazzi".
"Anch'io ho comprato un beccaccino per i ragazzi", disse Rougier, "in effetti,  una barca molto piacevole oltre che marinara...'!.
"Frangilmar!", esclam Ciano interrompendolo con tono altisonante e ironico, e rivolgendosi ad Attilio aggiunse con un certo dileggio, " l'acronimo dei nomi dei figli". Scand quei nomi contandoli sulle dita: "Franca, Gillo, Marilli", e ripet il nome della barca accompagnandolo con un gesto delle mani come se carezzassero una palla: "Frangilmar" sfumandolo in un'affabile risata.
"Almeno non ci sono imparzialit", rispose Rougier divertito; poi si strinse nelle spalle come a voler evidenziare lo scampato imbarazzo di un pelago con equit salomonica.
Attilio, ormai deciso a fare bella figura, disse: "Ho sentito dire che il successo ottenuto da quell'artigiano sia dovuto all'applicazione di un metodo particolare. Come ho sentito dire che solo con questo metodo  possibile ottenere un prodotto replicabile e di eccellente qualit...".
"E dove li avresti sentiti questi discorsi?", chiese Ciano sollevando un sopracciglio.
"In tutta Livorno si parla di queste barche di Antignano: soprattutto perch molto costose e perch i principali clienti del maestro Garfagnoli sono... sono ricchi signori". Le ultime parole gli uscirono dalla gola quasi balbettando, per il timore di essersi spinto in una considerazione fuori luogo.
Ciano e Rougier volsero lo sguardo verso il Vezzi. Poi il Direttore con tono deferente disse: "In effetti  tutto vero, e ormai dovresti averlo capito. Questo signore..." ed appoggi con gesto affettuoso la sua mano sul braccio del Vezzi, "questo signore  l'artefice di tutto quello che hai esposto in sintesi: il deus ex machina del diporto moderno! Il maestro Garfagnoli  un abilissimo artigiano, ma ha avuto il pregio e l'intuizione di comprendere l'importanza della progettazione; e il Vezzi ha avuto il merito di capire che il Garfagnoli era il maestro d'ascia capace di realizzare le sue idee". Poi aggiunse con un risolino e un palese tono sarcastico: "Anche se  socialista!".
Ciano colto nel vivo da quella battuta rispose con burbera benevolenza: "Poveraccio, qualche testa calda gli ha anche bruciato il laboratorio. Non m'interessa nulla che sia socialista: m'interessa che faccia bene le barche. Oltretutto  anche una bravissima persona. E poi, a proposito di commistioni ideologiche: abbiamo i sovietici in casa!", e accompagn quella considerazione con una smorfia per poi aggiungere, alludendo all'entit della commessa, "ma meno male!".
Poi scoppi in una sguaiatissima risata contagiosa.
6 gennaio 1939: Befana Fascista.
Il tradizionale pranzo dell'Epifania, come consuetudine, aveva richiamato in casa Maffei una ventina di persone unite tra loro da
una parentela cos labirintica che in alcuni casi ne rendeva dubbia la probabilit.
L'impiego di Attilio era stato uno dei principali argomenti di conversazione superato solo dall'interesse manifestato nei confronti delle sue avventure elleniche. Tutti morivano dalla curiosit di conoscere i dettagli delle sue navigazioni, del pericolo dei predoni, delle giornate al monastero. Gli domandavano se quel monaco fosse stato veramente un guaritore; e chiss se qualcuno di loro l'aveva conosciuto. Certo se era stato a Livorno dovevano averlo visto per le tradizionali celebrazioni dell'Epifania(3). La strega poi era uno dei temi pi ricorrenti.
Il giovane soffriva un leggero disagio nel vestire quei panni di protagonista, ma stava al gioco, con la consapevolezza che quel ruolo distoglieva il pensiero di tutti, ma soprattutto di sua madre, dal ricordo del fratello Alfredo: un ricordo che durante le festivit si riproponeva come una presenza concreta, accompagnato e rinvigorito da un dolore profondo che, pi passavano gli anni, pi diveniva sotterraneo e strisciante. Anche in quell'occasione, Livia aveva lasciato un posto apparecchiato: come accadeva per ogni ricorrenza, come accadeva ogni domenica. Attilio non capiva se in quella domestica liturgia sua madre volesse sciogliere il dolore per potervi diluire e renderlo pi sostenibile, oppure lo volesse coltivare per mantenerlo perennemente presente; in fin dei conti, era l'unica cosa che le restava di lui, oltre una lapide: una lapide alla memoria che ricordava l'affondamento della corazzata Regina Elena, il 16 giugno 1936. Almeno cos recitava l'incisione sul marmo grigio del camposanto.
Attilio si alz da tavola senza aver completato il pranzo e and a prepararsi.
Quando torn indossava un abito scuro che non riusciva a contenere la sua agitazione e, dopo aver salutato i parenti con l'affetto ereditato da un'infanzia felice, si avvi verso l'uscita. Livia sussurr le solite raccomandazioni con la sonorit calda e brunita della sua
voce; e proprio in quel momento la vecchia pendola smise di sonnecchiare vibrando tre rintocchi in un accordo metallico.
Attilio si avvi incontro al pomeriggio che un sole fiacco faticava a stemperare.
L'automobile nera, lucente e con il pieno di carburante, lo attendeva sotto una tettoia; ma il ragazzo ripet con perizia i controlli, girandole intorno con un panno alla caccia del pi minuscolo granello di polvere. Poi, salutato il sorvegliante di turno, mise in moto e part accompagnato da una segreta emozione.
Giunto davanti all'abitazione del Direttore, rimase col motore acceso in attesa che lui uscisse dal portone. Attilio not con sorpresa che era solo; ma senza indugiare apr la portiera e aspett che si accomodasse sul sedile di pelle bordeaux. Aveva studiato a lungo quel cerimoniale, e adesso mentre si dinoccolava avanti e indietro intorno all'automobile si scopriva emozionato ma soddisfatto di s.
"Portami in Cantiere", ordin perentorio il Direttore, e lui ingran con decisione la marcia, senza trattenere un'occhiata perplessa che lanci nello specchietto retrovisore.
Quando il muso nero dell'auto scintill davanti alla carraia del Cantiere, anche il sorvegliante fu colpito dallo stesso stupore che aveva sorpreso Attilio poco prima. Era abituato alla presenza del Direttore in qualsiasi momento di qualsiasi giorno; ma quel pomeriggio di Befana, francamente, non se lo aspettava.
Taciturno, pensieroso, forse preoccupato, il Direttore si affrett verso l'ufficio lasciando il suo autista in compagnia del sorvegliante.
"Macchina da gran signori!", esclam da quel taglio che aveva al posto della bocca sotto due baffoni a manubrio un po' fuori moda, che palesavano il vecchio monarchico.
"Davvero, ma non  che sia un grande intenditore di automobili, anche se faccio l'autista", rispose Attilio senza celare un vanto nel tono di quell'ultima considerazione.
"Beh, certo, anch'io faccio il sorvegliante... ma..." e, mentre cercava di sfuggire all'incartamento della sua stessa battuta, pens: "Ecco un altro raccomandato da mantenere!". Poi tir fuori dal taschino della giacca un sigaro, lo divise e ne porse una met al giovane che rifiut ringraziando con garbo. Ripose mezzo sigaro in tasca e accese l'altra met tenendola delicatamente con il taglio sotto i baffoni; e mentre il suo volto spariva con intermittenza tra le volute perlacee di un fumo aromatico esclam strozzato da un colpetto di tosse: "Non sai cosa ti perdi!".
In quello stesso momento ricomparve il Direttore: "Andiamo Maffei, non farti traviare da questo dissoluto!", esclam lanciando un'occhiata complice al sorvegliante che sorrise, soddisfatto di quella critica che consider una lusinga. Mentre l'auto si allontanava, sollev un bicchierino di quella grappa che teneva in guardiola e poi tracann il contenuto tutto di un fiato; quindi torn verso il cancello col suo incedere traballante e richiuse la carraia con il catenaccio.
Il Direttore era molto pi calmo ma Attilio non dette un gran peso a quell'impressione. Tornarono in via dell'Indipendenza, dove la signora Rougier e la piccola Marilli stavano uscendo dal portone: certamente, il Direttore aveva avvisato la signora per telefono.
Giunti al Grand Hotel Palazzo, il Direttore chiese al giovane di andare a prelevare l'ingegner Repin e la signora Nina: un incarico che in seguito avrebbe assolto con frequenza.
Attilio era impaziente di conoscere quell'uomo. Aveva sentita paragonare la sua fama di progettista a quella del Rougier; tuttavia a causa dell'aridit industriale sovietica le sue capacit tecniche erano rimaste, per cos dire, "inespresse".
L'ingegner Repin, la signora Nina e altri delegati, abitavano una lussuosa villa vicinissima al mare, che si trovava in un'anonima traversa della strada che conduce ad Antignano. Infatti, percorrendo il viale che fiancheggia la costa, appena oltrepassata la foce del rio Ardenza, in quel tratto di spiaggia ciottolosa denominato "Tre ponti", si trovava, e si trova tuttora, una stradicciola. Rettilinea, corta e stretta, s'inoltrava verso i campi, dove si perdeva, caratteristica poco dignitosa per una strada, in una landa desolata (e selvaggia, n macchia n campagna, che arrancava devotamente fino alle balze di Montenero. Le sferze dei venti avevano modellato gotiche trachee tra scarpate di roccia strappate alle macchie: era una terra battuta dai cacciatori e dagli artisti che piantavano i loro
cavalletti nelle radure. Grazie alla fantasia rurale con cui vengono indicati i luoghi, si era guadagnata il nome che tuttora conserva: Banditella.
A quel panorama incontaminato faceva da contrappunto un'elegante urbanizzazione che, sorta nel tardo Ottocento, si era sviluppata insieme alle floride sostanze di facoltosi commercianti nei primi anni del secolo, quando ville e villini avevano cominciato a germogliare lungo il litorale e nelle contrade adiacenti.
La residenza occupata dai russi era appunto una di queste, e dedicata alla patrona dei musicisti era conosciuta come Villa Santa Cecilia. Vicino a questa, caratterizzata dall'inconfondibile torretta che guardava a Ponente, la residenza livornese del conte fiorentino Giulio Guicciardini Corsi Salviati che portava l'appropriato nome di Villa Banditella. Proseguendo verso Antignano, villa Menicanti e la villa del maestro Mascagni, poi in prossimit del paese: villa Reyron, villa Mellini, villa Dell'Ovo Allori, villa Bini e villa Passerini. Infine, le residenze dei gerarchi: villa Foraboschi, villa Baiocchi e naturalmente villa Ciano.
La macchina entr nel cortile dell'albergo e la ghiaia crocchi sotto le ruote che procedevano con solenne autorit. Attilio posteggi l'auto e scese, affrettandosi ad aprire la portiera ai due passeggeri senza risparmiarsi in ossequi. Si sentiva un po' impacciato, ma la spigliatezza della sua giovane et lo portava a imitare in maniera estroversa le movenze di un consumato chauffeur.
Repin e la signora Nina scesero dall'auto. Attilio fece attenzione che il lunghissimo abito della signora non rimanesse impigliato nella portiera, poi la chiuse con tale delicatezza che il solito gemito metallico rimase strozzato.
Appoggiato alla balaustra il Direttore attendeva i suoi ospiti. Scorgendoli and loro incontro con un sorriso informale.
Lo seguiva il commendator Gino Ciano, ostentando il portamento di chi ha dimestichezza col potere, distribuendo a destra e sinistra sorrisi affabili e fiacchi saluti romani; e mentre il Direttore accoglieva Repin con fare amichevole, Ciano scambi con Attilio un cenno d'assenso che stava a significare "Bravo, bravo!".
Il Direttore conged Attilio con uno sguardo e lui ne approfitt
per dirigersi al bar. Si sedette in modo da poter osservare l'eterogenea umanit che popolava l'atrio dell'albergo; e fu allora che la sua attenzione si rivolse al personaggio di cui aveva sentito molto parlare: Andreij Nikolajevich Repin, ingegnere navale.
Per avere un'idea di cosa fosse una conversazione con Repin bisogna sapere che prima di cominciare ogni frase aveva l'abitudine di lasciar sospeso l'interlocutore al filo di una pausa lunghissima, gravida di profonda responsabilit. Era un vero maestro di quell'arte con la quale da un lato voleva lasciar intendere che stava analizzando attentamente i termini della conversazione, dall'altra voleva creare nel dialogo un senso prospettico: come se la conversazione, pur svolgendosi nella dimensione acustica, dovesse produrre per la sua comprensione anche una percezione visiva.
Nello scambio dei saluti era stato semplicemente educato, per quel minimo imposto dall'etichetta. Quando salut Ciano fu molto deferente, ma lo fiss in modo tale da indurre nel giovane Attilio un brivido di inquietudine. Poi salut il Vezzi; in quella circostanza manifest un sorriso difficile da leggere, e biascic alcuni convenevoli senza alcuna sfumatura.
Il russo traduceva impeccabilmente in un italiano corretto parole della sua lingua scorticata, eppure dal suo modo di comunicare trasudava un gelo pi tenebroso di quella sua aliena inflessione. In quel momento Attilio comprese con stupore quanto la signora Nina, almeno come interprete, fosse per Repin del tutto superflua. Ma soprattutto not come il comportamento che contraddistingueva l'ingegnere russo si acutizzava nei confronti del Direttore. Era un atteggiamento di educata ostilit: non perch egli tradisse le proprie emozioni - Attilio dubit, e per molti anni ancora continu a dubitare, che quell'uomo fosse capace di nutrire emozioni - ma perch certamente, e chiss per quale ghiribizzo, voleva che le persone, e soprattutto il Rougier, lo percepissero ostile.
Il Direttore a sua volta era abituato a sostenere i colpi dell'imbarazzo, sportivamente e con diplomatica sufficienza. Non voleva cedere al gusto della disputa confrontandosi col sovietico nell'immediatezza di una rivalsa, ma sospirava nell'attesa di un momento favorevole, che certo sarebbe giunto: prima o poi il russo avrebbe scoperto il fianco, e l'occasione si verific prima del previsto.
"Avete notizie da Roma?", domand il russo con voce untuosa.
"Sfortunatamente no", rispose cortese Rougier, e con l'impeto
di un affondo schermistico aggiunse: "Non possiedo, purtroppo, i vostri canali; tanto meno la vostra abilit diplomatica che insieme alla competenza professionale vi fanno apprezzare in campo internazionale". Un elogio senza dubbio lusinghiero per chi non sapesse, come invece Repin sapeva, di essere un intrigante cortigiano
maestro dell'inganno; abile soprattutto nel non lesinare la posta in gioco pur di raggiungere i propri obiettivi. Finse, tuttavia, di non cogliere il veleno contenuto in quell'accusa, e con tono altezzoso pigol: "In questi giorni la situazione si potrebbe sbloccare. Speriamo: sarebbe un bene per tutti!".
Rougier ricambi la sua ostilit sorridendogli in modo esageratamente cordiale e, lanciatosi in un gesto di euforia, gli prese le spalle tra le mani e scuotendolo disse: "Bene, questo s che  un buon augurio".
Ciano, approfittando del momento, scaravent una sonora manata su quelle ossute spallucce da ingegnere sovietico. Il russo sobbalz tossicchiando, e Ciano, togliendosi il sigaro di bocca, disse divertito: "Venite ingegnere, venite. Andiamo a brindare al nuovo anno".
Le danze fervevano accompagnate da un'orchestrina di grido. Seduto a un tavolo, Attilio sorseggiava il suo t e si sorprese infastidito, quando si accorse di cercare Elsa con uno sguardo insofferente. Scandagliava la sala con le palpebre socchiuse all'uso dei miopi: Vezzi stava scimmiottando un ballo tenendo in braccio una bambina, certo una delle figlie. La bellissima Anastasia resisteva all'assedio dei corteggiatori; mentre Ciano volteggiava elegante e sicuro sul tempo di un valzer, guardandosi intorno con l'aria della chioccia che cova i pulcini.
Attilio affond il viso nella tazza fumante, dubitando rassegnato che la ragazza fosse presente alla festa: e solo a quel punto la scorse.
Attraversava la sala, aprendosi un varco tra la folla compatta che si allargava in due ali all'avanzare del suo portamento: era la stessa
breccia che in quel momento gli stava spaccando il cuore. Pareva diretta verso di lui, ma gli pass davanti senza neanche notarlo. Li. seguiva un giovane ufficiale di marina: alto, dall'aria intelligente e con un portamento signorile. Le parlava continuamente, senza prendere fiato, in un modo che Attilio giudic insistente e fu quella una buona scusa per trovarlo subito antipatico; mentre lei gli apparve ancor pi bella e irraggiungibile.
Il suo volto era radioso e ilare, mentre gli occhi le sorridevano di piacere: anche se lui non capiva di che piacere si trattasse. Capiva solo che si stava perdendo nell'incanto della sua femminilit felina; e ne era piacevolmente rassegnato.
Ogni tanto l'ufficiale le sfiorava i capelli e le sorrideva; ma lei restava immune al gioco della seduzione, almeno cos Attilio si sforzava di credere, mentre resisteva all'assedio della gelosia. Poi, incapace di sopportare ancora la vista di quel corteggiamento, fin per affogare la sua delusione negli ultimi barbagli di un crepuscolo incandescente.
Una scheggia sanguigna capitolava sotto l'arco cobalto del cielo che avanzava annunciando la notte. Gorgona, coricata sui riverberi scarlatti di un giorno finito, si scioglieva nel buio indifferente e rare stelle occhieggiavano tremule nell'oscurit cristallina. Dal buio, tre figure si avvicinarono a lui con incedere deciso.
La bellezza di Anastasia appariva ancor pi travolgente, mentre la brezza faceva aderire alle sue forme una leggerissima veste. Teneva il viso appena voltato, docile al vento che le carezzava i capelli, e li teneva sollevati in un gesto che rendeva maggior nudit al suo candido collo cervino. Quel suo sguardo sbieco inchiodava Attilio con un fascino incontenibile; forse fingeva di non averlo visto, ma i due uomini che la scortavano, al contrario, lo puntavano come segugi.
Riconobbe l'ingegner Usyskin che in un momento gli fu accanto con un sorriso cordiale. Si accost alla balaustra e inciampando nel suo italiano stentato esord: "Che serata meravigliosa. Come sta la signora Livia?".
"Bene grazie. Sar di l con le sue amiche, che tiene banco su
qualche argomento piccante dell'ultima ora".
Era evidente che il russo non aveva compreso, ma prefer aggiungere: "Scusate, ma non parlo ancora bene l'italiano"; e sorrise i i uno sforzo d'intelligenza come per attenuare l'asprezza di quella sua incapacit di intendere.
Attilio si sentiva attratto verso di lui da una tenera simpatia. Al giovane piaceva l'idea di quell'esperienza; la presenza di quei russi avrebbe dato al lavoro una prospettiva di ludico interesse: un senso di giocosa luminosit. Riteneva una caratteristica naturale dell'uomo, forse un segno distintivo dell'intelligenza, l'attrazione reciproca che esseri simili dimostravano per le proprie diversit.
Per bocca di Anastasia, Usyskin fece sapere ad Attilio che aveva sperato in un altro concerto di sua madre; ma il giovane, dispiaciuto, rispose che non era al corrente del programma, se non per quanto riguardava il suo incarico di autista. Allora Anastasia si rivolse a lui, avvicinandosi tanto da sfiorarlo e farlo attraversare dai brividi dell'imbarazzo. Poi con una luce provocante, forse abituale nel suo sguardo, disse: "Abbiamo sentito che oggi hai preso servizio. Il primo viaggio a una festa invece che in ufficio. Si comincia bene!".
Stava per rispondere d'istinto e smentirla, ma trattenne quel suo moto impulsivo, o forse rimase semplicemente imbarazzato dal raggio mellifluo di quegli occhi; e cos riusc a malapena a sospirare: "Speriamo di proseguire altrettanto bene!". Non disse altro; e mentre l'impeto di quella risposta sfumava nell'espressione inebetita del suo volto, Attilio non si accorse che sulla faccia della donna era rimasta, come dimenticata, la debole smorfia di un sorriso sconfitto, che suggeriva, forse, l'ammissione di uno smacco. E come bruciata da una specie di insaziabile avidit, la donna lanci al giovane uno sguardo colmo di una luce diabolica.
Gennaio trascorse velocemente. Ogni mattina Attilio entrava in Cantiere molto presto. Rougier era terribilmente mattiniero; se non fosse stato per i turni che obbligavano gli operai a entrare prestissimo, Attilio avrebbe giurato che il Direttore sarebbe stato il primo a entrare e l'ultimo a uscire: insieme a lui naturalmente.
Raramente per si sedeva subito alla scrivania. Di solito, senza neanche accendere la lampada, rimaneva in piedi davanti alla finestra come incantato dal buio che scivolava via lentamente, mentre le stelle impallidivano e il grigio dell'alba inondava la stanza. Era uno dei pochi momenti in cui Attilio lo scorgeva inerme: preda di una solitudine ieratica e trascendentale, naufrago nei suoi stessi pensieri.
Ogni mattina Attilio ripeteva lo stesso rituale: preparava un t che poi serviva in una teiera di porcellana bianca sopra un vassoio insieme a un bicchiere, poich lui odiava le tazze, e aspettava che il Direttore, che a quel punto si era seduto, esclamasse distratto: "Mettilo l", indicando senza guardare un astratto angolo della scrivania. Attilio versava garbatamente il t. Il Direttore prendeva il bicchiere e lo stringeva tra le mani come per scaldarsi; soffiava delicatamente sopra la superficie scura della bevanda, e contemplando gli strappi di fumo che si liberavano nell'aria pareva ne decifrasse gli auspici.
Raramente chiedeva del caff, anche quello servito nel bicchiere, e se accadeva era solo nel primo pomeriggio; ma in ogni circostanza il Direttore riponeva il bicchiere sul tavolo e mai sul vassoio. Cos Attilio impar presto a munirsi di un canovaccetto, per pulire le impronte che quel bicchiere disseminava ovunque.
Dopo quella specie di colazione, Attilio usciva e andava a ritirare i giornali. Quando rientrava erano passate le otto e solo allora il Direttore gli comunicava le principali disposizioni della giornata. Dopodich Attilio si dirigeva con l'auto all'Ardenza per prelevare i delegati sovietici e condurli in Cantiere.
Talvolta Attilio si occupava di ricevere gli ospiti e di accompagnarli dal Direttore: erano per lo pi alti ufficiali di Marina ma anche diplomatici stranieri e costruttori navali, titolari di piccole aziende, ai quali il Cantiere assegnava commesse in subappalto. Attilio rimase colpito dalla stima che tutti dimostravano nei confronti del Rougier e dall'atteggiamento umile e cordiale col quale il Direttore si poneva davanti ai suoi ospiti: non glissava mai sulle circostanze; n faceva da scaricabarile. Favoriva sempre con rispetto
il lavoro dei collaboratori e dei fornitori, con correttezza e trasparenza, nell'interesse primario di mantenere l'azienda in salute.
Attilio impar molto da quelle conversazioni, ebbe modo di conoscere molte persone e farsi benvolere, perch giudicato da tutti un giovane promettente dagli occhi grandi e scuri, buoni e furbi insieme. Anche i suoi rapporti con i sovietici furono sempre cordiali. Attilio sapeva che non avrebbe mai potuto conoscerli o capirli completamente, ma si sentiva attratto dalla loro lontana cultura, senza trascurare l'inconfessabile attrazione che nutriva nei confronti di Elsa che, tuttavia, continuava a non considerare sovietica. Era gente pratica e duttile, capace di adattarsi a qualsiasi situazione. Nel tempo che trascorrevano con Attilio ponevano un sacco di domande sugli usi italiani ascoltando con attenzione le descrizioni che il giovane raccontava sulle tradizioni e sui costumi. Attilio li riteneva aspri e frugali, proprio come immaginava fosse la loro terra, anche se in alcuni di loro intuiva ancora il remoto palpito di una vecchia Europa ormai estinta. Apparentemente nessuno di loro manifestava il riconoscimento di un'autorit sovrana diversa da quella del popolo; non provavano sentimenti religiosi e non perdevano occasione per manifestare disprezzo nei confronti dell'aristocrazia e della borghesia; tuttavia, bench ognuno di loro vantasse la mancata percezione di un Re o di un Dio, che non fosse l'ideale comunista, Attilio era convinto che ognuno di loro celasse, nel proprio intimo, pensieri diversi da quelli palesati con tanta ostentazione.
Avevano uno strano senso dell'umorismo, tuttavia con il suo spirito schietto e fresco, Attilio riusciva spesso a farli ridere: era come far ridere gli scogli, diceva lui.
Per esempio non capivano il senso dei soprannomi che invece a Livorno, in particolar modo tra certe classi di lavoratori, erano piuttosto diffusi.
Il soprannome evidenzia con ironia alcune caratteristiche fisiche, pertanto, in Cantiere, erano in diversi a rispondere all'appellativo di Asparagio, Groppone, Totano, Bianchetto, Negus e Mangiacarbone; ma pu essere dettato anche da singolari aspetti del carattere: Anacino, Asso e tre, Benzina, Bietola, Chisselontrippsi, Gazzosina, Grattapanche, Nacchero, Moccolo e Puppaedormi. Solo in alcuni casi il soprannome s'ispira ai modi "garbati" oppure alle qualit intellettive: il Duca, il Conte o il Cadetto, Taccata e Tuttoleccio.
Esiste una specie di magia nelle, e delle parole; e forse nei soprannomi questa magia si perde nei recessi ancestrali dell'intimo: chi viene conosciuto con un soprannome finisce per sentircisi legato, spesso indissolubilmente. Forse quel nomignolo riporta l'identit della persona alle sue profonde origini, rilevandone i tratti essenziali sotto una luce giocosa, spesso con reminescenze infantili, talvolta volgari, ma sempre azzeccate per allegoria o per contrappasso.
I sovietici comprendevano poco quella singolare usanza; senza sapere, o forse solo sospettando, che neanche loro erano riusciti a sfuggirla indenni.
Rapino e Mandrake ne erano gli esempi principali. L'ingegner Usyskin per il suo atteggiamento distinto e compassato era soprannominato Guerra e Pace; mentre le donne, beh!, alle donne nessuno si sarebbe mai permesso di affibbiare un soprannome. Ma, di fatto, la signora Nina era conosciuta con l'appellativo di Zarina; alla giovane Elsa non era toccato alcun distintivo particolare, se non lo sporadico appellativo di Musetto; mentre l'avvenente Anastasia ne aveva collezionati diversi, coloratissimi e tutti con un denominatore comune facilmente intuibile: ma quello pi diffuso e condiviso era indiscutibilmente Pane e Uva.
Un giorno, nella Sala Studi, Anastasia osservava dei disegni. Avevano dimensioni tanto grandi che per poterli studiare in ogni dettaglio la donna era costretta a distendersi sul tavolo in un atteggiamento che non poteva lasciare scampo a nessuna fantasia Le belle gambe giunte si slanciavano sui tacchi alla moda senza lasciar trapelare un filo d'aria: solo l'essenza stessa della sensualit. La gonna conteneva a fatica le forme della sua femminilit, e dalla camicetta pendevano le tentazioni di un seno sfacciato.
Quando Attilio entr, sorprese l'intera fila dei disegnatori voltata verso quella silouette provocante. Anche il Vezzi si trov davanti quella schiera di uomini rapiti dal delirio della fantasia, dall'altra parte quella donna di schiena: cerc di rimproverarli con un'occhiataccia, ma non riusc a trattenere un sorriso. I disegnatori tornarono immediatamente al proprio lavoro; solo uno di loro, fissando Attilio negli occhi, sollev le sopracciglia e port in basso gli angoli della bocca, in una smorfia che pareva mormorare: "Quanta grazia di Dio!"; e quando Attilio gli pass accanto, quell'uomo sussurr ammiccando: "Quello  il tallone di Achille: e che tallone, buon per lui!".
Attilio non sorrise a quella considerazione che ravvis un'incuria nei confronti del suo Direttore, tanto da sentirsene offeso. Non era la prima volta che udiva illazioni su di un'ipotetica liaison tra quella russa e il Direttore, ma lui non ne aveva mai percepito il sentore; anche se, in effetti, i loro incontri erano frequenti e quando erano insieme ambedue vestivano una patina stranamente assonante.
Attilio era turbato da quelle voci serpeggianti e si chiedeva, forse ingenuamente, per quale motivo il Direttore avrebbe riposto tanta fiducia in quella donna. Tuttavia stentava a credere che un uomo dalle qualit eccezionali come lui, avesse banalmente perduto la testa per una donna, seppur bellissima, come in un qualsiasi romanzo; ma non poteva neanche escludere il contrario, soprattutto perch cominciava a sentirsi condizionato da quei pettegolezzi.
Cominci allora a notare con occhio diverso i bicchieri e le sigarette macchiati di rossetto che periodicamente spuntavano nell'ufficio del Direttore.
Rougier era senz'altro un uomo affascinante e Attilio aveva addirittura notato, non senza una punta di gelosia, che anche la giovane Elsa in presenza del Direttore assumeva un atteggiamento diverso, forse non civettuolo forse, ma sicuramente, e fastidiosamente per lui, adulatorio. Non rivestiva un ruolo tecnico eppure i battibecchi tra lei e Anastasia non erano infrequenti.
Una volta, Attilio accompagn Elsa dal Direttore. In ufficio trovarono Anastasia che sfogliava un quotidiano come se attendesse l'aperitivo. Il Direttore era probabilmente in officina, e lei disse che
lo stava aspettando ma in realt era l gi prima che il Direttore scendesse in officina. Elsa, senza neanche degnarla di uno sguardo borbott qualcosa in un russo aspro e cattivo, che ovviamente Attilio non comprese; ma dalla reazione di Anastasia, che quella volta dette davvero in escandescenze, intu che doveva averla offesa pesantemente. I toni delle urla furono talmente alti che dagli uffici adiacenti uscirono i colleghi delle donne stupiti e preoccupati.
L'ingegner Usyskin si adir molto, e poi bofonchi un qualcosa che suonava come un'illazione.
Quando il Direttore torn, era in compagnia di Repin e della signora Nina che aveva l'aria di quella che sa sempre tutto. La lite ormai era sbollita, ma pare che l'ingegner Repin, quella sera, avesse minacciato di prendere seri provvedimenti se si fossero verificati altri episodi di simile stupidit: circostanze dalle quali Attilio non poteva che trarre pessimi sillogismi.
Una volta fece visita al Direttore il contrammiraglio B, un anziano ufficiale che aveva dedicato alla Marina l'intera sua vita. Aveva un aspetto solenne e pesava ogni parola, bench parlasse lentamente interrompendosi spesso per riflettere. Asciutto, ossuto quasi, con un lungo naso affilato che sovrastava baffoni grigi e separava occhi vivacissimi, dimostrava molto meno della sua et, prossima al congedo. Di origini aristocratiche, proveniva da una importante famiglia romana da secoli legata al soglio pontificio. Pi amante della vita di mare che di quella in Accademia, alla quale era relegato da troppi anni, era appassionato delle buone letture e di qualsiasi tipo di caccia a qualsiasi tipo di selvaggina, come si compiaceva di evidenziare ammiccando a qualche bella donna; disdegnava il fanatismo del Regime e ovviamente non simpatizzava neppure per i Savoia, professandosi leale vassallo dei duchi D'Aosta. Viveva una concezione romantica della Marina, fatta di velieri e avventurose esplorazioni, che lo assimilavano ad un personaggio conradiano.
Apprezzava molto la competenza e la cultura del Direttore, si fregiava della sua amicizia e si vantava di esserne un fiero estimatore; per questo di tanto in tanto faceva una visita in Cantiere.
Dall'alto del suo pessimismo cosmico, l'anziano ufficiale considerava, in tutta la sua inutilit, l'inconcludente annaspare col quale il governo tentava goffamente di districarsi dai tramagli di una crisi che aveva tutte le credenziali per condurre il Paese alla rovina. Si dedicava ormai quasi rassegnato ai suoi studi sulla storia della marineria; scorreva distrattamente la posta, leggeva annoiato le chilometriche circolari del Comando e passava le carte al suo aiutante sospirando con indolenza: "... Fai te".
Lo accompagnava appunto il suo aiutante, un giovane ufficiale che Attilio riconobbe come il cavaliere che aveva ballato con Elsa al Grand Hotel Palazzo. Il contrammiraglio era venuto per chiedere al Direttore, a dir la verit con poca convinzione, la disponibilit di partecipare ad un convegno di propaganda per illustrare i recenti trionfi industriali e fortificare la fede nella forza dell'autarchia. Poi il discorso si sofferm sull'Unione Sovietica, che si era da poco riconciliata con gli Stati fascisti.
"Quello che non digerisco", disse l'ufficiale con uno spiccato accento romano, " che non posso dire tutto il male che penso di quella maledetta Russia bolscevica".
"Sarebbe un errore!", rispose il Direttore. "Avete letto le dichiarazioni di Hitler e di Goebbels dopo il patto germanico-sovietico? Rendono omaggio a Stalin ed al Regime".
"Di Goebbels non me ne frega niente; mentre Hitler, avr certamente dei numeri, ma a Mussolini non gli lega nemmeno le stringhe", e sigill la sua opinione dando col pugno un perentorio colpetto sulla scrivania.
"A proposito di russi, avete dei delegati che non sono mica poi tanto male!".
Il Direttore sorrise bonariamente.
"Specialmente quell'architetto...", disse scivolando sulla sillaba centrale, mentre un'espressione di gioia lasciva sfumava sul suo volto. Sciorinava una dopo l'altra le sue fantasmagoriche teorie sulle donne, traboccando d'idee come un'immaginaria, dinamica, fosforica proliferazione di ormoni e di avventure; un anziano distinto signore in pace col mondo ma non con i suoi sensi ancora apparentemente esuberanti, incline a lanciarsi nei piaceri della
carne come in un arrembaggio, con la consapevolezza, o forse con l'arrendevolezza che, da un certo momento in poi, ogni giorno passato sul ponte di questo vascello chiamato esistenza sarebbe stato un giorno rubato alla vita.
Ovviamente il Direttore sorvol l'argomento. Da galantuomo quale era, nessunissima allusione alle collaboratrici sovietiche, come le chiamava lui, usc dalla sua bocca; mentre nei confronti delle inevitabili domande sul Tashkent, disse che il programma procedeva benissimo: la nave era completata, ad eccezione dell'armamento che, come previsto dal contratto, sarebbe stato imbarcato in Russia. Non alluse minimamente al fatto che invece la situazione diplomatica si trovava a un punto morto e che lui era in realt preoccupatissimo. Sapeva bene che una confidenza del genere, bench perfettamente conosciuta dal contrammiraglio, non avrebbe giovato in alcun modo al Cantiere ed avrebbe ridotto la gravit del problema ad una prostrante giaculatoria da salotto. Mentre il Direttore diceva queste cose pareva assente; solo ogni tanto i suoi occhi s'illuminavano, come se la sua mente seguisse tutt'altro pensiero. Poi preg Attilio di servire un po' di quel cordiale conservato nel mobiletto dietro la scrivania. Attilio, stupito, prese quella bottiglia che solo di rado veniva aperta e solo in occasioni del tutto eccezionali: era un cordiale insipido per non dir fiacco. Il Direttore teneva liquori di ben altro prestigio in un'anta della libreria. Brindarono tutti e tre. I due ufficiali si avvidero immediatamente della pessima qualit del fascistissimo liquore, e il Direttore rispose alla loro smorfia di contenuto disgusto scusandosi e dicendo che quello era il meglio che si poteva ottenere in quei tempi grigi: fu la sua risposta all'invito sul convegno che doveva esaltare l'autarchia. Poi mosso dall'altruismo che lo distingueva sempre soggiunse: "Verr. Ma solo per l'amicizia che mi lega a voi, caro Contrammiraglio!".
Attilio passeggiava nell'ultimo riverbero del crepuscolo, reduce da un faticoso allenamento. Nell'aria, un illusorio annuncio di primavera che lui aspirava con la foga di chi beve per dimenticare.
Cercava d'ingannare il giogo dei pensieri: si sentiva forte e in salute, ma sapeva che non avrebbe mai pi raggiunto le prestazioni di una volta.
Il canottaggio era uno sport molto sentito a Livorno, e lui lo aveva ripreso nel Dopolavoro del Cantiere, grazie all'insistenza del suo Direttore che glielo aveva chiesto espressamente.
Il prossimo anno il mondo sportivo si sarebbe incontrato a Helsinki per le Olimpiadi e lui, se non fosse partito, se non avesse fatto quel colpo di testa, avrebbe avuto buone probabilit di parteciparvi: chiss! Era triste: tormentato dalla consapevolezza di aver compromesso il proprio destino e dalla mancanza di un alibi sul quale scaricare il rimorso. Agli altri poteva far credere che la sua vita era cambiata a causa di quell'incidente, ma a se stesso non poteva certo mentire; anche se cercava di convincersi del contrario.
Di fatto era fuggito. Fuggito dalle proprie responsabilit, dai genitori, dal terrore del confronto col fantasma di suo fratello. Era fuggito dalla propria vita eclissandosi dietro l'ideale vessillo della sua sciocca crociata pedagogica, sottovalutando, in maniera del tutto immatura, che avrebbe arso sull'ara del proprio pavido egoismo vittime innocenti: il suo futuro sportivo era stata una di quelle, ed ora non poteva far altro che condannare se stesso.
Lo distrasse dal suo cogitare la chiesa dei Cappuccini. Inondata d luce ramata, appariva ancor pi essenziale della sua sintesi francescana: nelle ombre lunghe dei cipressi si tuffavano i merli, ed anche i suoi pensieri. Pensieri che furono improvvisamente interrotti dall'urto con un'ombra precipitosa che sbuc dalle tenebre.
"Scusate!", bofonchi in tono cavernoso quell'ombra che prosegu nella sua corsetta strisciante fatta di passi di faina. Poco dopo, Attilio scorse un'altra figura: era un uomo tarchiato e grassottello, che appena svoltato l'angolo si mise a correre verso di lui, almeno quella fu la sua impressione, come trattenuto da un elastico smisurato. Avanzava, tuttavia, con movimenti agili e veloci, e si guardava intorno con circospezione, tanto che Attilio fu assalito da uno spavento che lo obblig, istintivamente, ad accostarsi al muro. Poi ud un fischio, sibilante e bitonale, che squarci il buio saturo d'umidit. L'uomo che lo aveva urtato, stava affacciato sotto la voltina che annunciava un vicolo: guardingo, flesso sulle brevi gambe arcuate come in attesa di un balzo, fece un cenno con la mano. L'uomo grasso lo vide e attravers la strada in fretta, raggiungendo quello che solo allora Attilio comprese essere un suo compare; : insieme sparirono sotto la voltina, ingoiati dall'oscurit brumosa che saliva dagli orti.
Stava ancora fissando il vicolo deserto, quando un tonfo inaspettato lo fece sussultare. Un vecchio frate aveva sbattuto un uscio del convento: lo vide e gli sorrise, poi si allontan, ammantato di un cremoso senso di malinconia, senza essersi reso conto di averlo quasi fatto svenire.
Giungeva un lontano odore di incenso e Attilio ud, o forse solo immagin, il mistero di una lingua remota eppur familiare, che vibrava echeggiando tra i volumi delle navate; poi avvert salire lungo la schiena il brivido dell'organo: la chiesa non riusciva a trattenere la corale delle Ceneri.
Rimase allora in contemplazione sull'angolo della strada, nel punto in cui si dilatava come una vescica a formare una piazzetta
In quell'angolo c'era, e forse c' ancora, un'edicola dedicata alla Vergine. Conteneva una madonnina vestita d'azzurro e d'amaranto, con un velo chiaro che scendeva drappeggiandosi ai lati del visino. Sopra l'edicola vegliava il dito ossuto di una meridiana; e sotto, una falange policroma di fiori che la devozione delle popolane aveva deposto con amore.n
Le statue avevano sempre suscitato una grande impressione su Attilio, che riteneva la scultura la dilatazione tridimensionale del linguaggio espressivo: sprigionava un fascino tattile e paradossale. A Roma, quando aveva frequentato l'Accademia Fascista di Educazione Fisica, era rimasto affascinato dallo Stadio dei Marmi e da sessanta atleti di marmo che ornavano le gradinate. Confrontando quelle statue con la Madonna che stava osservando, Attilio si accorse che quella non sprigionava un minor senso di potenza rispetto alla corporeit olimpica degli italici, fascistissimi muscoli dello stadio romano: era solo una potenza diversa.
Fu allora che la vide, coronata dalle luci dei lampioni.
Elsa usciva di chiesa, e lui avvert a malapena l'etereo sentore
che la circondava prima di sussultare nella sensazione che il cuore si era fermato di colpo; e, solo dopo, intese l'incedere dei suoi passi inconfondibili. Avanzava flessuosa come un giunco, avvolta com'era da un mantello di grazia.
Aveva atteso tanto quel momento, e solo ora si rendeva conto con quanta bramosia; mentre sentiva scivolare via il senso vigile della presenza a se stesso.
Quella ragazza che a lungo aveva sognato adesso era l, davanti a lui, vera e struggente. Per mesi aveva sperato di vederla apparire da ogni cantonata, come una visione, come un'illusione che ora si annunciava corporea; mentre lui si sentiva precipitare in quel raro lato d'incosciente beatitudine che infondono i sogni quando lasciano i recessi della fantasia per divenire concreti.
"Buonasera", disse la ragazza sorridendo dolcissima; poi, svelando una fossetta in ogni guancia, aggiunse: "Parli con le statue oppure hai avuto una visione?".
"Parlo soprattutto con le statue", rispose Attilio risentito; poi, stringendosi nelle spalle, prosegu caustico, "anche se il pi delle volte parlo da solo: almeno ho sempre ragione!". Si pent subito di quell'impulso: forse lei non lo meritava. L'orgoglio si tramut in imbarazzo e goffamente la sua fronte s'imperl di un sudorino che gli color le guance. Poi dall'alto del suo metro e novanta sfoder il pi bel sorriso guascone di cui fosse capace e, con l'intenzione di farsi perdonare, disse: "Sono uscito ora dagli allenamenti", cercando di giustificare il rossore che avvertiva assediargli il viso, "e stavo andando a visitare un amico malato. Mi sono soffermato a guardare questa Madonna... perch sono, come dire... appassionato di scultura".
"Ci credo, in Italia avete dei monumenti meravigliosi", disse lei saputella; poi prosegu con tono declamatorio puntandogli addosso un indice e stringendo le palpebre: "Non toccate neppure una pietra. Proteggete i monumenti e i vecchi palazzi: tutto ci  la vostra storia e il vostro orgoglio...".
"Cos', una citazione?".
"S! Lo disse Lenin, nel 1918, in un discorso al popolo che voleva abbattere i resti dell'impero zarista: in tutti i sensi".
"Non ha mica detto male", disse lui sorridendo; poi s'interruppe di colpo e le sue labbra si strinsero in una morsa cupa. Si sentiva insicuro, confuso e tristemente consapevole di un incipiente imbarazzo che ostacolava la sua smania di esprimersi; e non sapeva se confessare che l'aveva vista uscire dalla chiesa, poich, per quanto ne sapeva, i russi erano atei. Avrebbe voluto dire qualcosa, ma non riusciva a trovare delle parole adeguate.
Elsa comprese immediatamente e per toglierlo dall'impaccio disse aspra ma lusingata di produrre in lui quel disagio: "Ti sei dimenticato che sono cristiana".
"Per dire la verit non l'ho mai saputo", rispose lui con un sorriso sconcertato, mentre ancora avvertiva il sottofondo pastoso e solenne del coro in lontananza; poi soggiunse, "pensavo che da voi la religione...".
"La mia famiglia  di origine francese... un giorno ti racconter. Lo Stato  ufficialmente ateo dal 1918; tuttavia, al contrario di quanto si crede, il sentimento religioso non  proibito ma semplicemente considerato una scelta privata: la religione non  fuorilegge, e la Costituzione garantisce la libert di culto".
Attilio la osserv stupefatto, e lei prosegu con indifferenza: "Questa  la teoria! In pratica gli ecclesiastici, come tutti coloro che non svolgono lavori socialmente utili, sono stati esclusi dal voto e quindi non percepiscono alcuna retribuzione. Oltre a questo, l'istituzione del matrimonio civile ha determinato l'estinzione dei luoghi di culto. Le chiese ancora attive sono rimaste solo in luoghi sperduti; mentre le altre sono state distrutte o destinate alla pubblica utilit, soprattutto magazzini. Le festivit religiose sono state abolite e, dal 1936, la libert di propaganda religiosa e antireligiosa  stata sostituita dalla libert di culto in privato:  stato il colpo di grazia alla Chiesa sovietica. Delle oltre cinquantamila chiese che hanno visto l'insorgere della rivoluzione pare che ne siano rimaste meno di ottocento".
Attilio la guardava rapito, con l'intenzione di non lasciarsi sfuggire la minima espressione di quel suo musetto: un ciglio sollevato, uno sguardo sbieco, una smanceria. Voleva tenersela l, quella visione, stretta tra le palpebre: come un feticcio da centellinare nel
caleidoscopio della memoria, quando sarebbe rimasto solo.
Eppure gli era servito qualche giorno per accorgersi di lei, e gi da quello aveva compreso che erano uniti da un invisibile filo non certo insolito e troppo difficile per lui da decifrare nell'immediatezza dell'infatuazione. Gli pareva di vederla per la prima volta; e avvertiva il proprio lento scivolare verso un'estasi onirica, rapito dall'alchimia degli umori che subdolamente si riversavano nel flusso delle arterie e gli avvampavano il sangue. Ma caparbiamente, ancora, volle attribuire quella sensazione alla fatica dell'allenamento.
Rimasero l a guardarsi come sospesi in una bolla. Elsa lo fissava con quel suo piglio cavilloso da maestrina. Teneva la testa leggermente reclinata e aspettava che lui dicesse qualcosa. Attilio, in preda ad un oscuramento sensoriale totale, scorreva rapidamente a ritroso la memoria per individuare quale dei suoi virtuali dialoghi con lei fosse pi adatto a quella circostanza, ma neanche uno dei milioni di pensieri che aveva costruito in quei mesi gli torn alla mente; e gli sembrava di vagare nel buio cavo di una conchiglia dove sentiva ronzare l'eco della risacca.
Cos fu lei a parlare per prima e dire in tono rassicurante, "Insomma hai visto:  andato tutto bene. Fra poco consegnerete la nave".
"L'ho sentito dire e sono felice soprattutto per il mio Direttore; ma il problema  che non ti vedr pi", ribatt lui gettandosi in uno slancio ardente.
Lei sorrise voltando lo sguardo, ma invece di recedere sulla difensiva lo attacc con mestiere, affondando diretta: "E per quale motivo vorresti vedermi ancora?".
"Sei una delle donne pi belle che abbia mai visto!" biascic quasi soffocato dal balbettio e arrossendo di nuovo molto pi vispamente.
"Che bugiardo!", replic lei scivolando sulle sillabe. "Non  vero. La pi bella  Anastasia... lo sanno tutti...", ma non fece in tempo a terminare la frase che un riverbero ansioso e preoccupato adombr il suo sguardo che divenne subito cupo, mentre le sue belle labbra si contrassero in una smorfia dura e severa, paradossalmente contemplativa. Attilio not quel repentino cambiamento d'umore.
Un livido rapace pallore le stava divorando il volto: era ormai succube dell'angoscia, e Attilio rest impressionato dall'ira che andava traboccando, inaspettatamente copiosa e crudele, dalle squamose frasi, russe o francesi chiss, che la ragazza mastic in fretta. Poi aggiunse in un falso tono di scusa: "Devo andare, si  fatto molto tardi". Volse uno sguardo acuminato verso i fedeli che uscivano di chiesa; si lasci ingoiare arrendevolmente da un crocchio di comari e svan con loro senza voltarsi: misteriosamente vigile come era apparsa, nell'immobilit fasciata d'ombra dove nebbie bagnate si attardavano.
Attilio rest l, con la sacca a tracolla, a cercare molecole indissolte del suo odore nell'ormai indistinguibile oscurit; e riprendendosi come da un sogno si avvi verso l'abitazione del suo amico, lasciandosi alle spalle il canto del coro che ancora ristagnava tra le volte della chiesa.
Il portone si richiuse alle sue spalle con un sordo lamento. Attilio pass di nuovo davanti alla chiesa dei Cappuccini ormai deserta: solo i lampioni erano rimasti a dissipare un fiacco alone giallastro velato di bruma.
Si trascinava rassegnato sotto lo sguardo macilento di povere case: nemmeno un crocchio di comari a vegliare sugli usci. Poi una luce: Elsa usciva dalla bottega di un macellaio. Quando lo vide, si piant ritta sulle gambe come usava fare in segno di sfida, e l rimase a fissarlo severa con quella sua espressione seria, un po' ironica. Spinto da una forza soprannaturale, o da un semplice istinti, Attilio travers la strada andandole incontro. Lo sguardo della ragazza splendeva davanti a lui, dolce e sensuale, lo attirava e annientava ogni sua volont di resistenza. Sorrideva come solo un angelo avrebbe potuto fare, e fu proprio il suo sguardo ridente a farlo sussultare come colpito da un pugno nello stomaco.
"Che fortunato incontro!", esclam lei per poi aggiungere col tono dubitativo, "Come sta il tuo amico?".
"Poveraccio!", rispose lui affranto, "l'hanno ricoverato. Speriamo non sia polmonite".
"Mi dispiace molto, dove sei diretto?". "Vado a casa. Sono stanco morto. Tu?", chiese Attilio indicando il fagottino che la ragazza teneva in mano. "Ho preso un po' di carne per fare il bollito ma...", Elsa si chet all'istante cambiando ancora una volta la sua dolce espressione in una smorfia selvatica, cos discosta dai lineamenti abituali del suo viso; guard Attilio con una luce smarrita nello sguardo e sussurr: "Perdonami...!". Attilio non fece in tempo a stupirsi che incass uno schiaffo sonoro e bruciante, accompagnato da un'imprecazione della ragazza in quella sua lingua disarticolata. Rimase inebetito, con la bocca ciondolante e lo sguardo perso nell'amarezza della mortificazione; ma non si era accorto della fuggevole ombra che aveva attraversato l'oscurit, cupa e lesta, con sinistri passi di faina. Pass accanto a loro rasentando il muro. Li squadr con sguardo indagatore, mentre ancora lui stava imbambolato, soffocato dallo stupore. L'ombra tir dritto e pass sull'altro lato della strada per raggiungere il suo complice, l'uomo tarchiato e grassottello, al quale rifer qualcosa con voce roca. Le due ombre si allontanarono. Il grassottello svan per primo ancora legato al suo elastico, il complice si accod dileguandosi nelle tenebre, impalpabile come era apparso. Rest di lui solo l'eco sinistra dei suoi passi che rintronava nella bruma stagnante, come volesse misurare l'eternit, di lampione in lampione, di quel buio senza fine.
"Cosa ho fatto?", chiese Attilio ancora confuso. "Ti ho gi chiesto scusa", rispose lei quasi scocciata; poi soggiunse: "Non voglio che pensino qualcosa di noi". "Ma chi pensa che cosa?", replic lui morso da una crescente insofferenza.
"Sono sicura di essere stata seguita", rispose Elsa cambiando tono, "e questa sensazione non mi ha ancora abbandonato: non sopporto che siano fatti apprezzamenti sulla mia vita privata e la mia fede religiosa".
"Ma se hai detto che avete libert di culto?".
Lei cambi discorso e aggiunse puntigliosa: "E poi non mi piace che ci vedano insieme. Nulla di male, intendiamoci, non c' mica niente tra noi..." e la sua voce scivol deliberatamente sull'accento acido di quell'ultima ammissione; tuttavia si sofferm in attesa di un'obiezione che lui non pronunci, costringendola a proseguire, "ma non gradisco le chiacchiere. Gi in Cantiere voci ne corrono tante", evidenzi in tono esplicitamente allusivo, "ed io in mezzo a questa giostra di pettegolezzi non mi ci voglio ritrovare".
Attilio la osservava disorientato, e forse per quello riusc a notare che, come spesso accade nelle donne veramente attraenti, i suoi difetti, se di difetti si poteva parlare, le conferivano una bellezza indubitabile. Sentiva che si stava innamorando, ma quasi smentendo a se stesso l'incalzare di quel sentimento, lo negava con proterva superficialit: adesso, con lei di fronte, era facile dimenticare le preoccupazioni. Anzi, pareva che tutto il male del mondo si dissipasse all'istante, mentre lui si lasciava cadere nella trappola tesa dalle pieghe delle labbra, dai bagliori dello sguardo, dai gesti delle mani e dalla melodia di una voce piana e radente. Si sent trasportato da un'onda d'intensa virilit che lo portava a infrangersi verso di lei; e lasciandosi trasportare da quell'onda si lanci in un approccio sfacciato: "Ma non possiamo nemmeno frequentarci un po'?".
"Questo lo vedremo", bisbigli lei sorridendo, asserragliata oltre le mura di una femminilit abituata da millenni a reggere l'assedio dei pi sfrontati attacchi maschili.
Si avviarono verso il centro al ritmo di lenti passi intenti a rimandare il pi possibile il momento della separazione. Attilio, come d'abitudine, teneva la sacca sulla spalla e con la coda dell'occhio la osservava di sbieco, nella speranza di meritare almeno uno sguardo d'interesse; ma ogni volta ingoiava la sua delusione, poich lei camminava indifferente guardandosi i piedi che calpestavano i riflessi roridi di guazza. A un tratto si volt verso di lui; e un sorriso dilat la luce castana che balenava oltre l'iride del suo sguardo. In quel momento Attilio ebbe la sensazione cosciente del significato di liquefatto, divenendo lui stesso parte di quella umidit che andava saturando l'aria.
L'atmosfera appartata dei vicoli rimase un dolce rifugio alle loro spalle. La fievole luce di una finestra rischiarava appena la strada: un profumo annunciava una minestra pronta sul fuoco, e una cantilena di mamma faceva da contrappunto all'isterica bizza di un bimbo. Un bivio incombente presto li avrebbe divisi: li attendeva impietoso l infondo, con le luci che rischiaravano vaghe l'attardato trafficare del centro; ma prima di rinunciare alla bolla incantata che aveva conquistato a fatica, Attilio si par davanti a lei piantando un braccio contro il muro. Nell'attimo di trepida incertezza che segu, lui vide un lampo attraversare i suoi occhi: era il suo spirito che si rivelava senza indugio; quello stesso che lo aveva cercato con un bisbiglio nel loro primo incontro, quando lei lo aveva guardato e lui neanche se n'era accorto. Lei lo aveva scelto prima che lui se ne accorgesse, ma Attilio se ne avvide solo allora: si chin su di lei e la baci senza esitazione, mentre la sacca cadeva a terra con un tonfo ovattato. Quando tornarono a cercarsi con gli occhi, Attilio aveva la testa confusa da un torpore che reclamava il bisogno di lei. Aveva il cuore gonfio di compiacimento; cerc d'intravedere ancora quello spirito, ma non vide niente: solo il volto dell'amore che, dissolvendosi lentamente, aveva lasciato posto al musetto dell'interprete che lui appena conosceva. Allora sorrise alla propria capricciosa fantasia con un sorriso ebete e dimenticato, che si tradusse in una smorfia di attonito dispiacere quando lei gel il suo entusiasmo dicendo ruvidamente: "Non  successo nulla.  stato solo per farmi perdonare lo schiaffo. Non farti idee strane".
L per l sembr che quelle parole non avessero peso, e volarono via come soffiate dall'insolenza della sua provocante femminilit; solo dopo Attilio si sent ferito da quell'inaspettato affronto al proprio fascino di corteggiatore. Era sul punto di risponderle, ma gli apparve evidente l'inutilit di farlo.
"Ci vediamo presto", disse allora provocatoriamente con la vaga speranza che lei, insidiata da quella indifferenza, avanzasse la prospettiva di incontrarlo magari l'indomani. Ma l'efficacia strategica di quell'assalto si dilegu istantaneamente, poich lei, parata e risposta, port a segno il suo affondo con un raggelante "aurevoir!".
Senza sorridere gli volt le spalle, ma prima di svanire pieg
il capo verso di lui. Con quella mossa spiccia e graziosa, gli lanci un ultimissimo barbaglio castano; mentre lui, paralizzato dal suo stesso senso di vuoto, rimase a fissarla con una smorfia di rancore, come se il suo saluto, biascicato in quel francese mellifluo e beffardo, gli avesse fatto scivolare il cuore sopra una lama tagliente. Mentre lei voltava l'angolo cerc di trattenerla tra le palpebre e fissare la sua immagine nella memoria; poi s'avvi verso casa, tallonato da un'arida solitudine.
Ripensava a quel pomeriggio. Era stato un caso averla incontrata: un caso eccezionale, forse un segno. Lui non aveva avuto alcun merito, e probabilmente per questo si sentiva ancor pi felice. Quel bacio poi: al solo pensiero si sentiva mancare. E sulle ali di quella poetica vaghezza, sfum il sospetto che la ragazza potesse essere stata veramente pedinata. Per quali motivi poi? Religiosi forse? Macch! Era stata cos chiara nella sua spiegazione in merito, e rassicurante. "Sai come sono le donne", si disse infine, "travolte dalle paturnie e dal desiderio di sentirsi al centro dell'attenzione". Eppure, Attilio non riusciva a giustificare la sotterranea inquietudine che lei, certo involontariamente, gli aveva trasmesso e che ancora ribolliva dentro di lui sordamente.
Ripercorreva a ritroso i dettagli di quell'incontro, finch una vertigine emozionale lo inebri di gioiosa soddisfazione. Ma quando la memoria gli innalzava di fronte quella frase, "non c' mica niente tra noi", dove soprattutto quel "niente" biascicato con protervia gli si parava davanti come una muraglia, allora cercava di sottovalutarne il senso, attribuendola alla tracotanza del volubile temperamento femminile; e rifuggiva quel ricordo come un cavallo rifiuta l'ostacolo. Ormai l'emozione aveva spodestato la ragione; e in quell'emozione lui annaspava, consapevole di non rammentarne altre cos intense. Condiscendente naufrago in una tempesta sentimentale, si perdeva nella piacevole deriva di un mare destinato a travolgerlo; e intuiva che, travalicato l'orizzonte, quel sentimento si sarebbe spogliato della sua consistenza tangibile, per sublimarlo e abbandonarlo su un'isola ai confini della materia. Cos, in quel mare che lo spingeva sull'onda di un'euforica esultanza e lo precipitava nell'abisso di una sgomenta prostrazione, Attilio cercava il conforto del suo sguardo come riferimento per la propria deserta solitudine, con la bramosia di riassaporare presto le briciole di felicit lasciate sulle labbra di lei.
Quella notte Attilio non riusc a prendere sonno. Era troppo stanco e nervoso per addormentarsi. Trov un'effimera consolazione nel quarto rintocco di un campanile remoto. Conteggiare le poche ore di sonno gli serv solo a far sorgere il presagio dell'emicrania che lo avrebbe tormentato tutto il giorno. Si girava e rigirava nel letto afflitto da una smania angosciante. Mise la testa sotto i guanciale perch trovava insopportabile il filo di luce che trapelava dagli scuri. Poi rimise il guanciale sotto la testa e con occhi di civetta torn a immaginare le travi del soffitto.
Per la strada cominciavano a cigolare i barrocci, e sull'acqua a lamentarsi i navicelli; erano solo rumori lontani ma bastavano ad amplificare la sua irritazione. Si mise sul fianco e cominci a dondolare nervosamente un piede appellandosi all'infantile tentativo di cercare un sonno inaspettato. Infine, sconfitto, si alz e si affacci dalla finestra.
Il tempo sembrava cambiasse e le luci incerte, confuse nella bruma notturna, sembravano dissolversi in un'atmosfera acquosa. Per barricarsi contro l'assedio dell'ansia, decise di mettersi a scrivere: un sicuro lenitivo contro il tormento. Quei versi, lo ammetteva, piacevano solo a lui e non avevano nessuna velleit poetica; ma scrivere era il suo unico rimedio per annegare quello sfrontato bisogno di lei.
La penna scricchiolava un poco. Bench trionfasse la notte, il vento cominciava a soffiare tra le fronde degli alberi presagendo i noti messaggi che si ammucchiavano nell'aria umida e ingrata.
Sparpagli sul foglio alcune parole. Le gett cos, come dadi in faccia alla sorte, senza appellarsi ad altro criterio che quello dell'amore, e quindi senza alcun criterio. In quelle parole la cercava e in quelle la ritrovava, grazie al filo magico dell'amore; e su quel filo onirico il suo smarrimento vacillava, in bilico sulla voragine che l'assenza di lei stava spalancando.
Sent bussare ai vetri della finestra lo scroscio violento di un
acquazzone, e nel ritmo rassicurante della pioggia battente trov finalmente un po' di sonno.
I rintocchi delle campane ambasciatori del giorno lo sorpresero riverso sulla scrivania. Sul pavimento fogli accartocciati, e sul tavolo una pagina con poche righe che aveva composto in fretta, la sua vanit gli sugger di aggiungere in poscritto i versi di un poeta greco:
Hai spento il mio amore fra lacrime e lamenti,
come si spegne un ferro incandescente nel ruscello.
Il cielo sonnecchiava velato da una coltre cenerina che rendeva il pomeriggio della domenica ancor pi tiepido. Al porticciolo "Costanzo Ciano", il varo di una barca aveva richiamato una folla di curiosi: era un evento fuori stagione ma ancor pi straordinario, perch la barca avrebbe rappresentato l'artigianato livornese alla Fiera del Levante di Bari. Ma quell'atmosfera festosa non riusciva a stemperare la malinconia disciolta nell'animo di Attilio che avvertiva, sorda come un dolore, l'insistente presenza dell'assenza di lei. Con gli occhi della mente immaginava il suo musetto; e gli sembrava di vederla, col suo passo altezzoso, mentre versava qua e l il luccichio del suo sguardo castano.
Quell'immagine infuse in lui una malinconica prostrazione. Cos, vittima della nausea dello spirito, si abbandon sopra una matassa di reti riposta fra le baracche dove i pescatori ripongono gli attrezzi. E l rimase, finch ud echeggiare come in sogno le note di una voce sospirata.
"Sapevo che ti avrei trovato qui!", esclam Elsa con ironica sufficienza.
Aveva il fiato grosso come se avesse appena scampato un pericolo. Un infantile rossore coloriva ancora le sue guance ma lui non se ne accorse; poich, aperti gli occhi, rimase ipnotizzato da quella visione che ancora fluttuava, come per incanto, tra il reale e l'immaginario.
Scolpita nel riverbero color cipria del controluce, Elsa lo sovrastava con le sue forme: un sortilegio che annient in lui ogni barlume di lucidit.
Il resto del pomeriggio trascorse troppo rapidamente: come se neanche il tempo avesse un cuore. Tuttavia scese sopra di loro una meravigliosa serata invernale, tiepida e languida, palpitante di quella caratteristica quiete che preannuncia il cambio di stagione: tra pochi giorni sarebbe stata primavera in mare e l'aria sembrava gi pervasa da un profumo diverso. Eppure, quello scampolo d'inverno pareva indugiare, ostinato; mentre un sole prossimo all'orizzonte svaniva nell'orgoglio invermigliato del cielo.
Nebbiosi veli purpurei salivano oltre il volto coricato di Gorgona che giaceva come una nuvola di vapore azzurrino. Il mare era un accecante bagliore di metallo fuso, dove le vele inerti assecondavano lo sciacquio di una fiacca marea: minuscoli triangoli, fugaci sogni umani nella desolazione cosmica.
Il cupo viola delle colline che il buio lentamente divorava, non riusciva a rendere l'atmosfera meno pigra; neppure mentre il sartiame cantava sottovoce il suo lamento sincopato al ritmo di una notevole brezza vespertina.
Lei stava seduta e lui sdraiato sulle reti ascoltava i suoi racconti, perso nello stupore di quella deliziosa vicinanza. Teneva gli occhi chiusi per gustare le carezze della sua voce, e dilatava le narici per inalare l'eccitante profumo di una femminilit che sovrastava l'alito del mare. Non era l'ordinario buon profumo delle donne che aveva finora conosciuto, n quello ammaliante delle donne di piacere, ma l'inequivocabile profumo dell'amore che forse attendeva ancor prima di venire al mondo.
Lei continuava a sussurrare a fior di labbra, mentre lui la guardava di sbieco nel crepuscolo, cercandola con la mano. Lei, ognittanto si soffermava, e lo fissava col suo sguardo indagatore e raggiante; finch, di scatto, prese il libro che lui aveva appoggiato l accanto.
"Cime tempestose!", lesse con un certo piglio teatrale, mentre con i pollici sfogliava le pagine del libro come un prestigiatore le carte.
"L'ho quasi finito", ribatt lui nervosamente mentre cercava di strapparglielo di mano; ma non fece in tempo a impedire che un biglietto cadesse sfarfallando.
Con fare pretenzioso Elsa lo afferr, rapace e maliziosa, lo apr e lesse sardonica quello che pareva un titolo: "Il piccolo difetto". Quindi aggiunse sarcastica, "Anche poeta!", ma Attilio neg, dicendo che aveva copiato quella poesia da una rivista.
Elsa ripose il libro sulle reti, sporgendosi verso di lui con una timida grazia. Attilio non percep nemmeno la delicatezza di quel movimento ancestrale di cui anche lei stessa era forse poco consapevole; ma con quel gesto i loro volti si trovarono di fronte, e lui togliendosi le mani dalla nuca afferr le sue spalle, poi tirandola a s la baci voracemente.
Si persero nella vertigine del contatto; e il buio li colse abbracciati su quel giaciglio salmastro, incuranti dell'umidit che li ammantava dissolvendoli in quel notturno sogno d'amore.

Note.
1. Ombra rifiutata.
2. Il 15 novembre 1937 la nave aveva raggiunto la velocit di 36 nodi.
3. Benedizione dei Greci.


 Capitolo 3.
Tashkent, il mito!

E tu pe nu capriccio tutto 'e distrutto, ojen, ma Dio nun t'o perdone chello ch 'e fatto a mme!
"Malafemmena", Antonio de Curtis.

Seguirono giorni di febbrile attesa e frenetica attivit; finch, inesorabilmente, giunse la data dell'uscita decisiva: una crociera di sei ore alla massima velocit. Era il 14 marzo 1939.
Attilio usc di casa prestissimo: nello scampolo di notte rari segni di vita, e un silenzio deserto turbato solo ad intervalli dal bisbiglio di un vento indeciso.
Il Cantiere si era svegliato prima del solito, bramoso di riaprire gli occhi come un bambino nel giorno di Natale. Un'alba incalzante amplificava il fragore che animava le banchine. Qualcuno fumava nervoso, qualcun altro bestemmiava, i pi sbadigliavano. I ghigni erano per lo pi imbronciati e i pronostici sul tempo non ancora deliberati. Un garzone di bar, mal cresciuto, con una faccia piatta e foruncolosa, correva qua e l distribuendo caff bollente che in molti correggevano con generosi rabbocchi di liquore.
I motoscafi facevano la spola tra le banchine e la nave, scatarrando fumo nero con una tossaccia cavernosa: imbarcavano personale e misteriosi congegni, che, una volta sul ponte, sparivano ingoiati dai boccaporti del Tashkent.
Attilio osservava la scena dalla finestra. Aveva preparato il t che aveva servito, al solito, nel solito bicchiere; ma il Direttore, dopo averne sorseggiato appena, a differenza del solito, l'aveva lasciato l fumante a diffondere il suo profumo.
Era troppo concentrato a studiare i suoi appunti; e come un pellegrino di tanto in tanto tornava indietro di alcuni passi prima di proseguire. Preparava cos la sua strategia: come un generale
all'alba della battaglia. Ogni tanto si soffermava; chiss quali meditazioni si scontravano nella sua mente. Erano certo cariche di dubbi complessi, ma si manifestavano in puerili segni di matita, segnati al margine di pagine ingiallite.
Attilio li guardava affascinato come fossero, e per lui erano, incomprensibili geroglifici; finch il Direttore chiuse il quaderno con un gesto definitivo. Sorseggi un altro po' di t, poi si volt verso il ragazzo e tuon con disappunto: " freddo!".
"Scusate", rispose il giovane con educata deferenza.
"Non importa", sorrise bonariamente, e si alz per avvicinarsi alla finestra.
Una luce sinistra, obliqua e resistente al sopraggiungere del giorno, illuminava il Tashkent: basso sull'acqua, con la prua arcuata e precipitosa pareva galleggiasse sull'eternit. L'assenza di armamento gli conferiva un piglio meno minaccioso ma avrebbe ugualmente seminato scompiglio con il solo terrore della sua fama.
Il trafficare convulso che circondava la nave ricordava l'arca di No; e il Direttore, come il patriarca, stava assorto aspettando gli eventi, mentre incitava a salire a bordo agitando il bastone della sua scienza: quel mozzicone di matita che teneva stretto in mano. Era intimorito, e allo stesso tempo compiaciuto, dall'idea che presto il passato dell'ingegneria navale sarebbe stato sommerso dal diluvio scatenato da quella meraviglia tecnologica.
La frenesia andava scemando, finch d'un tratto cess all'improvviso. Sul ponte della nave nessun segno di vita, e tutto intorno solo l'oppressione dell'attesa che distillava un assillo surreale.
"Andiamo!" esclam con un tono rassegnato e solerte, indirizzato pi a se stesso che al suo giovane attendente distratto; e nonostante Attilio aspettasse quella disposizione fu scosso da un sobbalzo.
Alla virata il faro squarci il grigio dell'alba con la sua lama pulsante.
I rimorchiatori si scostarono sbuffando un saluto, e il Tashkent
si trov a un tratto in mare aperto, nell'indifferenza di un grigio insondabile orizzonte.
Gargarizzava in battere e levare una vibrazione appena mormorata, un bisbiglio inafferrabile, che infondeva la stessa consolante nostalgia che pervade il viandante, quando, attraversando un luogo sconosciuto, avverte quei suoni domestici cos familiari provenire da una casa lontana.
Livorno svaniva nella distanza e Attilio, bench non fosse mai salito su un aeroplano, ebbe la sensazione di volare a bassa quota, come aveva visto al cinema in alcuni documentari. Una scaglia di mare separava la nave dalla costa. L'acqua pareva metallo fuso e si concedeva senza resistenza alla prua che avanzava inarrestabile: si schiudeva e si sollevava in un turgore gonfio di schiuma, poi scivolava lungo le fiancate in due rivoletti che si perdevano o si ritrovavano chiss dove, in quella stessa serica noia che li aveva generati; mentre fiocchi di fumo velavano le stelle sopravvissute al pallore dell'alba. I raggi del sole nascente inorlavano il profilo frastagliato dei monti, s'infilavano tra i bronchi delle valli e filtravano tra gli umori che la terra esalava mutando le sue prospettive in una suggestione fantasmagorica.
Attilio aveva sempre pensato che uscire in mare fosse un po' come entrare in chiesa; e mai come quella volta ne ebbe la conferma, pervaso anche lui, forse pi degli altri, dalla contemplativa tensione che si percepiva quasi solida nell'aria. Conducevano in navigazione il prodotto della pi moderna tecnologia navale, una delle risposte alle incognite del loro futuro; e consapevoli dell'importanza di quel momento nessuno voleva mancare all'appuntamento con la Storia.
Il Tashkent filava maestoso, incurante del cielo che gli andava incontro gonfio e livido, senza promettere altro di buono che uno scirocco indeciso; e al ritmo della sua marcia lenta e misurata, avanzava solenne come avesse convegno alla fine del mondo.
Nel quadrato ufficiali, Achille Rougier rileggeva la procedura di prova come se non la conoscesse gi perfettamente a memoria. Era calmissimo e impassibile, come se tutto quello che succedeva intorno non lo riguardasse; poi si alz e ruppe quel silenzio carico di tensione. Appassionata e appassionante, suadente, chiara e coerente, l'oratoria del Direttore riusc a stregare, come sempre, la platea che lo fronteggiava.
Solo l'ingegner Repin pareva non lo ascoltasse, fintanto che, alzato lo sguardo, rivel la ferocia dei suoi occhi scuri, taglienti e falsi: ogni volta che Attilio lo guardava provava un viscerale senso di inquietudine.
Dall'esterno il Tashkent sembrava deserto, mosso da una forza arcana: un fantascientifico Olandese Volante a caccia delle anime dei marinai. In realt era condotto da uomini capaci, organizzati in squadre operative distinguibili dal colore della tuta. Scendere nelle viscere del Tashkent significava smentire qualsiasi retorica sulla costruzione navale.
Nessuna biella in moto perpetuo, n ciclopici stantuffi o volani arrancanti. Nessun infernale cinematismo scuoteva l'aria satura di vapore e di fatica con un clangore assordante. Regnava invece in quei locali un ordine spartano quasi astratto, che esaltava l'organizzazione razionale dell'ingegno; mentre si avvertivano come distaccate le vibrazioni di un rumore sordo ben sopportabile.
Nel reparto caldaie, nessun uomo con la schiena nuda, condannato ad alimentare le fauci incandescenti delle fornaci con tonnellate di carbone e di sudore; ma tecnici in tuta bianca e modernissimi pannelli di comando: il centro nevralgico di un capolavoro tecnologico che alimentava, con dieci tonnellate di nafta ogni ora, quattro caldaie; e da ciascuna di esse pretendeva e otteneva venticinquemila cavalli vapore.
Era in quei locali che Attilio aveva conosciuto Sebastiano, il capo di macchina; e fu l, che dopo il suo discorso, il Direttore scese per incontrarlo.
"Perch non sei salito? Temevi che la tua creatura non resistesse dieci minuti senza di te?", domand il Direttore in tono di rimprovero.
"No!", rispose lui sorridente, "ma mi va il sangue al cervello, quando vedo certa gente!"
"Mettiti l'animo in pace amico mio. La nave prima o poi far prua verso Odessa".
"Certamente: e questo  un bene", esclam con la spavalderia di chi teme l'approssimarsi di un doloroso distacco. Poi con voce sommessa prosegu: "A volte dirsi addio vuol dire amare davvero. E comunque la creatura  vostra non davvero mia", concluse mostrando col sorriso una chiostra di denti gialli, radi e consumati.
La sua tuta immacolata chiaramente lo imprigionava, e lui chiaramente smaniava dalla voglia di strapparsela di dosso.
Era uno di quei tipi induriti dalla vita ma, per via di un certo sguardo che non conteneva la vivacit del suo spirito, manifestava qualcosa di ridente fuori dal tempo, come  proprio di certe figure fiabesche; per questo aveva il dono di infondere allegria anche nei cuori pervasi dalla pi profonda tristezza. Di pelo rosso, vantava tuttavia una sassone bionda rimembranza. Tarchiato, con una patatina rincagnata al posto del naso, aveva due occhietti rossicci dall'intelligenza traboccante che bucavano un viso disseminato di efelidi e da un'espressione ispirata; anche se portava segnati in faccia colpi di mare ed erratiche forze di vento.
Aveva una culturaccia ordinata che ostentava con irriverenza, una capacit tecnica insuperabile e un'innata furbizia gli avevano sempre consentito di barcamenarsi anche nelle situazioni pi difficili: o quasi.
La sua fantasia mediterranea e il suo ingegno nordico avevano affascinato Attilio conquistandone le simpatie e le confidenze; tanto che il giovane non mancava di andarlo a trovare per farsi raccontare le pi strampalate vicende della sua vita e per ascoltare i suoi estrosi commenti di attualit impastati di scetticismo e di sottile ironia. Era stato lui a inventare per Elsa lo spumeggiante soprannome.
Quando lo conobbe, Attilio si trov a fissare sul suo braccio la fantasia astigmatica di un tatuaggio che sbucava da una camiciaccia.
Sebastiano se ne accorse e sorrise di quel suo sorriso fatto di denti consunti, incorniciato dal pizzo biondo e dai baffoni fattoriani.
"Non hai mai visto un tatuaggio?", gracchi ostentando con soddisfazione il braccio sotto il naso del ragazzo: una sirena volgeva la schiena all'osservatore, e sotto a quella un nome di donna dicotomizzato da una T che il ragazzo fiss incuriosito.
"S,  una spada", sospir Sebastiano, per poi proseguire in un rituale ripetuto chiss quante volte: "La mia forza e la mia difesa!" Poi tolse il braccio dallo sguardo del giovane, e si mise a regolare le sue apparecchiature preoccupandosi di specificare che non si trattava del nome di una donna, come molti andavano in giro a malignare.
"Se te lo dicono non dargli retta: non  vero!  stato il mio secondo imbarco: fece naufragio a largo delle Azzorre", poi prosegu: "Roba vecchia, amico mio, ma  sempre molto bello. Lo feci a Tunisi per ricordare lo scampato pericolo..., insieme con un voto alla Madonna!".
"Vorrei farmene uno anch'io!", esclam Attilio con timidezza.
"Per l'amor di Dio", sbrait lui alzando le braccia al cielo. "Sono cose da galeotti o da marinai: un giovane di buona famiglia non c'entra niente con un tatuaggio. E non t'azzardare mai a farti segnare dal nome di una donna: semmai di una barca, oppure da quello di un grande errore". Mentiva spudoratamente e ne era consapevole.
Attilio, che amava definirlo il suo "saggio consigliere nibelungo", riteneva che non avrebbe potuto vivere a una temperatura inferiore a trentacinque gradi; e asseriva, con una certa seriet accademica, che quando Sebastiano aveva abbandonato la nave gettandosi a mare, l'acqua era ribollita in uno sfrigolio innaturale.
Pareva sprizzasse scintille dalla bocca e lapilli dagli occhi, come Vulcano che forgiava le armi di Achille; ma era invece un uomo mite e dolcissimo, altro che un diavolo. Diavoli ce n'erano, eccome; ma si aggiravano a bordo con tutt'altra fisionomia.
Alle 9,45 il Tashkent incrociava al traverso di La Spezia, l una boa rappresentava il riferimento per l'inizio della prova.
Fu la voce del nostromo a scandire, come un metronomo, i comandi che portarono la nave sulla rotta del destino; e non fece trapelare alcuna emozione, quando dette inizio alla prova con cerimonialit: "Macchine avanti tutta", sentenzi al cenno perentorio del
Comandante che stava appeso al suo cronometro stretto in pugno.
In plancia regnava un silenzio compatto e inattaccabile, finch il fischio di una sirena avvis che la prova era cominciata: navigazione a piena velocit per sei ore.
I motori vomitavano potenza, e le eliche squarciavano la superficie dell'acqua in una ferita schiumosa e gorgogliante. Il Tashkent lanciato contro il mare come una fulminea rivelazione futurista, era scosso da tremiti di gioia.
In prossimit di Portofino avvistarono la boa di svincolo.
Il Tashkent accost agilissimo, e con la boa al traverso il Comandante rilev i suoi dati; poi, dopo un rapido calcolo, annunci con soppesata autorit: "Signori,... quarantacinque nodi!"(4).
Attilio avvertiva l'inusitata sensazione di sognare ad occhi aperti, e l'ebbrezza della velocit lo faceva scivolare in uno stato di profondo torpore.
La costa si allontanava nell'incostanza dei colori, ma la distanza la ammantava di un velo brumoso, svincolandola da qualsiasi realt e da qualsiasi memoria.
Si sentiva stordito eppure inebriato, come preda di una vertigine segreta; e provava una gioia indescrivibile, come se appartenesse anche lui alla natura fantastica della nave.
In vista della "dominante" il Tashkent si precipit in virata; poi torn a puntare La Spezia, esattamente, secondo l'indiscutibile indicazione della bussola giroscopica. E cos via in un ripetuto estenuante circuito, senza mai tirare il fiato, come accecato dalla foga di conquistare la preda pi ambita: il Nastro Azzurro! E correva, correva come un levriero sul sentiero di caccia; mentre in lontananza sfilava policroma la Riviera di levante.
Alle 15,45, all'altezza dell'isola del Tino, il sibilo prolungato della sirena lacer la distaccata immobilit del golfo annunciando la conclusione della prova. Il capolavoro del Cantiere livornese aveva percorso in sei ore oltre cinquecento chilometri: una prestazione sorprendente. Le specifiche contrattuali avevano previsto
una velocit massima di quarantadue nodi. Il Tashkent ne aveva superati quarantacinque: era la nave da guerra pi veloce del mondo.
A bordo esplosero i festeggiamenti.
Il Direttore non riusc ad arginare l'onda festosa dei suoi collaboratori che gli corsero incontro ad abbracciarlo.
Attilio vide il nostromo ridere di un sorriso commosso. Trattenne a stento due lucciconi tremolanti; poi si rivolse al Direttore e disse con tono serio: "Credo davvero che l'anima esista, e credo che voi siate un'anima eletta".
Lo sguardo di Repin era tornato a essere inespressivo, come sciolto in quegli occhi bulbosi, e un untuoso sorriso rivoluzionario si affacciava appena dal suo volto rapace, mentre gracchiava esultando con squamosa gaiezza: "Evviva, evviva!".
Lo accompagnava l'energico coro soldatesco dei suoi compagni. Ma per Attilio, il volto di quello strano individuo continuava a essere una tetra maschera indagatrice che aveva una piega cattiva e senza esitazione. Poi torn a fissare il suo Direttore e si sent traboccare d'orgoglio.
Avvertiva ora pi che mai la mancanza di Elsa, rimasta a Livorno per catalogare certe carte. Desiderava abbracciarla e condividere con lei quello storico momento. Era eccitato, e allo stesso tempo avvilito dalla nostalgia di lei.
Fu allora che Attilio intravide balenare, come un lampo sinistro, la figura di Anastasia. Avanzava con il suo incedere abbagliante pretendendo la scena, e in quello stesso momento, il giovane not un'ombra oltre il vetro di un finestrino: era un nibbio che si era appollaiato sopra un corrimano. Scuoteva le ali vorticandole come sciabole; e Attilio giudic l'apparizione di quel binomio minacciosa. Ma osservando il modo in cui gli sguardi degli uomini si posavano sul corpo della russa, il suo animo abbandon rapidamente quello stato d'inquietudine, e anche nei suoi pensieri s'insinu una strisciante invidia che accrebbe la sua ammirazione nei confronti del Direttore. Intanto lei gli era scivolata accanto, a una distanza, secondo Attilio, eccessivamente intima: ora lo sfiorava confidenzialmente, ora premeva il suo petto addosso a lui sorridendo e lampeggiando felini bagliori di femminilit. Certamente lei aveva sussurrato qualcosa ma Attilio, disturbato da quella confusione, non comprese le poche parole sparpagliate che gli giunsero da lontano: e non riusc ad attribuire loro alcun significato, come se l'avesse udita parlare in sogno.
I gelidi occhi della russa osservavano il Direttore con la stessa audacia di un apprendista stregone che spia un rito ancora lontano dalla propria iniziazione; come se quel verde quasi artificiale volesse sfidare la sorte, lacerando con l'espressione dello sguardo il velo convenzionale che separa il ruolo della preda da quello del predatore.
Fu a quel punto che Sebastiano entr, sorridente e radioso; e rimase colpito, forse come e pi di Attilio, da quella scena. Covava da sempre una certa diffidenza misogina, poich considerava la donna la nemica naturale dell'uomo, e scambi con il giovane uno sguardo gravido di preoccupazione.
Si avvicin al Rougier, gli batt le mani sulle spalle con un'esplosione d'affetto e disse: "Complimenti signor Direttore. Gli abbiamo fatto fare una bella corsa eh!".
"Chi si ferma  perduto!". Ironizz lui spalancando un sorriso mai visto.
Prima di allontanarsi Sebastiano si avvicin ad Attilio e disse: "Stai attento a non dare nell'occhio e non fare caso a queste cose. Non parlarne con nessuno e cerca di non metterti nei guai". Pareva volesse tenerlo al riparo da misteriose conseguenze; poi cambiando tono sussurr: "Le streghe volano sulle scope anche di giorno", e usc accompagnato da una smorfia d'incerta delusione. Sput un vero sputo da vecchio marinaio che vol con una traiettoria angelica fuori bordo, poi si allontan con mesta lentezza sprofondando la testa in mezzo alle spalle. Quando usc, il nibbio si tuff nel vuoto e sbattendo le ali riprese il suo viaggio con un garrito di saluto.
Ancora una volta Attilio sentiva graffianti commenti su quella donna, e ancora una volta con un tono circospetto che non mascherava sgomento: non sapeva se ammirare il suo Direttore oppure preoccuparsi per lui; tantomeno sapeva se avrebbe dovuto riferire quel che si mormorava.
Il tempo si stava guastando. Si era levato un vento freddo e il cielo si faceva brumoso.
Il Tashkent marciava verso Livorno, camuffato dal suo strano colore contro le muraglie di nubi che l'orizzonte reclutava a ponente. Sbandierava trionfale la sua sfida all'avvenire: ispirava un senso di grandezza, di libert e di nobilt suprema.
Al traverso di Viareggio, il Direttore fece comunicare in Cantiere il risultato della prova. Poco dopo un impiegato affiggeva nella bacheca dello stabilimento un sintetico comunicato dai toni formali ma dai contenuti incontrovertibili.
"L'esito delle prove  stato ottimo. Porgo a tutto il personale il mio pi vivo plauso e i miei ringraziamenti per la preziosa collaborazione.
Ingegner Rougier".
Con i suoi passi di ballerina la Storia era passata accanto a loro, sfiorandoli, e Attilio not quant'era immobile e indifferente la luna che appena si affacciava dalle creste dei monti.
Gli operai cominciarono a sventolare i loro cappellacci appena il Tashkent si affacci all'imboccatura del porto. Anche Elsa era sulla banchina ma discosta, quasi enucleata dalla folla esultante. Stava seduta sopra una bitta, in quella sua posa cos graziosa: appoggiando un gomito sopra la coscia e il mento sopra la mano, china sulle ginocchia accostate, con le punte dei piedi rivolte tra loro. Come imprigionata in una bolla iridescente, errava in chiss quali tortuosi pensieri.
Quando si alz in piedi, rimase isolata nella sua classica postura inquisitoria. La luce di un lampione assediato da sciami di falene ricadeva sopra di lei con un cono sghembo proiettando sull'acqua la sua lunghissima ombra: ricordava certe statuine etrusche stilizzate nel bronzo. Emanava un profumo di grazia e di inquietudine; come quello del gelso inatteso che rampicava sulla parete dell'edificio alle sue spalle.
Appena sbarcato Attilio le corse incontro ma lei rimase immobile e sorrise, come lui forse non aveva mai visto; ma dal suo sguardo castano trabocc uno slancio che neanche lei riusc a trattenere, e lui se lo gust con soddisfazione. Rimasero cos l'uno davanti all'altra.
"Che fai?", chiese Elsa con occhietti ammiccanti.
"Penso d'invitarti a cena", rispose lui di getto.
Il Direttore, infatti, lo aveva congedato dicendo: "Domattina verr da solo, a piedi. Entra pure quando vuoi, ma non pi tardi delle nove perch vedrai domani... vedrai che giornata... usciranno tutti come chiocciole dopo la pioggia! Ma stasera divertiti. Anzi", aveva detto con tono paterno, "invita a cena quella tua amica russa e svagatevi: siete anche una bella coppia! Prendi pure l'automobile se ti fa piacere: oggi  stato un giorno memorabile e come tale merita di essere festeggiato". Rimase un attimo soprappensiero e poi concluse risoluto: "Insomma, fai cosa ti pare".
Il timido, euforico rossore che aggred rapidamente le guance di Attilio, manifest la sua intima incontenibile gioia; ma prima che si allontanasse, il Direttore gli aveva schiaffato in mano una banconota e sussurrato con benigna autorit: "Levati di torno, vai", senza trascurare di aggiungere al suo saluto uno scappellotto. Attilio non si era offeso, anzi! Considerava quell'uomo un secondo padre, e si era sentito orgoglioso del fatto che lui, in quel momento, l'avesse trattato come un figlio.
Aveva solo bisogno di darsi una rinfrescata: era necessaria dopo quella giornata trascorsa in mare; e cos utilizz le docce delle officine dove il getto dell'acqua era caldo e abbondante.
Quando usc, Attilio vagabondava nei suoi pensieri, agitato dalla smania di correre da lei. Ma se avesse alzato lo sguardo, forse avrebbe intravisto un'ombra trapelare dalla finestra dello studio: con un gesto lascivo scioglieva i capelli che morbidamente ricadevano a ventaglio sulle spalle seminude. Quell'ombra traboccava la sensualit di Anastasia; e quando abbandon il suo posto di amazzone, scomparve, dissolta in un'unica indefinibile sagoma di tentacolari armille che la luce soffusa andava ingigantendo sulla parete.
Con gli occhi gelatinosi che galleggiavano nella spossatezza
della soddisfazione, Anastasia fissava languida, senza guardare, il camino che lanciava caldi barbagli danzanti. A malapena coperta dal plaid, il pallore latteo della sua pelle si colorava del tepore del fuoco, mentre andava stringendosi al petto di Rougier per fuggire la bizzarra reazione che le provocava brividi di freddo; poi schiudendo le labbra tumide e capaci sussurr: "E adesso, quali progetti hai?".
"Lo sai!", esclam con voce calda, "voglio portare il Tashkent a Odessa il prima possibile".
"Non mi riferivo a quello;  ovvio! Parlo dei tuoi progetti. Quelli che hai nella testa: per esempio le nuove corazze antiperforazione... e l'altra cosa che mi sfugge; quell'idea rivoluzionaria che hai avuto sulle carene".
"Gi le carene plananti", sospir, "quello sarebbe veramente un sogno: una strategia innovativa di straordinario interesse bellico, senza trascurare le future applicazioni civili".
"Quando mi farai una lezione su quest'argomento, tesoro?".
Pi il Direttore si sentiva pungolato e pi diveniva reticente.
"Un giorno te la faccio".
"Lo dici sempre, ma non lo fai mai!", mugol Anastasia imbronciata. "Non voglio tornare in Russia ed essere ingoiata dal sistema. Voglio emergere, diventare un architetto di grido, salire nella gerarchia del corpo tecnico della Marina...".
"In quanto a corpo, io, francamente, non trovo niente da ridire".
"Dai, fai sempre queste battute da amante mediterraneo. Mi devi aiutare: insegnami ancora qualcosa ti prego...!", miagol lei.
"Per adesso devi accontentarti! Sul Tashkent ti ho praticamente spiegato tutto, molto di pi di quello che poteva interessarti. Ma quello  un programma fatto per voi. Non posso dirti cose che al momento sono nel limbo industriale, e che magari domani potrei vendere a un Paese ostile al vostro. Primo, non sarebbe corretto; secondo, non ho le idee chiare nemmeno io".
Anastasia rise nervosamente, incredula davanti alla propria incapacit di scalfire l'inattaccabilit di quell'uomo. A lui sembr, comunque, che ci fosse qualcosa di metallico in quel suo riso forzato, e che nei suoi occhi la verde luce fredda che li teneva accesi si fosse
d'un tratto trasformata nella luce nera di un gelo satanico.
Molti uomini erano caduti nelle trame del suo corpo; eppure il Rougier non faceva trapelare nemmeno una frazione delle sue maledette formule.
Forse aveva sbagliato tattica: aveva ceduto troppo e troppo presto. Non era riuscita a conquistare una posizione dominante sul campo di battaglia, come invece era solita fare senza sforzo; e forse non voleva ammettere che vedeva sempre pi remoto un suo vantaggio strategico. Quella prospettiva la irritava, ma il suo era un inasprimento intrigante, quasi trasgressivo e non del tutto spiacevole: in quell'arena aveva trovato un avversario che dava filo da torcere alle sue abili malie di Circe, e forse neanche le dispiaceva.
Quell'uomo seguiva un proprio codice deontologico secondo il quale le informazioni si classificavano in due categorie: divulgabili e segrete. Avrebbe mantenuto segreta anche la ricetta della crostata se l'avesse ritenuto opportuno; e lei animata da un'ambizione irrefrenabile non lo poteva accettare. Non voleva e non poteva permettersi di lasciarsi sfuggire una preda come quella. Sapeva che la sua avvenenza non sarebbe durata a lungo, e quell'uomo rappresentava il catalizzatore del suo successo: tornata in Russia con un carniere del genere avrebbe senz'altro scalato i vertici dello Stato Maggiore.
Anastasia si volt delicatamente sul fianco per allungare un braccio candido e affilato. Lui sent la pressione del suo seno contro il petto, e il calore del suo inguine sopra la coscia. Lei prese un libro e tornata accanto a lui, sfogliandolo sospir: "Non mi spieghi mai nulla"; e con stizza lo gett lontano per terra. Poi chiuse gli occhi e torn ad appoggiare la testa sul petto di lui. Non dormiva, fantasticava, e sul filo delle palpebre semichiuse tutti gli altri libri sparsi ovunque per la stanza parevano animarsi negli alterni riverberi delle fiamme del camino.
"Lo vedi, non mi ami pi", borbott lei a un tratto.
"Mai detta una castroneria del genere", replic il Direttore istigando la appassionata reazione della donna che si rovesci sopra di lui tirando la coperta; e sotto quel manto scivolarono nell'ebbrezza di un abbraccio ancor pi ardente.
Attilio usc salutando Umberto che si era affacciato dalla guardiola sorridendo sotto i baffoni monarchici. Era lui che aveva preparato il camino acceso nello studio: tante volte ce ne fosse stato bisogno. Il fidato sorvegliante avrebbe fatto doppio servizio quella sera: al cancello del Cantiere e all'intimit del suo Direttore. Da quella bocca d'incallito monarchico non sarebbe trapelata mezza parola: nemmeno sotto tortura; anche se, malgrado questo, quell'intimit non era immune da pettegolezzi.
Elsa lo aspettava fuori la cancellata, e gli and incontro radiosa. Come ogni volta che la vedeva, ad Attilio parve che gli si fermasse il cuore; e come ogni volta s'innamorava di lei: delle sue forme, della sua grazia e di ogni altro insignificante dettaglio, come il garbo della mano che teneva la borsetta.
Si inoltrarono in una ragnatela di vicoli che esalava la fatica di stare al mondo: dalle finestre delle case i suoni domestici dell'ora di cena riempivano l'aria ferma della strada, e un gatto biascicava con pazienza lische di pesce riparandosi nell'oscurit di uno scalino.
Entrarono in una bettola, di quelle che si possono trovare solo nelle citt che affacciano un porto sul mare. Attraversata la barriera di fumo che sorvegliava l'ingresso si appartarono in una stanzetta che un grande arco di mattoni rossi apriva di lato al locale principale. Si aveva l'impressione di entrare da un vinaio, ma solo l'ampia sala dell'ingresso era adibita a quella funzione, con enormi scaffalature giro giro dove stavano esposte falangi di fiaschi impagliati ritti e allineati come guarnigioni di un esercito dell'effimera felicit.
Un ometto era gi addormentato con la testa affondata nei gomiti, mentre altri maramaldeggiavano a carte contendendosi per posta un bel ponce bollente.
Era un locale accogliente, arredato con gusto e semplicit: ritrovo di marinai, rifugio di derelitti e salotto per gli artisti.
Nell'aria serpeggiava la sottile scia seminata da Bacco gaudente, e oltre quella l'odore di una variet di tabacchi provenienti dalle rotte mercantili di tutto il mondo, come da tutto il mondo giungevano avventori a farsi un bicchiere e una partita, disseminando nel fumo e nel brusio quei linguaggi corrotti che si parlano nei porti e che solo per i naviganti hanno un significato: mangiavano, giocavano, bevevano e poi, solitamente, andavano alla ricerca di un abbraccio che riducesse in parte il colmo della loro solitudine.
Dietro il bancone di marmo la donna salut i due giovani con un sorriso ilare. Con meravigliosi occhi verdi, fermi in un tono d'imperturbabile distacco, fece un cenno al marito che si apprest, frullando su passetti effeminati, a pulire il tavolo con lo straccetto che teneva perennemente in mano; poi vi stese due tovagliette di carta gialla.
Era una larvetta d'uomo che li squadrava con simpatia e immaginazione. Una testa sproporzionata sovrastava il suo corpicino secco e striminzito, puntuto come un alberello assediato dalla gelata: per Attilio sarebbe stato un ottimo timoniere. Sbrigata la cerimonia dell'apparecchiatura, e riverita con eleganza la coppia in cui aveva riconosciuto il figlio del noto commerciante, sfarfall un balzetto all'indietro per obbedire al richiamo ruggente della moglie: quanto bastava a farlo tremare e trasalire.
Jolanda era una virago ormai matura. Infaticabile lavoratrice dalla tempra dura, ma dal cuore buono, impegnata a gestire la trattoria del marito e tirar su, alla meno peggio, una covata di figlioli che per fortuna nulla avevano del padre. Discendente da generazioni di scaricatori, aveva a sua volta generato altre braccia destinate alle banchine, a parte la femmina per la quale, rinnegando il radicato ateismo della propria educazione, raccomandava alla Madonna, quotidianamente, di riservare un futuro migliore del suo.
Era facile capire che era stata una donna stupenda; ma delle belle forme del suo corpo non rimaneva che un lontanissimo ricordo, ormai inglobato da uno scafandro di adipe e climaterica agitazione. Tuttavia il viso era sempre bellissimo, ancora segnato dal quel raro splendore che si contraddistingue solo nelle popolane. Ma la ricchezza del suo fascino intramontabile risiedeva certo nei suoi occhi dolcissimi: lucenti, verdi e grandi come olive andaluse, che come il mare mutavano i toni a seconda dell'umore. Stupivano le sue qualit intellettuali, forse perch la scarsa eredit intellettiva della famiglia era toccata tutta a lei; e se la teneva stretta, quell'eredit, come i suoi capelli castani raccolti in una crocchia arrampicata sul capo: erano graffiati d'argento, ma qua e l resistevano ancora fulgidi riflessi vermigli.
And lei a prendere l'ordinazione. Si avvicin riverendo Attilio con un saluto confidenziale, e, facendosi largo tra i tavoli col suo trionfo gluteo, si lasci alle spalle l'annoso livore che aveva spalancato una fossa di ghiaccio tra la sua vita e quella del marito.
Attilio insisteva per una minestra di pesce, e gi la immaginava densa, profumata e fumante: una panacea dopo quella giornata. Ma lei non transigeva: cacciucco! Lui tent di convincerla, ripetutamente, poi si arrese: e fu cacciucco per due.
L'oste port in tavola un fiasco di vino rosso. Era un vino di collina, lo stesso che si beveva in casa Maffei: di spalle robuste non esagerava nello spirito ed allietava il palato con un profumo gaio. Non fecero in tempo a sollevare i bicchieri in un brindisi, che la donna gi serviva le due porzioni fumanti in grandi scodelle bianche. Sporgevano dai piatti enormi fette di pane abbrustolito che probabilmente pesavano meno della quantit di aglio che la cuoca vi aveva strofinato. Elsa tir su col naso e gustando il profumo spalanc gli occhi in segno di soddisfatto consenso. Era indubbio che fosse una ragazza di appetito, e quel particolare lo fece sorridere di gusto mentre la osservava. C'era qualcosa di cosmico nelle sue inavvertibili espressioni, e c'era qualcosa di cosmico in lei. Era arrivata sulle ali dei venti della steppa e della steppa infondeva la vastit sognante degli spazi sconfinati. Sul suo musetto c'era il riverbero accecante delle distese di grano e dei girasoli, e nei suoi occhi il primordiale vigore della vita: brillavano come quelli di un angelo. Ma lui era convinto che il suo spirito fosse quello di una gatta profumata di lavanda provenzale.
"Squisito!" esclam con soddisfazione dopo averne assaggiati due bocconi.
"Ci credo,  il miglior cacciucco di Livorno", sentenzi Attilio laconico succhiandosi le dita.
"Eppure siamo stati nei migliori ristoranti di Livorno...", disse la ragazza riferendosi alla delegazione.
"Ma buono come questo non l'hai mai assaggiato", si gonfi Attilio di una vanteria boriosa. "Solo in un posto potresti mangiare di meglio...". Lei lo osserv interrogativa, e lui concluse scontato: "A casa mia!".
Tra un boccone e l'altro Attilio apprese delle origini francesi di suo padre e di quelle italiane di sua madre; delle traversie corse durante la Rivoluzione e di come tentarono, senza riuscirvi, di fuggire dalla Russia per raggiungere alcuni parenti in Francia. Tuttavia, grazie a certe protezioni, suo padre riusc a mantenere l'impiego, probabilmente in cambio di un marchio da rinnegato.
Era una storia rocambolesca, intrisa di strane coincidenze e paradossi, quasi contraddittoria; tanto da indurre nel giovane il sospetto che gran parte di quella fosse immaginata con l'invenzione. Tuttavia si rendeva conto che ogni tragedia definita dalla Storia come "rivoluzione", propone e ripropone ogni volta l'aspetto pi sanguinario del genere umano; tanto che, spesso, le storie dei singoli sembrano appartenere pi alla fantasia che alla realt.
Stavano l'uno di fronte all'altra, e ogni tanto Elsa tendeva una mano poggiandola sul tavolo, in attesa che lui la coprisse con la propria. Sorridevano inebetiti dall'ebbrezza dell'innamoramento e Attilio scopr la vertiginosa beatitudine che gli procurava quel fugace contatto.
Alla fine bevvero quel ponce che usano fare a Livorno, forte e bollente con la scorzetta di limone. Poi si alzarono e l'oste li scort fino alla barriera di fumo che perenne ristagnava all'ingresso. Sull'uscio l'ostessa fumava un sigaro; quando li vide sorrise del suo sorriso fulgido, e la luce smeraldo dei suoi grandi occhi dolcissimi si accese nel raccomandare al giovane di portare a casa i suoi saluti.
Si ritrovarono davanti alla darsena. L'esaltazione di quel giorno si apprestava a svanire nella stanchezza che la notte stendeva come uno scialle. Seduti sulla spalletta argomentando del nulla alla maniera degli innamorati: meravigliati dall'energia impetuosa dell'amore che li aveva travolti come una marea.
La sagoma del Tashkent riposava velata dalla bruma e appariva ancor pi imponente.
"Eccolo l", disse lei adagiandogli il capo sulla spalla, "ci ha fatto conoscere e ora ci divide".
"Aspetta a dirlo. Intanto dobbiamo portarlo a Odessa. Poi dovrai tornare per completare la documentazione e le monografie... Non credi? E poi vedremo! Ci saranno altre navi da costruire", sospir
stringendola a s, e cercando lui stesso, in quell'abbraccio, un improbabile conforto.
Lei sospir, non del tutto rassicurata da quelle parole; mentre Attilio gi aveva chiesto al Direttore di intercedere per confermare il ruolo della ragazza nelle future attivit.
Tacquero a lungo, per quanto tempo neppure loro poterono misurare. Fissavano le luci che si specchiavano tremule nell'acqua nera del porto, finch solitari rintocchi persi nel vento li scossero dai loro pensieri.
"Undici o dodici?" chiese Elsa, al dissolversi dell'ultimo rintocco.
"Dodici. Il tempo vola", rispose Attilio, "sar bene tornare a casa". E lo disse con un certo dispiaciuto nervosismo. Era tornato, infatti, ad avvertire in lei una strana sorgente insofferenza; forse perch la ragazza aveva cominciato a spargere intorno certi sguardi che lui, semplicemente, decifr essere sgorgati dalla stanchezza. Eppure mutavano troppo le pieghe delle sue espressioni.
Giunsero presto davanti alla sua abitazione. Elsa apr il portone e lui s'infil dietro. Lei si appoggi al suo braccio, timida ma pretenziosa, e nel buio dell'atrio si abbracciarono.
"Non mi dici nulla?" chiese poi Attilio come assente, perso in quella paradisiaca assoluzione.
"Non parla questo silenzio? Forse era quello che ci voleva per dirsi tutto. Le parole misurano il tempo: come un metronomo, diresti tu! Ma la misura definisce anche una fine, ed io non voglio che questo momento finisca", sospir lei con voce quasi strozzata.
"Il silenzio  la concezione del tempo ininterrotto", replic Attilio, che poi prosegu sussurrando con esitazione, "ma perch dovrebbe finire?".
"Perch le cose belle si sciupano presto; e poi... tutto ha fine!".
"Sei un'inguaribile ottimista", rispose lui con una smorfia, ma nel timore d'immaginare cosa avrebbe riservato loro il futuro, ebbero tutti e due il bisogno di rintanarsi in un bacio: angolo astratto di felicit, unico antidoto al veleno incombente dell'incertezza.
Attilio torn indietro in compagnia di un mezzo toscano. Avvertiva l'incedere rassicurante dell'imminente equinozio, ma il cuore
gli vorticava in una vertigine di passione e di preoccupazione: gli confidava il suo amore per lei, e temeva il baratro del distacco. Contribuiva ad alimentare quella vertigine l'imperscrutabile disagio che scaturiva dall'ansia strisciante che Elsa manifestava talvolta, e che lui riusciva a cogliere ma non a comprendere. Mah, forse dava troppa importanza alle sensazioni; oppure, stava semplicemente prendendo una cantonata.
Grasse volute di fumo azzurrino ricadevano dietro le sue spalle, e nell'aria gravida di umidit si condensavano sulle tracce dei suoi passi che risuonavano inquieti.
Le cronache glorificarono le prestazioni del Tashkent: la nave che aveva demolito la frontiera tra presente e futuro. Era stato un successo che la stampa non trascur di celebrare con italico orgoglio: il trionfo dell'autarchia! Tuttavia, il vessillo di quel trionfo fu sbandierato evitando qualsiasi accenno politico, tanto da definire sbrigativamente il committente come una "Marina estera". Il regime mostrava la sua opportunistica prudenza; o forse temeva che divulgando la collaborazione col tanto inviso Paese della "Marea Rossa" si mostrasse una politica indecifrabile, dalle contraddizioni poco accette o peggio ancora poco propizie. Sarebbe stato sufficiente esaltare l'avvenimento con i fiori della pi trita retorica littoria ma con adeguata cautela, e cavalcare l'onda sollevata dal Tashkent per sbandierare al mondo il simbolo della potenzialit autarchica.
Quando Attilio entr nello studio, il Direttore parlava con Mario Vezzi, mentre l'ingegner Asprea, il vicedirettore, stava seduto in disparte intento a sfogliare un giornale. Il giovane si scus del ritardo, ma il Direttore lo rimprover bonariamente: "Di cosa ti scusi, Maffei? Ti ho detto di non venire pi tardi delle nove e sono appena le otto e mezza! Non badare a noi: ormai siamo vecchi e non si dorme quasi pi"; poi sorrise, lasciando che l'eco di quella battuta si perdesse in un silenzioso imbarazzo. Infatti, i due collaboratori non si sognarono neanche di cadere nella trappola dell'allusione che si prestava a una facile ironia, ma se Ciano fosse stato presente avrebbe sciorinato lui, al Direttore, il motivo della sua insonnia: senza eclissare una sarcastica punta di invidia.
Erano tutti euforici e discutevano animatamente sugli articoli dei quotidiani freschi di stampa. L'ingegner Asprea scocc un'occhiata al Direttore mentre teneva il naso affondato nella "Gazzetta"; quindi, ripiegando il giornale esclam: "Ingegnere, avete conquistato la ribalta internazionale".
"Grazie a voi tutti!", ribatt il Direttore con sincerit.
Poi, tornando a rivolgersi all'ingegner Asprea aggiunse: "Ma non trascurare che questo  un momento catartico. Il mondo ha gli occhi fissi su di noi; e noi non dobbiamo distogliere i nostri dal fissare il mondo".
L'ingegner Asprea era stato un giovane fascista della prima ora.
Rapito dalla corrente nazionalista antecedente la marcia su Roma, che aveva fatto leva sull'amor patrio e corteggiato i reduci della Grande Guerra, anche lui come tanti universitari di famiglia borghese aveva identificato il Fascismo con la Patria; ma in seguito, quando il Fascismo cominci a picchiare forte, la sua fedelt al regime era andata progressivamente raffreddandosi. Come ingegnere aveva risposto all'appello del Duce arruolandosi nel Genio, ma non si sentiva certo un combattente. Era convinto di essere venuto al mondo per realizzare grandi progetti; tuttavia pativa con monastica rassegnazione il giganteggiare del Rougier: una figura schiacciante con la quale non era certo possibile competere n in carisma, tantomeno in preparazione. Per questo in certi momenti si sorprendeva a disagio e annaspava impacciato nei flutti viscosi del proprio ingenuo complesso di inferiorit.
In quel momento, annunciato da un esuberante bussare sulla porta, entr il commendator Gino Ciano.
Teneva un pacco di giornali sottobraccio, mentre con una mano sventolava una copia del Corriere gi gualcita. Illumin la stanza col suo sorriso e con impulso liberatorio esplose improvviso: "Siamo i pi grandi del mondo", mentre sbandierava il titolo sul quotidiano: "Una superba vittoria della tecnica navale italiana. La brillante prova dell'esploratore Tashkent"(5).
Quell'ingresso teatrale, non del tutto inatteso, port un disordine cameratesco nella misurata conversazione dei tre progettisti ancora intenti a suggere il succo del trionfo.
"Ha telefonato anche il tuo amico", disse Rougier, alludendo come d'abitudine a Mussolini, e fissando Ciano negli occhi aggiunse: "Stamani presto. Come al solito!".
"Ti far spedire anche un telegramma; ma aver telefonato  un segno importantissimo: per la citt, per il Cantiere e soprattutto per te!".
Era il 15 marzo 1939: Mussolini era all'apogeo del successo e della popolarit.
Attilio osservava la scena nel suo meravigliato silenzio. Negli occhi di ciascuno leggeva una specie di entusiasmata indipendenza dalla materialit della vita; come se, paradossalmente, quel propizio successo li avesse privati della loro consistenza corporea, scarnificandoli e lasciando esposta solo la sintesi astratta della loro essenza. Ora quel loro intimo attendeva qualcosa che Attilio non comprendeva; ma percepiva essere un evento catartico e risolutore: e quell'attesa aveva una consistenza tangibile.
Attilio intravide allora un significato diverso del lavoro, rispetto a quello che si era figurato fino a quel momento. Aveva inteso la presenza del lavoro nella vita dell'uomo come un male necessario, il proseguimento perpetuo di un anatema biblico finalizzato alla sussistenza. Adesso ne scorgeva i lati umani nel pi alto o forse pi vulnerabile significato: gli aspetti emotivi, motivazionali e creativi; e forse per questo suo padre era cos attaccato al proprio. Strappato da quei pensieri, trasal alla voce di Ciano che tuonava: "Che minchione sei...", e rivolgendosi al giovane sbrait: "Te cosa ne pensi Maffei?".
Attilio, che arross violentemente sorpreso nel soprappensiero, non riusc a capire il perch di quello scherno, ma comprese perfettamente il Direttore che ribatt una specie di sommesso e divertito: "Te l'avevo detto...  innamorato!". E il rossore di Attilio si accese
ancora, sostenuto dalla risacca delle risate che lo circondavano. Per parare l'imbarazzo del giovane, Ciano gli and incontro con fare bonario, e stendendogli entrambe le mani ai lati delle spalle lo rassett come fosse uno spaventapasseri di pezza.
Il ritratto del vecchio senatore Orlando scrutava con piglio tracotante la stanza pervasa dalla luce del primo pomeriggio. Sotto il suo sguardo imperioso, il tavolo di mogano pretendeva il centro della sala. Al centro del tavolo una fusione di bronzo raffigurava un marinaio abbarbicato alla ruota del timone. Intorno, modelli di navi e ritratti di volti che spiccavano dal fondo scuro delle tele con le loro espressioni accigliate: imponenti, serissimi, quasi truci con i loro colletti inamidati e gli arcigni favoriti di altri tempi.
Seduto sopra un angolo del tavolo, il Direttore parlottava con Mario Vezzi in piedi davanti a lui, mentre il vicedirettore ripeteva l'ennesimo controllo di documenti che andava riordinando in una cartellina.
Attilio fece un salto nel futuro e immagin il ritratto del suo Direttore farsi largo tra quelli gi appesi alle pareti e dominare la sala di fronte a quello del fondatore del Cantiere: come due poli magnetici. La retorica di un mondo immobile e l'attualit futuristica di una tecnologia appena concepita che gi terrorizzava il mondo.
Attilio non riusc a immaginare l'esistenza di una vita senza un passato, anche se il passato ci porta panieri di malinconia, attira i nostri pensieri e la nostra suggestione, con forza prepotente, come una legge di gravit. Pens che forse il passato  la nostra voglia d'immortalit, o forse solo in esso  possibile specchiarci per come siamo alla ricerca di noi stessi: spauriti, effimeri, narcisi futuribili.
E sulla scia di quei pensieri cominci a disporre dei biscotti in un vassoio.
La riunione aveva una patina ufficiale, ed era necessaria per programmare il trasferimento della nave a Odessa.
Mario Vezzi parlava dell'ingegner Repin come di un fardello.
"Perch ce l'hai tanto con lui?", chiese il Direttore tenendo sollevati gli angoli della bocca.
"Perch non lo posso soffrire: pare il figlio dell'invidia e della superbia".
"Due peccati capitali".
"Incarna una disperazione diabolica!", soggiunse Mario.
"Pensa a come eravamo disperati noi, quando vivevamo nell'incertezza di consegnare una nave gi completamente allestita".
Ormai rabbia e dolore erano oltre le sue spalle e Rougier si godeva quel momento. Non era minimamente preoccupato dell'imminente incontro che avrebbe diretto con la solita competenza e senza soverchieria, perduto nel fascino, meritatissimo, di quella buona sorte.
L'ingegner Usyskin entr per primo, di sbieco e con spalle avanti, come timoroso di disturbare. Tese senza sussiego la mano al Direttore, mentre salut con un sorriso tutti gli altri: manifestava nel portamento un decoro di stirpe che lo distingueva dal resto dei suoi colleghi.
Repin entr per ultimo, come il protagonista di uno spettacolo che al termine della rappresentazione sfila sul palco a ricevere lo scroscio degli applausi. In quella atmosfera ricca d'intesa, il Direttore dette inizio al convegno: come apparivano lontani i tempi delle dispute e del disagio... Nella sala regnava un'aria tranquilla e si respirava una sorta di fraterna distensione tra uomini dall'intelletto fertile e capace, uniti, malgrado le loro distanze ideologiche, dallo stesso comune amore per la scienza e il progresso.
Il Direttore teneva le mani sopra una cartellina, fingendo di riordinare distrattamente quelle carte che poco prima il vicedirettore aveva controllato con scrupolo; poi, pronunciate le formule di rito e porgendo i saluti dell'Amministratore Delegato Arturo Ciano, ruppe la cappa di silenzio.
Illustr una brevissima relazione, adducendo numerose ragioni che pleonasticamente mutavano quel successo in un trionfo. Un successo che poteva essere considerato l'insegna della dedizione e dell'amore per il lavoro, e che estendeva la soddisfazione dell'Azienda a quella dell'intera nazione; e confess che, pur non essendosi mai arrogato il dono della profezia, in quel risultato ci aveva sempre creduto.
Per sua natura, dubbi e difficolt lo stimolavano e lo rendevano pi forte; ma finalmente, ora che il programma era giunto a termine, riusciva a disgregare con un'oratoria accattivante tutte le inquietudini soggiaciute per mesi. Esaltava il risultato raggiunto grazie alla pervicacia dei tecnici delle due nazioni, intralciati incessantemente da circostanze di incertezza e di procrastinazione.
I suoi ascoltatori si esaltarono sull'onda della sua raffinata eloquenza.
Anastasia lo fissava intensamente catturata dal suo sguardo luminoso.
Repin, invece, ascoltava distratto, come un sottofondo proveniente da molto lontano, e fissava la statua del timoniere sul tavolo.
Quando il Direttore termin di parlare, tocc a lui fare il proprio intervento.
Non c'era nulla di straniero nel suo accento, salvo la lentezza della pronuncia, e solo a volte pareva parlasse a fatica: ma per Attilio lo faceva apposta.
Fu un resoconto breve e asciutto, ricco di pause a effetto i cui silenzi erano solitamente pi eloquenti delle parole e, come sua abitudine, non coinvolse la partecipazione dell'interprete. Il suo irritabile e irritante tono di voce lo rendeva simile a un bambino al quale bisognava dare tutto quel che voleva. Conferm senza reticenze n mezzi termini l'importanza del risultato raggiunto, la sua personale soddisfazione ma soprattutto quella del suo Paese, come aveva espresso la commissione di vigilanza del Sudoproekt, in un telegramma appena giunto da Mosca. La comunicazione riportava una pletora di espressioni compiacenti, ponendo in evidenza l'importanza e l'apprezzamento del lavoro compiuto dalla delegazione, e rivolgeva al Cantiere livornese elogi altrettanto calorosi e altamente lusinghieri.
Il telegramma giunto da Mosca fu letto ad alta voce dalla signora Nina, che lo comment con l'espressione di chi  avvezzo a sparar sentenze, estendendo a tutti i presenti anche i propri personali ringraziamenti; e lo fece con l'aria di tenere l'Unione Sovietica nella borsetta.
Era facile capire che era stata molto bella: aveva gli occhi nerissimi come i suoi capelli selvaggiamente ondulati, il naso greco e labbra ben disegnate che spiccavano rosse sull'incarnato latteo del viso. Le linee del corpo erano ancora armoniose, anche se un po' arrotondate dagli anni; e colpiva il modo in cui vestiva sempre di un'eleganza impeccabile malgrado provenisse da una terra dove l'eleganza non era certo uno stile di vita.
L'ingegner Usyskin, rinunciatario a ogni velleit, non intervenne, ma si limit ad annuire con semplici cenni del capo; poi sorrise come per approvare le edeniche parole appena lette, e suggellare con quelle una sinistra complicit.
Prima di concludere, infine, l'ingegner Repin fece un'ultima lunghissima pausa. Poi tossicchi fissando i presenti con il suo sguardo glaciale. Sembravano tutti appesi al timore di essere divorati da lui, ad eccezione del Direttore che sosteneva il suo sguardo in tono di sfida. E in quel momento di stallo cosmico Attilio ebbe pi la certezza che l'impressione di un odio celato in una trincea di gelida ostilit che separava i due progettisti.
Un filo di vento mosse la tenda tirata davanti alle finestre: unica cosa mobile di tutta la sala; finch la chiostra dei denti radi e gialli di Repin liber la perenne espressione del suo sorriso viscido e lubrico per concludere: "Complimenti e congratulazioni a tutti voi!". Un applauso liberatorio sciolse nell'aria una tensione affastellata per lunghi mesi di lavoro, e infine la voce del Direttore concluse: "Siamo intesi: il 28 saremo a Odessa".
A quel punto Attilio porse due bottiglie di vino spumante che Rougier e Repin stapparono con un botto bene augurante.
Il Direttore si alz, e sollevando il bicchiere esclam seguito dal coro disordinato dei presenti: "Al Tashkent!".
"Missione compiuta", bofonchi uno dei delegati, biascicando un italiano rugoso, mentre sul volto accipitride dell'ingegner Repin continuava a mantenersi l'espressione lieta con la quale aveva concluso il proprio intervento, se alla letizia poteva somigliare il pallido sorriso che increspava il perfido labbro del russo. Poi, come loro costume, i russi gettarono i bicchieri per terra, e subito dopo anche quelli degli italiani andarono in frantumi con un fragore di cristallo.
"La "Littorina" del mare. Ottanta chilometri all'ora tra Genova e Livorno.
Il primato di velocit per navi da guerra conquistato dall'esploratore Tashkent costruito in Italia", proclam il Giornale d'Italia il giorno seguente. Ma l'entusiasmo si era gi placato; poich la notizia dell'occupazione tedesca della Cecoslovacchia campeggiava sopra tutte le testate.
In Cantiere, mentre qualcuno sosteneva che quel fatto rappresentava un passo decisivo verso l'instaurazione di un nuovo equilibrio europeo, Attilio sent il Direttore che protestava amareggiato: "In questo clima di entusiasmo non penseranno mica che debba applaudire un'aggressione da banditi!".
Quella dei preparativi era un'atmosfera irreale, frenetica pi del solito; ma oltre all'entusiasmo, c'era in quella vigilia qualcosa di austero e solenne.
La nave giaceva immersa nel pieno sole meridiano che, privandola di ombre, ne ingigantiva la mole e la leggenda. Emetteva un tremito sommesso e greve, e dai fumaioli il suo respiro saliva in un velo di fumo.
Un corteo di anatre remigava caparbiamente con patrizia dignit. Attilio vide lo stormo abbassarsi tanto fino a sfiorare l'incastellatura; quindi, ripresa una quota altissima, puntare, come una nube sfarfallante, verso le desolate pianure del nord silenzioso: era tempo di viaggi per tutti.
Il 24 aprile di una primavera fredda e piovosa, il Tashkent salp da Livorno. Destinazione Odessa: il pi importante porto del Mar Nero.
Quella sera il sole non era corso via ansioso di tramontare come nei giorni precedenti, ma aveva cercato di soffermarsi un po' di pi in mezzo al cielo. Tuttavia, pinnacoli di nubi si affollavano verso Ponente, poi crollavano improvvisamente e, per ignoti motivi, si sfracellavano lugubri rimbombando per ore. Solo l'orlo estremo
del mare resisteva nitido e nero, appena invermigliato dal minaccioso crepuscolo sopraggiungente.
Tutti avevano cenato in fretta e in anticipo, pur di non perdere un buon posto a banchina e salutare i congiunti che partivano per la Russia. Era una folla composta e silenziosa, radunata intorno alla commozione: tenevano gli occhi lucidi e i fazzoletti stretti in mano.
Mollati gli ormeggi, la nave salut la citt con uno sbuffo di vapore; poi il capostipite degli esploratori destinati alla Marina sovietica prese il largo facendo prua verso il proprio destino.
Il sabato precedente, il 22, era salpata da Livorno la motonave Giuseppe Orlando.
Moderna, efficiente, rapida e confortevole era stata noleggiata dal Cantiere come nave appoggio per il trasferimento dell'incrociatore.
Fu proprio quel sabato, sul ponte di comando del Tashkent, mentre seguivano con lo sguardo la motonave prendere il largo, che il Direttore si rivolse ad Attilio perentoriamente: "Maffei! Vieni con me!".
Scesero rapidamente per l'incerta passerella, attraversarono il piazzale e si infilarono tra i capannoni; poi, percorsi alcuni metri, il Direttore apr una porticina di lato a un edificio fatiscente ed entr. Attilio lo segu.
Marilli apparve ai suoi occhi come un'ombra di sogno.
Lo dominava alta sull'invasatura come una regina seduta sul trono. Ostentava slanci sontuosi, aristocratici; tuttavia, il bordo libero contenuto, un accenno di tuga e la coperta praticamente sgombra da manovre le conferivano uno spirito moderno e ardito. Ispirava il fascino arcano delle opere d'arte.
Sbuc da un osteriggio la testa spelacchiata di un uomo. Era il maestro d'ascia Ezio Garfagnoli. Non aveva pi di 50 anni, un volto puntuto e intelligente, e indossava una rassegnata stanchezza, palesemente un po' stretta. Teneva in mano una lampada d'ottone che colpita da un raggio di luce solitario illumin di un riflesso il suo sguardo nervoso.
"Come andiamo, Garfagnoli?".
"Bene ingegnere, bene! Quando tornerete sar pronta per il varo".
I delfini nuotavano puri e ignari.
Anticipavano la prua dell'incrociatore in una baraonda di evoluzioni, quasi di gioco, di sogno forse. Ogni tanto saltavano spiccando voli stupefacenti senza tuttavia perdere neanche mezzo nodo di velocit. Si superavano a vicenda, intrecciando le loro rotte come trame effervescenti di comete, e avrebbero potuto perfino formare una storia al sommo delle onde, dove tessevano uno spumeggiante senso di libert. Mantenevano, senza il minimo sforzo, il ritmo imposto dalla nave che navigava impassibile a una media di ventisette nodi; finch un giorno, di colpo, non si videro pi. Le condizioni di tempo favorevole erano durate poco e la nave prosegu il viaggio traversando banchi di nebbia e mare brutto.
A bordo, gli uomini meno abituati alle crociere d'altura scrutavano l'orizzonte che si perdeva nel mistero dell'oriente; ed anche Attilio era vittima di quel richiamo.
Una sera stava sul ponte a osservare il sole che declinava rapidamente a poppa, mentre la nave smaniava di gettarsi in grembo all'oscurit. La buia solitudine cadde sopra di lui e lo inghiott nella bruma salina senza che lui se ne accorgesse, incantato com'era a scrutare l'oriente; perch da oriente sarebbe avanzata la notte, correndogli incontro in quel cielo senza luna.
Era un cielo transitorio che annunciava prodigi astrali.
Venere gi spiccava nitida nell'ultimo rantolo di crepuscolo, e Marte digradava per seguire l'amata in un corteggiamento senza speranza. Il pensoso Auriga dominava la volta celeste; e nel momento in cui Sirio spariva oltre la poppa della nave, Vega apparve sfavillante sul mascone di sinistra. Laggi, dove s'indovinava il profilo della costa, la costellazione del Cancro si affacciava timorosa, mentre la Vergine mostrava Spica scintillare brillantissima al suo dito come un gioiello.
Attilio trascorse quasi tutta la notte assorto nella contemplazione di quello spettacolo, attratto dal misterioso fascino di quelle
stelle che parevano cadergli addosso: finch una lo fece davvero. Almeno quella fu la sua impressione, quando una fiammata squarci il ventre nero del firmamento: come se Dio si fosse acceso il sigaro.
"Esprimi un desiderio", gli sugger una voce calda dietro di lui.
"Gi fatto, nostromo", rispose Attilio senza voltarsi. Avrebbe desiderato avere Elsa accanto a s, sentire il contatto appagante della sua vicinanza e perdersi nella vastit di quella notte stupefacente; invece lei era miglia pi avanti, a bordo della Giuseppe Orlando e chiss, forse dormiva ammantata da quel cielo di sogno.
La notte scorreva tranquilla. L'Orsa Maggiore fedele ai marinai era alla massima altezza sull'orizzonte e, per la prospettiva dei cieli, osservava capovolta la nave come in un gioco di orsi che rallegrava il cuore dei naviganti. Pi a nord Cassiopea tremolava specchiandosi nella treccia d'acqua spumeggiante che rifletteva il fioco pallore del coronamento di poppa.
In quella malinconia sentimentale, carica di desideri senza risposta, in quella solitaria immensit zodiacale, la nave correva incontro al sorgere della Bilancia che avanzava impaziente.
Superato lo stretto dei Dardanelli le due navi si ricongiunsero; poi, fecero scalo nel porto di Costantinopoli.
La mattina successiva la motonave riprese la sua marcia verso oriente; mentre il Tashkent prolung il suo riposo fino al pomeriggio.
Il 28 aprile 1939 la motonave Giuseppe Orlando entr nel porto di Odessa; e una volta all'ormeggio attese l'ingresso trionfale del Tashkent.
Odessa, maggiore citt dell'Ucraina meridionale, vigilava l'antico porto arroccata sopra una baia. Le costruzioni di roccia marina stavano acquartierate ai piedi di una fortezza, come in un perenne assedio. Turchi e russi avevano combattuto aspre battaglie per contendersi quelle mura, cos come gli inglesi e i francesi nemmeno cent'anni prima.
Attilio riscontr una certa somiglianza con la propria citt: il
clima, le industrie, i cantieri navali. Odessa era stata un centro di scambio e di transito, aveva un carattere estroverso e cosmopolita, proprio come Livorno; e come Livorno aveva goduto i privilegi del porto franco. Completava questo comune denominatore di origini e di destini anche lo sviluppo del primigenio nucleo urbano intorno a un antico fortilizio: la fortezza di Yeni Dunya, che appariva agli occhi del ragazzo traboccante di storia e di mistero.
Tetra e tetragona, si stagliava contro la cupola iridescente del cielo. Inaccessibile ed enigmatica, dominava la sommit di un promontorio incombente che si ergeva come un'onda di basalto a picco sul mare; e degradava invece in certi punti, scivolando in una campagna accigliata e priva di senso, dove gobbe di terra scavate dalla pioggia precipitavano rovinose verso la spiaggia. Una vegetazione avara lasciava spazio di tanto in tanto a radure nude e gialle che il vento sferzava in onde di polvere.
I colori, lass, erano pi intensi e suggestivi: come se, nel corso dei secoli, le mura della fortezza avessero assorbito chiss quanti tramonti tempestosi. Sotto di lei il mare era di un azzurro sorprendente, tanto da disprezzare l'aggettivo tenebroso del suo nome.
Il porto era incastonato in una baia ossuta, oltre la quale inesauribili e vellutati marosi inorlavano d'argento l'orizzonte e s'infrangevano a riva con un ruggito sommesso; anche nelle giornate di profonda bonaccia, secondo una metrica dettata dal tempo infinito della Terra: un furibondo palpito. Raramente quel mare recluso e freddo tratteneva il proprio mesto lamento.
Nei giardini di Odessa fiorivano le magnolie. Avevano brune foglie ammiccanti e sfarzosi fiori bianchi dal profumo dolciastro.
Attilio ed Elsa spesso salivano alla vecchia fortezza e poi, oltre quella, scendevano fino alla spiaggia scivolando per un sentiero appena accennato tra i mirti e i corbezzoli. Era una striscia di sabbia paglierina, recinta da una franosa scogliera tarlata da caverne profonde che, in alcuni periodi, la marea riempiva quasi per met lasciando sulle pareti il segno bagnato e verdastro della propria conquista.
Si succedevano poi altre calette isolate da precipitose pareti che racchiudevano tutta l'evanescente sacralit del granito. Solo durante la bassa marea le calette si univano in un sentiero fatato, umido e dorato, e loro potevano camminare per chilometri in compagnia di lunghi silenzi. Raccoglievano stelle marine e conchiglie dalle forme curiose che il mare dimenticava in attesa di tornare. Attilio portava le conchiglie all'orecchio, e lei gli diceva che era uno stupido, perch il mare era gi l e non importava andarlo a cercare nel cavo di un guscio.
Dall'alto della scogliera guardavano la superficie dell'acqua marezzata d'abisso e di scaglie di luce. Le solite onde lunghe e incessanti si lanciavano nella baia, come falangi di un esercito tonante all'assalto; e in quegli antri di erosa roccia porosa, il petto del mare ansimava in modo strano, quasi umano, trasformando il suo rombo in un sussurro, come se la terra, che abbracciava sotto la risacca, fosse viva, palpitante e fertile.
L'aria aveva un retrogusto antico che ricordava rotte di carovane e di schiavi; e la brezza, ogni tanto, portava vapori salini dall'oriente. Tutto era meraviglioso; eppure qualcosa di ostile rigurgitava dalle viscere vulcaniche di quelle caverne ombrose e amare: un malvagio ripiovere di schiuma sulle nere rocce.
L'ospitalit sovietica fu eccezionale. Agli italiani erano riservati spettacoli teatrali, intrattenimenti e manifestazioni; ma Attilio faceva di tutto per eclissare ogni impegno e trascorrere la maggior parte del suo tempo con lei.
Un giorno attraversarono l'antico mercato. Elsa si destreggiava sorridente tra gli acuti dei mercanti che cercavano di sopraffarsi per procacciare affari, mentre lui soffriva la calca e cercava di respingere lo stordimento che lo assaliva. Quando uscirono da quel dedalo pittoresco, si trovarono inaspettatamente ai piedi della scalinata.
Era monumentale, il simbolo stesso della citt: l'accesso dal mare alla terra. Grazie ad un artificio prospettico dava l'illusione di essere molto pi lunga di quello che era. Il suo nome era Scalinata Richelieu, ma ormai tutti la conoscevano come Scalinata Potemkin.
"Era il nome di una corazzata", disse Elsa; e raccont che nel
1905 l'equipaggio di quella nave si era ammutinato. I fatti di sangue che ne erano seguiti avevano ispirato un film, girato in citt una quindicina d'anni prima; e proprio su quella scalinata si erano svolte le scene pi tragiche. Prima di salire Elsa ebbe il tatto di chiedergli se preferiva prendere la funicolare: non voleva irritare il suo orgoglio. Ma lui rifiut; il ricordo della sua menomazione
lo feriva, ma lo feriva molto di pi l'idea che qualcuno ne avesse compassione.
"Per fortuna che a Livorno non c' una scalinata come questa.
il mio allenatore me la farebbe fare di corsa tutti i giorni", disse Attilio, mentre lei faceva finta di non capire.
Contarono a voce alta tutti gli scalini, e quando arrivarono in cima lei aveva il fiatone e lui no. Questo riemp il cuore di Attilio di una goliardica soddisfazione, tanto che superato l'ultimo gradino si volt di scatto e la strinse tra le braccia.
Da tempo pensava di dichiararsi; ma all'ultimo momento gliene mancava sempre il coraggio. Tuttavia, lass sulla sommit della scalinata, riusc a trovare la necessaria determinazione, e senza pi pensare, si tuff nel cieco mare dell'incertezza, esclamando con voce strozzata: "Io vorrei... vorrei immaginare un futuro insieme a te!".
Avvertiva il tormento della sua profondit crepuscolare, e riteneva che fosse la segreta intelligenza del cuore; poi ripet la frase con gli occhi lucidi di commozione, mentre lei, assorta nei pensieri, continuava a tacere.
Elsa lo squadr con uno sguardo inquisitorio; poi si volt e gett quello sguardo lontano oltre la scalinata, oltre il porto, oltre il mare. Segu un lungo silenzio. Attilio la prese sottobraccio e continuarono a camminare come se niente fosse accaduto. Allora lei, ancora senza guardarlo, chiese: "Sei sicuro?".
Stupito da quella risposta interrogativa, non fece in tempo a fiatare che lei prosegu: "Io non ho molta intenzione di legarmi. Io voglio fare, io voglio andare: voglio viaggiare. Vedere Paesi nuovi".
Attilio, smarrito ma orgoglioso, non aveva nessuna voglia di imbarcarsi nel sermone delle giustificazioni; tuttavia ebbe la forza di rispondere alzando la guardia con agrezza: "Beata te!".
"Io voglio vedere Parigi. Magari ritrovare i miei parenti..., ma non potrei mai trasferirmi in Italia". Poi sospir: "Non lascer mai la Russia", e soggiunse sottovoce quasi strozzata da un sottile dispiacere, "Anche perch non posso".
Attilio si sent rapire e perdere nel profondo della propria tristezza. Mai come quel giorno dal loro primo incontro si erano sentiti cos distanti.
Continuarono a camminare vicini, ma l'uno appena davanti all'altra. Lui aspettava distratto i suoi passi avanzare, finch avvert il magico tocco della mano di lei che lo cercava. Quel ratto tocco fatato si trasform in una stretta appassionata, e lui avvert un'emozione che in nessun'altra maniera aveva mai provato.
Elsa aggrott la fronte, assumendo quell'aria cos carina e adorabile, per lui irresistibile, che lo spinse a stringerla. Ma lei sorridendo mugol: "Ora basta!", e con uno sforzo di volont si svincol dal desiderio di quell'abbraccio, continuando tuttavia a stringergli la mano. Infine, ancora senza guardarlo sussurr giocosa: "Domani ti porter alle terme".
Mentre Elsa stringeva nella mano il cuore di Attilio e la grande scalinata si allontanava alle loro spalle, un paio di stivali, neri e lucenti, salivano i gradini di un'altra scalinata e gemevano, schiacciati da un'insostenibile angoscia.
Era la scala di un antico palazzo fuori citt che guarniva l'estremit settentrionale della baia. Sorto sulle vestigia di un fortilizio persiano, era famoso per il monumentale parco curato alla maniera italiana da abili giardinieri.
Una passatoia scarlatta lacerava il candore dei gradini di marmo. Ai lati, balaustre di legno pregiato e un corrimano a foglia oro discutibilmente barocco. Giunti al pianerottolo, prima di imboccare l'ultima rampa, gli stivali si soffermarono davanti a una statua.
Era una donna che si levava da un mare di spighe: urlava la sua disperazione col pugno sollevato, mentre con l'altro braccio pareva volesse scagliare la falce che serrava stretta in pugno rasentando il
mare di grano. Dal lucernario colava una luce densa che raddolciva la drammaticit della sua espressione: una luce certo pi indicata alla composizione di gusto neoclassico che l'aveva preceduta. Chi osservava trov che, in un certo senso, quella donna rammentava sua madre.
Giunti alla sommit della scalinata, gli stivali avanzarono con passi autoritari specchiandosi sul marmo di un pavimento inondato di luce. Giunsero davanti a un tavolo e, sbattendo i tacchi, si bloccarono.
Impettita sull'attenti, immobile e resa ancor pi affascinante dalla divisa fuori ordinanza della Marina, Anastasia salut con la mano alla visiera l'ufficiale di servizio. Per la prima volta, da quando era uscita di casa, le sue bellissime labbra si schiusero in una smorfia nervosa: "Sono il capitano Anastasia Fedosjuska Mihajlovna", scand con la sua voce da mezzosoprano, "ho un appuntamento".
L'ufficiale not quanto l'abbraccio cupo dell'uniforme rendesse la carnagione della donna irresistibilmente seducente, e quella fantasia fece balenare nel suo sguardo l'inevitabile lampo del desiderio. Poi scorse superficialmente l'agenda aperta sul tavolo. La conosceva a memoria, ma lo fece per darsi un tono, quindi disse: "Ti stanno aspettando. Attendi compagna". L'ufficiale si allontan, seguito dall'eco minacciosa dei suoi passi e dal metallico tintinnio delle decorazioni. Aperta una porta vi spar, scortato dalla solita eco che, dopo essersi perduta nell'impazienza, torn ad avvicinarsi per annunciarlo; finch l'ufficiale riapparve e con un sommario cenno del capo sentenzi perentorio: "Prego!".
Anastasia lo segu attraverso un lungo corridoio coperto di tappeti pregiati.
Alle pareti antichi dipinti e, tra le finestre affacciate sul parco, armature opache facevano ala ai taciturni ospiti che le passavano in rassegna sull'accento dei loro passi pensosi.
In quel momento una banda militare attacc una marcetta di scadente qualit; e quella, come fosse uno spettro impertinente che saliva dal parco, scort la ragazza verso il suo giudizio.
Anastasia fu introdotta in un salone. Una terrazza le si apriva di fronte lasciando scorgere, in fondo al viale, il cancello dal quale
era entrata. Lontano, vide scintillare il perpetuo alitare del mare, e sulla sinistra, un ramo di costa abbracciava la baia. Mare e citt: l'uno nero, l'altra dorata. Non avevano in comune che l'arco azzurro del cielo. Anche da quella prospettiva le mura della fortezza, lontanissima, apparivano sempre le stesse: spiccavano del colore giallastro e del loro piglio romanzesco. Era un panorama mozzafiato, disturbato solo dagli accordi della banda che stridevano in lontananza.
Anastasia si diresse verso la pesante scrivania, mentre la porta dietro di lei si chiuse in un sordo lamento; e ancora gli stivali batterono i tacchi.
La stanza odorava di tabacco e di terrore.
Rimase impietrita sull'attenti. Con lo sguardo glaciale fissava la scrivania; e sebbene immobilizzata in quella postura, le sue spalle accennarono un tremito incontrollabile.
"Buongiorno!", esclam rivolgendosi all'ingegner Repin seduto su una sedia davanti alla scrivania; e lui, che come sua abitudine rimase seduto, offensivamente cordiale, rispose con un sorriso sfilato sulla lama delle sue labbra taglienti.
Dietro la scrivania, inghirlandato dal controluce della finestra, uno scranno ostentava l'alta spalliera di cuoio. Una nube di fumo perlaceo si dilatava salendo verso il soffitto espandendo nell'aria un profumo di tabacco eccellente; mentre dai lati della spalliera traboccava il profilo di una cogitabonda groppa nera.
Alla destra della scrivania un adolescente Mercurio in marmo di Carrara sfoggiava i talari ricevuti da Giove, indicando il tavolo col caduceo: consegnava messaggi agli di, proteggendo l'inganno e la menzogna.
Dall'altro lato, un grande paravento orientale teneva appesi, come fossero bucato, sontuosi tappeti caucasici. Oltre il paravento s'indovinava un salottino. Il resto delle pareti era tappezzato di libri o dipinti preziosissimi. Anastasia trov in quella stanza alcune curiose somiglianze con l'ufficio del Rougier, ma quel collegamento abbandon subito la sua immaginazione figurativa.
Quando la nuvola di fumo svan, una voce gracchi fino a rimbalzare contro il soffitto ornato di affreschi.
"Buongiorno a te, compagna! Come andiamo?", domand con grave ironia la groppa immersa nello scranno, infrangendo l'ipnosi lirica della citt che si scorgeva dalla finestra evanescente nella caligine pomeridiana.
Prima di rispondere Anastasia pos lo sguardo su Repin come a cercare conforto.
La sua figura nera ed esile era immobile, e la sua espressione di pulcino rapace affondava nell'orlo bianco del colletto, ponendosi in ombra rispetto ai lampi argentei del suo sguardo privo di espressione. Poi Repin ruppe il silenzio e disse: "Anastasia, vorremmo sapere la tua opinione e la tua previsione sulla sorgente di informazioni che stai seguendo ormai da mesi: l'ingegner Rougier".
Anastasia non fiat. Temeva, ad aprir bocca, che ne uscisse un latrato: e arross vistosamente.
"Non ti preoccupare compagna. Sappiamo quanto sia difficile quell'uomo; altrimenti non sarebbe un personaggio straordinario. Le notizie che ci hai fornito finora sono interessanti, ma non hanno alcuna valenza strategica; e secondo noi, perseguendo questa strada, probabilmente non riusciremo a cavarne altro", aggiunse la groppa.
" quello che dice l'ingegner Repin", ribatt lei arrossendo ancora, "ma credetemi, ho provato ogni strategia per impadronirmi dei suoi segreti. Io... io non so pi cosa fare..." farfugli impacciata, respingendo l'assedio della disperazione.
La franchezza di quel pensiero, proclamato senza mezze parole ma in confidenza, non poteva non essere accompagnata da un tono di beffarda autocritica. A quel punto la voce dietro lo schienale torn a cigolare solenne.
"Sappiamo che  impossibile resistere al tuo fascino, capitano: lo sappiamo bene! Ed il tuo curriculum lo convalida, vantando numerose missioni compiute con successo. Ma questa volta  diverso. Abbiamo in mano un pugno di mosche. Tutto quello che ci hai riferito non  altro che una catasta di inutili ridondanze. Rougier ti ha rivelato informazioni dall'interesse tecnico solo apparente; infatti sono argomenti noti, per lo pi legati al programma 20-1 Tashkent, abilmente camuffati. Abbiamo verificato, setacciato, studiato accuratamente tutti gli elementi che ci hai fornito; ma non abbiamo trovato altro che materia conosciuta: inconsistente verbosit italiana! Tutte le indiscrezioni fornite non sono altro, nella sostanza o meglio nella loro non sostanza, che minestra riscaldata!", proclam ululando e quasi cedendo all'isteria; poi la voce sbott incredula: "Quella carogna fascista ci d in pasto minestra riscaldata".
Lei stava appesa al suo terrore, mezzo intontita; mentre tornava a udire la banda che, ripetendo ossessivamente la solita marcetta, andava e veniva lungo i viali del parco.
L'afflitto mutamento dell'avvenente fisicit di Anastasia, il momentaneo accasciarsi del suo corpo, che dimenticava la procace sensualit alla quale tutti erano abituati, confessarono che la situazione, purtroppo, stava proprio cos.
Sfogatasi in quell'accesso rabbioso, la voce prosegu ruminando Un bisbiglio aspro, quasi al punto di estinguersi nel proprio ansimare: "Ma non ti preoccupare, capitano".
"Come faccio a non preoccuparmi?", sospir lei, inghiottendo qualcosa d'ingombrante e vivo: un orgoglio caustico che aveva cercato di aggredirle la gola.
Ma una volta calmata, la voce prosegu con misura quasi paterna: "Capitano..., Anastasia..., noi vorremmo qualcosa di pi. Non dico quello che Rougier ha nella testa ma almeno quello che ha nel cassetto".
" questo il punto", rispose la donna quasi stizzita. "Lui non tiene nulla in cassaforte, tanto meno nel cassetto. Pi volte ho frugato tra le sue carte. Ho scrutato ogni angolo del suo studio e lo conosco meglio di casa mia, meglio di quanto lo conosca lui, ma non ho trovato nulla che non sia... che non sia frittura, come dicono loro a Livorno. Quell'uomo..., quell'uomo ...,  una roccaforte inattaccabile", balbett trattenendo a stento un singhiozzo.
La sincerit di Anastasia era palpabile. La groppa nera ebbe la conferma che poteva contare su di lei in assoluto.
"Eppure deve esserci qualcosa su quelle dannate carene plananti. Schemi, schizzi... una stramaledetta formula di calcolo. Una verifica, uno straccio di simulazione", sembrava implorare la voce come proveniente da un mondo onirico.
"Compagno, sono sicura che Rougier non ha scritto nulla:  guardingo e diffidente. Raramente dice quel che pensa", e un lampo di eccitata soddisfazione balen nel suo sguardo, "ma soprattutto teme l'instabilit politica. Addirittura mi ha confidato che non si meraviglierebbe se domani una "sua" motosilurante lanciasse un attacco contro il Tashkent. Il bello  che me lo ha riferito senza alcuna allusione diretta ai rapporti tra i nostri Paesi, ma in linea di principio. Come se la politica, inaffidabile per vocazione e imprevedibile, seguisse prevedibilmente un meccanismo cosmico di universale applicazione: esatta scienza dell'approssimazione, la definisce lui. Il teorema dell'incertezza costante, fondato sulla certezza dell'ipocrisia pi vile. Rougier nutre nei confronti dei politici la stessa stima che avrebbe per un verme solitario. Sono certa, assolutamente certa che, quando mi svelava questi pensieri, la sua volont cosciente era diretta a tutt'altre piacevoli attenzioni: eppure, sono ugualmente certa che in lui vigili sempre un qualcosa di inafferrabile che lo rende invulnerabile".
Una smorfia di felina compiacenza vel il suo sorriso ammaliante, mentre Repin tossicchi per soffocare in una bolla di procrastinazione qualsiasi fantasia su quell'argomento, ma non riusc a trattenersi dall'esclamare sogghignando: "... si chiama Achille!"
"Insomma", prosegu la voce, "secondo noi  inutile continuare ancora su questa strada. Tu cosa ne pensi, capitano?"; e dopo un prolungato sospiro torn a ripetere con voce marcata: "Voi, cosa ne pensate?".
Anastasia, alle cui orecchie quel verbo "continuare" suonava oscuro e minaccioso, rimase come folgorata; e temporeggi brancicando con lo sguardo nel vuoto, mentre le palpitazioni del suo cuore salivano a percuoterle le tempie. La sua bocca carnosa si dischiudeva tremando e il suo corpo elastico fremeva; ma alla fine, abbandonando l'incertezza, non esit a esporre la rigidit della sua riflessione, e lo fece meccanicamente, come una formula imparata a memoria da tirare fuori al momento propizio.
"Sono d'accordo sullo scarso rendimento della missione rispetto alle attese, ma non sulla sua totale inutilit. Riterrei opportuno non mollare la presa, poich farlo sarebbe una cattiva mossa
e potrebbe favorire i nostri avversari. In primo luogo perch l'ingegnere potrebbe fare un passo falso, prima o poi; ma soprattutto per controllare che non vi siano ingerenze da parte di Paesi rivali. Se si avvicinasse qualche spia me ne accorgerei, e una stretta, continua sorveglianza sull'intelletto pi corteggiato dallo scacchiere navale del mondo...". Il suo discorso si arrest in un sospiro pendulo. Guard Repin e riconobbe un tardo imbarazzo; poi, quasi in segno di scusa, si corresse, "uno, degli intelletti pi brillanti,... una sorveglianza ravvicinata, dicevo, potrebbe tornare utile al nostro Paese, anche per valutare decisioni alternative: estreme se necessario, quando lo scenario politico dovesse rivelarsi drasticamente avverso al nostro interesse. In ogni caso posso confermare che  l'uomo pi brillante e intelligente che abbia mai conosciuto".
Anastasia si sent improvvisamente soddisfatta da quella sorta di arringa difensiva che trasfuse nelle sue vene un efficace incremento di energia volitiva. E si rese conto, in quella piacevole sensazione, quanto le aveva insegnato Rougier, applicando a un caso specifico un pensiero generale: e prov ancora una profonda ammirazione nei suoi confronti; immediatamente rigettando l'idea di essersi innamorata di quell'uomo maturo, brillante, colto, atletico e superlativamente intelligente. In fondo era stata addestrata per non cedere ad alcun sentimento.
"Compagno ingegnere?".
"Sono d'accordo. Ripongo nel capitano la mia incondizionata fiducia. Manteniamo e rinforziamo questa sorveglianza... corpo a corpo!", soggiunse sorridendo.
Lo schienale di cuoio gir su se stesso, e l'uomo che sedeva sullo scranno mostr lentamente la sua faccia giallastra gonfia e alveolare, incoronata dalle rughe di una fronte untuosa che sconfinava senza soluzione di continuit nel cuoio capelluto glabro come il guscio di un uovo. I suoi occhi rossi scintillavano umidicci e feroci. Le grosse labbra pendule avevano una tinta paonazza che ostentavano in tutta la loro mucillaginosa consistenza, mentre rimanevano grettamente avvolte intorno al grosso sigaro che ogni tanto ammiccava incandescente. Con la mano pingue e sudaticcia si gratt la borsa flaccida del sottogola che germogliava traboccando dal colletto sotto il suo mento enorme.
Demidoff non era uomo d'azione, almeno non pi; e nemmeno era un oratore dall'eloquenza torrenziale che trascinava le masse: aveva lasciato ad altri l'incombenza di ammaliare le folle. Alto funzionario dei servizi segreti, Demidoff era fornitore dei gulag per passione. Riteneva che ogni nemico dichiarato dello Stato, e non necessariamente sulla base di fatti comprovati, dovesse giustamente concludere il proprio destino in qualche sperduta landa della steppa siberiana. Animato da istinti dall'atrocit druidica, credeva, secondo una propria spietata logica, che difesa e interesse della ragion di Stato fossero la massima aspirazione per un rappresentante del popolo: una soddisfazione che prevaricava la magra gratificazione ottenuta dai modici privilegi che potere e autorit, conferiti dal popolo, gli permettevano di godere.
Squadr Anastasia per un attimo che a lei parve interminabile. La palpeggi con uno sguardo turpe carico di una luce corrotta, abbastanza chiara per illuminare una donna non del tutto deficiente come lui aveva creduto inizialmente; poi gracchi: "Complimenti, capitano:  proprio quello che speravo dicessi. Continuiamo in questa direzione. In fin dei conti anche lui dovr tornare in Russia per seguire l'impostazione delle prossime navi; e chiss che non si possa spremere meglio in terra sovietica". Tir una boccata di sigaro e continuando a squadrare la ragazza senza uno sguardo in pi del necessario, rumin: "Vai pure compagna! Buona fortuna".
Lasciandosi alle spalle un solerte sbattere dei tacchi, Anastasia usc dalla stanza con una leggerezza radiosa che forse non aveva mai provato: si era guadagnata la vita.
Demidoff sollev le sopracciglia in una magmatica smorfia di perplesso sussiego. Poi si alz, mettendosi a guardare fuor di finestra; mentre la sua enorme groppa nera proteggeva ostinatamente i suoi pensieri zelanti dall'impazienza di Repin che rimase seduto intento ad accendersi la pipa.
Osserv Anastasia uscire dal cancello. L'attendeva un'automobile scura. La donna si sofferm un attimo, come per un ripensamento, proprio sull'orlo di un fascio di luce che tagliava le fronde
dei cedri. Era una striscia di sole che aveva percorso tutto il viale e ora saliva progressivamente anche lungo la parete della stanza. Il pomeriggio moriva e con lui la voce stentata della banda che si era fatta fioca. Un uccellino isolato riprese a cantare, mentre la donna sal in auto sbattendo la portiera.
Ormai certo che la sua convinzione, come sempre, avesse scorto la soluzione giusta, Demidoff si lasci rapire dalla debolezza del suo orgoglio; e un risolino untuoso e presuntuoso vel il suo flaccido Volto suino, dove rimase a lungo prima di svanire. Poi torn a ripetere con quel suo tono avido: "Allora? Voi cosa ne pensate?".
Repin espir una grassa boccata di fumo azzurrino, e da dietro il paravento sbuc l'ingegner Usyskin in divisa da colonnello del Genio Navale. Si accost alla scrivania e con domestica abitudine si vers un abbondante bicchiere di vodka.
"Ora ne sei convinto?", chiese Usyskin a Demidoff: "Quella donna non , come avevi ritenuto, una gazza ammaestrata".
"Avevi ragione. Avrei scommesso che separandola da tutto ci che luccica svanisse in lei qualsiasi barlume di originale razionalit; invece mi  parsa molto critica ed efficace".
"Per quanto riguarda la sua efficacia bisognerebbe interpellare Rougier: buon per lui!", s'intromise con volgare ironia Repin che sorrise soddisfatto; poi, come risposta al fendente che lo sguardo di Demidoff gli aveva scaraventato addosso, soggiunse: "Ho visto come la squadravi, e per una volta mi sento di condividere i tuoi discutibili gusti".
L'alto funzionario rispose, per niente ferito nell'orgoglio, anzi quasi soddisfatto che la sua morbosa depravazione fosse stata percepita consistente nell'aria: "Sono lieto per te compagno. Noto che la trasferta italiana ha giovato al vigore del tuo inesistente umorismo".
In effetti, l'aria salmastra del lungo soggiorno livornese aveva catalizzato in Repin la rivelazione di alcuni aspetti del suo carattere che, prima di allora, erano addirittura messi in dubbio da chi lo conosceva bene.
"Tuttavia, nemmeno lei  riuscita a far breccia nei segreti del Rougier", sentenzi amareggiato Usyskin cercando di ricondurre l'argomento sull'efficacia del ruolo di Anastasia.
"Quindi?", gargarizz Demidoff.
"Quindi", prosegu Usyskin, "se al termine della collaborazione con l'Italia, non avremo ottenuto ancora alcun risultato, saremo obbligati a considerare due prospettive".
Fece una breve pausa, poi dopo aver fissato lungamente il soffitto, prosegu.
"Primo, fintantoch l'equilibrio politico conserva un'apparente stabilit, mantenere inalterata la sorveglianza sul Rougier, seguirne le mosse e se possibile anticiparle. Nel caso in cui, invece, la situazione dovesse precipitare o peggio degenerare in un conflitto contro Mussolini, valuteremo la possibile eliminazione del nostro brillante progettista. Tutti lo vogliono. Ma se non sta dalla nostra parte  bene che non stia nemmeno con gli altri: nessuna piet per nessuno, e la morte al servizio dello Stato. Ecco come la vedo io!"; E un bagliore livido, inconsueto per il suo sguardo romantico e raccolto, gli oscur il viso dove ancora resistevano i tratti di un'aristocrazia normanna.
"Ti fa cos paura, compagno?", domand l'alto funzionario Demidoff, lanciando con i suoi occhi acquosi uno sguardo di sfida dal profondo del suo scranno, dove era tornato ad appollaiarsi ammantato da un'ombra sinistra.
"No, no, per niente! Ma immagino la baruffa per le spartizioni dopo l'ipotetico conflitto. Ovviamente sono premature fantasie; ma figuratevi le dispute tra i Governi per contendersi personaggi di quel calibro: i vincitori vorranno accaparrarsi cervelli per incrementare i loro potenziali industriali e consolidare le proprie conquiste; i vinti ne avranno bisogno, e cercheranno di tenerseli stretti, per rifondare le rovine di un'economia devastata.
Non temo un'Italia al tavolo dei vincitori. Sono convinto che potremo continuare a gestire i rapporti con Roma come abbiamo sempre fatto; soprattutto perch non troveranno, in modo facile e indolore, un'alternativa alle forniture di petrolio. Ma se l'Italia uscisse sconfitta ci troveremmo davanti a un osso succulento
circondato da cani bavosi che s'azzuffano; e come ha detto giustamente il capitano, qualcuno potrebbe aver gi messo gli occhi addosso al caro Achille: qualcuno che scorazzando sui mari ha pasciuto le proprie borse", concluse alludendo all'Inghilterra.
Demidoff lanci un'occhiata al cielo fuor di finestra mantenendo una gravit imperturbabile, poi disse: "Parli dando per scontato che usciremo vincitori dalla guerra".
"No, assolutamente! Ma sono convinto che, nella peggiore delle ipotesi, finiremo in ogni caso al tavolo delle trattative e non con Una resa senza condizioni".
"Va bene, ma uccidere Rougier! Via, sarebbe commettere un suicidio scientifico".
"Senti chi parla. Voi dei Servizi non sapete resistere alla tentazione di congelare cervelli in Siberia, e in un caso critico come questo sareste pronti a rischiare: piuttosto sequestriamolo prima che lo facciano altri".
I due uomini si fissarono con ostile fierezza, rimanendo separati da un silenzio sospeso; poi Repin intervenne, intromettendosi con un tono perentorio.
"Un delitto perfetto, invece! C'impadroniamo di tutti i progetti, se li troviamo; in caso contrario lo spremiamo a dovere e poi, accidentalmente, un giorno cade fuori bordo", sospir beato assaporando il piacere di quella sua conclusione.
Il feroce Demidoff scuoteva la sua testa calva e lucida, il suo insolito approccio umanitario non aveva fatto leva sul carattere risoluto e sanguinario di Repin che continuava a insistere deciso nella sua spietata proposta; quindi torn a rivolgersi a Usyskin.
"Perch fai quella faccia? Vedi? Non tolleri mai un parere contrario: quando accenno a qualcosa di risolutivo, pensi sempre alla mediazione; e questa volta che la mediazione  la scelta pi appropriata, proprio tu proponi una soluzione drastica. Valli a capire questi ufficiali di Marina!", cigol Demidoff alzandosi e mettendosi a girare intorno al tavolo con l'abituale aria di una belva in gabbia.
Usyskin ormai spazientito dalla brutalit di quell'essere, esclam con voce tagliente e assiomatica:"  questo il tuo limite: ritieni la mediazione un accessorio; e pensi che sia possibile costruire qualcosa solo sulle rovine di una distruzione; senza considerare alternative... creative. Purtroppo, in questo caso l'alternativa creativa  l'eliminazione del soggetto: ti dovrebbe piacere perch  il tuo divertimento preferito, ma vedo che tergiversi!".
"Avete fatto bene a studiare ingegneria. In politica non avreste fatto strada!", rispose Demidoff con una smorfia che rese ancor pi mucillagginose le sue grette labbra pendule.
Repin, che giudic immeritata quell'offesa, si irrit talmente che cominci ad agitare le mani per aria. Era un gesto abituale per lui ma solo con i pi deboli; tuttavia non riusc a trattenersi, e prese a gracchiare convulso un'arringa farcita di improperi, tanto che sul volto suino di Demidoff il sangue afflu copioso arrossandogli le guance. E mentre proseguiva nell'attacco, i suoi occhi ribelli continuavano a fissare Demidoff lampeggiando rabbia.
Demidoff e Repin erano proprio due selvaggi: avevano il sangue freddo dei rettili, e condividevano la passione di colpire e pungolare solo per il piacere di farlo.
Si accusarono reciprocamente di non essere capaci di fare l'interesse del Partito; mentre Usyskin, a sua volta, accusava ambedue di giocare con le parole e girare intorno alla sostanza. Il filosofo Usyskin era certo una persona sensibile e riflessiva. Di rado gli capitava di perdere la testa; e se ne stava avvilito, come perduto nel suo nobile sguardo ussaro, risentito per le ripetute accuse di essere un astratto. Si sforzava di trattenersi seduto per non saltare in piedi, ma sferrava un grande attacco alle loro posizioni con i suoi sfavillanti occhi nocciola. Le nobili fattezze del suo bel viso erano tese, ma sicure ed irremovibili, tanto che il perfido entusiasmo oratorio di Demidoff and liquefacendosi in un balbettio sbigottito dove anche i suoi occhi umidicci, inizialmente esaltati, andarono a smarrirsi. Anche l'impeto del pulcino rapace si spense lentamente. Tuttavia, confortato dal sottinteso sostegno di Usyskin, Repin pregustava il piacere del rinvio prolungato: come lo sciacallo che indugia nella sua serenata alla luna; tanto i leoni si allontaneranno, prima o poi, lasciando a lui i bocconi pi saporiti. Il silenzio cadde sopra di loro, conciliatore, ma presto torn a frantumarsi in schegge d'inquietudine, quando la stridula risata di Repin squarci
proprio nel mezzo quel silenzio, apostrofando il finale dell'infantile battibecco che continuava a schiumare. Infine, tornato calmissimo, accese di nuovo la pipa e riprese a fumare con gusto.
Demidoff ancora seccato ansimava con voce monotona e soffocata, come spenta dallo strato di grasso che gli fasciava il torace. Poi si volt e un guizzo di luce animalesca, ardente nei suoi occhi mollicci, tagli la stanza come un raggio di sole annunciatore di tempesta. Quindi, con la sua solita indolenza senza sentimento, tronc definitivamente qualsiasi obiezione: "Basta! Per ora stiamo al vento. Finch Rougier rimarr all'ombra dell'aquila romana possiamo controllarlo, forse anche gestirlo; ma voglio assolutamente evitare che passi sotto il leone inglese. Su questo siamo tutti d'accordo: sarebbe inammissibile! Ma sar in questo caso, solo in questo, che prenderemo in considerazione la proposta di eliminarlo".
Era una filosofia viva, sanguigna, eppur gelida nella sua calcolata spietatezza; e Demidoff la incarnava talmente che quella stessa strategia riusciva ad alterare i suoi lineamenti. La feroce logica del suo intelletto sfuggiva in parte ai suoi interlocutori che pur essendo abituati ai suoi piani mefistofelici, lo deridevano definendolo un demone. Infine concluse: "Bene, mi far portavoce delle vostre personali considerazioni al mio prossimo incontro a Mosca. Penso che per oggi sia tutto".
Ormai il giorno era al termine, e il sole basso sul mare invadeva la stanza convogliando i suoi raggi rossi lungo il viale.
Usyskin, che aveva la seriet di ogni gioco leale in cui il migliore vince secondo regole perfettamente comprensibili, anche se cruente, era sempre pi convinto che ci fosse qualcosa di medievale nella prepotenza e nella crudelt di quel despota. Il suo stesso processo mentale era medievale.
"Fate come vi pare", disse Usyskin apparentemente rassegnato. Ma nella sua voce c'era un tono di trionfo, tanto che, inconsapevolmente, si port la mano al cuore accennando un inchino, come se rispondesse agli applausi di una platea evocata dalla sua fantasia. Infine soggiunse: "Non ci sono limiti alle risorse di quell'uomo, e Moi pensate di trattarlo come un comune criminale da strapazzo".
La luce che il paralume gettava sulla parete cadeva soffice sul cuscino che portava ancora l'impronta scavata dalla sua testa. Le morbidezze della sua schiena nuda emergevano dalle lenzuola disfatte scolpite in vaghi chiaroscuri; e lei giaceva abbandonata sul petto dell'uomo inondato dal ventaglio dei lunghi capelli, neri come il mistero di quella notte ucraina.
Lui la accarezzava, facendo correre le dita nell'incavo dei suoi lombi, come in un arpeggio barocco.
"Cara Mihajlovna", sussurr con tono affettuoso chiamandola con il patronimico, senza il quale in Russia un cognome non  un cognome, "quanto ti agiti per la tua Madre Russia!". Ma lei continuava a respirare profondamente, con ritmo quasi infantile, persa nella voragine del sonno. Il sussurro del Direttore flu all'esterno rendendo pi gonfia l'inquietudine della notte che avvolgeva il porto di Odessa e i suoi quartieri: la notte sinistra e malinconica, la notte disperata, la cruda notte ucraina ammorbidita solo dalle calde forme di Anastasia ancora roride del recente piacere.
Quando con un fremito si svegli, uggiolando frasi sconnesse, un dolce sorriso le illumin il volto. Si alz e, ammantata di una splendida nudit, and a preparare una tisana. Lui guardava fuor di finestra il cielo stellato latore di terribili presagi. Immaginava, con una certa malinconia, le sordide strade buie scendere al porto come fogne: non trovava niente di pittoresco in quella citt, abbandonata al suo secolare mistero. La fissava senza vederla e corrug la fronte pensieroso.
Quando lei torn, avvolta solo dal vapore della tisana fumante), s'inginocchi sul letto e si accost la tazza alle labbra che si dischiusero come in una promessa.
Sal dal buio il latrare lungo di un cane.
Sopra di lui, il seno scultoreo di Anastasia vegliava rassicurante); si accorse che il corpo della donna fremeva, ma fece finta di nulla: non era una scossa di passione, ma un brivido di terrore.
Era una splendida giornata primaverile, tiepida e abbagliante
una di quelle giornate in cui il sole offende l'iride che volentieri si concede a un piacevole torpore; ma mutevoli soffi di brezza rendevano l'aria meno sonnolenta.
Il porto di Odessa era l, sotto i loro occhi distratti, affascinante e impenetrabile tra i vapori dorati della costa che spiegava le sue trame come un panneggio di falesia.
Ovunque si trovi, un porto emana sempre il fascino della propria vitalit. Il palpito dell'estremo avamposto sul fronte di un mondo misterioso che non  pi mondo, ma  mare: l'accesso a un orizzonte, del quale nessuno pu scorgere l'altro lato.  come l'abbraccio di una madre, che accoglie e protegge dal miraggio della marea e pall'enigma di lingue ignote che solo l s'intendono come per magia.
Tra le brume argentee della distanza, la sagoma azzurra del Tashkent spezzava l'accecante nastro del controluce. Annullava ogni prospettiva e assorbiva qualsiasi impressione di moto. Come un giocattolo cosmico, vegliava ispirando inquietudine; mentre il brusio umorale delle macchine ansimava sommesso come il respiro di un dio addormentato: come l'ansare che quasi non d suono. Doveva ancora imbarcare le artiglierie e quella sua incompiuta nudit gravava sopra la sua perfezione come un ripensamento.
Oltre il porto, il Mar Nero: un cupo bagliore. E laggi guglie biancheggianti salivano altissime in arabeschi evanescenti di nubi: Vaporose architetture campite di cielo che s'innalzavano oltre la quota dell'immaginabile. Presagivano l'approssimarsi dell'estate che si accingeva a scavalcare gli Urali; ma ancora l'arco del cielo non sbiadiva nell'afa, e le valli fiorite si dileguavano incognite tra le colline: la primavera indugiava, reggendo nell'aria il dolce profumo della propria esitazione.
I due ragazzi, sopra una panchina del parco, ammiravano il panorama ammiccare tra i cedri e le magnolie.
Il vento le scompigliava i capelli obbligandola, ogni tanto, a un sgraziato movimento del capo; solo le ciocche pi ribelli la costringevano a farsi scivolare le dita dietro le orecchie. Stava seduta mentre Attilio, sdraiato, appoggiava la testa sopra le sue cosce in un atteggiamento d'intima confidenza che la costringeva a un piacevole disagio.
Due gendarmi a cavallo trotterellarono davanti a loro indifferenti.
Riempivano di silenzio la bolla magica che li avvolgeva. Lei si chin per baciarlo alla radice del naso; lui schiuse gli occhi e perdendosi nella tenera fierezza del suo sguardo nocciola, esclam provocatorio: "Che slancio!".
Era un momento di estatica incoscienza: una terribile felicit presente sulla quale alitava lo spettro di un'ancor pi terribile lontananza futura. Attilio temeva di rovinare quel rapimento emotivo imbarcandosi in un contorto ragionamento; ma lei, persa nella paradisiaca assoluzione di un attimo, lo anticip esordendo: "Chiss che fine far tutto questo...".
"Che cosa?", chiese lui facendo finta di non capire.
Elsa si scosse scostandosi appena: "Tutto questo amore che va millantando".
"Come millantando?", disse lui risentito. Poi aggiunse sdrammatizzando: "Tornerai a Livorno con me e staremo sempre insieme"; ma lo disse rimettendosi seduto, con una nota di avvilito turbamento che vel la sua voce pacata.
"Vedi? Non sei serio. Non mi ami!".
Lui si concesse uno sguardo divagato e si scosse di dosso alcuni batuffoletti biancastri che il vento andava strappando dalle acacie vorticandoli fiabescamente nell'aria.
"Allora non verrai?", fu l'unica espressione che, riuscendo a filtrare dalla rigida impalcatura dei suoi pensieri, usc con voce strozzata in un sussurro.
"Non posso. Come faccio! Io... io sono una cittadina sovietica" rispose lei addolorata, ma non troppo. Poi prosegu con tono infantile: "Uffa, non hai ancora imparato a conoscermi, ma quante volte te lo devo dire?".
Quell'assalto, mascherato da bizza, suscit l'irreversibile irritazione del guerriero che alitava nel cuore di Attilio facendolo barricare oltre un muto rancore.
"Meglio cos", disse lui risentito e perentorio, "rimarr tutto congelato nella galassia degli amori perduti. Non avremo modo di litigare per i soldi, per i figli n per la casa. Non avremo modo di
litigare proprio per nulla", evidenzi con acrimonia, "e continueremo a campare nel ricordo di come sarebbe potuto essere. Sai cosa penso? Che l'unico modo per stare veramente insieme sia quello di lasciarsi".
Lacrime di disappunto e rimprovero salirono a galla dalla luce nocciola dei suoi occhi feriti, ma Elsa continu a sprofondare nel suo silenzio.
Attilio se ne accorse ma fece finta di nulla. Lei lo aveva attaccato : adesso, davanti a una sua proposta, si ritirava: ormai ce l'aveva Con lei.
Elsa si sistem la gonna e raccolse le gambe appoggiando i piedi Sulla panchina. Si strinse le ginocchia con le braccia e vi affond la testa.
Perch non riuscivano a capirsi? Parevano domandarsi, mentre si guardavano l'uno nel riflesso sconsolato dell'incertezza dell'altro.
Erano esaltati dall'amore e da tutto il resto, ma non riuscivano a trovare una chiave di lettura alla casualit della vita che li aveva fatti incontrare. Non riuscivano neanche a parlarsi, tanto avevano paura di perdere il terreno guadagnato e si sentivano avversari.
Attilio gi immaginava un'esistenza senza di lei. A quel pensiero seguiva la percezione di una lontananza spaventosa, tanto da dilatarsi in un immenso spazio vuoto: una voragine di vuoto. La desolazione di quel sentimento sfoci in una disperazione tale da mutare visibilmente l'espressione del suo volto.
Anche lei non diceva niente. Rimase seduta a ruminare i suoi pensieri, mentre continuava a guardare fissa il porto con lo sguardo inaridito: non c'era pi alcuna emozione nel castano lucente dei Suoi occhi, ma teneva la gola serrata in un dolore che Attilio avvert essere cos soffocante da sentirsi soffocare anche lui.
Si accorse che il fogliame verde e rigoglioso non era pi bello e riposante come prima, e che la luce del sole filtrante cominciava a irritargli gli occhi che avevano voglia di piangere.
Lo spettro di un sorriso amaro usc sulla sua bella bocca stretta nella morsa dell'irritazione; ormai i loro dolci pensieri da innamorati erano volati chiss dove tra le vette dei cedri.
Elsa scoppi in un pianto incontrollato, forte e senza ritegno. Quelle lacrime, appassionate e rabbiose, furono per Attilio una rivelazione. Avrebbe pianto anche lui ma in preda allo sconforto si accost e l'avvicin a s stringendola. Poi la baci. Prima sulla tempia, dove un serpentello venoso le spariva tra i capelli, poi le cerc la bocca: ma la trov passiva. Il suo corpo era privo di tensione e non manifestava alcun desiderio di cercarlo n di essere cercato quindi, dopo un ultimo azzardato tentativo Attilio si arrese e and ad arroccarsi all'estremit della panchina quasi fosse l'altra faccia della terra.
Fu la rabbia a farla alzare di scatto indispettita; ma come si trov in piedi Elsa si pent immediatamente di quel gesto. Avvert la lontananza di un distacco che pareva abissale, malgrado i pochi centimetri che la separavano da lui; ma ormai era in piedi e non avrebbe ritrattato. Aspettava un suo gesto: le spettava di diritto. Lui era l'uomo, e lei non poteva transigere sul rituale del corteggiamento: anche se avesse avuto torto, lui doveva tornare a cercarla. Sarebbe bastato che le tendesse una mano, che s'illuminasse di un sorriso e si sarebbe gettata tra le sue braccia. Ma lui non lo fece. Non fece niente.
Si volt stizzita. Ringhiosa. Offesa nell'intima essenza del suo orgoglio femminile. Gir sui tacchi con tanta ostilit che lui ne rimase seppellito ed ebbe appena la lucidit di dire, con un tono che graffi il silenzio come lo stridere tagliente di una lavagna: "Ci vediamo domani alla cerimonia. Dosvidanja!". Poi si allontan senza mai voltarsi indietro, quasi avesse paura di vacillare se avesse dato una sola occhiata a ci che lasciava dietro di s.
Attilio rimase seduto con le braccia conserte, stiracchi le gambe e annu con indifferenza. La guard scivolare tra i viali del parco al ritmo di quel suo felpato gattonare; sperava si voltasse, anche solo per un istante, ma lei non si volt: non si era mai voltata per lui, e lui sapeva che non lo avrebbe fatto mai. Ma continuava a fissarla, infliggendosi quel supplizio pi forte della sua volont; e prima che sparisse oltre la cancellata, cerc di trattenerla tra le palpebre, incapace di separarsi da una cosa che gi non esisteva pi.
Al suono della campanella il tram si mosse con un gemito metallico. Lei, seduta accanto al finestrino, trov il foglietto nella tasca e cedette subito alla curiosit di leggerlo. Lo apr e lo stese premendolo contro il ginocchio.
"Non per te, ma per il difetto all'angolo della tua bocca", c'era scritto come fosse un titolo; poi una mano precisa aveva continuato a lettere chiare, come a fugare il timore che nulla rimanesse incomprensibile.
Era tutta l la tua pi intima essenza. All'angolo della tua bocca, Come un pugile in guardia. Quel lato nascosto che proteggevi, Con l'insicurezza di un tenero difetto: Tragedia e commedia. Sempre contro:
contro il sorriso, contro il broncio!
Non hai ancora imparato a conoscermi,
Ripetevi sospesa.
Solo quel piccolo difetto,
Ignorava il tuo monologo.
Solo le tue gambe riuscivano a mentirmi,
Solo i tuoi occhi a sorprendermi
Nell'incertezza di essere una materia conosciuta
Che le tue mani facevano trasalire,
Oltre i pini, oltre la cala,
Dove la risacca ripeteva se stessa.
Solo ora rammento come ti fissai andare via
Nel miraggio di quel segreto.
Solo ora, rammento che ti voltasti per guardarmi di sbieco, Forse!
E colmare il vuoto di ogni bacio, come fosse stato l'ultimo. (Anzi il primo!)
Travolta da un'incontrollabile frenesia, Elsa s'aggrapp alla Campanella e giunta in prossimit della fermata salt dal predellino, mentre i freni del tram ancora stridevano in un lungo lamento. Poi cominci a correre.
Attilio camminava con lo sguardo basso, ripetendo quelle righe
che aveva scritto con ambizione veggente; e guidava un corteo di pensieri tristi immaginando l'espressione della sua sorpresa.
Elsa imbocc una scorciatoia che l'avrebbe condotta sulla strada per il porto. Sapeva che sarebbe salito a bordo, dove avrebbe cenato con l'equipaggio e poi, dopo una breve passeggiata tra le banchine!, si sarebbe infilato in cuccetta a leggere uno di quei suoi romanzi d'altri tempi, dove ussari in divise carta da zucchero con alamari luccicanti e spalline dorate si sfidano sul filo della sciabola per risarcire il torto di una parola mancata: accidenti a lui ed alla sua cocciutaggine pre-romantica.
La vide apparire come in un sogno: come solo accade nei film o nei romanzi. Lei si affrettava, ma quando lo scorse rallent fino a fermarsi nel momento in cui fu sicura che lui l'aveva vista. Ritta,
lo fissava in quel suo atteggiamento inconfondibile, lanciandogli un'occhiata lunga, avida e possessiva.
Per lui fu come se un fulmine gli avesse spaccato la testa. Tutto era cos strano e complicato, visto nello specchio deformante dell'amore, pens Attilio; ma non disse una parola, e nessuna parola venne pronunciata da lei.
Lui si avvicin sino a sfiorarla, poi chin la testa e la baci; questa volta Elsa gli gett le braccia al collo, avvinghiandolo come l'edera l'olmo.
La massa delle nubi che fino a poco prima saliva da occidente era svanita, lasciando il posto a un inconsistente nastro di foschia lilla che preannunciava il tramonto.
Il giorno svaniva, ma non svaniva l'esaltazione sentimentale dei due ragazzi che camminavano sbigottiti dall'intensit di un amore che li aveva portati in modo tanto curioso a stare insieme. Chiss se c'era un significato in tutto questo. Ma forse era l'eterno problema dei sentimenti: l'anarchia razionale conferisce loro una complessit alchemica, e forse nulla di pi.
La luce scarsa del crepuscolo ormai li inghiottiva, mentre lungo
il viale andavano accendendosi i lampioni. Elsa aveva intonato un'aria nota: canticchiava piano stringendogli la mano. Poi si volt verso di lui e chiese con un'incrinatura nella voce che cerc di mascherare con un colpo di tosse: "Che opera ?".
"Traviata", rispose lui soddisfatto e saccente trattenendosi con uno sforzo dal raccontare tutta la storia.
"Lo sapevo, stupido!", pugn lei dispettosa, sussurrando al suo orecchio inclinato che ancora una volta era caduto nella trappola.
L'alloggio di Elsa era piccolo, modesto ma accogliente.
Cenarono come se lo avessero fatto da sempre, l'uno di fronte all'altra nella luce tenue della sala. Lui si alz. Scost di peso la sua sedia e si sedette a cavallo delle sue cosce soffici, che sent eccitanti e frementi sotto di s.
"Mi sa che ora smettiamo di parlare", mormor cominciando a baciarla, mentre lei, sorridendo, tentava di organizzare un'inconsistente difesa. Le mani non indugiarono molto prima di trovarsi e anche le labbra s'incontrarono presto sulla frontiera di un richiamo ancestrale.
La teneva in braccio, girovagando per la casa in una sorta di mosca cieca, mentre lei protestava con le labbra sequestrate in un bacio ininterrotto. Finalmente indovin la camera e si abbandonarono sul letto aggrappati l'uno all'altra. Valicarono la propria dimensione reale, finch un gemito leggero le sfugg dalla gola, accompagnato da un'onda clandestina che la scosse dal profondo e sal a fior di pelle come l'eco pallida di una remota vibrazione.
Attilio ebbe appena il tempo di avvertire la commozione dei suoi occhi nocciola che ardevano, estasiati e ingordi, che lo percorse un brivido; poi si perse in un recondito stato di semicoscienza, senza rendersi conto di rimanere ancorato alla realt solo per il piacevole peso di quelle gambe rapaci abbandonate sopra i suoi lombi.
La camera squallida torn ad essere tranquilla nella fioca luce della lampada: gli intrighi e i pettegolezzi parevano cos lontani, come ancor pi lontano pareva l'infausto destino del loro amore; mentre parole date per immortali riempivano la notte indifferente ai soliti travagli umani.
Attilio aveva gettato lo sguardo oltre la finestra, dove una coltre umida ingoiava i sogni e le preoccupazioni. Era una sensuale notte russa, il tempo sembrava cambiasse e le luci incerte si confondevano nella foschia come sciolte nei loro stessi aloni giallastri. La macchia luminosa del porto palpitava al centro della baia. Attilio si chin su di lei per baciarle il ventre, mentre Elsa sussurrando gli chiese: "Quando ti sei innamorato di me?".
Attilio rispose di s. Era una risposta fuori luogo e lei si risent, ma non abbastanza da lasciar svanire la magica atmosfera di quel momento.
Elsa si alz vestita della sua perfetta nudit e lui torn a guardarla con una smania perversa e cannibale. Lei prese una sedia vi sal per cacciare una zanzara che le dava il tormento. Teneva in mano una pantofola e imprecava le sue volgarit russe, poi uno schiocco. Lei si volt, fiera e sorridente, mostrando il suo trofeo spiaccicato sulla suola. La luce dell'abatjour la scolpiva in una struggente bellezza esotica eppur mediterranea, e la sua ombra che correva proiettata dalla parete fino al soffitto la rendeva ancor pi irresistibile: e lui glielo disse.
Lei, convinta di essere presa in giro, gli scaravent contro la sua arma infallibile, poi esclam trionfale: "E due!".
I bassi fondali della Crimea avrebbero impedito a qualsiasi nave la possibilit di esprimere le massime prestazioni; tuttavia il Tashkent, nonostante l'assetto modificato per l'assenza di armamento, super senza difficolt i quarantacinque nodi(6): un primato che per motivi di riservatezza non venne mai registrato ufficialmente.
Il tempo reggeva, il mare era buono e l'incrociatore rispondeva nel migliore dei modi a qualsiasi prova; infine, il Tashkent venne consegnato alla Marina sovietica, e pass alla storia come le opere che vincono i secoli. Era il 6 maggio 1939.
La nave era ormeggiata all'inglese(7). Austera, astratta, imponente e inaccessibile, inondata di sole si stagliava contro il cielo
respirando un'aria fantastica separata dal mondo. Il vento scuoteva l'immenso tricolore issato a poppa, e il gran pavese stormiva come un frullo di ali variopinte.
Sulla banchina, di fronte a una piccola tribuna, si fronteggiavano i due equipaggi: quello italiano che aveva condotto la nave e quello russo che l'avrebbe presa in consegna. Da un lato la fanfara in alta uniforme che, di tanto in tanto, si lasciava scappare lo scintillare maldestro degli ottoni. A bordo era schierato il picchetto d'onore. Tanti soldatini immobili che parevano un gioco di bimbi, il tappeto rosso sulla banchina grigia e la nave azzurra: sopra a tutto,
I tricolore che continuava a dimenarsi in schiocchi convulsi come
il volersi liberare nel cielo.
Giunse un'automobile nera. La banda attacc una marcia solenne: l'inno della Marina. L'ammiraglio comandante del porto si avvicin e apr la portiera, poi si irrigid meccanicamente nel saluto militare. Ne scese un ometto sommerso dalle decorazioni e da un colbacco di agnello bianco come i suoi guanti, subito assalito da un nugolo di vassalli nell'affanno di guadagnarsi se non un sorriso almeno uno sguardo compiacente: era Nikolaj Gerasimovic Kuznecov, appena nominato Commissario del Popolo per la Marina e Comandante in capo di tutte le forze navali sovietiche.
Kuznecov pass in rassegna i due equipaggi, lanci alla nave Un'occhiata rapida ma soddisfatta, e prese posto sulla tribuna circondato da alte cariche civili e militari; tra loro spiccava l'elegante profilo del Rougier.
Le mani del maestro disegnarono due parentesi nell'aria e la musica cess all'istante.
L'ammiraglio comandante del porto pronunci il suo discorso Sopra un piedistallo preparato per l'occasione. La sua minuta figura, snella e diritta, spirava tanta energia da contrastare paradossalmente la pugnace espressione del suo volto impenetrabile.
Cosa disse, naturalmente Attilio non lo cap; ma dalla musicalit dei toni, quando battaglieri quando placati, immagin che Esprimesse l'orgoglio delle grandiose prestazioni raggiunte dal Tashkent, e il successo ottenuto dalla florida collaborazione italo-sovietica. Con la sua magniloquente prosopopea ricord che le prestazioni della nave avevano superato ogni aspettativa, e che gli eccezionali risultati ottenuti in Italia erano stati confermati nel Mar Nero con equipaggio sovietico il quale, pareva volesse precisare come a sottintendere la supremazia di un'innata capacit, era ancora in fase di addestramento.
Attilio ebbe la sensazione che nelle vene di quell'uomo ribollisse un antico sangue guerriero; e mentre l'insolito colore del Tashkent torreggiava impassibile, i suoi toni agguerriti echeggiavano minacciosi in visioni di epiche battaglie, nelle quali lui stesso credeva di poter rivivere la gloria di una stirpe passata. Dalla sua figura minuta, in pieno assetto di guerra, traboccava la soddisfazione di aver finalmente conquistato la certezza di poter combattere, se un domani ce ne fosse stato bisogno, con una flotta che riacquistava uno splendore antico e meritato. Ogni tanto si voltava verso il Commissario del Popolo per la Marina e Comandante in capo di tutte le forze navali sovietiche, il quale dalla sua postazione assecondava quelle parole con un compiaciuto cenno del capo che il colbacco bianco amplificava rendendolo ben visibile.
Questo Attilio poteva immaginare, seguendo con la fantasia i suono ermetico di quella lingua indecifrabile. Tuttavia, si sentiva tronfio di orgoglio e fiero di aver partecipato a quella missione.
In realt Attilio non conobbe mai il contenuto di quel discorso: infatti, quando chiese ad Elsa dei commenti, lei lo liquid con un perentorio: "Retorica!". Ma il giovane era rimasto cos impressionato dalla teatrale oratoria dell'ammiraglio, che volse la stessa domanda al Direttore, il quale senza degnarlo di considerazione, lo gel con un medesimo: "Retorica!".
Al termine l'ammiraglio comandante del porto nomin il Direttore.
Gli sguardi si voltarono verso di lui: aveva un portamento esuberante e grave. Nato per sguazzare nei cerimoniali, pareva non avesse et e non conoscesse imbarazzo.
Attilio incontr per un attimo il suo sguardo. Il Direttore sorrise accennandogli un saluto: aveva un'espressione calda, quasi ardente; e come in una rivelazione mistica, da quella espressione il
ragazzo comprese molte cose di cui, fino a quel momento, aveva sentito favoleggiare.
Si esauriva cos il genio del cerimoniale sovietico; e squilli di fanfara annunciarono con efficacia il tanto atteso cambio di bandiera.
Al comando perentorio della voce rauca dell'ammiraglio comandante del porto, tutti gli uomini si schierarono sull'attenti
insieme a loro, assolutamente insieme, il picchetto present le armi con un crepitio metallico al quale segu un silenzio fisso e impenetrabile. Anche il dibattere del tricolore, che si drappeggiava tempestosamente nel cielo, appariva adesso remoto.
Segu il fischio lungo e articolato del nostromo. Aveva una forza pura e si allarg senza confini fino a scuotere anche l'immobile cancellata delle baionette; poi, al suono della Marcia Reale, il tricolore inizi la sua lenta discesa, salutato col braccio teso dall'equipaggio italiano. La bandiera ammainata fu piegata con gesti meccanici e solenni, poi venne consegnata a un marinaio mentre i suoi connazionali salutavano alla voce il Re-Imperatore e il Duce.
Si fece avanti un marinaio russo con la bandiera sovietica, accuratamente ripiegata sopra un vassoio. Il nostromo la assicur alla sagola; poi al cenno dell'ufficiale di picchetto la offr al cielo, liberando il suo volo scarlatto nell'aria accecante. La fanfara inton l'inno sovietico e l'equipaggio cominci a cantare con un coro intenso e marziale. Quando la bandiera giunse a riva si distese nel suo splendore scarlatto e le note dell'inno si attardarono sulle battute finali; allora il coro si sciolse in grida di gioia che dilagarono mescolandosi alle ultime note.
Era una scena emozionante, da raccontare la sera a cena, intorno al tavolo mentre il palpito del focolare orchestrava ombre danzanti sulla parete.
La fanfara si allontan, sparpagliando note accentate sul rullo pinato delle percussioni. Attilio segu con lo sguardo quel caracollare bovino; poi anche il baleno degli ultimi ottoni svan alla sua vista.
La tribuna si era svuotata e al seguito di Kuznecov andava affannandosi quella piccola corte di sudditi che s'improvvisa sempre intorno ai personaggi di una certa condizione. Qua e l scintillavano decorazioni e sorrisi compiacenti; e, come se i colbacchi e i berretti bianchi fossero una naturale efflorescenza del porto, ogni tanto ne spumeggiava uno nuovo, s'inchinava davanti al Commissario del popolo e si ritraeva per essere nuovamente ingoiato dagli altri.
Era una processione che si snodava per salire a bordo della nave che, come un'arca misteriosa, stregava la curiosit di gente dispersa.
Il Direttore guidava la visita.
"Permettetemi di condurvi in casa vostra!", disse con tono cortese al comandante Kuznecov, che alla traduzione dell'interprete sorrise lusingato. I due continuarono a dialogare senza parole, con quella espressivit di gesti e d'intenti che lancia la sintonia di spirito oltre l'ostacolo della comunicazione e sottintende l'atavico bisogno dello scoprire e del fraternizzare: per Attilio era come vedere capitan Cook al cospetto dell'imperatore Maori.
Alcuni visitatori erano molto preparati sul progetto, tuttavia nessuno era immune da uno stupore senza posa. Se qualcuno poneva delle domande, queste erano sempre acute e pertinenti. Rougier rispondeva con tono sicuro, suscitando ogni volta l'accondiscendenza di Kuznecov, il cui mellifluo sorriso russo scintillava con denti sguaiati, mentre farfugliava soddisfatto squamose espressioni che suscitavano la divertita condiscendenza del suo seguito.
In sala macchine un anziano ufficiale chiese il permesso di fare una domanda. Non conosceva altra lingua che il criptico dialetto delle regioni orientali, e con quella chiese un qualcosa riguardo alle curve di regime e chiss quale altra diavoleria termodinamica: lo si capiva dai gesti che disegnava nell'aria. C'era qualcosa di ostile nel suo sguardo, oppure solo una remota ruvidit ereditata dall'avarizia di una terra che lo aveva allevato a gelo e patate. In qualsiasi altra circostanza la conversazione sarebbe morta subito ma il Direttore seppe rispondere mantenendola viva, e riusc a farlo strappando all'ufficiale un sorriso soddisfatto.
Il Direttore ovviamente non aveva compreso la domanda, ma ne aveva intuito il senso; forse quell'uomo, come lui, era un innamorato perso della scienza: lo suggeriva il tipo di quesito che solo un
attento studioso avrebbe potuto formulare. E lui riusc a strappare quel sorriso seguito poi dalle grasse risate dei suoi rigidi colleghi: era stato come far ridere degli orsi polari, e in quel momento parve ad Attilio come il pifferaio della fiaba.
Nei giorni che seguirono la nave continu a uscire. Era chiaro che i russi volevano approfittare della presenza degli italiani per completare al meglio l'addestramento; infatti, con centodieci uomini di equipaggio rispetto ai quattrocentocinquanta previsti, la nave percorse oltre duemila miglia in condizioni meteo marine favorevoli, superando i requisiti previsti dalle specifiche, e conquistando ancora una volta l'ammirazione della Marina sovietica che rinnov i complimenti e le manifestazioni di stima all'ingegner Rougier.
Un giorno cominciarono le partenze. I primi tecnici salirono sopra un treno per l'Italia, gli altri sarebbero rientrati via mare dopo aver compiuto l'ultima missione.
Il mare accolse il Tashkent con un vento da sud inquieto e intenso. Accennava a calare poi tornava a sferzare le onde con violente frustate, arruffando ritrose di schiuma. Il mare, come liberato dal morso, cominci a scuotersi in ogni direzione rigurgitando abissi, le nubi avanzavano ingoiando l'orizzonte, nere, bordate di arcobaleno. Qua e l, sparsi piovaschi tracciavano grigie fasce oblique, rotte di tanto in tanto dal bagliore frastagliato del lampo.
La nave avanzava indifferente nel mare in burrasca.
"Tanto mare e poco vento! Un tempo come questo tra Corsica e Montecristo, darebbe buriana in meno di un'ora", sentenzi il nostromo occhieggiando oltre l'obl. Ma gli elementi, che pi dell'uomo si comportano con coerenza, non lasciarono passare mezz'ora per confermare quella previsione.
Il mare scaravent contro la nave un'onda gonfia di rabbia, come un guanto di sfida. I tuoni ululavano e l'aria nera inghiottiva la lastra grigia del cielo in strappi di baleno. "Hai visto?", disse il nostromo tutto soddisfatto al russo che gli stava accanto fissandolo interrogativo, "cambiano i suonatori, ma la musica  sempre la stessa!".
Dai boccaporti entrava l'alito profondo del mare, come un ansare grave e tormentato.
Quell'aria temporalesca inebriava Attilio come un liquore salmastro: forse erano le zaffate di combustibile sparse nel vento a farlo sentire stordito, ma era uno stato di piacevole semicoscienza che attenuava la paura di perdere lei.
"La superba unit ha coronato ieri l'altro le ultime prove compiendo una magnifica corsa alla massima velocit sulla rotta tra Odessa e Sebastopoli, e ritorno. Trecentocinquanta miglia complessive, navigando con mare agitato ad una velocit di crociera di quarantadue nodi senza il minimo inconveniente", avrebbe annunciato la testata del Corriere di Livorno dopo un paio di giorni.
La missione russa era terminata; e finalmente, la motonave Giuseppe Orlando avrebbe fatto rotta verso Livorno per ricondurre l'equipaggio italiano in patria. Era l'11 maggio 1939.
Quel soggiorno era stato bellissimo ma oppresso dall'idea della separazione.
Nel parco, l'effluvio degli oleandri addolciva l'aria. Erano gli stessi alberi che ornavano il giardino della scuola che Attilio aveva frequentato da piccolo, e fin da bambino quell'odore ambasciatore d'estate e di vacanze destava in lui un gradevole senso di fiacca.
Sedeva come d'abitudine sopra la solita panchina. Da quella si godeva il panorama del porto; ma lui teneva gli occhi chiusi, e con le mani dietro la nuca si era abbandonato a un'inspirazione profonda che lo conduceva al pensiero di lei.
Elsa infondeva un'enigmatica irresistibile attrazione; e lui, a forza di starle vicino, si sentiva assuefatto alla sua presenza. La sua lontananza gli provocava sofferenza, ed era terrorizzato dalla consapevolezza di non poterne farne a meno.
Un tiepido odor di stalla interruppe quei pensieri, annunciando con puntualit la ronda pomeridiana. Avvert il caracollare sopraggiungente dei cavalli che scendevano lungo il sentiero di terriccio: parevano danzare con pazienza infinita sulla punta degli zoccoli.
I due gendarmi sfilarono con le loro uniformi di panno e le bandoliere di mascarizzo, accompagnati dal tintinnio delle sciabole e dei finimenti. Anche loro godevano di quel sole primaverile. Gli rivolsero un cenno di saluto, che lui ricambi con un sorriso gentile; ma non fu una distrazione sufficiente a lenire l'esasperazione che suscitava in lui l'incombente scadenza di un termine. La consapevolezza di un futuro lontano da lei, anzi, senza di lei, lo aveva scagliato in un abisso di desolazione. Gli sarebbero mancate quelle interminabili chiacchierate, le risate sbrigliate e l'inconcludente disarticolarsi dei loro discorsi filosofici; e mentre annaspava in quella solitaria desolazione avvert la sua presenza. Forse da un po' di tempo se ne stava l, ritta, a fissarlo in silenzio, in attesa che lui se ne accorgesse.
"Ciao!", squill radiosa come sempre.
Lui sorrise tristemente, rendendosi conto di come quella visione provocasse in lui una scossa ogni volta; poi senza manifestare alcuna emozione chiese: "Come mai questo ritardo?".
"Mi ha convocato l'ingegner Repin".
"Ah!", disse sorpreso, "cos'hai combinato?".
"Nulla!", esclam trasformando il sorriso che teneva sulle labbra in un raggio di sole: "Torno a Livorno per la traduzione delle icnonografie".
Elsa gli rifer il colloquio con Repin, mentre lui ascoltava con gli occhi inumiditi dalla commozione. Si tenevano per mano: lei parlava con una serenit che lui ancora non aveva conosciuto e le parole li portavano lontani, facendoli correre su quella lama che separa il raro torto di vivere felici dalla condanna di sopravvivere infelici.
Sulle loro fantasie splendeva la gloria di un sole tipicamente russo che pareva iniettato di sangue.
Il lontano promontorio che arginava la baia e l'antica fortezza che lo sovrastava si erano furtivamente avvicinati sfruttando, come l'abitudine, l'inganno vermiglio del crepuscolo. Se il tramonto fosse durato abbastanza avrebbero raggiunto la citt, ma come sempre la notte sarebbe sopraggiunta in tempo, permettendo al buio di ricondurli al loro posto.
Un nibbio volteggiava imparziale sopra le loro teste. Il cielo era una cascata di fuoco; poi l'ultimo raggio di sole avvolse il mondo
con invincibile disinteresse: ma li trov avvolti in un abbraccio pi luminoso e invincibile del suo.
"La spedizione di dirigenti, tecnici, e maestranze del Cantiere OTO, che ha consegnato il velocissimo Tashkent prende oggi, sabato, la via del ritorno in patria.
Nel pomeriggio di oggi arriver la motonave Giuseppe Orlando. Ieri la nave ha doppiato lo stretto di Messina"(8).
La traversata dello Ionio fu accompagnata da una notte serena piena di stelle e di pace. Solo verso mattina, un vento molesto dissip nell'aria un senso d'appiccicaticcio, e una temperatura fuor luogo sal all'improvviso.
L'aurora avrebbe dovuto gi dare un segno di s, ma intorno regnava solo il buio: unico chiarore, il fievole ammiccare degli strumenti in plancia. Attilio si aspettava di scorgere le coste italiane, invece il mondo cambi volto: il mare apparve di colpo sconfinato e lui si sent infinitesimale. Il latrato del vento saliva uggioso, mentre il piccolo bastimento rispondeva gemendo agli assalti delle onde che le prime luci rendevano brunite.
La nave si scuoteva come un cavallo imbizzarrito. Il sole che s'indovinava sorgere a poppa rampicava un cielo livido e gonfio; ma non fece in tempo a sbiadire le ultime stelle che gi un drappo di cenere le aveva divorate.
Il vento mugolava inquieto ed inquietante: era il suo cerimoniale preambolo. Annunciava la prima gigantesca ondata che puntuale arriv impennandosi davanti alla murata e si abbatt liturgicamente inondando il ponte di furia.
Tempaccio come quello Attilio non ne aveva mai visto, ma ne aveva sentito parlare; e ogni volta gli era sembrato sempre molto esagerato, e pens a quanto sarebbe apparso esagerato lui, raccontando quell'avventura: se fosse sopravvissuto.
L'alba stava spuntando riluttante, insinuandosi fredda e impietosa nelle ossa degli uomini e nelle lamiere della nave: Attilio rabbrivid.
Mare e cielo, cielo e mare: tutto era ruggito di tempesta, e l'orizzonte fuggito chiss dove. Il mare correva in burrasca. S'avventava contro il mascone, riversando sul ponte scrosci di fragore e vortici di furia; ma la nave resisteva. Afferrata, sollevata, sbatacchiata, risucchiata, senza dare tregua al tormento della chiglia stremata, resisteva. Era un tempo che ingoiava uomini in mare e lasciava vedove in terra. Era il finimondo: i tuoni rimbombavano e la luce vivida dei lampi rischiarava il ponte dove la pioggia spazzava bestemmie e preghiere.
La paura svan quando Attilio si accorse che era talmente grande da non poterla pi misurare n contenere nella dilatazione di un tempo che non passava mai.
Il nostromo si accorse che il ragazzo tremava, e gli ordin di scendere in cabina; lui obbed, infilandosi gi per la scaletta e rendendosi conto di quanto fossero insufficienti due sole mani. Incontr un marinaio che mangiava pane e salsiccia, tenendo in bocca uno scorcio di sigaro. Attilio si sent mancare, e per poco non svenne quando l'odore d'aglio gli afferr la gola.
"Non mi sembri tanto in forma ragazzo!", pontific il marinaio con occhi pietosi.
Attilio non lo ud nemmeno. Ebbe appena la forza di gemere: "Quanto durer?".
"Forse fino a stasera! Ma il barometro comincia a salire", rispose con una flemma che prevedeva una certa incoraggiante delicatezza; poi, allontanandosi, aggiunse con clinica indifferenza come prescrivesse una medicina: "Ma cerca di dormire, senn a stasera non ci arrivi! Con questo tempaccio si soffre anche noi che siamo un po' pi abituati".
Attilio avvert un esondante odore d'aglio che lo prese sottobraccio e lo aiut a scivolare in cuccetta. Avrebbe vomitato ancora, se ne avesse avuto la forza, ma si rincantucci con le spalle alla paratia dove sentiva scuotere le onde; poi il peso di una coperta calda e soffice copr tutto con dolcezza materna.
Ogni volta che stava per addormentarsi qualcuno entrava dal boccaporto, e con lui la furia del vento. Udiva scivolosi passi accorrenti seguiti dall'urlo della burrasca che s'infilava nella pancia della nave dove ruggiva dilatando la bolla puzzolente di nafta che vi dimorava. Era un ululato straziante, soprannaturale: profondo, acuto, ininterrotto e pieno di angoscia. Niente avrebbe potuto consolarlo, niente avrebbe potuto in qualche modo farlo smettere: al meno a questo mondo.
Nei radi barlumi di conoscenza, Attilio pensava a quegli uomini accecati dal sale che lavoravano senza tregua per far uscire la nave dalla tempesta. Sentiva le loro voci remote urlare ma senza disperazione; e ammir la volont combattiva di quella gente che non si arrendeva agli elementi.
Ormai non pensava pi a nulla. Tutte le sensazioni si erano sciolte nel malessere insostenibile di nessuna sensazione.
"Signore proteggimi, che il tuo mare  tanto grande e la mia barca tanto piccola", si ramment di aver letto a bordo di un peschereccio: si fece il segno della croce e cadde sfinito in un sonno profondo.
Intanto, l'equipaggio sfidava il ruggito del mare, insensibile alle ventate taglienti e agli scrosci gelati. Insensibile al pensiero che volava verso casa, dove un cuore di mamma supplicava un santino per proteggere chi bestemmiava intabarrato in un pastrano cerato, rigido come uno stoccafisso.
Quando Attilio apr gli occhi, la Giuseppe Orlando aveva doppiato lo stretto di Messina. Navigava nel blu familiare del Tirreno, spinta da un libeccio gagliardo: ancora un giorno per entrare a Livorno.
Avrebbe ritrovato Elsa e gi la immaginava, ritta sulla banchina, che lo aspettava sotto il gelso con quel suo enigmatico sguardo di gatta. E sulle ali di quel dolce pensiero si accorse di essere affamato.

Note.
4. Oltre ottantacinque chilometri orari.
5. Il Corriere della Sera, 15 marzo 1939.
6. 45,32 nodi per 160.000 cavalli.
7. Parallelo alla banchina.
8. Il Giornale d'Italia, 25 maggio 1939.


Capitolo 4.
Marilli: le ali della fantasia.

Vissi d'arte, vissi d'amore, non feci mai male ad anima viva!
Tosca (Atto II), G. Puccini.

La sirena annunci la pausa tanto attesa.
Il locale della mensa era ricavato all'interno dello scalo Morosini e faceva una certa impressione vedere gli uomini nutrirsi nella stessa struttura che sosteneva la nave in costruzione. Una suora avanzava frusciando, e schiudeva un sorriso sui denti perfetti ogni volta che versava il minestrone nelle scodelle.
Armando, un anziano maestro d'ascia, divor in fretta il suo pasto e poi usc, salutando con gentilezza le sorelle che si affaccendavano tra i tavoli come bianche farfalle.
Quasi ogni giorno, alla stessa ora, si ritrovava con altri compagni davanti alla porticina di un capannone abbandonato. Da mesi seguivano i lavori alla barca del Direttore, che era ormai prossima al varo, e non avevano alcuna intenzione di perdersi le finiture: ammesso che il maestro Garfagnoli concedesse loro di entrare. Era un tipo particolare, quel maestro Garfagnoli.
Non era un dipendente del Cantiere; ma le dimensioni della Marilli erano immense per il suo laboratorio, uno stambugio appestato di ragia dal quale uscivano capolavori.
Armando entrava sempre per primo: era evidente che tra i due maestri d'ascia esistesse una certa confidenza. Gli altri restavano fuori, aspettavano che Armando si riaffacciasse; e solo dopo un suo cenno entravano anche loro, in fila, avvolti da un silenzio liturgico.
Si radunavano in disparte, accanto a un fiasco, muti e solenni. Le loro teste spuntavano dalla penombra come quelle delle rane che curiosano a pelo d'acqua in uno stagno, e solo ogni tanto uno scorcio di sigaretta ammiccava nel buio. Una cascata di sole filtrava
dal lucernario e ricadeva sopra lo scafo in un fascio di polvere d'oro tanto soffice da non produrre ombra.
Una barca era sempre stata il loro sogno; l, in quella magica penombra, il sogno si faceva pi reale, come quelli dai quali non ci si vuol svegliare. Discutevano sottovoce di certe questioni tecniche, ma solo per il gusto di farlo, come fosse una convenzione e amavano fantasticare. Si mormorava che il Direttore l'avesse progettata insieme al Vezzi. Li ritenevano due menti geniali e, come spesso accade nei dualismi, c'era tra loro chi prediligeva le capacit dell'uno rispetto a quelle dell'altro.
C'era senz'altro qualcosa di magico in quella barca, qualcosa di affascinante e indecifrabile. Proprio cos: quando il fascino di una barca si impadronisce di uno spirito, non lo lascia pi. Rimane sempre qualcosa che lo lega a lei: ed  certo un legame dannato. Forse perch, come tutte le creature femminili, anche la barca non  solamente e veramente dolce, ma cela un richiamo occulto, troppo spesso pericoloso.
Marilli possedeva il dono di infondere l'illusione. Stava immobile e immutabile come l'orbita di una stella; eppure, con le sue forme di puledra, dava l'impressione di poter sgroppare sulle creste delle onde anche stando ferma sull'invasatura dentro il capannone: dava il senso della libert e della poesia. Forse era quello il sogno.
Era il vanto di tutti loro, perch niente di essa apparteneva a nessuno di loro. Era semplicemente un'opera d'arte, e come tale non aveva propriet se non quella universale.
Ogni tanto, proprio sulla quieta ora di pranzo, il Direttore faceva la sua fugace comparsa. Loro salutavano con educata deferenza e lui altrettanto educatamente rispondeva, senza negare un complimento a ciascuno. Saliva a bordo per una scaletta vacillante assicurata da una cordicella; e spariva nella pancia della barca come Giona ingoiato dalla balena. Il bisbiglio ovattato della sua voce trapelava dalle pareti dello scafo, e gli operai cercavano di immaginare l'argomento decifrandone i toni. Poi l'utensile dell'artigiano riprendeva il suo canto, e il Direttore ricompariva in coperta. Scendeva dalla scaletta svelto come un gatto, e passando accanto a loro li rimproverava per essersi alzati di nuovo in piedi.
Aveva l'abitudine di dare a uno dei pi giovani una stecca di sigarette russe perch le spartisse; e lo faceva sorridendo, poich sapeva che quell'Ampelio le avrebbe cedute al suo amico Zembo: l'unico, in tutto il Cantiere, capace di fumare quella porcheria russa trinciata grossa (pareva avesse fumato anche l'imbottitura di un materasso durante un "soggiorno" ai Domenicani).
Gli operai non perdevano occasione di manifestargli il loro affetto con dignit nobile e poco incline alla mercificazione. Erano i veri protagonisti del Cantiere, gli operai infaticabili, e lui lo sapeva: racchiudevano nelle loro mani ingegnose la gloria del lavoro e della fatica. Era gente mite, in parte rassegnata e impermeabile alle complicate ragioni della politica, ma che sentiva ancora scorrere nelle vene l'anima libera dei pirati: erano figure intagliate nella roccia salmastra della passione. Sagome bizzarre di scogliera.
Prima di uscire il Direttore rivolgeva alla barca un ultimo sguardo, obliquo e sollecito, come a nascondere il dispiacere per un distacco sofferto; poi abbassava la testa e richiudeva la porticina alle sue spalle.
Un giorno, Attilio entr con Elsa nel vecchio capannone.
Nell'aria ovattata ispessita dalla polvere ristagnava l'aroma catramoso delle vernici. Una lama di luce fendeva l'oscurit, e ricadeva sopra la barca come un riflettore sull'eroina di un melodramma: pareva nata da un soffio di scogliera.
"Bellissima!", esclam lei sgranando la luce nocciola del suo sguardo.
"E non  ancora finita", rispose lui, col tono di uno che la sa lunga.
Al suono di quelle voci, si affacci da un boccaporto la testa ossuta e piumata di un ometto. Era il maestro Ezio Garfagnoli.
Minuto e scontroso, aveva due occhietti grigi resi spigolosi da un'esistenza braccata.
Era un essere ruvido e libero che amava la sua indipendenza. Una specie di nume severo e irraggiungibile; e lo sembr ancor di pi quando un raggio dorato piovve sopra di lui, facendo brillare sulla sua fronte un piccolo astro luminoso.
Si diceva, col tono sussurrato della leggenda, che insieme al Vezzi avesse escogitato certi ignoti sistemi che permettevano di realizzare barche esclusive e incomparabili. Si diceva anche che avesse stretti rapporti con la famiglia Ciano: ma erano rapporti controversi. La sua fede socialista gli era costata l'incendio del laboratorio, e per quel motivo, ormai, lavorava sempre pi spesso in Cantiere.
Indirizz ai due giovani un'occhiata tagliente. Teneva in mano un pennellaccio il cui odore offendeva le narici e ricordava quello del cinema appena aperto; poi, abbozzando un sorriso, disse col tono di uno che stava aspettando una visita da tempo: "Venite... salite a bordo".
La coperta, ancora nuda e profumata, assorbiva i loro passi in sussurri ovattati. Si accorsero con stupore come il mestiere di quell'uomo fosse un'arte antica: colava sopra di lui, forse da lui sgorgava, come un distillato di secoli lungo le rotte del Mediterraneo.
Ma in quei mesi il Mediterraneo ribolliva d'inquietudine. Gli ambasciatori s'incontravano quotidianamente, e regnava nell'aria l'oppressione di una cappa indissolubile. Il rapporto tra Italia e Francia si faceva sempre pi burrascoso, e lentamente il logorio tra i due Paesi andava trasformandosi in conflitto.
In Cantiere prevaleva un atteggiamento di timorosa indifferenza nei confronti della politica tenuta da Mussolini. Si percepiva, tuttavia, una certa simpatia nei confronti di Galeazzo Ciano, e molti riponevano in lui una profonda fiducia.
Purtroppo ogni speranza era destinata a essere disillusa; e il cielo premonitore di quella sera pareva presagire con un malvagio barbaglio il baratro in cui, da l a un anno, l'Italia sarebbe stata condotta per mano.
I due ragazzi avevano trascorso il resto del pomeriggio al porticciolo e adesso, ancora abbracciati sopra un letto di reti, ammiravano lo spettacolo del tramonto.
Lei appariva malinconica: fra poco avrebbe compiuto gli anni, proprio per il solstizio; mentre lui, l'indomani, avrebbe accompagnato il Direttore in Capitaneria di Porto per immatricolare la barca che come stabilito si sarebbe chiamata Marilli.
Per le barche il nome significa qualcosa. Risiede in quello un potere magico: una parola che non  conversazione n un fiato di vento, ma un sentimento; un'espressione rituale che agisce e che resta per sempre, almeno nel cuore, come un tatuaggio.
Il sottufficiale dietro il bancone si sarebbe fatto ripetere il nome due volte prima di annotarlo sul Registro Navi e Galleggianti, quindi avrebbe apposto con pompa una rumorosa successione di timbri sulla pagina ingiallita.
Infine avrebbe esclamato con tono liturgico: "Marilli, cutter da diporto. Al numero 3931 del 20 giugno 1939!"; finch il tonfo solenne dell'ultimo timbro avrebbe suggellato per sempre il battesimo della burocrazia.
Elsa soffoc un singhiozzo; mentre Attilio ancora distratto, guardava verso Provenza le nubi di una burrasca che si andavano ammucchiando chiss dove. Quando si volt verso di lei, Elsa si era calmata e non c'era pi traccia della scorreria che le aveva saccheggiato gli occhi.
"Perch ti amo cos tanto? Eppure, eppure... accidenti a quando sono venuta a Livorno", andava mormorando senza capacitarsene indispettita dalla rabbia. Poi aggiunse: "Di questo devo proprio darti ragione!".
Stettero seduti a lungo, in silenzio. Lei pensava senza alcuna speranza e lui rifletteva invece sul modo di trattenere quell'amore prima che svanisse. A un tratto si alz di scatto, e lui si sent strappare dal cuore il filo che li teneva legati.
"Ci vediamo", disse senza alcuna inflessione nella voce, se non quella di una mesta amarezza. Si scosse la gonna con quel suo modo abituale che quella volta parve ad Attilio ancor pi grazioso, e si allontan; ma fatti pochi passi si volt, inaspettatamente. Pareva volesse aggiungere qualcosa, come avesse avuto un ripensamento. Tuttavia, rimase di quello solo un triste sorriso che le permise a malapena di soggiungere: "Ciao!". Poi svan nell'oscurit con il suo passo felino, lasciando il ragazzo in uno stato di prostrata desolazione. Assaporava uno strano gusto della vita, il suo aroma
pungente e quel senso d'infinito che solo l'aria della sera pu indurre: era un gusto dolce amaro. Forse pi amaro che dolce.
Avvertiva l'odore dell'erbetta muffita in cima alla scogliera e immaginava la distesa luccicante del mare al chiaro di una luna sopraggiungente. Tutto divampava e splendeva di una luce triste: era l'eccesso della immota luce dell'amore.
Rimase ancora un poco a fissare il crepuscolo rantolante, poi s'incammin trainando la bicicletta per il manubrio. Pass accanto ad un pescatore che riconobbe in lui quel giovane che aveva amoreggiato per ore con quella bella ragazza passata poco prima. Si tolse la pipa di bocca e sentenzi: "Oggi ti  andata bene, caro mio!".
Attilio lo guard sorpreso; ma immediatamente si sent assalito da una maschia soddisfazione. Sul suo viso comparve il bagliore di un virile compiacimento ed esclam, ironizzando con l'accento fiorentino ereditato dalla madre: "Davvero!".
Marilli stava sullo scalo, isolata in un silenzio d'attesa, e riluceva nel buio sotto il riflesso tutelare della luna.
Solo il maestro Garfagnoli e Mario Vezzi erano rimasti: la fissavano, e continuavano a ripetersi mentalmente la procedura del varo. Infine, si allontanarono; ma continuavano a voltarsi, di tanto in tanto, come per rivolgerle un'ultima rassicurante buonanotte.
Quella domenica mattina aveva un sopore diverso; ma anche un diverso sapore.
La domenica! Un giorno sempre equivoco; e quella aveva il profumo rotondo di un giugno ormai estivo, che incalzava sollecito sul canto di verdi campane esortanti.
Marilli era l, inghirlandata dal gran pavese. Tutt'intorno bandiere sventolanti, e la solita folla accalcata che ogni barca raccoglie sempre intorno a s.
Un frate, minuto e senza tempo, si fece sottobordo caracollando come trascinato dalla sua patriarcale barba bianca. Lo seguiva pedissequo un chierichetto, e come per incanto il vocio si plac all'improvviso; rimase solo il coro del gran pavese perduto nell'arpeggio del vento. Il frate brand l'aspersorio come un crociato la spada, e con gesti teatrali impart la benedizione alla barca, che defin operato dell'uomo dove palpitava la scintilla divina; poi si volt verso i presenti, e fece ampi gesti rituali che furono accolti con un segno di croce quando devoto, quando distratto.
La madrina, la signora Rougier, si fece spazio tra due ali di folla. Teneva in braccio la piccola Marilli. Una bottiglia impaziente attendeva sopra un tavolo. Era legata all'albero della barca con un nastrino rosso e portava al collo un vistoso fiocco dello stesso vermiglio colore.
La madrina sollev la bottiglia e la porse alla bambina. La tennero insieme sollevata per un istante, poi la bimba apr la manina impacciata, e quella, disegnando nell'aria un fulmineo arco verde, si precipit incontro al mascone per frantumarsi in mille auspici.
Dopo la cerimonia religiosa e quella pagana, che come spesso accade si intrecciano senza distinguersi, gli operai, attentissimi ad ogni cenno del maestro Garfagnoli, tolsero i cunei e le chiavarde dall'invasatura.
Marilli rimase immobile nell'inerzia di un istante; poi, sopraffatta dalla gravit cedette al proprio peso e cominci a scivolare con un cigolio sinistro sullo scalo ingrassato di sego, e quando il mare la accolse tra le braccia, un applauso fece apparire pi intenso lo sventolio dei cappelli alla moda e delle bandierine. Alcuni spruzzi giunsero a banchina in una nuvoletta bianca, e la prua rimbalz sull'acqua nel movimento che tutti aspettavano: quello che nei cantieri chiamano inchino. Un segno di buon augurio.
Ogni varo  una nascita al contrario; e come un vagito, l'acqua gorgogli in una successione di piccole onde circolari, destando alcune barchette lontane che salutarono la nuova venuta sbatacchiando tra loro come in un applauso. Intanto, alcuni ragazzetti si affrettavano a raccogliere gli avanzi del sego sullo scalo: ci sarebbe stato sapone per tutta l'estate. E tra loro spiccava la tarcisiana del chierichetto.
Quel pomeriggio uscirono in mare.
Marilli avanzava leggera, borbottando tra i riflessi dei bastioni tremolanti sull'acqua.
Pass di fronte alle paranze: avevano alberi alti e solitari; e degli alberi solitari avevano il piglio eroico e pittoresco. Poi scivol lungo il fianco di un cacciatorpediniere: dormiva e respirava appena dai tozzi fumaioli anneriti dall'oceano. I marinai, costretti al servizio domenicale, si spenzolarono dalla battagliola sventolando i loro berretti bianchi; anche una lancia dell'Accademia si avvicin per porgerle il suo omaggio, poi fil via, con gli allievi curvi sui remi, seminando nell'acqua piccole fossette rotonde.
Tutti riverivano Marilli come al passaggio di una principessa.
Infondeva un senso di leggerezza come solo una farfalla potrebbe fare, o un pianoforte. Nessuno avrebbe mai immaginato, a meno di vederla in secco, che si aggrappava all'acqua con un bulbo capace di sfidare qualsiasi bolina. Con l'albero piantato altissimo nell'azzurro, sembrava danzare al ritmo dell'onda. Appena conquistato il mare aperto, volse la prua al vento e dette vela. La tela si scosse in un frullo di soffici ali; ne segu un silenzio irreale, sospeso, poi una leggera poggiata, un gemito. Si reclin sul fianco e si mosse con un guizzo sotto uno spiro di vento. Messe a segno le vele, si pieg ancor pi docile, e prese a sgroppare sulle onde che il maestrale imbiancava, come volasse sulle creste della poesia. Ma era necessario prendere un po' di confidenza con il boma che, rasentando quasi la tuga, avrebbe potuto, durante certe strambate, spazzare in mare chiunque.
Era come sentirsi trasportati sulle ali della fantasia; mentre lontane, altre vele spiccavano contro il profilo accigliato di Gorgona, come un gioco di bianchi triangoli panciuti.
Per Attilio, Marilli portava un messaggio che lui travis in una promessa; ma era solo un richiamo che pass inosservato alla superbia del suo giovane spirito.
Le scorribande lungo la costa ispiravano alla sua fantasia la visione di mondi ignoti e corsari. Il panorama di quel tratto di mare era magnifico. La costa che da Livorno giungeva alla foce del Cecina in un saliscendi dalla memoria etrusca, proseguiva poi piana e silvestre fino al promontorio di Baratti dove risaliva fortificando il Canale di Piombino. I profili azzurri delle isole la fronteggiavano e la proteggevano come fossero una costellazione: per un prodigio
parevano staccate dall'orizzonte, come infette d'illusione. Pi in l sfumava Corsica che indicava col suo dito le Alpi di Liguria e la Provenza. Era un panorama mozzafiato, fatto di luci e colori mutevoli e inquieti. Ogni tanto gigantesche nubi tuonavano lontane e si rincorrevano, tagliando l'orizzonte con un velario sghembo di pioggia sferzante. Anche nelle peggiori condizioni la barca navigava sicura e docile. Per Attilio era un'emozione inebriante: un viaggio nella dimensione della gioia. La gioia stessa della navigazione lo inebriava, e solo in quella dimensione si sentiva libero: pervaso dall'infantile senso del gioco e della scoperta.
Attilio usciva di solito con il figlio del Direttore, Gillo, la sua fidanzata, ed Elsa; mentre il Direttore usciva solo di rado.
Avevano l'abitudine di virare intorno allo Scoglio della Regina, a pochi metri dalla costa tra l'Accademia e i Bagni. Ormai facevano la manovra con una rapidit vertiginosa. Marilli era l'invidia di tutti i loro amici che li osservavano con la stessa meraviglia dei pastori che avvistarono la cometa quella notte di Natale. La gente affollava le spallette della passeggiata e dei Bagni per vederli scendere al lasco. La velocit polverizzava la scia che Marilli si lasciava a poppa nella nube iridescente di un arcobaleno, mentre loro gridavano come bambini sopra una giostra.
Una volta parteciparono a un importante trofeo patrocinato proprio dal Cantiere di Livorno. Marilli aveva vinto tutte le regate e avrebbe vinto anche l'ultima se Gillo non avesse deciso di virare poco prima del traguardo lasciando passare gli altri. Un gesto strafottente che i ragazzi, in buona fede, avevano considerato cavalleresco.
Alla premiazione, dopo aver consegnato i premi agli altri equipaggi, il Direttore si avvicin a loro. Teneva in mano un trofeo lucente e magnifico: Nike, la Vittoria Alata. I ragazzi stavano ritti davanti a lui, sorridenti e tronfi di soddisfazione, ma invece di consegnargli la coppa, il Direttore appiopp a suo figlio uno schiaffo cos sonoro che rimbomb nell'orgoglio di tutti. Poi si rivolse verso Attilio e dette lo stesso schiaffo anche a lui. Solo a quel punto consegn la coppa e strinse loro la mano. Per Attilio, quello schiaffo fu e rimase il pi importante riconoscimento della sua esistenza; poich consacrava l'affetto che il Direttore nutriva nei suoi confronti: proprio come se fosse stato un figlio.
Fu quel giorno che Gillo scatt una fotografia a Elsa.
Era seduta a godersi il sole. Lui si avvicin silenzioso alle sue spalle, si accucci e la chiam per nome. Appena lei si volt, premette il pulsante e lo scatto metallico dell'obiettivo la imprigion per sempre sulla pellicola. Un musetto sorridente si affacciava di sbieco dalla sdraio che la cullava inondata di sole, con gli occhi ridenti e un sorriso che avrebbe travolto chiunque. Sotto la morbida spalla abbronzata s'intuivano la rotondit di un seno ammiccante. Oltre, solo un senso di mare lontano. Era un primo piano bellissimo. Quando Attilio la vide, la strapp di mano al suo amico ed esclam imperativo: "Questa  mia!".
Nella notte incerta solo le stelle pi audaci trovavano la forza di contrastare una luna nascente rossa e prepotente.
Elsa osservava l'oscurit senza fiatare, mentre scioglieva i suoi pensieri nel morbido sciacquio delle onde. Attilio avvert un improvviso senso di solitudine al quale era abituato stando in mare, ma non stando accanto a lei. Le lanci un'occhiata come fosse una carezza, mentre lei appoggiata alle draglie stava rincantucciata nel suo maglione di lana. Sotto una refola improvvisa Marilli si coric sulle onde che giunsero a bagnare la coperta, poi con uno scrollo si sollev tornando pi veloce di prima.
Il profumo di lei gli giungeva da sopravento e lo tramortiva, come ogni altra sua cosa. Attilio fil la scotta per poggiare delicatamente, senza perdere di vista le luci della costa; mentre lei faceva scivolare il suo sguardo leggero sopra di lui.
L'antico desiderio di abbracciarsi si riaffacci pi vivo che mai nei primordiali recessi della pancia, fino a salire e comprimere la testa in un torpore non eludibile. Era un'attrazione inarrestabile e chiss se anche lui provava un'emozione come quella?
I loro occhi s'incrociarono fissandosi; forse dicendosi qualcosa che chiunque avrebbe compreso ad eccezione di loro, troppo frastornati dai propri sentimenti. Quello sguardo liber Attilio dal senso dell'isolamento, e quando si accorse che lo sbandamento
della barca l'aveva infastidita, forse spaventata, poggi ancora.
La barca sembrava spingerli l'uno verso l'altra, e cedettero all'impulso di cercarsi fisicamente: un vago indefinito impulso che li teneva accostati in un calice di amore.
Era stato forse l'inclinarsi della barca? Lei non lo sapeva e non
lo seppe mai. Sapeva solo che appoggiandosi a lui, quel semplice contatto le aveva infuso uno stato di quiete. Se era stata una mossa di Marilli, lei non fece alcuno sforzo per capirlo: nel calice caldo e forte di quell'abbraccio si sentiva protetta, e felice.
Attilio non diceva una parola: temeva di spezzare l'incantesimo. Era stordito e confuso; ma era troppo meraviglioso per essere un delirio. La cingeva con un braccio per quanto la lunghezza della barra potesse consentire. Avrebbe voluto filare ancora la scotta e mollare il timone per rotolarsi con lei in un abbraccio appassionato; invece, tenendo gli occhi fissi sul fiocco, orz per recuperare
il sopravento perduto su quel bordo.
Tra poco Marilli lo avrebbe obbligato a virare, e lui avrebbe dovuto interrompere quel contatto dove ognuno godeva del dolce peso dell'altro. Condusse la barca con perizia al solo fine di prolungare quello stato di grazia.
Sul mare nero, Marilli veleggiava complice e leggera sotto una brezza di terra; e come in un incanto si perdeva lungo un sentiero di scaglie di luna.
Quando rientrarono trovarono il Direttore ad aspettarli. Li aiut nelle manovre di ormeggio e poi chiese, quasi sollevato da una sotterranea preoccupazione: "Siete riusciti a pescare la luna?".
Attilio, che si aspettava un rimprovero, rimase ammutolito; lei arross delicatamente, ma il velo buio della notte e il pallore di una luna immota la mascherarono senza che nessuno se ne accorgesse.
Un fascio di luce attravers la finestra, e cadde sopra un quadernetto nero abbandonato sulla scrivania, come dimenticato. Anastasia non l'aveva mai notato, e il suo gelido sguardo non tard a intuire che poteva contenere qualcosa d'importante. Nei suoi occhi
lividi balen un lampo la cui crudelt non sfugg ad Attilio, ma il ragazzo prosegu indifferente nelle sue faccende.
"Il mondo sta cambiando!", esclam il Direttore entrando nello studio seguito da Mario Vezzi: era una litania che si ripeteva ovunque come un lamento monocorde.
"Qualcuno ha visto un quaderno nero? Di quelli che uso io!".
Anastasia prontamente ne porse uno e con servile ipocrisia chiese: "Questo forse?".
Il Direttore lo sfogli e disse: "No. Non  questo. Mah! Chiss dove l'avr seminato!".
Attilio era certo che quel quaderno non fosse lo stesso che stava poco prima sulla scrivania: o forse era solo una sua stupida, maligna sensazione. Avrebbe comunque voluto aggiungere qualcosa, ma il Direttore se ne accorse e soggiunse perentorio: "... va bene, va bene, prima o poi salter fuori!".
Anche ad Anastasia non era sfuggito quel moto dubbioso del ragazzo e il suo viso sbianc dalla rabbia. Raccolse malvolentieri la sua roba e usc dallo studio senza dire una parola, lanciando al giovane un'occhiata velenosa.
Attilio si sent sollevato; ma lei, uscita con l'aria sdegnata di chi  stato cacciato, appena oltrepassata la porta sfoder un sorriso sprezzante, e percorse il corridoio con la pi altezzosa baldanza cosacca. Teneva stretto al petto un fascicolo dove aveva ben nascosto quel quadernetto. Il ritratto del vecchio senatore Orlando la fissava dall'alto di una parete e lei, sicura di non essere osservata, gli indirizz una strizzatina d'occhio; poi il suo bellissimo volto s'illumin di un bagliore trionfante e cinico che travers come un baleno le sue labbra roride e irresistibili.
Nel Maggio 1940, l'offensiva tedesca avanzava implacabile in territorio francese tanto che i giornali la definirono con wagneriana prosopopea "galoppante".
In Cantiere, come in citt e forse in tutto il Paese, prevaleva un atteggiamento di neutrale indifferenza, quasi scaramantico nei confronti del minaccioso orizzonte politico: era un ottimismo incosciente e superficiale che si sciolse definitivamente come neve,
al sole iniettato di sangue dell'11 giugno. Quel giorno, quando si seppe che prima di sera Mussolini avrebbe parlato dal balcone di piazza Venezia, tutti intuirono che sarebbe stata la guerra. Nessuno era entusiasta, ma nemmeno disperato: se Mussolini aveva preso quella decisione non lo aveva fatto certo per mandare la giovent al macello, ma per ottenere la sua fetta di torta al tavolo delle trattative. Questo si diceva e in questo si voleva credere, come a voler esorcizzare la follia bulimica della guerra che, come un fuoco, ardeva ormai impetuosa nelle vene del mondo.
Un silenzio funesto impregnava ogni luogo, rotto solo dal ruvido gracchiare delle radio. Anche nello studio del Direttore la voce metallica di Mussolini riempiva il vuoto dello smarrimento, e ogni volta che i frenetici applausi romani la interrompevano, il Direttore scambiava con gli altri il suo sguardo sconcertato.
Mario Vezzi scuoteva il capo e si teneva la fronte con la mano. Attilio li osservava confuso. Alla fine del discorso Mario Vezzi dovette sedersi: sudava e il suo volto era contratto; mentre il Direttore continuava a mantenere una gravit imperturbabile.
In quella pace immensa, quasi surreale, pareva che la guerra fosse pi un presagio che un'imminente realt; e Attilio pens che l'umanit avrebbe perduto ancora una volta, e di colpo, migliaia di anni spesi per arrampicarsi sulla scala della civilt. Era un pensiero addolorato e dolente che trapelava dall'espressione del suo volto, ma riusc a tenerlo per s; e proprio in quel momento gli sovvenne la nostalgia di lei. Accadeva spesso nei suoi momenti di solitudine, ma in quell'occasione ne fu terrorizzato. Si guard intorno e gli sembr di precipitare nella voragine di un arido abbandono: che fine avrebbe fatto lei, adesso? Ma come unica risposta trov solo il dolore della perdita che lo frastorn fino alla vertigine.
Con quel pubblico annuncio ogni speranza fugg a rifugiarsi nell'effimera consolazione. Tutti auspicavano che il conflitto andasse incontro a una rapida risoluzione; purtroppo, la tanto osannata "guerra lampo" rimase solo un miraggio millantato con superficialit: un miraggio destinato a naufragare in un mare di sangue.
E i russi della delegazione? Non erano sudditi di un Paese nemico, ma certo di un Paese straniero. La questione era delicatissima. Infatti, mentre i cittadini stranieri venivano allontanati dalla citt ed in modo particolare dagli obiettivi strategici, loro operavano con l'immunit dei committenti in uno dei pi cruciali siti industriali della Toscana. Le stelle di un tentacolare zodiaco cominciavano ad affacciarsi nel velo nero del cielo, e la situazione sarebbe collassata da un momento all'altro.
Attilio rincorreva i suoi pensieri che vagavano lontano, molto lontano forse troppo per stargli dietro. Cos lontano che solo in alcuni momenti si rendeva conto lui stesso che stava pensando; ed anche quei pensieri, come le stelle, si perdevano in un presagio funesto e lui con loro, ruminando la perdita di un'affinit spirituale destinata a dissolversi nell'arco nero di quel cielo ostile.
Attilio era preoccupato per la crisi francese. La Francia s che era un Paese nemico, e questo aveva privato il ragazzo della remota speranza che Elsa potesse tornare dai suoi parenti: lo spettro della separazione mostrava il suo ghigno pi beffardo.
Era una domenica di fine giugno, l'aria non era ancora quella di un Paese in guerra, tuttavia si respirava qualcosa di strano e d'inquietante: era l'odore della nostalgia, come quello della malerba che i contadini bruciano nei giorni grigi d'autunno.
Elsa stava seduta sugli scalini che scendevano al mare, di sghimbescio, alla sua maniera: abbracciata alle belle gambe, col viso appoggiato sulle ginocchia che ammiccavano dalla gonna. Trasognava, incurante dell'ordinata processione di formiche che le sfilava sotto la volta delle gambe.
"Beate quelle formiche", esclam Attilio in tono malizioso.
Lei sollev appena un sopracciglio, senza accorgersi di accennare un sorriso con quell'ambiguo vezzo della bocca che piaceva tanto a lui; era evidente che la sua mente era lontana: lontanissima. E la luce nocciola del suo sguardo rimase come distratta a fissare un passero che continuava a saltellare sulla spalletta.
Per un attimo Attilio ebbe il dubbio che lei avesse sussurrato qualcosa, ma forse le sue parole erano tornate a dissolversi nel russo.
I giorni che si avvicinavano sarebbero stati sovraccarichi di lavoro, eppure si trascinavano in una specie di incubo: i russi non vedevano l'ora di concludere l'attivit per andarsene, e gli italiani non vedevano l'ora che se ne andassero. Ricevevano continuamente dei dispacci e tra loro vibrava una forte agitazione: un giorno se ne sarebbero andati tutti, di colpo.
Anni prima, russi e italiani si erano incontrati con diffidenza, quasi con sospetto: adesso si sarebbero salutati con dispiacere.
Il pomeriggio di quel venerd si attardava nell'indecisione.
All'invito di Attilio per uscire presto dal lavoro, Elsa rispose invece che sarebbe rimasta fino a tardi. Voleva evitare di tornare in Cantiere anche l'indomani come spesso era accaduto in quell'ultimo periodo.
"Potremo stare insieme pi a lungo domani", disse con voce strozzata, mentre due lacrimoni le rigavano le guance. Aveva l'espressione di un cane bastonato, e lui non pot fare a meno di notare quanto incrociava convulsamente le mani.
Il luned successivo Elsa disse ad Attilio che avrebbe chiesto qualche giorno di vacanza: sarebbe andata a Genova per incontrare una sua amica interprete ai Cantieri di Riva Trigoso. Attilio fu molto dispiaciuto, non era preparato a un distacco improvviso; ma il suo orgoglio lo obblig a uno sforzo per non mostrarlo. Avrebbe tanto desiderato che cambiasse idea e rinunciasse a quel viaggio che riteneva quanto meno imprudente; ma quando lei gli confid, guardandosi intorno circospetta, che sperava di avere notizie dei suoi parenti francesi, un alito di speranza dilag nel cuore del giovane che tuttavia non si fid del tutto di quella giustificazione.
Seguirono giorni dall'atmosfera molto fredda. Elsa fece solo brevi apparizioni in Cantiere e Attilio, che in quella separazione leggeva il preannunciarsi di un addio definitivo, era diventato irriconoscibile: triste, inquieto, collerico.
Il mercoled, nel primo pomeriggio, Elsa salut tutti e usc. Era un'altra persona: sconosciuta, distante. E con la distanza dell'indifferenza rifiut l'offerta di Attilio che avrebbe voluto accompagnarla alla stazione. Lui non se la sent di insistere e decise che l'avrebbe raggiunta pi tardi, per farle una sorpresa. E poi perch darle tutta quella soddisfazione? Tuttavia insistette per accompagnarla almeno fino all'uscita.
" meglio che vada adesso" bisbigli la ragazza, ma lui sembr non sentire, intento a cercare qualche cosa fra i propri pensieri.
La luce del pomeriggio cominciava a farsi accecante, anticipatoria d'estate, e il vento, ridestato dalle ombre, strisciava tra le fronde degli olmi. Per l'ultima volta le cerc la mano, lei gliela strinse mollemente, ma poi si tuff tra le sue braccia stringendolo forte e lo baci con un trasporto inaspettato. Quando si stacc da lui, disse: "A presto!"; ma lo fece senza riuscire a guardarlo, e Attilio tent di inseguire nei suoi occhi un lampo rivelatore, una traccia di pena o di amarezza. Cerc sulla sua fronte una ruga fuggevole, dovuta a qualche emozione sfuggevole; ma non riusc neanche a scalfire quella sua corazza di completa indifferenza.
Usc con passo frettoloso e senza voltarsi, come faceva sempre per abitudine o per ripicca, si perse nell'astigmatico alone che vela ogni distacco. Attilio, che invece per abitudine o per ripicca la guardava sempre andare via, la segu con lo sguardo.
Ancora non lo sapeva, forse lo sospettava, ma non l'avrebbe pi rivista.
Alle cinque Attilio entr dall'ingresso principale della stazione. Il treno si trovava gi sotto la pensilina del binario sbuffando la sua inquietudine, ma avrebbe dovuto pazientare ancora prima di riprendere il suo viaggio. Anche Attilio mostrava la stessa fremente inquietudine, e la gioia infantile della sorpresa si andava trasformando nell'angoscia di un nervosismo struggente: dove era finita?
Cinque minuti prima della partenza Attilio era fuori di s, e non credeva per niente al sussurro confortante del suo ultimo filo di speranza.
Elsa non venne. Il treno part senza di lei.
Attilio rimase come sospeso sui binari, mentre un fischio tagliente gli trapassava il cuore come un'arma dalla punta doppia: fu l'ultimo saluto ad un amore ormai vuoto di illusioni.
Usc dalla stazione. Una carrozza aspettava i passeggeri del prossimo treno, e Attilio fece quasi il gesto di chiedere un'informazione al vetturino. Forse lui l'aveva vista; ma subito se ne pent e ci ripens. L'uomo se ne accorse e volse lentamente verso di lui la sua faccia gonfia, spugnosa e variopinta, incorniciata da radi capelli
biascicati. Lo squadr con gli occhi rossi che luccicavano umidi e le grosse labbra paonazze, rimanendo furbescamente in attesa della domanda che Attilio non formul mai, e col dorso sudicio della mano che teneva la frusta si gratt il ciuffo di peli irrisolti che germogliava dal suo mento caprino. Poi sfogatosi in un bisbiglio severo, forzato quasi al punto di estinguersi, accomod le redini e si rimise a pisolare mentre il ronzino affondava il muso nella pastoia.
Attilio non sapeva pi cosa fare: cerc di concentrarsi ma non riusciva a riflettere.
Forse qualcosa l'aveva spinta a fare la scelta dei disertori? Forse aveva trovato il modo di fuggire in Francia e non gli aveva detto nulla per non comprometterlo? Eppure le ricerche fatte da suo padre non avevano portato alcune notizie da Marsiglia.
Attilio non sapeva pi cosa pensare: era veramente preoccupato, e giunse all'abitazione di Elsa con un affanno ingiustificato. I vicini confermarono che avevano visto la ragazza uscire con un grande bagaglio. Continu a fare le stesse domande a tutti quelli che la conoscevano, ma nessuno l'aveva vista. Tutti rispondevano alla stessa maniera: Elsa era andata a Genova per far visita a un'amica, e sarebbe tornata il luned successivo. In fin dei conti erano solo pochi giorni.
Attilio cercava di farsi convincere da quelle spiegazioni ma non ci riusciva, qualcosa gli suggeriva che era la messinscena di una fuga: in fondo, almeno un po' era convinto di conoscerla. Tra i suoi tanti difetti c'era anche la presunzione. Non sapeva pi cosa pensare e neanche riusciva a immaginare dove potesse essere andata. Unica certezza: non era salita su quel treno.
Stava seduto sopra una panchina a riflettere sulle vicende di quella giornata assurda. Non sapeva pi cosa pensare, ed anche le energie per immaginare erano esaurite: malgrado tutte quelle testimonianze univoche e concordi, forse troppo, il suo cuore gli gridava con maggior convinzione che lei era scomparsa.
Aveva bisogno di bere una bella birra fresca. Si cerc nella tasca il portafogli, ma trov una busta gialla sulla quale non tard a riconoscere la calligrafia di lei. La apr nervosamente e appena ebbe letto le poche parole buttate gi da una frettolosa matita, avvert la
piena di un delirio incontrastabile travolgergli il cuore.
"Non mi perdonare! Ti ho amato tanto, davvero, ma dimenticami.
Io l'ho gi fatto! Addio. Elsa".
Senza di lei, gli stessi luoghi sembravano desolate pianure lunari: un nuovo mondo distorto e dilatato dalla lente del dolore. Oltre l'orizzonte di quel mondo saliva, come un'alba nera, la certezza che la ferita che gli sbranava il cuore non sarebbe guarita tanto facilmente come quella che gli aveva perforato il polmone. Il terrore di perdere ogni senso s'impadron di lui. Gli rimase solo la sensazione di essere avvolto da un mare di eterna passivit dal quale non sarebbe pi emerso. E frastornato da quel terrore, rimase ad ascoltare il cavo rumore di quel mare; poi, senza pi riuscire a pensare, si avvi verso casa calpestando i resti di una storia tessuta con la fantasia di raggi di luna.
E cos pass l'estate, la prima triste estate di guerra.
Attilio viveva in uno stato di prostrazione spirituale. Niente sarebbe mai pi tornato: e mai come in quel periodo ebbe la sensazione del fallimento. In concreto tutte le sue conquiste si riducevano al concorso per la cattedra di maestro: non aveva portato a termine gli studi all'Accademia di Educazione Fisica, e certo dopo il suo incidente non gli sarebbe stato possibile riprenderli. Gli pareva di essere un uomo senza prospettive: vacillava in un mondo che non riusciva a comprendere e nel quale non sapeva come orientarsi. Di un bilancio sentimentale neanche voleva parlare: non era adatto ai legami, questa era una certezza. E con Elsa era finita per sempre: se ne rendeva conto.
Tutto era iniziato con chi sa quali luminose speranze e quali sogni; mentre adesso tutto sembrava cos inutile e privo d'interesse. Eppure, paradossalmente, aveva difficolt a razionalizzare quel pensiero, perch il cuore gli impediva di farlo. Non aveva la minima idea di dove potesse essere svanita, anche solo per scriverle una lettera e sapere che stava bene: gli sarebbe bastato quello.
Tuttavia continuava a subire il desiderio di lei che lo logorava come un tarlo; e non era il desiderio dei sensi che lo struggeva e lo
distruggeva, ma il bisogno di sentirla accanto. Il suo sorriso era la cosa che pi gli mancava, o forse la sua voce. Forse la sua camminata, o la refola che incollava la veste alle sue forme... o forse... Gli sembrava d'impazzire.
Per reagire alla solitudine, faceva frequenti scappate al porticciolo anche nel tardo pomeriggio, e cercava di uscire in mare il pi possibile. I suoi amici erano tutti al fronte, e per questo talvolta sprofondava ancor di pi nell'abisso della malinconia. Tuttavia trovava ancora la forza di deridere con autoironia la propria situazione d'innamorato infelice ripetendo l'epigramma: "La mia forza e la mia difesa", rammentando Sebastiano, il macchinista. Solo ora comprendeva l'essenza di quelle parole, magiche come un mantra, come forse tutte le parole sono: avevano il suono scaramantico di una formula sussurrata, e il potere di alleviare il tremendo senso di vuoto che lo tormentava.
Spesso cadeva nella trappola tesa dai ricordi e riguardava vecchie fotografie. Godeva di un subitaneo effimero sollievo, poi inevitabilmente tornava ad annegare nel profondo di quel vuoto con uno smarrimento pi doloroso di prima: la voragine affettiva, la chiamava lui.
Una volta gli capit tra le mani un biglietto. Era pieno dei suoi soliti rimproveri. Lo lesse pi volte in adorazione, indugiando sulla calligrafia, amando ogni segno impresso dalla penna sulla carta e baciandolo alla fine, come in una liturgia.
Era appena passato un temporale. Il cielo, verso Provenza, si era liberato del velo che lo soffocava e splendeva accecante. Il mare dormiva ancora, ma tra poco un vivace maestrale lo avrebbe increspato di schiuma e di un profumo nuovo che gi si intuiva nell'aria.
Attilio guardava dalla finestra quel capriccio d'estate. La temperatura si rialzava in maniera sfacciata e lui sussurr fra s: "Ora s che sarebbe buono uscire a vela!"; ma era evidente che pensava ad altro.
Il Direttore, dispiaciuto di vederlo cos cambiato da quando lei era partita, gli disse:
"L'assenza implica una presenza, ma l'assenza non  una non
esistenza!", e quasi volesse cancellare la dolcezza delle sue parole, aggiunse: "Nello spazio le cose si toccano, nel tempo le cose si allontanano. Sembra impossibile come nella lontananza le persone possano sentirsi ancora vicine".
Attilio rispose, mentendo a se stesso, che non era pi innamorato di lei, ma della propria immagine di lei. Aveva la seria intenzione di convincersi di quel postulato, che invece sort l'effetto contrario, facendogli tornare a mente tutte quelle storie sull'ingegner Usyskin e su quella sua donna misteriosa.
Il Direttore sorrise e mentendo a sua volta sussurr dolcemente: "Hai proprio ragione!".
Eppure lui non riusciva a convincersi di niente, e ogni ragionamento gli sfuggiva come la causa pu sfuggire all'effetto. Cos sospir e, affranto da quell'inutile senso di impotenza in cui si trova la ragione davanti al sentimento, chiese: "Perch la mia mente limitata non riesce a capire?". Ma il Direttore, con aria serafica cerc di consolarlo rispondendo: " il privilegio delle menti limitate!".
Attilio non rispose. Fece un lieve sorriso di sopportazione e si volt verso la finestra, sussurrando tra s: "Mi percorrevi, mi scalavi, mi avvolgevi, con le tue gambe invincibili. Ora chiss dove sei: in quale parte del mondo?! Mi basterebbe sapere che stai bene...", poi prosegu rivolgendosi all'orizzonte che andava infuocando, "ma certo  cos, altrimenti saresti rimasta". E su quelle parole il temporale di mezzo agosto svan del tutto lasciando spazio all'inquieta meraviglia di un cielo macchiaiolo; senza tuttavia dimenticare di allertare le rondini: anche per loro la partenza era imminente. E l'estate le avrebbe seguite, lasciando il posto al primo autunno di guerra.


Capitolo 5.
Mario: gli occhi azzurri della libert.

Fare tutto il bene possibile, amare la libert sopra ogni cosa, di fronte a un trono, non tradire la verit.
Ludwig van Beethoven.

Gi nella strada silenziosa e lucida dopo il temporale, passi misurati si avvicinarono alla casa. Risuonarono frettolosi nell'aria che ancora sapeva di pioggia, e poi svanirono smorzati nella distanza assorbita dal buio.
Mario si mise a sedere sul letto. I passi non si udivano pi: soltanto il pigro ticchettio della pendola continuava a scandire il tempo nella sala da pranzo.
Il giorno successivo, il 17 agosto 1940, i fratelli Mario e Vezio Vezzi furono invitati a presentarsi in Questura.
Entrarono e salirono le scale fino al primo piano. L'agente di servizio li fece sedere sopra la panca di uno sterminato corridoio invaso di luce. Accanto a loro una porta a vetri satinati spezzava la prospettiva della corsia; biancheggiava severa, incoronata dalla minacciosa insegna: Ufficio Squadra Politica.
I due fratelli si guardavano senza il coraggio di parlare; era evidente che si trattava di qualcosa di grave, ma non riuscivano a darsene una spiegazione. L'aria sembrava irrespirabile, come quella di un bagno caldo dal quale sgocciola di continuo acqua bollente.
Mario col piglio del fratello maggiore si rivolse a Vezio e chiese: "Hai combinato qualcosa?".
"No".
"Sei sicuro? Ti prego, se c' qualcosa che devo sapere,  bene che tu me lo dica adesso".
"Ma stai scherzando. Non c' assolutamente niente che tu debba sapere".
Arrancavano dentro spirali di congetture che intrappolavano la loro fantasia nel labirinto dell'angoscia.
Lo sconforto di Vezio si era completamente affidato al coraggio del fratello. L'uomo muoveva le labbra come se masticasse qualcosa, e sempre con maggior gusto e commiserazione, in un mugolio che pareva una preghiera. E quando affond irrimediabilmente la testa fra le mani, Mario, come se lanciasse una cima a un uomo che stava per affogare, disse, cercando di mantenere un tono rassicurante: "Stai tranquillo, Vezio!". E tentando di trarre conforto dalle sue stesse parole prosegu, sforzandosi di non borbottare: "Non abbiamo fatto niente. Ci sar un malinteso!".
Entrarono uno per volta e rimasero solo il tempo necessario per registrare le generalit; poi dalla Questura furono tradotti al Carcere Giudiziario, come persone che avessero a che fare con chiss quale delitto. L furono interrogati.
L'interrogatorio di Vezio fu piuttosto rapido. Quando usc scortato da un agente, Mario si sent profondamente dispiaciuto, ma non sorpreso, nel vedere il volto del fratello contratto, pallido e lucido di un sudore gelido. Si scambiarono un sorriso come per rincuorarsi a vicenda; poi tocc a lui.
Mario entr e si ferm in piedi davanti alla scrivania di un giovane funzionario che alzando svogliatamente il braccio lo salut con un marcato accento fiorentino.
Era un giovane biondo e roseo, al quale i capelli tagliati alla tedesca conferivano l'aria di uno studente di buona famiglia cresciuto troppo in fretta, insieme a un concetto meschino ma rassegnato, sul lato criminale della natura umana. Nella gelida fissit dei suoi occhi ariani la luce della stanza era assorbita, e si perdeva senza la traccia di un riflesso.
Mario attese che il funzionario gli rivolgesse una domanda, e si stup di non essere terrorizzato. Certo nervoso, ancor pi preoccupato, ma non terrorizzato; e a tratti gettava lo sguardo fuor di finestra come a cercare conforto nello sbiadito cielo estivo. Not una piccola vespa che esplorava il vetro sfregandosi ogni tanto le zampette; poi il giovane funzionario, con voce ferma ma frettolosa, cominci a leggere il foglio che teneva sul tavolo.
"Mario Vezzi di Odoardo, nato a Livorno il 4 ottobre 1899. Domiciliato a Livorno in Borgo S. Jacopo al secondo piano del civico 37". Quelle parole scorrevano sul filo delle sue labbrette pallide e contratte tenendo il cuore di Mario serrato in una morsa d'inquietudine.
"Sono io!", rispose con gli occhi offesi pi dalla preoccupazione che dalla luce che tracimava dalla finestra; e mentre il funzionario continuava a tenere i suoi gelidi occhi fissi nello sguardo smarrito di Mario, come a volerlo penetrare, lui ebbe la sensazione che quel giovane fosse gi informatissimo di tutto.
Un orologio di marmo nero torreggiava sopra il camino: emanava un ticchettio evanescente e spettrale, segnando il passo alla paura.
"Assunto il 15 agosto 1915 al Cantiere Orlando di Livorno come disegnatore meccanico navale; dunque...", si sofferm a pensare, "sono praticamente... venticinque anni che fate la stessa professione", aggiunse lasciando intendere il proprio compiacimento per quella rapidit di calcolo.
"S; ma gi da qualche anno sono responsabile dell'Ufficio Studi".
"Molto bene. Molto bene! La vostra carriera si  mossa", esclam con tono viscido; poi cambiando espressione prosegu, "Il y a deux fagous dplacer les hommes: Venterei et la peur.(9).
Mario rimase stupito, ma non lo dette a vedere e ribatt tempestivamente: "C'est vrai, mais du sublime au ridicole il n'y a qu'un pas"(10).
"Conoscete molto bene il francese?".
"Per quel poco che potete vedere".
"Vedo piuttosto che conoscete molto bene Bonaparte".
"Lontani ricordi scolastici: e una particolare passione per la storia".
Quindi il giovane funzionario indic dei libri che teneva sul tavolo, come fossero un ordigno universale; poi rauco e dittatoriale chiese: "Conoscete questi libri?".
"Certo. Sono miei", rispose, mentre il sudore si mise a scorrere dentro i vestiti.
"Alcuni sono in francese. Altri in inglese", disse sfogliandone le pagine con sussiego.
"Perdonatemi ma non  esatto. Solo uno di quelli  inglese. Gli altri sono americani".
"Conosce anche l'inglese?".
"Abbastanza da poter studiare un testo di architettura navale".
Anche ponendo le questioni pi innocenti, il giovane funzionario guardava il suo interlocutore con occhi penetranti, poi sferrava di colpo una nuova domanda, come sferrasse un affondo. A quel punto, di solito, la sua vittima impallidiva e cominciava a balbettare. La sua principale arma era la paura dell'altro. Ed era un'arma infallibile, poich ogni indagato, per il solo timore di essere sospettato, comincia a spiattellare subito ci che pu rendere sospetto qualcun altro: la gente chiacchiera sempre molto quando viene innervosita. Ma Mario Vezzi non disse niente di tutto ci.
"Allora..." indugi sospirando, "ricordate per quale motivo discuteste con il Vicedirettore a causa di questi libri?".
"Non ebbi alcuna discussione col Vicedirettore; tuttavia lui sosteneva che, a suo modesto parere e nel rispetto di una visione autarchica, avrei dovuto utilizzare libri italiani".
"Personalmente  quanto ritengo anch'io, senza tuttavia avere nessuna cultura in materia", disse il funzionario. Non dimostrava pregiudizi nazionalistici, ma vi alludeva solo per perifrasi; non perch fosse superiore ai suoi "fratelli" ma perch si era maturato in un clima diverso, forse cattolico se non monarchico, dove l'istinto del branco, almeno di quel tipo di branco, non attecchisce.
"Sono d'accordo, ma purtroppo nessuno di essi  mai stato tradotto in italiano".
"Potrebbe utilizzare testi italiani di autori italiani: non ne abbiamo forse?".
"Ovviamente" rispose Mario subito rinfrancato, "ma come sapete, io mi occupo di progettazione, ed  una progettazione d'avanguardia; pertanto leggo molti autori stranieri. Cerco d'imparare dalle esperienze e dalle teorie altrui; anche se questo pu far
rabbia a qualcuno. Torno a ripetere che quelle che tenete sul tavolo sono novit internazionali: testi aggiornatissimi. Le Universit se li sognano testi come quelli. Ecco, questo  quello che dissi al Vicedirettore".
"Non aggiunse altro?".
Mario esit: "Non ricordo... cosa importa?".
"Importa molto, perch stiamo cercando di capire cosa possa avvenire tra uomini che rivestono ruoli chiave nella struttura industriale italiana: vivono tra i progetti e per i progetti; vivono dei loro stessi progetti, e dunque anche le loro opinioni sulla letteratura che ritengono importante per i loro progetti sono importanti per noi".
" vero", disse sorridendo per la prima volta e quasi illuminandosi in volto, "noi viviamo per i progetti... e allora...".
"E allora?", esort il funzionario.
"Allora gli dissi che la cultura marinara anglosassone e quella francese sono, al momento, insuperabili. Questo forse fu per lui un motivo d'inquietudine; ma senza alcun fondamento: poich  verit condivisa dalla comunit internazionale. Allora lui si offese molto, ma solo perch sapeva che avevo ragione. Poi accadde una cosa che non capii. Si mise a ridere; e l'ingegner Rougier lo rimprover affermando, e stranamente prendendo le mie difese, che condivideva le mie idee".
"Perch stranamente?".
"Perch il Direttore  persona talmente corretta che in un contrasto anche bonario come quello, difficilmente si sarebbe schierato dalla parte di un collaboratore: di solito cerca sempre di mediare e tenere la propria opinione per s".
"Quindi?".
"Quindi il Vicedirettore disse che era pericoloso mantenere contatti con certe nazioni malviste dal Regime. Il Direttore divenne furibondo perch avevamo appena consegnato il Tashkent alla Marina Sovietica, e non voleva che si facessero paragoni di quel genere. Ci disse che dovevamo pensare al lavoro e all'interesse del Cantiere, non alla politica. Se non fossero stati due uomini di profonda cultura e di ineccepibile educazione avrei pensato che da un momento all'altro sarebbero arrivati alle mani".
"E poi?".
"Poi il Vicedirettore mise fine alla discussione allontanandosi".
"Tuttavia, siete a conoscenza che Francia e Inghilterra sono due Paesi nemici: siete consapevole di questo?".
"Tanto meglio. Si cerca di scoprire i segreti dei nemici con lo spionaggio. Noi studiamo i loro libri. Sarebbe dannoso non leggerli, non il contrario. Credete signore che, per il fatto che ho studiato libri forestieri abbia mancato al mio dovere nei confronti del Cantiere o del Paese?", rispose Mario a tono; ma era evidente che cominciava ad avere i nervi scoperti.
Il funzionario lo osservava, con gli occhi bassi e le mani intrecciate sopra la scrivania, come se ritenesse quella sua vittima niente di speciale.
Era una drammatica commedia, pens Mario, ma non riusc a giustificarne la ragione.
Il giovane funzionario prese un'aria innocente, apr un fascicoletto e scrisse un appunto nell'angolo di un foglio. Poi, sempre dallo stesso fascicolo prese un foglietto stropicciato, lo guard attentamente e con la sicurezza di un bambino al quale tutto  permesso disse: "Conosce il macellaio Lomi?".
"No. Non mi risulta".
"Strano, ha il negozio nel vostro quartiere".
"Non vado mai a fare la spesa".
"Pensateci bene: Lomi. Corrado Lomi: il macellaio".
Mario aveva voglia di ribattere ma si tratteneva. Conosceva quel tipo di persone: conosceva tutti i tipi come quello che si erano fatti strada sgomitando in camicia nera e manganello, e quello aveva l'aria dello squadrista incallito, anche se intellettuale e di buona famiglia. Anzi, ebbe proprio l'impressione che si fosse gettato nei tumulti per non arrampicarsi in societ sugli allori della famiglia, probabilmente con grande dispiacere dei suoi. Ma in fondo perch doveva avere paura? Era al servizio di uno stabilimento strategico, il Direttore era un suo buon amico ed era in ottimi rapporti con la famiglia Ciano. C'era sicuramente un malinteso, forse un errore di omonimia; e quel pensiero lo tranquillizz. Non aveva assolutamente l'intenzione di fare nomi al fine di evitare incidenti: e poi era
troppo discreto. Quindi stette zitto e ignor la provocazione nella quale il funzionario pareva avesse piacere d'insistere.
Era provocatorio. Ecco che cos'era quell'uomo: provocatorio!
In ogni sua frase c'era un sentore di affilata prepotenza. Mario avvertiva che la sua forza stava cedendo, ma si ribellava a quel pensiero. Si rifiutava di cedere senza battersi; ma tuttavia non aveva intenzione di mostrarsi n insolente n ruffiano, tanto meno untuosamente confidenziale solo per assicurarsi l'appoggio delle sue conoscenze.
Intanto l'esuberanza del giovane funzionario continuava a starnazzare subdolamente; e Mario, sconcertato da quella meschinit, si scorse in bilico tra l'essere furibondo e l'essere disperato. Cos il giovane funzionario, con un silenzioso riso di scherno che gli scosse tutto il corpo, domand porgendogli quel foglio: "Conoscete questo biglietto?".
Mario lo osserv con attenzione. Se lo gir fra le mani come fosse una benda infetta e rispose: "Mi dispiace infinitamente signore, ma non l'ho mai visto".
"Per ne intendete il significato, anche se  scritto in francese?".
"Certo!".
Il giovane funzionario, dopo aver mentalmente osservato che lo stato d'animo del suo inquisito influiva sulla piega della sua bocca, come se quella parte anatomica rappresentasse il senso della sua distinzione morale, chiuse per un momento la questione con un calmo: "Comprendo!", e poggi il mento sulle mani unite.
Sembrerebbe che in situazioni simili a quelle, l'uomo onesto debba spaventarsi, disperarsi, mettersi a piangere e gridare: Mario si sent invece molto bene, quasi infuso da un alito liberatorio. Rare volte si era sentito cos: come se avesse fatto un tuffo di mille anni indietro e fosse tornato ad essere un primitivo. Non era chiaro nemmeno a lui per quale sillogismo era incappato in una trappola, perch certo quella era una trappola; ma sicuramente aveva imboccato una strada, a lui ignota, che non piaceva al Regime.
Trov quindi la forza di rispondere con spavalderia: "Per forza comprendete:  facile ora che vi ho detto tutto!".
Il giovane funzionario, allora, stupito dalla forza d'animo di
quell'uomo, convinto della propria onest morale e professionale, non pot fare a meno di provare per lui un senso di ammirazione, e prosegu.
"Abbiamo appurato la vostra ottima conoscenza della lingua francese. Nella bottega del Lomi, il macellaio del vostro quartiere, per altro gi interrogato,  stato trovato questo biglietto guarda caso proprio in francese. Potrebbe essere un messaggio cifrato: e non sono molte le persone che conoscono le lingue straniere in modo da poter comunicare con tanta disinvoltura".
Quelle parole uscivano dalla sua bocca come bolle di sapone. Mario avvertiva l'avvicinarsi di un nembo di pazzia e grid: "Perch mi fate quest'accusa infame?".
Il giovane funzionario vel il suo viso di un ghigno beffardo: non sopportava che qualcuno alterasse le sue supposizioni.
"Nessuno vi sta accusando di niente, Vezzi. Stiamo solo facendo delle ricerche. Calmatevi e non spingetevi a parlare con quel tono. Tornando ai vostri libri, come sareste riuscito a procurarveli?", soggiunse apparentemente distratto, e squadrandolo dall'alto in basso come era solito fare.
Era un altro affondo; Mario se ne accorse e non fiat.
Il giovane funzionario continuava a osservarlo con occhi acuminati.
Di solito i criminali, dopo la debita lavata di capo, fanno le loro dichiarazioni in tono d'innocenza violata o di goffa rassegnazione. Quello no, rimaneva impietrito davanti a lui con l'agile fragilit di un giunco che parli a una quercia. Quindi prosegu pi incisivo.
"Sbaglio o collaborate con il Cantiere francese dell'ingegner Le Moth?".
Mario ud la sua voce come se provenisse da molto lontano, poi ripet ancora: "Sbaglio?".
"No, non vi sbagliate:  cosa pubblica d'altronde", comment Mario languidamente; poi si fece animo e prosegu tenace e indefesso.
"Tuttavia non ho rapporti con l'ingegner Le Moth da prima della dichiarazione di guerra; anzi, vi confesso che mi farebbe piacere avere sue notizie. E tengo a precisare che i nostri rapporti professionali hanno sempre riguardato progetti di barche da diporto, mai progetti industriali".
"Militari?", aggiunse torvo il giovane funzionario.
"Figuriamoci!".
Mario sprofondava dentro la verit, che appariva perfino ingigantita dalla evocazione del cantiere francese: una ammissione traboccante di piet, cos generosa da insospettire anche quelle mura spietate. Alla sua disperazione si aggiunse una commozione che lo spingeva alla deriva di un folle abbattimento; ma l'amore per la sua professione andava oltre la sua testa, oltre il suo universo di etica: quella era la verit! Si affermava nella sua lealt morale, e si nutriva alla mammella ostinata del sapere indipendentemente dai capricci della politica: ogni libro era buono perch dietro di esso c'era una persona che voleva condividere le proprie esperienze con gli altri, a prescindere dalla bandiera o dalla ideologia.
Mario ebbe la forza di rimanere ritto, impassibile; ma era evidente che il suo spirito si era accasciato. Il colpo doveva essere stato ben duro, e lui si sentiva confuso dentro il proprio corpo. Tuttavia, quel supino senso di accettazione distaccata, invece di abbatterlo definitivamente, riusc a scuoterlo. Si aggrapp allora a un particolare istinto che non meritava il nome di debolezza, ma era un istinto naturale di riflessione e buon senso. E fu quell'istinto a sospirare quasi in un gemito dignitoso: "Questa accusa si basa su un errore".
"Torno a ripetere, Vezzi, che su di voi non pende alcuna accusa", disse la voce sarcastica dell'altro con il solito accento fiorentino. Non si era schierato sotto il vessillo della caccia agli oppositori: cercava anche lui una verit.
Mario avvert che la sua capacit di ragionare era annientata; tuttavia, a differenza dell'uomo medio che ha l'ambizione di dominare gli eventi, cominci a diffidare di quel successo accidentale, perch gli appariva artificioso. Rimase sospeso, insicuro, confuso, dolorosamente conscio della sua incapacit di esprimersi. In quel che aveva detto, con la forza di un'arringa, aveva trovato la grandezza e il calore della vita, ma le sue parole, probabilmente, non erano state adeguate: o forse inutili.
Il giovane funzionario fece un cenno. Il secondino si appress a Mario e lo prese per un braccio. Mario fu costretto a consegnare la tessera del partito e lo spillo che portava alla giacca, mentre sentiva la terra aprirsi sotto di lui in una vertigine che lo risucchiava all'infinito.
"J'aipris les armes puor la libert de tous!(11), esclam il giovane funzionario con sottile ironia.
Mario ud quelle parole come se provenissero da un'eco infernale, ma per un oscuro riflesso condizionato riusc a rispondere con meccanica spavalderia: "Habe fortem virum, vir fortissime; vicisti"(12). E con gesto teatrale depose con rabbia le cose che gli erano state richieste sulla scrivania che gemette in un lamento.
"Siete stato a Clermont-Ferrand?".
"Assolutamente no! Vi ho gi detto che ho una certa passione per la storia!".
Fu l'ultimo contrattacco del suo orgoglio. Ormai le speranze di essere vittima di un errore si erano dileguate: qualcosa di oscuro e malvagio gli stava sfuggendo, ma doveva mantenere la calma e cercare di ragionare con la testa.
Il secondino chiuse la porta dietro di loro nel ruvido clangore che echeggi raggelando il cuore di ognuno. Nel corridoio cominciava a scampanellare un trambusto di stoviglie anticipatore della cena: Santa Caterina rintocc otto colpi. Mario gett lo sguardo oltre la grata che dava sul chiostro: era l'unica sua cosa che poteva uscire di l; ed un travaso di lacrime amare inond i suoi occhi smarriti, mentre un crepuscolo spietato azzannava la gola purpurea del cielo.
A quel punto Attilio ritenne opportuno sospendere il racconto per aprire una parentesi sul Confino: un provvedimento di polizia
che non si basava sulla contestazione di un reato, ma sulla semplice notifica di un atto amministrativo.
Era stato istituito nel 1926 per emarginare gli oppositori del Regime; divenne ben presto una misura "punitiva", che consisteva nel relegare forzatamente un cittadino in un luogo diverso dal Comune di residenza: generalmente una localit sperduta.
Giuridicamente, il Confino era considerato una misura di prevenzione; permetteva, infatti, una certa libert personale. La sua durata poteva variare da uno a cinque anni, ma poich era rinnovabile, di fatto, poteva essere considerata indeterminata.
Il confinato non aveva commesso alcun reato, per questo non era processabile, tanto meno perseguibile penalmente.
Nel 1938 il Ministero dell'Interno disciplin il Sistema di Internamento, una misura restrittiva della libert personale tramite la quale persone considerate pericolose (schedati, oppositori politici, sospettati di spionaggio e di attivit antinazionale, pregiudicati per reati comuni, allogeni slavi, jugoslavi, ebrei italiani e stranieri, cittadini di Paesi nemici, zingari e omosessuali) venivano allontanate da luoghi strategici e rinchiuse in campi di concentramento.
L'8 giugno 1940 Mussolini eman le ordinanze per le localit di confino; e il 4 settembre 1940 istitu i primi quarantatre campi che divennero immediatamente operativi.
I luoghi di confino erano localit di nessun interesse militare, industriale o politico; si trovavano lontani da porti, aeroporti e vie di comunicazione. Erano generalmente situati in territori impervi, isolati, spesso montuosi, difficili da raggiungere e facili da sorvegliare. Alcuni di essi erano isole vere e proprie; ma in ogni caso, le difficolt di collegamento con il mondo esterno rendevano il "campo" comunque un'isola virtuale e il confinato un isolano.
Gli edifici che ospitavano gli internati erano di solito immobili dismessi o requisiti: monasteri, ville, fattorie, fabbriche o scuole; a Isernia addirittura un cinema, e a Manfredonia un vecchio mattatoio.
Tra il 1926 e il 1943 funzionarono circa duecentosessantadue colonie di confino, prevalentemente collocate nel Meridione, ma in totale furono circa quattrocento i luoghi designati dal Ministero come campi di confino e di internamento.
Variante del Confino era un provvedimento definito "internamento libero". Gli internati liberi avevano l'obbligo di presentarsi due volte al giorno alle autorit di Polizia. Non potevano oltrepassare il perimetro della zona loro assegnata e i rapporti con la popolazione locale erano ridotti al minimo.
Era proibito parlare di politica, leggere senza autorizzazione pubblicazioni estere, possedere apparecchi radio. La corrispondenza con i familiari era sottoposta a censura, mentre quella con persone che non fossero familiari richiedeva particolari autorizzazioni.
Il confino fu dichiarato incostituzionale nel 1956.
Al termine di questo preambolo, Attilio prosegu nel suo racconto.
Il 5 settembre 1940(13) Mario e suo fratello Vezio furono trasferiti al campo di concentramento di Isernia. Nessuno aveva loro giustificato le ragioni di quel provvedimento e a maggior ragione lo ritennero un'ingiustizia.
Perch? Quell'interrogativo era il loro tormento, pi dello stesso castigo: e tutto appariva cos paradossale.
Giunsero alla stazione con la sensazione di varcare la soglia di un incubo incontrovertibile. Salutarono le mogli e notarono entrambi come lo spavento delle donne si fosse impietrito in uno sguardo spento e fossile. L'ombra di quello sguardo rimase insistente nei loro pensieri per tutto il tempo del distacco: e forse anche oltre. Poi salirono sul treno, soffocati da quella tristezza che aleggia stanziale sopra i binari della ferrovia.
Uno dopo l'altro gli sportelli si chiusero, sbattendo nell'impeto di un clangore che spalanc dietro i due fratelli una voragine di solitudine. Quel rumore recise le radici dei loro affetti ai quali restarono uniti solo con un filo di dolore.
Un dolce sussulto scosse il treno. Mario non ud e non sent nulla; solo pi tardi avvert le vibrazioni dei vagoni che, sferragliando per l'accelerazione, non riuscivano a coprire i singhiozzi di suo fratello.
Il viaggio fu interminabile. A Roma dovettero cambiare e salirono sopra un treno che, fischiando e sbuffando, tentava di recuperare il ritardo che lo tallonava senza mollarlo. Superata Frosinone s'incunearono spediti tra selvagge montagne coperte da boschi antichi. Sui gioghi d'intorno, languidi paeselli sparsi come a caso sgocciolavano la loro stessa precariet appesi a mezza costa. Grigi, vacillanti e mollicci, come catarri di Dio: lontani presepi senza scampo incalzati dall'avanzare dei castagni. Era un paesaggio aspro e selvaggio che non mancava d'ispirare un'affascinante suggestione.
A tratti, mentre si addentrava nelle viscere dell'Appennino, il treno arrancava tossendo sbuffi di vapore. I vagoni si allungavano snodandosi mansueti dietro una locomotiva nera come il fumo che si vomitava sulla schiena; finch, lungo il finestrino scivol, come il lampo azzurro di un riflesso, il cartello che annunciava con orgoglio: Isernia 469 msl.
Vezio guard suo fratello e disse: "Mi sa che qui barche ne trovi poche".
Mario rispose sospirando un sorriso che ruppe per un istante la gravit del suo volto; e quando il treno cominci a lamentarsi con una acerba frenata, i loro corpi si cullarono nel prolungato sobbalzo dell'arresto. Poi scesero, mettendo riluttanti il piede a terra, trascinandosi appresso il bagaglio e un'espressione smarrita.
Era evidente che i due carabinieri, ritti sotto la pensilina, li stavano aspettando; quindi si diressero verso di loro tenendo i documenti bene in vista, come se le loro facce da esiliati non fossero pi eloquenti di qualsiasi carta.
La scapigliata compagnia usc dalla stazione e imbocc la strada principale. Davanti a loro si spalanc nella dignit della propria miseria un'ossuta cittadina che affogava nel guazzo di un cielo lontano gi volto all'autunno.
Isernia era il loro confino; e lo sarebbe stata per chiss quanto
tempo. Offriva dimora a non pi di diecimila anime; e nell'aria umida serpeggiavano le memorie di un'avara vendemmia.
Giunsero finalmente al loro domicilio. Che era quello, Mario se ne accorse dall'impercettibile mutazione posturale del carabiniere che lo precedeva.
Era stato, un tempo, un convento di suore benedettine, conosciuto col nome di Antico Distretto. Adesso faceva parte dei centotrentacinque campi di concentramento censiti dal Ministero dell'Interno, e poteva "ospitare" centoventi internati che alloggiavano in quattro camerate al piano terreno ed altrettante al piano superiore.
Sulla facciata patrizia si aprivano finestre ferrate le cui dimensioni suggerivano con quali rigori l'inverno avrebbe teso loro l'assedio. Aveva un aspetto tenebroso, accentuato dal colore muffito delle mura, e ostentava i segni di un ingrato abbandono.
Mario e Vezio si guardarono desolati; poi circumnavigarono con lo sguardo sbarrato i selvaggi dintorni e, compiuto il giro, si ritrovarono ognuno negli occhi dell'altro, nella speranza di scoprirvi il fantasma di un improbabile reciproco conforto.
Il portone si spalanc. In fondo al corridoio scorsero il colonnato di un chiostro e nel mezzo un pozzo di pietra. Il vento sibilava mollemente tra le arcate, rimenando, forse seppellendo i ricordi della vita che si chiudeva alle loro spalle, come attesi da un reliquiario.
"Questo  l'inferno, vero?", sussurr Vezio appellandosi con fiducia al verdetto del fratello.
Mario soprassedette distratto, ma fu preso da un moto di rabbia: era un commento ovvio e inutile. Tuttavia, ebbe la forza di rispondere, con un certo sarcasmo, che c'erano posti peggiori e che anche quello, in fondo, era un avamposto dell'Impero.
Entrarono nell'androne, e furono ingoiati come ombre dalle fauci del lungo corridoio che si perdeva nell'oscurit; poi il tonfo del portone chiuso dietro di loro li scaravent nel gelo pi assoluto.
Dal colonnato filtrava una fiacca luce ramata e un rinfrancante odore di mosto pareva annunciasse un imminente risveglio. Mario fin quasi per crederci, come se davvero dovesse risvegliarsi da un
momento all'altro, vestirsi e andare al lavoro. Cercava di scorgerlo quel suo risveglio, lass in cima alle scale che salivano dal chiostro; ma sul pianerottolo solo il carabiniere lo aspettava per indicargli la camerata, con quella sua enigmatica espressione sannita e le bande rosse sui pantaloni.
Nella camerata una quindicina di letti con due coperte verde oliva ripiegate. Alcuni erano gi occupati, e Vezio si affrett ad appoggiare il proprio bagaglio su quello accanto alla finestra, poi si volse in attesa del fratello; ma Mario si era fermato al primo, quello vicino alla porta, e fece cenno a Vezio di prendere il posto libero di fronte a lui: fra un mese i posti vicini alle finestre avrebbero richiesto pi coperte. Vezio comprese e immediatamente trasloc.
C'erano nella camerata altri disperati che, come i due fratelli, cercavano di decifrare quella nuova dimensione.
Sopra di loro regnava un silenzio pieno di sospetti reciproci che isolava ciascuno in una diffidente solitudine. Avevano facce assenti, dure e senza calore, segnate da sfumature verdi e gialle che marcavano ancor pi il nero delle loro orbite. Ogni tanto si guardavano timorosamente intorno, e se parlavano il tono della voce pareva un sospiro di spettri. I discorsi passavano sopra le loro teste senza lasciar traccia; mentre il loro contenuto silenzio esprimeva la forza di un animo invincibile: neri e diffidenti, si erano dati convegno alla sorgente della disperazione.
Alle sette scesero tutti in refettorio per la cena. Solo Mario rimase in camera, seduto sul letto, a fissare il suo violino. Dalla finestra trapelavano i frettolosi avvenimenti della strada gi silenziosa, e confluivano solidificandosi nell'ombra cruciforme che la grata stampava sulla parete. Il silenzio che lo avvolgeva era solido e profondo e si ricongiungeva con quello degli orti dietro il convento, poi scivolava gi verso il fiume anche lui tanto silenzioso da giustificarne il nome: fiume Sordo.
Mario si mise a lucidare lo strumento con gesti misurati che si amplificavano nei giochi delle ombre sulla parete e rendevano quel silenzio compatto, soffocante e vivo come l'inconsulto rimescolio di uno stormo di passeri. Non udiva le voci dei suoi compagni gi nel refettorio. Non udiva i passi attardati di frettolosi passanti che
rientravano per la cena. Non udiva neanche il grido della sua disperazione che ringhiava nello spazio sconfinato della solitudine. E per liberarsi dalla morsa soffocante e implacabile di quel silenzio impugn il violino con rabbia. Fece scivolare l'archetto sulle corde, con forza, con collera, con disperazione, squarciando il ventre solido e gonfio di quel silenzio abissale con la freddezza chirurgica e astratta di un mi bemolle. Scagli le sue note contro quel silenzio misterioso e complice ma perforabile; lo penetr e lo attravers per tutti i lati, senza mirare un bersaglio. Il violino strideva convulso in acuti e malinconici trilli che reclamavano la gloria degli sconfitti, non l'imbarazzo dei perdenti. Cantava per protesta ma non pensava al ritorno: pensava alla vendetta!
Quando suo fratello entr nella camerata teneva in mano una tazza di brodo bollente. Sulla sua superficie galleggiava una costellazione di occhi di grasso insieme a minuscoli pezzi di carne.
"Devi mangiare Mario, ti prego", disse porgendogli la tazza e mettendogli prepotentemente un pezzo di pane in mano.
Mario guard la tazza. Quella vista gli fece bene agli occhi e al cuore: aveva qualcosa di familiare, e lo aiut a dissipare scampoli di rabbia.
"Grazie", esclam commosso, quasi strozzato da un senso di terrore. L'immagine di un viaggio angosciante si ricomponeva e gli stava davanti, nitida come un quadro; ma lui, non meno atterrito che se qualcuno avesse cercato di soffocarlo, si mise seduto sul letto, incurante, facendo finta di mangiare con gusto.
La mattina seguente furono condotti dal direttore del campo.
Era un uomo pingue e dall'aspetto volgare. Aveva modi accattivanti e il tono della sua voce mostrava, forse troppo chiaramente, come fosse ispirato pi dal calcolo dell'interesse che dallo spirito del dovere. Era una persona colta, astuta e diplomatica che non esitava a scadere nelle lusinghe di una viscida insinuazione. Nei piccoli occhi incassati brillava un'indolente ferocia borbonica, e un naso rotondo e scivoloso ricordava un aspetto selvatico.
Con l'aria del grand'uomo piant sui fianchi le grosse mani e disse: "Sono il commissario Renzoni e dirigo questo campo. Esigo da ogni internato il massimo rigore nell'osservazione delle regole".
Poi prosegu, con parole che fluivano nell'aria e riempivano la stanza come farfalle. Disse che gli internati potevano svolgere lavori pertinenti alla loro esperienza e avevano diritto di conservare oggetti di uso personale purch non fossero di valore. Non avevano invece diritto a tenere oggetti di valore n somme di denaro superiori alle necessit; in tal caso avrebbero dovuto depositare gli oggetti in una cassetta di sicurezza e i soldi in un libretto bancario o postale dal quale, tuttavia, avrebbero potuto attingere liberamente.
La corrispondenza postale, telegrafica o la spedizione di pacchi, doveva avvenire tassativamente tramite l'autorit di Pubblica Sicurezza; e ricord, a scanso di malintesi, che la direzione esercitava una sorveglianza rigorosa e una censura severissima. In caso di necessit sanitarie avrebbero avuto diritto alla visita del medico condotto; ma per visite specialistiche sarebbero stati accompagnati all'ospedale. Ovviamente lo Stato riconosceva loro la libert di culto, e pertanto ogni domenica avrebbero potuto recarsi nella chiesa di San Francesco per la messa.
Avrebbero potuto coltivare l'orto. Avrebbero mangiato alla mensa del Campo, che per loro fortuna ne era provvisto, e potevano circolare liberamente per il paese; tuttavia, avevano assoluto divieto di parlare di argomenti politici o militari: sia tra loro che con gli abitanti del luogo.
Aggiunse infine, cambiando il tono da proclama in uno pi paterno, che erano capitati in un buon Campo, dotato di riscaldamento e servizi igienici con acqua corrente; a differenza di altri nelle vicinanze, come Agnone e Boiano, che presentavano condizioni molto pi rigide. Concluse raccomandando loro la massima esemplarit di condotta, soprattutto in vista del fatto che, in prossimit dell'anno scolastico, alcuni locali del convento sarebbero stati ceduti alla vicina scuola. Infine concluse: "Tutti i campi sono amministrati e controllati dal Ministero dell'Interno, ma la vigilanza  affidata ai Reali Carabinieri; pertanto, per qualsiasi cosa, potete far riferimento al brigadiere Saltalasbarra, capo del posto di guardia",
e ammicc al carabiniere che stava in piedi accanto a lui.
Ai due fratelli non rest che rinchiudersi in loro stessi, masticando il proprio dolore come un assenzio, e rivolgere il loro sguardo smarrito al brigadiere Pierluigi Saltalasbarra.
Era un omiciattolo con spalle larghe e cadenti e un ventre ancor pi largo proteso in avanti come condannato a una gestazione senza termine. Quel che restava dei suoi capelli era di quel bianco stopposo che solo coloro che hanno avuto un tempo i capelli rossi possono avere. Gli occhi piccoli e pavidi si nascondevano nei tratti confusi di una faccia disseminata di semola, rossi anch'essi: privi di qualsiasi lume intellettivo, non brillavano altro che dell'allarme circospetto della preda.
Si muoveva su due gambacce corte e sghembe che spostavano convulsamente quel suo addome sventrato: vittima com'era di un'ansia perenne, lo animava un moto perpetuo. Pareva un giocattolo rotto che si agita nella meccanica pi inconsulta. Ancora distante dalla cinquantina, dimostrava l'et senza tempo di un vecchio corroso dall'esistenza; e per causa della guerra, diceva lui, era affetto da una lieve sordit.
In effetti, aveva prestato servizio durante la Grande Guerra come cuciniere; costretto, malgrado l'incarico, al frastuono delle batterie aveva, poveretto, riportato quella fastidiosa infermit che lo costringeva ad urlare delle espressioni verbali che non era possibile definire comunicazione, ma una primordiale emissione fonetica di suoni mutilati e disgregati, mai conclusi, spesso sconclusionati, sempre approssimativi e quasi mai comprensibili: un gergo oscuro e gorgogliante come un'acqua sotterranea.
L'uniforme segnava per lui il confine tra lo scibile e l'ignoto. Era l'unico elemento che conferiva un colore deciso alla sua grigia esistenza, anche se indosso a lui perdeva ogni autorit. Timidamente prepotente e goffamente vanagloriosa, appariva confezionata su misura, non dal sarto, ma dal suo stile: maltrattata, grinzosa e impataccata.
Dalla sua nomina al Campo, la sua ansia era cresciuta nutrendosi delle proprie preoccupazioni. Il poveretto non sospettava di essere stato scelto per quel suo non carattere, da un direttore con pochi scrupoli che vedeva nel Campo un'opportunit per arricchirsi e guadagnare, in soldi e potere, sulle disgrazie degli altri.
Dopo quell'augusto dialogo, Mario usc per esplorare la sua isola virtuale, il cui perimetro, per fortuna, non coincideva con quello dell'abitato, ma era delimitato da riferimenti topografici pittoreschi come quelli di una mappa piratesca: il Ponte della vedova, la Fonte dei porci, la Stele romana, il fiume Sordo, la Malombra, la Boccamurata, il vicolo dell'Afflitto e la Rampa del Purgatorio.
Ultimo baluardo delle sue colonne d'Ercole: il Camposanto. Cos salp sopra i suoi passi e fece rotta per la circumnavigazione di quell'isola immaginaria, immersa tra monti selvaggi e irraggiungibili. Tuttavia, in quella sua esplorazione riusc ad apprezzare l'antico fascino della cittadina: dalle sue mura, decadute nella sonnolenza dei secoli, trapelava ancora il cozzo della resistenza sannita agli attacchi di Roma.
Dalla via principale si ramificava una ragnatela di vicoli incogniti dove solo ragazzetti scalzi potevano orientarsi senza smarrirsi rincorrendo una palla di stracci. Sedute sulla soglia di tufo, le donne lavoravano il merletto a tombolo gi famoso ai tempi di Caterina D'Aragona. Indossavano gonne lunghe a balze bianche e nere, e avevano il capo avvolto da veli che le facevano assomigliare a strane farfalle. Altre, infagottate da larghi grembiuli, assediavano un loggiato di fattura gotica: la Fontana Fraterna. Andavano e venivano tenendo le brocche in equilibrio sul capo, mentre i loro cicalecci si perdevano nell'arpeggio del vento.
Mario giunse all'ultima casa del paese; poi la strada proseguiva precipitosa incontro al Carpino, l'altro fiume che rendeva il territorio una sorta di nostrana mesopotamia. Era un fiumicello serpeggiante color argento, che si perdeva tra le foreste: dal suo letto saliva una nebbiolina lattiginosa che andava ad acquattarsi ai margini di una boscaglia.
Prima di giungere al fiume, una radura irregolare e un cartello che annunciava con una certa autorit: "Palestra di Ardimento". Era il campo sportivo. Nella pozza che segnava il centro del campo, le nubi si specchiavano alte e frettolose; intorno a quella, una poltiglia gialla con stentati ciuffetti di un'erbetta ribelle. L un gruppetto di ragazzi si esercitava sotto il vigile sguardo dell'istruttore.
Mario segu l'invito di un sentiero che degradava nel pietrisco fino alla riva franosa del fiume. Era un antico sentiero che resisteva alle canneggiole e all'avanzare dei rovi.
Si ferm per un istante e gli sembr di sentire sotto i piedi la corsa della terra.
Superato il ponticello, il sentiero voltava per salire verso un poggetto e si dissolveva in un pianoro ghiaioso ai piedi di un circo di boschi. Alcuni asinelli sorvegliavano un cancello che, sfinito dalla ruggine, cigolava ogni tanto un lamento.
Mario si ferm e senza oltrepassare il ponticello, rest a guardare il camposanto: un muro sbiancato contro il cupo silvestre della macchia e di pietosi cipressi svettanti. Una lapide ricordava i caduti della Grande Guerra e una siepe di alloro spandeva il suo profumo sopra la loro memoria. Un volo di corvi allontan la sua fantasia da quel triste paesaggio, si fece il segno della croce e poi si volse per fare ritorno.
Una sera, sdraiato sul letto, Mario fissava alternativamente la finestra ferrata e il soffitto di travi che incombeva sopra di lui, pieno solo di ombre geometriche: due spazi rettangolari che avrebbero potuto anche moltiplicarsi e rimanere incapaci di contenere il dolore in una dimensione accettabile. Di solito, la nomade fissit delle sue riflessioni si disgregava all'improvviso frullare dei topi che si rincorrevano in soffitta. Quella sera, per, a ricondurlo sul sentiero della consapevolezza non furono i topi che si sfidavano nell'oscurit, ma un suo compagno di sventura che, seduto sul davanzale, scioglieva la nostalgia in un canto.
I vetri grondavano pioggia, come se qualcuno picchiettasse contro la finestra il ritmo della melodia.
"Sull'Amo d'argento, si specchia il firmamento, mentre un sospiro, un canto si perde lontano, dorme Firenze, sotto il raggio della luna ma dietro ad un balcone, veglia una madonna bruna... ".
Oreste Caprai era un calzolaio di Cortona. La sua facciona larga ricordava l'aspetto solenne di un gufo. Cantava con una possente voce tenorile, discretamente educata, e si diceva che una passioncella per il palcoscenico gli aveva permesso di conquistare una certa popolarit: aveva cantato in chiesa, nelle feste paesane e nelle rappresentazioni teatrali. Una volta aveva cantato anche ad Arezzo e ci sarebbe tornato per avviare una brillante carriera, se non lo avessero cacciato alla fine del mondo: insomma, una vera e propria celebrit.
Le giornate trascorrevano solitarie e interminabili, dilatandosi e comprimendosi in fasi alterne di dolore e di rassegnazione. Disegnare e suonare erano le sole attivit che consentivano a Mario di poter sopportare la realt, senza cedere alla tentazione di affrontare l'immediato aspro conflitto con quella e con se stesso. Disegnare e suonare gli restituivano il dominio sui brandelli di quelle giornate e lo aiutavano nella ricerca di una remota meta esistenziale, come fossero carta e bussola. Riusciva cos a salvarsi, almeno in parte, da una deriva subitanea e dolente che avrebbe suscitato in lui nuovi tormentosi inciampi, spingendo la sua tristezza in un progressivo dilagare. Considerava i suoi disegni entit autonome e reali, consistenti come un cibo da gustare in segreto. Per questo schivava, anche bruscamente, le lodi che i suoi compagni gli manifestavano; ma quella gelosia non poteva certo fare da sordina alle note del suo violino, che producevano una musica pervasa da un'emozione cosmica e ricadevano fitte fitte sopra la sua malinconia come un soffice manto di neve.
Quelle ingenue occupazioni parevano tuttavia sospette al brigadiere Saltalasbarra, che ritenne opportuno far sorvegliare il singolare confinato livornese.
Cominciarono cos i giorni del controllo.
Un carabiniere lo osservava continuamente con un piglio dubbioso; e ogni volta che Mario terminava un disegno, lo esaminava per accertarsi che non fosse un'attivit sovversiva: era il suo dovere!
Mario gli consegnava i fogli e di solito glieli girava tra le mani dalla parte giusta. Il carabiniere li osservava con quel suo faccione ruvido e giallo, il naso piatto e la boccaccia sgangherata ma, con il passare dei giorni, quelle espressioni ottuse e perplesse si mutarono in manifestazioni d'interessato apprezzamento; finch una volta, dopo averci pensato e ripensato, trov il coraggio di chiedere a Mario se sarebbe stato disponibile a far ripetizioni di disegno a suo figlio che frequentava l'Istituto Tecnico. Cos, il confinato Mario Vezzi fin per dare ripetizioni di disegno, matematica, fisica e francese. E, naturalmente, lezioni di musica.
Non era quella la sorveglianza che intendeva il brigadiere Saltalasbarra, il quale non riusciva ad accettare che quel livornese suonasse deliberatamente il suo strumento e disegnasse tutto il giorno quegli incomprensibili scarabocchi. Quell'uomo aveva il torto di essere un prolifico creativo. Era annebbiato dalla febbre della desolazione che pareva non smettere mai, eppure era capace di rappresentare le proprie idee sopra fogli che raccoglieva ovunque. Sopravviveva grazie alla gioia della creazione, un dono che si suppone appartenga solo agli di: e questo non era assolutamente tollerabile.
Quindi il brigadiere Saltalasbarra cominci a tenerlo d'occhio personalmente, e fece bene. Una sera, infatti, sorprese Mario improvvisare una divagazione su "Giovinezza", e mentre suonava, il Caprai lo seguiva cantando senza celare una ironica spavalda prosopopea melodrammatica:
Giovinezza, giovinezza, primavera di bellezza!
Nel fascismo  la salvezza, della nostra libert...
Era un oltraggio agli ideali della Patria e ai principi del Fascismo. Inoltre, era senza dubbio un argomento politico e quindi censurabile, censurabilissimo! Era la schiacciante prova tanto pazientemente attesa.
Tra le sue tante limitazioni di pensiero, il brigadiere Saltalasbarra possedeva anche quella di credere che indossare una divisa, o ricoprire una carica, rendesse migliori degli altri: specialmente
di coloro che si trovano in posizione svantaggiata. Mario, che non poteva credere alle sue orecchie, continuava a smentirlo, con molte precisazioni e altrettante ovvie giustificazioni; ma il brigadiere Saltalasbarra continuava ad insultarlo e minacciarlo, finch giunse a dargli uno schiaffo e con tono ferreo ed inflessibile sequestr lo strumento.
Mario rimase sopraffatto dentro la propria ira e sbott in un gesto d'impazienza, ma il Caprai lo ferm con una rapida occhiata; allora Mario ebbe la forza di dire: "Mi lusingate paragonandomi a Toscanini(14), per decidiamoci!".
Il brigadiere Saltalasbarra, senza naturalmente comprendere la battuta, ribad minaccioso, dimenando il capo: "E siete fortunati se non lo riferisco al direttore!".
Mario era stordito dall'ingiustizia e il commento finale lo rimen nel dolore pi crudele. Non faceva differenza che l'accusa fosse ingiusta; anzi, l'ingiustizia aumentava ancor di pi il suo dolore. La nausea lo tratteneva nel proprio sbigottimento e si scopriva assolutamente incapace di decifrare quei segni ingrati che la vita gli infliggeva: il sequestro era caduto come una saetta di fantasia sull'unico albero ancora verde della sua valle desolata.
Preziosa per il morale di Mario riusc una breve visita di sua moglie, annunciata pochi giorni prima da un inaspettato telegramma.
Il treno giunse puntuale con un cigolio di ferraglia sconquassata, quasi un sospiro prolungato. Lei scese i gradini dell'emozione e sbuc dagli sbuffi di vapore esalati dalle viscere del treno. Mario non la vedeva da molto tempo e gli sembr che quella graziosa figura giungesse da una remota lontananza.
I gesti, il tono della voce, il sorriso aperto e lo sguardo amabile erano quelli conosciuti e sospirati; ma dopo tutta quella solitudine gli apparvero come la reminescenza improvvisa di un mondo lontano. Forse not delle differenze, forse era una visione, forse
era l'ambasciatrice di un mondo onirico che aveva varcato i monti; ma ormai un'invalicabile fossa di delirio lo aveva separato da quel mondo.
Giuseppina poteva fermarsi solo pochi giorni che, come ogni momento felice, passarono veloci. Per Mario furono giorni immuni dal morbo della desolazione, ma solo per farlo ricadere in una desolazione pi profonda al loro termine.
Furono comunque belle giornate che Mario e Giuseppina trascorsero passeggiando e parlando. Riuscirono a trovare maggior conforto e intimit nella locanda che Mario frequentava con gli altri. La gestiva una nonnina minuta che si era affezionata ai due fratelli livornesi coccolandoli con le maniere familiari che sbocciano spontaneamente dal cuore della brava gente di fronte al dolore. Mentre la vecchia serviva loro uno spezzatino bollente, Mario alz gli occhi e scorse uno di quei manifesti infelici che si incontravano ovunque, dalle prefetture ai vespasiani: la testa deformata del soldato anglosassone con la scritta: "Taci, il nemico ti ascolta".
Mario guardava sua moglie con tristezza, rendendosi conto di quanto le fosse impossibile capire quel che lui stava passando. Ma grazie a quella visita gli tornarono i sogni e in lui si rifece viva la fantasia: nell'oscurit del suo spirito torn a balenare la seduzione di un lampo di speranza.
Giunti alla stazione la donna lanci un'occhiata circospetta alla piazza deserta della domenica pomeriggio, sorrise e carezz il marito quasi timorosa.
"Per fortuna non devo ripassare dalla Questura di Campobasso a timbrare il nullaosta di visita. Anche quello  un bel palazzo disegnato dal Piacentini. Ora l'architetto  a Livorno, sai Mario?", disse con la gola strozzata, "pare abbia affittato l'intero piano di un palazzo sugli Scali D'Azeglio, proprio davanti al Cantiere". Poi sal strascicandosi sul predellino del vagone, stringendo il centro tavola di merletto che segner in seguito l'unico ricordo di Isernia ammesso dalle memorie familiari. Non riusciva a trattenere i singhiozzi, e Mario si sent attraversare da una fitta dolorosa alla vista del suo bel corpo appesantito dal fardello della tristezza. Mario scorgeva appena la sagoma ondeggiante del treno tra le lacrime
che affollavano i suoi occhi; e poco dopo, annunciato da un fischio indifferente, anche l'ultimo vagone svan nella nebbia che decapitava i monti, risucchiato dalla nuvola lontanissima del ricordo che
lo sommerse di solitudine.
Cos il mondo amabile e rassicurante che Giuseppina aveva portato con s svan con lei sulle ali di quel fischio, mentre lui continuava a percepirsi nella prospettiva del passato, privato di qualsiasi orizzonte futuro.
Il 21 di ottobre Mario e Vezio furono convocati dalla direzione.
Secondo il consueto, inspiegabile protocollo, il primo a essere interrogato fu Vezio; poi tocc a Mario.
Entr in una stanza che sapeva di chiuso. La luce bianca che tracimava dalle finestre gli offese le pupille, costringendolo a socchiudere gli occhi; e quando si fu abituato, si trov di fronte il direttore e uno sconosciuto.
Era un giovane alto e magro, gracile quasi, che ostentava un'aria indaffaratissima: educato nei modi e curato nella persona, ricordava un attore cinematografico. Parlavano a bassa voce, eppure le loro parole risuonavano grandemente nella stanza come se l'aria fosse di vetro; Mario not con quale insistenza il direttore lo bersagliava di domande, come per accertarsi che avrebbe condotto l'interrogatorio nel rispetto delle procedure. Dai suoi gelidi occhi blu traspariva l'anima di uno scorpione.
Per sfuggire all'angoscia Mario si mise a osservare le pareti. Erano gonfie di umidit e mostravano ancora le ombre di quadri scomparsi: solo il ritratto di Mussolini era rimasto appeso e lo minacciava con sguardo grifagno.
Un crocifisso isolato stava sospeso sopra la scrivania, una cattedra forse. Mario lo supplic con sguardo implorante; e quando
il direttore usc lasciandoli soli, not che dalla giacca del giovane ammiccava un minuscolo fascio littorio incorniciato da un rombo rosso: il distintivo degli squadristi.
Il giovane lo preg di sedere e di rispondere alle sue domande.
Una cartellina color carta da zucchero stava appoggiata al centro della scrivania. Le sue mani staccarono delicatamente il sigillo e ne trassero un fascicoletto tutto coperto di scrittura; poi lo sollevarono con uno schiocco, portandolo alto sopra gli occhi.
Mario riusc a distinguere l'intestazione del Ministero della Regia Marina.
Il giovane si alz e and ad appoggiare la schiena al davanzale della finestra. Il distintivo eman un inquietante barbaglio e Mario sent scivolargli addosso l'indifferenza clinica di uno sguardo indagatore, tastargli la pelle e comprimergli la faccia con gelo diabolico; finch intravide, con stupore, quasi un'ombra di fuggevole compassione rendere umano quello sguardo: certo una suggestione.
Il giovane si volt per contemplare distratto la campagna dipinta d'autunno; poi appoggi la fronte al vetro della finestra. Emise teatrale un colpetto di tosse, come per schiarire la voce, poi di colpo si volt e chiese: "Conoscete l'ingegner Achille Rougier?"(15).
La faccia di Mario si contrasse per la sorpresa, ma fu capace di rispondere a tono.
"S, lo conosco benissimo:  il direttore del Cantiere OTO di Livorno".
"Vi ricordate in che epoca egli  entrato a far parte del personale del Cantiere?".
"Credo nel 1915, ma non posso ricordare la data precisa perch, quando entrai, lui era gi stato assunto".
"Vi ricordate in che epoca egli fu trasferito dal Cantiere di Livorno a quello di Genova Sestri?".
"Ricordo molto bene il trasferimento ma per me  un po' difficile stabilire la data precisa".
L'espressione dei suoi occhi immobili divenne a un tratto invitante e contemplativa.
"Fate uno sforzo di mente,  molto importante".
"Mi sembra nel dicembre del 1930".
"In che epoca fu nominato vice direttore del Cantiere di Sestri Ponente?". Ostentava una compiaciuta prosopopea nella formulazione di quelle domande, quasi a lasciare intuire, con aria di superiorit, che sapeva molto pi di quel che domandava: o almeno cos voleva far credere.
"Alla morte dell'ingegner Giacomuzzi, vice direttore del Cantiere stesso; tuttavia la data non la posso ricordare. In ogni caso potete rintracciare con sicurezza quella data negli schedari del Cantiere; come potete rintracciare tutte le altre date che mi avete chiesto. Scusatemi ma trovo molto strano che veniate a chiederle a me", rispose Mario facendosi forza di mantenere la calma. Il raglio autoritario del funzionario imberbe gli irritava i nervi; infatti, anche ponendo le questioni pi innocenti, il giovane scrutava il suo interlocutore con occhi penetranti, poi, di colpo in maniera soffocante, poneva una nuova domanda. Generalmente con questo sistema, da lui lungamente sperimentato, la sua vittima impallidiva e balbettava; e facendo leva sul terrore dell'inquisito riusciva ad ottenere preziose informazioni.
"Sareste cos gentile da ricordarmi le vostre complete generalit, e la data di ammissione in Cantiere", disse; ma era evidente che le conosceva a memoria.
Mario rispose meccanicamente, e altrettanto meccanicamente, di getto, il giovane prosegu, aggirandosi per la stanza, peripatetico, scortato dalla erre arrotata del suo accento siculo che lo seguiva ovunque.
"Siete mai stato all'estero?"
"No!".
"Siete sicuro?".
"Sicurissimo".
"Nemmeno in gita turistica?".
"Nemmeno".
"Siete mai stato a Genova, a Milano oppure a Roma?".
"Certo! Sono stato spesso a Genova e sempre per conto del Cantiere. A Milano solo qualche volta e sempre in occasione della Fiera annuale; mentre sono stato a Roma qualche mezza giornata, occasionalmente e di passaggio durante i miei viaggi verso Napoli".
"Conoscete l'Attacch navale inglese a Roma?"(16).
"No".
"L'Attacch navale francese a Roma?".
"No".
"Siete mai stato avvicinato da persone che vi abbiano fatto domande tecniche, oppure proposto dei sostanziali miglioramenti di vita?".
"No, mai".
"Siete sicuro? Pensateci bene", disse scivoloso, "magari in un periodo che va dal 1935 al 1940".
"Sono certissimo di no".
"Sapete la ragione che vi ha condotto al Campo di concentramento?".
"Non conosco nessuna ragione e nessuno mi ha notificato o contestato niente che possa giustificare questa situazione cos spiacevole per me, per mio fratello e per le nostre famiglie. E, sapendo di avere la coscienza tranquilla, tutto questo  per noi veramente molto strano. Anzi, vi prego di farmela conoscere voi stesso, se possibile".
Ancora una volta Mario si trov nel fondo cavo dell'impotenza e al culmine della disperazione, e ancora una volta ebbe la forza di reagire all'attacco del suo inquisitore con quell'affondo, debole, inutile, inefficace, ma che glorific la sua sconfitta, infondendo in lui una vitalit inaspettata.
Per un istante si sent sollevato e liberato dall'angheria: per un istante si sent un cavaliere contro un drago.
"Voi che cosa ne pensate?", ribatt il giovane con un sarcastico tono cavernoso.
Mario rimase soprappensiero. Finalmente una voce estranea gli rivolgeva quella domanda che fino allora solo i propri pensieri gli avevano rivolto. Aveva atteso tanto quel momento, e lo gust rimanendo sospeso in un attimo di riflessione. Intravide una maglia rotta nella rete che lo stringeva, e cerc di balzarne fuori con un guizzo: cos rispose all'attacco.
"Capisco soltanto ora, in questo momento, che si tratta di un sospetto di spionaggio e penso che qualcun altro, per sviare le peste delle proprie malefatte, abbia gettato su di me questo infame sospetto; ma non riesco a capire chi possa aver avuto questo interesse". Si sentiva stracolmo di cose che avrebbe voluto assolutamente dire, quasi vomitare. Era sicuro che pi avrebbe parlato pi gliene sarebbero venute in mente. Avrebbe ingiuriato un sistema ingiusto e offeso i funzionari che ne permettevano l'attuazione, ma ebbe il buon senso di tacere per non porgere il fianco ad altri sospetti. Sprofond ancora nel pozzo dell'impotenza e di colpo si sent svuotato; allora si chet, abbandonandosi sulla sedia con la faccia persa e vuota di chi ha perso tutto.
A parte le prime domande, che riguardavano l'ingegner Rougier, il giovane funzionario trascrisse le altre sopra un foglio di protocollo. Esegu l'operazione con scrupolo e la grafia chiara e ordinata di chi ha tradotto a lungo dal greco. Sotto le domande scrisse le risposte di Mario; poi, con accurata lentezza rilesse il foglio, soffermandosi di tanto in tanto per alzare lo sguardo quasi a ricercare l'approvazione della sua preda che confermava con una mimesi espressiva.
Quando ebbe terminato porse il documento a Mario e disse: "Leggetelo con attenzione e verificate che tutto sia esatto; poi siate cos gentile da mettere qui la vostra firma", e indic il margine del foglio.
Mario lesse e rilesse, poi si chin sulla scrivania e pose la sua firma limpida nel punto indicato dal giovane funzionario.
"Adesso potete andare", disse il giovane funzionario distaccato e definitivo. Il tono drammatico di quell'imperativo parve ridurre al silenzio il mondo intero.
Mario si volt, usc dalla stanza e chiuse la porta alle sue spalle.
Trov suo fratello seduto sulla spalletta del chiostro. Anche a lui erano state fatte le stesse domande e con la medesima procedura. Seppero solo pi tardi che quel giovane era un funzionario dei Reali Carabinieri.
Giunse novembre, ammucchiando foglie secche agli angoli
delle strade e nei portoni chiusi in fretta. Le piogge cominciarono a fiaccare i campi, e le argille si scioglievano colando lente e dense come lacrime della terra.
L'animo di Mario si faceva sempre pi amaro e avaro come quella stagione. Solo ogni tanto qualche mezza giornata di sereno permetteva di rivedere un cielo ancora azzurro dove vorticavano lembi di nubi stracciate: l'inverno bussava alle porte. Dal fondo delle valli il vento saliva in gelidi ululati e si perdeva tra le cimase dei castagni e nelle canne dei camini. Di notte Mario lo ascoltava. Aveva il senso di un organo arcaico, incastonato nei bronchi delle montagne che gli spiriti inquieti dei boschi suonavano per desolazione: era il lamento di una natura selvaggia. Finch una mattina, di colpo, cess.
Quando Mario si affacci alla piccola finestra crociata, il mondo era diventato tutto bianco: e il grottesco lamento delle stagioni risuonava ovattato in un silenzio denso.
Il 15 novembre 1940 Vezio fu convocato dal direttore. Pensava a un nuovo interrogatorio, ma il direttore lo accolse con un sorriso paterno porgendogli l'ordine di liberazione.
"Vedrai presto toccher anche a te", disse Vezio al fratello appena uscito dalla Direzione.
Mario si sent sollevato: almeno suo fratello era libero; anzi era pi contento che se lo fosse stato lui. Tuttavia ripeteva spesso in un sussurro: "Non lo so, ma non hanno ancora vinto... qualcuno si  macchiato di un delitto diabolico, e la dovr pagare".
In quei momenti, Vezio aveva il timore che Mario fosse in preda a una sorta di malvagia ossessione, tanto da temere per la sua ragione. E in compagnia di quel timore, il giorno seguente part per Livorno.
I binari hanno sempre avuto e forse avranno sempre l'inspiegabile potere di rendere tristi tutte le partenze, anche in quella occasione, che avrebbe dovuto essere festosa. Vezio vide intenerirsi per la prima volta suo fratello che in silenzio gli strinse la mano, poi si abbracciarono per nascondere l'uno all'altro un trabocco di lacrime.
Erano due creature molto diverse, come spesso capita ai fratelli,
ma tutte e due sole nel proprio smarrimento: uno smarrimento che le teneva pi unite del loro stesso legame di sangue.
Il treno si mosse in un cigolio fiacco e prolungato. Vezio si ritir dal finestrino prima che il fumo nero, scivolando lungo i vagoni, lo soffocasse; e mentre lo sferragliare delle carrozze si perdeva nella prospettiva della campagna, Mario sprofond in una solitudine inesplorata. Avvert il disagio della vita che scivolava via e si rese conto che la sua era ormai segnata per sempre: non era pi quella di prima, e non sarebbe stata quella di dopo. Era una vita parallela e gli echi che rimbombavano nella sua testa giungevano dall'una e dall'altra: o forse erano solo lo sferragliare lontano del treno che spariva a tratti nella nebbia. Riapparve quasi in groppa al giogo lanciando un fischio spavaldo; la distanza lo faceva apparire piccolissimo finch come un millepiedi, vago nella distanza, scavalc il passo che serrava l'orizzonte per riportare suo fratello nel mondo reale, a mille chilometri di distanza: una distanza che non era la semplice lontananza dello spazio.
Mario torn indietro scortato dalle bande rosse del suo accompagnatore; e fu assalito dal sospetto che dietro ogni colonna potesse apparire, da un momento all'altro, il suo enigmatico accusatore: si aspettava di scorgerlo davvero.
Decise che avrebbe cominciato fin da quel momento a seguire le sue tracce impalpabili: certo ne avrebbe lasciate, e lui giur a se stesso che le avrebbe scovate.
Avvert lontano il fischio della locomotiva, e ancora quel suono lo fece sentire solo al mondo; poi la solitudine si richiuse sopra di lui e lo rap, come la risacca ghermisce le orme dimenticate sulla spiaggia.
Quella notte Mario ripos poco e male tra i tentacoli di un sonno disordinato.
Si trovava in una casa che conosceva: come se fosse stata la sua, ma si sentiva fuori luogo. La stanza era vuota, eppure percepiva una presenza. Avvertiva un disagio profondo: come se gli ferisse il cuore una lama affilatissima. Intorno, oggetti familiari e nell'aria l'insistente profumo di lei. Fuori era notte, eppure una luce rassicurante rischiarava la stanza: era forse un raggio di luna. Attraversava i vetri e batteva sopra un tavolo dove illuminava una busta da lettera: era facile indovinare che conteneva un mazzo di chiavi; come era facile immaginare che oltre il buio si aprisse l'intimit di una stanza ignota, la prima di un labirinto, piena di cose rilucenti a quella luna fatata.
Si sentiva oppresso da una forte inquietudine e a un tratto ebbe urgenza del bagno. Riusc a liberarsi, da qualche parte in quella stessa stanza. Poi gli apparve una donna. Si avvicin e la riconobbe: era Anastasia. La sua voce da contralto non era come al solito sensuale, ma emanava una protezione materna.
"Non tornare", sussurr dolcissima. "Non tornare!" ripet decisa. E poi soggiunse: "Lasciala perdere, non la cercare e non tornare pi! Andiamo via ti aspetto in strada".
"Certo che non torner, almeno finch non sar libero", avrebbe voluto rispondere, ma la sua gola non emise alcun suono.
Si avvi verso la porta, ma quando si avvide che la busta delle chiavi era sempre sul tavolo torn indietro. Di nuovo alla porta, e stava per chiuderla quando si accorse che ancora la busta era sul tavolo. Rientr. Questo accadde molte volte, fintanto che non decise di tenere la busta in mano, ben in vista; ma a quel punto invece di uscire si sent attratto dal labirinto ignoto ma consolante che si apriva alle sue spalle: come se la casa avesse avuto un'anima cristiana. Stringeva le chiavi come fossero un amuleto.
Trov una porta a persiana. Era chiusa e verniciata di un bianco abbagliante: la sorgente della luce. Spi dalle gelosie e intravide sua moglie: dormiva, voltata verso di lui. Ammantata dal solenne ammonimento del suo piano respiro, affondava in battere e levare le sue nudit tra le lenzuola.
"Non tornare", ud ripetere dalla voce di Anastasia che echeggiava dentro di lui.
Avrebbe voluto aprire la porta e dopo un ripensamento lo fece, ma si ritrov in una grande piazza alberata piena di gente. Anastasia, lontana, sorrideva a un gruppo di corteggiatori e intorno la folla ballava una convulsa danza tribale: ma la musica che lui udiva era l'arpeggio sussurrato di un pianoforte solo.
Smarrito, alz la testa e vide aprirsi una finestra. Dal rettangolo illuminato sua moglie si affacci e apr le mani come per dire "aspetta". Lui si sent scivolare addosso quelle mani, ma nell'incertezza si punt un dito contro: attonito, pallido e turbatamente caravaggesco.
"Aspetta", ripet ancora lei con il solito gesto, e Mario si sent balzare il cuore in gola, quando vide affacciare le bambine che lo salutavano. Forse riusc a sentire anche le loro voci: certo, la casa aveva un'anima cristiana.
Si svegli con ancora le vocine delle bimbe nella testa; e si alz per riprendersi dallo sbigottimento o solo per farsi coraggio.
Come sempre, nel dormiveglia, fu assalito dal ricordo di dove fosse e con un sincero, autentico dolore battente tra le costole, fu preso da un trasalimento angoscioso. Gli dolevano le reni e un mal di testa avanzava come un'armata al suono rullante dei tamburi. Guard l'ora con i grandi occhi inerti e azzurri, piegando la testa verso un filo di luce proveniente dal corridoio: le una e sedici. Con il moto cabalistico dettato dalla pratica vaghezza degli astrologi, cont le lettere sulla punta delle dita per trarne dei numeri come aveva sentito dire da chi crede che le visioni implichino una profondit.
"L'una corrisponde alla A. Sedici... a, b, c, d ...", e rapidamente trov la R sul suo pollice destro, "AR,... AR", ripet cercando di mettere a fuoco quelle sillabe.
"Achille... Achille Rougier!... Achille Rougier? Oh Madonna Santa!".
L per l non gli fu chiaro quale ingrato sillogismo gli aveva inferto tale rivelazione, ma adesso tutto gli appariva pi accessibile: e si sent avvampare.
Fece forza a se stesso cercando di respingere la nausea che lo assediava; ma le mascelle si serrarono con impulso rabbioso e chiuse a pugno le mani come per stringere qualcosa o qualcuno da cui spremere fuori la vita.
Quando pot respirare torn sulla coscienza dell'assunto, terrorizzato dall'abisso che quella rivelazione aveva spalancato sotto di lui; ma poco a poco un piacere sottile e insinuante lo pervase
finch ne fu gremito. Finalmente la colpa del suo Direttore si era aperta davanti a lui come il sipario di uno spettacolo vero e immenso; e non osava pensare che un tempo quell'uomo fosse stato suo amico: aveva lui stesso congegnato con orrore e ostinata convinzione quella trappola. Ne era certo.
Prima che la sveglia avesse animato il campo di sbadigli e imprecazioni, Mario aveva gi ficcato le mani nel catino, senza rabbrividire per il morso freddo dell'acqua.
Quanto a lungo rimase smarrito nel delirio dell'evidenza non riusc a capirlo, ma dopo quella che gli era sembrata un'eternit, fu richiamato alla coscienza dalla prima luce dell'alba che, grigia e premonitrice, cominciava a filtrare nella camerata.
Mario non era stato il solo a trascorrere una notte agitata: anche il direttore del campo era stato preda di incubi e cattivi presagi. Quella sera, infatti, un'accesa discussione aveva turbato la serenit domestica; e solo grazie alle sue abilit diplomatiche il direttore del campo era riuscito a respingere, ma solo temporaneamente, gli attacchi di donna Assunta, sua moglie, angosciata da un irrimediabile problema.
Forse fu quella lite a far breccia nell'ostile zodiaco di Mario che, seppur lontano dal rasserenarsi, cess di vomitare bufera: l'ostinazione di una donna trionf su un Destino che aveva sconfitto il Diritto.
A parte la sua insaziabile abilit predatoria, pi da sciacallo che da leone, il direttore non era poi una cattiva persona: era semplicemente privo di una morale; o meglio la sua unica morale restava confinata nello spazio ristretto del suo personalissimo tornaconto. Coerente a quella filosofia esistenziale, il direttore del campo era alla disperata ricerca di un organista, poich il giovane che suonava in cattedrale era sotto le armi; e l'unico vero musicista del paese, ebreo, professore di piano e virtuoso anche sui registri, era internato in qualche campo del Meridione: tutte queste sciagure alla vigilia del matrimonio di sua figlia. Non poteva certo affidare
la cerimonia al vecchio sacrestano pratico delle solite quattro arie stonate che adeguava di volta in volta ai matrimoni o ai funerali. Sarebbero giunti degli invitati addirittura da Campobasso, e lui doveva assolutamente trovare un musicista, uno vero.
Durante la cena, il direttore aveva ammesso la sua infruttuosa ricerca, scatenando inevitabilmente i pi isterici singhiozzi della promessa sposa.
Spinta dall'istinto materno e dall'ambizione di degnare la cerimonia di un adeguato accompagnamento musicale -un parametro di valutazione che la giuria delle comari avrebbe utilizzato per commentare senza alcuna piet la riuscita del matrimonio-, donna Assunta sbott nella sua eloquenza uterina: "Ma  possibile che tra tutti i tuoi internati non ci sia un musicista? Fra comunisti, socialisti, anarchici, antifascisti, ebrei o meglio ancora fra qualche prete reazionario, non ne esiste uno capace di suonare un po' d'organo?".
Fu una rivelazione; e come fulminato dall'apostasia, il direttore del campo esclam radioso: "L'organo no, ma un po' di violino forse s!". E disse queste ultime parole come se la musica si vendesse a peso, con la stadera.
"Bello il violino, bello!", fece da controcanto l'esclamazione della figlia, ormai sull'orlo di un esaurimento.
Era una ragazza esuberante, alta e bella con due grandi occhi neri, che per una fortunata casualit genetica niente aveva preso dal padre. Svolazzava e friniva avanti e indietro per la sala con la grazia di una farfalla. Aveva trascorso quell'ultimo periodo assediata dall'ansia dell'imminente celebrazione, disposta ad accettare qualsiasi compromesso pur di essere accompagnata all'altare da una marcia nuziale dignitosa. Cos a quella notizia si precipit tra le braccia del padre, liberando il sollievo in un pianto dirotto: l'ennesimo, ma questa volta di gioia.
La mattina seguente, alle otto in punto, il brigadiere Saltalasbarra si trovava in piedi davanti al direttore del campo. Non si spiegava quella inaspettata convocazione fuori orario; pertanto un copioso sudore sgorgava da ogni suo poro e rendeva le sue mani lentigginose viscide come anguille.
Senza mezzi termini, il direttore esord: "Mi sembra che ci sia un musicista tra gli internati. Vero?".
Il brigadiere si sent morire e rispose ammucchiando parole con la sua comunicazione troglodita dalla quale si poteva intuire: "S, un livornese. Suona il violino!".
"Portalo qui: immediatamente".
Tent di ribattere borbottando una timida risposta, il cui tono giustificativo dell'attacco suonava pi o meno come un "vedete Eccellenza...", ma quello, senza dargli il tempo di proseguire, ribad ruggendo vessatorio: "Immediatamente!", poi torn a chinare lo sguardo sulle sue pratiche.
Il battere delle nocche sulla porta annunci il ritorno del brigadiere che entr sbattendo i tacchi. Mario era dietro di lui.
Il direttore del campo fece bene attenzione a farsi cogliere, assorto in augusta solitudine, nell'astratta contemplazione di un fascicolo che incuteva una certa soggezione sfoggiando con burocratica formalit l'iscrizione: VEZZI MARIO.
Sotto il nome, Mario not un timbro che occupava sguaiato gran parte della copertina. Era la sua matricola, fatta di cifre perentorie e disunite che celavano tutta la crudelt di quella vicenda. Avvert la debolezza aggredirgli le ginocchia, mentre una falange di ipotesi marciava all'attacco della sua mente preoccupata.
Un silenzio denso e soffocante lievitava nella stanza, quando un moscone dorato and a sbattere contro la finestra e si mise a lottare contro il vetro. Il suo insistente ronzio riusc a frantumare quel silenzio, prima che potesse raggiungere il culmine della sopportabilit. Il moscone si dibatteva cocciuto contro la barriera trasparente del vetro finch, con una virata improvvisa, individu lo spiraglio della finestra e, mordendo felicemente l'aria, si dilegu.
"Novit o persone", sussurr Mario invidiandolo.
Il direttore sollev la testa e domand diretto: "Suonate il violino?".
Con voce chioccia, tentennante per lo stupore suscitato da quella domanda cos inaspettata, Mario rispose: "Per dire la verit...".
"Via su, non tergiversate, rispondete: s o no?", proruppe con impazienza dittatoriale.
Il brigadiere, intanto, tentava goffamente di intromettersi ripetendo: "Vedete Eccellenza...".
"Non parlo con te" replic in tono secco, rivolgendo al suo braccio secolare un'occhiata raggelante; e prosegu, "allora Vezzi? Ho letto qui, nel vostro fascicolo, che siete maestro di violino; e avete partecipato a molte rappresentazioni e concerti addirittura sotto la direzione di Mascagni".
L'immobilit di Mario si era cristallizzata in una vertigine di sbalordimento.
Il direttore ravvis quell'ingiustificato sconcerto. Il suo tono si fece cordiale, pur rimanendo imperativo, e senza togliere i pugni dai fianchi prosegu: "Veniamo al dunque. Vezzi, ho bisogno di un musicista: lo suoni il violino al matrimonio di mia figlia oppure
no?".
Mario replic seccamente, gettando il suo sguardo azzurro oltre lo sconcerto, dritto negli occhi del direttore del campo: "Se il brigadiere me lo restituisce volentieri".
Il direttore lo osserv con piglio inquisitorio, e lui prosegu: "Me lo ha sequestrato l'altro mese. Il brigadiere Saltalasbarra disse che suonandolo facevo un'attivit sovversiva e offendevo il Fascismo, anzi minacci di bruciarlo; quindi, signor direttore, non so neanche se lo strumento esiste sempre: e questo  quanto!".
"Cosa hai fatto?", tuon con ferocia rivolgendosi al brigadiere con gli occhi infuocati di rabbia; ma il suo tono cavernoso non fece a tempo a ripetere la domanda, che senza profferir parola il brigadiere si dilegu, per riapparire subito dopo con la custodia dello strumento che porse al superiore con l'espressione docile e sottomessa di un cane da riporto.
"Pare un cavernicolo, ma  servizievole", sussurr il direttore del campo fra s e s, guardando Mario con l'aria soddisfatta del domatore e al contempo dell'uomo di cultura, nel tentativo di instaurare con lui un certo discorso intellettuale; poi con atteggiamento pedagogico pontific: "Non lo dare a me, restituiscilo al suo proprietario".
Mario apr la custodia, con il volto contratto dall'emozione,
estrasse con cura lo strumento e se lo gir tra le mani: solo allora si accorse come quell'oggetto fosse troppo nobile per questo mondo.
Scambi uno sguardo col direttore del campo che rispose al sottaciuto interrogativo con un'occhiata accondiscendente. Mario accord lo strumento con rapida destrezza, poi si chin su se stesso, accompagnando col movimento di tutto il corpo l'attacco di un concerto in La maggiore.
Era un minuetto che non suon per loro, ma contro di loro, con rabbia. Incarnavano la sua disperazione, e dopo tanta astinenza quella musica era per lui come un infuso terapeutico: una droga che s'impadroniva della sua speranza per sollevarla fino al cielo, sopra le nuvole, volando sulle note stridule e pungenti di quei ritmi sincopati.
Quella musica era la sua forza, la sua salvezza forse: il suo messaggio chiuso nella bottiglia che affidava all'infinito.
Con disinvoltura accenn al Traumerei di Schumann, e a quel punto il direttore del campo non pot fare a meno di asciugarsi i minuscoli occhi suini, mentre gi immaginava di accompagnare la sposa all'altare.
"Adesso potete andare", disse distaccato e definitivo il direttore del campo; ma prima che Mario chiudesse la porta alle sue spalle, lo richiam con tono autoritario: "Vezzi!", poi, sospeso a un'istantanea simpatia, aggiunse "se posso fare qualcosa per voi?!".
Senza raccogliere l'allusione a un favore personale, ma compiaciuto di quella predisposizione, Mario rispose con un sorriso: "Mi piacerebbe accompagnare l'Ave Maria cantata: sempre che sia gradita".
"E come si fa?", obiett il direttore del campo la cui soddisfazione aveva gi ampiamente superato le aspettative.
 una strana forma di solidariet quella che s'instaura tra gli uomini nei momenti di difficolt, e fu il nobile sentimento della fratellanza che procur a Mario la sfacciataggine di azzardare deciso, come se la cosa fosse gi stata concordata: "Permettetemi di studiare col Caprai:  un bravo tenore!", poi sorrise e aggiunse in una promessa, "sar una cerimonia eccezionale!".
L'espressione degli occhi immobili del direttore divenne contemplativa: "Disponete della libert che ritenete", poi rivolgendosi
al brigadiere con una nota di disprezzo indignato grugn: "Siamo intesi?".
Mario non fece altro e non disse nulla. Solo, illumin la stanza di un sorriso che gli accese lo sguardo azzurro: la sua era un'irrisoria conquista, ma tenere il violino tra le mani lo aveva sgravato, almeno per un momento, dalle pieghe del dolore che lo aveva soffocato.
Quella sera a cena il direttore del campo aveva i lineamenti distesi e i suoi piccoli occhi suini scintillavano di cinica soddisfazione. Nello stesso momento, Oreste Caprai entusiasta della novit stava seduto sul pozzo del chiostro e, incurante dell'umidit che lo ammantava, sfoggiava la sua voce vibrante in una malinconica serenata:
"Vorrei baciare i tuoi capelli neri,
le labbra tue, e gli occhi tuoi severi... ".
Mario stava ad ascoltarlo, taciturno ma soddisfatto dalla sua piccola conquista. Per miracolo taceva la guerra; su quelle note la disperazione si abbandonava e sembrava vicina a tradire il suo ultimo segreto. Mario cercava di liberarsi dall'ombra che incombeva pesante sopra di lui e prov a canticchiare fra s; ma non vi riusc, come se le parole fossero rimaste intrappolate nella rete di quella sua intenzione.
Il Caprai teneva al collo una bella sciarpa di lana, soffice e calda come i suoi colori. Il brigadiere Saltalasbarra l'aveva procurata personalmente: l'umidit  terribile, e i tenori hanno una gola cos delicata...
Il suo canto dissolveva nella notte una fiducia serafica e volava, volava lontano sulle ali della malinconia. Inondato dal pallido alone lunare, il campo era immerso nel pi assoluto silenzio e ascoltava. Le stelle, solenni e ammonitrici, si mostravano solo in pezzi di cielo nero, in alto tra i tetti. Nessuno dormiva.
Piovve tutta la notte e gran parte della mattina. Nel pomeriggio, quando Mario usc dal convento, cadeva ancora un'acquerugiola
pungente come spille che annunciava neve. Sulla strada, i solchi dei carri erano colmi d'acqua e una scrofa si rotolava in una pozzanghera con pedagogica perizia davanti ad una schiera di porcellini. Isolate nel fango erano le orme biforcute dei buoi e altre, appena accennate, minuscole, forse di volpi.
Incontr una delle tante cenciose ragazzine e decise di chiedere a lei l'informazione. Senza posare il cesto di polli che portava sopra la testa, la bimba indic una svolta e infatti, appena imboccato il bivio, Mario scorse il direttore del campo rinsaccato in una cacciatora di velluto. Stava davanti a un'edicola votiva, dove le donne posavano fiori di campo e suppliche; si riparava sotto un grande ombrello giallo e dalla faccia che aveva, s'intuiva che era uscito di soprassalto da un pisolino davanti al fuoco.
La strada era ripida e saliva, con curve brusche, verso una bella villa in pietra.
Un grande arco incorniciava l'ingresso centrale e dal tetto si sollevava una piccionaia: aveva due strane aperture che ricordavano gli occhi spenti di una cariatide. Imposte verdi si aprivano ai lati delle piccole finestre; da una di quelle, Mario scorse un volto di donna sparire dietro le tende. Appena pi in alto, verso la boscaglia, un gomitolo di casupole grigie: l'ultima affannata sfida alla foresta che di noto aveva solo quel margine visibile.
Salirono la rampa di pretesa gentilizia ed entrarono.
Donna Assunta li attendeva nel salone riscaldato dall'imponente focolare e per prevenire il suo imbarazzo and incontro a Mario con un sorriso cordiale e la mano tesa senza sussiego.
Colpivano ancora i suoi occhi neri, il naso latino e le invitanti labbra tumide; le sue forme non ancora prosciugate dal tempo e un portamento che non riusciva a negare un remoto fasto borbonico. Solo pi tardi Mario comprese che quel gomitolo di case appollaiate pi in alto era uno dei tanti possedimenti della sua ricca famiglia. Era una donna colta e moderna; malgrado amasse le tradizioni, volgeva lo sguardo al futuro, tanto che la sua, a Isernia, era una delle famiglie pi moderne, dove tutte le donne mangiavano a tavola con gli uomini.
Donna Assunta lo condusse in salotto, fiera del suo nido coniugale. Li raggiunse una taciturna domestica annunciata da un buon aroma di caff. L'ospitalit  un rito antichissimo, una virt. E Mario la riscontrava nei gesti di quelle donne che accoglievano un forestiero come fosse un dio sperduto nel mondo degli uomini.
" caff vero, non surrogato", precis donna Assunta che aveva preso a conversare amabilmente, come se fossero vecchi conoscenti. Era una donna pratica e non sprecava un attimo di questa Vita fugace per andare direttamente alla sostanza delle cose.
"Come mai vi avranno mandato al confino? Ci sar stato certamente uno sbaglio: una gelosia, un'invidia. Nelle grandi citt penso Sia facile avere dei nemici: una citt contraddittoria come la vostra, poi...", disse sgranando gli occhi.
Il direttore del campo, intanto, con l'aria di chi non vuol farsi compromettere, si era messo ad attizzare il fuoco cincischiando con le molle del camino, mentre, distrattamente, sgranocchiava un biscotto. Al danzare rossastro delle fiamme che prendevano vigore, il tasso impagliato sopra la mensola del camino dilatava la sua ombra: era solo un feticcio, ma sapeva ancora di macchia e dava un senso di libert.
Fu un colloquio allegro e cordiale, che distrasse Mario dai pensieri che continuavano a proiettarlo nella prospettiva del passato. La pioggia aveva ripreso a cadere insistente e il buio aveva rapidamente conquistato ogni paesaggio, ma l'ombra fiammeggiante lo proteggeva dall'umidit che ancora tentava di penetrargli nel midollo.
"Davvero avete suonato con il maestro Mascagni?", cinguett donna Assunta con la voce esasperata da una sotterranea incertezza: era evidente che non riusciva pi a sopportare la nevrosi che precedeva un matrimonio sotto tono.
Mario comprese e la rassicur; anzi, cerc di tramutare quel conforto in conquista, ponendo in evidenza l'originalit di una messa cantata. Era un tocco di classe insolito; per un istante quel progetto sobrio sembr a tutti pi artistico e solenne. Mario propose un suo programma fino all'Ave Maria. "Scegliete voi quella che preferite", disse rivolgendosi alla signora, "Caccini, Gounot o Schubert. Infine, Mendelssohn: la tradizione accompagner gli sposi all'uscita".
Donna Assunta lo ascoltava interessata e perplessa.
"Ma com' possibile giudicare senza ascoltare?", chiese con risentita ingenuit.
Mario, che aveva lasciato intenzionalmente il violino al campo, sorrideva soddisfatto. Era in casa del direttore del suo campo, comodamente seduto in poltrona davanti ad un vassoio di biscotti e una caffettiera fumante: che una gustosa rivincita! Disse a quel punto che condivideva la perplessit della signora e aggiunse che gli pareva una responsabilit troppo grave decidere da solo. Riusc cos ad ottenere un invito a pranzo per il sabato successivo.
Il direttore del campo lanci un'occhiata pungente alla moglie che, senza degnarlo della minima considerazione, prosegu dicendo che avrebbe preparato le taccunelle al sugo e la pezzata con erba selvatica e una frittata di cipolle. Accarezz il marito con uno sguardo innamorato, quindi aggiunse: "E non dimenticate di portare il vostro tenore".
Il direttore toss ripetutamente per il biscotto andato di traverso; poi sbuff e allarg le braccia sollevando gli occhi al cielo: Prese dalla cesta una pigna matura e la gett con stizza nel focolare che riprese a scoppiettare in barbagli verdeggianti.
Mario pens che i suoi strali stessero tornando a volgersi verso di lui.
La signora lo accompagn all'uscita. Quell'uomo era un segno della Provvidenza, e come tale lo bened con uno sguardo pieno di speranza; poi, distrattamente, fece scivolare nella tasca del suo giaccone tre monete con la testa di Vittorio Emanuele.
Nell'aria si avvertiva dicembre che avanzava inesorabile nella neve alta e nei giorni corti. Annunciava l'inverno al gelido squillo delle trombe che risuonavano nell'eco ovattata dei monti innevati, come il rumore del mare dentro una conchiglia.
Una sera, Mario si sofferm a guardare il crepuscolo che carezzava il muro bianco del camposanto. Lontano, oltre i monti, il cielo ostentava un barbaglio ramato come fosse una bandiera di resa. I boschi, dorati e violetti, parevano tavolozze non prive d'incanto e le cime degli alberi scintillavano nell'ultima luce come un gioco di specchi.
Mario avvert uno spiraglio tra gli spazi pi torvi del proprio dolore: uno spiraglio capace di aprirgli i polmoni in un respiro. Era stato un giorno freddo e smorto, come tutti gli altri. Il sole pallido era rimasto solo poco tempo sollevato a fatica sulle vette imbiancate. Ud vicinissimo, come mai gli era capitato, il lungo ululare dei lupi che il gelo e la fame cacciavano dalle foreste per avvicinare ai paesi; fu in quel momento che un'ombra furtiva balen dalla macchia.
Un lupo, regale nel suo manto argentato, si sofferm un momento a fissarlo con i gialli occhi scintillanti di curiosit; alz il muso come a cogliere sul filo di un alito l'odore di quella creatura immobile su due sole zampe. Poi al sinistro cigolio del cancello del camposanto stuzzicato dal vento, balz in un breve scarto e, trotterellando, si dilegu nel mistero della foresta: libero, come gli ululati che continuavano a chiamarlo perdendosi in lontananza.
Non c'era nulla al mondo che valesse pi della libert: delitto, stregoneria, sesso, successo, soldi e meraviglie della civilt, tutto svapora e scompare dinanzi alla fornace ardente della libert che ha il sapore del fuoco sprizzato dalla selce; come il manto argenteo di quel lupo che Mario non seppe mai se aveva visto davvero o se era stato frutto di una sua immaginazione.
Per l'Annunciazione fu celebrato il matrimonio: una sobria cerimonia in tempo di guerra, che l'accompagnamento musicale dei due confinati rese indimenticabile.
"Una Missa in tempore belli, degna di Haydn", sussurr Mario strizzando l'occhio al Caprai. Fuori dalla finestra era tutto nero tranne il cono giallo del lampione in cui vorticavano fiocchi di neve grossi come batuffoli, ma il loro cuore era riscaldato da un soffio di speranza.
Poi giunse il Natale: santo, avaro e triste. Nel vento, verdi campane si scioglievano in festa; i rintocchi volavano sopra il bianco sudario d'abbandono che avvolgeva la terra e svanivano nel folto delle foreste.
Il direttore del campo aveva concesso ai confinati il permesso di assistere alla messa di mezzanotte ed anche per il giorno di Natale
fece sospendere il coprifuoco. Alla messa in cattedrale il violino di Mario e la voce del Caprai furono seguiti dal coro dei bambini: grazie a loro la morsa della guerra, del dolore e della miseria pareva stringere con minor malvagit. All'uscita della chiesa, qualcuno port loro dei doni: un fiasco, un pezzetto di lardo, un semplice abbraccio augurale. Poi rientrarono al Campo: la neve scricchiolava sotto i loro passi e la luna andava riempiendo il cielo. Era una luna remota e silenziosa, che pareva riversasse sopra di loro la sua pallida indifferenza e rifletteva scaglie d'argento sul quel sentiero innevato, dove pi niente nasceva: n una pianta n un pianto.
In seguito il direttore del campo favor molte personalit, anche a Campobasso, con l'arte dei virtuosi confinati, in feste e cerimonie. Consolid rapporti e ne strinse di nuovi e molto importanti) avrebbe avuto una rapida carriera se l'anno successivo due sciagurati ospiti del Campo non avessero avuto lo schiribizzo di evadere. Per colpa loro fu trasferito a Calacalenda, un trasferimento punitivo certo, ma forse meno severo di quello che avrebbe subito se i suoi "virtuosi internati", come li chiamava lui, non avessero allietato feste in tutta la regione.
Il nuovo anno trov un mondo sperduto nella sua guerra di dissoluzione. Il sole sofferente lo osservava con distacco, come fissasse un tronco sbiancato sulla spiaggia.
Carnevale pass inaspettato e fuori luogo, poi venne la Quaresima e infine la Pasqua di Resurrezione. Nella monotona uguaglianza di quei giorni Mario non aveva posto per la memoria n per la speranza: passato e futuro erano per lui due stagni morti, e non avrebbero avuto alcun senso se non ci fosse stata la musica a scandirne il tempo.
Aprile fu un mese pazzo, di sole, di piogge e nuvole erranti. Qualcosa vibrava nell'aria come un tremito lontano: il turgore della terra si liberava dal gelo e forse annunciava altrove la primavera.
Quella mattina la neve sui monti dava meno la sensazione dell'inverno.
Forse perch a un tratto i biancospini erano esplosi in una fioritura che aveva invaso la campagna di un bianco insolito, gravido di speranza; era quell'aria vergine e assolvente, che allontanava da Mario la malinconica vaghezza che segue l'eremita. La malinconia e la desolazione erano l'alfa e l'omega della sua dimensione, ma il profumo diverso dell'aria pareva volesse scioglierle, come nell'acqua zuccherata si scioglie un farmaco amaro. Il vento aveva mutato direzione e non portava pi il gelo dei Balcani ma un vago sentore marino.
In quei mesi la sua mente aveva generato un programma, un piano strategico contro coloro che avevano abbattuto gli argini del suo destino modificandone il corso: primo tra tutti il Rougier. Certo avrebbe dovuto resistere alla tentazione di farsi trascinare dalla piena della rivalsa, dal sanguigno piacere della reazione immediata: doveva ragionare, sforzarsi di rimanere presente a se stesso e risparmiare inutili sprechi di energia. La sua sete di vendetta avrebbe dovuto attendere con pazienza. I suoi nemici dovevano sentirsi liberi e sicuri di tramare nell'ombra i loro affari: alla fine li avrebbe scoperti e schiacciati con la vittoria.
Da quando il sospetto si era insinuato nella sua testa con l'inganno del sogno, la sofferenza di Mario si era allargata ancor pi nei ricordi, e quelli amplificavano ancora la sofferenza. Era una spirale viziosa che lo risucchiava; ma lui tentava di razionalizzare anche il dolore. Era un tentativo che gli infondeva coraggio e fiducia, gli dava forza ed era certo che prima o poi l'avrebbe avuta vinta.
Era un bel pomeriggio trasparente quello che Mario stava contemplando con assorta distrazione da una finestra mentre faceva lezione. Da un momento all'altro, le prime rondini sarebbero tornate a ispezionare i nidi abbandonati in autunno.
"So-o-o-ol, sol-sol-fa-re, domi-fami-ire-lare, so-o-o-ol...".
"Tempo! Tempo!", disse Mario con tono indulgente a Cecilia, la figlia del farmacista, che solfeggiava speditamente, "sei in quattro quarti e quelle sono semicrome", aggiunse continuando a guardare fuor di finestra, assorbito dal torpore cadenzato della divisione.
Lo strepito morente del campanello annunci un tramestio confuso e dilegu in un soprassalto il sonnolento ritmo dell'esercizio. Uno scalpicciare prepotente dilag per la casa e sal per lo scalone, dove il brusio concitato delle voci si amplific come in una cassa di risonanza. La bimba si chet spaventata e Mario si volse verso la porta.
"Maestro, maestro...", urlava la domestica che comparve bruscamente sull'uscio. Il carabiniere che la seguiva proruppe nella stanza, e con voce rotta dall'affanno e dalla foga esclam, come liberato da un fardello: "Vezzi! Vezzi! Dal Direttore! Subito!".
Il suo cuore ebbe un sussulto. Si sent all'improvviso debole e svuotato da un senso di prostrazione: cos'era successo ancora?
Trov il direttore del campo ad accoglierlo con un sorriso tranquillizzante. Una busta da lettera giaceva sulla scrivania: gialla, impiastrata dall'alone violetto dei timbri, ostentava pomposa e torreggiante l'intestazione del Ministero degli Interni. Era inevitabile che incutesse una certa soggezione: come un potente esplosivo poteva, al minimo tocco, ridurre in pezzi la sua vita. Se ne aveva ancora una.
"Caro Vezzi...", esord baldanzoso il direttore; ma non riusc a terminare la frase perch un accento di sorda commozione lo strozz, tanto che per mascherare l'imbarazzo porse la lettera a Mario con risolutezza.
Lui la apr con il presentimento di un disastro e cominci a leggere ignorando l'invito a sedersi: era il suo ordine di trasferimento.
Cercava di leggere con attenzione, ma non vi riusciva: le parole scivolavano via prima che l'iride le potesse afferrare. E daccapo. Comprendeva il senso di soli due termini, e forse erano quelli che gli impedivano di comprendere altro: Internato Libero e Suvereto. Del primo era ubriacato dall'aggettivo, del secondo dall'ubicazione geografica.
"Non ci sono altri paesi omonimi, vero?", si chiese tra s per fugare ogni dubbio, anche se la lettera specificava chiaramente "Suvereto - Provincia di Livorno". Nei suoi polmoni un rigenerante afflato penetr come non succedeva da mesi; e il suo viso era quello di chi guarda qualcosa che non  di questa terra, come nei quadri quello dei santi rapiti dall'estasi.
Il direttore gli tese la mano e sorrise: "Sono contento per te Vezzi, puoi partire domani!".
Quella sera fecero festa con un vinaccio ruvido e spigoloso ma buono a metter allegria, e dei biscotti con l'uvetta preparati dalla domestica del direttore. Le stelle erano basse sull'orizzonte e la luna stava sospesa sopra i campanili come soddisfatta del proprio operato.
La mattina Mario si diresse alla stazione in compagnia del Cabrai.
Il torrente aveva una voce assordante e la corrente trascinava con s grossi pezzi di ghiaccio: "L'inverno perde i pezzi e si scioglie verso il mare.  un buon segno", disse sorridendo il Caprai.
Incontrarono Cecilia che tornava da scuola. La bimba gli corse incontro come un raggio di sole rendendo ancor pi brillante quella mattina. Mario le raccomand ancora di non trascurare il dettato ritmico e curare sempre la lettura a prima vista. Lei sorrise e lo baci alzandosi sulla punta dei piedi. Lui fu incapace di arrestare una lacrima che gli scivol lungo la guancia; si pass il fazzoletto sotto il naso e prosegu nel suo tragitto verso la stazione. Non riusciva a parlare per l'emozione e tratteneva a stento i singhiozzi felici del suo crollo emotivo.
Nel cielo correvano nuvole le cui ombre macchiavano stranamente il paesaggio. Entrambi tacevano non sapendo come darsi l'addio; solo ogni tanto sussurravano parole stentate e banali, diverse, e pi povere, da ci che avevano nel cuore.
"Ecco qua", disse il Caprai appena furono accanto al treno; ma anche quelle parole si persero immediatamente nell'immensa severit dello spazio. Prima si dettero la mano, poi si abbracciarono, stringendosi per un momento con quell'affetto che pu nascere (solo dalle difficolt. Il Caprai cerc ancora di rompere il silenzio ed esclam con gratitudine: "Grazie di tutto!".
"Di cosa?".
"Di tutto! Grazie a te sono stimato e riesco anche a guadagnare qualcosa. Ci rincontreremo, dopo la guerra. Mi farai vedere il mare e mi porterai una volta in barca".
L'irritante crocidare degli altoparlanti scosse i due amici dalle loro meditazioni: continuarono a guardarsi, tenendosi ancora lungamente la mano.
"Stai bene!", disse sorridendo il Caprai.
"Stai bene anche tu, e non fare danni!", rispose Mario sorridendo mentre saliva sul vagone al fischio del capostazione; poi aggiunse, come un tributo al turbolento calzolaio: "Specialmente con le donne!". Aveva sul viso la soddisfazione di un successo guadagnato con molta lotta.
L'imponente figura del calzolaio rimase in piedi in mezzo al marciapiede. Aspett che l'amico si affacciasse dal finestrino, alz la sua manona e disegn due grandi archi nell'aria. Il treno si allontan ondeggiando, girando la testa qua e l come un topolino grigio; poi, mentre ancora sobbalzava sugli scambi, il Caprai si volt per sparire tra le pieghe del suo esilio.
Mario chiuse il finestrino, cacciando fuori lo sferragliare dei binari. Era felice e accanto a lui il violino lo vegliava come un nume tutelare.
Il suo volto riflesso nel vetro sobbalzava e scivolava sopra le magre valli fiorite, incuneate tra le foreste abitate solo dagli spiriti e da quel suo amico lupo. Ma quella natura selvaggia non appariva pi avara e desolante. Oltre il vetro scorgeva gi gli occhi radiosi dei suoi cari che presto avrebbe riabbracciato e gi assaporava un'aria pi densa e gustosa, impregnata di salsedine: l'aria di casa. L avrebbe potuto parlare liberamente della sua situazione, confidarsi, cercare chiarimenti, cercare di comprendere. La severissima censura del campo non gli aveva certo consentito di farlo per corrispondenza; ma ora, a Livorno, avrebbe cominciato a fare domande con discrezione, con diplomazia, senza fretta: gli era pur rimasto qualche amico. Avrebbe indagato per smascherare i suoi nemici E certo ne avrebbe trovati: era solo questione di tempo. "Gliela faccio pagare!", continuava a mormorare.
Le sue congetture andavano modellando un piano imbricato la cui rozza crosta impulsiva acquistava, man mano che il treno Si allontanava, il disegno preciso e agghiacciante di una ragnatela; come se, in quel momento, avesse potuto osservare la sua storia seduto sopra uno spicchio di luna.
Il treno risaliva l'Italia con littoria spavalderia. Sbuffava, gagliardo, il suo fiato fuligginoso nell'azzurro arcaico di un cielo
imparziale. Mario era appena partito e gi alimentava la sua vendetta.
Quando Mario chiuse l'uscio di casa, avvert immediatamente un'atmosfera impregnata di oro vecchio e un vago odore di fiducia gli tramort i sensi.
Aveva viaggiato molto, arrivando da lontano, troppo lontano; e ora che era tornato doveva assolutamente compiere il proprio riscatto.
Forse non era un progetto di vendetta, ma di giustizia. Tuttavia, non riusciva a vincere un certo complesso di colpa. Sentiva che poteva aver fallito nel porgere il fianco a facili critiche, soprattutto certi discorsi sui francesi che gli erano sfuggiti di mano; ma non voleva essere ingiusto con se stesso.
Trapelava dal suo sguardo l'espressione di una vita tormentata, piena di sacrifici e d'incertezze: tutto il contrario di quando era partito. Tutti se ne accorgevano ma lui non diceva nulla: aveva sempre considerato da egoisti confidare le cattive notizie per il gusto di soffrire in compagnia.
La sera del suo ritorno cenarono in silenzio. Giuseppina si era data molto da fare per comprendere i motivi che avevano condotto il marito all'internamento, ma solo dopo aver cenato cominci a raccontare i suoi vani tentativi.
"Prima di tutto sono andata dalla signora Contessa. Mi disse che avrei fatto meglio a coinvolgere il Direttore, ma non lo disse per scaricarmi, ne sono sicura. Cos feci. Mi presentai in Cantiere e dopo una breve anticamera fui ricevuta dall'ingegner Rougier. Fu cortese e comprensivo, come sempre devo dire".
A quella considerazione Mario fece una smorfia di disprezzo.
"L'ho esortato, l'ho pregato, l'ho scongiurato di fare qualcosa in nostro favore; ma lui, afflitto, ha sempre risposto che non gli era possibile aiutarci. Diceva che trovava ogni porta chiusa e che, a suo parere, per tutta la durata della guerra non sareste stati rilasciati. Aggiunse poi, e questo mi fer molto, che avrei fatto bene a rinunciare a qualsiasi speranza e rimase molto meravigliato, quando gli
dissi che eravate sempre in carcere a Livorno; perch credeva che vi avessero tradotti in quello di Roma".
"Ah lo sciagurato! Pensava che dovessimo rispondere al Tribunale Speciale!(17). Non gli sono bastati i giorni che ci siamo fatti nel carcere giudiziario".
Lei lo guard afflitta e prosegu, ma i pensieri di Mario ne coprivano quasi la voce.
"Alla Contessa non dissi pi niente. Sapevo che aveva preso a cuore la questione e non volevo essere noiosa. Tra l'altro, ogni volta che ci incontravamo, la trovavo sempre pi preoccupata. Un giorno le portai degli abiti. Era molto triste, forse pi del solito. Capivo che mi avrebbe voluto dire qualcosa, ma tergiversava e, poich ci metteva un po' a confidarsi, per non metterla in imbarazzo fui io a chiederle se avesse novit.
La Contessa, sinceramente dispiaciuta, mi disse che c'era di mezzo l'OVRA(18) e lei non ci poteva fare niente. Fu lapidaria. Poi chiudendosi nelle spalle mi abbracci disperdendo per sempre ogni mia speranza. Tuttavia compresi che mi era vicina e, pur dicendo che non potevo farmi illusioni, mi assicur che non ci avrebbe abbandonato; e sono convinta che abbia sempre seguito con sentimento la nostra triste vicenda.
Sono tornata altre volte in Cantiere per chiedere un aiuto finanziario. Il Direttore intervenne presso la sede di Genova, sostenne che non era stato facile ma, dopo molti sforzi, riusc a farci ottenere un prestito di trecento lire al mese".
Mario sollev la fronte in una smorfia di sufficienza e sussurr: "Questo lo dice lui!".
"Anche tuo fratello Marcello  stato in Cantiere. Due volte, e due volte ha parlato col Direttore per le stesse questioni. Per essere il pi piccolo di voi si  dimostrato molto in gamba e maturo: ormai  un uomo anche lui".
"Per Marcello non dice che il Direttore  stato gentile e cortese; anzi ha avuto l'impressione di trovarsi di fronte a un uomo non del tutto tranquillo", sentenzi Mario, soffermandosi un attimo prima di proseguire, "come se fosse a conoscenza di qualche retroscena! E questo  anche il mio sospetto. Inoltre, da quanto dice Marcello, il Direttore ha sempre cercato di evitare il coinvolgimento personale: ha schivato le domande, ha dimostrato di non volerne parlare e si  mostrato sempre molto seccato".
"Lo so. Marcello lo ha detto anche a me", sussurr la donna con tono strozzato.
Era disorientata per l'assoluto disaccordo tra le loro versioni, e quelle parole esercitarono su di lei un effetto quasi soffocante. Ma temeva che, animato da quell'astio, Mario potesse compiere azioni che ne avrebbero peggiorato la posizione: era una donna ingegnosa e previdente, e cerc di smorzare i toni guardando al futuro. Nella sua testa gemeva il lamento del pianto e il suo petto ansava convulso; sbarazzatasi dalle visioni del passato, segu la confortante convinzione che il peggio era alle spalle, e riusc a trattenersi. Non voleva apparire fragile n infliggere altri dispiaceri al marito. Quella licenza era certo un evento rassicurante; e se era vero che la nuova situazione, di fatto, non cambiava la sostanza delle cose, era altrettanto vero che apriva uno spiraglio alla speranza. Bisognava mantenere la calma e lasciare che il tempo aggiustasse tutto. Certo era una scelta poco compatibile col disordine emotivo che divorava Mario in quel momento. Lui avrebbe voluto agire, indagare, scoprire: ed era comprensibilmente scusabile e giustificabile.
Mario smise di girare intorno al tavolino come una belva in gabbia, fiss il buio fuor di finestra con uno sguardo corrotto dall'odio; poi, non trovando alcuna risposta nella vastit di quel buio, riprese il suo sinistro vagabondare. Sotto la lampada gialla della cucina,
i loro volti mantennero, come il resto del mondo, un'immobilit statuaria.
Per ragioni legate agli abissi della sua psicologia, Mario si era tramutato in uomo di poche parole; in seguito a quella metamorfosi aveva stipulato un accordo col mondo, n scritto n espresso in base al quale l'unico richiamo all'esilio molisano sarebbe stato, d'ora in avanti, il centro di merletto che ornava il tavolo del salotto. Sopra quello, in una cornice d'argento, una fotografia ritraeva Mario con le figlie e le nipoti. Stava seduto tra le bambine che orbitavano intorno a lui in girotondo e le illuminava di un sorriso sciolto nell'azzurro del suo sguardo intelligente. Nessuno avrebbe pi rivisto quell'uomo; e le bambine sarebbero cresciute domandandosi dove era andato a finire lo sguardo libero di quel padre e di quello zio che ricordavano cos dolce: quel padre e quello zio rimasto imprigionato nella foto sopra il merletto.
Il genere di vita che una volta era stato il proprio, ora lo disorientava: e si sentiva un estraneo anche in casa sua. Come gli era sembrata amara quella cena: eppure era una cena che aveva sognato da tempo. Forse davvero era giunto da troppo lontano, oppure era ormai troppo lontano da non poter pi fare ritorno. Troppe migliaia di note scaraventate nel cielo avevano creato un abisso tra lui e il resto del mondo. Si era esiliato con le proprie mani, viaggiando nel vasto reame del rancore fino all'estremo limite da cui non era possibile tornare. Si scopr smarrito, ma non sorpreso, e si rese conto, solo allora, di non poter trovare pi posto nel mondo. Guard sua moglie con uno sguardo triste dal sapore amaro e, adducendo una stanchezza sfibrante, si ritir nella stanza da letto.
Trovandosi a Livorno, Mario decise di andare a parlare col Direttore; prima di tutto per metterlo al corrente delle domande che gli erano state fatte sul suo conto, poi per chiedergli di appoggiare la sua richiesta di liquidazione alla sede di Genova: era in condizioni economiche disastrose, e pensava che, riscuotendo le competenze di venticinque anni di servizio, potesse risollevare le sorti della famiglia.
And a trovarlo a casa, in via dell'Indipendenza. C'era stato
tante volte, ma il Direttore non era ancora arrivato. Visto che era quasi l'ora di cena, decise di aspettarlo per strada; infatti, poco dopo, l'automobile del Direttore si ferm proprio davanti a lui. Il Direttore scese e Mario si avvicin salutandolo. Il Direttore trasal e, senza nascondere una certa agitazione, domand concitato a voce alta: "Chi siete?".
"Sono Vezzi, il vostro impiegato".
"Vezzi? Vezzi chi?".
"Mario. Vezzi Mario. Non mi riconoscete pi, signor Direttore?".
Attilio, che invece lo aveva riconosciuto subito, stava per scendere dall'auto e andargli incontro. Gi sorrideva all'idea di salutarlo, ed era felice che fosse ritornato; ma accorgendosi della piega che stava prendendo l'incontro, decise di rimanere in macchina ad ascoltare.
"Mario?", esclam il Direttore stralunato. Poi soggiunse con una sottile voce sarcastica: "Cosa ci fai qui? Non capisco!".
"Sono in licenza e sono venuto a trovarvi. Vi prego di ricevermi perch avrei da parlarvi di cose piuttosto urgenti".
"Non posso assolutamente; e poi  ora di cena. Vieni domattina in Cantiere".
Quell'atteggiamento gli risult blasfemo, tuttavia Mario ebbe la forza di controbattere: "Mi dispiace infinitamente signor Direttore. Non avrei voluto rendere pubblico il mio disagio; ma se mi parlate in questo tono, certo qualcosa vi spinge a farlo".
Sbarazzatosi dalle visioni del passato, Mario non solo aveva udito ma inteso le parole del suo Direttore. Avrebbe voluto un po' di comprensione, ma quelle parole esercitarono su di lui un effetto soffocante, amplificando il suo stato confusionale. Quindi prov a insistere, replic che andava malvolentieri in Cantiere e lo preg ancora di essere ricevuto in casa; ma il Direttore rimase irremovibile continuando a ripetere che non poteva assolutamente. Era preda di una grande agitazione e, per tagliar corto, gli chiuse il portone in faccia. Mario rimase stupito dalla paura che aveva ghermito quell'uomo; anche Attilio, che intanto era rimasto in macchina a osservare, ne rimase sorpreso: non era da lui.
La rabbia di Mario si riaccese come una vampa, ma il suo spirito
era adesso capace di sopportare quella e tanto altro: se l'era promesso. Non poteva permettersi di farsi prevaricare dall'angoscia quindi perse del tutto il controllo e con un grido vibrante d'irritazione esclam: "Ci rivedremo!".
Passando accanto alla macchina dove era seduto il ragazzo neanche riconobbe Attilio, poi svan nella notte, che pur sembrando cos assoluta non era che un'unit ambigua, temperata dai barlumi del giorno che filtravano lungo gli orli della terra e delle stelle.
In quel momento il portone si riapr: il Direttore si era dimenticato la borsa in auto.
Attilio scese di macchina, gli and incontro e porgendogli la cartella di cuoio chiese: "Tutto a posto signor Direttore?".
"Vai a casa, Maffei. Vai a casa!", ripet. Poi soggiunse: "Fai finta che non sia successo nulla".
Attilio si volt, ma prima di ripartire sent il Direttore sbuffare tra s: "Ci mancava anche questa!".
Mario vagava in cerca della strada di casa, ma non era pi cos bramoso di farvi ritorno. Infatti, anche tra le mura domestiche avvertiva una pena difficile da confidare; e quella casa, che aveva amato tanto, gli pareva adesso deserta malgrado fosse piena di vita e delle voci delle bambine che risuonavano allegramente. Quando si accorse che non stava respirando, tir un lungo sospiro ma, timoroso dell'abisso sul quale gli toccava affacciarsi, si accorse che continuava a respirare con fatica; finch un piacere insinuante s'impossess di lui completamente: aveva di fronte a s lo spettacolo vero e immenso della colpa del suo Direttore.
Sprofondava dentro la certezza di una verit prima sospettata, poi scoperta e adesso comprovata, addirittura ingigantita da quella reazione a suo giudizio inconsulta. La traboccante consapevolezza di un odio copioso e fluente lo trascinava in una vertigine di sentimenti spietati, dove alla rabbia si aggiungeva la disperazione: e lui si perdeva del tutto. L'evidenza del tradimento era andata oltre la comprensione, oltre il suo universo di verit e di dolore: ormai si era affermata dentro di lui, ne aveva conquistato l'essenza e si era espansa nel cosmo circostante, sottraendolo, negandolo e negandogli la sfera degli affetti. Aveva finalmente conquistato la dimostrazione della sua teoria.
Achille Rougier entr in casa sbattendo la porta. Era disgustato. Durante la cena prese a descrivere sommariamente quell'incontro che giudicava quasi un'aggressione. Poi s'interruppe a met, incapace di aprir pi bocca, vittima di una ripugnante tristezza che, riuscendogli insopportabile, gli aveva rapito la voglia di parlare.
La mattina seguente Mario and in Cantiere.
Sal in Direzione ma trov la stanza deserta; cos rimase fuori ad attendere. Poco dopo giunse il Direttore, gli rivolse un saluto gentile e lo invit a entrare.
Furono seguiti dal direttore amministrativo e un certo impiegato. La loro presenza era pi che plausibile, poich si trattava di verificare la posizione amministrativa di un internato; tuttavia, per Mario, i due erano stati convocati esclusivamente per evitare che lui parlasse da solo col Direttore. Tant' vero che alla sua richiesta di parlare in privato, il Direttore rispose che avrebbe potuto liberamente farlo anche in loro presenza.
Era cambiato dalla sera precedente: era molto calmo e parlava cordialmente. Mario prov a insistere ancora sulla riservatezza del colloquio, ma inutilmente; non accenn quindi agli interrogatori e si limit a parlare della sua liquidazione. Il Direttore rispose che vedeva la cosa molto difficile; probabilmente Genova aveva ritenuto che esistesse un procedimento penale nei suoi confronti e in quel caso non era tenuta a corrispondere alcuna indennit.
Mario rimase stupito da quella risposta. Come potevano avere un dubbio di quel genere dopo che era stato internato per sette mesi? Sentiva come un nembo di pazzia che lo trascinava nelle fauci di una rabbia primitiva, ma ebbe la forza di chiedersi chi avrebbe potuto avanzare quel sospetto infame. Non esisteva nessun procedimento penale: altrimenti non sarebbe stato confinato. Per qualche momento il suo sangue si dibatt tra opposte correnti, poi queste si mescolarono e, finalmente, non appartennero pi che a lui stesso.
Mario era stordito dalla crudelt di quella ingiustizia e si sent
indifeso davanti a tutti. Si guard intorno. Com'era diversa ora l'atmosfera di quell'ufficio, un tempo cos familiare. I suoi interlocutori lo fissavano in attesa di una sua reazione e parevano lieti di averlo liquidato una volta per tutte; ma lui, arresosi, rilev quello che ormai era evidente dai loro sguardi: per una ragione a lui ignota era stato prescelto come capro espiatorio. Certo doveva esserci una logica ma lui, ancora, era incapace di scorgerla.
Piegato dall'inutilit di quel colloquio usc scoraggiato sbattendo la porta con un tonfo che raggiunse la guancia del Rougier come un guanto di sfida.
Non riusciva a capacitarsi del fatto che il suo Direttore si fosse macchiato di un delitto cos atroce. Qualsiasi altro delitto, anche pi orribile, rispetto al tradimento di quell'amicizia sarebbe svanita come nebbia al sole. Quel tentativo di riavvicinamento non fece altro che allargare l'abisso che gi li separava: ma gliela avrebbe fatta pagare a costo di raccomandarsi a Dio, oppure al Demonio.
Quel breve soggiorno fu melanconico e ingannevole. Mario si era aspettato il piacere di rivedere la sua citt, di parlare con gli amici, di partecipare almeno per un momento a una vita diversa, ma percepiva continuamente presente un senso di distacco, come di lontananza dalla realt. Molti suoi conoscenti lo evitavano, per prudenza: era comprensibile. Altri li evitava lui stesso per non comprometterli. I pi affezionati, i pi coraggiosi lo cercavano senza timore, ma anche in quei casi Mario non riusciva a superare completamente il proprio disagio. Si sentiva un estraneo e quel senso di emarginazione si amplificava nell'agitazione dovuta ai torti subiti, ma molto pi dall'idea che qualcuno ne provasse compassione; e cos, al termine della licenza, ripart senza alcun dispiacere.
La corriera chiuse le portiere e riprese la sua marcia lungo la provinciale, sgranando i paesi come la corona di un rosario. Giunto a destinazione, Mario si diresse col suo bagaglio al Comando dei Carabinieri. Attravers la piazza medievale raccolta nel perimetro di antiche dimore, dove una raggiera di vicoli si apriva un varco nella prospettiva azzurra tra spicchi di cielo.
Cercava di dare consigli a se stesso, assumendosi anche la colpa degli scarsi frutti ottenuti da quel breve soggiorno a Livorno. Osservando il pietroso groviglio di quegli archi e di quelle guglie affacciate sulla frontiera maremmana, gli sembr di cogliere lo stesso principio che aveva colto di fronte al camposanto di Isernia e si convinse definitivamente che a forza di essere disperato, la disperazione avrebbe invaso l'universo: solo allora non ci sarebbe pi stato dolore, e solo cos il dolore avrebbe cessato di essere un attributo dell'esistenza.
La nausea lo imbrigliava dentro quei pensieri, e si sorprese immobile, ritto a met della salita. Davanti a lui, sulla facciata di una casa in pietra, lo Stato segnalava la sua indefessa vigilanza con l'insegna rugginosa della Stazione dei Regi Carabinieri.
Mario la fiss, ma non ebbe altra sensazione che avvertire sotto i piedi il palpito pulsante della terra: il fuoco ardeva impetuoso nelle vene del mondo.
Quotidianamente vi sarebbe tornato a firmare il registro d'internamento, avrebbe avuto libert di movimento in tutto il territorio del Comune e sarebbe dovuto sottostare all'obbligo del coprifuoco ma senza alcun rigore.
Nel cielo dominavano le stelle dei Pesci: era il 10 marzo 1941.
In quel periodo Suveretano pervase in Mario un'amara malinconia e il tormento di essere stato ingiuriato non cessava di bruciargli il cuore, di appannare il suo sguardo azzurro. Tuttavia, quell'aria di collina maremmana gli faceva fisicamente bene. Probabilmente era la vicinanza del mare che la rendeva cos speciale e salutare, anche per il suo spirito, dove andava infondendosi a poco a poco una poetica, rassegnata speranza. Se ne avvedeva lui stesso e lo notavano anche i suoi vicini.
Gli abitanti del paese erano persone per bene: quando aspre, quando ingenue, talvolta primitive, ma sempre comprensive e buone. E Mario ritrov in loro lo stesso affetto e la stessa simpatia che aveva trovato nella gente di Isernia: unici antidoti contro l'angoscia e la disperazione del suo confino solitario.
Per questo, anche a Suvereto era riuscito a farsi benvolere, ed
anche l aveva iniziato a impartire lezioni di musica: la sua arte s i era ormai rivelata come l'unica via di salvezza.
Era un giorno di fine settembre, di quelli in cui l'odore dei funghi e della vendemmia insistono nell'aria impregnandola di malinconiche fantasie.
Il vento gemeva tra i tetti annunciando foschi presagi, e nel cielo si addensavano nubi umide e ingrate, che avanzavano basse trascinando grigie ghirlande lungo i fianchi di cupi pendii.
Un solitario rintocco si sciolse nell'aria come il segnale convenuto di un messaggio ignoto, distogliendo per un istante gli occhi di Mario dallo spartito.
"Per oggi basta!", esclam con un sospiro. E termin la lezione con un poco di anticipo, raccomandando al suo giovane allievo di correre a casa prima che il temporale lo sorprendesse per strada.
Si accost alla finestra e accompagn la corsa del ragazzino con un sorriso affettuoso, mentre lo guardava allontanarsi al gran galoppo, schivando le pozzanghere con il violino stretto sotto il braccio. Poi, ruotando un po' la testa di lato, sollev gli occhi verso un ritaglio di cielo libero dai tetti e sussurr con una voce grigia come quel giorno senza sole: "Eccola!". Quindi, con un rombo di tuono, la pioggia buss prepotente sui vetri, annunciando che ormai l'autunno era alle porte.
Incroci convulsamente le mani; poi, tornando al tavolo, si sedette sopra una sedia, di quelle impagliate all'uso toscano, equilibrandola sulle gambe posteriori e cerc di imbrigliare le mani nervose intrecciandole dietro la nuca.
La pioggia che batteva sui vetri pareva gli frustasse il cuore, e il vento che ululava su per il camino lo vorticasse in un turbine di oblio. Era una baraonda di immagini e di suoni: un dolce delirio che gli mulinava d'intorno. Quasi fosse il racconto di una storia che si preannunciava con strappi di saette.
Not sul tavolo alcuni fogli da composizione deformati dall'umidit e tenuti l per far da esca al focolare. Li prese e, sfilata la penna che teneva sempre nel taschino, cominci a scrivere, incurante del pentagramma.
"Egregio signor Direttore,
Dopo una lunga e tormentata attesa ho deciso di scrivervi; e non lo faccio tanto per Voi quanto per me, poich ritengo inammissibile aver trascorso un lungo esilio ingiustificato senza avere ricevuto neanche una vostra parola, eccetto quelle che mi hanno intenzionalmente ferito e profondamente offeso durante i nostri ultimi incontri.
La nostra sciagurata amicizia  finita in rovina; eppure la sua antica memoria  ancora e purtroppo viva in me e spesso presente, tanto che mi perseguita e mi infastidisce come un morbo che, di tanto in tanto, torna ad affliggere un organismo con i suoi mali. La memoria di quella amicizia  l'ombra che si muove con me e non mi lascia mai, che si sveglia con me durante la notte per ripetermi sempre la medesima litania fino a rendermi il sonno impossibile; e all'alba ricomincia a seguirmi ad ogni passo martoriandomi come un cilicio. Ma non esiste ombra senza luce; e per questo confido di guarire presto da questo male e auspico che, un giorno imminente, l'odio e il disprezzo conquistino definitivamente il mio cuore, spodestando quel relitto di affetto e di amicizia che ancora, come ripeto, vi aleggia con periodiche sgradevoli comparse, come un fantasma in una torre.
Ci sono momenti in cui mi illudo che anche Voi abbiate la necessit di scrivere una lettera a me, esiliato nella solitudine e nella desolazione, confortato solo dalle note del mio strumento e dall'affetto di qualche anima buona.
Probabilmente le parole scritte su questo foglio feriranno la vostra vanitosa presunzione:  la magica virt delle parole, quella di trasmettere emozioni. E forse  loro intenzione ferire, trafiggendo la corazza della vostra completa indifferenza. Anche se devo riconoscere la mia incapacit nel descrivere con esse il mio incommensurabile disprezzo nei vostri confronti. Vi rammento, tuttavia, che se queste parole saranno dolorose da leggere, lo sono state ancor di pi da scrivere. Ma sempre grazie alla loro magia, hanno permesso a me di scorgere gli strani segni della vita, come un indovino scorge le ombre nella sua sfera di cristallo.
Ritengo, e non capisco per quale crudelt, che abbiate individuato in me un capro espiatorio al fine di coprire certi vostri oscuri piani. Per questo vi considero l'artefice della mia sciagura (ma forse l'attributo di carnefice lo trovereste pi appropriato). Una sciagura che si consuma, e paradossalmente si alimenta, come una fiammella perpetua che arde nell'infamia di un'accusa ingiusta.
E l'ingiustizia alla quale mi avete destinato non fa onore alla vostra intelligenza, a quella che ritenevo la vostra nobilt d'animo, tantomeno alla vostra presunta umanit; eppure, se anche Voi un giorno vi troverete a lottare contro un'ingiusta accusa, siate grato al destino che vi ha riservato questo privilegio. Auguro anche a Voi di non trovar negli occhi pi lacrime da piangere; poich l'esilio prosciuga anche quelle, nei suoi giorni interminabili propizi a pianto quanto le sue interminabili notti.
Non vi auguro invece la grazia di un ripensamento, una compassione, un aiuto per me che potrebbe rivelarsi la sola vostra possibilit di salvezza; poich, perseverando in questo presuntuoso crimine, sarete completamente perduto senza pi alcuna possibilit di redenzione.
Certo non mi sottraggo alle mie colpe, da ricercare nella ingenuit che ha reso ancor pi facili le vostre diaboliche congetture per questo, ora che rovinato per sempre ho assaggiato il morso dell'esilio, non posso che biasimare me stesso.
Malgrado tutto, rammento ancora momenti felici che mi appaiono come in sogno, e una volta svaniti lasciano le mie ferite ancor pi infette. Sono consapevole che l'atmosfera che li aveva generati non torner mai pi; e mai pi riuscir a mettere insieme la parti tura strappata della mia dignit.
Avevo creduto che la nostra amicizia travalicasse il semplice rapporto di lavoro e che la stima e l'affetto reciproco avrebbero sempre affermato la loro naturale superiorit sulle variazioni spettrali dell'esistenza. Non doveva essere cos.
Le mie abitudini e la mia superficialit mi hanno condotto verso la trappola da voi ben congegnata; anche se talvolta cedo alla tentazione di pensare che Voi, e forse anch'io, siamo solo fantocci governati da mani segrete, abili per condurci a terribili avvenimenti. Ma anche i fantocci hanno un cuore e subiscono i tormenti dell'esistenza.
Il vostro affezionato amico di un tempo perduto, il vostro pi irriducibile nemico di un tempo futuro".
Rimase internato fino al 26 aprile 1942.
Quel giorno il Comandante della Stazione gli comunic l'ordine di liberazione con il sorriso benevolo di un re che concede la grazia. In fin dei conti la sua divisa nera e tarlata rappresentava lo Stato; quindi, quella generosit era in parte anche merito suo.
Usc dalla Stazione dei Regi Carabinieri avvolto da un senso di sbandamento. In lontananza un burrone rossastro squarciava le colline che si aprivano al mare: avevano fianchi rigonfi e degradavano in arco soave. Il sole di primavera risplendeva risaltando il profilo cupo dell'Elba di fronte alla costa. Un pampino di glicine strappato dal vento galleggiava in una pozza dove l'acqua ristagnava; accanto a quello, l'immagine riflessa del suo volto e azzurre architetture di nuvole nomadi: si scopr malinconicamente pi vecchio e un nodo spietato gli occluse la gola.
Il perdurare dell'isolamento conduce i sensi alla deriva. Per questo il ritorno alla vita normale pu essere doloroso: come un parto. E Mario, infatti, visse il proprio ritorno come un travaglio. Guardava i paesi che il treno attraversava con fatica: San Vincenzo, Bolgheri, Cecina, Castiglioncello. Era il filmato del suo esilio girato alla rovescia; e pi si avvicinava a Livorno pi la gioia della liberazione veniva soffocata dall'angoscia.
Trascorse in Questura la mattina del suo primo giorno a Livorno.
Il funzionario, osservata con scrupolo la sua pratica, gli notific che poteva muoversi liberamente in tutta Italia e tornare a occuparsi dei suoi affari; tuttavia era diffidato dall'impiegarsi in stabilimenti requisiti e, naturalmente, in qualsiasi attivit che riguardasse il settore bellico. Fu per lui un duro colpo. Un colpo che lo colse alla sprovvista; equivaleva all'obbligo di cambiar mestiere: dopo venti mesi d'internamento non era certo una cosa facile.
Il giorno successivo Mario si rec in Cantiere. Voleva parlare con l'ingegner Rougier e chiarire la propria posizione. Non si aspettava un'accoglienza festosa ma almeno un clima amichevole e comprensivo; ma qualcuno aveva gi udito mormorazioni sul suo conto e, come spesso accade, la debolezza del chiacchiericcio alimenta la forza della maldicenza, tanto che spesso la persona marchiata ingiustamente dall'infamia stenta a riconquistare la propria dignit. Cos, coloro che lo evitarono furono pi di quelli che lo avvicinarono per salutarlo. Anche il Direttore si mostr molto meravigliato della sua liberazione; e con un certo freddo distacco gli comunic che avrebbe potuto riprendere il suo posto.
Mario rispose che non era possibile a causa della diffida del Ministero; pertanto gli chiese, di nuovo, la liquidazione delle proprie competenze.
Il Direttore, senza nascondere un certo sollievo, lo tranquillizz e gli garant che avrebbe messo tutto a posto, ma avrebbe avuto bisogno di qualche giorno; pertanto gli chiese di portare pazienza e ripassare durante la settimana. Infatti, dopo qualche giorno, Mario venne liquidato regolarmente, ad eccezione del prestito che il Cantiere aveva erogato durante il suo internamento.
Quello stesso giorno Mario fu ricevuto dall'ingegner Marcello Orlando che lo accolse con calore, dimostrandosi afflitto per la sciagura che lo aveva travolto e felice della sua riabilitazione. Disse che aveva parlato tantissime volte con il Direttore e ogni volta lui aveva pregato di intercedere presso il commendator Arturo Ciano, consigliere delegato della OTO, perch potesse far luce su quel caso tanto ambiguo: tutti conoscevano il Vezzi, e tutti erano rimasti sconcertati da quel triste episodio. Ma il Direttore si era sempre mostrato contrario, adducendo l'impossibilit di recuperare una situazione ormai irrimediabilmente compromessa; aggiungeva, in tono giustificativo, che aveva gi percorso tutte le strade possibili per aiutare lo sventurato collega.
Tuttavia, il dubbio che il Direttore non avesse mai voluto occuparsi di quel caso non cess di alitare nei loro pensieri. Fu lo stesso Marcello Orlando, a confidare a Mario quell'amara impressione. Quella confidenza era il segno che Mario aspettava; il segno che gli
fece decidere di rimanere a Livorno per indagare sul suo strano caso, nella speranza di avvicinare persone che gli potessero suggerire qualche indizio, anche banale, anche apparentemente insignificante.
Cos Mario cerc lavoro come libero professionista, aiutato in particolar modo proprio dall'ingegner Marcello Orlando il quale, essendogli molto affezionato, cercava di favorirlo presentandolo a tutte le aziende che potevano aver bisogno di un progettista.
Una mattina, l'ingegner Marcello Orlando ricevette una telefonata. Mario era seduto davanti a lui e discutevano dei soliti argomenti. Dall'altro capo del telefono il Vicedirettore preg Marcello Orlando di far uscire Mario ed evitare di riceverlo in Cantiere. Ne restarono ambedue mortificati, poich ebbero la certezza che qualcuno era stato incaricato di segnalare la sua presenza.
L'aria di Livorno non era pi buona come quella di una volta: non aveva pi quel sapore di un'eterna, spensierata primavera. A questo pensava Mario avviandosi verso casa in un'altalenante successione di speranze, illusioni, scoraggiamenti, diffidenze, mentre affissi sui muri lo spiavano i ruvidi manifesti germanici.
Dopo un mese dal suo ritorno, Mario fu invitato dall'ingegner Borghetti, altro dirigente del Cantiere. Fu un colloquio cordiale dove il Borghetti propose a Mario la progettazione di scafi speciali: un progetto della massima segretezza e fondamentale per la continuazione della guerra. Era stato incaricato di cercare un tecnico esperto e capace. Confid a Mario che quel tipo di attivit pareva un abito cucito addosso a lui; tuttavia, sarebbe stato necessario un suo trasferimento a Genova presso una certa Ditta.
Mario, senza mancare di ringraziare il Borghetti per la sensibilit e la stima dimostrate nei suoi confronti, fece notare che, data la sua condizione, non poteva impiegarsi nel settore bellico, tanto meno occuparsi di progetti segreti. Aggiunse inoltre che non poteva allontanarsi da Livorno se non per prendere ordini di lavoro o consegnarli. Concluse quindi che poteva lavorare solo in casa propria. L'attivit che aveva praticato per anni con passione e soddisfazione, l'attivit che aveva svolto in casa da solo e che forse era stata utilizzata come pretesto per portarlo alla rovina, adesso era rimasta la sua unica fonte di sostentamento.
L'ingegner Borghetti espresse con rammarico il proprio di spiacere e disse che avrebbe riferito la risposta a chi di dovere. Aggiunse, inoltre, che riteneva quella di Mario la giusta reazioni a una situazione ingiusta e avrebbe fatto il possibile per accomodarlo; ma Mario non ne seppe pi niente, e rimase col dubbio che fosse stata una manovra per saggiare le sue intenzioni e controllare i suoi movimenti.
Erano passati forse due mesi dall'incontro con l'ingegner Borghetti, quando il campanello suon con uno strepito prolungato Mario si alz dal tavolo e and ad aprire. Saliva le scale uno sconosciuto, e il cuore gli balz in gola: di quei tempi ogni momento era buono per una brutta sorpresa. L'uomo si present facendosi anticipare da un luminoso sorriso, e lui lo fece accomodare in salotto
Era un friulano, titolare di un cantierino che si trovava appunto nella Venezia Giulia e produceva pescherecci e piccoli rimorchiatori. Era stato in Cantiere e gli avevano segnalato Mario Vezzi come persona idonea a incarichi di responsabilit. Per questo era andato a proporgli la direzione di quelle costruzioni: sempre che a lui interessasse. Mario rispose che non poteva spostarsi da Livorno e lasci cadere l'offerta.
Ancora dopo circa due mesi, un'altra persona si present alla sua porta per proporgli un'offerta simile da parte di una ditta ligure: identiche buonissime condizioni, identica la risposta di Mario.
Il sospetto che qualcuno volesse allontanarlo da Livorno diveniva sempre pi concreto. In fin dei conti durante il suo internamento nessuno lo aveva mai cercato; quindi, come facevano quelle persone a sapere che era tornato a casa mentre lui, ancora, non aveva avuto nessun contatto fuori dalla Toscana?
Quelle strane visite s'interruppero presto. Le notizie dal fronte erano sempre pi frammentarie e pi disastrose; nel giro di un paio di mesi, l'Italia pass dall'euforia del successo alla consapevolezza di aver perso irrimediabilmente la guerra: il 5 novembre 1942 1 Comando Supremo riconobbe la decisiva sconfitta di El Alamein.
Passarono alcuni mesi di silenzio poi, con la stessa stravaganza
con la quale si era chetato, il campanello riprese a crocidare.
Il 23 febbraio 1943 fu la volta di un appuntato dei Regi Carabinieri. Era stato inviato, cos disse, dalla stazione di San Jacopo con l'incarico di raccogliere informazioni. Mario si dimostr alquanto perplesso. Fece accomodare in salotto l'appuntato e questi cominci a porgli le solite domande del canovaccio amministrativo.
Mario, con l'aria di chi voleva liquidarlo alla spicciola, lo accontent e gli parl del suo internamento.
L'appuntato si mostr molto sorpreso, poich a lui questo fatto non risultava.
"Forse  proprio per questo che vi hanno inviato", disse Mario senza nascondere un certo tono scocciato; ma l'appuntato, senza dare troppo peso al tipo di risposta, aveva preso molto interesse a quella storia e aveva cominciato a scrivere tutto quello che Mario raccontava. Poi, a un certo punto, gli chiese chi aveva proceduto al fermo e quali erano state le ragioni.
"La Questura", disse Mario rimarcando l'ovviet della risposta; poi prosegu, "hanno sempre detto di aver ricevuto ordine dal Ministero ma di non conoscere nemmeno loro la causa. Provate ad andare in Questura, forse a voi diranno le ragioni vere"; ma per quel giorno non riusc pi a disegnare.
Dopo due giorni l'appuntato torn a bussare alla porta.
Era stato in Questura. Le dichiarazioni di Mario erano state confermate, ma nessuno era riuscito a giustificarne le motivazioni; pertanto il maresciallo comandante lo pregava di andare alla stazione.
Mario sbuff una protesta a voce alta, poi pens fra s: "Gi lavoro ce n' poco, e poi guarda quanto tempo mi tocca perdere"; cos indoss il soprabito e segu l'appuntato.
Quando Mario entr nell'ufficio, il maresciallo gi teneva in mano una lettera della Regia Questura: poche righe scritte a macchina. Con quel suo faccione tondo dalla perenne espressione sorridente e inebetita, rinnov le solite domande gi formulate dall'appuntato e da tutti quelli che lo avevano interrogato in precedenza, come se, quelle domande fossero un'appendice alla loro divisa. Tuttavia, terminate le domande, il maresciallo cominci a insistere,
forse troppo, affinch Mario confessasse le ragioni del suo internamento. Mario era costernato: come poteva dare delle spiegazioni su argomenti che non conosceva? Non si capacitava come quell'uomo potesse comandare una stazione di carabinieri ma, sfinito, cerc di accontentarlo con un ultimo tentativo.
"Credo un sospetto di spionaggio; ma nessuno me l'ha mai comunicato formalmente. Sospetto che rigetto completamente, e ritengo che anche il Ministero sia dello stesso parere, altrimenti non mi avrebbero rilasciato, soprattutto in un periodo in cui la nazione  ancora in guerra. Avendo la coscienza tranquilla e non avendo mai mancato ai miei doveri,  mia ferma convinzione che ci sia opera di altre persone per sviare le peste delle loro malefatte".
Il maresciallo si alz come fosse stato morso da una serpe, e cominci ad inveire contro di lui con voce tonante, puntandogli l'indice addosso. Disse urlando che era un indesiderato e che sarebbe dovuto stare molto attento perch lui, il maresciallo, lo avrebbe controllato.
Mario usc dalla stazione dei carabinieri stordito dall'ingiustizia e dalla crudelt di quel commento finale. Lo riteneva un deliberato abuso, rivolto contro di lui senza nessuna motivazione oggettiva Torn a casa distrutto. Si chiuse nel suo studio e si mise a camminare su e gi per la stanza, stringendo le labbra e fissandosi le scarpe.
"Come mai questo?", diceva fra s amareggiato e spaventato "eppure dalla Questura non ho mai ricevuto niente di simile!". Si convinceva sempre pi che quelle persecuzioni provenissero dalla volont di una sola persona: sempre la stessa. A quel pensiero si ferm e torn a cercare le sue spiegazioni nell'azzurro incorniciato dalla finestra. Scorse il riflesso del suo viso nel vetro: sembrava invecchiato di dieci anni.
28 maggio 1943, primo bombardamento di Livorno.
Verso il cielo salivano senza meta strappi di traccianti e grida di sirene terrorizzate.
Mario e la sua famiglia subirono il bombardamento in casa. Furono fortunati.
Finito il bombardamento, Mario usc e rimase a contemplare la cerchia degli incendi che facevano del cielo un riverbero di fuoco. Frastornato dal terrificante fascino della distruzione, comprese che era giunto il momento di trasferirsi.
Una bomba era caduta in cima alla strada e l'onda d'urto aveva investito in pieno una casa ridotta adesso a un rudere sventrato. Una donna, in ginocchio su quelle macerie, si era affidata al rosario che stringeva tra le mani e muoveva appena le labbra mugolando una litania mista al pianto. Intorno, solo un vuoto turbinio di grida e lamenti, mentre gi correva voce che del porto e del Cantiere non rimaneva pi nulla. Da quella desolazione vide sollevarsi il volto del Rougier e si rese conto che non esisteva altro al mondo che quella faccia. Non avrebbe avuto quiete fintanto che l'avesse fatta a pezzi, oppure fino a quando non fosse stato stritolato da lui; ma intanto doveva pensare a sfollare. Era impensabile rimanere in citt.
Furono accolti da una famiglia di Antignano; mentre quello che Mario definiva il suo "ufficio" fu trasferito in una stanzetta delle officine meccaniche Vernon di Ardenza. Sulla cima delle colline, a oriente, si addensavano nubi gitane di un candore accecante. Proiettavano sulla terra la loro nobile ombra feconda e salivano verso il cielo come castelli di sogni che, indifferenti, osservavano la citt distrutta.
Le giornate che succedettero all'armistizio furono livide, come se l'enigma che si affacciava alle menti avesse paralizzato la volont di ciascuno.
Il 27 novembre Attilio si present all'Albergo Corallo.
Era l di buon'ora per vidimare il permesso di circolazione: un'operazione che ogni autista doveva svolgere periodicamente per evitare il sequestro del mezzo. Ne approfitt per ritirare anche il permesso di circolazione in "zona interdetta".
Ogni volta che passava vicino alla stazione ferroviaria, il fischio di un treno riapriva la ferita che Elsa aveva lasciato al momento della sua partenza e lui, pi non ci voleva pensare, pi si sentiva
divorare dal ricordo dolceamaro di lei che ancora parassitava le sue giornate come un morbo irriducibile: un tormento, una condanna. Lo distrasse da quei pensieri il grande cartello che occhieggiava minaccioso alle sue spalle:
DEUTSCHER WEHRMACHT
STANDORT OFFIZIER MILITRKOMMANDANTUR
LIVORNO
Affissi ai muri ancora in piedi ammiccavano i manifesti di reclutamento dei lavoratori e proprio di quell'argomento stavano parlando gli uomini quando Attilio si mise in fila davanti al Comando Tedesco.
Un vecchio, appoggiato al suo furgoncino, stava tuffato in un giornale e leggeva un proclama dell'Unione Provinciale Lavoratori dell'Industria che invitava a trasferirsi in Germania per lavorare. Il bando era diretto agli uomini di et compresa tra 17 e 55 anni e le donne tra 17 e 35. Declamava l'importanza della manodopera italiana e sosteneva che gi migliaia di connazionali si trovavano in Germania, dove erano trattati allo stesso modo dei lavoratori tedeschi. Appena superata la frontiera, un congiunto da loro designato avrebbe ricevuto un compenso: 500 lire per i coniugati e 300 lire per i celibi. Il comunicato terminava esortando: "Alle armi o al lavoro"
I primi di dicembre, il Rougier fu nominato Commissario alla Presidenza dell'Unione Provinciale degli Industriali.
Attilio scrisse a macchina il discorso che Rougier aveva preparato per l'occasione e lo port personalmente alla Direzione del giornale.
"Il momento di particolare difficolt che il nostro Paese, ed in specie la Provincia ed il suo capoluogo, attraversano, paralizzano o comunque rendono particolarmente delicata e difficile la vita dell'Azienda e richiedono ai dirigenti e ai titolari l'applicazione del pi severo senso di responsabilit e di sacrificio...
Tengo ad assicurare che l'Unione continuer a compiere ogni sforzo per assistere le Aziende e in tale azione sar lieto di portare il mio contributo continuando le tradizioni dei miei predecessori..."(19).
Pochi giorni dopo, il Comando Germanico ordin a tutte le Aziende di comunicare all'ufficio di Collocamento, entro il 31 gennaio, l'elenco del personale effettivamente dipendente. L'elenco doveva essere redatto in duplice copia ed essere aggiornato ogni mese. Il comunicato terminava intimando di attenersi scrupolosamente alle regole, altrimenti l'Azienda sarebbe stata chiusa. Altro lavoro per il Direttore che avrebbe dovuto trovar maggiori giustificazioni per impedire la deportazione dei suoi dipendenti.
Natale era alle porte quando si present alle officine Vernon un arcigno ufficiale tedesco: adesso era lui il direttore del Cantiere.
La sua uniforme azzurrina, logorata dalla guerra, spiccava tra quelle del suo seguito per un'indefinibile trasandata eleganza, tanto che pareva orfana del mantello drappeggiante e della sciabola da trascinarsi appresso sulla ghiaia.
Aveva bisogno di alcuni lavori, che illustr con didascalica esattezza teutonica, impossibili da svolgere in sede a causa dei continui bombardamenti.
L'ingegner Marcello Orlando fece presente che le forze dell'officina erano ridotte a soli dieci operai; ma l'ufficiale tedesco rispose che sarebbero stati sufficienti. L'ingegner Orlando lament allora che l'Officina non disponeva dei materiali necessari a svolgere certe attivit, e l'ufficiale lo rassicur affermando che i materiali li avrebbero forniti loro. A quel punto l'ingegner Orlando present all'ufficiale tedesco Mario Vezzi, definendolo la persona pi idonea a seguire lavori di particolare importanza; e l'ufficiale tedesco, con soddisfazione soldatesca, ordin che per completare il lavoro il prima possibile, Mario avrebbe potuto recarsi in Cantiere a suo piacimento.
In quelle sue poche visite al Cantiere, Mario not il Rougier visibilmente contrariato: non poteva farlo mettere alla porta, ma era convinto che stava covando qualcosa e forse cogitava di giocargli un tiro mancino.

Note.
9. Ci sono due modi per far muovere gli uomini: l'interesse e la paura!
10.  vero, ma dal sublime al ridicolo c' soltanto un passo!
11. "Ho preso le armi per la libert di tutti". Iscrizione sul monumento equestre di Vercingetorige a Clermont-Ferrand.
12. "Hai vinto un uomo forte o uomo fortissimo", Vercingetorige a Cesare durante la resa (De Bello Gallico).
13. Il 4 settembre era stato emanato il decreto che istituiva i campi di concentramento.
14. "Giovinezza" inno trionfale del PNF doveva essere suonata in ogni manifestazione pubblica dopo la Marcia Reale. Il 14 maggio 1931, Arturo Toscanini si rifiuta di suonarla prima di un concerto, e per questo viene insultato da un gruppo di fascisti e schiaffeggiato da uno di loro: Leo Longanesi.
15. Si  cercato di mantenere il testo dell'interrogatorio, tratto dal manoscritto originale, nella maniera pi integrale possibile. Le minime modifiche apportate sono state dettate da esigenze narrative.
16. Attacch: il diplomatico.
17. Tribunale Speciale per la Sicurezza dello Stato: operava secondo il Codice Penale per l'Esercito sulla procedura in tempo di guerra; pertanto, contro la sentenza non era possibile ricorso n impugnazione. Sciolto il 25 luglio 1941. Anche in questo caso, e nelle pagine seguenti, si  cercato di mantenere il testo del manoscritto originale, nella maniera pi integrale possibile; tuttavia l'integrazione di questa parte nel narrato ha richiesto maggiori aggiustamenti rispetto alla precedente.
18. OVRA. L'acronimo, pur non avendo un significato preciso,  stato spesso interpretato con la sigla Organizzazione Volontaria Repressione Antifascista. Per assonanza e in modo volutamente misterioso, ha sempre richiamato l'immagine tentacolare della piovra. (Dizionario del Fascismo, Einaudi).
19 Il Telegrafo, 6 dicembre 1943.


Capitolo 6.
Achille: elogio alla razionalit creativa.

 pi facile perdonare un nemico che un amico.
William Blake.

Il dito del pilota scivolava leggero sopra la mappa, seguendo due ! serpentelli neri che si snodavano lungo la costa: la ferrovia e la via Aurelia. Le due linee procedevano parallele, confondendosi tra loro nella velatura di un'ombra, tante erano le volte che quel dito aveva indicato la solita rotta. A un tratto apparve Livorno, grigia e amante, che strideva come una nota importuna nell'armonia mediterranea.
Il ricognitore non fu accolto dai tuoni di rabbia che solitamente la contraerea vomitava contro di lui. Il fronte tedesco si era ritirato oltre l'Arno, come una macchia d'acqua che l'estate andava prosciugando. Laggi, sordi traccianti fendevano l'aria, ma gli spari erano pochi e poco convinti; giusto per intimorire. Ormai, anche le esauste truppe germaniche odoravano di miseria: cercavano di darsi un tono, ma risparmiavano i colpi.
Il ricognitore ronzava come un'ape intorno al fiore. Sotto le sue ali sfilavano i resti di una citt avvolta nel sudario di un'apocalisse. Una colonia di alveari svuotati rantolava i suoi ultimi fiati in colonne di fumo che, sfiorate dalla carlinga, si stracciavano in fiocchi fuligginosi. Della citt pi industrializzata della Toscana non restavano che macerie sbranate; e i camini sventrati segnavano la memoria di un passato, come lapidi divelte di un cimitero abbandonato.
L'apparecchio si gett con un tuffo di gazza in un lamento strozzato e, quando giunse a trecento piedi, sciolse quel lamento in un colpetto di tosse. Disegn un doppio anello sopra il porto, sfior appena la periferia settentrionale e pieg verso est. Con la sua pancia verde acqua sorvol il nodo ferroviario ormai inservibile a una quota che il giorno prima sarebbe apparsa impensabile. Poi vir e dirigendosi verso sud, non tard a scorgere una soldataglia in colonna che si dirigeva caracollando verso la citt, perdendosi nella lontananza.
Un giovane ufficiale scese al volo dalla campagnola che, sobbalzando, precedeva la colonna di un centinaio di metri. Si aggiust l'elmetto, gett via il sigaro con un coreografico gesto dell mano e si scosse di dosso la nuvola di polvere che sbiadiva il verde gi incerto della divisa; poi si avvicin al bimbo che stava seduto sul ciglio della strada all'ombra di un fico prosperoso come il seno dell'estate.
Astuto e malinconico, aveva intelligenti occhi neri, eredit di un'antichissima fame: parevano il ritratto di un popolo vinto. Gracile, ratto, arguto, dolcemente timido, volt la sua testolina bruna e for lo sguardo del giovane ufficiale con quegli occhi penetranti e immensi come il cielo di una notte perduta, dove gi scintillava il riflesso di un'insanabile delusione cosmica.
"C' qualcuno in casa?", chiese l'ufficiale in un italiano scivoloso che ancora sapeva di terra e di trullo.
Il bimbo scosse appena la testa: era troppo concentrato a schiacciare i pidocchi che infestavano i capelli della sorellina, che se ne stava accoccolata tra le gambe del fratello a giocherellare con le formiche che esploravano le sue puntute ginocchia sbucciate.
"Niemand! Mom ist im bereichen"(20), biascic con la rassegnata indolenza dei popoli occupati. Tra sei mesi avrebbe parlato il pi vernacolare slang dei sobborghi di Cleveland.
Il giovane ufficiale sorrise, porgendogli una tavoletta di cioccolata. Il bimbo la scart, ne addent un cantuccio appena e la dette con magnanimit alla sorella che non tard a impiastrarsi gran parte del visino mentre, girandosela tra le mani, la osservava con incolpevoli occhi grigi.
L'americano stava per ripetere la domanda, quando scorse una donna.
Saliva dal paese con l'inesauribile energia del mulo e cercava i figli con un fiuto di mamma che giungeva ben oltre la portata delle diottrie; ma quando scorse la sterminata nube di polvere che saliva da sud, si blocc impietrita. Poi prese a correre verso di loro e il cesto dei panni che teneva in equilibrio sopra la testa croll come un castello di sogni.
Era una gabbrigiana. Aveva un viso severo e impenetrabile, intensi occhi languidi e taglienti, neri come i suoi abiti e come i suoi capelli raccolti con garbo in una crocchia. La fame non aveva ancora del tutto risucchiato la sua gentile aria ritrosa. Baci la mano del giovane ufficiale con la sua bocca morbida; poi prese la piccola in braccio e mentre il bimbo stava arroccato tra le sue gambe come Ercole tra le colonne, lei disegnava nell'aria le sue risposte con l'ossuta mano abbronzata.
Era il 19 luglio 1944. Le truppe alleate erano alle porte di Antignano e senza incontrare resistenza sarebbero entrate a Livorno. In quel momento il ricognitore pass sopra le loro teste, tanto basso da scuotere la polvere dalle foglie del fico e dagli elmetti roventi dei soldati che, berciando, risposero al balletto delle sue ali.
Schiacciato dall'anticiclone, il mare pareva ancora segnato da scorribande saracene sotto la ruggente costellazione del Leone. Laggi, incastonato nella distesa blu cobalto dell'immensit, l'Arcipelago pisolava immutabile e solenne.
Il pilota vir incontro all'indefinita distinzione dell'orizzonte: l'aereo divenne un puntolino, e svan nell'afosa incertezza dei veli azzurri e lascivi dell'estate.
"Ricognitore a lungo raggio: una Cicogna!"(21), aveva detto Attilio al Rougier.
"Non credo. Quello  uno Stinson L5. Sulle ali porta la stella a cinque punte. Da ora in poi di Cicogne ne vedremo meno, molte meno. Speriamo solo se nasceranno dei bambini!", esclam col sorriso preoccupato degli indovini che leggono il volo degli uccelli Per una bizzarra legge matematica, variando le insegne dei ricognitori sarebbe variata anche quella dei bombardieri: ma il risultato sarebbe rimasto lo stesso.
Attilio chiuse la portiera della macchina e segu il Direttore in officina.
Quando entrarono and loro incontro l'ingegner Marcello Orlando. Aveva appena terminato l'inventario e illustr al Rougier la drammatica situazione dell'officina leggendo lo scarno elenco delle macchine ancora disponibili; tuttavia, aveva avuto l'accortezza di periziare le macchine distinguendole secondo la gravit dei danni, identificando quelle recuperabili da quelle irrimediabilmente perdute.
"Basterebbe smontare i pezzi rotti e farli ricostruire all'officina Vernon.  una fortuna che si trovi all'Ardenza: lontana dagli obiettivi strategici,  rimasta praticamente intatta".
Non era la prima volta che l'ingegner Marcello Orlando avanzava quella proposta. In quel modo avrebbero potuto riattivare al pi presto la produzione del Cantiere; ma ogni volta Rougier fingeva di non sentire e tergiversava adducendo deboli giustificazioni.
Quel giorno, per, seccato dalle ripetute insistenze dell'ingegner Marcello Orlando, il Rougier non riusc a trattenere uno scatto d'ira. Le loro voci si alzarono e i due uomini si attaccarono a vicenda scaraventando l'uno contro l'altro oscure allusioni. Attilio vide il Direttore ebbro di una rabbia viscerale; avvert, forse per la prima volta, la spaventevole consapevolezza che quella rabbia lo avrebbe potuto spingere a fare ogni cosa. Fu una stupida lite, ma in quel periodo tutti avevano i nervi a fior di pelle ed era facile perdere la testa. In mezzo a quel trambusto qualcuno cercava di ristabilire la pace e si sent una voce gridare: "Ma insomma, signori...".
"Che modi, che modi! Marcello, mi meraviglio di te!", andava sibilando il Rougier nel tentativo di sbollire la sua collera; ma era sconvolto e prov invano a ricercare la serenit immaginando i tempi lontani, quando ancora il Tashkent navigava sotto il chiaro di luna verso Odessa. Poi, riconquistata la sua solita calma, prosegu: "Marcello, ti proibisco di rimettere piede nell'officina Vernon. L ci sono persone da non praticare. Ti prego! C' quel Vezzi...".
"Perch ce l'avete tanto con lui?", chiese l'ingegner Marcello Orlando con gli angoli della bocca sollevati.
"Lo sai chi  quel Vezzi:  uno che ha fatto la spia durante la guerra!".
I suoi occhi lampeggiavano, ma riusc a mantenere il controllo di se stesso; poi aggiunse: "E ti prego di non pronunciare pi il nome di quella serpe in mia presenza", e lo fece con un urlo strozzato, quasi un rantolo.
Da allora l'ingegner Marcello Orlando non accenn pi a quella possibilit; ma pochi giorni dopo, il Cantiere fu requisito dal Comando Alleato.
Il controllo delle attivit marittime, portuali e cantieristiche pass dalla croce uncinata al leone rampante, e cos, un ufficiale inglese, un certo tenente di vascello Noyon, incaricato di requisire gli stabilimenti di Livorno, fu annunciato in Cantiere per il sopralluogo di accertamento.
Il Rougier lo aveva incontrato parecchie volte e non era mai riuscito a farselo piacere. Era un bel ragazzo, alto, biondo, con appena una sfumatura di britannica prosopopea nei modi. Era evidente che si sforzava di apparire ben disposto verso gli italiani.
Dopo quella visita, durante la quale l'ufficiale si era fatto un'idea delle potenzialit produttive del Cantiere, l'ingegner Marcello Orlando espose la solita relazione sulle macchine danneggiate e, quando l'ufficiale chiese se era possibile ripararle, lui addusse la medesima proposta dell'officina Vernon. Cos andarono insieme a visitarla. Era rimasta sorprendentemente intatta e, soddisfattissimo, l'ufficiale inglese non tard ad avviare la pratica di requisizione anche per quella.
Il giorno successivo il tenente di vascello Noyon torn in Cantiere. Appena incontr l'ingegner Rougier, gli chiese perch non aveva pensato a conservare delle cinghie di trasmissione che adesso potevano essere utilizzate per attivare le macchine rimaste efficienti; lui rispose, molto candidamente, che erano state requisite dal Comando Tedesco. Infatti, da quando la Direzione del Cantiere era stata trasferita in Accademia Navale, il Rougier era convinto di averle viste nell'ufficio del Direttore Tedesco, il suo equipollente
passato, occupato adesso dal Direttore Britannico suo equipollenti attuale. Era certo di averle notate in Accademia, almeno fino a pochi giorni prima; forse i tedeschi se le erano portate via, oppure erano in qualche modo finite nelle officine della Vernon, dove era sicuro di aver visto anche delle trattrici che prima si trovavano in Cantiere
A quel punto intervenne l'ingegner Marcello Orlando, stanco d sopportare le continue allusioni vessatorie che gettavano infamia sulla Vernon. Il sangue gli ribolliva di un amarissimo sdegno e aveva le parole piene di fiele; ma dopo quel primo momento in cui fu tentato di accusare il Rougier di essere un uomo ingiusto, riacquist la sua calma e, superato quell'impulso sanguigno, chiam l'inglese in disparte. Gli assicur che avrebbe garantito lui stesso per l'officina Vernon, poich era stato lui stesso, come certo avrebbe rammentato a presentare l'Officina al Comando Britannico; quindi, aggiunse che riteneva le persone che vi lavoravano ineccepibili e stimate, sia per condotta che per capacit professionale. Poi l'ingegner Marcello Orlando pretese che fosse fatta chiarezza sulla questione delle cinghie e delle trattrici. Sugger all'ufficiale di fare un'ispezione alla Vernon cos l'inglese, con voce velata da un tono salomonico concluse: "Le trattrici sono talmente grosse che non  possibile nasconderle; la cinghia, se  nuova come dite, sar facilmente riconoscibile. Non  giusto infamare persone oneste". Ma era chiaro che non aveva dato molto peso alle parole dell'ingegner Rougier.
Il Direttore intanto continuava a imprecare contro il Re, contro Badoglio, contro gli Alleati, contro i Tedeschi, contro tutto il mondo. Era avvilito e non ancora immune dal dispiacere che aveva lasciato in lui la fuga del Re e dei suoi Ministri, scappati di notte verso Brindisi, a fari spenti, alla maniera dei contrabbandieri. Era passato quasi un anno, ma avvertiva ancora tutta l'umiliazione dell'Italia riversarsi nel suo spirito.
Non sarebbero trascorsi due giorni che la polizia militare lo avrebbe prelevato per condurlo agli arresti.
Un arresto non  un arresto se non  teatrale e inaspettato.
Ma quella mattina, in Cantiere, l'arresto del Rougier non segu esattamente quella procedura ortodossa, soprattutto nella sua ultima parte. Per questo Attilio non lo ritenne un vero arresto, di quelli rocamboleschi che si vedono al cinema, pur soffrendo moltissimo nel vivere una delle giornate pi sconcertanti della propria esistenza.
Gi dal giorno precedente regnava in Cantiere una strana tensione: opprimente, quasi soffocante. Ed anche quella mattina Attilio l'aveva palpata, stagnante e molesta, quando il Direttore gli disse: "...aleggia un'aria strana, vero Maffei? Cosa ne pensi?".
"Penso che per essere un momento cos delicato regni una grande indifferenza... forse troppa". Poi azzard timoroso: "Specialmente nei confronti dei dirigenti. Non vorrei serpeggiasse un vago rancore, peggio ancora un indolente distacco".
"L'indifferenza  un sentimento che disprezzo, l'odio un sentimento che ammiro, l'amore un sentimento che ho dimenticato: ma non hanno ancora vinto. Nessuno dei tre". Attilio non rispose, facendo finta di non aver capito.
In quel periodo, il suo Direttore cadeva spesso vittima di inquietanti depressioni, come torturato da presagi capaci di renderlo silenzioso addirittura per intere giornate; ma pareva non rendersene conto. Quando Attilio gli chiedeva cosa avesse, lui si meravigliava scacciando la sua espressione triste con un sorriso solare e falso.
Il giorno prima dell'arresto fu proprio uno di quei giorni. Il Direttore era sprofondato chiss in quali preoccupate riflessioni; e quando si accorse che Attilio lo fissava tormentato dall'incertezza, sorrise e disse con tono sdrammatizzante: "Andiamo a trovare Marilli".
Nella darsena ridotta a un cimitero di relitti, Marilli giaceva inclinata sul fianco, sepolta da un velario d'acqua cupa. Occhieggiava di bianchi riflessi, vuota ormai d'illusioni; mentre il fondale gi pretendeva violarne l'intimit con melme tentacolari.
"Vedi, ieri cavalcavi l'onda del successo e domani coli a picco: e sei fortunato", volle evidenziare, "se trovi un fondale basso e melmoso. Chi ti faceva la corte si  dileguato al seguito delle nuove chimere, lasciandoti in compagnia dei pesci".
"Io non sono un pesce!", disse Attilio con risentito rispetto. Il Rougier lo guard con affetto e il giovane si sent provocato ad aggiungere: "Io non vi abbandoner, signor Direttore, non dir quelle cose che si sentono mormorare su di voi... non vi tradir mai".
"Qualcuno ha detto qualcosa di simile quasi duemila anni fa, per poi rimangiarsi tutto al canto del gallo", replic il Direttore sorridendo, "ma non ti preoccupare delle parole che strisciano: la cattiveria  un'altra; e devi cercarla tra chi sa troppo, non troppo poco. Non costruire un castello di sospetti sopra una sola parola. Traditore, per esempio". Poi aggiunse con malinconica rassegnazione: "Anche se cerchi di salvare un amico che non pu essere salvato".
Attilio rimase atterrito da quella funesta previsione, non tanto per il senso della frase, quanto per la paura che quell'uomo fosse preda di una suggestione ossessiva. I suoi nervi stavano cedendo e il giovane cominci a preoccuparsi. Il giorno dopo, quando il Rougier fu arrestato, Attilio rimase ancor pi atterrito perch si rese conto che quel pomeriggio, con gli occhi posati sul relitto di Marilli, quell'uomo aveva profetizzato.
Quella mattina la strana tensione che aleggiava da giorni si spezz all'improvviso.
Il tenente di vascello Noyon buss alla porta aperta dell'ufficio ma il sottufficiale della Military Police, un mastino dal naso rincagnato e gli occhi vuoti, senza attendere risposta entr, solo per placare il proprio gusto dell'irruzione. Lo seguirono due colossali cerberi neri.
Dentro l'ufficio un'aria densa di stupore li accolse gelando il caldo della fine di agosto, finch la voce stridula del tenente di vascello Noyon gargarizz: "Ingegner Rougier, ho il penosissimo dovere di arrestarvi: se volete avere la cortesia di seguirmi...".
Un vago senso d'imbarazzo stagn nell'aria.
Attilio rivolse al suo Direttore uno sguardo di vuoto sconcerto, interrogandolo sul significato di quella scena. Anche il Vicedirettore l'aveva percepito, ma non ne parve turbato, anzi sorrise all'ingegner Marcello Orlando, come per approvare i suoi pensieri e suggellare con lui una sinistra complicit.
Attratta da quella confusione, intanto, accorreva nel corridoio una piccola folla.
Il tenente di vascello Noyon, ritenendo il momento propizio, si rivolse all'ingegner Marcello Orlando e disse a voce alta in tono di proclama: "Dica a quei suoi amici della Vernon che cinghie non ne hanno e trattrici neanche. Abbiamo perlustrato a fondo", e lasci che l'ingegner Marcello Orlando si gongolasse nella soddisfazione per quel sopralluogo che attestava la piena estraneit dell'Officina alla scomparsa delle cinghie.
Una sottile inquietudine aleggiava sulle facce attonite della platea, mentre qualcosa di inespresso gravava sopra un vocio sommesso di discorsi sconclusionati.
Attilio aveva notato che per fare la sua declamatoria, l'inglese aveva conquistato una posizione centrale che lo aveva reso, insieme al Rougier, protagonista della scena. Con la voce stranamente torreggiante aveva scandito quelle parole, come se chi era presente nella stanza, e chi si accalcava nel corridoio, non avesse potuto fare a meno di comprenderle bene. La composizione delle ombre e la prepotenza della luce che tagliava d'infilata la stanza avevano aggiunto alla scena una metafisica inquietudine caravaggesca.
Il Direttore allarg appena le braccia in segno di resa, come sopraffatto da un'allusione assurda, poi osserv con voce cupa e rauca: "Siete venuti molto presto!".
Aveva gli occhi come due fossette grigie. Bucavano il suo viso esausto, pallido ma velato di una bellezza catartica, mentre sorrideva del sorriso spento e beffardo che talvolta aleggia sul ghigno degli sconfitti, consapevole di vivere il momento peggiore della sua carriera.
L'ingegner Marcello Orlando bisbigli qualcosa ma, come prive di peso, le sue parole continuarono a galleggiare nell'aria.
Attilio, sbalordito pi dall'arrendevole comportamento del suo Direttore che da quella incursione soldatesca, non pot resistere all'istinto di sfogare la sua disperazione.
"Ma deve esserci un errore: per quale motivo lo arrestate?", grid contro gli inglesi.
"Signore, questi sono gli ordini, io non so niente", concluse recisamente il tenente di vascello Noyon in un italiano educatissimo.
"Ma non  possibile! State sbagliando persona!", esclam Attilio in tono querulo, premendosi la faccia livida per la disperazione tra le mani, mentre un pianto convulso lo assaliva e la sua voce andava spengendosi in un rantolo singhiozzante.
"Tu pensi troppo, ragazzo mio", disse il Direttore rivolgendosi ad Attilio, "sei gi un maestro: non prendere cattivi esempi da quello che consideravi essere il tuo".
Il Direttore riusc a carezzare i capelli al ragazzo, prima che due colossali cerberi neri lo afferrassero sottobraccio; poi alz la testa e volse alla platea la sua faccia magra, dove riverberavano i tratti accentuati di un irriducibile Vercingetorige: aveva il pallore terreo di una statua appena dissotterrata da un archeologo.
Attilio prov una stretta al cuore: ebbe quasi l'impulso di lanciarsi a liberarlo. Il Rougier se ne avvide e lo trattenne da quella pazzia scoccandogli un'occhiata selvaggia.
C' un evento paradossale nel rapporto fra un condottiero e i suoi seguaci: il fallimento. Quando, forse per la prima volta, la sua debolezza viene alla luce. Loro potrebbero giudicarlo con imparzialit:  come nudo davanti a loro; eppure, continuano a seguirle come una stella, come se in cielo non ce ne fossero altre. Cos in quel momento, almeno per un istante, si annullarono le fazioni Tutti ebbero piet per il loro Direttore, anche coloro che, un attimo prima, avevano imprecato contro di lui, e nell'aria sal imperante un raggelante smarrimento. Davanti a loro, in catene, c'era l'uomo che aveva condotto il Cantiere sulla rotta del successo, che aveva evitato ai suoi dipendenti il richiamo al fronte o la deportazione Eppure stava accettando la situazione meglio degli altri: forse i suo genio aveva una particolare familiarit con Dio, o forse con il Demonio.
Dal corridoio una voce lanci un grido di solidariet. La frase era stata pronunciata in modo convulso e sfrontato, almeno all'inizio; poi, chi aveva parlato, accorgendosi che per difendere il Rougier aveva reso evidente la sua vulnerabilit, smorz l'impeto del proprio intervento che si spense alla svelta in un bisbigliato sussurro. Ma a quella voce ne rispose un'altra, intimando il silenzio
con offese: le fazioni si andavano ricostituendo. Intanto il sottufficiale si era messo a vuotare ogni cassetto rovesciando tutto per terra. Attilio, ancora inibito dallo sguardo autoritario del Rougier, non tent nemmeno di fermarlo: piangeva.
Quaderni, appunti, disegni, libri, tutto cadeva sparpagliato per terra con fracasso e l'originario disordine dottrinale si tramut immediatamente in un caos irreparabile: dove non era giunta la furia dei bombardamenti, era dilagata la scorreria del barbaro sottufficiale delle MP. Il tenente di vascello Noyon afferr la favorevole situazione e lanci un'occhiata al sottufficiale: era pazzo di una foga rabbiosa, ma il suo senso di giustizia si fece sentire, quando il tenente di vascello Noyon disse la parola che occorreva e il saccheggio fin; quindi aggiunse: "Torneremo in un altro momento". Pareva che non volesse rischiare una scoperta scomoda: o forse voleva per forza scoprire qualcosa. Era contrariato per la piega che stavano prendendo le cose, ma aveva poche alternative; quindi ordin di mettere i sigilli, per poi tornare nel pomeriggio a perquisire lo studio con calma.
Attilio avvert una sorta di lieve incertezza nella voce del tenente di vascello Noyon, che tuttavia attribu alla lingua, mentre non sfugg al Rougier che, dopo aver trafitto l'ufficiale col suo sguardo, si volt verso la scrivania sussurrando parole che nessuno ud; poi sulla sua faccia comparve una smorfia che mal si addiceva alla nobilt dei suoi lineamenti e pareva un'ironia verso la propria debolezza.
Attilio che lo seguiva pedissequo invoc disorientato: "Signor Direttore, io non capisco pi nulla!".
Il Rougier lo fiss: pareva volesse dire qualcosa ma rinunci e conged il ragazzo con un sorriso tirato alla svelta, sopra un pensiero che si perse nel nulla. Teneva la testa alta e lo sguardo fisso nel vuoto, come se chiedesse aiuto a una visione: era uno sguardo che incuteva spavento e con quello accett la palma del martirio. Non pi una parola n un lamento. Non si curava gi pi di quella dimensione reale e, voltando il capo, aveva riposto lo sguardo in quella del proprio dolore. Mentre gli inglesi lo portavano via, si lev nella penombra del corridoio il raglio di alcuni operai che
davano voce al loro dolore: erano con lui, accanto a lui; lo comprese con un semplice sguardo che bast a dargli il sollievo di un conforto.
Il gruppetto usc nel caldo mezzogiorno aprendosi un varco tra due ali di folla che fluivano di un fermento ininterrotto.
Un'automobile che ostentava le insegne della Marina Britannica aspettava nel cortile. Un marinaio spalanc la portiera e s'irrigid nella meccanica del saluto. Il Rougier entr, seguito dal tenente di vascello Noyon. Il marinaio dette un colpo alla portiera che si richiuse con un perentorio clangore. Poi l'auto part, seguita dal barbaro sottufficiale della MP e i due colossali cerberi neri sopra una traballante campagnola.
Attilio, come disossato, si lasci cadere seduto sullo scalino della carraia. Abbandon le braccia, seppell il viso tra le ginocchia e rimase solo, inondato dal sole e dai propri singhiozzi.
Il pomeriggio Attilio sal in Direzione. La stanza era stata sigillata e un gigantesco marinaio piantonava l'ingresso: appariva ancora pi nero nella divisa bianca delle MP.
Sent delle voci provenire dall'ufficio dell'ingegner Marcello Orlando. Si avvicin e chiese il permesso di entrare.
"Vieni Maffei, vieni. Accomodati", disse l'ingegnere con la solita cortesia mentre proseguiva il discorso con i suoi colleghi. Sembrava che fosse stata sporta una denuncia contro il Direttore e, in base a quella, il Tribunale per l'Epurazione ne aveva disposto l'arresto. Ma perch non erano venuti i Carabinieri, si chiese Attilio.
"In ogni caso pare che contro di lui ci sia una denuncia precisa inequivocabile anche piuttosto grave, con tanto di testimoni".
"Oh no, no, no!" ansimava Attilio con un senso di nausea. Non riusciva a elaborare altro. Sentiva come un nembo di pazzia chi cercava di travolgerlo.
"Qual  quest'accusa infame, precisamente? E chi  l'infame che l'ha sporta?", chiese Attilio all'ingegner Marcello Orlando.
"Diversi dipendenti lo accusano formalmente: tra questi pare che ci sia anche Mario Vezzi..."
"Mario? Ma  impazzito?".
"Non ti permettere! Ritira immediatamente queste considerazioni e non le pensare nemmeno!", sbott perentorio l'ingegner Marcello Orlando, cambiando espressione e colore del viso.
"Ma certo si tratta di un errore!", balbett il giovane sbalordito, mentre un nodo gli assaliva la gola.
"Infatti, si basa proprio su un errore", prosegu con voce sottile e sarcastica l'ingegner Marcello Orlando. "Proprio di un errore", a quel punto s'interruppe, lasciando che la stantia ingenerosit del termine "errore", colmasse il vuoto che regnava nell'ufficio; poi prosegu, "l'errore di chi ha tirato troppo la corda ed ha combinato un bel disastro!".
Attilio si accasci travolto dai propri sentimenti, la sua difesa era nobile e patetica ma certo inefficace; e mentre cercavano il bandolo pi conveniente tra vendetta e giustizia, lui avrebbe voluto salvare l'uomo: o forse l'amicizia.
L'ingegner Marcello Orlando continuava a fissarlo in modo severo, poi prosegu monologando.
"Quando si ricoprono certi incarichi,  possibile combinare guai grossi e molto strani".
"Non vi seguo".
"Non potresti: sei troppo giovane. Quando si pensa al crimine, si pensa alla delinquenza comune: in questo caso e in questi momenti, la psicologia  diversa. Scommetto che saresti pronto a giurare che il comportamento del Direttore  sempre stato assolutamente irreprensibile, non ne dubito. Eppure hai visto come  stato portato via, e tu sapessi quanto mi ricresce. Purtroppo per te, caro Maffei, sei un giovane maestro, un insegnante. La tua formazione ti porta a scorgere, e a tirar fuori, il meglio delle persone:  questo a portarvi fuori strada, voi educatori. I ragazzi sono incantevoli, per si cresce, si diventa uomini e quello che c'era d'incantevole, credi, svanisce, specialmente se si diventa uomini di potere eh... io li conosco, ne ho viste tante in vita mia!
Oggi sono tornati. Hanno trovato di tutto nel suo studio: fotografie, lettere, appunti, cose che nemmeno avrei potuto immaginare. Sono rimasto basito, non pensavo al Direttore come un collaborazionista che non voleva arrendersi alla sconfitta del Fascismo...".
"A dire il vero, il Direttore non  mai stato... lo sappiamo tutti che non  mai stato un attivista, tanto meno un collaborazionista!".
"Stai zitto Maffei, stai zitto che  meglio; e non ti sbilanciare troppo. Sono momentacci. Spera di non essere convocato dal Tribunale. Ti voglio troppo bene, per cui ti consiglio di non andarti a ficcare in quella pece".
Attilio si concentr un attimo e poi riprese la sua inutile arringa.
"Ma ingegnere, vi dico che  innocente! Non ... non  possibile!".
"Innocente o colpevole, non ti ci ficcare nel mezzo", disse cercando di non perdere un tono protettivo; "attenzione agli schieramenti, Maffei. Io ti ho avvisato, fai cosa ti pare. Per l'amicizia e la stima che mi legano a tua madre, ho il dovere di metterti in guardia anche se questo pu sembrarti antipatico. Non t'immagini i veleni che usciranno fuori adesso. I pi, come finti galletti, gireranno nel vento; poi anche i polli si trasformeranno in serpi. Devi credermi quando ti dico che nei prossimi mesi la situazione sar brutta. Molto brutta. In momenti simili non c' posto per... per i sentimenti. L'uomo che non resta nei ranghi, o meglio nei ranghi giusti,  perduto", concluse l'ingegner Marcello Orlando rabbonito.
"Capisco", ebbe la forza di rispondere Attilio abbattuto.
"Me lo auguro, perch non  perduto solo lui, ma anche i suoi amici e la sua famiglia. Chi esce dai ranghi apre una breccia e d'ora in poi milioni di sciacalli vagheranno in cerca di brecce dove pascere le loro cucciolate uggiolanti".
Attilio usc da quel colloquio distrutto ma nobilitato da un altruistico dolore. Le sue energie erano corrose dall'angoscia e dal turbamento.
Non riusciva a distaccarsi dall'idea del suo Direttore chiuso in carcere: anche lui. Come prima era accaduto al Vezzi. Se lo immaginava mezzo nudo, chiuso dentro una cella muffita, senza un libro, privo del suo regolo, delle sue matite e di qualsiasi altro strumento diabolico: solo, e con la testa piegata sull'osso del petto sepolto dalla desolazione; mentre, intorno a lui, tutti sussurravano
quel nome, o evitavano di pronunciarlo, come fosse diventato sinonimo del male.
Attilio chiuse alle spalle l'uscio di casa. Era profondamente scosso, tanto che i suoi genitori si scambiarono uno sguardo interrogativo. Non gli erano mai piaciuti certi atteggiamenti prepotenti e li aveva sempre tenuti al margine della propria mente per impedire che ne contagiassero il fondo. Certo, il Direttore era innocente: la questione non era nemmeno da mettere in discussione; ma i suoi accusatori erano forti e col dente avvelenato. Attilio comprendeva solo adesso quanto profondo potesse essere il baratro che separa le fazioni. Non come aveva immaginato lui, distrattamente abbindolato da una ingenuit scolastica, dove la sostanza dei fatti finisce per diluire la tragedia nella panoramica del tempo. Solo adesso si rendeva conto della drammaticit di uno scontro tra Guelfi e Ghibellini, di come il demone della sopraffazione fosse radicato nel cono d'ombra dello spirito umano, congenito, come un peccato originale.
" successa una tragedia", esord con sguardo assente. I suoi genitori continuarono a scrutarlo, interrogativi e preoccupati; poi aggiunse: "Hanno arrestato il Direttore!".
"Dio mio!", esclam sua madre poggiandosi una mano sul seno. Attilio raccont tutto senza pi una lacrima da piangere.
Suo padre lo rincuor, scongiurandolo di essere ragionevole e non combattivo. Conferm tutto quello che aveva detto l'ingegner Marcello Orlando. Pareva fosse stato presente anche lui a quell'insopportabile omelia in Cantiere, cosa che dispiacque molto al ragazzo che, invece, avrebbe voluto trovare nel padre un alleato. "Il tempo aggiusta tutto", esclam con rassegnazione, tenendo le braccia conserte e un'aria scaltra stampata sul viso; infine, sentenzi che non era certo il momento di esporsi per gettarsi nei torbidi.
"Ma il Direttore  innocente...", frign il ragazzo.
"Questo lo decider il Tribunale".
" un uomo stimato, cui tutti hanno sempre voluto bene e capacissimo del suo lavoro".
"S, certo, ma evidentemente non tutti gli vogliono cos bene come dici", sospir con aria di sfida; forse trapelava da quella sua espressione una nota di menzogna: ma si giustific pensando che in una guerra si mente sempre.
Nella sua stanza, Attilio ripensava agli avvenimenti degli ultimi giorni cercando di afferrarne il significato. Gli sembrava di essere uscito dal normale corso dell'esistenza e di ritrovarsi in una vertigine che lo stava facendo impazzire: si sentiva la terra sprofondare sotto i piedi e gli pareva che il cielo gli crollasse addosso.
"Non pu essere vero", pensava: "Non pu essere vero". E per tutta la notte tent di ricacciare quel fermento di pensieri che lo assediava senza tregua.
Gli eventi della giornata gli avevano lasciato addosso un'insostenibile tensione; senz'altro erano dovuti a una serie di circostanze negative, di quelle che la gente definisce un periodo di sfortuna. Lui avrebbe voluto liberarsi da quello stato d'inquietudine che doveva per forza essere passeggero. Con la forza di volont e l'esaurimento dei nervi riusc ad addormentarsi solo verso mattina
Quando si svegli le notizie della radio che parlavano di epurazione, processi e rivendicazioni bastarono a farlo scoprire pi abbattuto e inquieto di prima: come se avesse letto un libro di medicina, adesso avvertiva tutti i sintomi di una qualche malattia. Cos, senza pi dubbi sulla gravit della situazione, nell'intento di fare il possibile per aiutare il suo Direttore e consapevole di disubbidire ad ogni consiglio, decise di andare in Questura a chiedere informazioni.
Dopo una breve anticamera fu ricevuto da un funzionario che lo accolse con gentilezza: cinico, ma per niente aggressivo. Durante quel colloquio il funzionario non fu mai brutale, anzi quasi rassicurante. Al termine della sua esposizione pontific: "Purtroppo la situazione non  soltanto poco convincente ma anche molto confusa".
"Di questo me ne rendo conto, ma  possibile visitare il Direttore?".
Il funzionario lo fiss senza battere ciglio. I suoi neri occhi fiammeggianti erano sgranati nella perfetta immobilit con la quale era uso scrutare i criminali. Dopo quello studio attento e scrupoloso, fu preso da un ragionamento cos improvviso che se ne lasci guidare come da un'ispirazione. Poi, di getto, cambiando il suo tono da paterno in perentorio: "No. Non  possibile", sentenzi.
"Ma perch? Vi prego, solo pochi minuti...", implor Attilio in tono di supplica.
A quel punto il funzionario non pot pi resistere alla propria vanit e con fare munifico sospir: "Perch il Rougier non  trattenuto in carcere a Livorno". Allarg le braccia con solennit liturgica e, come arreso di fronte all'ineluttabilit di un disegno soprannaturale, prosegu: " stato tradotto al confino dalle autorit britanniche: adesso  sotto la loro custodia".
"Partito? Con gli Inglesi? Quando? Dove?" Ribatt il giovane allibito.
Il funzionario, con una smorfia, manifest tutto il proprio disinganno e la propria totale impotenza: "Vi posso dire solo che  partito stanotte, ovviamente sotto scorta, per una localit segreta. Non sappiamo quale".
Il funzionario volle sincerarsi che quell'aggettivo, segreta, fosse stato ben assimilato dal suo interlocutore, poi prosegu con una sottile sfumatura seccata e beffarda: "Temo che prima che possiate rivedere il vostro amico passer un po' di tempo. Tornate tra qualche giorno. Quando avremo il nullaosta del Comando Britannico vi daremo tutte le indicazioni, se possibile anche un permesso speciale per andarlo a trovare: se non l'hanno spedito troppo lontano...", aggiunse ghignando un sorrisetto sardonico.
Attilio mostr di non raccogliere l'insinuazione e ribatt quasi balbettando: "Ma per scrivere una lettera, avere sue notizie?".
"Ve l'ho detto; tra qualche giorno. Per ora pazientate, poich non posso dirvi altro".
Il Direttore era stato internato, i suoi beni confiscati ed era stata aperta un'istruttoria nei suoi confronti: presto sarebbe stato un uomo completamente rovinato. In seguito a quel verdetto espresso dalla sua coscienza, Attilio si scopr completamente paralizzato.
Per fuggire a quella schiacciante prostrazione, decise di andare ad Antignano, dove era sfollata la famiglia Rougier.
Era pomeriggio inoltrato, quando buss alla porta di una casa le cui mura parevano scorze di libeccio. Nell'ombra gi lunga dei tetti che andava divorando la strada, Attilio not una macchina con le insegne della Marina Britannica. Un marinaio sedeva sopra lo scalino di un uscio e, quando lo vide, pass il suo sguardo indifferente sul quel ragazzo agitato e fradicio di sudore, quindi rimase l a godersi il fresco con pi gusto.
Apr la porta la piccola Marilli. Attilio entr e la signora Rougier gli and incontro con gli occhi lucidi. Lo abbracci e lo baci come si usa fare con i parenti pi cari. Attilio non riusc a nascondere la sorpresa nel trovare seduti in salotto due ufficiali: uno era il tenente di vascello Noyon, l'altro il comandante della guarnigione britannica in persona.
Dopo una breve presentazione, la signora disse che quel ragazzo era capitato a fagiolo: conosceva benissimo la barca e certo avrebbe potuto aiutarli.
Attilio non capiva. Cosa c'entrava la barca?
Poi, cambiando discorso, la signora Rougier disse che presto gli Inglesi avrebbero comunicato il luogo d'internamento del Di rettore, ma con discrezione rivolse al giovane una strizzatina d'occhio: era evidente che gi lo sapeva. Probabilmente quegli ufficiali le avevano comunicato la notizia per tranquillizzarla, pregandola di non divulgare l'informazione fino alla notifica ufficiale.
Attilio si sent sollevato e solo allora comprese che i due inglesi erano venuti per chiedere il permesso di recuperare la Marilli.
Durante la bonifica del bacino, infatti, il relitto non era passato inosservato. Certo aveva fatto gola a qualche alto ufficiale. Il fascino della Marilli aveva conquistato anche il cuore dei battaglieri inglesi che avevano intenzione di rimetterla in efficienza, i due ufficiali, tuttavia, non tralasciarono di evidenziare che si trattava solo di un prestito, e lo fecero con un garbo squisitamente inglese.
"Prestito o non prestito, il Tribunale ha confiscato tutti i nostri
averi", disse la signora Rougier, "Quindi, se anche prendete la barca che differenza fa?".
"La differenza  che la barca potrebbe essere oggetto di un provvedimento di sequestro, certamente; ma noi abbiamo effettuato un recupero", e pronunci quest'ultimo termine come se per lui avesse una valenza magica, "pertanto, essendo al momento inventariata a nostro carico come relitto per danno bellico, nessuno potr toglierci il suo possesso", asser il Comandante barcamenandosi tra la traduzione grammaticale e il concetto del diritto marittimo. Infine aggiunse: "Tuttavia, ci preme avere il suo permesso. Lo riteniamo un accordo, come dire, tra yachtman; stia tranquilla che appena possibile la barca sar restituita alla sua famiglia", concluse il Comandante con esuberante cordialit, aggrottando le ciglia come fosse ansioso di mantenere la parola data.
"Vi ringrazio per la sensibilit che dimostrate nei nostri confronti. Sappiate comunque che potete contare su Attilio Maffei", e indic il giovane mettendogli una mano sulla spalla, "uno di famiglia. Conosce benissimo la barca e se lo ritenete opportuno sar lieto di aiutarvi a rimetterla in sesto".
Attilio annu, non ancora del tutto convinto da quella strana vicenda, soprattutto da quei discorsi che gli apparivano cinici e fuori luogo.
La conversazione prosegu con toni amabili. Gli ufficiali si rendevano conto dello stato di prostrazione della donna; mentre Attilio, spinto dall'irruenza dei suoi anni, avrebbe avuto la tentazione di rispondere che non era davvero il momento di pensare alla barca, ma non voleva apparire ineducato: la richiesta era stata espressa con garbo e lui desiderava mantenere un contegno altrettanto garbato. Cos, in bilico tra questi due sentimenti, rispose: "Non vedo in che cosa potrei aiutarvi, ma potete fare affidamento su di me per qualsiasi cosa".
Erano parole incerte che uscirono viziate dal sospetto che quella richiesta mascherasse qualcosa di occulto: forse un piano ignoto. Fu una percezione e se lui fosse stato capace di decifrarla,
forse avrebbe salvato il suo Direttore. Cos, aggiunse in un sospiro allusivo: "Ambedue hanno subito i disagi della guerra". Ma quella considerazione non pass inosservata al Comandante inglese che quasi con rimprovero replic: "Tutti noi li abbiamo subiti!". E con quella stoccata, i discorsi che poco prima erano sembrati cos cinici, apparvero ad Attilio drammaticamente veri.
Usc che il sole declinava a Ponente. L'aria era sempre caldissima ma la luce non aveva pi la forza di offendere gli occhi con arroganza. Per non rischiare di giungere a casa dopo il coprifuoco, Attilio s'incammin frettolosamente verso Livorno.
Le draghe, dall'alba intente a bonificare i campi minati, giacevano ora mute come grottesche creature di un mondo astratto inospitale e sinistro. Gli ultimi operai, rinserrati nei loro pensieri salivano esausti sugli autocarri: avrebbero ripreso l'indomani a ricostruire quello che i guastatori tedeschi in ritirata avevano di strutto. Forse, saltando anche lui sopra uno di quei camion, si sarebbe risparmiato un bel po' di strada; cos affrett il passo per chiedere un passaggio; mentre un pipistrello svolazzava contro l'ultima nube che ancora svettava biancheggiando.
Ud alle sue spalle il borbottio sommesso di un motore. Si volt un'auto stava avanzando lentissima dietro di lui. Pareva lo seguisse ma Attilio non dette molto peso alla cosa; tuttavia, istintivamente acceler ancora il passo, quasi con l'intenzione di cominciare a correre. Quel pensiero rimase solo un'intenzione: and a sbattere contro un muro che era sbucato all'improvviso dalle tamerici. Quasi cadde per terra e solo dopo avvert lo spavento che gli addent la gola. Davanti a lui si ergeva un uomo, ritto nella sua imponenza fisica. Ebbe appena il tempo di rendersi conto che era nero, poi si ritrov sul sedile dell'auto. L'uomo certo non ci sarebbe entrato, tanto era gigantesco. La portiera gemette in un lamento metallico e l'auto part di gran carriera.
"Buonasera Attilio", disse con voce calda e suadente l'ombra seduta accanto all'autista "non avere paura, non ti sar fatto nulla di male. Solo poche domande".
Aveva una voce strana: dai toni affiorava qualcosa di ambiguo e
ruvido, forse la velatura di un timbro quasi familiare seppur artefatto dal cappuccio.
Attilio era spaventato a morte. La voce prosegu.
"Poche domande sull'ingegner Rougier. Spero tu abbia la compiacenza di rispondere".
"Non so niente del Direttore:  stato arrestato l'altro giorno", disse precipitosamente come volersi liberare di un fardello di cui non voleva neanche saggiare il peso.
La voce gracchi una risata satanica: "Certo, questo lo sappiamo. Il tuo amato Direttore  stato sottratto all'odio delle rivalse: un odio che avrebbe potuto colpirlo fisicamente e severamente, se fosse rimasto a Livorno. Lo hanno fatto salire ieri notte sopra un treno speciale, adesso viaggia verso Benevento dove sar internato in un campo di concentramento.  un campo molto particolare, come le persone che gli Alleati vi stanno radunando: fisici, chimici, tecnici, economisti, filosofi e via dicendo. La nobilt intellettuale italiana. La Valletta dei Principi  il suo nome in codice", disse graffiando l'aria calda con una risata gelida; e aggiunse, "il vostro Alighieri... come dite? Si rivolta nella tomba?!" Poi prosegu cambiando il tono della voce: "Naturalmente il tuo Direttore sta bene e sar trattato con il massimo riguardo.
Ora che ti ho dimostrato la mia buona volont, comunicandoti un'informazione che la Questura ricever soltanto domani e notificher il giorno dopo, spetta a te dimostrare la tua riconoscenza. Anche perch ti accompagneremo noi verso casa, visto che nessuno di quei camion ti avrebbe dato un passaggio".
"Ma voi chi siete?", domand Attilio ancora frastornato.
"Questa  un'informazione che non sono tenuto a darti! Ma poich potremmo incontrarci ancora, puoi chiamarmi Victor. Bene, ora che ci siamo presentati, dimmi: cosa sai a proposito di un bassorilievo che raffigura un sagittario?".
"Un sagittario!", esclam il giovane con stupore.
"Non fare il furbo. Sappiamo che il tuo Direttore ha ordinato, a uno scultore fiorentino, una fusione in bronzo che rappresenta un sagittario.
"Certo,  a bordo della barca, ma la barca  affondata...", rispose Attilio sperando di cavarsela.
"Non  quello a bordo che c'interessa. Il Direttore fece fondere due esemplari: uno massiccio che si trova a bordo, o meglio sott'acqua, e lo abbiamo appurato; l'altro, scomponibile in un corpo e un coperchio a vite,  nascosto da qualche parte. Certo non lo ha portato a Benevento", aggiunse ghignando; poi prosegu calmo ed assiomatico.
"Il Direttore lo ha commissionato come portagioie per sua moglie; ed  quello che stiamo cercando. I due oggetti sono solo simili e non possono essere confusi".
"Io non ne ho mai saputo niente".
"Di questo non ne sono cos convinto, ma ti voglio credere per ora..." e, sospirando nella speranza di essere contraddetto da un nume favorevole, aggiunse: "Non per niente quello  un diavolo d'uomo...!
Hai mai visto il Direttore armeggiare con qualcosa del genere, usarlo come fermacarte, riporlo in cassaforte...".
"Mai".
La macchina si ferm poco distante dall'abitazione di Attilio.
"Fai attenzione, ragazzo mio, a non riferire a nessuno di questo incontro: nemmeno un accenno banale alla persona pi insospettabile. Mi permetto d'insistere e ripeto: nessuno! Ne verremmo a conoscenza e ci dispiacerebbe molto. Ci rivedremo presto. Mi far vivo io, intanto tu cerca di ricordare. Anche il minimo dettaglio" Scand la voce con perizia.
Attilio usc dall'auto con un senso di sollievo, preoccupato solo dal fatto che avrebbe dovuto incontrare di nuovo quella persona. C'era qualcosa di falso nei suoi modi per quanto fossero ostentatamente ossequiosi. Temeva di rimanere incastrato in qualche gioco pericoloso: ne aveva sentite tante di storie strane in quegli anni.. Era una faccenda che gli piaceva poco, ma non poteva permettersi di rischiare n di peggiorare la situazione del suo Direttore: ammesso che quello che gli avevano detto fosse vero. Fino a quel momento la sua vita era stata in gran parte un sogno; adesso tornava a precipitare nell'incubo, come ai tempi della Grecia.
L'auto si dilegu nel buio e, con quella visione ancora lucida e incompleta, cos fisicamente spettrale, Attilio si mise a correre verso casa, disorientato dal timore di nuove visioni della stessa specie.
Il volto di Elsa gli apparve sorridente e rassicurante, in modo cos calmo e positivo che riusc a sentirne il profumo. Ogni tanto gli capitava d'imbattersi in quel fantasma: si avvicinava camminando sicura al tempo di una polacca mentre il vento faceva aderire l'abito alle sue forme. Attilio sent a quel punto il suo odore fortissimo e il peso delle sue gambe addosso come tanto tempo indietro.
Ma resuscitarla nel ricordo, farla riscintillare davanti alla sua coscienza, era un vano, effimero scherzo del destino. Un sogno cosciente che il menomo richiamo della realt insidiava crudele. Gli rimaneva solo nella mente la delicata melodia della polacca e niente pi; poi anche quella fuggiva, dietro la gioia gi svanita della memoria. Sprofond allora, come sempre accadeva, in una solitudine vertiginosa. Infine si ferm davanti a un mucchio di macerie e vi urin sopra tutta la sua apprensione, mentre la luna, sospesa con le stelle nello scialle della notte, gli sorrise materna con indulgenza.
L'automobile scivolava silenziosa attraverso un paesaggio che il chiaro di luna rendeva ancor pi aspro e distante, come aspra e distante era la solitudine che assediava l'animo del suo passeggero. Nel cuore della notte giunse a Paduli: una larva di paese perduto nella provincia beneventana. Superate le ultime case, prima che la foresta tornasse a dominare il mondo, un antico avamposto concepito come una diga di pietre serrava il passo alla valle. Dimora imperiale o fortezza non era dato saperlo, ma ostentava ancora un tetragono piglio normanno, inattaccabile; e per quello era stato scelto dal Servizio Segreto di Sua Maest per ospitare l'intelligenza italiana: era "La Valletta dei Principi".
Una nebbia impenetrabile avvolgeva l'auto, come se il dolore del Rougier si condensasse intorno a lei che imperterrita continuava ad avanzare nel buio. Pareva condotta da un fantasma; finch un cancello emerse all'improvviso dai vapori di quel mondo ostile. Una lama di luce attravers l'abitacolo e si piant negli occhi del Direttore che si ritrassero offesi. Sbrigata l'operazione di riconoscimento, la notte torn a ingoiare l'auto che a passo d'uomo entr nel parco del fortilizio. La sentinella richiuse il cancello il cui antico lamento rese l'oscurit ancor pi profonda e immensa; poi torn a rifugiarsi nella garitta, al riparo dall'umidit e dall'assedio di quella notte cos assoluta.
L'auto avanz sul fango viscido lasciandovi impressi due nitidi nastri incisi a losanghe; poi si ferm sopra un lastricato di pietre bagnate, dove si riflettevano le fioche luci del corpo di guardia. L'ufficiale di picchetto, destato in un sussulto, usc dall'alloggio. La sua ombra si allung tentacolare contro le tenebre del parco, dove le sagome degli alberi sbucavano nell'incostanza della nebbia per spiare il nuovo venuto: malevoli spiriti che si agitavano a stormi tra le fronde.
Si avvicin a passi lenti e insonnoliti, fasciato, oppresso, invaso, otturato, soffocato dal nerore di quell'umida notte beneventana animata da streghe, spettri e malvagi rituali di sacerdoti sanniti, che sembravano ricacciare su se stessa l'oscurit della foresta, per renderla pi tetra, accigliata e sinistra. Si avvicin al Direttore che intanto era sceso e gli sorrise, come sorridono le persone che credono di sapere pi dei loro interlocutori e sdrucciol con un italiano sofferto: "Benvenuto Sir! Seguitemi prego". La sua voce pareva provenisse da una grande lontananza.
Tranquilla e perfettamente buia, la notte si consumava come una candela. Rare raffiche di vento agitavano ghirlande di nebbie senza dissolverle, solo rendendole pi aspre e taglienti. Sfiorarono la fronte del Direttore con una gelida carezza pungente, e lui pens che da quella landa sperduta l'estate era gi partita: se mai ci si era soffermata.
Durante il suo internamento, il Rougier non riusc a convivere col proprio dolore. Era un dolore che tendeva a tramutarsi in rancore contro coloro che lo avevano denunciato, soprattutto contro la loro ingratitudine. Certo ammetteva che un uomo nella sua posizione, cos vicino al Regime e a certi gerarchi, adesso avrebbe dovuto chiarire il proprio ruolo: era logico, anzi lo riteneva un passaggio storicamente fisiologico; ma quelle denunce no! Quelle denunce non riusciva proprio a digerirle. Il Fascismo agonizzava in estremi rantoli, lass in alta Italia; gli ultimi granelli del Ventennio scivolavano indifferenti nella clessidra della Storia. Com'erano lontani i successi del Tashkent, le crociere con Marilli, le feste con i delegati russi. Come erano lontani i grandi progetti e i dolci momenti domestici. Gli operai chiamati al fronte gli avevano scritto le loro lettere tristi, come tristi sono tutte le lettere scritte sotto le armi. Le avevano scritte a lui come fosse un padre e adesso si trovava schiacciato da quelle accuse inammissibili che attribuivano a lui inammissibili colpe. Colpe crudeli e maledette che soffiavano sul suo dolore come fosse una brace, tanto che non riusciva pi a contenerlo e gli sfuggiva intorno come un fiato incontrollabile, quasi perpetuo, come quelle lingue di nebbia che stagnavano nelle valli: pallido mare di un nero arcipelago recluso.
Sospettava tuttavia che quell'internamento lo avesse preservato dalle repressioni e dalle vendette che avrebbero scatenato l'odio fino al parossismo, rendendo insicura la vita di ognuno: non solo lo aveva sospettato, ma la sua nobile compagnia ne stava dimostrando l'ampia certezza. Ma se da un lato in quei pensieri trovava conforto, dall'altro quegli stessi pensieri rendevano ancor pi amaro il suo esilio; e poi... poi c'era sempre quel processo da affrontare e sostenere.
Allora tornava indietro con la memoria e ripiegava sui ricordi. Gli appariva davanti il Vezzi come uno spettro; come quella sera sotto casa. Cercava inutilmente di scacciare quello spettro; quel nero topo di spurgo che aveva creduto un amico e che aveva continuato a lavorare con i francesi anche quando i rapporti tra Italia e Francia erano irrimediabilmente precipitati. Lui lo aveva detto tante volte. Aveva cercato di difenderlo ma quel furbo e malvagio sovversivo si era preso gioco di lui e lo aveva ingannato; ora, oltretutto, lo accusava, lui che invece aveva cercato di aiutarlo e di capirlo. Era convinto che si fosse approfittato e avesse saccheggiato ogni verit.  proprio vero: le persone non s'imparano mai a conoscere.
Il Cantiere era stato a lungo padrone del suo tempo; ora, con quella denuncia, il Cantiere era divenuto padrone dei suoi pensieri, soprattutto della sua vita.
Nella forma, l'esilio del Rougier fu diverso da quello di Mario, ma non nella sostanza.
Mario era stato al confino per quattordici mesi, un periodo relativamente breve in confronto alla media, e trascorso in luoghi tra i meno isolati. Il Rougier era stato internato in un Campo esclusivo, ma pendeva sopra di lui un'imputazione grave, infamante e inaccettabile.
Il giorno prima di ripartire per Livorno, il Rougier stette tutto il pomeriggio nel parco, cercando il tepore del sole sopra una panchina. La giornata non era stata fredda, ma lui si sentiva il gelo nel midollo. Non gli era stata concessa quella felicit serena e liberatoria che viene offerta solitamente per un ritorno: terminava una prova e ne doveva affrontare un'altra sicuramente peggiore.
Seduto su quella panchina, rinsaccato nel bavero alzato di un cappotto militare, si spostava stancamente di tanto in tanto solo per fuggire l'oscurit degli alberi che si allungava verso di lui. Perduto in quella solitudine, guardava l'ombra azzurra delle nubi galoppare sulla chiostra di rupi: sembravano sfilacciarsi in una cupa ragnatela; solo quando l'ombra ingoi tutta la panchina, lui si alz fissando con un'ultima occhiata le valli, dove nebbie bagnate si attardavano.
Emetteva di tanto in tanto un flaccido sospiro, simile all'uggiolio di un cane sfinito per il troppo ululare, ormai incapace di tener testa alla propria desolazione. Scrutava la barriera di foreste che otturava l'orizzonte nascondendo ai suoi occhi tutto il passato e tutto il futuro. Aveva percorso con trionfo il viale del successo, aveva conosciuto meglio di qualsiasi altro i segreti della terra, del mare e del vento; poi tutto era cambiato secondo il mutare beffardo di un destino capriccioso: la gente, le stagioni. Forse solo le stelle erano rimaste indenni e indifferenti a quelle mutazioni, ma non ne era poi cos convinto. Continuavano a disegnare le loro orbite zodiacali nei misteriosi cieli di ognuno, che parevano le stesse da mille anni e per mille anni ancora, eppure qualcosa doveva essere cambiato
anche in loro, con loro, forse per loro: gli sembrava di impazzire, ma si faceva coraggio ripetendosi che aveva la coscienza a posto.
Fissava con lo sguardo rapito l'ultimo barbaglio che il crepuscolo esalava laggi, oltre le groppe torve dei monti. Tra poco la nebbia avrebbe ingoiato tutto: ancora! Indagava i presagi della sorte, annusando l'aria come un segugio. Laggi, quell'ultimo raggio vermiglio si trascinava dietro i remoti giorni del successo e della popolarit. Adesso il Tashkent, orgoglio del suo lavoro e di quello di un'intera citt, di un'intera nazione, era colato a picco; cos come la Marilli, orgoglio della sua passione. Quei suoi capolavori cos diversi erano adesso accomunati da uno stesso scellerato destino: non ne era rimasto neppure il soffio.
Si sentiva assorbito dal mistero di quella natura selvaggia, dal senso imperscrutabile della vita e forse erano la stessa cosa. Lo spirito che aveva dimorato nei suoi occhi era mutato, forse svanito; si era dissolto insieme all'ultimo raggio di sole nelle tenebre dell'incertezza, o forse lo avevano rinforzato tanto che lui non riusciva pi a distinguerne la presenza.
Era riuscito a catturare qualcosa di importante della vita ed avrebbe voluto tenerlo sempre con s; ma la denuncia di quei farabutti aveva aperto la gabbia dorata di quel qualcosa che era volato via. Lo colse un'ira cocente e amara, gli occhi gli si appannarono, dovette appoggiarsi al parapetto che lo separava dallo strapiombo vertiginoso della rocca. L'indomani sarebbe partito per Livorno: ma si promise che lui non sarebbe colato a picco facilmente. Lui no: lui avrebbe mantenuto il suo soffio vitale.
Part in uno stato di prostrazione spirituale. Per tutto il giorno il suo treno corse attraverso l'Italia, tra paesaggi tristi e desolati, in compagnia del muto passeggero e della sua muta scorta. Cosa credevano i suoi nemici? Che sarebbe salito docilmente sull'altare del sacrificio? No, avrebbe venduto cara la pelle e fatto di tutto per ricacciare i suoi accusatori; ma a quei momenti di rivalsa ne succedevano altri di profondo sconforto. L'avvenire gli appariva nero e gelido come il vetro che lo separava dalla notte e contro il quale premeva con forza la fronte dolente.
Lo risvegli il sole alto, dopo Grosseto. Qualcosa d'insolito vagava nell'aria ma non riusciva a individuarne il senso. La campagna era di un verde innaturale e l'azzurro del mare amplificato dal favore della luce mattutina. Quei colori improbabili accompagnavano il treno come gli squilli stonati un condannato al capestro.
L'aria ondeggiava di riflessi lucenti e pareva che da sempre, su quello stesso desolato azzurro, oscillassero le ombre delle nubi come spettri assetati di sangue. Vagavano per le vie del cielo senza meta precisa, mutando rotta secondo il capriccio del vento, al segnale premonitore di uno stormo di uccelli, alla tentazione di un istante ignoto.
"Andate via!", sussurr fissando il paesaggio che scivolava nel riflesso del finestrino, "tornate nelle vostre fogne e strozzatevi col vostro fardello d'infamia".
La sua scorta ud senza capire e un giovane soldato inglese annu con un sorriso garbato.
La Corte era composta da un presidente e quattro giurati. Entrarono nell'aula fatiscente uno dopo l'altro, preceduti dal cancelliere e da un'aureola di boria. L'aula era affollata e l'aria gi viziata. La prima persona che il Rougier scorse nella calca fu Attilio, giunto di buon'ora ad aspettare per strada che il tribunale aprisse al pubblico. Il giovane aveva la forza e la bellezza di colui che crede nella giustizia, ma la sua espressione era quella di chi si sta ancora chiedendo per quale motivo lo strano caso del suo Direttore avesse radunato quella gran folla.
All'intrico di fatti, sospetti e congetture che in quegli anni avevano alimentato la sete di giustizia, si aggiungeva la rivalsa: la necessit di una rivincita sbandierata sotto l'egida di un'epurazione a tutti i costi, fatta di opposizioni e di alleanze, politiche ma anche istituzionali. La magistratura, infatti, prevaricata per vent'anni, voleva riconquistare il proprio ruolo, ma allo stesso tempo non se la sentiva di giudicare a priori delle persone solo per dare degli esempi e placare la sete di vendetta; senza trascurare l'intervento, o quanto meno l'influenza, di un certo moderato condizionamento Alleato.
Il Rougier osservava distratto quella folla assiepata, ma non aveva lo sguardo smarrito del prigioniero: stava in piedi sulle gambe rigide, silenzioso e mortalmente grave, nel solenne atteggiamento del conquistatore fatto schiavo.
Per niente turbato dalla confusione, esplorava l'aria con antenne di lumaca: davanti a lui molti dei suoi tentativi di salvare vite dalla guerra e dalla deportazione. Sedeva in fondo all'aula un giovane asciutto dai capelli nerissimi. Il Rougier lo riconobbe e continu a fissarlo senza particolari turbamenti, anzi quasi gli sfugg un sorriso dalla dolcezza paterna. Il giovane contraccambi lo sguardo e sul suo volto dalla magrezza ascetica, pass un'espressione vuota: come un accoramento distante. Sembrava un giovane dio sceso dall'olimpo, rattristato per l'impossibilit di intervenire nelle vicende umane.
Si udirono in lontananza dei suoni che si facevano sempre pi distinti: il cancelliere stava leggendo i capi di accusa. Il processo era cominciato e al termine di quella lettura l'imputato fu fatto sedere.
Il pubblico ministero non si preoccup di riuscire un oratore interessante, avrebbe lasciato l'eloquenza alla difesa, che certo ne avrebbe avuto bisogno; si limit semplicemente a esordire: "Tutti sanno che quest'uomo  colpevole. Io sono costretto a dichiararlo pubblicamente e fornir le prove tangibili del comune convincimento".
Non si appell al moralismo o ai sentimenti di rivalsa e solo per gradi la studiata negligenza dei suoi modi divenne evidente, tanto da attizzare il malumore di una parte di pubblico. Secondo l'accusa l'imputato, che conosceva benissimo i suoi accusatori, e in modo particolare il Vezzi, aveva sfruttato quella sua confidenza, quella sua amicizia e soprattutto quella sua autorit, per architettare dei piani contro di loro e sfruttarli per il proprio ambiguo tornaconto. Che era un uomo dalla vita licenziosa lo dimostravano i documenti trovati nel suo studio; inoltre, numerose testimonianze avrebbero dichiarato la sua inclinazione verso le giovani donne. Si ricordavano addirittura relazioni sentimentali con alcune impiegate della delegazione russa ai tempi del Tashkent.
Attilio non poteva credere a quello che udiva.
Il Rougier, seduto al banco degli imputati, era sereno ma lasciava che il suo sguardo urlasse dal profondo: quel suo silenzio vomitava scintille. Magro, non per denutrizione ma per il logorio delle preoccupazioni, aveva l'aspetto di un eremita: le accuse, le confische e le perdite economiche si erano fuse in un'unica, schiacciante sventura. Stava immobile come una statua: come una Piet. E, come quella, sprigionava dal suo corpo prosciugato la grande forza dell'amore e della passione. Era un'energia semplicemente posata l, e che lui semplicemente incarnava, carico di una vitalit strana e innaturale che apparve ad Attilio, per la prima volta, senza grazia alcuna: forse perch emanava una grazia assoluta.
Il pubblico ministero a un tratto s'interruppe. In quella sua artistica pausa forense, l'intensit emotiva che regnava nell'aula prese ancor pi vigore e divenne palpabile. Aveva l'intenzione di seguire la massima correttezza procedurale tenendosi al limite del lecito per mettere a nudo tutte le infamie dell'imputato ed esaltarle nella loro luce peggiore. Non avrebbe trascurato tutti gli artifici dottrinali che conosceva per aumentare la teatralit della sua inquisitoria e conquistarsi il favore della giuria: come un bracconiere non trascura le abitudini della selvaggina. Poi, togliendosi gli occhiali come faceva sempre prima di enunciare una verit assoluta, fiss l'imputato con uno sguardo falsamente acquoso e commiserevole Quindi rimase sospeso a una breve pausa di silenzio che parve lunghissima; poi dichiar con deplorazione che, con i suoi abusi quell'uomo aveva rovinato l'esistenza di intere famiglie, e pose in rilievo la meschinit di quegli abusi, perpetrati per depistare i sospetti sul proprio operato e coprire le proprie malefatte. "Una cosa orribile", concluse in tono drammatico sventolando in aria i fogli che aveva continuato a tenere in mano per tutta la durata del suo intervento. Quell'ultima frase cadde dal nulla, dal cielo forse, ma cadde in mezzo all'aula come un sasso in piccionaia.
La difesa, urlando, cerc di obiettare che il pubblico ministero non poteva enunciare congetture ma doveva attenersi ai fatti sulla base delle prove: era la prima interruzione e il magistrato si vide costretto a lamentarsi della condotta del pubblico ministero. Il
quale allora tagli l'aula con il suo sorrisetto soddisfatto, mentre il mormorio dei presenti and a colmare lo spazio gi compresso e soffocato, saturandolo definitivamente.
Si alz l'avvocato difensore. Era un giovane alto e magro, che aveva ereditato dalle sue origini meridionali una carnagione che ancora sapeva di Magna Grecia. Si sentiva un pugile all'angolo ma grazie all'audacia di una parlantina degna del proprio cognome, inizi una debole scalata sopra un'ipotetica parete di scivolose e inopportune teorie, tra l'altro poco probabili.
L'avvocato Tagliente pareva poco esperto e troppo agitato; solo adesso, davanti all'aula stracolma di gente, avvertiva l'incarico eccessivamente gravoso per la sua giovane et: anche lui subiva il colpo della riscossa post-bellica.
Al termine di un flaccido intervento, certo non all'altezza del suo casato, gli occhi del difensore incontrarono quelli del pubblico ministero: erano sazi, tronfi e traboccavano boria. Il giovane difensore distolse i propri piantandoli nelle scartoffie sparpagliate sul tavolo, come se uno scontro diretto non lo interessasse; ma la lama di quell'occhiata l'aveva ferito nell'orgoglio. Si maledisse ancora per aver accettato l'incarico, ma al tempo stesso decise che, qualsiasi cosa fosse accaduta, sarebbe andato fino in fondo. L'espressione del suo viso s'irrigid e nei suoi occhi apparve una luce di sfida; e con quella torn a fissare il collega. Ricord allora che in occasione di una certa aggressione a un operaio del Cantiere qualcuno aveva parlato addirittura di una ragazzata e di un assurdo vandalismo che purtroppo era sfociato in disgrazia; una disgrazia con cui il Rougier non aveva niente a che fare: si era arrivati a lui solo per congetture.
Chi sosteneva il contrario, non aveva capito la differenza che correva tra la degenerazione dell'idealismo, che sfociava nella prepotenza, e l'amor patrio che invece aveva animato lo spirito di chi, lavorando onestamente, aveva creduto di poter contribuire al progresso del Paese. Grazie a figure come quella del Rougier (evit di definirlo imputato), il Paese aveva acquisito in passato, e avrebbe mantenuto in futuro, un importante rilievo internazionale. Con uomini come lui l'Italia aveva sfidato il mondo e aveva conquistato innegabili successi: aveva puntato e raggiunto il primato. I
suoi successi professionali non appartenevano alla decaduta dittatura ma alla storia dell'industria italiana e questa non poteva essere una colpa, semmai un merito. Che cosa rappresentava, in fondo, quell'uomo, se non un aspetto del carattere dell'industria, del Paese e della sua volont di liberarsi dai complessi di inferiorit nei confronti di altre nazioni, ritenute in passato modelli di vita e di civilt? Forse era quella la sua colpa? E poi, per quale motivo avrebbe dovuto inviare una spedizione punitiva a quel povero operaio? Quale sarebbe stato il suo movente? Lui, cos amato dai suoi collaboratori, dai suoi operai!
Il pubblico ministero obiett che proprio un collaboratore dell'imputato, anzi un suo amico, tenne a puntualizzare, aveva sporto denuncia: quindi il Rougier non era poi cos amato da tutti.
Il magistrato accolse l'obiezione. Era molto contento per la piega che stava prendendo il processo. Anzi, si stava svolgendo meglio del previsto. I capi d'accusa erano i soliti: pochi, semplici, banali e inequivocabili. Inoltre, le reazioni della difesa apparivano facilmente eludibili, nella loro folle speranza di stabilire una specie di alibi dottrinale; pertanto, con intelligenza e imparzialit, il magistrato continu ad ascoltare attentamente le parti, felice di sapere che pi tardi avrebbe dovuto emettere una sentenza scontata.
Il difensore incass il colpo barcollando, ma non lo dette a vedere.
Il pubblico ministero tir dritto imperterrito. Non manifestava nessun odio verso l'imputato n per la sua classe, ma solo un profondo disprezzo per coloro che avevano portato l'Italia alla rovina. Sapeva che l'imputato non apparteneva a quella categoria ma il suo destino era quello di essere sacrificato. Dissert a lungo di quelle che apparivano le sue vittime, divagando pi volte nell'enunciazione di illazioni gratuite sullo spionaggio e sul collaborazionismo, che non fecero altro che alimentare un'inconsulta reazione della difesa e l'inevitabile, confusa reazione della platea. Ma il magistrato, senza attendere la protesta della difesa, interruppe il pubblico ministero per la seconda volta. Disse che, per quanto riguardava quei capi d'accusa, era necessario presentare delle prove che finora il pubblico ministero non aveva prodotto; quindi, lui non
aveva la minima intenzione di approfondire argomenti che non erano competenza della sua istruttoria, e che tra l'altro riteneva lui stesso infondati, non essendo menzionati nell'imputazione. Ma l'accusa, postulante di un sistema in crescita deputato all'epurazione, mirava a una condanna grave ed esemplare. L'imputato poteva costituire una facile preda, un prestigioso trofeo che avrebbe senz'altro impresso un consistente impulso alla sua carriera.
L'accusa voleva dimostrare la volontariet e la premeditazione delle azioni dell'imputato, reo di aver collaborato con l'invasore tedesco dopo l'8 settembre. Produsse, a dimostrazione della sua tesi, le prove tanto invocate dalla difesa: si port sotto il banco della giuria ed esib i disegni e i quaderni trovati durante la perquisizione. Con gesti scenografici e tattica machiavellica andava sventolando i disegni nell'aria, quasi fossero l'arma di un delitto.
Il magistrato dimostr un certo interesse per il disegno navale.
Poi, il pubblico ministero per rispondere al collega della difesa disse: "E chi pu negare che l'imputato abbia fatto perseguitare degli innocenti, allontanando l'attenzione e i sospetti da questa sua losca attivit? Ecco la prova decisiva: progetti che l'imputato teneva ancora nascosti per consegnarli ai tedeschi al momento opportuno. Come del resto aveva fatto per tutto il periodo intercorso dall'Armistizio alla Liberazione".
Attilio riusc a scorgere alcuni di quei disegni. Erano tavole astruse, abbozzate, incomplete. Nessuna aveva imboccato la via dello sviluppo. Tutte erano state abortite, inutilizzate, dimenticate: ai fini della ricerca della verit erano completamente inutili. Non provavano niente; ma i giurati le osservavano con la bocca spalancata.
"E se i quaderni sono della stessa natura, sono inutili anche quelli", pens Attilio, e concluse: "Me l'aspettavo che avrebbero tentato qualcosa del genere. Non  che un espediente, e per caso  riuscito: ma  tutto molto strano. Hanno raccolto solo paccottiglia. Interpelleranno pure un perito?", fin per chiedersi. E riusc a trovare in quella prospettiva una sorta di conforto.
"Per il momento non ho altro da aggiungere", disse il pubblico ministero togliendosi gli occhiali. "Ora chiamer i testimoni e i
fatti parleranno da soli", aggiunse poi con voce trionfale. A quel punto, il cancelliere chiam Mario Vezzi e un brusio frenetico riprese a riempire l'aria stagnante del tribunale.
Quando fu ristabilita la calma, Mario Vezzi fece la sua deposizione. Il suo rancore per l'amico di un tempo era addirittura fisico.
Dopo l'ennesimo richiamo del magistrato, l'atmosfera si fece pi tranquilla di quanto fosse stata durante tutto il processo. Il magistrato non ne fu sorpreso: il popolo prende fuoco per nulla e quando arriva il momento critico  gi bruciato. Non cerca che un'ingiustizia e quel giorno l'aveva trovata nella supposta prepotenza dell'imputato.
Mario era disposto a dire la verit; o, meglio, la propria verit, poich cominciava lui stesso a dubitare che la sua disgrazia fosse un assoluto. Era troppo intelligente per cadere nel tranello della strumentalizzazione e non gli interessava poi molto che il Direttore fosse accusato di altri ignobili reati; anzi, se ne sorprese dispiaciuto, e non accettava il fatto che lui fosse stato preso come punto d'appoggio per far leva su quelli.
Ammettere tutto questo sarebbe stato terribilmente penoso; pertanto, si barcamenava per non cadere negli eccessi fuorvianti dell'accusa. E quando il pubblico ministero cercava di attrarlo nella trappola di quel maledetto linciaggio, lui sosteneva che non poteva essere sicuro del coinvolgimento dell'imputato in quel fattaccio.
"Non posso esserne certo", diceva, mentre la sua voce pian piano moriva; e si avvide che il suo piano ben congegnato andava incagliandosi sulle secche di quell'odiosa incertezza.
Durante il controinterrogatorio, la difesa liquid Vezzi rapidamente, dicendo che approvava e considerava veritiere tutte le sue ammissioni, che tuttavia non erano ascrivibili all'imputato.
"Che cosa intendete dire?", chiese il magistrato subodorando un certo interesse processuale e uno scocciante ritardo nell'evolversi della procedura che aveva ritenuto inizialmente liscia e piana.
"Intendo dire che esiste un contraddittorio nei capi d'accusa. Un contraddittorio per il quale l'uno esclude l'altro; infatti, se l'imputato  accusato di aver indicato il Vezzi come individuo sospetto e di averlo fatto mandare al confino,  logico pensare che lo abbia fatto per designare nel Vezzi un capro espiatorio, al fine di poter lui continuare a fornire informazioni riservate ai Paesi all'epoca nemici dell'Italia". Fece una breve pausa preparatoria e poi decise di scoccare l'affondo. "Signori miei, in questo caso l'imputato potrebbe essere considerato un eroe: un partigiano antesignano!".
Dall'aula si sollev un rumore confuso che andava dal bisbiglio all'imprecazione. Il magistrato faceva fatica a ricomporre l'ordine, ma il silenzio ritrov la sua dimensione naturale quando la difesa riprese sicura di s: "Quindi sarebbe necessario decidere, una buona volta", sottoline lanciando un'occhiata velenosa al pubblico ministero, "se l'imputato  colpevole di collaborazionismo col nemico tedesco, nel qual caso la difesa chiede la perizia del materiale presentato come prova; oppure se  colpevole di aver segnalato, nel 1940, il Vezzi come individuo pericoloso. Torno a ripetere che quest'ultimo caso ammetterebbe automaticamente una relazione del Rougier con gli Alleati, forse gi prima della guerra; salterebbe cos l'imputazione di collaborazionismo che, tuttavia, deve essere dimostrata tramite l'accertamento peritale".
"Potrebbe aver voltato gabbana!", esclam con un grido isterico il pubblico ministero la cui sicurezza forense cominciava a vacillare.
"Certo", ribatt l'avvocato difensore, ma i voltagabbana stanno sempre dalla parte dei pi forti. Secondo la vostra accusa l'imputato sarebbe stato con gli Alleati fino all'8 settembre per poi schierarsi con i tedeschi dopo l'Armistizio?! Mi sembra quanto meno ridicolo".
E sulla base di questo ragionamento creativo, che aveva tutta la forza di una logica assurda, il pensiero sconnesso della difesa, tornato ad essere tagliente di nome e di fatto, cominci a lavorare nella mente e nella coscienza dei giurati.
"E quindi?", chiese il magistrato sorpreso dall'intuizione del giovane difensore.
"Quindi chiamo al banco dei testimoni l'ingegner Achille Rougier, all'epoca dei fatti Direttore del cantiere Orlando".
Il magistrato ritenne che nel processo si stesse introducendo un elemento estraneo e disse alla giuria: "Devo far presente che, come
testimone, Achille Rougier non esiste, quindi nessuno pu far congetture su quello che una persona inesistente avrebbe potuto dire" E visto che per la strada il brusio continuava, con forense umorismo soggiunse, rivolgendosi ad un carabiniere: "Forse potete convincere quei signori l fuori a darsi una calmata".
Le grida di derisione e di rabbia salirono alle stelle. Le fazioni costituivano ormai due blocchi contrapposti che si fronteggiavano come testuggini romane: il delicatissimo equilibrio che regnava in tribunale si stava sfasciando; e i soldati della MP sorvegliavano che il malessere gorgogliante e magmatico della folla non superasse il livello di guardia. Attilio not il loro comandante, un ufficialetto sbarbatello al quale era capitato quel servizio giornaliero come un temporale durante una scampagnata. Rimase colpito dall'espressione del suo viso, ispirata a un perpetuo sogghigno, come se riuscisse a capacitarsi della fatuit di tutti gli esseri umani e quindi non attribuisse grande importanza a questa tragedia cosmica. Se ne stava in un angolo, col fischietto pronto al collo, a sorvegliare che la situazione non precipitasse. Sul suo volto slavato stagnava ancora il profumo di torba delle brughiere scozzesi. Discuteva con un commilitone che dall'atteggiamento dimostrava chiaramente di essere fuori servizio.
Indossava una vecchia tuta da meccanico che pareva appena lavata, un berretto da ufficiale sulle ventitr, un paio di occhiali scuri e, bene in vista al collo, il foulard dei sommergibilisti che ostentava con una certa compiacenza.
Attilio continuava a fissarlo, tanto da rimanere infastidito da quella sua insistente attrazione verso un ragazzo; ma quei baffoni da motorista britannico mal si conciliavano col suo portamento quasi effeminato. Quando si accorse che Attilio lo fissava, torn a sistemarsi il berretto sul capo proprio nella giusta angolatura ma non riusc a farlo senza nascondere un certo imbarazzo; poi si riprese da quella distrazione e torn a guardare l'imputato.
La morte di quel dipendente aveva infranto violentemente la sfera emotiva del Rougier, tanto da scaraventarne alcuni frantumi al centro della propria coscienza. Durante il suo interrogatorio pareva che parlasse di un altro e Attilio comprese che alludeva alla
sua funzione astratta come se raccontasse le avventure del personaggio di una fiaba. La sua faccia era contratta in una smorfia che lo rendeva irriconoscibile. Era un uomo che aveva avuto tutto e che ora, dopo la guerra, aveva perso tutto.
"Forse sarebbe bene che ammetteste di aver denunciato il Vezzi e di averlo fatto condurre al confino. Vi salverebbe dall'essere un nemico del popolo", disse devotamente l'avvocato difensore.
"Forse", ammise il Direttore, "ma chi  oggi il nemico del popolo?".
La sua fragilit non intaccava la sua fierezza, anzi la rendeva ancor pi nobile; e Attilio, osservandolo, ramment la felicit di un passato spensierato ormai inaccessibile. Ammirava la vivida memoria con la quale il suo Direttore ancora rievocava le immagini di cui parlava, e l'abilit con cui riusciva a muoversi nel labirinto di domande che lo tempestavano. Dava risposte chiare e concise che, se da un lato ne chiarivano la posizione, certo lo rendevano inviso alla corte; ma aveva una qualit che il resto del mondo ignorava: la capacit di essere umile.
Il pubblico ministero lo guard torvo e gli disse con voce rauca: "Allora voi...", ma la sua voce si spense nel brusio e non giunse alle orecchie di Attilio.
I giurati si guardarono perplessi. L'imputato non aveva paura e rispondeva alle domande con una spavalderia inconsueta e irritante: aveva capito di averli stupiti e procedeva imperterrito. In quel momento i torti subiti non lo affliggevano pi e ogni parola che usciva dalla sua bocca, per bruciante che fosse, affondava sempre di pi la fossa di ghiaccio che lo separava dal suo principale accusatore.
In quel momento il Rougier stava dominando le avversit: ma quanto avrebbe retto ancora? Certo era un buon combattente, caparbio e forte d'animo ma Attilio aveva timore che bruciasse tutte le sue energie in quella sorta di declamatoria difensiva. Proprio allora sent con fastidio uno dei giurati che bisbigli all'orecchio del vicino: "Quell'uomo vuol saperne pi del Vangelo".
La difesa sostenne l'evidenza che nessuno, al momento, era capace di dimostrare la responsabilit del Rougier riguardo quella
spedizione punitiva; anzi, non solo ne era assolutamente estraneo ma ne era rimasto atterrito: lui, che aveva rischiato la propria vita per salvare quella dei suoi dipendenti. Il difensore parlava con orrore di quelle circostanze che avevano messo a repentaglio l'incolumit del suo assistito e, al termine della sua arringa, esclam quasi con rabbia: "Inoltre si  dimostrato ben presto desideroso di sradicare con ogni mezzo qualsiasi ombra di collaborazionismo".
Il pubblico ministero inizi il controinterrogatorio.
Parlava con indolenza, senza calore, quasi senza sentimento e, riproducendo la frase d'apertura, sorprese piacevolmente il magistrato per la sua energica, incisiva concisione. Ma il Direttore, che in fondo era molto turbato, cerc di esagerare il distacco.
Attilio, seguendo il ragionamento del pubblico ministero, immaginava il Direttore che progettava il diabolico piano di cui era accusato: non era possibile. E si trov davanti all'insormontabile muraglia di quando ci si accorge che la realt degli altri  diversa dalla nostra, senza possibilit di conciliazione, poich, come rette parallele, le due realt possono incontrarsi solo all'infinito.
Il magistrato non poteva rischiare. Sia lui che l'accusa erano contrariati per la piega che le cose stavano prendendo, ma avevano poche alternative; si ripromise pertanto di deliberare la sentenza entro due giorni e aggiorn la seduta.
Il giorno successivo Attilio torn in Cantiere. In quei giorni la parola toccava solo a coloro che sapevano tutto e pontificavano le congetture pi azzardate; anche se i pi non parevano disposti a degnarsi di mostrare ottimismo, n speranza, n voglia di reagire. Aveva il sentore che tutti lo guardassero, fisso o sottecchi, che tutti lo additassero e lo giudicassero. Le parole profetizzate da suo padre e dall'ingegner Marcello Orlando prendevano sempre maggiore corpo e lo braccavano ovunque andasse; mentre la sensazione, forse errata, che tutti bisbigliassero alle sue spalle non lo abbandonava un momento, seguendolo ovunque.
Sotto quella tempesta d'inquietudine Attilio si avviava verso casa. Nel suo cuore si faceva sempre pi concreta l'impressione di essere evitato e tenuto in disparte. Interruppe quei tristi pensieri
il mugugno minaccioso di un temporale. Il giovane alz la testa e
vide un sipario di ceneraccio che, ingoiando rapidamente l'orizzonte, avanzava verso di lui.
"Da maestrale vengono quelle pi cattive!" sospir citando una delle tante sentenze che gli aveva insegnato Sebastiano; ma non fece in tempo a terminare il commento che la sinistra frenata di un'automobile sibil alle sue spalle.
Attilio scese dall'auto, seguito dallo sguardo della sua scorta: un occhio primitivo incapace di svolgere compiti elementari se non dettati da un ordine. Ma lui non ci fece caso e, rasentando il muro del Santuario per ripararsi dalla pioggia, si lasci assimilare dalla mistica del luogo.
Il pomeriggio d'incerto tempo era stato inghiottito da un crepuscolo cupo e minaccioso, per poi mutarsi in una sera tempestosa. Una pioggia tagliente, pi grandine che acqua, cadeva mulinando nei vortici di un maestrale furibondo. Sotto la pensilina della funicolare, un fiaccheraio ruminava i suoi pensieri e un pezzo di formaggio con grosse fette di pane, aspettando smanioso la fine del turno; mentre il cavallo, con la testa tuffata nel sacco della biada, batteva lo zoccolo sulle pietre a significare impazienza.
Al giovane torn alla mente il vetturino che aveva notato alla stazione il giorno che Elsa fugg: ogni pretesto era buono per riesumare il suo fantasma e a quel pensiero anche il vento parve inquietarsi ancora, sconquassando le fronde degli alberi come uno scuotere di lame.
In cima a un'erta sterrata si apriva il cancello di una villa dalla memoria goldoniana. La piccola strada era divenuta un torrente di fango, giallo e rosso a seconda della terra che l'acqua andava strappando dalle prode, mentre i fulmini saltavano tra cielo e mare squarciando la notte in lividi bagliori secondo quella che appariva una capricciosa, crudele intelligenza.
Attilio fu preso in consegna da un anziano sottufficiale della Marina Inglese. Alto e corpulento, esibiva sul petto un'inquietante collezione di decorazioni. Emanava ancora l'odore soffocante dell'India: un odore reso ancor pi spaventoso dai suoi baffoni druidici, rossi come il turbante dei guerrieri sikh che indossava fuori ordinanza.
Condusse il giovane per il lungo corridoio finch, fermatosi davanti a una porta, buss con deferenza. Senza aspettar risposta apr l'uscio e, con l'inflessibile indifferenza della sua espressione, fece cenno al giovane di entrare. Attilio entr, il sottufficiale scivol invisibile dietro di lui e chiuse la porta; poi si lasci assorbire dal buio, dove svan come per un misterioso incantesimo indiano.
Due lumi da tavolo illuminavano la stanza di un fiacco bagliore Accanto ad uno di quelli, in una capiente poltrona, sprofondava il corpo di un uomo ingoiato dalla penombra e dai suoi pensieri. Stava cos immobile che pareva dormisse: era Victor.
Un tuono squarci il silenzio, e un pallido baleno trapel dalle pesanti tende alle finestre; si udiva intanto l'impeto torrenziale della pioggia scrosciare sui vetri. Il volto di Victor fece un'inquietante terrea apparizione, ma non sufficiente da poter essere distinto, anche se non indossava il solito cappuccio. Fu una minacciosa, istantanea comparsa: un sigillo diabolico impresso nell'oscurit gelatinosa della notte.
L'uomo si alz facendo attenzione a rimanere ammantato d'incognito, indic una poltrona e disse: "Prego, accomodati"; poi chiese al giovane se portava novit.
Attilio rispose che aveva riflettuto molto, che aveva cercato d ricordare, ma non gli era venuto in mente nulla. Victor allora apr una cartellina e tir fuori dei documenti. Erano rapporti confidenziali, diceva lui, sulla delicata situazione italiana durante il "famoso progetto Tashkent". Erano trascorsi molti anni, ma avevano ancora un'importanza strategica. Victor rimase per un istante con la mano sospesa nel vuoto, finch l'anziano sottufficiale, come rigettato dal buio che lo aveva tenuto ingoiato, afferr il fascicolo e lo consegn al giovane.
"Protocollo Paride", lesse a voce alta Attilio, percependo sulla pelle il ghigno di Victor che sciabolava nella penombra; e sempre pi disorientato, cominci a sfogliare quelle carte. Si trovava di fronte una raccolta di rapporti riservati che avrebbero fatto la felicit di qualsiasi agente segreto. Sembravano, per la maggior parte, scritti da qualcuno estraneo al Paese, dotato tuttavia di una specifica conoscenza dell'ingegneria navale, della lingua italiana e di una certa fantasia malevola.
Le informazioni, all'epoca di prima mano, provenivano senz'altro da una fonte degna di fede assoluta; tuttavia, il giovane non pot fare a meno di notare che alcune pagine erano state accuratamente strappate. Era sbalordito, incredulo. Ma subito l'inquietudine super lo sbigottimento. Dalle pagine traspiravano emozioni lontane e lui assapor la triste amarezza che quei ricordi lasciavano in bocca, come una medicina cattiva. Ogni documento era corredato da numerose fotografie. Per la maggior parte ritraevano il suo Direttore, ma in alcune appariva anche lui. Rivedersi cos, nella distanza sfocata del tempo, suscit nel giovane un senso di profonda malinconia: di quella malinconia che solo il tempo che non torna  capace di infondere nel cuore. Una malinconia che si tramut nella vertigine di una rabbia mista a dolore, quando si trov tra le mani il ritratto di Elsa.
Non ebbe neanche il coraggio di soffermarsi su quell'immagine. Il suo istinto avrebbe voluto gettarla via di scatto, come avesse toccato un ferro rovente o una benda infetta; ma poi avvert il passo del tempo rallentare, ansimare, quasi fermarsi e gli sembr di tornare indietro di cinque anni, come se quella foto avesse avuto il potere di scardinare e sovvertire la dimensione temporale. Cos il suo cuore riprese a correre sulla lama di un rasoio e una sensazione di disagio gli afferr la gola.
"Lo sciocco corre dove il genio non osa camminare", gli diceva sempre il suo Direttore; lui, che era stato certamente uno sciocco, si rese conto, ormai tardi, che il suo cuore andava slabbrandosi correndo su quel rasoio.
Seguivano fotografie di piani costruttivi e di appunti dove era riconoscibilissima la scrittura del Direttore: quelli s che erano segreti! Ramment i disegni esibiti in tribunale e si chiese chi potesse aver avuto il coraggio di penetrare, certamente di notte, nell'ufficio del Direttore per impadronirsi dei suoi studi.
Con gli occhi della mente, Attilio immagin Anastasia scivolare
nel buio, come un rapace notturno penetrare nello studio e frugare abilmente tra le carte del Direttore. Per quanto riguardava la cassaforte, Anastasia era riuscita a scassinarla con disinvoltura, come del resto tutte le serrature che le interessavano.
Immaginava i suoi occhi verdi come smeraldi versare nel buio il loro luccichio altezzoso, mentre setacciavano circospetti l'oscurit nella ricerca di un qualsiasi documento d'interesse strategico. Eppure il Direttore, altrettanto scaltro, non aveva mai lasciato alcuna traccia evidente dei suoi appunti personali: era stata senza dubbio un'aspra battaglia d'ingegni.
Le fotografie, forse un centinaio, erano tutte di grandi dimensioni e forse anche per questo Attilio le giudic tecnicamente perfette: non ne aveva mai viste di quel genere. Dovevano essere state scattate con un obiettivo molto pregiato, svizzero forse e, grazie alla magistrale esperienza dell'operatore, la qualit del risultato era sorprendente: la messa a fuoco perfetta, le immagini nitide anche negli ingrandimenti pi azzardati.
Quei documenti, che avevano il potere di rendere luminoso anche il torvo ghigno di Victor, dovevano avere un valore incalcolabile, anche se la guerra era quasi finita. Rivelavano infatti, in maniera allarmante, l'avanguardia tecnica del suo Direttore. Una capacit rimasta inespressa solo per inettitudine politica; ma forse c'era qualcosa di pi. E mentre il giovane rimaneva immerso in quella riflessione tenendo il fascicolo tra le mani, Victor continuava a sorseggiare il suo Marsala, denso e scuro come il sangue di una vittima sacrificale; e come un vero carnefice, di tanto in tanto schioccava il palato con gusto.
A quel punto Victor manifest la propria soddisfazione con un bagliore che travers i suoi occhi, gelido come quelli che lampeggiavano fuor di finestra: una luce rapida come un gesto di sfida, o una stella cadente. Poi torn a fissare il giovane e disse, come rivolgendosi a un bambino precoce: "Ti rendi conto dell'importanza che ha avuto il tuo Direttore nell'industria bellica? Guarda per esempio quel progetto che tieni adesso tra le mani". Attilio lesse l'intestazione sul foglio: "Studio 0T0385321: elica in acciaio a pale saldate". Poi Victor prosegu: "Si tratta di un particolare sistema
per produrre eliche in acciaio saldato, anzich fuso. Un processo geniale: pi economico e pi sicuro. Elimina i difetti metallurgici e permette di ottenere una notevole riduzione di peso; anche se il vero guadagno  dovuto alla diminuzione delle sollecitazioni meccaniche sulla trasmissione e quindi dei consumi. Senza trascurare il fatto che il tempo di fabbricazione  quasi dimezzato; e, ovviamente, maggiori sono le dimensioni dell'elica maggiori sono i vantaggi".
Victor si sofferm un istante e soggiunse con un sospiro: "Uno dei tanti esempi delle sue capacit"; e dopo quell'incauto moto di ammirazione, prosegu con una voce che giungeva al ragazzo come una litania staccata e irreale.
"Come puoi comprendere, un sistema di difesa efficiente  altamente costoso per una nazione; pertanto, tutto quello che  possibile risparmiare nell'industria bellica pu essere investito nello spionaggio e nel controspionaggio, che riteniamo essere i sistemi difensivi pi efficaci. I blocchi di potere che si formeranno in seguito al conflitto investiranno moltissimo in questo tipo di difesa, che consideriamo una minaccia maggiore dell'ostentazione dell'attacco. Quindi, una rete difensiva altamente sviluppata sar essenziale per la futura sicurezza delle nazioni".
Udirono bussare alla porta. Entr un giovane ufficiale. L per l Attilio non vi dette peso, ma non tard a riconoscere il giovane comandante delle MP in servizio al tribunale: teneva ancora stampato sul suo spigoloso volto scozzese quel perpetuo sogghigno che tanto lo aveva colpito.
Dopo aver salutato con deferenza, senza distogliere i suoi occhi di gufo da quello strano ospite, porse al sottufficiale un documento e questi lo consegn a Victor sussurrandogli qualcosa nell'orecchio. Il giovane ufficiale incrin il silenzio sbattendo i tacchi, port la mano alla visiera e si dilegu.
Il documento forniva dati, ritenuti attendibili, sulla graduale infiltrazione di cellule sovietiche in Italia fin dai tempi della Guerra di Spagna. Le cifre erano molto alte e avevano superato, all'epoca, i peggiori sospetti britannici; inoltre, paragonandole all'attivit intrapresa dallo spionaggio inglese, era evidente quanto il Bel Paese
fosse stato ancora una volta ambita terra di conquista, in quel caso di conquista industriale.
Attilio, intanto, vedeva spalancarsi davanti ai propri occhi uno scenario insospettabile: come un baratro. E il solo pensiero di poterlo immaginare lo terrorizzava.
"Allora Maffei, ti sei abituato a questo labirinto di misteri?".
"Mi pare un ambiente riservato a uomini intelligenti e coraggiosi, forse troppo per me", rispose cautamente Attilio.
Prima di riprendere, Victor si perse in una lunghissima pausa; poi prosegu con lo stesso tono distratto.
"Lo era, quando i soldati pensavano alla guerra, gli ingegneri ai calcoli e le spie ad infiltrarsi senza farsi scoprire. Ora l'hai visto", e con le mani fece un gesto sopra i documenti sparpagliati sul tavolo, "qui non si capisce pi niente: ingegneri russi e ingegneri italiani che fanno la spia, spie russe e spie italiane... spie inglesi... che fanno gli ingegneri... ognuno che dipende dai vaneggiamenti momentanei e convulsi dell'altro, in preda a un devoto terrore. Per cosa? Per il potere industriale!", disse scotendo con tristezza la testa.
A quel punto Victor si alz, di malavoglia: da un lato stava avvertendo che l'incontro non aveva alcuna utilit, dall'altro manifestava palesemente la noia e la fretta di andarsene a letto, magari con qualche formosa ausiliaria; ma era chiaro che non poteva sottrarsi al proprio dovere e voleva chiudere una volta per tutte quell'interminabile cavilloso "Protocollo Paride".
Riprese dunque a parlare, il suo tono si fece meno severo e il colloquio prese un andamento meno ufficiale.
"Vedi Maffei, a proposito di fusioni, siamo certi che da qualche parte esiste quel benedetto disco di bronzo: i russi non lo hanno trovato, gli italiani nemmeno e francamente in questo momento hanno altro a cui pensare; purtroppo non lo abbiamo trovato nemmeno noi, e come avrai capito ci interessa molto...".
Tossicchi e si scus lamentandosi del fatto che cominciava a mal sopportare l'incertezza atmosferica del cambio di stagione. Non era come la sana umidit linfatica della vecchia Inghilterra e ammise a malincuore che si era piacevolmente abituato al clima tirrenico.
Attilio avvert che, malgrado il tono della sua voce, stava preparandosi una tempesta furiosa, quindi, per non trovarsi in situazioni peggiori, and a ripetere quello che aveva gi detto, per poi concludere con una smorfia, come a voler dire "ma che c'entro io in tutto questo?".
Victor inforc gli occhiali e lesse la bolla di consegna di una fusione eseguita da un artigiano fiorentino, la data, l'oggetto e la firma di chi l'aveva ritirata: era chiaramente quella di Attilio; e mentre leggeva il giovane intu che lo stava fissando al di sopra delle lenti. Attilio si sent raggelare il sangue nelle vene. Quando ebbe finito, Victor allontan da s il foglio come se istintivamente non desiderasse aver nulla da spartire con il suo contenuto e sospir: "Per la bolla  stato consegnato un solo disco, ma noi siamo convinti che ne siano stati prodotti due...".
Si alz, and alla finestra e senza dire una parola rimase a fissare la notte rischiarata solo a intervalli dai bagliori dei lampi in lontananza. Poi si volse all'angolo buio dove s'indovinava la presenza del guerriero sikh e sospir scoraggiato: "Che razza di agenti abbiamo impiegato a Livorno per tutti questi anni?". Sapeva quasi con certezza che il contenuto di quel rapporto forniva dati statistici intenzionalmente truccati per maggior comodo; ma quella era un'altra questione e lui non voleva imbestialirsi. Nell'immobilit assoluta della sua posa, Victor esprimeva il tumulto dell'ira dovuta all'inconcludenza; ed a quel punto gioc la sua ultima carta.
"Secondo te chi ha scattato quelle foto?".
"Perch,  una persona che conosco?".
"Potrebbe darsi".
"Mi verrebbe da pensare all'architetto Mihajlovna, ma faceva parte della delegazione russa. Se le avete voi deve averle scattate un inglese, ed io non ne ho mai conosciuti". Era incerto delle sue stesse parole e annaspava nella pi profonda perplessit; ma era convinto di aver giocato la carta giusta. Ricord, infatti, che la vistosa spilla indossata regolarmente da Anastasia era in realt una sofisticatissima macchina fotografica: qualcuno lo aveva scoperto poco prima che i russi partissero dall'Italia e l'episodio suscit un certo clamore.
"Non  una supposizione del tutto sbagliata, ma potrebbe anche essere che la bella Anastasia abbia scattato quelle foto e qualcuno le abbia copiate".
Attilio sembrava trasformato in una statua di sale: unica cosa mobile di tutta la stanza era la tremolante luce dei lumi, ma persino le ombre che essa proiettava tutt'intorno sembravano raggelate. L'unico rumore che Attilio riusciva a udire era il fioco battito delle sue pulsazioni che gli salivano alle tempie; e per rompere la stasi del tempo come per verificarne ancora il fluire, volle passarsi una mano sulla fronte per tergersi il sudore.
Il temporale si stava allontanando ed esauriva l'ultima sua energia in rantoli di tuoni. Victor usc dal cono d'ombra che lo aveva protetto fino a quel momento e si mostr, inaspettatamente, tanto che Attilio non riusc a trattenere un'esclamazione fragorosa, agghiacciante e stupita come l'ultimo fulmine che infranse il silenzio: "Voi!".
Nel livido cono di luce che lacerava l'oscurit con un fiacco bagliore, rivel il suo nobile profilo di ussaro l'ingegner Usyskin, schedato dal servizio segreto di Sua Maest Britannica con lo pseudonimo di Victor.
Victor fece un cenno con la testa e il sottufficiale usc dalla stanza per ricomparire poco dopo. Dietro di lui un'apparizione, forse un miraggio: Elsa, che si levava come un fantasma dalla tomba.
Non era pi la ragazza di un tempo. La vita e la guerra l'avevano cambiata, forse impoverita; ma appena pos il suo sguardo sopra d lui, Attilio avvert ancora il suo spirito senza veli, la sua intelligenza originale e fantasiosa, il suo odore mediterraneo.
Non  necessario descrivere la sua espressione, n la sua emozione. Rimase semplicemente folgorato da quel volto che pareva illuminare la notte pi dei lampi e si abbatt sopra di lui come ur rombo di tuono.
Quella visione lucida e incompleta era cos fisicamente spettrale che Attilio balz dalla poltrona lasciando cadere i fogli che teneva ancora in mano. Poi lev in alto le braccia in un gesto disperato ed esclam: " impossibile!"; quindi, ricadde anche lui sprofondando nella poltrona, come a volersi sincerare che esisteva ancora qual cosa di concreto intorno a s.
Solo adesso gli sembrava di mettere a fuoco e comprendere tutta quella storia. Obiettivamente. E fu assalito da un repentino, forse vigliacco senso di estraneit, di repulsione, che offusc, come il fondo smosso d'uno stagno, il suo occhio ignaro e sereno di quando quella storia l'aveva vissuta.
Quella rivelazione lo aveva ferito e sbalordito: pi del volto inaspettato del suo antico amore. Fu come aver visto cadere il sole gi dal cielo. Raggelato ed ammutolito dal timore di nuove visioni della stessa specie, vide il suo passato ripresentarsi come uno spettro e avvert l'inesorabile disperazione dell'impotenza di fronte all'assedio.
Superato quel momento di vertigine, Attilio ebbe l'istinto di scaraventarsi addosso a lei con rabbia, ma l'ultimo barlume di ragione lo fren prima che il sottufficiale dal turbante sikh lo immobilizzasse con una mossa fulminea.
"Lascialo!", ordin perentoria Elsa, mentre Attilio le lanci un'occhiata di disprezzo barricato in un silenzio inaccessibile.
Elsa, impalata davanti a Victor, guardava Attilio con una tristezza profonda e assorta; quell'esclusiva tristezza che pu invadere solo il volto degli innamorati.
I suoi occhi nocciola si riempirono di grosse lacrime tremule che, come in un gioco di lenti, ingrandivano le pagliuzze dorate della sua iride. Solo una sfugg al suo controllo. Era una lacrima muta e spontanea, che prese a rigarle la guancia con una lucida scia di lumaca; ma Attilio sapeva, o s'imponeva di sapere, che erano lacrime false come falsa era sempre stata lei. Si sforz di non cadere nella trappola del sentimentalismo, ma si trattava di lei: e forse lei era diversa, lo era sempre stata. Ma cos dicono tutti gli innamorati e lui lo sapeva, in cuor suo; per questo non si sarebbe lasciato ingannare da quelle fasulle lacrime di contrizione, che forse lei stessa considerava pi un'offerta rituale a un amore passato, che il goffo tentativo per ingannare l'amante di un tempo.
Il suo viso, di cinque anni pi maturo, aveva sviluppato una bellezza solitaria e quasi riflessiva, che pareva scolpita nel riverbero dell'estate, pi che nel buio di quella notte tempestosa. Lo stesso buio in cui lei si era dileguata per anni, e dove Victor si era
abilmente rituffato come una fiera nella foresta.
Attilio pens a quante volte, nel torpore mattutino, aveva sognato di sentire il calore del suo corpo ed il peso delle sue gambe sopra di s: trasaliva e fremeva nell'attesa di qualcosa di strano e dolcissimo che sarebbe accaduto nell'imminente; poi rimaneva cos, abbracciato al sogno finch la veglia incalzante lo riconduceva spietatamente alla realt.
Adesso lei era l, e lo guardava, come lui aveva sognato tante volte. Ma gli appariva un'altra persona, la sentiva diversa, distante e, mentre quella distanza aumentava, lui stentava a riconoscerla. Ma il suo istinto l'aveva riconosciuta in tribunale: era lei in quella tuta da motorista con gli occhiali scuri e baffi finti: ne era certo. Ed era andata l per lui.
S'impose di fissarla con uno sguardo di sfida. Era ovvio che non era ancora rassegnato all'offesa di una fuga che aveva ritenuto, e continuava a ritenere, una vigliaccata.
Quei pensieri furono dileguati dalla remota voce di Victor.
Disse che c'era stata la possibilit che il Rougier venisse ucciso; questa possibilit fu evitata solo grazie a un abile complotto del controspionaggio britannico, volto a evitare disastrose complicazioni internazionali soprattutto al termine del conflitto. Era stato necessario proteggere il Rougier: sotto tutti i punti di vista.
Elsa aveva lasciato quel biglietto in francese nella bottega del macellaio Lomi nell'intenzione di far cadere i sospetti sul Vezzi: uno stratagemma che aveva funzionato benissimo. Lei sapeva che Mario era in rapporto con un cantiere francese ed era stato divertente architettare un incontro tra lui e un misterioso emissario cisalpino, magari in navigazione o sulle montagne di confine.
Era stata un'idea di Victor e lui ancora se ne vantava: era stato facile "suggerire" al controspionaggio italiano che il negozio del macellaio Lomi era un crocevia di informazioni e il collegamento col Vezzi, che abitava nelle vicinanze, fu logico e immediato. Una volta sospettato di spionaggio, tutti avrebbero puntato gli occhi sopra di lui distogliendo le loro attenzioni dal Rougier.
Attilio ascoltava impassibile.
"Tuttavia", prosegu Victor, "nonostante il depistaggio non 
stato possibile recuperare i progetti che pi ci stavano a cuore. Sapevamo che il Rougier stava lavorando a qualcosa di grosso e che probabilmente nascondeva i suoi appunti, certo microfilmati, in quel famoso scrigno di bronzo, tuttavia nessuno  mai riuscito a trovarlo. E tu, caro Maffei...", scosse la testa lungamente, sospir e riprese con tono cavernoso: "Durante quella prima fase i dettagli dell'operazione furono accuratamente migliorati, ma altrettanto avvenne per i programmi dei nostri avversari che arrivarono addirittura ad architettare un sequestro: fu a quel punto che, ipotizzando l'eventuale eliminazione di Achille Rougier, fu definito il Protocollo Paride". E con il tono della voce andava compiacendosi della propria educazione classica.
"Tuttavia, in seguito all'uscita di scena, almeno formale, dei russi dal vostro Paese, fu necessario approntare un altro sistema di protezione che non fu poi tanto banale...", Victor sospir ancora, come sottoposto a uno sforzo fisico. Era evidente che con quel discorso affermava la presenza di spie russe e spie inglesi che avevano sorvegliato il Rougier in una contesa senza quartiere, ma alla fine di un complicato ragionamento avvenuto solo nella sua testa concluse: "Ma alla fine se la dettero a gambe".
Attilio ramment allora di aver assistito, una volta, a una strana discussione, poco prima che i russi lasciassero Livorno.
Il Direttore era stato indubbiamente insinuante, aveva cercato di spiegare ad Anastasia che c'era molta differenza tra la fede nel progresso e l'applicazione distorta dei frutti del progresso. Anastasia, invece, si era adontata, come chi vedesse bene la differenza, ma non la volesse ammettere per partito preso. Cos la reazione della donna fu una scenata inconsulta, quasi isterica e solo ora Attilio comprese come probabilmente fosse stato l'ultimo tentativo per riuscire a carpire quel dannato segreto. Tuttavia, ormai completamente disinteressato all'argomento, Attilio non si lasci sfuggire l'occasione per sparare una bordata di sprezzo: "I russi non sono stati gli unici a darsela a gambe in quel periodo...!"; e sarebbe impossibile descrivere l'incommensurabile sdegno che mise in quelle parole.
Elsa si sent offesa. Era la prima volta che udiva la voce del
suo amante dopo tanto tempo e quell'uscita a freddo la fer pi di quanto non si aspettasse: certo lui la amava ancora.
In effetti quella di Elsa era stata una fuga imprevista. I piani prevedevano di mantenerla ancora operativa in Italia, "ma c'erano tutte quelle lettere!...", disse Victor allargando le braccia.
Tutte quelle lettere che Attilio aveva fatto scrivere da suo padre a "tutti i commercianti francesi", volle sottolineare con disappunto: una situazione che aveva rischiato di compromettere la copertura della ragazza. Poi concluse: "E se le cose fossero andate male non sarei pi stato capace di proteggerla; anzi, probabilmente avrei dovuto sconfessarla dichiarandomi all'oscuro di tutto".
Ecco perch lei si era arrabbiata cos tanto quella volta che Attilio gli aveva confidato della corrispondenza francese.
"Per fortuna", prosegu Victor, "riuscimmo a intercettarne gran parte, e la storia dei due fidanzati riusc a reggere senza destare sospetti. Altrimenti, invece di depistare lo spionaggio sovietico, ne avrebbero favorito l'attivit, impedendo a Elsa di fuggire in Francia, come poi  avvenuto".
Attilio si sent avvampare e travolgere dalla rabbia, ma riusc a trattenersi, mentre la voce impassibile di Victor proseguiva.
"Rimase alcuni anni presso una fattoria nelle campagne di Aix en Provence, poi l'abbiamo recuperata ed  tornata in Italia da pochi mesi.  stata lei a fomentare il sospetto di collaborazionismo sul Rougier, ed  stata lei a innescare il collegamento tra la spedizione punitiva al povero operaio e il ruolo di mandante attribuito all'ignaro Rougier: un'intuizione magistrale. Come dite voi: l'allievo supera il maestro. Era stato un gioco da ragazzi far leva su quei sospetti per arrestare il Rougier, allontanarlo immediatamente da Livorno e internarlo sotto la nostra protezione. Tuttavia la confisca dei beni sarebbe stata inevitabile e le perdite economiche per la sua famiglia disastrose".
L'espressione dei suoi occhi immobili divenne contemplativa, poi Attilio chiese con tono preoccupato: "Ma ora ci sar il processo? E quell'uomo, quell'uomo  innocente!".
"Un dettaglio. Niente di preoccupante. Un effetto collaterale previsto dal programma di protezione. La giustizia italiana si accorger ben presto che il capo d'accusa  una montatura e ovviamente, non potendo risalire a Elsa, trover ancor pi difficolt nel provare la struttura accusatoria. Le cose non tarderanno a definirsi chiaramente... in caso contrario... sai com'... faciliteremo noi la risoluzione del problema. Talvolta, infatti,  necessario aiutare, favorire... sostenere il corso delle questioni amministrative con un piccolo sussidio, magari un suggerimento che solo agli occhi di uno sprovveduto potrebbe apparire come una lieve minaccia, come prospettare il presagio che possa accadere qualcosa di terribile a chi disobbedisce... niente di serio ovviamente, ma cos, tanto per accelerare un tantino i tempi. Ma ritengo che in questo caso non ce ne sia assolutamente bisogno".
"Inoltre", prosegu Victor, "un personaggio del calibro del Rougier non tarder a risollevarsi. Dopo la fine del conflitto, avr mezzo mondo ai suoi piedi, Inghilterra compresa. Purtroppo tu non ci sei mai stato utile: non hai mai riferito niente di interessante, n ci hai condotto su piste degne di attenzione. E forse hai avuto solo il merito di rimanerci simpatico: un inutile, simpatico canottiere. Anzi, ex canottiere! Sai,  uno sport che ho praticato anch'io, ai tempi dell'Accademia. Forse  per questo che ho sempre avuto per te una certa simpatia: ricordavi un po' la mia giovent".
Victor divagava pensando a chiss quale passato, perdendosi in una liquida alchimia diversiva di pensieri. Ma per Attilio, dilaniato dal dolore, quelle parole erano ormai solo un fastidioso sottofondo. Si sforzava di guardare Elsa, mentre il buco che teneva allo stomaco lo stava divorando inesorabilmente. E solo in quel momento acquis la consapevolezza che il presente aveva rigurgitato un passato che non sarebbe mai divenuto futuro.
La ragazza se ne accorse e, fissandolo negli occhi con una dolcezza fuori dal proprio controllo, ebbe appena la forza di sussurrare: "Ho dovuto, vedi, non avevo scelta", cerc di spiegare.
C'era stata un'impercettibile pausa nel mezzo della sua asserzione, che lei aveva cercato di nascondere in un balbettio incoerente che poi sfoci in un cenno di dissenso, quando ebbe la forza di mormorare: "Mi disp...", ma non riusc a terminare la frase che Attilio istintivamente le si fece contro con gli occhi gonfi di pianto,
scaraventandole uno schiaffo dal quale rimase offeso pi di lei per il suo stesso impeto violento. Tutto l'amore che aveva torn a sgorgare vivo e incandescente tanto da fargli rendere conto che non erano bastati tutti quegli anni per dimenticarla.
"Non mi parlare", ebbe il tempo di ringhiare Attilio, prima che l'anziano sottufficiale gli fosse addosso; ma Elsa lo ferm con un semplice cenno, e sorrise di un sorriso triste, mentre una conveniente risposta affior sulle sue labbra: "Ha ragione, lascialo stare. Ora siamo pari". Tuttavia fu costretta ad abbassare gli occhi davanti al suo sguardo indagatore e avvert salire alla gola la pena sorda del rimorso e di un dolore reso pi acuto dall'amore che ancora provava nei suoi confronti.
Attilio usc dalla stanza distrutto, con la testa china, non parl mai pi e non permise ad Elsa di esprimere alcuna parola. Usc, scortato come sempre, ma senza farci caso. Entr nell'automobile che doveva accompagnarlo verso casa e disse in un sospiro rabbioso al fantasma di lei che ancora aleggiava davanti ai suoi occhi: "Quanto t'ho amato!".
"Si pu dire amato, vero? Anche se si tratta di una serpe?" soggiunse distratto rivolgendosi all'autista che non spiaccicava una parola di italiano e del quale riusciva a scorgere solo la sporgenza dei grandi baffi inglesi.
Victor torn ad appisolarsi e i suoi pensieri vagabondarono sulla variegata superficie della vita; ma gradualmente si fermarono sull'affetto che provava per la sua pupilla e disse con tono paterno: "Ti ha tolto il saluto".
"No!", replic lei seccamente, quasi scocciata, sfoderando quella sua espressione puerilmente caustica che le riusciva tanto bene.
Victor la guard sorridendo con curiosit: aveva colto nel segno. Poi lei aggiunse quasi sussurrando fra s. "Ha fatto di peggio: mi ha interdetto la parola. La parola che distingue l'uomo dalla bestia".
Victor la osserv come dubitando della sua lucidit e lei riprese. "Come se non lo conoscessi!  sempre stato un po' fuori di testa, per questo non era poi un gran che!".
Mentiva e ne era vigliaccamente consapevole ma, facendolo,
provava la vaga sensazione di assecondare il proprio orgoglio.
"Peccato, eravate una bella coppia", disse Victor mettendo in discussione la sacralit dell'amore; ma lei glielo imped; poi cerc di controbattere, e disse col nodo alla gola: "Bah, questo sarebbe da dimostrare".
Nel silenzio rigido che segu, nello sconforto del mezzo giro che Elsa fece per allontanarsi, quasi a voler seguire il suo amante di un tempo e difenderlo dalle tragiche conseguenze di quella storia, Victor prov il sapore della delusione. Avvert come una diminuzione fisica, per non essere stato lui nelle grazie di quella ragazza incantevole; di non essere stato lui l'oggetto di quel mezzo sorriso bagnato sulla bocca, sgorgato dal dolore crescente e mai esaurito di un amore perduto.
Un amore perduto come quello che raccontavano di lui.
"Non pretenderai, caro Attilio, che il nostro destino sia in mano nostra?", ironizz il Rougier, mentre lo scalpiccio che udiva fuori dal parlatorio segnava il termine della visita.
"Che cosa vorreste dire, signor Direttore?", domand Attilio spaurito.
"Ho cercato tante volte di fartelo capire e mi rendo conto di non esserci riuscito: homo faber fortunae suae! Non  vero, o almeno solo in parte", sentenzi con una smorfia amareggiata; poi prosegu. "Il nostro destino viene scelto da altri: persone che non conosci, e che forse non conoscerai mai". Si sofferm a fissare un punto perso nel vuoto e, dopo averlo interrogato, soggiunse quasi in tono di scusa: "Per quanto riguarda la situazione del momento, l'importante  tenersi cara la pelle. Tutto passa e molto in fretta: la burrasca si placa presto; lo stesso vale per il destino degli uomini, che certo ha un cuore disumano. Solo ad alcuni  concesso di lasciare un graffito nella caverna. Noi abbiamo lasciato il Tashkent e con lui una scia incancellabile nel mare della Storia. Non  molto, ma  pur sempre qualcosa", esclam, nella convinzione che della nave non era rimasta neanche l'ombra; eppure, lo fece con quel brusco
senso di felicit che aleggia nel cuore di chiunque abbia avuto la soddisfazione di lasciare un segno.
Cos, sfogatosi in quel bisbiglio severo, il Rougier sorrise al suo giovane pupillo di un sorriso amorevole e leggero ma lontano, come dimenticato tempo addietro sull'espressione aliena del suo volto.
Non aveva perduto l'antica aristocrazia dei suoi modi; ma non era pi lo stesso: una trincea di rancore lo isolava dal resto del mondo. Per tutta la breve conversazione che intrattenne con Attilio rimase assente, come staccato o, peggio ancora, rivolto verso un limbo in cui solo lui era capace di scorgere e di orientarvisi.
Il destino, che lo aveva glorificato e portato in trionfo, lo aveva poi maltrattato fino a infliggergli la pi ignobile delle umiliazioni. Attilio ebbe l'impressione di parlare con un vecchio che si accingeva a entrare in monastero dopo una vita di fasti. Oltraggiato a morte dalla vita, aveva dovuto ricorrere a chiss quali risorse per sopravvivere. Il giovane lo fissava accorato. Era un uomo diverso: forse proprio un altro uomo. Ancora strangolato dall'esperienza della segregazione, che aveva ritenuto ingiusta e mortificante, si era ormai abbandonato a quel senso di ingiustizia come fosse un'invincibile marea; tuttavia, agli occhi di Attilio non appariva come un uomo perdente ma castigato, addirittura purificato da quella stessa marea che odorava di soprannaturale.
La faccia scavata e butterata del secondino apparve dalla grata sollecitando il giovane a uscire con un sibilo vagamente irritato; poi, con un colpo maldestro, lo spioncino si richiuse e il clangore della serratura annunci lo spalancarsi della porta con stridore epifanico.
Attilio, convinto di capire il dramma del Direttore, soffriva. Soffriva per lui e per s. Soffriva in modo contrastato e conflittuale, malgrado il rassicurante pronostico annunciato da Victor che si guard bene dal rivelare; e pi soffriva, pi l'alternanza del suo dolore si faceva rapida e profonda: tanto da tramutarsi in un pendolo infernale che oscillava sopra la sua testa con un periodo vertiginoso.
Il Rougier si sollev sulle gambe magre raggiungendo una statura pi alta di quella che il giovane rammentava, mistica, quasi ascetica; e subito abbrancato dalla sua rapace scorta, s'incammin verso la bieca prospettiva del corridoio, come se nella sua ombra umana dimorasse una errante divinit.
Attilio lo osservava. Era stato incapace di resistere alla disperata malinconia di quella umiliante vita reclusa, in una dimensione senza orizzonte e sotto un cielo perennemente silenzioso che aveva ingoiato ogni valore di lealt, di riconoscimento e di amicizia. Solo uomini temperati e maturi potevano tener duro; lui, che possedeva un'anima capace di sopportare ma non di soffocare, dentro quella apparente costanza conduceva un surrogato di vita inquieta e tormentata.
"Ci vediamo in aula, signor Direttore" sussurr Attilio in un bisbiglio strozzato, mentre continuava a guardarlo allontanarsi. Lui volse la testa e sorrise, borbottando qualcosa che alle orecchie di Attilio suon come un "Non c' pi asilo per me: sono troppo morto". Poi, socchiudendo gli occhi in un'espressione garbata e rassicurante, svan continuando a camminare con passo leggero sul filo dei ricordi. Com'era lontano il tempo in cui quell'uomo interveniva a risolvere qualsiasi questione... come un dio inappellabile selezionava, decideva e giudicava. Adesso andava lui, in catene, incontro al suo giudizio.
Quel processo, noto all'epoca come "processo Orlando", coinvolse un gruppo di noti dirigenti del Cantiere e fu il diciassettesimo in ordine di tempo che si celebr dopo la Liberazione. Si svolse tra l'estate e il Natale del 1945 e, a causa della numerosa partecipazione di pubblico, fu tenuto al piano terreno della Villa Trossi Uberti di Livorno.
L'aria era liquida, i contorni delle cose bisce in fuga, miraggi, barbagli luccicanti. La gente stava assiepata nel giardino della villa, poich lo spazio dell'aula non era sufficiente per tutti, e man mano che il mattino avanzava, cercava riparo nelle ombre sghembe dei pini.
Achille Rougier, primo degli indagati, era imputato di collaborazione: "... ai sensi dell'articolo 5 del Decreto Luogotenenziale
27 luglio 1944 numero 159, in relazione all'articolo 51 del Codice Penale militare di guerra, per aver continuato a dirigere il Cantiere posteriormente l'8 settembre 1943 e fino al luglio 1944, prestando aiuto, assistenza e collaborazione al tedesco invasore; e per aver commesso delitti contro la fedelt e la difesa militare dello Stato, e soprattutto aver passato al nemico numerose informazioni industriali di carattere riservato e segreto...", come ricord il magistrato leggendo i capi d'accusa con voce chioccia e autoritaria, gi stanca e affaticata alle dieci del mattino per l'insostenibile afa di scirocco che non voleva saperne del cambio di stagione. Poi, il magistrato prosegu nella lettura adducendo la partecipazione del Rougier, in concorso con alti gerarchi, primi tra tutti i componenti della famiglia Ciano, all'organizzazione di atti ostili verso Stati stranieri, tali da esporre lo Stato Italiano a una guerra. Era un'accusa gravissima.
Dopo i principali capi d'imputazione, il magistrato, con la sua voce solenne e distaccata, sempre pi stanca, elenc gli altri, tra i quali spiccava la vessazione contro alcuni collaboratori, le denunce e il favoreggiamento di rappresaglie contro antifascisti, la denuncia come individuo sospetto contro il dipendente Mario Vezzi e il tentativo di perseguire lo stesso Vezzi durante e dopo il suo confino. Insomma, tutti atti rilevanti che avevano contribuito a mantenere il Fascismo al potere.
Al termine della lettura Attilio si sent mancare e, malgrado la temperatura, fu percorso da brividi, mentre un cupo presagio andava attanagliando il suo cuore. E se Victor avesse barato?
Intanto, il Rougier giaceva nell'immobilit assoluta di una posa che esprimeva il tumulto dello smarrimento e dell'ira. Era un atteggiamento distaccato e marmoreo, che pronunciava tutta la violenza potenziale di tragiche passioni; lo esprimeva meglio di qualsiasi vano scoppio d'urla, meglio della testa sbattuta contro il muro dell'estrema disperazione.
Il Pubblico Ministero nella sua requisitoria all'udienza aveva portato avanti l'ipotesi che il Direttore non avesse operato in ambito strettamente industriale, ma avesse agito anche e soprattutto per fini militari, forse allo scopo di rappresaglia politica, come dimostravano le vessazioni e le persecuzioni nei confronti di suoi dipendenti. Appariva quindi evidente, secondo la sua linea accusatoria, la connessione tra l'attivit di spia industriale e militare e quella di spia politica: era quindi facile immaginare che avesse un interesse diretto, specifico e immediato a stigmatizzare ed eliminare quelle persone che, per motivi professionali e di intima conoscenza, potevano essere utilizzate per allontanare i sospetti da lui. E riusc, senza essere teatrale n banale, a esprimere un gesto impercettibile ma efficace, tanto da far voltare lo sguardo di tutti verso Mario Vezzi: prova tangibile della sua strategia forense. Poi, per allontanare qualsiasi sospetto di superficialit dal proprio operato, evidenzi con lealt il dignitoso contegno dell'imputato ed i suoi indiscutibili meriti professionali (ma trascorsi, tenne a precisare: trascorsi!). Quindi, avvicinandosi alla giuria con una traiettoria spiroidale che in apparenza sembrava meditabonda ma odorava di carogna come quella di un avvoltoio, prosegu senza risparmiare note di indignazione.
Sostenne cos che l'imputato aveva fomentato i sospetti sul Vezzi, la sua principale vittima, facendo leva su certi dubbiosi rapporti professionali e contemporaneamente architettato una ragnatela di indizi che lo avrebbe intrappolato definitivamente; come quei noti biglietti in francese trovati dal macellaio Lomi. Pareva addirittura che lo stesso Rougier fosse giunto a vantarsi di aver avuto quell'idea, affinch si pensasse a una manovra per stornare i sospetti, poich mai una simile imprudenza sarebbe stata compiuta da una vera spia.
Intanto il Direttore osservava con sguardo assente e opaco quelle tristi figure assise sui banchi; mentre Attilio aveva la sensazione di trovarsi chiss come dalla parte sbagliata per cui veniva guardato da tutti con diffidenza e rancore. Fu a quel punto che i loro sguardi s'incrociarono e, fissandosi per un istante, suggellarono tra loro una cameratesca complicit.
Quando cominci il suo intervento l'avvocato difensore, ostentava una certa immatura tranquillit, forse dettata dall'inesperienza, manifestando la pretesa di proseguire e perseguire la sua linea difensiva sull'inconsistenza del reato; per questo insisteva con
fiducia serafica nella strategia di illuminare l'instancabile azione del Direttore, continuamente preoccupato di tutelare i suoi dipendenti: quando dalla deportazione, quando dai bombardamenti.
"A tale proposito, per dimostrare l'affetto che legava e lega tuttora i dipendenti del Cantiere al loro Direttore (faceva molta attenzione a eludere il termine "imputato" e insisteva molto sul possessivo), mi accingo a leggere una lettera. Gi, una semplice, banalissima lettera. Una delle tante che giovani operai chiamati alle armi gli hanno spedito. Credo che l'arringa difensiva non possa trovare miglior conclusione.
Uno dei capi d'imputazione, infatti, chiama il mio assistito a rispondere delle sue azioni nei confronti dei propri dipendenti: in questo caso, dimostreremo la sincerit, l'affetto, il pathos che hanno caratterizzato i rapporti tra loro e il mio assistito. Un modesto operaio invi la lettera che mi appresto a leggere dall'arida terra di Marmarica. Le sue semplici frasi mostrano l'anonimo dell'italiano lavoratore e soldato; ma anche, e soprattutto, la confidenza, la stima e il rispetto che questo ragazzo nutriva nei confronti del suo Direttore. Non una figura astratta, distante, autoritaria: una figura paterna".
L'avvocato difensore si concentr in una brevissima pausa durante la quale squadr d'infilata la corte e la giuria. Fece un sospiro e inizi la lettura con la voce incrinata da una vena d'emozione, senza trascurare un plateale gesto con cui andava sistemandosi la toga consunta, come per rendere pi artistica ed efficace quella lettura.
"Signor Direttore,
Solo oggi per inconvenienti bellici mi  stato possibile rispondere alla Vostra gradita lettera che mia Madre (su questa parola l'avvocato difensore fece una pausa e fiss i giurati) mi invi a suo tempo. Bench lontano dalla famiglia mia e quella del nostro caro Stabilimento (altra pausa), per prendere parte con i camerati in armi ai fronti Greco e Slavo ed a questo della immensa e torrida Marmarica nella quale da otto mesi scorrazziamo per non dare pace a coloro che da molti e molti anni non l'hanno data a noi, il
mio pensiero  sempre rivolto a Voi tutti che in silenzio lavorate per coadiuvare noi in armi.
Vorrei dirvi tante cose, ma purtroppo la penna non  il mio forte. Solo posso dirvi questo: la guerra che si fa in questa immensa strada senza strade,  la pi terribile che abbiamo fatto e che stanno facendo su altri fronti. Non  errato paragonarla alla guerra navale perch senza limite della fronte, da tutte le parti giunge l'offesa nemica, perci da tutte bisogna difenderci ed offendere, e, come in mare, in un punto dove oggi si prendono, domani si danno.
Ritornando alle Vostre parole, ringrazio tutti i Camerati del nostro bel Cantiere di Livorno, ed a tutti invio, assieme ai miei pi cari saluti, parole di incitamento perch perseverino in questa lotta, indubbiamente vittoriosa, che vuol vedere gli uomini in faccia.
Ricordando a tutti che, curando e lavorando bene i mezzi bellici, si risparmiano vite, si vincono battaglie e si arriva prima alla mta, non vorrei essere mal compreso; queste parole partono spontanee dal mio animo di soldato e di lavoratore, pieno di fede e sicuro di avere, fino ad oggi, compiuto il proprio dovere senza esitazione.
Termino augurando a Voi, ed a tutti i Camerati del Cantiere, Vittoria-Pace-Giustizia, nel vero senso della parola"(22).
A quel punto la voce dell'avvocato difensore s'interruppe come strozzata e non tralasci di lasciar cadere il braccio che reggeva il foglio lungo il fianco, come un Amleto che ha appena terminato di parlare con il fantasma. Poi riprese a guardare la sua platea fissandola spietatamente con uno sguardo che aveva preso a palpitare con slancio guerriero.
I toni di quella lettera andarono purificando il clima e misero a confronto il pensiero e l'azione dell'imputato davanti alla coscienza
dei giurati. Poi l'avvocato, sfruttando la mole del silenzio che aveva invaso il tribunale, soggiunse con tono proclamatorio, quasi liturgico: "Vittoria, Pace, Giustizia. Giustizia, signori... Giustizia!". E, per sancire il patto che andava stringendo con la sua platea, batt il pugno che ancora stringeva il foglio contro il palmo della mano sinistra.
Quando l'avvocato difensore concluse la propria arringa le sue parole avevano aperto un solco nella coscienza della giuria e del pubblico, come l'aratro la zolla: vittoria da una parte, sconfitta dall'altra. Tuttavia il giovane avvocato difensore non tard ad aggiungere che il rancore si sarebbe riacceso comunque. Forse non sarebbe bastata una sentenza a sopire l'acredine dettata dal senso di ingiustizia, ma contavano i fatti, non le congetture; quella lettera era un fatto, una prova da mettere agli atti. Infine, stanco ma intimamente soddisfatto, si sforz di perdere del tutto, almeno apparentemente, il controllo e con voce alta e cattedratica soggiunse, indicando il Rougier con un braccio teso: "Signori giurati, quest'uomo non  davvero un uomo comune, e certo non  tra quelli che dopo aver assicurato il proprio intervento con vane promesse si volatilizzano all'ultimo, lasciando nelle peste la povera gente. Lo ha dimostrato questa lettera", disse sventolando il foglio in aria affinch tutti lo potessero vedere per bene, "come lo dimostrano le numerose testimonianze che asseriscono l'intervento del Direttore a favore degli operai e degli impiegati del Cantiere; non sar certo un dubbio caso isolato, suffragato da nessunissima prova certa, a confutare questo dato di fatto".
Il petto del Direttore ansava di un respiro che non era pi convulso, ma rassicurato e rassicurante. Quando ricominci a respirare normalmente, torn sulla coscienza che ormai aveva assunto con molta apprensione, timoroso dell'abisso sul quale gli toccava affacciarsi. Tutti lo potevano percepire; e se era vero che la nuova situazione esigeva dagli interessati calma, decisione e altre qualit incompatibili col disordine mentale di un dolore appassionato, era altrettanto vero che i toni di quella lettera avevano schiuso davanti a loro, inaspettatamente, uno scenario di oggettiva speranza palpabile nell'aria.
L'avvocato difensore spieg alla corte e ai giurati come lo spionaggio militare avesse il compito di procurare elementi atti a conoscere la forza militare dei Paesi stranieri, mentre il controspionaggio avesse quello di proteggere il servizio di spionaggio dallo spionaggio straniero, militare o di altro tipo.
"Ovviamente", si avvi a concludere l'avvocato difensore, "per l'efficienza del controspionaggio  necessaria, all'interno del Paese, la collaborazione degli organi di Polizia, ordinaria e militare, e di ogni altro ente chiamato a darla, e anche la collaborazione dei cittadini. Figuriamoci dei cittadini speciali!". Volt il suo miglior sguardo languido, ma ammirato, verso l'imputato e sulla base di questo ragionamento inusitato che aveva tutta la forza di una logica assurda, il pensiero sconnesso dell'avvocato difensore cominci a svelare la strategia scelta per conquistare il proprio obiettivo.
Certo il campo delle sue allusioni era limitato ma, in quelle circostanze, vi erano strane coincidenze che potevano far pensare ai topi che lasciano la nave condannata. L'avvocato difensore fu l l per dirlo, ma quello sfogo poetico non riusc a sedare gli animi, n abol i risentimenti. Anzi. Prima che il magistrato sciogliesse l'assemblea, Attilio not il Direttore lanciare a Mario Vezzi uno sguardo carico di rancore e Mario rispondergli allo stesso modo con muta sfida.
L'antitesi fu assoluta ma solo per un istante: riso e pianto sgorgavano gemelli da una stessa fonte di lacrime; poi la vita torn a scorrere nella sua cromatica, disgustosa, avvenente complessit. Tutti sfollarono dall'aula avviandosi a fatica verso le loro faccende di miseria e di riscatto. Sulla scena di quella fantasmagorica agor non rimase altri che il malinconico dio abbronzato, isolato l in un angolo a contemplare l'uscio che aveva ingoiato il Rougier, e il piccolo crocefisso che lo sovrastava, mentre sciami di pulviscolo dorato ondeggiavano nelle lame di luce che squarciavano l'aula. Nel suo sguardo nero brillava l'orgoglio di aver potuto aiutare un innocente; infatti, grazie a quella sua lettera, l'imputato fu prosciolto con formula piena.

Note.
20. Nessuno. Mamma  nel campo.
21. Ricognitore tedesco Fiesele FI156 "Storch" (Cicogna appunto); ma gli italiani continueranno a chiamare con lo stesso appellativo anche i ricognitori americani.
22. Lettera indirizzata all'ingegner Rougier da un suo dipendente in armi. Atti del convegno della Confederazione Fascista degli Industriali della Provincia, Livorno, maggio 1942.


Epilogo.

Il mito  il fondamento della vita, lo schema senza tempo, la formula secondo cui la vita si esprime quando fugge al di fuori dell'inconscio.
Thomas Mann.

Dopo la guerra, Mario e Achille si erano considerati due reietti. Non perch la societ li avesse respinti ma perch ormai i tempi non li accettavano pi, come loro non accettavano pi quei tempi: di fatto, non vi appartenevano.
In un certo momento della loro esistenza si erano sentiti protagonisti: grandi, effimeri protagonisti. Avevano vissuto il loro momento di gloria e ognuno di loro a modo proprio aveva avuto accesso all'Empireo: quasi come Attilio; e come lui ne erano stati respinti. Ognuno di loro avrebbe voluto comporre una storia ma il destino l'aveva cancellata, per sfizio, come il mare cancella le tracce sulla spiaggia. Aveva cancellato le loro ombre: anzi, rifiutate.
Quando il Direttore parlava del passato, sospirava indecifrabile: "L'essilio che m' dato, onor mi tegno: che, se giudizio o forza di destino vuol pur che il mondo versi i bianchi fiori in persi!"(23).
Mario invece non ne parlava affatto; tutt'al pi accennava a un tragico equivoco e al tradimento di un amico. Nessuno seppe mai a che tipo di tradimento si riferisse, perch le sue vaghe allusioni erano sempre molto riservate, spinose, enigmatiche; soprattutto mai uguali. Mentre sempre uguale era l'epilogo di quella sua breve incursione nella memoria: cadeva preda di una incontrastabile inquietudine e per qualche giorno se ne stava per conto suo, come un animale malato.
Attilio si era convinto che forse ambedue avevano maturato un'idea distorta dell'esistenza e continuavano ingiustificatamente a sentirsi due confinati. Continuavano a vivere, nella dura proiezione trascorsa, quello che consideravano uno scampolo di vita: un mozzicone di candela che si sarebbe spento nella monotona prigione del tempo Per questo Attilio li aveva considerati due cavalieri senza Patria, destinati a vagabondare alla ricerca di un'idea che non avrebbero mai trovato: non ci sarebbero pi stati mari da solcare, n barche da varare: solo surrogati rifugi di miraggio. Forse non se ne rendevano conto e nella trappola della loro stessa inconsapevolezza pativano apparentemente passivi, il loro senso di colpa, incuranti e increduli delle inefficaci spiegazioni e forse anche della sofferenza.
Il Rougier aveva retto la disgrazia. Aveva perduto tutto, ma non le sue risorse, n il suo genio che non tard a riaccendere i riflettori su di lui. Fu costretto a vendere la Marilli e si trasfer a Genova
Nel suo studio teneva appeso come un trofeo l'attestato di Membro Corrispondente Ordinario dell'Istituto Superiore di Architettura Navale di Sua Maest Britannica. Quando lo guardava, dal suo volto traspariva un'espressione di religioso trionfo, non per il documento in s, ma per quanto rappresentava, come se esistesse una sorta di magia delle parole. Certo rappresentava anche un passato difficile, tormentato e tenebroso, che non appariva mai uguale alla sua memoria; e quell'attestato aveva l'invincibile capacit di tenere l quel passato, inchiodato al muro, fisso e riconquistato davanti ai suoi occhi. Era un pezzo di storia, della sua storia: un amuleto capace di sfidare il fluttuare del tempo e l'ombra del mutamento.
Come erano lontani i tempi delle battaglie industriali, delle incursioni nell'innovazione tecnica inesplorata.
Ogni tanto, nelle sue lettere ad Attilio, rammentava Mario, raccomandandosi di non farne cenno ad alcuno.
Anche la morte sembr accostarsi al suo letto con riguardo(24): il primato del Tashkent era ancora imbattuto e i numerosi progetti svelati dalla sua matita navigavano ancora con successo per i mari del mondo.
Attilio and a Varese per le esequie. Al suo ritorno, mentre il
treno attraversava Pisa, non pot fare a meno di pensare a Mario che se ne era andato cinque anni prima.
Si era ammalato a causa dell'amianto respirato nei cantieri. Lui ogni tanto andava a trovarlo. Passava le giornate nell'ossessione di spolverare anche le superfici pi pulite, terrorizzato com'era da qualsiasi pulviscolo.
In quell'ultimo periodo le visite di Attilio si fecero pi frequenti. Nel suo petto ormai infragilito, palpitava ancora il cuore fiero e nobile di un carattere introverso e romantico. Era un cuore capace di odiare e di amare con un'intensit singolare, come singolare era l'intensit azzurra del suo sguardo permanentemente segnato da una irriducibile indignazione.
Un febbraio aspro e brumoso era sul finire e quel pomeriggio gi profumava di primavera. Mario si trattenne con il suo ospite in un giardino ancora provato dai rigori dell'inverno ma ciarliero, dove un sole appena tiepido baciava i ciclamini e la mimosa in procinto di esplodere nel suo giallo trionfo piumato.
Mario avanzava con passo prudente per un sentiero ghiaioso che presto si sarebbe orlato di violacciocche: sapeva che non le avrebbe viste sbocciare. Inaspettatamente anche la capinera cess il suo zirlo quando, resistendo alla tosse, Mario chiese con il tono piano e consueto di un argomento domestico: "Lui?".
Poi si chin distratto sul profumo di una rosa d'inverno che sbucava da una siepe.
"Ci siamo sentiti per Natale. Dopo la pensione  tornato a vivere a Varese".
"Come far a stare lontano dal mare, uno come lui?!", si chiese Mario sottovoce con un sorrisetto sbigottito. Quindi, senza togliere lo sguardo dalla rosa color zafferano, sospir: "Non  incantevole? Tra poco tutto sar coperto di fiori e di coccinelle".
Anche Attilio guard quella rosa e sorrise tristemente, senza rispondere.
La malattia aveva dato a Mario una strana vitalit: pareva ormai una fiammella, un silvide di quel giardino; il suo lamento pareva, come spesso accade per gli anziani, una tragedia che lo isolava nel dolore.
Spesso ripeteva amareggiato: "La morte ti porta via, ma  la vita che ti ammazza"; non era mai pi riuscito a liberarsi dai fantasmi del suo dramma e aveva continuato a vivere sempre chiuso in un abito crepuscolare, che solo raramente concedeva spazio al suo sorriso intelligente e alla dolce espressione del suo sguardo azzurro.
Prima di partire Attilio lo abbracci e avvert, con un puerile disagio, lo scarno telaio delle ossa attraverso la stoffa del cappotto. Oltrepassato il cancelletto si volt. Mario era alla finestra e sollev la mano nella quale serrava uno straccetto; poi riprese a spolverare il davanzale(25).
Aveva ancora negli occhi quella immagine, quando l'altoparlante gracchi con voce bitonale: "Livorno. Stazione di Livorno".
Gemma osservava il suo ospite, ammutolita.
Il vecchio sospirava, inseguendo smarrito il suo sguardo fuor di finestra, come allora lo aveva gettato fuori dal finestrino del treno; e, come allora, sospir a voce alta lo stesso pensiero: "Ci sono cose che non possono compiersi malgrado la buona volont di tutti. Ecco, avevo assistito al quinto atto di una tragedia: erano tutti morti; e questo  quanto!".
Intravide per un attimo lo sguardo indagatore di Gemma che lo osservava di sbieco. Da molto tempo che gli occhi di una ragazza non lo squadravano in quel modo. Questo fu sufficiente a gettarlo nell'imbarazzo, come se quegli occhi fossero l, oltre il velario dei lunghi capelli, per giudicarlo. Ma forse erano l per civetteria, oppure per mascherare, compiacendola, la parabola dell'occhio storto.
Cos, sospeso di colpo il racconto, il vecchio torn come ad appisolarsi sopra la corrente dei propri pensieri, vagabondando sui ricordi di un'esistenza spazzata dal tempo. Quando poi quel suo vagabondare si sofferm su un certo punto, la sua elaborazione congetturale parve arrestarsi e, rivolgendosi alla ragazza, chiese come disorientato: "Come sono arrivato a tutto questo?".
Gemma, attonita, ebbe appena il coraggio di azzardare: "Ma allora la barca fu veramente affondata dal bombardamento?"; mentre la sua voce, pian piano, andava morendo in un sussurro.
Attilio si sovvenne e, tirato il fiato, torn a tuffarsi nel pozzo del tempo.
"Dalla mattina la contraerea era in preallarme. Figuriamoci: era gi tanto se quei poveri soldati avevano l'elmetto! Eravamo allo scalo Morosini, quando sentimmo il rumore di un aeroplano. Alzai la testa, come si faceva per abitudine ogni volta che passava un apparecchio, ma non vidi niente. Allora abbassai lo sguardo e notai un puntolino basso sul mare che, avvicinandosi a tutta velocit, mostrava sempre pi evidenti i suoi scarponi di idrovolante tedesco. Volava cos basso e cos vicino che si distingueva benissimo la faccia del pilota incorniciata da una vaporosa sciarpa bianca, mentre l'ombra dell'apparecchio scivolava sopra di noi come quella di un pescecane sopra un fondale sabbioso.
Alcuni operai sollevarono gli attrezzi agitandoli in aria. Anche il pilota tedesco, dal suo abitacolo, disegnava larghi segni con le mani, ma solo dopo un secondo passaggio si riusc a comprendere che non era un saluto ma il segnale di fuggire alla svelta; poi l'idrovolante si dilegu nella foschia, come richiamato da uno squillo di tromba. Poco dopo udimmo sorgere un altro rumore, cupo e sordo come il brontolio martellante di un temporale sopraggiungente.
Qualcuno ebbe appena il tempo di chiedere cosa fosse, che un uomo grid puntando il braccio verso l'orizzonte: mai visti tanti aeroplani in una volta sola. Decollati dalla Corsica, avevano virato sopra Cecina per far rotta verso Livorno e solo in quel momento suon l'allarme.
Tutti fuggirono nel panico assoluto inseguiti da un sibilo sinistro, quasi soprannaturale; e quando la prima bomba esplose, i pi non avevano ancora raggiunto il cancello. Una colonna di fumo nero e denso si sollev dal sussulto cavernoso della terra, che da quel momento cominci a fiammeggiare".
Ma il loro piano era ben congegnato e non si sarebbe certo incagliato sul primo assalto dei bombardieri americani; anzi, proprio quel terribile momento avrebbe segnato l'attacco della loro ultima battuta.
Al secondo passaggio dell'idrovolante, Attilio e il Direttore si erano scambiati uno sguardo complice e terrorizzato: il momento era giunto, previsto eppure inaspettato.
"Devo assolutamente prendere dei documenti in ufficio", esclam il Direttore; mentre Attilio, che gi aveva preso a correre contro la corrente degli operai che sciamavano tentando di fuggire, grid: "Non fate pazzie, non  il momento di perdere tempo".
Il vecchio si pass le mani tra i capelli e rimase con quelle incrociate dietro la nuca a fissare il modello della Marilli; poi si rivolse a Gemma e, guardandola negli occhi, come mai aveva fatto fino a quel momento, esclam: "Tutto quello che successe dopo, ancora stento a crederlo!".
Marilli era l.
A quell'ora, col sole alto sull'orizzonte, la luce argentina tagliava di sghimbescio il fianco dello scafo e filtrava con un ventaglio di lame attraverso i boccaporti socchiusi.
La sua corsa non sub interruzione quando Attilio balz sulla tuga e svan con un guizzo sottocoperta. Avvert di colpo una dolce penombra come a segnare un limite quasi silvestre tra l'accecante riverbero del cielo e l'oscurit della cabina permeata dai lamenti di fantasmi remoti. Avvert il caldo respiro della barca: come il piano ansito di un gigante dentro al sonno, come il sogno magico di un gufo rifugiato in qualche buco della torre.
Il ronzio degli aerei si faceva sempre pi forte. Dopo il primo morso di rapina, le squadriglie avrebbero banchettato con gusto divorando la preda come squali feroci.
Attilio avrebbe preferito continuare l'attesa e rimandare l'inevitabile quasi a provocare il Destino affinch si scatenasse davvero ma era costretto ad agire. Aveva poco tempo: non un secondo da
perdere. Allora si scosse e ramment che tutto era gi predisposto: il suo compito era perfettamente chiaro e sembrava perfettamente chiaro poterlo svolgere al meglio.
Due paglioli stavano appoggiati alla fiancata per facilitare l'accesso alla sentina. L, sul fondo, due tappi di ottone facevano bella mostra di s. Erano accuratamente ingrassati; bast infatti mezzo giro per svitarli e, lentamente, un rivoletto d'acqua cominci a farsi strada serpeggiando tra i madieri. Attravers gli ombrinali con la spavalderia di un generale alla testa delle truppe e si diresse indisturbato a conquistare ogni recesso che si arrendeva remissivo alla sua avanzata. Conquist la posizione e poi, rapidamente, cominci a salire di livello.
Il peso di Attilio, che si affannava avanti e indietro, favoriva l'ingresso dell'acqua che presto super le serrette.
Si affacci nel vano motore e una zaffata di combustibile lo avvolse lasciva.
Vittime di quel profumo inebriante, i suoi pensieri pi remoti cominciarono a vorticare dal particolare al cosmico, facendogli scoppiare la testa: Mario, il Direttore, Anastasia, Elsa. Gi, quella carogna di Elsa! Quel fantasma gli affollava la mente ferendolo pi di ogni altra cosa. Ogni angolo della barca la ricordava: forse ogni angolo del mondo. S'insinuava ovunque, distendendo in ogni luogo la sua ombra azzurra palpitante come una bandiera nel vento. E lei era fuggita senza dire niente, lasciandolo cos, a sprofondare nella pi desolante disperazione.
Cinque anni! Tanti ne erano passati: una rispettabile frazione di vita e ancora non se ne capacitava. Non riusc ad arginare la piena dell'odio che lo stava assalendo. Il grande amore l'aveva portato a scoprire e gustare l'odio: un sentimento viscerale, invincibile, dotato di una forza inimmaginabile, proprio come l'amore. Sarebbe morto di odio per lei, allo stesso modo in cui sarebbe morto per amore. Gli sarebbe bastato sapere che stava bene. Tutto l. Solo quello. Avere la sicurezza che lei stava bene e che tutto era a posto. Invece, se n'era andata via cos, in chiss quale Paese abbandonato da Dio; e l'unica cosa sicura era la profondit del dolore che ancora la sua assenza generava: dopo tutto quel tempo.
Solo allora lo colp, con dolorosa risonanza, il ricordo lontanissimo del loro incontro, tanti anni addietro, quando la conobbe e non la trov neanche simpatica: "Accidenti a te!", imprec; come se lei si trovasse l, di fronte a lui, aspettando il bacio che giocosamente pretendeva.
Gli parve di udire la sua voce e di sentire il suo sapore scendere gi per la gola. Guardandosi intorno con sgomento, sent declinare inesorabilmente la propria sorte. Avvert perfino l'ombra amara e gelida del Destino, come se, con il suo mantello, lo avesse sfiorato senza toccarlo e il boato dell'ora fuggita avesse echeggiato nell'universo. Agit il pugno contro se stesso e si sedette sull'angolo della cuccetta accanto al tavolo di carteggio, mentre i raggi di un sole caldo e indifferente inondavano gli obl con bionde iridescenze. Cerc di non cedere alla tentazione di quei fantasmi e prosegu nel suo compito con gesti rapidi e decisi.
Anche la manichetta del raffreddamento era stata allentata, ba sto quindi tirarla appena per staccarla dal collettore. Con gesto risoluto Attilio avvi il motore e quello immediatamente si schiar la gola con la sua voce di basso, perso chiss in quale illusione. Sembrava un richiamo proveniente da molto lontano, ma lui non vi dette peso e sorrise amaramente.
L'acqua di raffreddamento zampillava nel vano motore al ritmo intermittente tossicchiato dai pistoni, mescolandosi con quella che gi allagava la sentina: un'emorragia subdola, letale e irreversibile che la Marilli accolse senza resistenza e senza abbandono, come un'amante passiva, quasi astratta.
Il patto tra l'uomo e la barca era stato ormai spezzato, violato, disgregato nella tossetta rauca del motore. Era un patto fatto di prodigi e di complicit: un patto sacro, sancito dalla cortina d'annose incrostazioni, come denti di cane appesi alla chiglia di galere crociate. Nel caleidoscopio dei ricordi, Attilio confondeva la voce del motore con l'eco dei suoi ricordi e con l'inesorabile rombo dei bombardieri che avanzavano scaglionati tranciando fragorosamente il cielo.
Cammin con l'acqua alle ginocchia fino al tavolo di carteggio mentre la paura gli inaridiva la bocca.
Un nastro di pallida luce lambiva gli strumenti della stazione meteorologica, amplificando la prospettiva prodiera che fuggiva nei biechi riflessi dell'acqua che saliva.
Attilio fiss il sagittario. Con un cacciavite svit il disco e, non potendo fare a meno di replicare al motto "Sapere Aude" che occhieggiava dal bronzo, borbott: "Altro che vivere saggiamente. Qui ci lascio le penne".
Sotto a quello un altro disco apparve: identico, appena pi piccolo da essere contenuto nel primo: una sorta di aurea matrioska.
Conteneva preziosissimi studi microfilmati; ed era sempre stato l, nascosto sotto gli occhi di tutti. Una guarnizione avrebbe impedito l'ingresso dell'acqua al suo interno. Una volta affondata, la barca avrebbe protetto quei documenti da mani avide e occhi indiscreti. E dalle bombe. E forse, un domani, avrebbero potuto garantire un futuro al Direttore e alla sua famiglia. Quel segreto contenitore era stato fuso in oro massiccio ma la melma, le alghe e il tempo lo avrebbero reso simile all'ottone giusto il tempo di non dare nell'occhio in un futuro recupero.
Sistem il disco d'oro al suo posto, strinse bene le viti e pass una mano sopra il sagittario in segno di carezza; poi avvolse quello di ottone in un panno e lo infil nella bisaccia. Sarebbe stato facile farlo ritrovare tra le macerie: avrebbe placato, almeno per un po', la foga dei tanti segugi sguinzagliati alla sua caccia.
Non restava che dare il colpo di grazia alla barca.
Avvert un inatteso senso di vergogna per quella vilt e la sua fronte si imperl di un sudore riluttante. Impugn uno scalpello e, assestati due colpi secchi con una mazzetta, stacc di netto pezzi di tavola tra le costole. Un fiotto d'acqua nera invase il ventre della Marilli, vorace e precipitoso. Attilio balz fuori bordo, mentre lei si reclinava sul fianco; quando si volt, la poppa di Marilli era gi stata ingoiata dal mare.
Uno svagato soldo di luna pendeva sopra l'orizzonte e osservava incurante le sagome dei bombardieri che aravano il cielo con grasse scie di bianco vapore.
Marilli lesse quei segni nel cielo di biacca come un alfabeto vagante, messaggero di morte; e d'un tratto cominci ad affondare con velocit impressionante. Cigolando in un'agonizzante torsione, sollev la prua in un lamento, come una raccomandazione, e poi spar, sotto la superficie nera dell'acqua, esalando in una grossa bolla gorgogliante il suo ultimo respiro.
C'era qualcosa di simbolico e contraddittorio in quella scena: invece dell'arca che galleggiando aveva salvato il mondo dal diluvio, Marilli salvava i segreti dell'industria colando a picco; forse si annidava in quel sacrificio il significato pi intimo di tutta la vicenda: si annidava nel sacrificio il senso pi alto dell'esistenza.
Poi le bombe ripresero a cadere, martellando con fragore il subito panico.
Il vecchio si port alla bocca il bicchiere che vuot con due sorsi svogliati, e lo fece con l'aria di chi ingoia una medicina amara.
"Ecco la risposta alla sua domanda: il Rougier non ha mai affondato la sua barca. L'ho fatto io", e sospir sollevando le spalle, come se ancora ne avvertisse il rimorso.
Continu a fissare con sguardo errante la forma della vita sgretolarsi; poi not l'espressione stralunata di Gemma e il suo occhio imbizzarrito voltato per dispetto, incurante di ogni estetica.
Attilio aveva ricordato tutto con chiarezza e l'aveva raccontato senza fretta, aspettando che le parole si staccassero dal profondo e vagassero un po', prima di poter uscire con un soffio di memoria. Non aveva avuto smarrimenti n indulgenze, non aveva dimenticato n confuso, tantomeno si era lasciato influenzare dai sentimenti, ora come allora. E ora come allora, non ci sarebbe stato pi niente da spiegare; solo sopportare, nel tentativo di mettere ordine tra la confusione della vita. Solo cos era stato possibile continuare.
"Quando ripenso a quel periodo, appellandomi a tutta l'obiettivit di cui sono capace, non posso fare a meno di vedere un'amara ironia nel fatto che tutte le accuse erano false: quella fatta a Mario e quella fatta al Direttore. Tutto era stato architettato in nome del potere e della sopraffazione: anche se a loro, doppiamente vittime, non interess mai saperlo".
Cos Attilio riport ogni cosa all'unit, elaborando anche le ultime congetture e mostrando allo sguardo allibito della sua giovane ospite un universo realizzato cos concretamente e minuziosamente da ricordare il modello di una di quelle navi che i marinai inventano e poi inseriscono in una bottiglia di vetro.
Non c'era stato spazio per il caso n per la fortuna. Tutto era stato regolato da leggi occulte: mossa contro mossa. E forse era in obbedienza a quelle che gli uccelli migrano e il mosto fermenta.
Il resto della vita era stato un monotono susseguirsi di tristi vicende.
"Per chi ha vissuto momenti come quelli...  difficile riprendersi, cara dottoressa, e tornare sulla breccia dell'onda. Anche solo moralmente intendo. Come diceva Mario -  la vita che t'ammazza -. Tuttavia, ti lascia un suo messaggio; perch ha un suo messaggio, che solitamente sfugge alla categorica presunzione della mente".
Quella fu la storia che Gemma apprese dal vecchio. Ma apprese anche che, purtroppo, egli non si sentiva un gran che cambiato:... Il tempo era fuggito cos velocemente che il suo spirito non era riuscito a invecchiare. Aveva catturato qualcosa di importante alla vita e aveva cercato di imprigionarlo nel suo racconto per condividerlo con lei in quel pomeriggio di maggio.
Lei, che inizialmente si era chiesta che cosa il vecchio avesse inventato e cosa avesse taciuto, adesso aveva l'intero racconto davanti ai suoi occhi: unito, organico e raccolto. Quando interruppe quella visione, ebbe giusto il tempo per comprendere quanto fosse divenuta anche lei, suo malgrado, personaggio di quel racconto, deputato alla conservazione di Marilli e di quella sua strana vicenda.
Anche a lei adesso sembrava che Marilli fosse sempre esistita. Non era pi una barca, ma un luogo dove tutto era cominciato e tutto si era compiuto: un luogo senza il quale, il vecchio, e forse anche lei, non avrebbero pi saputo chi essere.
Quando si erano incontrati non avevano saputo che dirsi, adesso si sentivano fratelli di sangue come in quei riti iniziatici di certe sette occulte.
Attilio smise di tamburellare sul dorso della cornice che ancora teneva sopra le ginocchia. Gemma se ne accorse; e come lui avvert quel suo sguardo posato, gliela porse.
Si aspettava un giovane abbronzato ardimentare intorno al genoa; invece fu trafitta, quasi ipnotizzata, dallo sguardo ridente di una ragazza che faceva capolino da una sdraio torcendo le morbide spalle vestite solo di sole. E la fissava, con quello strano sortilegio mediante il quale gli sguardi di certi ritratti ti seguono fissamente ovunque ti sposti.
Quando Gemma torn a guardare Attilio, il vecchio sfog la sua malinconia abbozzando un sorriso, ma non riusc a dire nulla. Rimasero immersi in quel silenzio per un momento imbarazzante. Poi, spalancando gli occhi che da opachi si fecero per un istante luminosi, ebbe la forza di sospirare: "Bella eh!", come se ancora ne fosse innamorato ma non riuscisse a capacitarsene: come condannato ingiustamente a quella pena a vita.
Gemma, senza nascondere un certo pudore, ebbe l'impertinenza di sussurrare con tenerezza: "Deve averla amata molto...".
"Troppo. Troppo" rispose il vecchio, "ma d'altra parte l'amore d corpo a ci che l'innamorato sa essere un'illusione; tuttavia, pur sapendolo, lui ama quell'illusione pi della realt". Infine, soggiunse con un sospiro: "Era il mio punto di appoggio. Con lei avrei potuto sollevare il mondo!".
Forse non si erano compresi, pens Gemma; e quella incomprensione aveva travalicato di molto i loro orizzonti.
"L'ha pi rivista?" chiese allora sotto l'impulso della propria curiosit.
"Solo per sentirmi dire che non era pi innamorata di me".
Gemma lo fiss con una dolce tristezza e lui aggiunse con un sorrisetto increspando appena la fronte: "Le pare mai possibile...".
"Lei deve assolutamente venire a bordo. Assolutamente! Anzi, la prego di pranzare con noi", disse Gemma perentoria. La ragazza non vedeva l'ora di raccontare tutto ai suoi, tuttavia non riusciva a nascondere un velo bagnato tra le palpebre.
Uno scampanellio di chiavi distrasse i loro pensieri e udirono
una porta distante che si apriva; poi un trepestio di piccoli passi sopraggiungenti invase il silenzio che fino a quel momento aveva regnato nella casa. Gli squilli di una voce argentina risuonarono nel corridoio anticipando l'ingresso di una bimbetta che, sorpresa da quella presenza estranea, si precipit tra le braccia del nonno. Era bianca e pura, aveva occhi insaziabili e un respiro che appena le inumidiva narici di cera.
Gemma le sorrise.
"Bon jour. Comment tu t'appelles?", squitt la bambina con civetteria. Poi si rituff tra le braccia del nonno, come se quel gesto avesse il potere di cancellare dal mondo chiunque.
"Ora c' questa fissazione che i bimbi devono imparare le lingue", sospir Attilio con intolleranza.
"Certo  un po' piccola per andare a vela!", sentenzi Gemma che intanto si era alzata per accogliere chi stava seminando leggeri passi lungo il corridoio.
"Vedo che mi comincia a conoscere", rispose Attilio con soddisfazione.
La bambina pretendeva il centro della scena e stuzzicava il cardigan di Attilio, fiera di mostrare alla sconosciuta le parole magiche scritte sulla pelle del nonno.
Nei contorni azzurrini di un vago tatuaggio Gemma riusc a decifrare la scritta Vuxr| Axnegy/^ev (scritta in cirillico non tradotta).
"Abbiamo ospiti", squill in quel momento una voce matura di donna.
Gemma si alz per andare incontro alla signora che stava affacciata sulla porta. Ma quando si volt rimase impietrita.
Elsa squadrava inquisitoria quella ragazza che teneva in mano il suo ritratto; mentre lei continuava a fissarla allibita come se la conoscesse da sempre.
Allora Elsa le rivolse un sorriso incerto e, sentendosi arrossire, ebbe appena il fiato di pronunciare uno sconcertato: "Buonasera...".
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FINE.
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Note.
23. Dante, Tre donne intorno al cuor mi son venute (canzone).
24. Achille Rougier si spense nel febbraio del 1971, all'et di ottantadue anni
25. Mario Vezzi si spense nell'autunno del 1966.
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INDICE.
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In ricordo di mio padre.
A mio padre.
Prologo.
Capitolo 1. La Storia e la storia.
Capitolo 2. L'ombra rifiutata.
Capitolo 3. Tashkent: il mito!
Capitolo 4. Marilli: le ali della fantasia.
Capitolo 5. Mario: gli occhi azzurri della libert.
Capitolo 6. Achille: l'elogio alla razionalit creativa.
Epilogo.
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Fine INDICE.
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L'autore ringrazia:
Archivio di Stato Livorno. Archivio Storico Fondazione Ansaldo di Genova. Emeroteca del Comune di Livorno.
Coloro che con la propria testimonianza verbale hanno contribuito alla ricostruzione storica della vita in Cantiere: Mirto Bernardini, Emilio Braccini, Carlo Carletti, Giorgio Demi, Domenico Martori, Adriano Netto detto "Piero", Uberto Orlando, Carmelo Triglia, Alessandro Vezzi.
Per la preziosa testimonianza e i fondamentali contributi forniti sulla vita privata di Mario Vezzi e di Achille Rougier: Paolo Stefanini e Grazia Bertini Vezzi. Marilli Badessi Rougier.
Un ringraziamento particolare a Edda Conte Pellegrini.
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Fonti bibliografiche
Marchi e M. Cariello, Cantiere F.lli Orlando, 130 di storia dello stabilimento e delle sue costruzioni navali, Livorno, Belforte Editore Libraio.
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FINE.