ALINA BRONSKY.
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OUTCAST. 
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Titolo originale: Spiegelkind.
Traduzione di: Leonella Basiglini.
2014. Edizioni Corbaccio, MILANO.
ISBN 978-88-6380-528-4.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
             http:\\www.galiano.it
      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Presentazione.
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IL ROMANZO CHE KERSTIN GIER, AUTRICE DI RED, BLUE, GREEN E SILVER, HA DEFINITO SPLENDIDO. 
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Juliana ha 15 anni e vive in una societ rigidamente strutturata dove i
Normali controllano tutto e si tengono rigorosamente lontano da coloro che si comportano in modo anticonvenzionale. Juliana frequenta il liceo, abita in un quartiere ordinatissimo e segue tutte le regole della Normalit. Suo padre, esempio di omologazione e sua madre, una pittrice per hobby e pi
originale, sono separati. All'improvviso la madre scompare, la casa  sottosopra e piena di polizia e il padre sembra stranamente tranquillo. Cosa succede? E perch Julie sente suo padre definire sua madre una fata, uno degli essere pi temuti e disprezzati dalla societ dei Normali? In una corsa contro il tempo Julie dovr confrontarsi con una realt ben diversa da quella in cui  cresciuta. Dove le cose e le persone non sono bianche o nere e dove la diversit, l'originalit sono fonti di ricchezza e non cose da combattere. Ma  pericoloso l fuori, violento e pieno di sorprese. Julie ritrover sua madre? E trover se stessa?

L'AUTRICE.
Alina Bronsky, classe 1978,  stata una studentessa di medicina e copy pubblicitaria fino al giorno in cui ha inviato il suo manoscritto ricevendo immediatamente un'offerta da tre editori.
Apprezzata subito dal pubblico e dalla critica tedesca pi prestigiosa, ha ricevuto importantissime nomination a vari premi letterari. Lo Spiegel l'ha definita una delle voci pi promettenti della nuova generazione. I suoi romanzi sono in pubblicazione in oltre 15 paesi del mondo, tra cui gli Stati Uniti.

Prologo
Devi aiutarmi dice lui. Senza di te sono perso. Se accetti, se resti con me, se mi salvi, non te ne pentirai mai. Non ti pianter mai in asso, te lo prometto. Io ti protegger.
Sai cosa succede se non mantieni la promessa replica lei. Non me lo sono inventato io,  la Legge a stabilirlo.
Corre voce che vi facciate da soli le vostre Leggi.
 una bugia.
Silenzio.
Andiamo, so che lo vuoi anche tu conclude lui.
Lei tace.
Siedono all'ombra, lei  pi giovane di adesso. Non riesco a vedere i loro volti, ma il modo in cui lei china la testa, il modo in cui lui alza le spalle... li riconoscerei ovunque.
La ragazza  mia madre. L'uomo  mio padre.
Apro gli occhi,  notte, sono nel mio letto, sotto le coperte. Le cicatrici sulle spalle mi prudono.
Non era un sogno. Sono stata non so dove, ho visto cose che non avrei dovuto vedere.
Cose legate a quello che sono. Cose che non dovevo sapere.
La scomparsa
Meglio se non vedi disse mio padre sbarrandomi la strada.
Perch? domandai, cercando di infilarmi sotto il suo braccio appoggiato allo stipite. C'ero quasi riuscita, quando mi sentii afferrare per il cappuccio.
Ora meglio di no.
Ma perch? Scossi la testa per liberarmi dalla presa. Di solito evitava ogni contatto fisico.
Lasci andare il cappuccio, ma in compenso mi afferr per le spalle. Sentii il peso delle sue mani. Pap era alto e magro, non certo un tipo robusto, piuttosto direi una specie di salice piangente. Si chin verso di me per guardarmi negli occhi. Ricambiai lo sguardo, e lui distolse il suo.
Che significa? Mi liberai dalla sua stretta. Che ci fai qui?
Juli disse, stavolta senza guardarmi. Devo dirti una cosa.
L'avevo capito, si comportava in modo troppo strano. E poi, che ci faceva a casa nostra? Era la settimana della mamma. Quando era il suo turno, pap non doveva farsi vedere in giro, e viceversa. Era l'accordo stabilito dagli avvocati, i miei genitori l'avevano sottoscritto in tribunale.
Avrebbe perso di validit solo in caso di necessit.
Il cuore cominci a martellarmi contro le costole, mi sembrava di aver inghiottito Zero, il nostro canarino. Mi dominai per nascondere la paura che mi cresceva dentro.
Juli, figlia mia. Parl con una dolcezza insolita. Devo dirti una cosa.  successa una cosa orribile.
Detti uno strattone e riuscii a entrare in casa.
Corsi lungo il corridoio buio, tutte le porte erano chiuse. Riuscivo a malapena a vedere, fuori il sole era accecante. Inciampai sulle scarpe lasciate dai miei fratelli, Jaro  e Kassie. Nelle settimane in cui era di turno la mamma, ogni cosa era fuori posto. Nelle settimane in cui era di turno pap, le scarpe erano nella scarpiera, le tazze nella credenza, con i manici rivolti tutti nella stessa direzione, e i giornali nel portariviste ordinati secondo la data d'uscita.
Spalancai la porta del soggiorno.
Nemmeno io, la mamma e i miei fratelli avremmo mai potuto fare un caos simile.
I giornali erano sparpagliati sul pavimento. I vasi dei fiori rovesciati, la terra sparsa qua e l, gli steli spezzati e i petali sospesi nell'aria donavano alla stanza un'allegria fuori luogo. Le mensole dei libri erano vuote, i cassetti tirati fuori. La gabbia di Zero era aperta. A parte la piuma gialla che svolazzava attaccata alla grata, era vuota.
Mi appoggiai allo stipite della porta, mi lasciai scivolare a terra e mi morsi le mani per l'agitazione. Ladri. C'erano stati i ladri.
Pap mi raggiunse e mi si accovacci accanto.
Non dovresti vedere uno spettacolo cos orribile disse.
Mi voltai a guardarlo e lui si allontan.
Non so quando  successo, ma a un certo punto qualcosa nel nostro rapporto  cambiato.
Quando ero piccola, veneravo mio padre. Poi dall'adorazione sono passata all'affetto e, un bel giorno, mi sono ritrovata a commiserarlo. Quando la mamma decise di lasciarlo, fu un duro colpo per lui.
Dopo la separazione scoppiava a piangere gi a colazione. Succedeva all'improvviso, al che io e i miei fratelli, imbarazzati, abbassavamo lo sguardo sui croissant. Se gli capitava di incrociare per strada il vicino, si sfogava anche con lui, dicendo che la mamma si era comportata male ad
abbandonare come un fulmine a ciel sereno la nostra bella famiglia unita. Se fosse stato qualcun altro ad agire cos, l'avrebbe giudicato vergognoso.
La storia del fulmine a ciel sereno non era per niente vera: da anni in casa c'era aria di temporale, l'atmosfera era carica di elettricit, i tuoni brontolavano all'orizzonte. La mamma aveva lasciato pap, ma non la famiglia. Jaro, Kassie e io c'eravamo ancora e la mamma non aveva certo
intenzione di trascurarci.
Ciononostante, sulle prime mi ero arrabbiata con lei per tutte le sofferenze che doveva patire pap per colpa sua. Un giorno, per, persi la voglia di consolarlo. Entr una volta di troppo in camera mia, io ero quasi addormentata, mi svegli per raccontarmi che si sentiva solo e che, in quanto figlia maggiore, avrei dovuto dedicarmi ancora di pi a lui. Un controsenso, visto che fino a quel momento non aveva fatto che ripetere che avrei dovuto godermi spensierata gli ultimi anni dell'infanzia, prima
che arrivasse la parte seria della vita. Al contrario di lui, dovevo solo preoccuparmi di andare a scuola e di imparare qualche regola. A suo tempo, per lui non era stato cos, dovevo ritenermi fortunata.
Probabilmente aveva ragione: a parte la separazione dei miei, per anni non avevo avuto grandi
motivi di stress. Andavo a scuola in autobus e tornavo a casa. Avevo la sensazione che le faccende
domestiche si facessero da sole. Nessuno mi chiedeva di badare ai miei fratelli: ci pensavano pap e
mamma o i nonni. Non andavo mai a fare la spesa, non cucinavo. Dovevo solo tenere in ordine la mia
stanza.
A volte quasi mi annoiavo.
Quando pap cominci a pretendere il mio sostegno, sulle prime cercai di accontentarlo. Facevo
del mio meglio per prendermi cura di lui. Gli permettevo di accarezzarmi la testa e di piagnucolare che
ero il suo tesoro pi grande, anche all'una e mezzo di notte correvo a portargli i fazzolettini
profumati che produceva la sua ditta: in casa ne avevamo in gran quantit e di ogni fragranza. A poco a
poco, per, smisi di credergli.
Sapevo fin troppo bene che aveva molte facce. Faceva l'amministratore della Hydragon, una
ditta di prodotti per l'igiene, e da piccola era sempre un'emozione quando avevo il permesso di andarlo
trovare. Fu l che scoprii che sapeva cambiare il tono di voce a seconda dell'interlocutore. Con la
segretaria era freddo o dispotico. Con alcuni colleghi talmente affettuoso che parevano membri della
nostra famiglia. Una volta, poi, assistetti a una scena al limite dell'incredibile: durante il colloquio con
un uomo minuscolo e rugoso, incrociando curiosamente le gambe e piegandosi su se stesso era riuscito
ad abbassarsi di una spanna senza darlo troppo a vedere. Stava parlando con un pezzo grosso della
ditta.
A un certo punto, quando pap arrivava con la valigia per iniziare la sua settimana con noi e,
prima che la mamma se ne andasse, si fermava in cucina a parlare con lei di cose importanti, io
cominciai ad andare in camera mia. Loro la chiamavano la consegna, neanche fossimo pacchetti con
su scritto Attenzione, fragile!
Tua madre  scomparsa annunciarono pap e i poliziotti che fotografavano con i loro flash
tutto quel caos. Una volante parcheggi davanti alla porta di casa e un uomo ci raggiunse in cucina. Mi
avevano detto di restare seduta e lasciar lavorare in pace gli agenti, perci ero in cucina insieme a uno
dei poliziotti che mi parlava del nipote, che aveva pressappoco la mia et, tredici anni, e che era un asso
del tennis.
Io non ho tredici anni, ne ho quindici! dissi seccata. E mia madre non  scomparsa. Qua
dentro  successo qualcosa di terribile, lo vedrebbe anche un cieco. Sui successi al tennis del nipote,
avrei sorvolato anche in circostanze migliori: odiavo il tennis. Purtroppo non ero brava in nessuno
sport. Ma il poliziotto sembrava non sentire. Probabilmente si era specializzato nel ridurre in poltiglia il
cervello di adolescenti traumatizzati, in modo che non disturbassero durante i rilievi.
Io, per, volevo essere d'aiuto. Volevo che si mettessero subito all'opera e che ritrovassero mia
madre. Le persone non possono sparire di punto in bianco, di certo non in pieno giorno e in casa
propria. Non nella nostra era: l'era della Normalit Assoluta.
Perci correvo in continuazione dai poliziotti che passavano al setaccio la casa, alzavano tappeti
e giravano specchi, come se sotto o dietro ci fosse nascosta mia madre.
Stamattina era tutto ok, la mamma ci ha preparato la colazione, era di buonumore e voleva
dipingere tutto il giorno. Poich ogni minimo particolare poteva essere importante, rovistavo nel
cervello alla ricerca di ogni minuzia che potesse condurre a una spiegazione.
Non mi ascoltarono. Come se non esistessi. Si riunirono in soggiorno, si scambiarono occhiate e
cosa fecero? Non credevo ai miei occhi. Cominciarono a mettere a posto. Raccolsero i libri e li
riposarono sulle mensole. Pap fece una smorfia: avrebbe preferito che li sistemassero in ordine
alfabetico, ma i poliziotti non potevano certo saperlo.
Uno di loro arriv con uno scopino. Che scena ridicola vedere quel gigante chino a spazzare via
la terra dei vasi dal pavimento. Un altro raccolse i giornali e li ammucchi sul davanzale. Un altro
ancora guard sbalordito la gabbia di Zero, quasi stentasse a credere che fosse davvero vuota. Poi
richiuse la porticina con un'espressione eloquente.
Corsi in soggiorno a riaprire la porta della gabbia. Deve restare aperta, se Zero torna dissi.
Capitava spesso che Zero andasse in giro, la mamma gli apriva sempre la porta e lui aveva sempre
ritrovato la via di casa.
Pap mi guard scuotendo la testa. Ti ho detto di restare in camera tua.
Credevo che avessi detto in cucina. La mamma era sparita, qualcuno aveva devastato casa
nostra: che importanza aveva in che stanza fossi?
E credevo anche che non si dovessero distruggere le impronte sulla scena di un delitto. Parlai
a bassa voce, ma sentirono lo stesso. Di colpo, sembr che sulla stanza fosse calata una cortina di gelo.
Per un attimo tutti smisero di spazzare e riordinare cronologicamente i giornali, e concentrarono gli
sguardi su di me.
Chi ha mai parlato di delitto, tesoro? domand uno dei poliziotti, un tipo grassoccio con una
pelata rosa e tre stelle sul braccio.
Cercai di ricordarmi le lezioni di Legislazione al liceo, anche se erano pi utili i polizieschi che
ogni tanto pap guardava sui canali di intrattenimento. Da quando avevo compiuto quattordici anni,
avevo il permesso di vederli anch'io.
Quando una persona viene portata via con la forza,  un delitto tentai di dire.
Ma chi dice che sia stata portata via con la forza, piccola mia?
Guardai i poliziotti, le loro facce lucide. Nessuno mi aveva mai parlato in questo modo.
Io dissi. Lo dico io. Hanno portato via mia madre e ne hanno approfittato per ribaltare la
stanza.  chiaro come il sole.
I poliziotti si scambiarono occhiate e risate. Sembravano mansueti, ma qualcosa in quelle loro
risate mi faceva paura.
Il tipo grassottello e pelato mi si avvicin. La scelta di starmi cos appiccicato fu un errore
strategico. Era piuttosto basso, mentre io ero pi alta di quasi tutti i compagni di scuola. Perci buona
parte della sua altezzosit spar nel momento esatto in cui, dopo avermi dato una pacca sulla spalla, mi
disse in tono bonario: Non c' il minimo, il bench minimo indizio che tua madre sia vittima di un
atto violento, bambina mia.
Ma  evidente che  sparita. Nel nulla. O sbaglio? Tentai di sembrare ragionevole e calma,
anche se non era per niente facile.
Il tizio si illumin ancor di pi e mi dette un'altra carezza. Ebbi un sussulto. Avevo paura che le
sue dita scivolassero gi fino a toccare la cicatrice accanto alla scapola sinistra. Se fosse successo, lo
avrei colpito di riflesso: non c'era punto del mio corpo pi sensibile di quello.
Ma non doveva succedere, per nessun motivo. Mi ero presa gi troppe libert. In fondo, potevo
solo sperare che la smettessero di prendermi in giro come se nulla fosse successo e cominciassero a
cercare mia madre. Quindi dovevo darmi un contegno e essere almeno gentile.
Una delle materie complementari insegnate al liceo era Elusione dei conflitti. Si trattava di un
corso facoltativo, ma pap aveva insistito perch lo frequentassi. La lezione consisteva principalmente
nel formulare frasi collegate fra loro ma talmente contorte che alla fine l'interlocutore aveva
dimenticato l'argomento della discussione. Secondo pap si trattava di una delle capacit pi importanti
nell'era della Normalit. E intanto mi serviva a evitare battibecchi sia a scuola sia a casa.
Probabilmente Elusione dei conflitti era stato il corso preferito di pap a scuola, perch
quando litigava con la mamma non faceva mai un figurone. Lei, invece, urlava a gran voce. Certe volte
i piatti volavano e finivano sul tappeto, pap si proteggeva la testa con le mani e la mamma, urlando a
squarciagola, ci ricordava che nel nostro quartiere le pareti delle case erano sottili. Come se, in
momenti simili, fosse lucida.
Tua madre non  qui, e allora? mi disse il poliziotto. Lo sai, piccola, a volte capita che alle
mogli passi la voglia e se ne vadano. Lo capirai meglio quando sarai grande. Rise.
E, allora, chi ha lottato qua dentro? domandai.
Dove? L'uomo in divisa si guard intorno. Seguii il suo sguardo ed ebbi la sensazione di
essere finita in un tranello. Nel frattempo la stanza era tornata quella di sempre, mancava solo il
cinguettio di Zero.
Ma io l'ho visto con i miei occhi dissi. Era tutto sottosopra.
Ma no replic il poliziotto facendo un gesto di diniego con la mano.  stato solo un
ladruncolo, un povero Freak che si  arrampicato dalla finestra in cerca di soldi e computer.
Probabilmente gli sono girate le scatole perch non ha trovato quello che sperava e vi ha lasciato un bel
ringraziamento. Di casi simili ne conosciamo anche troppi. Il consumo di droga tra i Freak  un
problema sempre pi grave. Il poliziotto sospir e raccolse la costa strappata di un libro che il collega
aveva dimenticato a terra.
Rimasi in silenzio. Che cosa potevo rispondere?
Un ladro che penetra in una casa del quartiere, a un'ora del giorno in cui le casalinghe sono ai
fornelli e possono vedere dalla finestra della cucina la targa delle auto di passaggio? Anche se fosse,
sarebbe stato un ladro molto stupido. O fuori di testa.
Per sicurezza, cambiamo la serratura e poi torner tutto come prima disse il poliziotto, e i
denti d'oro resero cos sfavillante il suo sorriso che dovetti chiudere gli occhi.
E mia madre? domandai.
Be', le mamme vanno e vengono. La sua risata fu troppo fragorosa persino per mio padre.
Va' in camera tua a fare i compiti mi disse in tono brusco, come se fosse tutta colpa mia.
Obbedii, perch non volevo che vedessero le mie lacrime.
Una Fata
Volevo tanto credere che la mamma se ne fosse andata di sua spontanea volont e che presto
sarebbe tornata. Ma per quanto mi sforzassi di farlo, mi sembrava un'assurdit. Non avevo nemmeno le
chiavi di casa e lei lo sapeva. Non usciva quasi mai. Al mattino aveva in programma di dipingere tutto
il giorno, fino a che non rientravamo noi da scuola. Prima Kassie e Jaro, di solito quel giorno io avevo
lezioni anche nel pomeriggio, ma stavolta erano saltate. Per quanto pap cercasse di dipingerla come
una che alla sera non sa pi cosa ha detto al mattino, la mamma era una persona affidabile.
Smetti di parlare cos di lei! gli urlai, quando la sera dopo la scomparsa lo sorpresi a dire ai
miei fratelli che molto probabilmente era partita per un viaggio.  una dalle idee strane, spieg, magari
ha conosciuto uno, va a sapere cosa le passa per la testa.
La mia era sul punto di esplodere per la rabbia.
Pap e i miei fratelli erano seduti al tavolo della cucina  Jaro gli con occhi sgranati, teso come
un arco, Kassie abbandonata sulla sedia, un occhio strizzato. Pap stava raccontando quel che era
successo, la sua versione dei fatti. O almeno cercava di farlo. Passai oltre, non ce la facevo ad
ascoltarlo.
Tutte balle. La mamma non si sarebbe mai volatilizzata cos! Era sempre contenta quando
arrivava il suo turno di stare con noi, e quando toccava a te le mancavamo! Lei non si lamentava tutto il
tempo come fai tu!
Pap si interruppe e mi guard con un misto di rabbia e sorpresa. I miei fratelli restarono muti e
impauriti, e persino io mi stupii di come mi ero rivolta a mio padre. Non avevo mai usato un tono
simile con lui. In fondo, ero una liceale modello, una ragazza ben educata.
Appena arrivati a casa, Jaro e Kassie si erano gettati al collo di pap. Per quanto poco convinto,
aveva dichiarato di avere tutto sotto controllo, ma anche loro intuivano che era successo qualcosa di
brutto. Al contrario di me, credevano a ogni sua parola. A quanto pare, per, questo non bastava a
consolarli.
In realt mi ero ripromessa di tenere la bocca chiusa. Il sospetto che alla mamma fosse accaduto
qualcosa di brutto volevo tenerlo per me, non volevo piangere, non volevo arrabbiarmi, per non
spaventare ancor di pi i miei fratellini. Non dovevano provare il mio stesso senso di abbandono, non
dovevano stare male. Ciononostante, non potevo sentire le stupide bugie di pap su nostra madre.
Se lo ripeti un'altra volta, non ti parlo pi sibilai, prima che prendesse in braccio Kassie.
Amava portarsela in giro. Quando c'era pap, lei si comportava come una bambinetta, ma era una gran
furba.
Non so come, riuscii ad arrivare viva alla fine della giornata, mangiai un paio di panini per
cena, mi lavai i denti e mi infilai a letto. Dopo aver girato pi volte la chiave nella toppa, mi
raggomitolai sotto le coperte. Era la prima volta che mi chiudevo a chiave nella mia stanza.
Sentii Jaro piangere in corridoio. Buss alla mia porta, ma avevo infilato la testa sotto il cuscino
per prendere sonno. Jaro continuava a bussare, ma non mi mossi dal letto. Non potevo occuparmi anche
di lui, stavo gi abbastanza male per conto mio.
Finii per restare sveglia tutta la notte a rimuginare.
Rinunciai a ogni tentativo di prendere sonno. Non facevo che pensare a quello che era successo
durante la giornata, a partire dall'attimo in cui avevo capito che qualcosa era andato storto.
Probabilmente era stato l'istante esatto in cui avevo visto pap sulla porta. Non ero contenta di
vederlo, non era la sua settimana. Ero preparata a un litigio tra i miei genitori, sulle prime avevo
pensato che pap avesse violato di nuovo gli accordi. Capitava che si facesse vivo quando era di turno
la mamma solo per dire ciao! Si aggirava per la cucina, voleva parlare con noi, ci faceva innervosire.
Quando se ne andava, eravamo al settimo cielo. In fondo esisteva un accordo, e di solito pap aveva la
fissa degli accordi, specie se scritti.
Pi rimuginavo, pi stentavo a credere che alla mamma fosse successo qualcosa di brutto. Mi
rifiutavo di crederlo. Partivo dal presupposto che era tutto un malinteso, magari un piccolo incidente,
uno stupidissimo ladruncolo che la mamma aveva... colto sul fatto?
In un modo o nell'altro, la situazione si sarebbe chiarita, la mamma sarebbe tornata a casa, pap
se ne sarebbe andato e avrebbe cominciato il suo turno settimanale un giorno pi tardi, per compensare
questo giorno extra.
Era previsto dagli accordi: ciascun genitore era tenuto a recuperare il tempo perso causa forza
maggiore. Ultimamente, per esempio, pap spesso stava male e cos era la mamma a occuparsi di noi
anche durante il suo turno. Poi, per recuperare, lui si tratteneva due settimane di seguito.
Riflettevo sotto le coperte: non avevo ancora capito che quella sera, nel preciso istante in cui
ero tornata a casa e avevo trovato pap invece della mamma, il mio mondo aveva cominciato a
stravolgersi. Per quanto vaga, l'idea che quella che avevo vissuto finora non era stata la mia vera vita
mi spaventava. Mi tirai la coperta fin sopra la testa, un sipario che si abbassava su pensieri che mi
turbavano.
Non volevo cambiamenti. Avrei aspettato fino all'indomani, ma poi, per favore, tutto doveva
tornare come prima. Non volevo un'altra vita. La mia era ok, d'accordo, niente di eccitante, ma era pur
sempre la mia vita.
Probabilmente il cambiamento era iniziato proprio quella sera. Ma forse non me ne ero resa
conto, visto che non pensavo neanche lontanamente a cambiare me stessa. Ero sempre stata Juliane
Rettemi, liceale modello, la seconda pi alta del mio anno, con le guance paffute che mi facevano
sembrare anche pi piccola, e parecchio sotto la media quanto a inviti alle feste di compleanno.
Avevo capelli normalissimi (castani, lunghi fino alle spalle, leggermente scalati), avevo fatto le
stesse vaccinazioni dei miei coetanei, avevo i denti sani e una cartella fabbricata da uno dei pi stimati
artigiani del cuoio. Quando, durante l'ora di attivit sportiva, ci mettevamo in riga davanti a uno
specchio, l'unica cosa che mi permetteva di emergere tra la massa di studentesse era l'altezza.
L'unico mio segno distintivo erano le due cicatrici simmetriche e lunghe circa tre centimetri che
avevo sulle scapole. Mi ero ferita cadendo da piccola, ma ormai me ne ero dimenticata. A volte le
cicatrici mi davano il prurito. Nell'ora di nuoto indossavo un costume con spalline molto larghe, cos
che nessuno potesse vederle. Le cicatrici erano una cosa da Freak, loro le trovavano cos chic. Una
volta pap mi aveva raccontato che i Freak amano ferirsi con coltelli e marchi a fuoco per farsi notare
ancora di pi. Non c' da stupirsi, quindi, se cercano sempre di sbronzarsi, l'alcool serve a sopportare
meglio. Non mi piaceva sentire pap che parlava di questa setta, mi dava il voltastomaco.
Da quando i miei genitori avevano deciso di non abitare pi sotto lo stesso tetto, ma di darsi il
cambio ogni settimana, la mia vita era un po' pi rilassata. A dire il vero, nelle settimane della mamma
non era cambiato granch, a parte il fatto che erano cessati i litigi e i silenzi. E anche se nelle prime
settimane con pap ero lacerata dalla compassione, era sempre meglio che sopportare l'atmosfera
respirata durante tutti gli anni in cui avevano cercato di restare insieme per il bene dei figli.
Dopo la separazione, mio fratello Jaro e mia sorella Kassie stavano anche meglio, o almeno cos
credevo. Erano gemelli, avevano sette anni e in estate avevano iniziato la prima elementare. Il mio
liceo, come tutte le scuole secondarie, cominciava a partire dal quinto anno.
A differenza di me, i gemelli potevano vestirsi normalmente. Invece, io nell'armadio avevo due
uniformi: una nera per tutti i giorni, e un'altra composta da una giacca e una gonna a quadretti blu e
rossi per le feste. E poi alcune camicie bianche. La gonna arrivava quasi al ginocchio, e quando
indossavo l'uniforme nera somigliavo a una cornacchia. Era raro trovare una ragazza che stesse bene
vestita in quel modo, ma il preside un giorno s e un giorno no ci diceva che dovevamo essere
orgogliose dell'uniforme: chiunque guardandoci avrebbe capito che frequentavamo una scuola d'lite e
che il futuro della Normalit era nelle nostre mani.
A me il futuro non interessava, se non per una domanda: quando avrei rivisto mia madre?
Poco prima che suonasse la sveglia, ero entrata in un dormiveglia agitato. Al tintinnio mi
risvegliai con un sobbalzo, era l'alba, mi pulsavano le tempie e i pensieri erano densi come gomma da
masticare secca. Ero stanca morta, ma saltai subito gi dal letto. La notte ormai alle spalle accendeva in
me la speranza. Ero decisa a credere che, dopo quella giornata e la notte insonne, il peggio fosse
passato. Le cose, ora, non potevano che migliorare.
Guardai gi dalla ringhiera del primo piano e vidi che la luce in cucina era accesa: qualcuno
stava sistemando i piatti e le posate. Nonostante il tappetino antiscivolo degli scalini, ci manc poco
che cadessi gi dalle scale, superai come una freccia l'arco d'ingresso alla cucina e vi trovai pap in
accappatoio.
Affettava il pane tra gli sbadigli, e il suo viso era sconsolato e solcato dalle rughe. Era troppo
presto anche per lui, al mattino aveva sempre la luna storta.
Ci sono novit? domandai.
Alz lo sguardo. Non puoi almeno iniziare con un buongiorno?
Buongiorno dissi. Ci sono novit?
Riguardo a cosa?
Mi guard come se ignorasse di che cosa parlavo. Era un pessimo attore e mi sentii ribollire
dentro.
RIGUARDO AL RAPIMENTO DI MIA MADRE.
Se non sbaglio abbiamo stabilito insieme che non  stato un rapimento disse pap, bevendo
un sorso di caff.
Noi non abbiamo stabilito un bel niente ribattei. Raccontalo pure ai gemelli, ma non a me.
Di certo in questo momento non sar sdraiata su una spiaggia!
Smettila di urlare, Juli disse pap.  ancora presto e io ho mal di testa.
Oggi chieder di nuovo alla polizia annunciai.
Alz lo sguardo. Perch?
Ieri ho avuto la sensazione che non fossero davvero intenzionati a occuparsi del caso. Ho
avuto la sensazione che ci prendessero per stupidi.
Sciocchezze replic pap. Nessuno qui ti prende per stupida. La polizia ha solo fatto il suo
dovere. Non c' ragione per farsi prendere dal panico. Sono esperti. Sanno meglio di te come ci si
comporta in casi come questi.
Figurarsi! Ma se hanno fatto sparire tutte le prove.
Dove hai imparato queste espressioni?
Scrollai le spalle.
Pap appoggi la tazza del caff sul tavolo. Tu leggi troppo disse. E soprattutto falsit.
Era sempre dell'avviso che leggessi troppe porcherie. Lui aveva gusti molto diversi dai miei.
Per lui i miei romanzi e i film preferiti erano letture da Freak, cio una gran perdita di tempo, per di pi
pericolosa. Era convinto che i miei libri mi proponessero una realt illusoria e deviata rispetto alla vita
normale. Lui leggeva giornali e manuali professionali, oltre a trattati di filosofia sul principio della
Normalit e romanzi polizieschi. Aveva poi una passione per i romanzi apocalittici. Non mi spiego
perch considerasse rivoltanti le copertine dei miei libri: io alla vista delle mostruose sovraccoperte
grondanti di sangue sopra la sua scrivania, mi sentivo soffocare.
La maggior parte dei romanzi in casa nostra apparteneva a mia madre. Si trattava soprattutto di
libri vecchissimi, quasi provocatori nel loro aspetto e dimensione antiquati. Ogni tanto ne sfogliavo
uno, ma non ci capivo granch. Erano scritti in maniera complicata, bastavano pochi secondi per farmi
venire il mal di testa. E non solo a me. Una settimana esatta dopo la scomparsa della mamma e l'arrivo
di pap, giunse la nonna paterna per fare una bella pulizia. Come prima cosa, trasport dozzine di libri
dal soggiorno alla cantina, li infil dentro scatoloni, chiam il servizio sgomberi per far portare via le
mensole e alle pareti ormai vuote appese arazzi e specchi giganteschi.
Fu questo il motivo della mia prima, piccola lite con lei. Alcuni di quei libri erano miei e non
avevo voglia di scendere ogni volta a cercarli nel buio della cantina gelida. Mai e poi mai avrei
ammesso che, a quindici anni, avevo ancora paura di scendere da sola in cantina di sera, e che preferivo
mandare mia sorella in avanscoperta. Kassie fingeva di avere paura solo quando era nei paraggi pap,
cos lui poteva arrivare a salvarla ed era felice, mentre lei se la rideva sotto i baffi. Per il resto, era
un'intrepida.
Chieder a scuola se  normale che la polizia si comporti cos mormorai afferrando la
marmellata per spalmarla sul pane. Magari qualcuno ci capisce qualcosa.
Juli! Pap, che aveva aperto il thermos e stava sbirciando all'interno per vedere se c'era
ancora caff, trasal e per poco non fece cadere il coperchio. Non devi raccontare a nessuno quello che
 successo qui, capito?
Pap! Il grido di Kassie non arrivava dalla stanza dei bambini al primo piano, ma dal piano
terra. Dalla camera di pap. Aveva dormito di nuovo nel suo letto. Avvertii una certa inquietudine.
Forse ero gelosa. Me lo rimproverava anche pap quando gli dicevo che non doveva viziare sempre
Kassie, che ormai era grande abbastanza. Allora lui diceva che ero solo invidiosa perch ero gi troppo
grande per sedermi sulle sue ginocchia. Eppure, per la maggior parte delle cose della vita non faceva
che ripetere che ero troppo piccola... Sembrava quasi che l'unica peculiarit della mia et fosse avere il
sedere troppo grosso per le sue ginocchia.
Presi un bel respiro. Racconter tutto quello che voglio io a chi voglio io scandii
chiaramente, anche se mi ero ripromessa di tenere la bocca chiusa per eludere i conflitti. E tu non
potrai impedirmelo.
La palpebra dell'occhio destro di pap ebbe un sussulto.
Juli, non farne parola con nessuno! Non voglio che tu sia additata da tutta la scuola!
Additata? Io? Da quando in qua ci si deve vergognare se capita una disgrazia?
Tu proprio non capisci! si lament pap.
E allora spiegamelo tu!
Si ud il cigolio della porta della camera da letto e i piedini svelti di Kassie che scivolavano sul
pavimento di marmo. Non credo che pap l'avesse sentita, ma si chin lo stesso su di me e con una
voce da brivido mi disse:
Datti una calmata, Juliane. Non ti riconosco pi. Sai benissimo che tua madre... Si interruppe,
si morse il labbro inferiore, che ... questa...
Cosa? D'un tratto mi era tornata la paura, pi forte e pi grande della sera prima. Cos'? 
malata?
Peggio, Juli. Molto peggio. Non fare finta di non sapere. Tua madre ...
Che cosa? quasi urlai.
Pap chiuse gli occhi. Solo allora, anche se a fatica, le parole gli uscirono dalle labbra.
Juli, tua madre  una Fata.
Corro via.
I primi respiri profondi e so gi che  un errore.
Non so dove sono. Mi allontano sempre pi dalla casa
in cui stanno i miei fratelli e i miei amici.
Nel buio sempre pi fitto dell'oscuro bosco.
Tra le cornacchie
Non ebbi modo di replicare a pap, perch Kassie piomb in cucina e si arrampic come al
solito sulle sue ginocchia. Con i suoi biondi ricci arruffati e la lunga camicia da notte sembrava un
angelo insonnolito. Pap la copr di baci, le spalm una fetta di pane e cominci a imboccarla. Chiss
se in passato faceva cos anche con me? Probabilmente s. A ogni modo, ricordo che mi portava la
cartella, preparava i vestiti e a volte, in uno slancio di generosit, mi dettava le soluzioni dei compiti a
casa, anche se avrei potuto arrivarci da sola. Lo faccio per te: la frase tipica di pap, come tipico di
lui era il suo occasionale strabismo.
Sa mangiare da sola! esclamai disgustata. Non  pi una neonata. Quando c' la mamma fa
da sola.
Lascia stare disse pap con dolcezza.  ancora scioccata per quanto  accaduto.
Kassie mi fece la linguaccia. Neonata disse.
Pap sospir e le ravvi un ricciolo.
Juli, fai tardi mi avvert, picchiettando sull'orologio al polso.
Al liceo le lezioni iniziavano alle 7.30, prima che in qualsiasi altra scuola della citt. Anche
questo contribuiva a fare di noi l'lite del futuro: tutti assonnati e scontrosi cronici.
Ricordati di preparare il pranzo per i gemelli dissi.
Io non potevo portarmelo da casa. Noi mangiavamo in mensa e, nelle pause, prendevamo mele,
ananas a pezzetti e barrette vitaminiche dai distributori automatici.
In autobus appoggiai al finestrino freddo la fronte in ebollizione, ripensando alle parole di mio
padre, a quella strana frase: Non fare finta di non sapere, tua madre  una Fata. Pap me l'aveva
bisbigliata con grande teatralit.
Stava forse andando fuori di testa? A quanto pare, lo stress del giorno prima non aveva messo a
dura prova soltanto me.
Avevo gi assistito alla scena di un Normale che impazzisce, uno dei ricordi pi raccapriccianti
della mia vita. Avevo cinque o sei anni, i gemelli non erano ancora nati. Un vicino, un uomo che fino a
quel momento non aveva mai dato nell'occhio, da un giorno all'altro cominci a girare per le strade
cantando, aveva la barba lunga. Venne a prenderlo un'auto nera e non lo vidi mai pi. Poi, per, sentii i
nonni che ne parlavano con pap. La nonna bisbigliava che non sarebbero dovuti arrivare a quel punto,
ormai i rimedi erano tanti, lei prendeva sempre le sue medicine. Quando il nonno disse che forse c'era
di mezzo il lurido zampino di una Fata, pap fece Shhhh! Uno scintillio improvviso nello sguardo
della mamma e una tazza vol contro la parete. La tazza era piena di caff, e ci volle un imbianchino
per sistemare la carta da parati.
Una Fata. Una delle peggiori offese nella societ della Normalit Assoluta, di quelle che si
usano per spaventare i bambini: Metti subito a posto la camera e finisci la crema di zucchine,
altrimenti stanotte viene una Fata e ti porta via.
Devo andare dal parrucchiere, sembro una Fata, sentivo dire spesso a ragazzine meno educate
di me.
Pap mi aveva fatto uno scherzo stupido. Uno scherzo molto stupido. Non era da lui, ma
evidentemente le ultime ventiquattr'ore non avevano sconvolto solo me.
Per quanto assurda fosse l'idea... il pensiero delle Fate mi distrasse. Fu un bene: finalmente il
mio cervello poteva distogliersi dall'immagine di mia madre incatenata e sul punto di morire di fame
nella cantina muffita di un Freak.
Cercai di ricordare quello che avevo sentito dire sul conto delle Fate. Era una parolaccia,
d'accordo, ma ogni parola ha un suo contesto. Una volta, per una festa in maschera, Kassie voleva
travestirsi da Fata. Aveva visto in un libro l'immagine di una figura graziosa e delicata, con ali
trasparenti, una gonna in tulle rosa e i capelli d'angelo simili ai suoi. Era un vecchio libro della
mamma. A mia sorella era piaciuta e voleva un costume come quello. Otteneva sempre ci che
chiedeva... ma quella volta aveva fatto male i suoi conti.
Mi torn in mente lo strano comportamento di pap. Si era infuriato e glielo aveva vietato. Pap
che vieta qualcosa alla piccola Kassie:  pi facile che nevichi d'estate! Kassie aveva pianto a dirotto e
alla fine, per protesta, era andata alla festa mascherata da donna delle pulizie, con tanto di secchio,
spazzolone e guanti di gomma. La Hydragon produceva anche guanti di gomma, ne avevamo la casa
piena, di tutte le misure e di tutti i colori.
Erano questi gli aneddoti pi avvincenti relativi alle Fate. Immagini di libri. Romanzi fantasy. E
Kassie che, suo malgrado, va alla festa in maschera con i guanti di gomma.
E adesso pap veniva a dirmi che la mamma era una Fata. E non sembrava affatto una delle
tante offese divenute ultimamente una consuetudine tra i miei genitori. Sembrava fin troppo eloquente.
Si poteva sentire una scempiaggine pi grossa di questa? Non ci capivo pi nulla. Dovevo forse
ricominciare a preoccuparmi per pap?
Mi staccai dal finestrino, la macchia ovale lasciata dalla mia fronte si rimpicciol alla svelta. Mi
guardai intorno. L'amministrazione comunale riservava questo autobus agli studenti del liceo. Su ogni
sedile era appollaiata una cornacchia e anch'io, nella mia uniforme nera, non somigliavo certo a un
allegro pappagallino. Seduta in fondo c'era Philomena: eravamo state compagne per alcune unit
didattiche. Il posto accanto a lei era libero. Mi alzai, ma in quel preciso istante l'autobus fren per far
salire alcuni liceali alla fermata e barcollai all'indietro lungo il corridoio, fino a che non mi aggrappai
al sedile di Philomena.
Ciao dissi sorridendo.
Ciao rispose lei, all'inizio con aria altezzosa, poi restituendomi il sorriso: probabilmente si
era ricordata che l'avevo fatta copiare in almeno tre occasioni.
 libero? chiesi.
Lei esit, poi rispose: Ma certo.
Non mi lasciai intimorire, ero anch'io cos. A meno di non essere grandi amici, al liceo ci si
comportava come se ci si vedesse per la prima volta. E anch'io dovevo ancora capire cosa significasse
essere grandi amici. Mi sedetti e appoggiai la sua cartella sulle ginocchia.
Posso farti una domanda?
Ma certo. L'apparecchio ai denti di Philomena scintill.
In classe quando impareremo qualcosa sulle Fate?
Philomena mi guard.
Mai, spero. Non siamo mica qui per occuparci di questa spazzatura. Non  certo un argomento
adatto a una scuola.
Secondo me qualsiasi argomento legato alla vita  adatto alla scuola. Cercai di darmi delle
arie, esattamente come lei. In passato non avrei osato, ma quel giorno mi ero gi scaldata litigando con
pap. Imitai l'espressione di Philomena e, a parte un sopracciglio alzato, mi mostrai impassibile.
Ti sbagli rispose lei noncurante, guardando fuori dal finestrino. Siamo liceali, siamo giovani
e dobbiamo ancora imparare tante cose. Lasciamo le Fate agli esperti gi formati sull'argomento.
Cosa? L'espressione faticosamente simulata ormai era sfuggita al controllo.
Esperti formati ripet lei impaziente. Specialisti in grado di prendere provvedimenti per
proteggere s e gli altri.
Proteggere da cosa? Non riuscivo a capire.
Da cosa? Philomena scosse la testa. Ma dalle Fate. A che si riferiva, senn, la tua
domanda?
La conversazione aveva preso una piega inattesa. Credevo di parlare di creature delle fiabe
ormai estinte, che erano approdate all'era della Normalit sotto forma di offesa. A quanto pare, invece,
Philomena stava parlando di animali pericolosi o malattie infettive. O di animali molto pericolosi che
diffondevano malattie infettive.
E che mi dici delle ali scintillanti? dissi nel disperato tentativo di riportarla alla realt dei
fatti.
Ali scintillanti? Philomena mostr l'apparecchio in quello che doveva essere un sorriso.
Soltanto un vecchio luogo comune dei libri dell'era della Prenormalit. Le Fate non sono belle, sono
trasandate, sporche, scarmigliate.
E tu che ne sai? domandai.
Guardo i canali di informazione e leggo i libri consigliati per la nostra et disse Philomena,
impassibile.
A-ha, e dicono tutte queste cose?
Sei proprio mal informata. Colsi una vena di disprezzo nella sua voce. Al prossimo
compleanno, fatti regalare i libri della collana Il sapere dai 15 anni in su. Anzi, meglio Il sapere dai 3
anni in su, sei troppo indietro.
Ero talmente sconcertata che non seppi cosa rispondere.
Le spalline, le gonne e i pantaloni neri dei liceali affollavano il cortile riservato all'intervallo.
Eravamo disposti in lunghe file, ognuno al proprio posto. I posti ci venivano assegnati all'inizio
dell'anno, quando arrivano le matricole, e anche qui, come per tutto il resto, ce n'erano di migliori e di
peggiori. I fortunati stavano ai lati. Pioveva, ma eravamo troppo vicini per poter aprire l'ombrello. Le
gocce scivolavano sui nostri visi e ci rimanevano aggrappate alla punta del naso.
Il preside stava sopra una piccola pedana coperta. Indossava un lungo cappotto. Aveva un
minuscolo microfono attaccato alla cravatta e la sua voce rimbombava in tutta la piazza. Non perdeva
occasione per proclamare ogni mattina la Professione di fede scolastica. Un confuso coro polifonico
afferrava il finale delle frasi, le masticava e gliele restituiva a malapena riconoscibili.
Noi liceali!
...liceali...
Giuriamo al cospetto dei compagni!
...dei compagni...
Di lavorare sodo in nome della Normalit!
...malit...
Gli studenti intorno a me sbadigliavano, solo la pioggia ci teneva in piedi. Sembravano dormire
ancora tutti, i segni del cuscino sulle guance, le mani che cercavano affannate il calore della coperta
scivolata via. Con l'equivalente delle tasse scolastiche avrebbe avuto di che sfamarsi una famiglia di tre
persone per un anno. Ma non sembravamo figli di genitori benestanti: l'uniforme era uguale per tutti, i
gioielli erano vietati, gli unici apparecchi elettronici utilizzabili erano quelli messi a disposizione dalla
scuola, che garantiva l'uso di un unico sistema operativo e antivirus.
Alla fine dell'appello, udii di nuovo quella parola. Magari ci avevo semplicemente fatto pi
caso. Il raduno si sciolse, le file si mescolarono in una massa confusa che si avvi lenta verso gli edifici
della scuola. L'asfalto si era riempito di pozzanghere, una ragazza scivol, uno degli studenti
dell'ultimo anno che era dietro di lei inciamp e per poco non fin a terra. E fu allora che, subito dopo
aver ritrovato l'equilibrio, il tizio sembr quasi vomitarle addosso un Fa' attenzione, Fata!
Il primo cartellino nero
Fata!
Fata!
Mentre mi dirigevo in classe, quella parola continuava a risuonarmi nella testa. Quanto
disprezzo, quanta rabbia lasciava trapelare.
In faccenda di parolacce, prima di approdare al liceo ero una pagina bianca.
A nostra madre non piaceva che si denigrassero le persone in sua presenza. Per questo non
parlava quasi mai con il vicino, non s'intratteneva in pettegolezzi oltre il recinto, non faceva i confronti
tra auto, gradi militari, voti a scuola. Ho sempre creduto che il suo riserbo dipendesse esclusivamente
dalla consapevolezza di essere il bersaglio principale delle maldicenze. E, in effetti, lei era un tipo
bizzarro, era un po' strana, diversa. Ecco perch se ne stava in disparte e non andava quasi mai in giro
per strada.
A casa, quando pap raccontava di un pessimo collega chiamandolo il ciccione, o quando
diceva il nanerottolo che balbetta riferendosi a un compagno di scuola dei gemelli, la mamma
puntuale lo interrompeva bruscamente. I suoi figli non dovevano prendere l'abitudine di identificare le
persone in base alle caratteristiche fisiche, diceva.  solo causa sua se fino a poco tempo fa pensavo
che la parola disabile non avesse un significato negativo.
Che le Fate non fossero solo creature delle fiabe o dei romanzi fantasy, che esistessero anche
nell'era della Normalit, che fossero sudicie e pericolose, che ci fossero esperti che si chiedevano come
potersene difendere... ecco, finora io di tutto questo ero completamente all'oscuro. Come se avessi
indossato un paio di occhiali che nascondevano questo aspetto della vita. E invece, evidentemente, era
noto a chiunque, un'immagine che si formava nella testa di tutti non appena si pronunciava la parola
Fata. Di tutti, tranne che nella mia. Grazie a mia madre, la mia mente era diventata un'area protetta
dalle idee sbagliate.
Fata!
Nemmeno io sapevo come mi fosse potuta sfuggire quella parola, e solo perch qualcuno mi
aveva dato uno spintone. Era gi suonata la campanella della prima ora e, al liceo, fare ritardo era un
po' come rovesciare succo di frutta sullo schermo di un tablet. La cartella mi scivol gi dalla spalla e
la riacchiappai al volo.
Di colpo, per, qualcosa mi blocc la mano. Mi bast un istante per capire: a tenerla era un'altra
mano, sottile, che spuntava da una manica nera identica alla mia.
Nome e gruppo di studio!
Ero stata beccata da una delle sentinelle addette alla sorveglianza durante l'intervallo.
Ehm... farfugliai. Era la prima volta che mi succedeva e avevo la vaga sensazione che potesse
rivelarsi spiacevole.
Le dita dello sconosciuto erano ancora serrate intorno alla mia mano. Me la rigir, e la manica
scivol gi, scoprendo il braccialetto che portavo al polso. Sopra c'era inciso il mio numero, e la
sentinella, dopo averlo scannerizzato con un piccolo apparecchio, lesse interessata il testo apparso sul
display.
Il primo cartellino nero, Juliane Rettemi! Il primo in quattro anni! Vergognati.
Ma che cosa ho fatto?
Hai bestemmiato, Juliane Rettemi.
Non  vero!
Hai intenzione di litigare con me, Juliane Rettemi? Vuoi che ti dia subito il secondo cartellino
nero?
No dissi. La prego, no.
Quella parola che comincia con la F ridacchi la sentinella dell'intervallo che, per un attimo,
perse parte della sua arroganza. La parola di quattro lettere... Nell'area della scuola, di fronte a tanti
compagni... Comportati meglio! Poi gir sui tacchi e se ne and ancheggiando, una figura alta, quasi
trasparente, di cui non avevo ancora capito se fosse un maschio o una femmina.
Ebbi la prima idea buona della giornata. Non mi lasciai sedurre dagli apparecchi che
aspettavano accesi alla mia postazione, ma dagli schermi in corridoio a disposizione di tutti. Senza
rendermi conto di cosa stessi facendo, presi un chewing gum dalla cartella, lo scartai, lo masticai un po'
e lo appiccicai sull'occhio della minuscola webcam che mi osservava curiosa. Quindi appoggiai le
mani sulla tastiera.
Il tuo codice personale chiese il computer.
Ma certo. Pensai al mio codice, lo scomposi e sostituii alcune cifre e lettere. Presi un bel
respiro, digitai ed espirai di nuovo.
Lo schiocco discreto del computer mi annunci lo sblocco del motore di ricerca del liceo.
Mi tremavano le dita. Solo due giorni prima non ci avrei trovato nulla di strano, adesso per
non mi fidavo pi a digitare quella parola. Le quattro lettere trasformarono la punta delle mie dita in
piombo. Impiegai un'eternit a premere i tasti.
Prima ancora che partisse la ricerca, lo schermo del computer si anner di colpo e comparve una
scritta luminosa: Non sei ancora matura per maneggiarmi. Vergognati!
Digrignai i denti. Di nuovo quel Vergognati. Eravamo forse all'asilo? Mi scollegai.
Quindi ebbi la seconda idea buona della giornata e corsi, il pi svelta e disinvolta possibile, alla
mia postazione nel Gruppo di studio.
Ks
La prima Unit di studio era cinese. Mi sedetti al mio posto e nascosi le mani sotto il tavolo.
Tremavano ancora.
Il conduttore didattico del cinese e della matematica era anche il nostro tutor. Per questo
chiamava ogni studente per nome, si rivolgeva a tutti dicendo ragazzo mio e all'inizio di ogni Unit
di studio invitava a raccontare quello che ci era accaduto il giorno prima.
Una consuetudine che avevo odiato anche in giornate migliori: ci fosse stata una volta in cui i
miei resoconti avevano fatto presa sui compagni. Ho letto. Hi-hi! Ho parlato di minerali con la
mamma. Sghignazzi. Ho giocato con mia sorella e mio fratello. Risatine.
Va anche detto che gli altri resoconti non erano certo migliori dei miei. Ho un nuovo
insegnante per le ripetizioni di aritmetica! Sensazionale. Ho lavato il pavimento della mia camera!
Da non credere. Ho fatto la pedicure! Congratulazioni. L'unica differenza era che, al contrario di
loro, io non osavo esternare il mio giudizio.
Quel giorno, per, avrei potuto darmi un po' di arie. Per esempio, avrei potuto dire: Ieri sono
tornata a casa, mia madre era sparita, in compenso per c'era la polizia. Il soggiorno era devastato. I
poliziotti mi hanno mentito e si sono comportati in modo strano. Pap  andato fuori di testa. E, come
se non bastasse, stanotte non ho chiuso occhio.
Naturalmente non ho detto una parola, ma  bastato il pensiero a farmi sentire meglio.
Ragazzi miei diceva il tutor battendo le mani mentre camminava tra i banchi. Per favore,
staccate i vostri bei nasini dallo schermo, nella vita ne avrete di occasioni per rovinarvi gli occhi. Prima
di dedicarci alla grammatica, chiedo un po' della vostra attenzione. Il presente si fonda sempre sul
passato, e il nostro passato pi diretto  il nostro ieri. Senza ieri non esiste oggi, perci desidero...
Non  vero! intervenne una voce rauca.
Alzai lo sguardo. Non fui la sola a farlo. Altri occhi assonnati si staccarono dalla cravatta del
tutor e dai suoi ingranaggi variopinti, o dalla vista della pioggia che ci separava dal mondo esterno
come un sipario.
Il tutor si blocc. Anch'io ero sorpresa. Di solito, nessuno ascoltava i suoi sproloqui mattutini, a
meno che non riguardassero la lezione o non fossero oggetto di questionari. Fare commenti o protestare
era puro spreco di energia.
Ah, ma certo replic l'uomo con una punta di acido. Me ne ero completamente dimenticato.
Il nostro gruppo  cresciuto. Benvenuta, Ksenia.
Girai la testa di scatto, quasi da spezzarmi il collo.
Aveva ragione: non eravamo pi in undici, ma in dodici. Al posto libero accanto alla finestra
c'era una creatura a me sconosciuta. Aveva la testa rasata, ed era inquietante perch non aveva capelli a
nasconderle il tatuaggio che le serpeggiava intorno al cranio. La creatura indossava l'uniforme come
tutti gli altri, eppure non c'era pericolo che venisse confusa con gli altri liceali. Addosso a lei il vestito
in tela nera a prova di grinze sembrava vecchio e logoro. Portava le maniche della giacca rimboccate.
Aveva l'aspetto di un maschio, ma il nome Ksenia sembrava femminile. Il collo cominci a farmi male,
perci spostai la sedia per poter vedere meglio. Anche gli altri studenti si erano voltati a guardarla.
Ciao disse Ksenia con voce rauca, facendo una smorfia su quel suo viso di ghiaccio.
No, avr anche indossato i pantaloni, ma non era un maschio.
Il tutor fiss la nuova arrivata. Aveva perso il filo del discorso. Ed era evidente che stava
pensando quello che tutti noi, me compresa, stavamo pensando: come cavolo  possibile che una cos
frequenti il liceo?
Ksenia non si lasci distrarre dagli sguardi e prosegu imperturbabile: Quello che volevo dire 
che lo ieri non  il fondamento dell'oggi. Niente affatto. L'oggi esiste gi di per s, capisce? Ieri, oggi e
domani esistono simultaneamente e, pi o meno, indipendentemente l'uno dagli altri!
Il tutor si schiar la gola. Meglio se ne discuti con il conduttore didattico di filosofia
occidentale. Adesso passiamo alla fonetica del putonghua.
E dalla sua bocca uscirono suoni che mi sembrarono una specie di miagolio: eravamo al primo
anno nello studio del cinese.
La guida rivide insieme a noi una serie di caratteri nuovi, poi batt le mani. Mettetevi a coppie
e osservate attentamente la bocca del compagno.
Le facce alla mia destra e alla mia sinistra fecero una smorfia: sfido a trovare qualcuno che
amasse farlo, a meno che non si fosse appena fatto impiantare un brillantino nel dente. Dopo il
resoconto di inizio giornata, i lavori di gruppo erano la cosa che pi odiavo. E stavolta ero proprio
sfortunata.
La nuova arrivata si era seduta al mio fianco e sogghignava.
Non potevo prendermela con lei. Doveva pur toccare a qualcuno, ed era chiaro che nessuno si
sarebbe offerto di far coppia con lei. Era nuova e aveva un'aria troppo strana. Non poteva certo essere
una Normale. Sembrava una Freak. Qui era semplicemente fuori posto. I Freak come lei non
frequentavano il liceo, se ne stavano in centro, ubriachi fin dalle prime luci del giorno e preparavano la
roba da smerciare con false promesse agli adolescenti Normali stressati dal troppo studio. Alla sera li
vedevi in mezzo ai cespugli. Portavano pidocchi e malattie infettive.
Com'era possibile che fosse seduta qui?
E, cosa ancor pi drammatica, accanto a me?
Mi guardai intorno. Gli altri erano stati pi svelti di me e mi lanciavano occhiate perfide.
Era raro che restassi senza compagno nei lavori di gruppo, ero troppo brava e troppo logica. La
maggior parte dei compagni sapeva che lavorare con me era piacevole e vantaggioso. Ma, come tutti gli
altri, non avevo un compagno fisso. Voi mi conoscete gi tutti, pensai, e mi presentai alla nuova
arrivata. Juli dissi.
Ks sorrise lei. E non si scrive Xy, ma come si pronuncia.
Io so leggere e scrivere replicai brusca.
Complimenti! sghignazz, e io rimasi colpita dalla brillantezza dei suoi denti. Mi aspettavo
una serie di monconi neri, e invece erano bianchi come la neve. E pensavo anche che mi avrebbe
inondato di domande. In fondo era appena arrivata e non sapeva nulla. Senza una guida, al liceo non
trovavi neanche i bagni, non c'erano indicazioni.
Ks, invece, non fece domande, ma sfogli il mio libro. La osservai di nascosto. Anche le
unghie delle mani erano sorprendentemente pulite. Magari non era una Freak e nel posto in cui abitava
i Normali si vestivano come lei? Una moda idiota che ben presto sarebbe passata, proprio come i
tatuaggi adesivi con cui qualche anno prima i ragazzi normali amavano scioccare i genitori.
Immagino sia difficile dissi. Cominciare a met anno.
C' di peggio replic Ks. Una volta capito il vostro ritmo, mi rimetter in pari.
Poich ancora non aveva capito nulla, non potevamo neanche fare gli esercizi insieme. L'unica
sillaba che disse di conoscere era ma. Ma la pronunciava in modo indistinto e non era chiaro cosa
significasse: mamma, cavallo, insultare o canapa? Ks non sapeva neanche cosa fossero i toni.
Avrei dovuto dire subito al tutor che Ks ritardava i miei progressi nell'apprendimento. Ma non
mi sentii di farlo. Sperai che se ne accorgesse da solo. Si spostava da un banco all'altro e ascoltava le
coppiette miagolanti. Solo da noi si tenne alla larga.
Giunti alla fine dell'Unit di studio, trov il coraggio di avvicinarsi. Tirai un sospiro di sollievo:
per non addormentarmi, avevo passato il tempo a colorare gli spazi bianchi dei caratteri sulla pagina. Si
chin su di noi e ci appoggi le mani sulle spalle, un gesto che raramente gli insegnanti si concedevano,
per paura di essere accusati di molestie sessuali... e mettere a serio rischio la carriera.
Avete fatto progressi, signore mie?
Mmm borbottai. Nonostante fossi al quinto anno di liceo, non riuscivo a fare la spia e a dire
che la nuova arrivata non sapeva niente, che era una palla al piede.
Non so niente e per Juli sono una palla al piede disse Ks allegra.
La guardai: mi aveva letto nel pensiero?
Vorrei venire alla sua ora di ricevimento e iniziare un programma di recupero della materia
aggiunse.
Il tutor si volt per evitare la vista del serpente sul suo cranio.
Ks aspett con aria affabile. Ne aveva tutti i diritti: aveva un mese a disposizione per
recuperare la materia, se non ci riusciva doveva andarsene. Lo sapevo bene, perch ero entrata al liceo
solo all'inizio della sesta classe, dopo che pap l'aveva spuntata sulla mamma. Fin dalla mia prima
infanzia avevano discusso se dovessi frequentare Juniorlandia e la scuola (e, nel caso, quale scuola) o
se non fosse meglio che restassi a casa con la mamma a farmi da insegnante. Negli ultimi tempi
l'insegnamento privato era diventato illegale e, per quanto grande fosse l'avversione nei confronti del
sistema scolastico, la mamma non aveva potuto farci nulla. Il liceo era stata la sua sconfitta pi grande.
Non capivo fino in fondo la sua avversione. Nonostante la fatica dei primi tempi, ero orgogliosa
di andare al liceo. I compagni dei vari Gruppi di studio erano in vantaggio di un anno e avevo
impiegato un po' per memorizzare nomi, facce e strade.
Ma certamente disse il tutor. Passa in segreteria a fissare un appuntamento.
Senz'altro. Ks annu. Poi per il tutor pass al contrattacco, coinvolgendo anche me.
Hai gi un affiancatore, Ksenia?
Capii subito dove voleva andare a parare. Quando al liceo arrivava un nuovo studente, veniva
assegnato a un affiancatore. Qualcuno che lo portava in giro, gli mostrava le aule e la mensa, e che era
pronto a rispondere a tutte le sue stupide domande. Solo a me, all'epoca, si scordarono di darmene uno.
Inutile dire che Ks non aveva nessun custode.
D'ora in avanti Juliane Rettemi  l'affiancatore di Ksenia Okasaki, per il mese di prova, non
sono ammesse proteste annunci il tutor. Complimenti per l'incarico, Juliane.
Avere sempre appresso Ks mandava in fumo tutti gli sforzi fatti negli ultimi anni per crearmi
una posizione degna di un certo rispetto.
Nella fila in mensa, due ragazzi dietro di noi avevano commentato da quando in qua i Freak
erano ammessi nelle scuole dei Normali. Non si sforzarono neanche di abbassare il tono della voce. Un
altro chiese a Ks se gli faceva un buon prezzo. Ks si era limitata a fargli una smorfia, io avrei voluto
sprofondare sotto terra. Qualcun altro le aveva bisbigliato alle spalle Spaventapasseri e io subito
avevo sorriso, per dimostrare che ero d'accordo.
Pi tardi sedevamo a un grosso tavolo vuoto, mentre cinque compagne di scuola che
consideravo buone conoscenti mi fecero un cenno molto trattenuto dall'altro capo della sala.
Viste da lontano, mi colp la loro somiglianza: gonne e giacche nere tirate a lucido, colletti di
camicia bianchissimi, cartelle in pelle con vistosi portafortuna. Nei capelli biondi e lisci che arrivavano
alle spalle i cerchietti marrone o rosa.
Nel suo vestito troppo grande e logoro, Ks pareva un cane randagio a un'esposizione di
barboncini di razza purissima. E poi, quel serpente sulla testa: il primo tatuaggio che avessi mai visto.
Pap diceva che le persone con i tatuaggi erano anormali... e se lo sentiva la mamma, la lite era
assicurata. Anche se lei di tatuaggi non ne aveva, o almeno io non gliene ho mai visti.
Come mai ti hanno dato il permesso? domandai, indicando con la forchetta il serpente. Lo
statuto della scuola vieta i tatuaggi, cos come i gioielli, i piercing e lo smalto sulle unghie.
Questo non  un tatuaggio. Ks riusc a masticare la sua insalata di rucola e crostini e, nello
stesso tempo, a rispondermi senza far rumore. Ho un certificato che dice che non si pu cancellare.
Pertanto non possono negarmi l'iscrizione. Anche questo  scritto nello statuto.
Capisco dissi, ripromettendomi di controllare alla prima occasione. Ogni liceale aveva a casa
il suo librone da mille pagine con le regole della scuola, ma nessuno lo aveva mai aperto.
Mi sentivo sui carboni ardenti. Mi sembrava che tutti mi stessero guardando.
Pensi di riuscire a recuperare le materie in poco tempo? domandai. In realt, speravo nel
contrario. Cos se ne sarebbe andata e tutto sarebbe tornato come prima. Ero quasi sicura che avrei
riallacciato amicizia alla svelta. Magari avrei potuto far finta che Ks non ci fosse mai stata e le mie
compagne l'avrebbero accettato.
Imparo in fretta disse Ks incurante, avvicinandosi il piatto di riso e agnello. Non  poi cos
difficile.
No? domandai, spiacevolmente sorpresa. Ero sempre stata orgogliosa dei miei voti. Cosa
intendeva dire, che erano dovuti alla facilit delle materie?
In ogni caso, grazie di aver distratto il tutor dal suo orrido giro di Com' andata la tua
giornata. Ogni volta  come se mi passassero ai raggi X.
Si vedeva disse Ks.
Si vedeva? Adesso questo essere curioso pretendeva di avermi letto di nuovo nel pensiero?
Eccome. Per favore, ho avuto una giornata da schifo e una notte anche peggiore: ce l'avevi
scritto in fronte.
La mia mano si avvicin automaticamente alla fronte, la tocc.
Non intendevo in senso letterale disse Ks divertita.
Ma certo replicai, di umore ormai glaciale.
 stata tanto orribile la tua giornata? chiese Ks senza guardarmi.
Cos cos risposi a denti stretti.
Per un attimo ero riuscita a non pensare che il giorno prima mia madre era scomparsa e che non
avevo idea di dove fosse o di come stesse. La rabbia in autobus, il dover assistere la nuova arrivata, il
mio primo cartellino nero... mi avevano distratto. Adesso, per, mi veniva da piangere. Mi coprii il viso
con la mano, come se volessi proteggermi dalle luci al neon della mensa.
Ks abbass lo sguardo sul piatto e non mi fece pi domande.
Non  durato che cinque minuti, non ricordo
da quale direzione sono arrivata. Non oso gridare
perch ho paura persino della mia voce. Vado avanti,
tra le sterpaglie, le spine trattengono i miei vestiti,
mi graffiano le braccia.
Figlia di Fata
Nell'autobus verso casa mi sedetti accanto ad Artemis. Quattro mesi prima mi aveva invitato
alla sua festa di compleanno, con ospiti accuratamente selezionati, perci pensavo che fossimo almeno
un po' amiche. La festa era cominciata al cinema, dove avevamo visto un film ambientato in un
collegio di principesse. Era un film per bambini. Mi era sembrato strano per il compleanno di una
quindicenne, ma non dissi nulla. Poi eravamo andati a casa di Artemis dove, sotto la guida di una
designer di gioielli con tanto di diploma, avevamo realizzato collane con fili d'oro e d'argento e pietre
false, che ognuna si era portata a casa. Tutte le ragazze avevano commentato che era un peccato non
poterle indossare a scuola. Avevo concordato con loro, anche se una volta a casa avevo regalato subito
la collana e il bracciale a Kassie.
Artemis mi salut con un cenno del capo e si volt di nuovo verso il finestrino.
Temi, mia madre  sparita senza lasciare tracce. Cos dissi. Sulla via di casa, il dolore era
tornato con tutta la sua forza. Non era stato un brutto sogno, era successo davvero. Per quanto mi
sforzassi ostinatamente di dare per scontato che la mamma sarebbe tornata presto, l'angoscia pesava
come piombo sul mio cuore.
Artemis si gir un attimo verso di me, ma poi distolse lo sguardo.
Hanno fatto irruzione in casa nostra, tutti dicono che sar stato un Freak, un drogato
probabilmente. Diventano sempre pi violenti proseguii.
Ti consiglierei di andare dalla polizia disse Artemis con voce squillante. Quando c' un
problema,  sempre meglio rivolgersi ad esperti. Loro possono aiutarti. Sembrava che l'avesse
imparato a memoria.
Hai ragione risposi un po' frustrata. Speravo in una parola di compassione, se non altro di
curiosit, semplicemente una reazione umana, ma niente di fatto. Artemis tacque, come se avessi detto
qualcosa di imbarazzante su cui cercava di sorvolare per gentilezza.
Stavo per scoppiare a piangere.
Scesa dall'autobus e girato l'angolo, il mio cuore cominci a martellare per la felicit: nella
nostra cucina la luce era accesa, c'era qualcuno. Iniziai a correre, la cartella mi sferzava i fianchi.
Aveva smesso di piovere, ma le pozzanghere erano comunque profonde. I miei stivali di pelle
scamosciata erano fradici.
Mamma! gridai spalancando la porta. Respirai il profumo di caff, mi precipitai in cucina... e
vi trovai mia nonna Ingrid.
Oh mormorai, travolta subito dal senso di colpa, perch appena l'avevo vista mi ero intristita
a morte. E di sicuro lei se ne era resa conto. Da piccola, adoravo la mamma di mio padre. Ero contenta
quando lei e nonno Reto venivano a trovarci. Portavano sempre cioccolata e giocattoli, e mi avevano
regalato la mia prima console. Col tempo, i loro regali  soprattutto campioni di profumo e comoda
biancheria intima  non mi sembravano pi cos eccitanti, ma in compenso ero sempre pi infastidita
dalla tensione tra mia madre e i miei nonni. Dopo la separazione, il nostro rapporto si era ulteriormente
raffreddato. E adesso trovarla l era proprio frustrante: non era Ingrid che volevo vedere.
Lei fece finta di niente. Mi abbracci e mi baci sulle guance, cosa alquanto insolita. Ormai, per
farlo, doveva alzarsi sulle punte dei piedi.
Dovresti smettere di crescere disse severa.
Le sue guance erano lisce e morbide come lana dopo l'ennesimo trattamento estetico. Come la
maggior parte delle donne normali, Ingrid non lavorava, si occupava della casa e del proprio aspetto
esteriore, andava ogni giorno in palestra, una volta al mese dal parrucchiere e al salone di bellezza
Beauty Forever. I suoi capelli, freschi di tinta, avevano un taglio perfetto, ma nonostante gli sforzi
non sembrava per niente pi giovane della sua et. La sua bocca era contornata dalle rughe tipiche delle
donne molto anziane.
Non avevo nulla contro le donne anziane (non che ne conoscessi molte), avevo solo la
sensazione che quella bocca avvizzita stonasse rispetto al resto di Ingrid, rispetto al suo corpo sodo nei
pantaloni attillati e nella felpa con il cappuccio da teenager che si distingueva dai vestiti che avevo
nell'armadio solo per il colore. Il suo maglione era rosso vino, il mio verde smeraldo. La bocca
vanificava tutti i suoi sforzi di mascherare l'et. Ecco perch mi faceva un po' pena.
Novit sulla mamma? domandai.
Sbaglio o quella sul suo viso era una smorfia?
Hai i piedi bagnati? disse per tutta risposta. Sbrigati, va' a infilarti un paio di calzini
asciutti.
Lascia stare i piedi. Hai notizie della mamma? ripetei alzando la voce.
Ingrid si volt verso i fornelli e cominci a mescolare la minestra sul fuoco.
Guardai la sua schiena tonica e dritta e pensai che non poteva essere vero.
Mia madre e mia nonna non erano mai andate d'accordo, ma almeno si erano aiutate l'un l'altra.
Un tempo. Avevano cercato di dialogare ogni volta che ce n'era stata occasione, anche se a fatica, visto
che Ingrid spesso fraintendeva le parole della mamma. La nonna era molto lenta a capire, io stessa
dovevo perdere molto tempo a spiegarle anche le cose pi semplici. La mamma diceva sempre che
Ingrid aveva un modo diverso di ragionare, una maniera gentilissima per dire che era dura di
comprendonio. Ciononostante, per il compleanno si regalavano fiori (la mamma) e profumi (la nonna),
e cercavano coraggiosamente di tenere aperta la comunicazione.
Questo avveniva prima che la mamma decidesse di lasciare pap. Quando i nonni lo vennero a
sapere, stentai a riconoscerli. Fu come scoperchiare una pentola in cui da anni ribollivano odio e
avversione. Trabocc tutto fuori, e alle spalle della mamma i nonni dissero quel che avevano sempre
pensato di lei, che fin dall'inizio avevano saputo che il matrimonio era un errore... opinione che
condividevo in pieno.
Dovevo evitare di chiedere a Ingrid se fosse felice della scomparsa della mamma. Nel caso in
cui la mamma non fosse tornata mai pi, la nonna avrebbe potuto fare quel che aveva sempre sognato:
trasferirsi da noi e occuparsi della casa. Pulire, portare altri libri in cantina, appendere altri specchi e
sincerarsi che ai vicini arrivassero anche i pettegolezzi al di qua della recinzione.
Ma, soprattutto, avrebbe potuto sbarazzarsi dei quadri della mamma, che le procuravano il mal
di testa. La nonna non osava soffermarsi davanti a quei dipinti, come se avessero in s qualcosa di
scandaloso, che le persone normali non potevano osservare. Il soggetto di quei quadri era quasi sempre
il bosco, e in vita mia non avevo mai visto niente di pi bello.
Ecco perch non aggiunsi una parola. Avevo freddo, indossavo ancora gli stivali bagnati. Li
tolsi, sfilai i calzettoni zuppi e li gettai nel cesto della biancheria.
Se non altro, con Ingrid in casa, il lavaggio della biancheria filava via liscio. Non ero costretta a
cercare i vestiti per scoprire infine che la mamma non aveva lavato nulla, presa com'era dai suoi
quadri. Con Ingrid ritrovavo tutto stirato e profumato nel mio armadio.
Mi infilai un paio di calze asciutte e le scarpe da tennis, e presi la giacca pesante.
Dove vai? Ingrid era accovacciata a pulire il forno e alz lo sguardo verso di me.
In centro risposi, e prima che replicasse ero gi fuori, di nuovo sotto la pioggia.
Era una bugia... Che andavo a fare in centro? Lasciavo il nostro quartiere solo per andare a
scuola, e anche in quel caso, prendevo l'autobus. Nel quartiere trovavo tutto quello che mi serviva: gli
immensi mercati coperti nella Quarta Strada dove potevi comprare di tutto, dai lacci per le scarpe al
finto caviale. Un centro ricreativo per ragazzi nuovo di zecca, con campo da pallacanestro e numerose
sale con computer, nella Settima Strada. Era il luogo in cui i ragazzi del quartiere si riunivano a giocare
a SYSTEM. Almeno credo, visto che non ci andavo mai.
La maggior parte dei bambini al di sotto dei dieci anni aveva un abbonamento per l'ingresso a
Juniorlandia, con le sue roccaforti e le grotte artificiali. C'erano molti centri per la cura di anziani, il
fitness e numerosi negozi per i trattamenti estetici, due parchi e una piscina. Naturalmente il nostro non
era l'unico quartiere normale. I nonni vivevano in un quartiere limitrofo, che sulla cartina circondava il
nostro come un favo. In mezzo alla cartina brillava argenteo il centro. Qui non c'erano case, solo gli
uffici governativi e la sede degli imprenditori pi in vista. Qui lavorava anche pap, al dodicesimo
piano di una torre a specchio. Andando a scuola passavo in centro tutti i giorni, eppure mi sentivo
un'estranea. Gli edifici erano pi grandi, le strade pi larghe, le auto sfrecciavano pi veloci e pi
aggressive, e per la via vedevi solo adulti. E, a differenza di casa nostra, molti di loro non erano
Normali. Qui, da piccola, avevo visto per la prima volta un Freak... con una pettinatura da pazzo, i
vestiti lerci e lo sguardo confuso.
Chiaramente, non potevi mica vietargli di andare in centro. I quartieri come il nostro, invece,
erano sicuri. Sapevo che i Freak avevano un quartiere tutto per s e me lo immaginavo come una serie
di covi luridi e sovraffollati. Quand'ero piccola, pap mi aveva rivelato che i quartieri erano collegati
da mezzi pubblici, anche se scarsi. E cos la notte facevo incubi in cui la metropolitana rompeva la
quiete delle nostre vie con il suo carico di Freak chiassosi.
Prima o poi sopprimeranno i treni mi aveva assicurato un giorno pap, per tranquillizzarmi.
E a quel punto come faranno le persone a raggiungere gli uffici pubblici in centro o ad andare
a trovare gli amici all'altro capo del quartiere? aveva obiettato la mamma, preparando il terreno per
l'ennesimo litigio.
Con la propria auto aveva risposto brusco pap. La mamma era rimasta senza parole. Non
aveva la patente, ma sul momento non mi era sembrato un problema. Ero stata solo contenta di non
veder volare sopra la mia testa qualche oggetto pesante.
Mi guardai intorno, ma gi sapevo che la nonna mi stava fissando dalla finestra. Camminai
svelta. Non dovevo darle il tempo di pensare di fermarmi. Dimenticavo sempre che ero mezza spanna
pi alta di lei e che non era cos facile impedirmi di fare qualcosa. Calpestai le pozzanghere e sentii le
scarpe inumidirsi. Il distretto di polizia non era lontano, si trovava all'incrocio tra la Settima e la
Dodicesima Strada. La sede era un edificio basso, color verde menta come tutti i palazzi delle autorit,
mi ricordava la carta igienica prodotta dalla fabbrica di mio padre. Bussai a una porta di vetro, che
scorse lateralmente con un leggero ronzio, ed entrai. Mi invest un'ondata di aria caldo-umida.
Quando ancora frequentavo il centro di accudimento dell'infanzia di Juniorlandia  era durato
poco, la mamma mi aveva ritirato quasi subito  eravamo venuti qui in gita. Un poliziotto ci aveva
mostrato un paio di stanze dicendo che la polizia esisteva soprattutto per difendere i bambini come noi,
casomai si perdessero. Gli avevo creduto subito, il suo ampio viso sorridente mi era sembrato davvero
premuroso.
L'uomo che mi accolse era giovane, magro e pallido. Forse non era molto pi grande di me e la
barba doveva servire a dargli un'aria pi competente. Non era certo tra quelli che ci avevano mostrato
il distretto all'epoca.
Mi lanci un'occhiata interrogativa. Mi avvicinai, mi schiarii la gola e mi presentai.
Lui continu a guardarmi.
Dissi che ero l per un delitto.
Lui non si scompose.
Dissi che mia madre era sparita.
Mi fissava con una tale insistenza che cominciai a dubitare che fosse vivo. A scuola, durante
l'ora di Tecnologia, avevamo costruito dei robot elementari: magari il tizio era un modello ormai in
disuso.
Gli mostrai il braccialetto con il numero. Finalmente si svegli. Dopo aver scannerizzato il
numero, lesse con attenzione e pi d'una volta il codice sullo schermo. Come avevo sperato, rest
impressionato. Continu ad alzare e abbassare la testa mentre io annuivo per confermare: Esatto,
frequento il liceo. Proprio quello che lei un giorno non potr permettersi per i suoi figli, a meno che
non si impegni a farsi strada nella vita. Esatto, avrebbe potuto capirlo subito dalla mia uniforme
scolastica.
Ce l'avevo ancora addosso, anche se di solito me la toglievo non appena arrivavo a casa. Molti
dei miei compagni tenevano l'uniforme nera anche nel tempo libero, in ossequio alla massima del
nostro direttore: Liceali si  sempre oppure non lo si  mai!
Guardai con aria arrogante il giovane poliziotto che si pizzicava i baffetti sottili sopra il labbro.
Di colpo ruot sulla sedia, si alz e spar dietro la porta a vetri.
Rimasi dov'ero. Che altro avrei potuto fare?
A un certo punto si apr una porta laterale ed entr un impiegato che non tardai a riconoscere:
era a casa nostra il giorno in cui la mamma era scomparsa, era il tizio basso e grasso con la pelata rosa.
Potei risparmiarmi le presentazioni.
Juliane Rettemi! grid in tono amichevole, come se fossi il suo amore di giovent finalmente
ritrovato. Che bello vederti qui!
Mi prese per un gomito e mi trascin attraverso varie porte fino al suo ufficio. Non opposi
resistenza, anche se ormai non ero pi tanto convinta che andare l fosse stata una buona idea.
Mi dette una leggera spinta e finii seduta su una poltrona morbida, con lui che mi sovrastava.
Finalmente era pi alto di me, e ne era visibilmente contento.
Tutto a posto a casa? mi domand con tono confidenziale, chinandosi su di me.
Non so come, riuscii a rispondere: Non direi proprio.
Pap sta bene?
Lui s. Mi resi conto, mio malgrado, di avergli risposto con voce stridula e infantile.
Ti va di farmi compagnia bevendo una cioccolata calda? mi chiese facendomi l'occhietto.
No, grazie. Ci manc poco che balbettassi.
Fece una faccia stupita. Ma allora, cosa posso fare per te? Contrassi i muscoli delle gambe, li
rilassai e in un unico movimento saltai su dalla poltrona. Lui ebbe un sussulto.
Ritrovare mia madre dissi. Questa s che sarebbe una bella idea da parte sua.
Come, scusa?
Soffiai via dalla manica dell'uniforme un invisibile granello di polvere, come se fosse la cosa
pi importante al mondo.
Trovare mia madre ripetei. Recentemente lei  stato sul luogo del delitto, magari se ne
ricorda.
Quale delitto? Il suo stupore era alle stelle.
Non  stato lei a raccogliere il terriccio dei vasi? Ce ne sono altri qui come lei, grassocci e con
gli aloni di sudore sotto le ascelle?
Ormai ansimava e la sua bonariet cominci a sgonfiarsi come un palloncino bucato.
E poi si dimentic dei suoi modi cortesi e della disponibilit che mi aveva assicurato prima.
Ascolta, ragazzina disse, cambiando espressione del viso. Aveva perso ogni gentilezza e gli
occhi erano sottili e spietati. Ho molto da fare, tesoro mio, e non ti permetto di farmi perdere tempo.
Pensi sul serio che in questo distretto ci sia qualcuno intenzionato a cercare una Fata? Sparisci
immediatamente e sta' contenta che non raccontiamo a tutti il tuo segreto, figlia di Fata. Ringrazia tuo
padre se mi sono limitato a una chiacchierata con te. Non immagini cosa avrei fatto, se non fossi stata
la figlia del dottor Rudolf Rettemi.
E con la punta ruvida dell'indice mi tocc la tempia e la guancia, arrivando al mento, mentre io
continuavo a fissarlo negli occhi. Quindi fece un ampio sorriso. Continu a guardarmi mentre mi
ritraevo, schiacciandomi contro lo schienale, contorcendomi tutta nell'intento di scappare via. Quando
finalmente ci riuscii e raggiunsi la strada, mi battevano i denti. Ma non per il freddo.
Tale e quale tua madre
Continuava a piovere, ma io non avevo fretta di tornare a casa, camminavo lenta, i capelli erano
bagnati, il cappuccio della felpa si era trasformato in un piccolo lago. Piansi a dirotto. Se solo avessi
potuto, avrei fatto saltare in aria tutto il distretto, insieme a tutte le stupide facce che lo popolavano.
Com'erano cambiate in fretta le cose! Io non ero pi una bambina e i poliziotti non erano pi miei
amici.
Uno di loro mi aveva afferrato il viso e mi aveva chiamata figlia di Fata. Probabilmente era
l'offesa peggiore che gli potesse venire in mente.
Sentii il gelo umido insinuarsi nei miei vestiti e di colpo ero troppo sfinita per provare vera
tristezza. Pensai alla mamma. Prima che scomparisse era sempre stata con me, avvertivo la sua
vicinanza persino nelle settimane in cui era di turno pap. Finch c'era lei, non ero mai stata offesa. E
mai avrei potuto immaginare che le potessero fare qualcosa di pi brutto che sparlare alle sue spalle.
Persino nei litigi pi accesi con pap, avevo mantenuto l'impressione che fosse lei la pi forte, e che
non fosse mai davvero in pericolo.
Adesso per lei non c'era pi e tutto era cambiato, come se il recinto che per anni mi aveva
protetta dal mondo fosse sparito.
Se io stavo tanto male, chiss come doveva sentirsi lei.
Al solo pensiero smisi di piangere e cercai di asciugarmi il viso, ma sotto la pioggia era
impossibile. Una volta a casa, gli occhi non erano pi arrossati, in compenso per avevo le labbra
cianotiche. La nonna mi accolse sulla soglia, sembrava arrabbiata, ma io la spinsi via. Non badai alle
sue domande un po' troppo stridule per i miei gusti e mi chiusi in bagno, dove riempii la vasca con
acqua bollente. Mezz'ora pi tardi mi ero calmata a sufficienza da poter affrontare la nonna.
Intanto erano rientrati anche i gemelli, che sedevano tranquilli sopra il tappeto di zebra sintetica
davanti al camino elettrico. Una scena pacifica che fu una specie di pugnalata per me. Come potevano
far finta che fosse tutto a posto? Come potevano starsene cos tranquilli quando non sapevamo dove
fosse e come stava nostra madre? La nonna era in cucina e puliva le credenze. A quanto pare aveva
cambiato strategia, perch aveva smesso di far domande.
Adesso, per, toccava a me, dovevo dar sfogo alla mia rabbia. Non  possibile! sbottai. Cosa
pensano Jaro e Kassie del fatto che sei qui, quando invece sarebbe la settimana della mamma?
Ssst! Ingrid mi fece cenno di tacere, trascinandomi svelta in corridoio, mentre Jaro ci
guardava con le orecchie dritte.
Che vuoi da me? Mi lasciai spingere fuori e lei richiuse la porta alle nostre spalle. Perch
tutti questi misteri?
Devi avere riguardo per i piccoli! mi disse.
E ce l'ho! Avevo cominciato anch'io a bisbigliare, anche se non capivo perch la scomparsa
della mamma dovesse diventare un mistero. Ma non possiamo fingere che sia tutto a posto.
E invece dobbiamo! Ingrid si sincer che la porta fosse davvero chiusa. O forse preferisci
che Jaroslav e Kassandra siano infelici per colpa tua?
Feci per rispondere, ma mi bloccai. No, non volevo che i miei fratelli fossero infelici come me,
che sperimentassero l'orribile sensazione di essere vittima delle bugie delle persone care. Che
cominciassero a odiare pap e i nonni che gioivano malignamente per la scomparsa della mamma. Non
era per niente una bella sensazione.
Volevo risparmiare tutto questo ai gemelli, ma non capivo come fosse possibile farlo senza
tradire la mamma che adesso pi che mai aveva bisogno di qualcuno dalla sua parte.
Ti prego, Juliane mi implor Ingrid con un'espressione cortese. Non fare l'egoista. Non ti
riconosco pi.
IO NON SONO EGOISTA!
Lo sei. E serr le labbra in segno di rimprovero. Ti capisco, stai attraversando un'et
difficile. Mi chiedevo quando sarebbe accaduto, alle altre ragazzine  gi successo, mentre tu sei
sempre stata cos ubbidiente...
Prova a immaginare se fosse pap a sparire, e se la famiglia della mamma organizzasse una
grande festa e io ti dicessi: Festeggia con noi, dai, non essere egoista! urlai.
Ingrid socchiuse gli occhi.
Non gridare disse.  cos, punto e basta.
Ormai non sapevo cosa dire o cosa fare.
Salii in camera a leggere: di solito era il modo per distrarmi, ma stavolta non funzion. Ero
preda della paura.
Paura per mia madre. Paura per me. Paura di impazzire.
Quand'ero piccola, spesso per addormentarmi portavo a letto con me uno dei morbidi maglioni
della mamma. Lo torcevo come un salame e me lo mettevo sotto la testa. Sistemavo le maniche di
modo che mi stringessero in un abbraccio. La lana era calda e profumavano di mamma. Ormai io ero
troppo grande, ma Jaro e Kassie lo facevano ancora. La mamma ci diceva che non aveva pi maglioni
da indossare, i miei fratelli ne tenevano cinque ciascuno nel proprio letto, e non poteva lavarli
altrimenti perdevano il suo profumo.
Avevo urgente bisogno di uno dei suoi maglioni.
Scesi dal letto e andai nella stanza di mia madre. Era nell'altra ala della casa, accanto alla
camera dei bambini, dove avevano dormito i gemelli fino a che non si erano trasferiti in stanze
separate. Giunta alla soglia, immaginai come sarebbe stato aprire la porta e trovare la mamma
addormentata nel suo letto, svegliarla, portarle il caff, qualche fiore... perch non lo avevo fatto
quando era ancora con noi?
Afferrai la maniglia ma non successe nulla.
Non riuscivo ad aprire la porta.
Si  bloccata, pensai, spingendola con la spalla, ma non cedette di un millimetro. Capii solo
dopo qualche istante che mi sbagliavo.
Era chiusa a chiave.
In preda alla rabbia corsi al piano di sotto, dove Ingrid cercava di convincere i gemelli a giocare
a carte, ma inutilmente. Jaro faceva finta di non sentire, era sdraiato a terra a pancia in gi e fissava le
fiamme del caminetto elettrico. Kassie, invece, tirava Ingrid per la manica e piagnucolava, ma era
talmente confusa che la nonna non capiva che cosa volesse da lei.
Ingrid perse l'equilibrio, e stavolta fui io a sogghignare malignamente.
La porta della camera della mamma non si apre urlai. Potevo dirlo, non c'era il rischio di
spaventare i gemelli. Oltre tutto, era la verit.
La nonna trasal.
Hai idea di chi possa averla chiusa? domandai con forzata cortesia.
Ehm...  stata lei? chiese Ingrid con poco entusiasmo.
Prima di... Stavo per aggiungere ...essere rapita, ma rischiavo di traumatizzare i bambini,
perci mi trattenni e dissi: Prima di uscire di casa? Non raccontarmi balle!
Bada a come parli, Juliane mi ammon Ingrid, e Jaro disse: La mamma non chiude mai la
porta a chiave.
Esatto! aggiunse Kassie. In circostanze diverse avrei anche provato pena per la nonna, che a
quel punto era arrossita e aveva iniziato a sudare.
Vattene, puzzi! disse Jaro.
Ingrid indietreggi. Probabilmente Jaro non avrebbe potuto rivolgerle offesa peggiore, a parte
darle della vecchia.
Jaro! lo rimprover lei, anche se poco convinta. Sapevo che la mamma non avrebbe gradito
che Jaro parlasse a quel modo. Ma non presi le difese di Ingrid, tanto pi che la sentivamo gi che dal
corridoio telefonava a pap per lamentarsi dei suoi perfidi figli.
Nessuno apr bocca fino al ritorno di pap. Le lacrime della nonna sconcertarono i gemelli e
disturbarono persino me. Ogni volta mi stupivo che potesse essere cos sensibile. Nel frattempo era
andata in bagno e, a giudicare dai rumori, si era lavata a fondo. Quando era uscita sapeva di aceto e
rosa, da sempre il suo profumo preferito.
Al rientro dal lavoro pap venne direttamente in camera mia, non appoggi la borsa dei
documenti n, cosa ancora pi strana, le scarpe. Chiuse la porta, si sedette alla mia scrivania e disse:
Juliane, io e te dobbiamo fare un discorso serio.
Sono d'accordo! risposi, anche se in realt pensavo il contrario. Quando esordiva cos, finiva
per parlare troppo e, la maggior parte delle volte, di s. Peggio ancora, comunque, era quando si
ostinava a far domande a cui avrei preferito non rispondere. Non accettava il mio silenzio e cercava di
estorcermi le risposte. Potevi chiacchierare mezz'ora con lui e ritrovarti a dire cose che non avresti
voluto, solo per farlo smettere finalmente di parlare. Lui andava avanti e a un certo punto, a forza di
ascoltarlo, ti facevano male le orecchie.
Juli, non puoi continuare cos attacc, ma io lo interruppi subito, raccontandogli che ero stata
al distretto di polizia. Gli riferii quello che mi avevano detto, ma non feci parola del poliziotto che mi
aveva messo la mano in faccia, anche se non riuscivo a togliermelo dalla mente.
Pap si abbandon sulla sedia. Se l'aspettava. Notai il fremito del suo naso, segno che era
furioso.
Chi ti ha autorizzato ad andare alla polizia? Che ti sei messa in testa?
Qualcuno doveva farlo, no? risposi. Altrimenti quelli non alzano un dito!
Non ti devi preoccupare mi disse. Aveva gli occhi iniettati di sangue e sulla fronte era
comparsa una vena. Non devi mettere il naso in cose di cui non sai niente.
Non mi devo preoccupare? gridai. Non mi devo preoccupare? Avresti dovuto vederli!
Forse avevo alzato troppo la voce, perch pap scatt in piedi e mi tapp la bocca.
Non lo aveva mai fatto prima. D'istinto mi difesi... e per un istante dimenticai che la mano che
stavo mordendo con tutte le mie forze apparteneva a mio padre. Pap lanci un grido. Gli usc una voce
irriconoscibile, ignoravo che potesse strillare cos. Le sue parole mi penetrarono fino al midollo.
Tu, figlia di Fata, viziata che non sei altro! Tale e quale tua madre!
I quadri di mia madre
Poi scese il silenzio, un silenzio tale che sentivo il ticchettio dell'orologio della cucina al piano
terra. Seduta sul letto, guardavo mio padre. Di fronte a me, il viso paonazzo, la cravatta allentata, con
una mano tormentava la spalliera della mia sedia e con l'altra si chiudeva la bocca. Era pi sconvolto di
me.
Ci fissammo, come se non ci fossimo mai visti prima.
Fu lui a rompere il silenzio.
Mi dispiace disse.
Non risposi.
Non avrei dovuto dirlo disse.
Ma se  la verit! risposi. Ecco, ormai era stato detto.
Pap sospir e si sedette sul mio letto. Mi cinse le spalle e, per quanto fosse pesante il suo
braccio, glielo lasciai fare per rispetto. Inoltre, mi prudevano le scapole.
Mia madre  una Fata dissi. Doveva essere una domanda, ma il punto interrogativo si perse
nella mia voce. Possibile che al mattino fossi stata ancora convinta che le Fate esistessero solo nelle
fiabe? Non ricordavo, ormai mi pareva che fosse successo una vita fa.
Pap annu. Gli costava un grosso sforzo, era evidente.
S conferm lui.
E che significa, adesso? Che c'entra con la sua scomparsa?
Pap mi guard senza parlare.
Tentai un'altra via.  cos brutto essere figlia di una Fata?
Oh, s mi rispose.  molto brutto.
Pi per lei che per te, vero? domandai.
Per te disse lui.  brutto soprattutto per te. Si alz e il suo viso si indur. Non credevo tu
fossi tanto ingenua. E del tutto inconsapevole.  un suo errore.
Si chin su di me. Juli bisbigli con insistenza. Se fossi in te, e se avessi un po' di sale in
zucca, eviterei di parlarne. E forse cos, forse solo cos si allontaner da noi questo calice.
Quale calice? domandai, e pap gemette stringendosi la testa, come se dovesse tenere insieme
il cranio per evitare che esplodesse. Poi usc di corsa dalla stanza.
Restai seduta sul letto. Il mio sguardo si pos sul quadro appeso alla parete. L'aveva dipinto la
mamma per me. Era uno dei pi grandi. Quelli appesi nelle stanze di Jaro e Kassie erano pi piccoli.
Tutti i quadri della mamma si somigliavano un po'.
Il mio ritraeva una casa in una radura in mezzo al bosco. Era una vecchia casetta in legno
marrone, non molto grande ma con un terrazzo. La porta era socchiusa. Sul parapetto della terrazza era
appeso un canovaccio a fiori con un angolo bruciacchiato. Sul tavolo c'era un piattino con un po' di
latte.
Ero sicura che gli abitanti della casa l'avessero messo l per il gatto, che l'aveva bevuto quasi
tutto. Ma nel quadro non c'era traccia di animali n di persone. Avevo sempre dato per scontato che le
persone fossero ancora dentro  sembrava un mattino d'estate  e che il gatto fosse a caccia nel bosco.
Mi piaceva contemplarlo prima di addormentarmi e al risveglio. A volte avevo la sensazione di
sentire il mormorio del bosco. Non mi sembrava un semplice dipinto, non era certo meno vivo di un
qualsiasi altro bosco nel mondo reale, era solo un po' pi lontano.
A volte udivo suoni sommessi provenire dal quadro, sembravano sussurri e risatine. Ecco
perch pensavo che la casa fosse abitata da tante persone e che tra loro ci fosse almeno una ragazza.
A colazione Kassie fece un sacco di capricci.
Mammaaaaaaaa piagnucolava. Voglio la mammaaaaaaaa.
La fronte della nonna era di nuovo imperlata di sudore. Le aveva preparato una cioccolata
calda, una ciotola con muesli al cioccolato, due fette di pane spalmate di cioccolata... in qualsiasi altro
giorno Kassie sarebbe stata felicemente in silenzio. Adesso, invece, allontanava piatto, ciotola e tazza
e, simile a una bambola rotta, continuava a ripetere: Voglio andare dalla mammaaaaaa. Dalla mia
mammaaaaa.
 partita per un viaggio cercava di convincerla Ingrid.
La mia vista le dette un'ulteriore spinta.
Ma Juli dice che non  vero! ribatt, indicandomi con un dito sporco di cioccolato.
Ma no, Juliane dice che... Ingrid aveva evidenti difficolt a pronunciare la parola mamma,
che...  partita. Juliane, ti prego, dillo cos ti sente anche Kassandra.
Guardai Kassie, i suoi occhi furbi. A differenza di Ingrid, capii che non era affatto disperata,
semplicemente si divertiva a far arrabbiare la nonna. Ebbi l'impressione che non fosse per niente
preoccupata per la mamma. Non sapevo se fosse un bene o un male. Probabilmente un bene: in fondo,
non ci avrebbe guadagnato nessuno se anche i gemelli avessero avuto l'impressione che il loro mondo
stava colando a picco.
Preferii non dir nulla, mi versai un po' di muesli per la colazione e tornai in camera.
Non sporcare nulla di sopra! mi grid dietro Ingrid, per niente dispiaciuta che non mangiassi
l con loro.
Entrata nella mia stanza, fu una grande sorpresa trovarvi Jaro. Era in piedi sulle punte e
contemplava il mio quadro. Era appeso un po' troppo in alto per lui, il suo naso arrivava alla cornice
inferiore.
Allontanati un po', oppure prendi una sedia gli dissi. Non mi va che appiccichi il tuo moccio
alla cornice. E, gi che ci siamo: chi ti ha dato il permesso di entrare?
Ma io ho bussato rispose, guardandomi con il suo occhio verde e il suo occhio marrone.
Erano cos da quando era nato, e durante i suoi primi mesi di vita pap aveva insistito che quegli occhi
erano il segno di una malattia terribile e lo aveva portato da una serie di dottori, accompagnato dal
sorriso della mamma per niente preoccupata dall'eterocromia di suo figlio. Anche i suoi occhi erano di
due colori diversi. Ma, nel suo caso, le stranezze erano pi d'una.
E quando hai bussato, qualcuno ti ha forse detto che potevi entrare? replicai irritata.
No, tu non c'eri. Jaro accost placido una sedia al quadro e ci sal sopra.
Si pu sapere che fai?
Guardo rispose il nanerottolo, con gli occhi incollati al quadro.
Ne hai uno tutto tuo da guardare!
S, e guardo anche quello. Ma il tuo  un po' diverso.
Pi grande.
S, ma non importa. Non  per questo disse Jaro, e allora gli chiesi infastidita di spiegarmi
che cosa intendesse dire. A volte raccontava cose curiose. Anche il suo quadro ritraeva una casa in
legno: era bianca, pi piccola e pi storta che nel mio, sulle scale c'erano due scodelle d'acqua, era
circondata da betulle e nella veranda c'era un sonaglio per beb.
Qual  la differenza, allora? domandai. Forse che la tua casa  in un posto diverso dalla
mia?
Posto? Jaro riflett. Nooo, il posto non importa.  diversa l'epoca. La mia casa  pi vecchia
della tua.
Non il contrario? chiesi.
No. Jaro scosse la testa piena di riccioli svolazzanti.
E hai idea di chi ci viva dentro? domandai con voce infantile, perch, nonostante tutto,
volevo essere una sorella buona e premurosa, pronta a dar corda alle sue fantasie. Soprattutto adesso
che la mamma non c'era pi e che dovevo tentare almeno un po' di rimpiazzarla.
Nella casa? Jaro non esit un istante. La mamma, naturalmente.
Non so perch, ma trovai inquietanti quelle parole pronunciate con tanta disinvoltura e
convinzione. Di colpo compresi perch talvolta la nonna aveva paura di Jaro e di quel che diceva. Io
non lo capivo, in realt non volevo capirlo... in fondo, gi da sola avevo di che preoccuparmi.
Ma che intendi? gli domandai. Lui fece spallucce.
E ci vive da sola?
Qui dentro no rispose Jaro indicando la mia casa. Nella mia, un tempo s ma adesso non
pi.
Perch? All'improvviso ero invidiosa.
Perch la mia  pi vecchia disse Jaro paziente.
E lei  ancora l dentro? chiesi. Sempre e dappertutto, contemporaneamente?
Come sarebbe possibile? domand Jaro con aria scettica. A quel punto la nonna ci chiam dal
piano di sotto. I gemelli dovevano andare a scuola, Jaroslav non aveva ancora fatto colazione e non si
era lavato i denti, allora io gli rovesciai in bocca il mio muesli, cos non sarebbe uscito di casa
affamato.
Tanto io non avevo appetito.
Sull'autobus trovai posto accanto a Appolonia. Apparteneva al gruppo di ragazze con cui
pranzavo... prima che comparisse Ks a spaventarle tutte. Una volta avevo perso il mio laccio in
gomma per i capelli durante l'ora di ginnastica e non ero pi riuscita a trovarlo, e Appolonia mi aveva
prestato uno dei suoi. Il giorno dopo glielo avevo riportato lavato, ma lei, pensando che non la vedessi,
l'aveva buttato via.
Buongiorno. Mi sedetti al suo fianco.
Appolonia annu e spost la cartella.
Tutto bene? domandai con tono sospettoso. Anche se continuavo a non avere appetito, il mio
stomaco vuoto si faceva sentire. Probabilmente chiunque lo sentiva brontolare, ma strano a dirsi non
ero imbarazzata.
Benissimo, grazie. Appolonia aveva denti sporgenti ma forse, se solo non si fosse fatta
impiantare un diamante sintetico, non avrebbero dato tanto nell'occhio. Poich era l'unico tipo di
gioiello che si toglie solo con l'aiuto di un dottore, la scuola non lo vietava.
Ascolta, Polly dissi. Credo di essermi persa qualcosa. Mi puoi spiegare che cosa c' di tanto
sbagliato nelle Fate?
Appolonia si gir verso di me, il diamante sul suo dente mi ammicc.
Puah fu la sua risposta.
Cosa?
Ma come pu venirti in mente anche solo di pronunciare certe parole?
Che vuoi dire?  sbagliato anche solo dirle, le cose?
Dipende dalle cose che dici.
Ascolta, voglio solo capire. Che c' che non va nelle Fate? Hanno fatto cose brutte? A te
personalmente, per esempio?
Appolonia si gir dall'altra parte.
Le hanno fatte a tutti.
Ma dimmi cosa, ti prego.
Tua madre non ti ha insegnato che non si parla di certe cose? domand senza guardarmi.
No! risposi, sentendo crescere in me la rabbia perch mia madre in effetti non mi aveva
insegnato a reagire in situazioni come questa. A quanto pare, mi aveva insegnato ben poco. Mi sentivo
come uno che per anni ha vissuto su un'isola e che di colpo si ritrova catapultato in un mondo in cui
persino un neonato  pi informato di lui. Se le Fate esistevano sul serio, se mia madre era una Fata,
che senso aveva per me? Perch non me ne aveva mai parlato? A un tratto, pi che smarrita, mi sentivo
tradita.
Forse tua madre dovrebbe andare dal consulente pedagogico propose Appolonia con
freddezza. Per te  un po' tardi, in pratica hai gi completato il processo di socializzazione, ma hai due
fratelli pi piccoli, se non sbaglio. Loro avrebbero ancora una possibilit.
Forse dovrebbe andarci tua madre. Sentivo di non aver pi nulla da perdere. Eppure, dovevo
controllarmi. Se facevo arrabbiare tutti, nessuno mi avrebbe pi spiegato che cosa stava accadendo.
Ti prego, Polly. Le tesi una mano e lei si ritrasse. Intrecciai le mani in grembo. Che c' di
tanto malvagio nelle Fate? Che cosa hanno fatto? Credimi, non l'ho capito. Probabilmente, in tutti
questi anni, ho dormito. Sorrisi confusa.
Appolonia si copr la faccia. Non toccarmi! Non dire quella parola! url con voce stridula.
Constatai con stupore che non fingeva. Era veramente sul punto di scoppiare a piangere.
Mister Cortex
Da quel momento al liceo ero sola. Non so com'era successo, ma di colpo tutti sapevano di me.
Forse Polly aveva diffuso nella Rete interna la notizia che mi ero informata sulle Fate. A tutti, eccetto
Juliane Rettemi, che si interessa di oscenit. A ogni modo, ero rimasta sola.
Finora, nemmeno una risposta alla mia domanda. E non sapevo neanche dove cercarla. Nella
maschera di ricerca dei computer della scuola era vietato digitare la parola Fata. E nessuno mi voleva
rispondere... ormai avevo chiesto abbastanza.
A casa non navigavo in Rete. L'accesso era concesso in base allo status individuale. In ufficio
pap ne aveva uno molto elevato, o almeno cos pensavo. Io potevo accedere a giochi con cui esercitare
diverse parti del cervello, a pagine informative per adolescenti, alle mie raccolte digitali di foto e al
giornale del liceo. Jaro e Kassie ricevevano notizie per bambini, potevano vedere una selezione di film
d'animazione e un quiz con un presentatore con il naso da clown.
Ma la Rete o giochi come SYSTEM erano una vera noia.
L'unica cosa che non mi annoiava erano i miei libri. I protagonisti erano quindicenni e ragazzi
un po' pi grandi alle prese con missioni in cui gli adulti avevano fallito. Mi affascinavano, anche se
era un sollievo che descrivessero mondi distanti dalla mia realt. Adesso, per, neanche i libri potevano
aiutarmi, contenevano solamente bugie. Non che non lo sapessi gi, ma per la prima volta in vita mia
mi sentivo frustrata.
La giornata a scuola fu pi dura del solito.
Persino gli insegnanti erano freddi nei miei confronti. O, magari, era solo una mia sensazione.
Era come se per tutto il tempo fossi stata sprofondata in un sonno pieno di incubi. Ogni tanto mi davo
dei pizzicotti, stringevo gli occhi e li riaprivo nella speranza di svegliarmi e di scoprire che tutto era di
nuovo come prima.
Durante il primo intervallo non avevo meglio da fare che aprire e chiudere gli occhi. Alla
settima volta, quando li riaprii mi ritrovai davanti Ks che sghignazzava e il serpente sul suo cranio che
mi guardava con i suoi occhietti neri.
Ciao! Ks mi dette una spinta e per poco non caddi. Mi guardi come se mi avessi cancellata
dalla mente!
Era esattamente cos. Avevo talmente tanti problemi a cui pensare, che mi ero dimenticata di
lei.
Le cose vanno davvero tanto male?
La guardai. Era davvero una novellina. Al liceo nessuno avrebbe mai fatto una domanda simile,
nemmeno se mi fossi presentata con la testa mozza sottobraccio.
Cos cos risposi brusca.
Se posso aiutarti, dimmelo, d'accordo?
Per poco non cadevo dalla sedia: nessuno mi aveva mai detto una cosa del genere.
Perch mi dici questo?
Perch non dovrei? Ks si strinse nelle spalle. Anche tu aiuti me.
Ma non spontaneamente, pensai. Se non mi avessero obbligato, ti avrei piantato volentieri in
asso.
Mi sentii avvampare, probabilmente ero gi rossa come un pomodoro.
Ero invidiosa di Ks.
Io non sarei stata in grado di entrare al liceo a met anno. Io ero arrivata all'inizio del sesto
anno, e gi cos era stato abbastanza orribile. E tutto quello che faceva Ks sarebbe stato un tab, oggi
come allora: indossare un'uniforme con cui sembrava aver dormito rannicchiata sotto il letto. Portare
pantaloni al posto della gonna: quasi tutte le altre ragazze indossavano la gonna, ecco perch la
scambiavano per un ragazzo. Essere allegra e spensierata anche se nessuno a scuola le rivolgeva la
parola e tutti si voltavano dall'altra parte quando la vedevano comparire. A parte me, che ero obbligata
ad aiutarla. Nessuno, per, poteva costringermi a essere gentile, e perci non lo ero.
Mi chiusi nel silenzio e mi concentrai sui compiti di aritmetica. Ks mi lasci in pace. Scrisse
qualcosa nel quaderno, lo chiuse e si dedic al computer portatile. All'inizio volevo ignorarla, poi per
prevalse la curiosit.
Perch hai smesso di fare i compiti?
Ho finito bisbigli. Adesso gioco.
Sbirciai sul suo schermo pensando che giocasse a SYSTEM, ma invece di studiare il labirinto di
Stati con le sue domande cifrate e i trabocchetti, correva qua e l su un campo per respingere palline.
Che giochino istruttivo! pensai con perfidia, di certo molto al di sotto del livello di una liceale.
Dopo averla osservata un po', mi accorsi di un fatto curioso.
Giochi contro il computer?
No, contro mio fratello. Si annoia anche lui.
Anche lui  qui al liceo?
No,  all'Universit rispose lei con un pizzico d'orgoglio.  a lezione, ma dice che si
concentra meglio se intanto gioca con me.
Impiegai un attimo a capire cosa significasse.
Questo vuol dire che... che hai un accesso alla Rete esterna!
Ma certo disse Ks, sparando una pallina color argento contro una rossa e facendole
esplodere entrambe. Senn come farei a giocare con lui?
Ma...  un computer della scuola! Siamo controllati, non possiamo accedere alla Rete cos, ci
chiedono il nostro Status. A noi  consentito usare il Programma di apprendimento e il motore di
ricerca. Pensai con amarezza alla reazione del computer alla mia query.
Be', ecco replic Ks con imbarazzo, diciamo che ho apportato una piccola modifica.
A un computer della scuola? Ma sei impazzita?
Non sapevo che fosse vietato. Ks sgran gli occhi e fece un'espressione buffissima. Non
me lo aveva detto nessuno, nemmeno tu.
Anche se l per l mi sembr che volesse scaricarmi addosso la responsabilit, non potei
trattenermi dal ridere.
Magari me l'hai detto e io non ho sentito si affrett ad aggiungere: probabilmente aveva
avuto il mio stesso pensiero. Gi in altre due occasioni si era comportata come se sapesse esattamente
cosa mi passava per la testa. Era molto strano. D'altra parte, era anche comodo non dover sempre
spiegare tutto. Ciononostante, mi infastidiva il pensiero che potessimo essere molto pi simili di quel
credessi all'inizio.
Ma... Non se ne accorge nessuno? domandai.
Non ci fa caso nessuno. Lo vedi anche tu.
Senti, Ks... Mi guardai intorno con aria furtiva e sentii il cuore accelerare. Non avevo mai
fatto nulla di illegale. Potrei usare il tuo computer?
Ma certo. E dopo aver scritto qualcosa nell'angolo del tappetino tattile e aver fatto sparire il
gioco, mi pass il portatile.
Io per devo fare una ricerca dissi con cautela.
S, prego.
 una cosa... be', ecco, una brutta parola... Almeno, credo.
Wow! disse Ks spensierata. Una brutta parola!
S, insomma... se mi scoprono, non voglio che tu passi delle grane. L'ultima frase era una
bugia bella e buona: mi importava molto meno di Ks che di me.
Non controlla nessuno. Fallo e basta, prima che arrivi qualcuno. Si gir verso la porta, ma
nella stanza c'eravamo solo noi.
Presi il computer e con mano tremante aprii il motore di ricerca.
Ehi! Non avevo tempo da perdere, ma ero allibita. Non credevo ai miei occhi, era proprio
come me l'avevano descritto. Una semplice cornice argentea senza nessun fronzolo, niente fumetti n
pubblicit con logo lampeggianti. Ma  Mister Cortex!
Ma certo, che credevi? Che usassi Baby-Cerca?
Scossi la testa, ammutolita.
Mister Cortex era un motore di ricerca di cui finora avevo solo sentito parlare. Tutti noi, finora,
ne avevamo solo sentito parlare. Era accessibile a una rigida selezione di adulti perch scopriva
informazioni che non tutti avevano diritto di conoscere. Solo gli alti funzionari o gli scienziati delle
industrie di Stato ottenevano lo Status Cortex. Era l'unico strumento di ricerca che lavorava senza filtri.
Tutti gli altri erano tarati sullo Status del gruppo che vi aveva accesso: ricerca gastronomica, ricerca
fitness, ricerca grammaticale. E i risultati della ricerca rientravano nel rispettivo ambito di
specializzazione.
Ma per usare Mister Cortex serve un'autorizzazione! Senza possono punirti. Nemmeno mio
padre ce l'ha, e considera che lavora alla HYDRAGON.
Hai intenzione di discutere o di fare le tue ricerche? protest Ks con uno sbadiglio.
Allora chiusi il becco e digitai svelta la parola: Fata.
Chiss ora cosa sarebbe successo. Sarebbe esploso il computer? Sarebbe scattato un allarme e il
pavimento si sarebbe spalancato sotto i nostri piedi? Mi sentivo il cuore in gola, avevo le mani sudate.
Mister Cortex inghiott la mia parola e dopo un attimo sput fuori i risultati. Comparvero numerosi
link, su parecchie pagine.
Avevo la gola secca.
Non so perch, non guardai n il primo n il secondo link, ma posai gli occhi sul terzo. Aprii la
pagina e lessi:
Se una Fata vuole avere figli, l'unica possibilit che ha  concepirli insieme a un uomo
(normale). Nella maggior parte dei casi si dicono pronti a farlo quegli uomini che hanno il bisogno
esistenziale dei servigi di una Fata. Si instaura cos un rapporto di dipendenza a cui molte Fate non
sopravvivono. Le figlie di una Fata hanno un cinquanta per cento di probabilit di diventare a loro
volta Fate. I figli maschi, pur non diventando Fate (le Fate sono solo di sesso femminile), sono in tutto
e per tutto esseri speciali...
Ks agguant il computer e me lo tir via da sotto il naso.
Ma che... protestai.
Grazie di avermi aiutato con il programma di calcolo, Juli disse Ks a gran voce.
Il tutor era al nostro tavolo e io non me ne ero nemmeno accorta! Cominciai a sudare freddo. Il
liceo era molto rigido: la seppur minima trasgressione veniva punita con una multa che, a partire da un
certo livello, era molto salata e comportava anche l'obbligo di una seduta con il consulente di condotta.
Ma quel che avevo fatto io andava oltre le multe. Non riuscivo nemmeno a immaginare cosa sarebbe
successo se mi avessero scoperto. Magari avrebbe significato la peggior punizione che potesse toccare
a un minorenne: il ritiro del braccialetto con il numero per decisione di un tribunale. Il che non voleva
solo dire addio alla scuola, ma che smettevi di essere un Normale, che diventavi una Non-Persona, che
potevi trasferirti subito nel quartiere dei Freak e restarci sepolto a vita.
Mentre io continuavo a pensare a quegli orribili scenari, Ks intratteneva il tutor.
Appena arrivi, non sai niente di niente gli diceva allegra. Magari ti scappa forte, apri una
porta dopo l'altra, ma dietro ci trovi la stanza dei professori, poi l'infermeria, e intanto te la sei fatta
addosso...
Il tutor la guard con occhi vitrei.
E non so se ho fatto bene i calcoli, ma Juli non pu sempre far tutto per me. Con un gesto
della mano, Ks tir fuori dalla stampante di classe il foglio con le soluzioni. Quindi sono proprio
contenta che lei sia venuto fin qui per aiutarmi.
Il tutor socchiuse gli occhi, prese il foglio, gir sui tacchi e se ne torn alla cattedra.
Tirai un sospiro di sollievo. Forse non ha fatto in tempo a vedere. Devi fare pi attenzione.
Mi fermai. Voglio dire, io devo fare pi attenzione. Sono stata io a avviare la ricerca e a leggere, tu
non potevi impedirmelo... Tacqui, confusa.
Non preoccuparti mormor Ks. Mi fa tenerezza che da voi l'insegnante corregga tutto e
che non sia un programma a dare i voti. Ha un che di nostalgico, come questi libri di carta e i quaderni.
Chiss, magari in questo modo la direzione della scuola si guadagner le simpatie dei conservatori che
mandano i figli al liceo perch credono in un'educazione senza l'uso delle tecnologie. Intanto, per,
hanno la casa piena di cianfrusaglie elettroniche come tutti i Normali.
Cosa? domandai, col pensiero rivolto alle frasi che avevo letto sul computer. Di che parli?
Niente di importante disse Ks.
Il tutor torn da noi e lanci sul tavolo il foglio dei compiti di Ks. Prima che lei lo infilasse
nella cartella, riuscii a vedere che non aveva commesso errori.
In mensa eravamo di nuovo sedute al tavolo da sole. In silenzio. Mi frullavano ancora in testa le
parole lette sul suo computer, non riuscivo a liberarmene. Servigi di una Fata... bisogno esistenziale...
rapporto di dipendenza a cui molte Fate non sopravvivono... Le figlie di una Fata... un cinquanta per
cento di probabilit...
O era un brano tratto da una favola molto curiosa, oppure doveva essere la realt. E allora, tanto
valeva che mi gettassi sotto il primo autobus, perch la vita non mi riservava pi nulla.
Guardai Ks. Se tutto doveva crollare, non mi costava nulla riparare a qualcosa.
Ks dissi. Grazie.
Di cosa? chiese lei, infilandosi il cibo in bocca, come se non mangiasse da settimane.
Per il motore di ricerca spiegai. Per Mister Cortex.
Ma non hai fatto in tempo a leggere.
Qualche riga dissi. Sono riuscita a leggere qualche riga.
Be', ecco comment Ks. A volte poche righe valgono pi di cento libri.
Non mi chiese cosa ci fosse scritto in quelle poche righe, e io non le dissi nulla. Avevo la
sensazione che fossero rivolte a me soltanto. Di colpo sapevo che cosa aveva voluto dirmi pap: se tieni
la bocca chiusa, forse il pericolo passer.
Ebbi la sensazione che non sarebbe stato cos.
Ks mi guard storto. Pare che tu sia assolutamente determinata a continuare a leggere. E
forse questo non  il luogo migliore. Siamo troppo maldestre. Andiamocene via dalla scuola prima del
previsto.
Che significa prima del previsto? Io non voglio fuggire, voglio fare l'esame finale e poi
trovarmi un buon lavoro dissi con calma, come se facessi ancora affidamento su ci che fino a qualche
giorno prima consideravo scontato.
Che brava ragazza comment Ks, facendomi l'occhietto.
Se potessi continuare la ricerca... dissi. Potresti chiedermi quello che vuoi.
Oh oh, questa s che  un'offerta. Ks allontan il piatto vuoto e se ne riemp un altro, con
pasta e frutti di mare. Corrug la fronte e il suo tatuaggio si anim pi che mai. Che cosa potrei
ottenere da te?
Ci riflettei su. Bella domanda.
Ti va di venire a casa mia e continuare a leggere in tutta tranquillit? Ks osserv la cozza
che aveva infilzato.
Mmm. Abbassai lo sguardo sul mio piatto. Era una situazione insolita, non ero mai andata a
casa di una compagna senza un motivo. Non era abitudine farlo. Di solito, ci si vedeva solo a scuola. E
poi, a partire dai dodici anni, per incontrarsi con i coetanei ogni quartiere normale aveva il suo bel
numero di caff e centri ricreativi per giovani. Ero andata a casa delle compagne solo per le feste di
compleanno, ma anche questi erano stati casi eccezionali, perch i genitori preferivano organizzare
feste altrove.
Ai tuoi genitori va bene? chiesi.
Ah fece Ks. Sono abbastanza grande, ormai. Non devo chiedere il permesso per ogni
peto.
Decisi di non prenderla sul personale. Ti va magari di chiederglielo, prima? Non a tutti fa
piacere avere estranei in casa. A nessuno, per la precisione.
Non preoccuparti. Vieni pure da me oggi, dopo la scuola. Se ti va.
Sul serio?
Santo cielo, non ti sto mica proponendo di tendere un agguato al preside! Vieni oppure non
venire, ma non farne una questione di vita o di morte disse Ks spazientita.
E va bene.  solo che...
Volevo dire Di norma non si fa, poi per pensai che forse si sarebbe offesa, viste le sue
diverse abitudini sociali, e cos finii per risponderle:
 molto gentile da parte tua.
Raggiungo una radura.
Vedo una casa,antica, bianca e sbilenca.
Sulla veranda c' un sonaglio per beb.
La porta  socchiusa. Dentro c' silenzio,
ma di colpo viene interrotto da un gemito sommesso.
Qualcosa in me mi suggerisce di non entrare,
ma l'istinto ha la meglio. Apro la porta.
Il motorino blu
Avevo deciso che non sarei tornata a casa, avrei fatto un giro a scuola e poi sarei andata
direttamente da Ks. Ma non sapevo come arrivarci. Ks aveva detto di abitare vicino a Zett, un
quartiere che conoscevo solo di nome. Sulla cartina era separato dal mio da almeno due quartieri
normali e da una Zona nera, che significava inaccessibile.
Non potevo prendere l'autobus perch gli autisti tenevano conto dei dati registrati e ci
lasciavano solo davanti a casa. Il liceo era frequentato da molti ragazzi di famiglie benestanti e si
temevano rapimenti.
Ks mi disse spazientita di non fare tanti convenevoli e di andare insieme a lei. C'era molta
strada da fare e non era facile orientarsi.
La sensazione di violare ogni regola non mi abbandonava. Ma ormai non era pi un gran
problema. Le parole del motore di ricerca si erano fissate nella mia mente e non mi davano pace. Se
avevano un fondo di verit, se dovevo congedarmi dalla vecchia vita, era ormai tempo di abbandonare
le vecchie regole del gioco e stabilirne di nuove.
Ciononostante, non me la sentivo di non avvertire a casa. Non ero cos coraggiosa. Le ginocchia
continuavano a tremarmi, morivo dalla voglia di leggere altro sulle Fate... anche se, al tempo stesso,
l'idea mi spaventava.
Mi unii al solito serpentone nero di ragazzi e ragazze in coda davanti alla cabina telefonica. Mi
ero spesso chiesta a chi telefonassero.
Fu una cosa veloce: al proprio turno, ognuno diceva svelto un paio di frasi nella cornetta e
riagganciava. Non disturbare i compagni e sbrigati! recitava un cartello alla parete della cabina.
Non  una frase strana? disse Ks, indicando l'avviso e scoppiando a ridere. Gli altri si
girarono verso di noi e io abbassai la testa. Ma perch doveva sempre farsi notare? Gi si presentava
male. Magari a lei non importava che tutti la considerassero una Freak, ma a me i loro sguardi davano
fastidio. Adesso pi che mai. Avrei preferito scomparire piuttosto che sentirmi dire di nuovo figlia di
Fata.
Mi vergognai di me stessa: la mamma dava di matto quando si giudicava qualcuno dall'aspetto.
Ma dov'era lei, adesso, con tutte le sue idee strane e il suo raccapricciante Status di Fata? Perch mi
lasciava sola, dopo che mi aveva tenuto all'oscuro per cos tanto tempo?
Al mio fianco, per, c'era Ks. Poco prima la sua rapida reazione mi aveva salvato da guai
terribili. Ed era intenzionata a continuare ad aiutarmi. Dovevo solo sforzarmi di non guardare il suo
serpente. Ero ossessionata dalla sensazione che mi fissasse.
Dopo cinque minuti arriv il mio turno ed entrai in cabina. Ks rest fuori.
Passai allo scanner il braccialetto con il codice e chiamai a casa.
Rispose subito mia nonna. Quando le dissi che non sarei tornata direttamente a casa ma che
sarei passata da un'amica, cominci a boccheggiare. Mi chiese chi era l'amica, dove abitava, chi erano
i suoi genitori e soprattutto come mai mi era venuta un'idea tanto bizzarra.
Sono io che la affianco e devo aiutarla. In pagella figurer che mi sono impegnata per il liceo
dissi nel tono pi neutro possibile, come se fosse la cosa pi naturale del mondo.
E intendi andarci subito dopo la scuola? Ingrid non riusciva a capire.
S, altrimenti sarebbe un giro troppo lungo.
La nonna prese un bel respiro. Riuscivo quasi a immaginarla, con la sua fronte perfetta e priva
di rughe, la bocca piegata in una smorfia. Non posso decidere io disse. Meglio se telefono a tuo
padre. Allora le urlai: Se lo fai... se gli telefoni... Non sapevo cosa avrei fatto, e mentre pensavo
disperatamente a una minaccia a effetto, il telefono gracchi e una voce di donna mi intim: Non devi
disturbare i compagni, Juliane Rettemi! Sbrigati e abbassa la voce.
Hai sentito? feci a Ingrid. Devo agganciare, a stasera.
E posai la cornetta.
Dal vetro della cabina vidi Ks con in mano le nostre cartelle. Non c'era nessun altro. Ero
l'ultima della fila. Non disturbavo nessuno.
Ripresi la cornetta e la premetti all'orecchio.
Ero mossa da una forza sconosciuta. Digitai una sequenza di numeri familiari, anche se non si
trattava di numeri telefonici. Era la data di nascita della mamma. Le mie dita sembravano animate da
una vita propria, era la cosa pi stupida che si potesse fare. Se il numero esisteva, avrei parlato con uno
sconosciuto. Se era inesistente, cosa molto pi probabile, avrei sentito un messaggio registrato. Avrei
voluto fermarmi, ma a quanto pare ero gi troppo avanti: il telefono squill con un ritmo diverso, udii
gracchiare e, a seguire, mi rispose una voce femminile:
Chi parla? Un bambino o un adulto?
Non mi piaceva essere definita una bambina, ma di fronte a quella voce avrei tanto voluto
esserlo. Ero sbalordita.
Bambino dissi, mentre gli occhi si riempivano di lacrime.
Vuoi parlare con la mamma?
Stetti al gioco: Oh, s, per favore!
Ne hai pieno diritto. La voce era molto compassionevole. Aspetta un attimo.
Udii un fruscio, come quando il vento scuote le chiome degli alberi, e di colpo qualcuno disse:
Juli! Tesoro mio!
Era mia madre.
Non riuscivo a credere che fosse lei. Pensai che si trattasse di un buon programma di sintesi
vocale, l'ennesimo inganno. Rimasi in silenzio. Non volevo rendermi pi ridicola di cos.
Juli, perch non dici nulla? Tutto a posto? Ti lasciano in pace?
Sei tu, mamma? gridai. Quando torni a casa?
Ancora non posso. La sua voce era molto distante.
Devi tornare subito! urlai.
Juliane Rettemi, sbrigati e abbassa la voce! s'intromise di nuovo la voce registrata.
Levati di torno le dissi. Mi era venuta in mente solo questa espressione un po' fuori moda che
avevo sentito in un vecchio film in 2D. Temetti che la voce registrata avesse disconnesso mia madre.
Invece c'era ancora, la sentivo respirare.
Come posso raggiungerti, mamma?
Vuoi farlo?
Certo che lo voglio.
Tu non sai com' qui.
Certo che no! strillai. E come faccio a saperlo? Non mi hai mai raccontato nulla! Sono
sempre l'ultima a scoprire le cose che mi riguardano! Con tutte le tue maledette raccomandazioni, mi
hai educato solo per tenermi nascosta al mondo... Anzi, per tenermi nascosto il mondo... I miei occhi
erano pieni di lacrime di rabbia. E brava Juliane, a questo punto aveva sicuramente buttato gi!
E invece no, c'era ancora. S, hai ragione,  proprio cos ammise, mentre io mi stropicciavo
gli occhi come una matta. Ci mancava solo che uscissi dalla cabina con la faccia gonfia di pianto. La
mamma parlava svelta, ed era un bene perch presto avrebbero interrotto la nostra conversazione, ci
stavamo dilungando. Volevo proteggervi, ma ho solo peggiorato la situazione.
E adesso? Che devo fare? Dimmi cosa devo fare! urlai disperata.
In quel preciso istante il telefono gracchi e segu il silenzio.
Premetti il braccialetto sullo scanner, digitai di nuovo la data di nascita della mamma che mi
aveva regalato un'inattesa felicit, presi a pugni l'apparecchio, scossi la cornetta. Non successe nulla.
Silenzio di tomba. Il telefono era morto.
Uscii dalla cabina e raggiunsi Ks all'angolo. Cercai di dominare l'uragano che mi si era
scatenato dentro.
Credo di aver rotto il telefono dissi mortificata, anche se l'unica cosa a cui riuscivo a pensare
era la voce della mamma. A un tratto non ero pi sicura di averla sentita, forse era stato solo un sogno.
Wow! disse Ks con tono d'approvazione. Tu s che ci sai fare.
Abbozzai una smorfia. Avevo sbagliato un'altra volta. Ero riuscita, non so bene come, a
telefonare a mia madre scomparsa, ma invece di chiederle dove si nascondeva e come stava, mi ero
limitata a urlarle e a rimproverarla. Avrei dovuto essere felice che fosse ancora viva.
Tutto ok? Ks mi guard in faccia. Tutto a posto a casa?
Cosa? La guardai, ma sembrava priva di malizia. S, tutto ok. Una meraviglia, nessun
problema.
Andammo sul retro della scuola, dove gli studenti pi grandi lasciavano il motorino. Ks si
diresse verso il parcheggio fermandosi accanto a un veicolo che spiccava non solo per il colore azzurro
cielo.
Riemersi dai miei pensieri. Hai un motorino? Ero molto sorpresa e, per certi versi, invidiosa.
Se gli altri studenti l'avessero vista adesso, pensai amaramente, sarebbero addirittura stati gelosi del
mio ruolo di affiancatore.
Ma certo. Ks apr il lucchetto, sganci un casco rosso dal manubrio e me lo lanci. Mettiti
questo.
E tu?
A me non pu pi succedere granch. Ks si picchiett sul cranio e, di riflesso, io
indietreggiai, immaginando che il serpente avesse fatto guizzare la lingua.
Ma non  vietato viaggiare senza casco?
Vietatissimo. Si riprese il casco e me lo mise in testa. Subito ogni cosa si fece pi sommessa,
quasi lenta: mi sembrava di essere un pesce nell'acquario. Che sollievo! Lo avessi saputo prima, avrei
infilato la testa in un vaso d'acqua, per pensare indisturbata solo alla voce di mia madre.
Non mi stup che il motorino di Ks si distinguesse dagli altri veicoli. Era fantastico e aveva un
che di folle: le impugnature del manubrio sembravano le corna spiraleggianti dell'ariete che avevo
visto allo zoo da piccola e il fanale sfavillante pareva ammiccare. Ks impugn il manubrio e spost il
motorino, che mi sembr opporre resistenza, come se fosse davvero una creatura viva. Ks mi fece
cenno di salire.
Siediti!
Dove?
Secondo te? Dietro di me. E tieniti forte!
Mi arrampicai con cautela sul sedile. Finalmente capii perch Ks indossava sempre i pantaloni:
dovetti tirar su la gonna fino al sedere. Il motorino muggiva impaziente e tremava un po'. Sentendolo
vibrare, chiesi: Ma ce l'hai la patente, vero?
Il rombo del motore seppell la risata di Ks.
Non ero mai salita su un motorino. Urlai di gioia come Jaro e Kassie sulla giostra quand'erano
piccoli. Ero spaventata, ma anche svagata e allegra. Il vento cacci via dalla mia testa i pensieri cupi e
le preoccupazioni per mia madre e mi graffi il collo. Mi tenevo stretta a Ks.
Sfrecciammo attraverso la citt. Ogni tanto Ks si fermava a un semaforo rosso e, poich
frenava sempre all'ultimo secondo, rischiavo di cadere. Mi strinsi ancora pi forte a lei. Ks faceva la
spola con molta disinvoltura fra le quattro corsie della strada, e le macchine ci suonavano dietro. Ben
presto ci trovammo in un quartiere che non conoscevo.
Ci lasciammo alle spalle il centro, con la sua sede governativa e i grattacieli a specchio, molto
pi in fretta di quanto non facesse di solito l'autobus. Dopo poco svoltammo in un quartiere
residenziale; quando lo vidi, pensai che ero fortunata ad abitare nel mio.
Le case dalle mie parti erano bianche, gli edifici pubblici verdi. Tutto sembrava pulito e nuovo,
le strade erano cos dritte che sembravano tracciate con un righello. Una cartaccia a terra sarebbe stato
uno scandalo, e tutti da me cercavano di evitare gli scandali.
Nel quartiere in cui ci trovavamo adesso le case erano vecchie, sottili e sghembe, come tanti
denti marci su una mascella troppo piccola. Le strade erano storte, gli alberi incolti, ai balconi erano
appese corde per il bucato coperte da piante rampicanti. Davanti alle case c'erano barattoli vuoti e
buste di plastica abbandonate. Nonostante facesse piuttosto freddo, i bambini giocavano a piedi nudi tra
l'immondizia.
Naturalmente sapevo che non tutti avevano una vita normale e felice come la mia famiglia.
Sapevo che nel mondo ci sono bambini che non hanno cibo a sufficienza e vestiti. Ogni tanto alla
televisione passavano spot pubblicitari in cui associazioni benefiche chiedevano un'offerta per i tossici
e gli orfani malati. Ingrid scuoteva ogni volta la testa e pap alzava il dito indice in segno di
ammonimento. Scontato dire che i tossici erano Freak  li riconoscevi dalle creste in testa e dagli
stracci che indossavano  ma non erano normali neanche gli orfani malati, tatuati fin dalla nascita.
Eppure, c'era una bella differenza tra vedere quegli occhi tristi e imploranti sullo schermo di
una televisione, o accanto a te, in carne e ossa e senza imbellimenti. Rimasi scioccata, soprattutto
perch i bambini che stavano giocando al freddo e in mezzo alla sporcizia sembravano quasi normali.
Con una doccia e dei bei vestiti addosso, avrebbero potuto tranquillamente scorrazzare nella nostra
Juniorlandia. E non sembravano neanche piagnucolosi. Erano felici. Com'era possibile?
Detti un colpetto sulla spalla a Ks.
Chi sono questi bambini? Dei Freak?
Cosa? grid lei.
Mi domandavo, chi sono questi bambini?
Che importanza ha?
Ma devono essere qualcosa, se vivono in queste condizioni!
Ks si gir verso di me e per poco non invest un gigantesco cane arruffato che se ne stava in
mezzo alla strada, noncurante del fracasso del motorino. Ks mi lanci un'occhiata strana.
Sono persone, Juli. Persone. E, con mio grande sollievo, guard di nuovo avanti.
Chiusi gli occhi. Schiumavo di rabbia e frustrazione. I miei genitori erano fortunati a non essere
qui con me. Mi avevano mentito entrambi: mia madre aveva taciuto la verit pi importante su di s  e
su di me. Pap mi aveva chiuso sotto una campana di vetro, nascondendomi il resto del mondo, e senza
rendersi conto che l'ossigeno a mia disposizione era finito da un bel pezzo.
Ormai la vecchia Juliane, sempre allegra e gentile, mi andava stretta, le cuciture stavano
saltando, si strappavano... Anche questa ero io... e, molto spesso, mi facevo paura da sola.
Dove siamo? urlai a Ks. Quando lei mi rispose Al Villaggio delle Fate, stranamente non
mi stupii.
Ma  il posto dove abitano le Fate, no? dissi. Non so quale fosse la fonte di questa mia
improvvisa consapevolezza.
Non credo! Ks scosse la testa. Ma non ne sono sicura. Il quartiere ha un nome antico, ma
non compare su nessuna cartina. La gente perbene non lo usa! Stavolta la sua risata sovrast il rumore
del motorino che sfrecciava sulle strade, curvava all'ultimo momento, evitava anziane e bambini che
attraversavano senza guardare.
Ma tu non abiti qui?
No, no mi tranquillizz.  solo una scorciatoia.
Uscimmo dal ginepraio di questo nido sporco con la stessa velocit con cui eravamo entrate.
La casa di Ks sorgeva in un complesso residenziale che non avevo mai visto. Era molto pi
pulito del Villaggio delle Fate, ma pi selvaggio che da noi. Dei cartelli stradali, onnipresenti nel mio
quartiere, l non c'era l'ombra. Niente Juniorlandia, niente piscine, niente centri commerciali. E niente
color verde menta.
In compenso, le grandi e vecchie case di legno si stringevano orgogliose e salde al pendio della
collina. L'impressione generale era rovinata dai tanti mucchi di cassonetti per l'immondizia che non
venivano lavati da molto tempo. Tuttavia, almeno a giudicare dal colore dei cassonetti, gli abitanti
facevano la raccolta differenziata.
Era insolito vedere case tanto vecchie.
Conoscevo edifici storici, chiese antiche, il palazzo del Senato in centro, con le sue imponenti
colonne e le sale immense, che avevamo visitato durante l'ora di Storia e costumi dello Stato. Ma le
abitazioni, per me, erano dritte, in cemento e con finestre gigantesche, per far entrare quanta pi luce
possibile.
Stavo ancora cercando di capire se mi piaceva, quando vidi spuntare qualcosa da due cassonetti.
Era grande quasi come un coniglio, ma con una lunga coda glabra. Lanciai un grido. Ks fren.
Eravamo arrivate.
Ks parcheggi il motorino davanti all'ultima casa della strada e salt gi. Non fece in tempo a
tendermi la mano che ero gi caduta insieme al motorino. Sdraiata a terra, vidi la casa sopra di me e mi
fece una strana impressione. Poi capii perch. Ne restava la met, mancava tutto il retro. I segni di un
incendio e i bordi irregolari rivelavano che aveva una brutta storia alle spalle.
Ti sei fatta male? mi domand Ks, preoccupata. Scossi la testa, il casco aveva attutito il
colpo. Me lo tolsi e mi sistemai i capelli.
Uff sbuffai guardandomi intorno. Ma che  successo qui?
Ks mi invit a entrare.
Mi fece strada e io la seguii sulla scala di legno, che cigol sotto i miei piedi. Quella casa, o
almeno la parte ancora in piedi, emetteva suoni come se fosse viva.
Pensavo che saremmo state accolte dalla madre di Ks. All'interno, per, era buio pesto.
Rimpiansi le nostre stanze luminose, inondate di luce, che davano un senso di vastit. Strano a dirsi, ma
in casa non c'era nessuno. In passato le donne andavano a lavorare, ma al giorno d'oggi per fortuna non
era pi necessario, soprattutto se la famiglia poteva permettersi di mandare il figlio al liceo.
Probabilmente la mamma di Ks era andata a fare la spesa o a fare sport, o a prendere un caff
con le vicine.
Intanto Ks accendeva le luci e apriva le persiane. Era la prima volta che vedevo una persiana
dal vero, finora le avevo incontrate solo in qualche vecchio libro per bambini.
Ci fermammo in cucina. Era gigantesca, con credenze alte fino al soffitto, le pareti dipinte di un
bel giallo allegro, un tavolo immenso con ancora i resti della colazione e un odore che mi fece venire
l'acquolina.
Cos' questo buon profumino?
Ah, giusto! Ks si tocc la fronte e apr il forno. Me l'ero scordato. Stamattina, prima di
venire a scuola, ho preparato un dolce e l'ho messo nel forno, in modo che fosse pronto al ritorno.
Sai fare i dolci? domandai sorpresa. Io, al massimo, sapevo usare il tostapane e bruciavo la
met delle fette. Ingrid diceva sempre che avevo ereditato le due mani sinistre di mia madre, che invece
cucinava bene.
Sono la miglior pasticcera della famiglia. Ks rise forte. Be', anche l'unica.
Ma tu non sapevi che sarei venuta a trovarti mormorai, ma poi, girandomi, la mia attenzione
fu attratta dalla parete vuota, occupata solo da un quadro. Ritraeva, a dimensioni naturali, una ragazzina
accanto a una finestra. Il viso era nascosto. China sul davanzale, la ragazzina dava le spalle
all'osservatore e schiacciava il naso contro il vetro. Avr avuto l'et di Kassie, ed era bionda e ricciuta
come lei.
Era stata mia madre a dipingerlo.
Che ci fa questo quadro in casa vostra? Indicai il dipinto, mascherando l'agitazione crescente.
Quello?  qui da molto tempo, non mi ricordo. Di sicuro l'hanno comprato i miei genitori.
Non possono averlo comprato, la pittrice non ha la licenza.
Non ha cosa?
Non ne hai mai sentito parlare? Gli artisti devono avere il permesso per produrre arte.
Altrimenti, non possono mostrare i quadri a nessuno, rischiano una condanna. N possono venderli o
regalarli. Anche il solo possesso  perseguibile spiegai. Stentavo a credere che Ks non lo sapesse.
Devo toglierlo da l e nasconderlo.
Consideralo gi fatto, s s, subito in soffitta. Ks rise forte e tocc amorevolmente la cornice.
No, no, la piccola resta in cucina, punto e stop. Quando avevo tre o quattro anni, parlavo sempre con
lei.
Ma non puoi,  dipinta.
Se lo dici tu Ks fece spallucce.
Chiss che faccia ha... bisbigliai.
 carina, ha le lentiggini e una cicatrice sulla fronte.
Kassie aveva le lentiggini e una cicatrice sulla fronte.
All'et di due anni cadendo aveva battuto la testa sull'angolo di un armadio e aveva cominciato
a sanguinare come un animale ferito. Pap aveva urlato che bisognava metterle i punti, ma la mamma
aveva fermato il sangue da sola. Non l'avevano neanche portata in ospedale.
Come lo sai? Come sai che faccia ha?
Be', ogni tanto si gira, quando ne ha voglia. Ha un bel caratterino.
Impossibile dissi con la voce di pap, come se non avessi mai sentito lo stormire del bosco o i
bisbiglii umani provenire da dentro il mio quadro. Ero sicura che succedesse solo a casa mia. E intanto
mi ero convinta che in qualche modo avessero a che fare con mia madre.  un dipinto!
Ma davvero? sogghign Ks.  arte di Fata. Okay, se sei tanto esperta, te lo concedo:  roba
illegale. Ma non appenderemmo porcherie nella nostra cucina. Le Fate sono le uniche a fare arte come
si deve.
Arte di Fata... Mi sedetti a terra, sulle calde assi di legno.
Abbiamo anche le sedie disse Ks premurosa.
Ks. Devo raccontarti una cosa. Mi morsi il labbro inferiore, ma in fondo non c'era granch
su cui riflettere. Avrei rivelato a Ks il mio segreto. Ero stata costretta a tacere riguardo ai fatti accaduti
negli ultimi tempi e ora mi sentivo quasi scoppiare. Non ne potevo pi, dovevo parlarne con qualcuno.
Il quadro  di mia madre.
Ma no! Non era stupita, mi guard come se lo sapesse gi. Poi si gir verso il quadro, come
se volesse stabilire una somiglianza tra me e l'immagine rappresentata. Cio, sarebbe una cosa un po'
pazzesca disse.
So riconoscere i quadri di mia madre. Be', non proprio tutti, ma comunque so che cosa
dipinge. Non mi sbaglio, questo quadro  suo.
Wow! esclam Ks. Quand' cos, sei la figlia di una famosa pittrice. Che amici che ho! E
con la mano sinistra si colp la spalla destra, una scena molto stramba.
Rimasi interdetta, non solo perch mi aveva definito sua amica, ma anche per quello che aveva
detto sul conto di mia madre.
Ks, mia madre non  una pittrice famosa. Sospirai. Non ha una licenza. Dipinge tanto, s,
ma  tutto in soffitta. Abbiamo quadri nelle nostre camere, ma l'uso privato  consentito. I parenti di
primo grado possono vederli e riceverli in dono. Per il resto, nessuno ha mai visto le sue opere. Non
sarebbe stato possibile, sarebbe finita in guai seri.
Avevo un nodo alla gola.
 finita in guai seri.
I Normali e i Freak
Mi sedetti al grosso tavolo in legno su cui Ks aveva appoggiato la torta di mirtilli neri, mi presi
la fronte tra le mani e raccontai tutto. Tutto quello che sapevo: la scomparsa di mia madre, il rifiuto
della polizia di cercarla anche se temevo che le fosse capitato qualcosa di brutto, la reazione di mio
padre, la prima volta che avevo sentito pronunciare la parola Fata riferita a lei, e in riferimento a me,
la constatazione che veniva usata come offesa da tutti a parte...
A parte te dissi. Sei l'unica che ne parla come se non ci fosse niente di male. Villaggio delle
Fate, Arte da Fata. Come se fosse normale.
Ks mi ascolt in silenzio.
Quindi sono la figlia di una Fata proseguii. E nessuno mi dice che cosa  successo a mia
madre. Ks, in vita mia non ho mai avuto cos tanta paura. E, per certi versi, sono anche arrabbiata con
lei, perch non mi ha mai detto chi fosse veramente e che cosa significasse per tutti noi.
Mangia la torta disse Ks, mettendomi davanti un piatto con una grossa fetta. Fa bene ai
nervi.
Ne presi un pezzetto e inghiotti immediatamente.
Guarda l! Tossii, scossi la testa e con la forchetta indicai l'angolo della stanza.
A terra c'era un grosso ratto che, per quanto strizzassi gli occhi, non voleva saperne di sparire.
Era marrone, e mi fissava con i suoi occhietti neri. Ks non ci fece caso ma mi diede un colpetto sulla
schiena. Smisi subito di tossire. Non sopportavo che mi toccassero le spalle.
Guarda! Un ratto!
Si gir verso di lui. Eccoti qua! esclam allegra. Finalmente smise di picchiettare il punto
sensibile tra le mie scapole, prese un pezzetto di formaggio secco dal ripiano accanto al lavandino e lo
mostr al roditore. Il ratto smise di fissarmi e corse da Ks, afferr il formaggio, si arrampic sul suo
braccio e le si accomod sulla spalla. Quindi cominci a sgranocchiare il formaggio tenendolo con le
zampette superiori.
Adesso vomito dissi, anche se mi trattenni dal risputare il dolce sul piatto.  un ratto vero?
Che altro, senn? Ks lo accarezz dolcemente con l'indice. Lui  Caramello.
 il suo nome?
S, certo, hanno tutti un nome.
Tutti? Ce ne sono altri? E scorrazzano in giro?
Sono una decina. Se vogliono, dormono nella gabbietta, altrimenti sono liberi di muoversi.
Mi sentivo male, avevo una paura matta di qualsiasi tipo di roditore. I ratti portavano sporcizia e
malattie. L'animale araldico dei Freak era un ratto. Mi torn alla mente la storia che mi aveva
raccontato Ingrid quand'ero piccola, di un ratto che aveva rapito una bambino nella culla.
Le riserve che avevo nutrito all'inizio nei confronti di Ks e di cui avrei voluto sbarazzarmi non
erano del tutto svanite.
Ma portano le malattie!
Questi qui, no. Ks si gir a guardare il topo sulla sua spalla. Sono ratti domestici, sono
puliti.
Credo di averne visto un altro l fuori, era ancora pi grande...  tuo anche quello? C' altra
gente qui che tratta i ratti come dei peluche?
 cos strano? Ks mi guard preoccupata. Non so chi hai visto tu, non  che li conosca
tutti. Alcuni sono randagi, ma di regola mai aggressivi.
Di regola mai aggressivi? ripetei piano. Ma non vi rubano il cibo?
Nella maggior parte dei casi, no disse Ks. Ne trovano a sufficienza fuori... nei cassonetti...
I randagi, intendo. Alcuni vicini gli lasciano un po' di cibo. Non  mai stato un problema. Anche se una
volta uno mi ha mangiato mezza tavoletta di cioccolato che tenevo nel cassetto. Ma forse sei stato tu,
anche se di pappa te ne do a sufficienza. E con il dito ammon Caramello.
Spezzettai il dolce nel piatto, per non far notare a Ks che ne avevo mangiato solo un piccolo
boccone. Lei sembr non farci caso. Spar in corridoio e torn poco dopo con un computer portatile.
Pap ne aveva uno identico, ma lo portava sempre con s al lavoro. Era un vero computer, molto
costoso. Al confronto gli apparecchi della scuola sembravano cos rozzi, da bambini.
Fui felice di vedere che il ratto era sparito dalla spalla di Ks, e senza dare troppo troppo
nell'occhio mi guardai intorno.
Non mi stupii che Ks si connettesse alla Rete e navigasse con Mister Cortex. Se era riuscita a
farlo con un computer della scuola, figurarsi a casa.
Non so granch riguardo a quello che ti interessa disse dispiaciuta. Certo, ho colto qualche
parola qua e l, ma adesso ci servono fatti concreti. Chiediamo a Mister Cortex.
Iniziammo la ricerca.
Due minuti dopo mi ero pentita di averlo fatto.
Cercai di ritrovare la pagina su cui avevo letto dei rischi che corrono le Fate che vogliono un
figlio. La pagina, per, era scomparsa.
Ks aveva una spiegazione: disse che Mister Cortex rinnovava continuamente la ricerca. Il link
era stato scalzato da altri risultati, magari era stato addirittura rimosso. In compenso, uscirono centinaia
di risultati che iniziavano con la parola PERICOLO.
PERICOLO: le Fate sono individui asocializzanti, che con le loro peculiarit sovvertono
l'ordine pubblico.
PERICOLO: il contatto con una Fata pu comportare conseguenze negative.
PERICOLO: si sconsiglia di costruire una famiglia con una Fata. Le conseguenze per i figli
nati da una simile unione possono essere devastanti. In caso di separazione, la Fata non ha nessun
diritto di provvedere all'educazione dei figli e al padre va prestata qualsiasi forma di assistenza
perch possa affrontare la situazione ed educare i figli.
PERICOLO: i figli nati da una relazione di questo tipo, in assenza della madre, sono
considerati, fino a nuovo ordine, bambini normali; tuttavia, sono sotto stretta osservazione. Qualsiasi
stranezza da parte loro porter all'adozione di contromisure e alla verifica del loro Status.
Spaventatissima, mi portai una mano alla bocca. Ks mi diede una gomitata.
Non credere a tutta questa robaccia disse. Sono pagine del ministero per la Difesa dai
problemi. Che vuoi che scrivano? Temono le Fate come il diavolo teme l'acqua santa.
Perch le Fate sono un pericolo pubblico mormorai.
Ma certo, cos come un buon libro  un pericolo per la stupidit pubblica. Mio fratello dice...
Ks si interruppe a met frase.
Cosa? domandai con diffidenza. Cosa dice tuo fratello?
Niente rispose Ks. O meglio, dice sempre tante cose, ma non c'entrano con la nostra
questione.
Per la prima volta ebbi la sensazione che mi stesse mentendo. Sapeva senz'altro pi di quel che
voleva farmi credere. Altrimenti, perch mai sarebbe rimasta zitta tutto il tempo? Non si era stupita
neanche un po' per quello che mi era capitato. C'era qualcosa di strano.
Per favore, non credere a tutto quello che leggi o ascolti mi disse. I Normali hanno paura
delle Fate, ecco perch diffondono bugie sul loro conto. Ma esistono anche altri punti di vista. I Freak,
per esempio, adorano le Fate, dicono che sono le uniche a mantenere in vita il mondo.
Chi  che lo dice? Arricciai il naso.
I Freak ripet Ks pi forte.
 una grande consolazione dissi. Finalmente una fonte davvero affidabile.
I Freak! Con quelle loro ridicole pettinature colorate! La vergogna della nostra societ,
attaccabrighe usciti da una setta pericolosa. Non lavorano, fanno troppi figli e poi li abbandonano. La
Normalit spende cifre enormi per i simposi di esperti in cui si discute come arginare le conseguenze
distruttive dei Freak.
Ne sapevo qualcosa perch avevo tenuto una relazione sull'argomento per Storia e costumi
della Normalit: avevo analizzato il caso di un Freak che era riuscito a emanciparsi e a rimettersi in riga
 un processo lento, doloroso, avvenuto sotto controllo medico, e che era stato coronato dal felice
conseguimento di un braccialetto identificativo e dalla nomina a membro normale della societ.
Dopo la relazione ne avevo discusso all'interno del mio Gruppo di studio. Alcuni miei
compagni si erano chiesti se lo Stato non fosse troppo generoso a concedere il diritto di esistenza a ogni
individuo. In difesa, avevo detto che anche se costava molto sorvegliare i Freak, non potevamo
cancellarli dalla societ. Questa mia posizione liberale, per, era dovuta al fatto che il tizio di cui si
parlava nella mia relazione non aveva un aspetto orripilante... almeno per essere un Freak.
Comunque sia, l'argomentazione di Ks mi deluse un po'.
Ma che importanza ha chi adora questa setta di insaziabili? Farebbero lo stesso anche con un
extraterrestre.
I Freak non sono una setta, non pi di quanto lo siano i Normali disse Ks calma.
Ma qui tutti siamo Normali! Se non fossi stata tanto stanca, non mi sarei limitata a scuotere la
testa. Da quando i Normali sono diventati la maggioranza assoluta, abbiamo conquistato la sicurezza e
l'ordine. Lo Stato si basa sul principio della Normalit:  fatto da gente normale per gente normale.
Mio padre  normale. Tutti gli studenti e gli insegnanti del liceo sono normali. Io sono normale. Tu sei
normale!
Be', nel mio caso non sarei tanto sicura ridacchi Ks. Ma perch parliamo di me? Pensa
per te, figlia di Fata!
Schizzai dalla sedia. Le sue parole erano state come una frustata. Ks non aveva peli sulla
lingua, l'avevo constatato anche in altre occasioni. Ma adesso aveva esagerato. Avevo sbagliato a
confidarmi con lei.
Me ne vado ringhiai. Ne ho abbastanza!
Ma perch, cos all'improvviso? Ks mi guardava allibita.
Non ti permetto di offendermi.
Offenderti? Ks continu a guardarmi perplessa. Non lo farei mai. Magari per scherzo.
Figlia di Fata, hai detto figlia di Fata dissi serrando i pugni.
Oh, ti  sembrata un'offesa? Il suo sguardo divenne triste. Ma che c' di male? Io sarei
orgogliosa di esserlo.
Se  per questo, lo sembri.
Davvero? Non era per niente offesa. Mi calmai e mi rimisi seduta. Non lo so, non so che
aspetto hanno le Fate. Non ne ho mai vista una.
A parte allo specchio. Ks ridacchi di nuovo.
Adesso falla finita di prendermi in giro! Sar anche figlia di Fata, ma sono normale. Ho un
numero di identificazione. Le Fate ce l'hanno, forse?
Non ne sono sicura disse Ks. Si freg pensierosa il naso. Tuo padre deve essere molto
influente se  riuscito a procurarti un numero. Stando a quello che racconti, probabilmente nel tuo
dossier non si dice che devi essere sottoposta a sorveglianza speciale. Ma anche tua madre si 
spacciata per Normale per via dei figli? Cose del genere costano un occhio della testa.
Non ne ho idea ammisi perplessa. Ogni volta che mi convincevo di avere il quadro completo
della situazione, entravano in gioco nuovi elementi a cui non ero preparata. Pensai alla mamma. Era
se stessa. Non ho mai avuto dubbi su di lei: dipingeva i suoi quadri e si prendeva cura di noi. Usciva
anche di rado, solo per fare la spesa.
E come pagava? Con il braccialetto? Ks mi guard eccitata.
Scossi la testa. No, con la carta.
Vedi!
Perch non ci avevo mai fatto caso? Mia nonna, mio padre, persino io... pagavamo passando al
lettore ottico il nostro numero d'identificazione. I soldi venivano prelevati in automatico dal conto di
famiglia. D'accordo, era curioso che la mamma usasse una vecchissima carta di credito, ma avevo
sempre pensato che si addicesse alla sua personalit stravagante, che il braccialetto lei non volesse
indossarlo.
In realt, non ce l'aveva!
Come andava il loro matrimonio? mi chiese Ks di colpo.
Sulle prime mi stupii di quella domanda indiscreta e, perplessa, aggrottai la fronte. Credo che
con mio padre fosse infelice ormai da molto tempo. Non facevano che litigare. Devi sapere che mia
madre pu arrabbiarsi tantissimo. Evitai di confidarle che, a volte, si infuriava a tal punto da farmi
paura. Urla, piatti rotti, parolacce... Non volevo farla passare male gli occhi di Ks, era gi abbastanza
brutto che lo sapessero i vicini.
Credo che, a un certo punto, mia madre non ce l'abbia fatta pi dissi. Non voleva pi vivere
con mio padre. Lui era contrario al divorzio, anche se la loro vita era un inferno, erano troppo diversi.
Un giorno, per, si sono finalmente separati, decidendo di alternarsi nella cura dei figli.
A-ha! fece Ks, come se avesse avuto un'illuminazione. Ma  avvenuto di recente?
Due mesi e mezzo fa risposi. Io stessa mi stupii di quanto poco tempo fosse passato, mi
sembravano come minimo due anni e mezzo.
A-ha! ripet Ks. E poi  sparita, la polizia non fa nulla, e tu hai l'impressione che a tuo
padre vada alla grande perch adesso vi ha tutti per s.
Esatto. Per quanto dure e tremende fossero le sue parole, non potevo darle torto. Ed 
incredibile quanto ne sia contenta anche la sua famiglia. Certo, non lo dicono direttamente, ma la
madre di mio padre si  trasferita da noi e ha messo via tutto, come se la mamma non fosse mai
esistita.
La madre di mio padre: era la prima volta che chiamavo Ingrid cos.
Non mi stupisce disse Ks.  comprensibile che siano felici della scomparsa di tua madre. I
Normali odiano le Fate,  sempre stato cos. Non c' niente di pi forte dei vecchi pregiudizi.
Ma non  possibile obiettai. Pap avr pur amato mia madre, un tempo. Altrimenti non
l'avrebbe sposata, no?
No replic Ks. La domanda  perch sono rimasti cos a lungo insieme e come ha fatto tua
madre a potersi prendere cura dei figli quando si sono separati. In genere,  una cosa che le Fate si
possono pure scordare.
 vero, lo abbiamo appena letto in Rete confermai.
Una Fata pu scegliere se deprimersi accanto a un Normale o rinunciare ai figli. Corre voce
che molte si suicidino per la disperazione.
Avevo gi letto una cosa simile altrove, a quanto pare Ks ne sapeva molto di pi di quanto
avesse ammesso fin dall'inizio. Le sue ultime parole continuavano a frullarmi in testa.
In che senso, si suicidano? Credi che sia successo lo stesso anche a mia madre? Poco prima
l'avevo sentita al telefono, pensai. Ma non lo dissi a Ks, doveva restare un segreto.
No, certo che no. Magari ci provano, ma  risaputo che le Fate sono immortali. Cambiano
semplicemente il proprio stato.
Mi girai verso il quadro alla parete. La ragazzina non si era mossa, le mie domande e le mie
preoccupazioni non la interessavano.
Era troppo. Immaginai la mamma, alta e magra, tenera e forte al tempo stesso. A differenza di
tutte le altre donne, non praticava sport. Era diversa e la consideravo molto bella, sebbene fossi
consapevole che era ben lontana dai canoni di bellezza correnti, sia nel fisico sia nella pettinatura, e
non parliamo poi dell'abbigliamento. Indossava gonne che non trovavi certo nelle boutique del
quartiere, aveva i capelli lunghi e rossi, e odiava qualsiasi tipo di gioiello. Ciononostante, nei primi
anni di matrimonio, pap le aveva regalato una collana d'oro con un grande ciondolo e un paio di
orecchini, che ben presto per erano finiti nella cesta dei giocattoli di Kassie.
Avrei dovuto fare maggiore attenzione. Non c'era niente di normale in mia madre. In
compenso, era immortale. Ripensai a quello che avevo letto, e di colpo volli crederci con tutta me
stessa: la figlia di una Fata ha il cinquanta per cento delle probabilit di essere a sua volta una Fata.
Ma allora... sono immortale anch'io? domandai.
Guardai Ks, la sua ampia faccia, gli occhi vispi e il pericoloso serpente sopra la testa, e di
colpo feci un salto per lo spavento: accanto a me, una voce profonda e sconosciuta aveva risposto: Se
sei Normale, no.
O mio Dio. Il cuore mi batteva all'impazzata per la paura. Ks, mi era sembrato che fosse
stato il serpente a parlare!
Il ragazzo con gli occhi verdi e i capelli biondi rise, allontanandosi dalla porta dove si era
fermato a seguire la nostra conversazione.
Ks grid di gioia e salt gi dalla sedia gettandoglisi al collo, e lui si chin ad abbracciarla.
Non mi sono accorta che eri arrivato. Perch non hai detto nulla? Perch ci hai spiato?
Be', se vi avessi avvisato, non avrei potuto origliare. La baci sulle guance e mi lanci un
sorriso che io per non ricambiai.
Finalmente potete conoscervi! Ks lo spinse verso di me. Lei  la mia amica, sua madre 
una Fata.
Mi alzai lentamente. Dovevo ancora abituarmi all'idea: ero amica di Ks e figlia di una Fata.
Il ragazzo mi scrut attentamente. Troppo attentamente. Mi sforzai di non distogliere lo
sguardo. Mi alzai e gli porsi la mano.
Juli.
L'avevo capito. Ivan.
La stanza in cui entro con gambe tremanti  piccola,
si soffoca dal caldo. Sopra una vecchia stufa
bolle una pentola. Tra le fessure dello sportello
intravedo le fiamme. Devo fare piano,
non posso spaventare la bambina
che  seduta sulla panca e si stropiccia gli occhi.
Il fratello maggiore
Ivan, il fratello di Ks, frequentava l'universit e sulle prime gli detti venticinque anni, forse
anche meno. Era difficile stabilirlo, i suoi ricci chiari sembravano quasi grigi. Somigliava a Ks. Era
bello.
Quando si sedette con noi al tavolo, mi sentii a disagio. Non avevo mai chiacchierato con un
uomo della sua et e avevo la sensazione che la lingua si fosse incollata al palato. Mi sembrava che ci
separasse una generazione, invece che pochi anni. Mi veniva spontaneo dargli del lei, ma qualcosa mi
disse che avrei fatto la figura della sciocca.
Vi ho interrotto disse Ivan. Per fortuna dedicava le sue attenzioni alla sorella, che gli
saltellava intorno come se fosse appena rientrato dal giro del mondo, e solo ogni tanto rivolgeva a me
uno dei suoi sguardi sorridenti.
Vuoi assaggiare la mia fantastica torta ai mirtilli appena sfornata?
Ivan accett. Mi costrinsi a non guardarlo, ci mancava solo che lo fissassi mentre mangiava.
Anche Ks prese una fetta di torta. Continuo a chiedermi perch i Normali odiano le Fate
disse a bocca piena, rivolta al fratello. Neanche Juli se lo spiega. Era un po' che non mi capitava di
incontrare una persona con le idee cos confuse. In pratica,  una Fata anche lei, ma dubita delle Fate e
quindi della propria esistenza.
Non dire cavolate! la interruppi furiosa. Io sono una Normale, e va bene cos.
Ivan sorrise. Perch ti spaventa tanto essere una Fata? mi domand.
Perch... perch... Da dove cominciare?
Ks mi venne in soccorso: Forse perch al momento le Fate hanno un problema di immagine.
O, per meglio dire, un grosso problema.
Non fa ridere la interruppi.
 per via della loro immortalit disse calmo Ivan, rivolto a me.
Come?
Le Fate vengono odiate perch sono immortali. La vita dei Normali ruota attorno alla paura
della morte. Ecco perch hanno regole precise per tutto. Adottano un'infinit di espedienti, ma
l'obiettivo  uno solo.
Rimandare per un po' la morte?
No. Ivan raccolse una briciola dalla tovaglia e se la mise in bocca. Dimenticare per un
attimo la paura della morte.
Mi venne la pelle d'oca. Per la prima volta negli ultimi giorni non pensai a mia madre, ma a
mio padre. Era sempre stato orgoglioso di essere un Normale e aveva sempre consigliato a noi figli di
agire da Normali. Ero arrivata a credere che non ci fossero alternative: o eri normale, o eri perduto.
Non conoscevo nessuno che non fosse normale. Erano esistenze lontane dal mio mondo, e finora quel
mondo mi era sembrato accogliente.
A malincuore, dovetti ammettere che c'era un fondo di verit nelle parole di Ivan.
Be'... a scanso di equivoci. Ivan esit, mentre lo guardai impaziente. La storia dei Normali e
delle Fate ha anche i suoi capitoli bui. Entrambe le parti hanno... ehm... qualcosa da rinfacciare
all'altra. E cos i rapporti si sono logorati, senza contare che intanto i fatti di un tempo si sono
trasformati in leggenda, allontandosi dalla verit storica.
Che intendi dire, scusa? domandai. Ma Ks mi diede una gomitata e, veloce come un
fulmine, chiese al fratello: Di' un po', sai come si chiama la pittrice che ha dipinto la ragazza al
davanzale?
Ivan osserv Ks. Non avevo mai visto un viso come il suo: a un primo sguardo sembrava
tranquillo, ma avevo la sensazione che nascondesse un abisso di tristezza e di gioia al tempo stesso. E
aveva un'espressione di rimprovero nei confronti di Ks, come se gli avesse fatto una domanda
stupidissima.
Al posto tuo, Ks, me lo segnerei. Si chiama Laura e probabilmente  la pittrice pi importante
della nostra epoca. Ivan fece una pausa. E ha giocato un ruolo centrale nella tua vita. So che non puoi
ricordartene, ma te l'ho raccontato gi in un paio d'occasioni. Se la tua memoria non funziona pi bene,
presenter reclamo.
Forse la frase conclusiva voleva essere una battuta, ma non ebbe effetto: Ks non aveva reagito.
Si era limitata a guardarmi con aria interrogativa e aveva annuito: S, mia madre si chiama Laura.
Laura Rettemi. Sposandosi ha preso il cognome di pap. Non conoscevo il suo cognome da nubile.
Ivan, non so chi tra noi due  peggio informato. Ks gli fece un sorriso mieloso. Lui la
guard perplesso, Ks esit e continu a guardarmi, fino a che capii: lasciava a me il compito di
dirglielo.
Mi sforzai di parlare in tono disinvolto, osservando Ivan che ascoltava le mie parole con gli
occhi sempre pi sgranati: Il caso vuole che la pittrice di cui hai appena parlato sia mia madre.
Mi pentii subito di averlo detto. Ai suoi occhi ero solo la nuova amica della sorellina, ma adesso
la situazione si complicava. Cercava di trattarmi come prima, ma faceva una gran fatica, era evidente.
Continuava a guardarmi, scuoteva la testa incredulo. Bofonchi qualcosa.
Scusa ripet tre volte. Sono semplicemente sorpreso. Laura ... speciale. E, in generale, 
ancora pi importante per il mondo, per Ks e per me.
Rimasi in silenzio. In quei giorni per me era una sorpresa continua.
Vedi mi disse Ks gongolante. Te l'avevo detto che noi nella nostra cucina non appendiamo
porcherie.
Non mi piacciono queste espressioni da Normali la ammon Ivan.
La mamma non ha la licenza dissi.  una pittrice illegale.
Ma certo che  illegale. La risata di Ivan si vel di tristezza. Sarebbe strano il contrario.
Sono serio quando dico che  la pi grande pittrice della nostra epoca. Non hai mai notato che chiunque
osserva il quadro ci vede qualcosa di diverso?
No risposi. Non mi era mai capitato di commentare un quadro con altre persone. Pensai alle
solite reazioni che provocava in famiglia.
Sai perch tanta gente non ne sopporta la vista? mi domand Ivan. Perch non sono quadri,
sono specchi.
Aggrottai la fronte. Quand' cos, ognuno dovrebbe vederci se stesso.
Tu no?
Guardai la ragazza al davanzale. Be', di una cosa sono certa: non sono io.
O lo sarai fra poco, o devi crescere ancora un po' disse Ivan. Distolsi lo sguardo, piena di
delusione. Certe espressioni stavano meglio in bocca a mio padre. E, a parte l'altezza, non avevo
intenzione di crescere.
Ma come fate a dirlo? Mia madre non ha mai venduto i suoi quadri. Credo siano tutti nella
nostra soffitta.
Ivan si strinse nelle spalle. Ci sono molte vie.
Per esempio? Lo guardai fisso.
Non voglio offenderti, ma sul serio non lo sai?
Scossi in silenzio la testa.
Ivan si ravvi i capelli. Esiste il cosiddetto mercato nero. C' gente che si  votata all'arte
delle Fate. Alcuni mettono a repentaglio la vita per salvare i quadri dalla distruzione. A volte  la
pittrice a regalarli agli amici, a volte vengono rubati dall'atelier.
 vero. Mi riferivo soprattutto all'ultima frase. Una volta (mentre eravamo in vacanza nel
solito villaggio turistico) a casa nostra erano entrati i ladri. Era tutto sottosopra, persino lo studio dove
la mamma dipingeva, eppure i miei non sembravano molto preoccupati. Pap si era lamentato del
disordine e dell'infrazione, e aveva chiamato la sicurezza. I quadri della mamma non c'entravano
niente. Non avrei mai pensato che potessero essere importanti.
Ogni quadro costa una fortuna aggiunse Ivan. Ce ne sono pochi in circolazione. La storia
dei quadri di Laura ... abbastanza sanguinosa.
Anch'io ne ho uno appeso in camera dissi. E anche i miei fratelli. Al momento, i quadri
sono l'unico ricordo... Preferii non proseguire, per non scoppiare in lacrime davanti a Ivan.
Sua madre  scomparsa nel nulla spieg Ks, cogliendo lo sguardo cupo di Ivan. I suoi
genitori si sono separati, ma per oltre due mesi la madre ha continuato a occuparsi dei figli. Poi,
qualche giorno fa,  sparita.
Per un attimo la faccia di Ivan si impietr. Poi, dopo essersi rilassato, domand: Sul serio? Non
avrei mai pensato che una Fata potesse ottenere il diritto di educare i figli.
Non  la prima volta che sento fare questo commento dissi amareggiata.
Ma nel caso di Laura... Magari  una situazione diversa.
Perch? Lo guardai fisso. Che cosa sapeva sul suo conto?
Hai idea di quanto valgono i suoi quadri? Dei soldi che ci sono in ballo?
Ne avete fatta di grana riassunse Ks con molta meno diplomazia.
Annuii in modo automatico. S, eravamo molto ricchi, persino per gli standard del quartiere. In
casa si diceva sempre che la famiglia di pap era molto abbiente e che il suo lavoro di dirigente
d'azienda era ben pagato. Quando si spos, la mamma non possedeva nulla. E anche in seguito non era
cambiato granch, dal momento che si era dovuta prendere cura di me e dei gemelli. Dipingere era un
hobby che comportava solo costi: il riscaldamento per l'atelier, i colori e le tele. Mio padre a volte le
mostrava il conto delle spese.
Forse pap  consapevole del tesoro che ha in soffitta? pensai a voce alta.
Ivan si strinse nelle spalle. In tal caso, si spiegherebbe l'educazione congiunta dei figli.
Talvolta l'avidit prevale sulla paura della morte.
S, ma che me ne frega dei soldi e di tutti questi quadri, se mia madre  sparita? Capisci? 
scomparsa!
S, capisco disse Ivan.
E dal momento che tu sai tutto, hai anche idea di quello che potrebbe esserle successo?
Lo guardai fisso negli occhi, ben consapevole che la mia era una provocazione, se non peggio,
una sfacciata insolenza, ma non mi importava niente.
Ivan distolse lo sguardo.
Vorrei poterti aiutare disse. Purtroppo, per, non ne ho la pi pallida idea.
Chiacchierammo a lungo, dimenticandoci del tempo che passava. Non inorridii quando Ks
gett le briciole della torta sotto il tavolo, n controllai a chi fossero destinate, mi limitai a tirar su i
piedi sopra la sedia. Mi sforzai di nascondere il disgusto, volevo evitare di apparire ancora pi scortese
agli occhi di Ivan per l'antipatia nei confronti dei suoi animali domestici.
Avevo una sensazione di vuoto, ero stanca, ma al tempo stesso eccitata. Mi scoppiava la testa e
fui contenta di non parlare pi di mia madre. Passammo a tutt'altri argomenti: come si trovava Ks al
liceo e quanto era felice di avermi conosciuto. Mi sarebbe piaciuto sapere quali scuole aveva
frequentato prima. Ks si limit a rispondere che era stata a lungo malata e che doveva ancora decidere
se rimanere al liceo. Le raccontai che anch'io a suo tempo avevo faticato ad ambientarmi.
Ciononostante, non si era mai posto il problema di lasciarlo: era la migliore delle scuole, la pagava
pap, fine della storia.
Poi mi resi conto di due cose: che i genitori di Ks non erano ancora rientrati a casa e che si era
fatta notte. Ks aveva acceso il lampadario rosso sopra il tavolo, che ci riscaldava con il suo cono
luminoso, proiettando ombre rossastre sui nostri visi. Di colpo, tutti e tre sussultammo, voltandoci
verso l'orologio appeso alla parete.
O no! esclam Ks. Immaginai subito che la nonna avesse chiamato la polizia, per
denunciare la mia scomparsa, non conoscendo l'indirizzo o il numero di telefono di Ks. A quest'ora
ero sempre a casa.
Ti accompagno io disse Ivan, la mia moto  pi veloce di quella di Ks.
Io vi seguo! disse Ks, ma Ivan scosse la testa.
Non puoi impedirmelo insistette Ks.
Posso, eccome sogghign Ivan. Sta scritto anche sui documenti.
Non fa nulla... Vengo lo stesso.
Okay, allora ti chiedo con tutta la cortesia possibile di restare qui e vigilare sulla casa, prima
che ne voli via anche l'altro pezzo e ci ritroviamo sotto una tenda disse Ivan.
Mi aspettavo che Ks continuasse a protestare, invece ribatt sconsolata che non aveva mai
visto un fratello tanto stupido.
Seguii Ivan all'esterno. Una moto come la sua avrebbe fatto gola a qualunque liceale senior. Era
nera, con strisce rosse sui fianchi che sembravano ali. Non feci in tempo a osservarla bene, Ivan era gi
saltato a bordo. Io mi arrampicai dietro di lui con in testa il casco rosso di Ks. Il cuore mi batteva
forte, mi sentivo goffissima.
Ks scese di corsa le scale, ci venne incontro, si mise sulle punte e riusc a darmi un bacio sulla
guancia. Abbi cura di te. A domani!
Rimasi talmente confusa che nemmeno la salutai.
Tieniti stretta a me mormor Ivan, anche se lo avrei sentito e capito persino in mezzo a cento
motori rombanti. Partimmo, e non avrei saputo dire se Ivan stesse rifacendo la stessa strada verso la
citt, perch la mia unica preoccupazione era respirare. Gli alberi e le case sfrecciavano via veloci,
sembravano fusi in un unico nastro di colori e sporcizia. Ogni tanto mi pareva che la moto spiccasse il
volo, ma sicuramente era solo la mia impressione. Era impossibile parlare, e in tutta sincerit ne ero
felice.
Dopo un quarto d'ora al massimo, Ivan accost davanti casa mia. Saltai gi dal sedile, avevo le
gambe intirizzite.
Non riuscivo a vedergli il viso oltre la visiera. Lui allung un braccio, mi diede un colpetto sulla
spalla e sfrecci via, e non feci nemmeno in tempo a guardarlo perch nel giro di qualche secondo era
gi sparito dalla vista e, un attimo dopo, non si sentiva pi neanche la moto.
Entrai in casa come ipnotizzata. Nemmeno avevo chiesto che cosa fosse successo ai loro
genitori.
Arte proibita
Erano a cena: pap, Kassie, Jaro, Ingrid e nonno Reto, che doveva essere arrivato nel
pomeriggio, mentre io ero da Ks. Erano seduti intorno al tavolo ben apparecchiato e mangiavano in
silenzio... Fino a che non mi videro spuntare.
Andai diretta nel piccolo bagno degli ospiti... Buffo che si chiamasse ancora cos. Pap mi
aveva spiegato che l'espressione risaliva ai tempi in cui a casa ricevevamo ancora ospiti e li ospitavamo
addirittura per la notte.
Mi lavai bene le mani e andai in cucina.
Non appena mi vide, Jaro esclam per l'entusiasmo: Dove l'hai preso? Me lo dai?
Kassie schizz dalla sedia, corse verso di me e cominci a saltellarmi intorno, cercando di
toccarmi la testa con la mano.
Kassandra, torna immediatamente al tuo posto, altrimenti ti metto via il piatto intervenne
Ingrid.
Pap mi guard e aggrott la fronte.
Cos' quella roba, Juliane?
Solo a questo punto capii che indossavo ancora il casco di Ks. Mi ero cos abituata alla
sensazione di ovattamento mentre lo indossavo che mi ero dimenticata di restituirlo a Ivan.
Me n'ero scordata mormorai, togliendomelo.
Kassie non prest il minimo ascolto alle minacce della nonna, infil il casco e url entusiasta:
Sono una bolla! Sono una grossa bolla rossa!
Kassandra! Reto tent di afferrarle una mano, ma lei fu pi svelta. Non hai sentito cosa ti 
stato detto?
Jaro era rimasto seduto, ma vedendo che Kassie non aveva intenzione di tornare al tavolo, si
alz titubante.
Posso provarlo anch'io?
Ma certo dissi. Volevo un po' pi bene a lui che a mia sorella, forse perch spesso avevo
l'impressione di doverlo proteggere. Stasera puoi giocarci, domani per devo riportarlo a scuola.  di
una mia amica, lo usa per venire a scuola in motorino.
Per tutto il tempo pap era rimasto ad ascoltare in silenzio. A un tratto si alz e mi prese per le
spalle. Non vorrai dirmi che sei salita su un motorino?
S, e allora? Scrollai le spalle per liberarmi dalla presa.
Chi ha meno di sedici anni non pu andare in motorino.
La mia amica pu dissi scuotendo la mano. Magari ha pi di sedici anni.
Che lavoro fanno i suoi? Pap voleva prepararsi al peggio.
Non sapendo cosa rispondere, provai a dirgli che era appena arrivata al liceo. Ogni tanto tiravo
fuori un po' di astuzia e pap reagiva proprio come mi aspettavo. Ma ormai non potevo pi
comportarmi come lui si aspettava da me. Dopo tutte le bugie che mi aveva detto, chi era lui per dirmi
cosa dovevo o non dovevo fare?
In quel momento Ingrid cerc di riprendere il controllo della situazione. Mise via il piatto di
Jaro. Era ancora pieno di cibo, avevano appena cominciato a cenare.
Ma io ho ancora fame! url Jaro preoccupato. Non era ancora riuscito a mettere le mani sul
casco, Kassie continuava a saltellare in giro.
Chi si alza da tavola, non mangia pi. Anche se il viso della nonna era ancora liscio, ebbi la
sensazione che nel pomeriggio fosse invecchiato.
Ma Kassie si  alzata. Jaro era sul punto di piangere.
Kassie rideva, nascosta dalla visiera. Ingrid la guard, ma non disse nulla. Il suo piatto era
ancora sul tavolo.
Ti avevo avvisato disse Ingrid a Jaro. Quando uno ti parla, tu devi ascoltare.
Vidi il poverino guardare in preda alla disperazione Kassie che sghignazzava, la nonna e infine
me. Non voleva fare la spia, ma ormai non capiva pi il mondo... Perch punivano lui, quando era stata
Kassie a cominciare? E lei, invece, la passava liscia. In momenti come questo, quando aveva la
sensazione che uno dei suoi figli fosse vittima di un'ingiustizia, la mamma si accapigliava sempre con
pap.
Presi il piatto di Jaro e lo rimisi in tavola.
Mangia tranquillo, piccolo.
Lui mi guard, non si arrischiava a sedersi e a mangiare. Notai di nuovo la sua somiglianza con
la mamma. Jaro e Kassie erano molto diversi tra loro: lei era pi grande di sette minuti e non
somigliava a nessuno della famiglia.
Io, invece, ero identica a pap.
Mi chiesi se avevo anche la sua stessa espressione del viso, sempre in allerta, preoccupata, mai
rilassata o felice. Lo sguardo vispo di pap, che evitava sempre il contatto, come se non fosse mai
sicuro di s, magari era solo una simulazione... chiss?
Frattanto Jaro si era seduto e mangiava la minestra. Ero convinta che pap e i nonni si sarebbero
innervositi per colpa mia, per la mia intromissione e la lunga assenza. Ma mi sbagliavo. Ingrid si limit
a mordicchiarsi il labbro inferiore; Reto, che finora era rimasto immobile come una pietra, si pul la
barba con il tovagliolo, si schiar la voce e disse: Togli i gomiti dal tavolo.
Jaro obbed immediatamente. Il nonno si gir verso Kassie, che girava per la cucina con le
braccia aperte, come se stesse su un palcoscenico. Alla sua et non mi sarei mai sognata di fare una
cosa simile. Del resto, neanche adesso arrivavo ai suoi livelli.
E tu, signorina...
Kassie si blocc, allontan con gesto civettuolo una ciocca di capelli dal viso e aspett eccitata
le parole di Reto.
E tu, signorina...
Kassie ridacchi e ripart, come se desse per scontato che dalla bocca del nonno non potesse
uscire nulla di interessante.
Reto si guard intorno. Il gomito di Jaro toccava di nuovo il piatto.
Ti ho detto di togliere i gomiti dal tavolo url Reto, mentre Kassie rideva.
Jaro guard lui, Kassie che girava come una trottola e me, quindi appoggi sul tavolo anche
l'altro gomito.
Reto rumin parole che si spensero prima di raggiungere le labbra, come se la risata squillante
di Kassie gliele avesse sigillate.
Pap, che negli ultimi minuti aveva guardato fisso davanti a s, come se fosse altrove con la
mente, mi diede un colpetto sulla spalla.
Devo parlarti, Juliane.
Fallo gli risposi secca.
Le sue dita appuntite si infilarono nelle mie ossa, avrei voluto liberarmene. Ci spostammo in
soggiorno e pap chiuse la porta.
Chi  questa amica che sei stata a trovare oggi?
Si chiama Ks dissi.  appena arrivata e io sono la sua affiancatrice.
Pap strizz gli occhi. Conoscevo quell'espressione di disgusto. Dove abita?
Verso Zett dissi. Molto fuori, credo. Non mi oriento bene in citt... Del resto, sono sempre
qui nel nostro quartiere o al liceo.
Sono gi pi che sufficienti replic lui sgarbato.
Ero seduta in un angolo del divano mentre pap si muoveva a grandi passi per la stanza. Mi
guardai intorno e stentai a riconoscere il soggiorno: qualcosa era cambiato, ma cosa?
Questa tua amica, con un nome cos strano,  normale? mi domand, fermandosi per un
attimo.
Non gli prestai attenzione: non riuscivo a capire che cosa fosse sparito o si fosse aggiunto nella
stanza. La lampada, le poltrone, il divano, il tavolo erano tutti al proprio posto. Eppure la stanza era
cambiata.
Non ne ho idea risposi un po' in ritardo. Indossa solo pantaloni e pu guidare il motorino. E
non chiedermi dei genitori, perch non li ho visti. Del resto, mica sono andata a trovare loro.
Non erano a casa? Trascurano forse i loro obblighi di sorveglianza?
Ignorai la sua domanda.
Dimmi un po' ribattei, che fine ha fatto il quadro?
Quale quadro? Pap di colpo cominci a guardarmi di sottecchi, il suo sguardo si spostava
rapido, evitando il mio.
Quello della mamma dissi alzandomi. Mi chiedevo cosa fosse cambiato qui dentro... Avete
tolto il quadro!
Quale quadro?
Smettila di fare cos!
Corsi al camino elettrico. Il quadro era sempre stato sopra la mensola. Sar stato grande come la
mia mano e rappresentava un sentiero che si inoltra nel bosco.
Incredibile che la stanza fosse tanto cambiata solo perch mancava un minuscolo quadro.
Al suo posto c'era un'altra cornice. Non era un quadro, ma una stampa con impressa una
civetta, che non sembrava n viva n morta. Era una via di mezzo. La cornice di metallo riportava la
scritta: Opera con Licenza di Stato Numero 2565177.
Presi il quadro e lo gettai a terra.
Juliane! sibil pap. Come ti permetti?
Dov' il quadro della mamma? Che ne avete fatto? Non avete nessun diritto di buttarlo via!
Se un artista illegale diffonde i propri quadri, ogni Normale ha il diritto e il dovere di
distruggerli!
Non  un'artista illegale,  mia madre! urlai. Tu non hai nessun diritto... E mi bloccai,
perch avevo capito: pap aveva tutti i diritti. Mia madre era un'artista illegale. Se la polizia si rifiutava
di cercare mia madre, figurarsi chi avrebbe tentato di proteggere i suoi quadri proibiti che, a detta di
Ivan, facevano fuggire tutti a gambe levate perch mostravano ci che faceva paura a molti.
Anche se ritraevano sempre un bosco.
Corsi fuori dal soggiorno e salii le scale fino alla soffitta, dov'era l'atelier della mamma. Era
chiuso a chiave. Mi gettai sulla porta, provai pi volte. Poi ridiscesi gi.
Dammi subito la chiave!
Ingrid aveva gi raccolto la civetta che avevo scagliato a terra e stava pulendo la plastica
trasparente della parte anteriore. Reto cerc di afferrarmi per un braccio: Frena l'impeto, signorina.
Tirate subito fuori le chiavi! urlai. Nell'atelier ci sono i quadri di mia madre. Se lei non c',
sono miei. Far in modo che non li tocchiate. Altrimenti, vi accuser di furto, ormai so quanto
valgono.
Pap, Ingrid e Reto non smettevano di guardarmi.
Pap accenn un sorrisetto.
Non c' bisogno che urli, Juliane disse calmo. I minorenni non possono accampare diritti
sull'Arte proibita. Al contrario,  dovere di qualunque Normale proteggere i bambini da quel tipo di
arte. Pu avere effetti devastanti.
Pensai subito ai quadri che avevamo in camera io e i gemelli.
Notai lo sguardo di pap che si alzava verso il soffitto e capii che avevamo avuto lo stesso
pensiero.
Anzi prosegu con un sorriso presuntuoso, sono costretto a sequestrare anche i vostri
quadri.
Lo guardai e capii che, in quel momento, aveva dimenticato che ero sua figlia. Cercava un
mezzo per colpirmi duro e l'aveva trovato.
Ti si stacchino immediatamente le dita bisbigliai con voce roca, se osi toccare i nostri
quadri.
Non sapevo neanch'io perch l'avevo detto, poteva forse venirmi in mente niente di pi
stupido? Perci mi stupii di cogliere la paura cieca e nuda che si era impossessata del viso di pap. Non
aveva pensato al fatto che ero sua figlia, che gli volevo bene, che mi era scappata di bocca una
sciocchezza che nessuna persona sana di mente avrebbe preso sul serio.
Pap e i nonni la presero sul serio, glielo leggevo negli occhi pieni di panico.
Voglio la chiave dissi con voce piatta. Ero esausta. Dammi la chiave dell'atelier, subito!
E anche pap rispose con tono stanco: Non puoi averla. La polizia ha chiuso la camera e
l'atelier e si  portata via le chiavi.
Senza degnarlo di un ulteriore sguardo, salii in camera mia. Chiusi a chiave la porta e mi
avvicinai al quadro.
Era ancora l. Carezzai la cornice in legno, era caldissima. Ero cos felice di trovarlo ancora al
suo posto. Non mi spogliai n mi lavai i denti e m'infilai subito a letto. Da l potevo contemplare il
quadro, dove tutto era tranquillo, non sentivo nessun rumore. Solo il canovaccio a quadretti sulla
ringhiera era stato sostituito da un altro, a fiori.
Mentre riflettevo sul canovaccio, mi addormentai in preda a una sensazione di gioia e sicurezza.
Non so come fosse possibile, vista la tragicit del momento, ma la accolsi con gratitudine.
Il tariffario dei piccoli favori
Il giorno dopo sull'autobus c'erano dei posti liberi, ma io restai in piedi. Di colpo, le facce dei
compagni, con il loro modo di fare spocchioso, mi erano antipatiche. Non mi facevano questa
impressione prima che la mamma scomparisse, anch'io ero come loro.
Ma adesso tutto era cambiato. Sapevo di essere diversa e che la maggior parte dei compagni mi
avrebbe guardata con disprezzo se avesse conosciuto la verit.
Ero contenta di Ks e della sua allegria, dei suoi modi sconvenienti, del suo rifiuto
dell'apparenza e delle smancerie. Avevo molte cose da raccontarle e da domandarle. In realt, pi
passavano le ore, pi domande mi venivano in mente: ormai erano una montagna che puntava al cielo.
Durante la prima Unit di studio la attesi invano: Ks non venne. Magari si era svegliata tardi o
stava male... O forse non sarebbe venuta pi?
Sentii affacciarsi in me una nuova preoccupazione: e se Ks voleva sparire dalla mia vita con la
stessa velocit con cui vi era entrata? Ricordai quanto mi aveva fatto arrabbiare all'inizio, tre giorni
prima.
Durante la lezione Ks poteva comunicare con il fratello. Se solo avessi avuto accesso alla Rete
esterna! Ma tanto non avevo neanche l'indirizzo di Ks, n il suo contatto via messenger o il numero di
telefono. Non avevo nulla. E di certo non potevo chiedere alla nostra guida dove fosse finita. Al liceo
non si domandava mai dei compagni assenti. Se Ks non fosse pi venuta, non avrei avuto alcuna
possibilit di ritrovarla.
Forse era questo che aveva sempre voluto dire pap. Che cosa contraddistingue un Normale? La
sua affidabilit? Ks era una Normale? Che domanda stupida: bastava guardare il suo aspetto per
capire che non era normale, anche se all'inizio avevo tentato di convincermi del contrario. D'altro
canto, se non fosse stata normale, non avrebbe potuto frequentare il liceo. Non avevo controllato se
aveva il braccialetto, avrei dovuto chiederglielo, ma avevamo sempre parlato solo di me.
Fu una giornata triste, cupa, fino a pranzo non accadde nulla di particolare. Mi trascinai nella
mensa. Senza Ks, non mi importava di pranzare da sola o in compagnia.
Mi feci largo tra i tavolini e raggiunsi il bancone, a capo chino. Ero immersa
nell'autocommiserazione, quando mi sentii colpire alle spalle e per poco non persi l'equilibrio.
Mi voltai lentamente, e intanto dentro di me combattevano la rabbia per tanta insolenza (Regola
numero 21: Non si toccano mai i compagni, se non in caso di emergenza) e una debole speranza.
C'era solo una persona che poteva spintonarmi cos allegramente.
E mi ritrovai faccia a faccia con lei: s, era proprio Ks, con la sua bella risata sguaiata, le
orecchie a sventola, il serpente sul cranio.
Le saltai al collo.
Ks ricambi barcollante il mio abbraccio. Un attimo dopo mi accorsi del silenzio che era
calato nella mensa: non si sentiva nemmeno pi il rumore delle posate, non volava una mosca, il brusio
ai tavoli era cessato di colpo.
Mi staccai da lei.
Avevamo oltre cento paia d'occhi puntati addosso. Le mani con i cucchiai e le forchette erano
sospese in aria, come congelate.
Arrossii. Di colpo, mi sentivo come se fossi rimasta nuda di fronte ai compagni armati di
macchina fotografica.
Ks mi trascin a un tavolo libero. La sua mano era calda e ruvida, ed ero infastidita dal
contatto. Per ero felice di non essere pi al centro della sala.
Mi abbandonai sulla sedia, le guance continuavano a pizzicarmi e avevo una sensazione strana
anche alle orecchie. Me le toccai: erano roventi e molto pi grandi del solito.
Non farlo mai pi dissi.
Cosa? Ks impieg un po' a capire il mio rimprovero. Oh, sorry. Non ci avevo pensato.
Fece una faccia triste. Sono una gran maleducata, vero?
S risposi. Ma lo sono anch'io.
E scoppiammo a ridere. Ridevo forte e non riuscivo a smettere, neanche dopo che Ks si era
zittita. In realt, non c'era niente di cui ridere, eppure io continuavo a farlo, mi reggevo al tavolo e mi
chiedevo quando avrei smesso. A un certo punto il riso si esaur perch ero sfinita. Incrociai le braccia
e ci appoggiai sopra la testa. Ks allung la mano come se volesse accarezzarmi il braccio, ma ci
ripens.
Dove ti eri cacciata? domandai. Ti ho aspettato tutta la mattina.
Sono finita in un altro Gruppo di studio rispose. Mi hanno bloccato stamattina per
informarmi della cosa.
E perch?
Non ne ho idea. Si avvent di nuovo sul cibo.
Ma io sono la tua affiancatrice, non possono trasferirti.
Credo che sia proprio questo il problema. Non sei pi la mia affiancatrice, pensavo lo sapessi.
No. Lanciai via sdegnata il cucchiaio, che scivol sul vassoio rimanendo in bilico
sull'angolo. Io pensavo che fossi malata e che saresti arrivata tardi.
No, ero semplicemente in un altro gruppo di apprendimento.
E io non sono pi la tua custode.
Esatto.
Cos' successo? Sono stati loro a chiedermelo. Avvertii una punta di gelosia. Hai gi un
nuovo affiancatore? Ti sei scelto qualcun altro?
Non che io sappia disse Ks. Anzi, credo che l'affiancatore venga sollevato dall'incarico in
caso di lamentela motivata.
Io non mi sono lamentata! Restai senza fiato. Te lo giuro! Magari all'inizio non ero al
settimo cielo, ma adesso  tutto diverso. Non ho detto niente di male sul tuo conto. Mi sarebbe piaciuto
continuare a essere la tua affiancatrice.
Sta' calma, ti credo mi rassicur Ks.
La osservai mentre continuava a mangiare, guardandomi e facendomi ogni tanto un sorriso.
Voleva consolarmi. Non era arrivata a pensare che non la volevo pi. Mi credeva. Era cos diversa da
me, al posto suo io avrei pensato subito che la mia affiancatrice era andata a parlar male di me in
segreteria, per sbarazzarsi di me. Avrei avuto bisogno di molte prove per convincermi del contrario.
Ks, invece, mi credeva.
Per non mi sembra casuale disse, e io capii di aver cantato vittoria troppo presto.
Stamattina hanno controllato se avevo la patente per il motorino. Per fortuna, me l'ero portata dietro.
Mosse un braccio e scopr il polso, a cui era attaccato il braccialetto. Me ne dimentico sempre
disse.
E cos'altro  successo? domandai. C'era qualcosa di strano in tutta questa vicenda.
Ti confesso che ero un po' preoccupata che controllassero il mio computer. Non l'hanno fatto.
Naturalmente non hanno nessun motivo per pensare che lo abbia manomesso. Nessuno, a parte te, sa
del mio accesso alla Rete esterna. Perci non mi sono preoccupata pi di tanto di nasconderlo.
La guardai: era il suo modo per dirmi Mi fido di te?
 il bello dei Normali disse Ks. Si fanno mille regole convinti di poter controllare tutto, ma
in realt sanno che gli altri Normali non le infrangerebbero volutamente. Perci non si controllano mai
a vicenda. E a noi, naturalmente, fa comodo.
Dovevo chiederglielo, adesso.
Cosa intendi quando dici a noi'. Non sei una Normale anche tu?
Senti un po', ma nel tuo vocabolario c' solo questa parola? Dal suo tono di voce capii che
non sembrava propensa ad affrontare l'argomento. E neanch'io ero poi tanto sicura di voler sentire la
sua risposta. Forse non mi sarebbe piaciuta.
Ks gir pensosa la forchetta tra le dita. Una cosa  certa: non sono passata inosservata. Non
so perch, visto che sono appena arrivata. Ho forse combinato qualcosa di grave, senza
accorgermene?
A parte fare l'hacker? Non credo. Non potei trattenere una smorfia. Negli ultimi giorni non
ti ho mollato un secondo, sei sempre stata brava. Una brava Normale.
Ks rise di gusto. Piano con le offese.
Sai una cosa? dissi. Andr a chiedere in segreteria.
E cosa chiederai, di preciso? Quando masticava, mi faceva pensare a una capretta dei cartoni
animati. Aveva gli occhi grandi e scuri, con le ciglia arcuate.
Chieder perch ci hanno diviso. Mi lamenter.
Oh esclam Ks. Ma s, perch no?
Aspettai impaziente che finisse di ingurgitare la sua anatra all'arancia e la panna cotta con salsa
di fragole. Poi mi alzai e le chiesi se voleva venire con me.
Ks afferr lo zainetto nero e mi segu.
La segreteria era nell'edificio accanto, al secondo piano. Non c'era un cartello, ma sapevo come
arrivarci. Ormai erano passati tre anni dal giorno in cui l'avevo cercata disperatamente. Ero arrivata nel
mio Gruppo di studio e non avevo trovato nessuno. Non sapevo cosa fare. Ero uscita dalla stanza ed ero
rimasta dieci minuti in corridoio, appoggiata alla parete, mentre gli altri studenti e le guide mi
sfrecciavano davanti. Piangevo, ma nessuno faceva caso a me. Alla fine ero scesa per le scale, avevo
trovato la cabina telefonica, mi ero messa in fila e avevo telefonato a mia madre. Sentendomi piangere,
lei si era arrabbiata, e per consolarmi aveva inveito contro la scuola. Mi aveva detto di prendere
sottobraccio la prima guida o la prima sentinella dell'intervallo che capitava a tiro e di minacciarla che
ogni lacrima versata si sarebbe tradotta in una riduzione delle tasse scolastiche da parte dei miei
genitori. A margine aveva aggiunto: Lo sapevo che  una scuola stupida e che, con i suoi trucchetti da
quattro soldi, trasformer i bambini in disadattati mentali!
In fatto di scuole, la mamma aveva sempre litigato con pap. Aveva ritirato me dal centro di
accudimento di Juniorlandia e si era addirittura rifiutata di mandarci i gemelli. Quando ero alle
elementari, aveva fatto il possibile per aggirare l'obbligo scolastico: mi faceva restare a casa anche per
un graffietto, e faceva lo stesso con i gemelli. Erano belle quelle giornate passate insieme lei, ma poi
pap mi faceva sentire in colpa dicendo che avrebbero compromesso la mia istruzione. In quinta, era lei
a farmi lezioni a casa, suppongo per via della cicatrice sulle scapole, che mi faceva troppo male e mi
impediva di indossare l'uniforme. Quando ero arrivata alla sesta classe, pap l'aveva avuta vinta: io ero
finita al liceo e i gemelli frequentavano regolarmente la scuola.
Dopo la telefonata di quello stupido giorno di tre anni prima, l'infelicit e la paura erano
svanite. Rincuorata, mi ero avvicinata a una sentinella per spiegarle che la mia aula era vuota. E anche
se non avevo menzionato l'argomento tasse scolastiche, il tizio doveva averlo letto nel mio sguardo
fulminante, perch era corso in segreteria. E cos avevo scoperto che c'era stato un cambiamento nel
programma di studi e nell'aula e mi avevano consegnato il nuovo programma.
Non mi ero chiesta perch non me l'avessero comunicato in tempo. Ero partita dal presupposto
che non potesse essere altrimenti. Ero piccola, insignificante e, se perdevo qualcosa, era colpa mia. Se
infrangevo una regola di cui neanche ero a conoscenza, ero io quella in torto.
All'epoca, lungo il tragitto che portava alla segreteria, avevo continuato a guardare le pareti:
erano tutte uguali, a parte un mattone scuro che spuntava qua e l e che, nella mia memoria, fungeva da
segnale indicatore.
Comunque, dico sul serio ansim alle mie spalle Ks. Non so se rester qui abbastanza a
lungo da ricordarmi la strada per il bagno delle ragazze. Tralascio tutto il resto.
Era curioso che parlasse cos di una scuola d'eccellenza come la nostra, con le sue lunghe liste
d'attesa e le tasse salatissime.
Poco prima di arrivare a destinazione, dovetti fermarmi a riflettere per capire quale fosse, tra le
quattro porte tutte uguali, quella giusta. E forse mi sarei anche sbagliata se a un certo punto non se ne
fosse aperta una nella quale si infil uno studente senior dalla faccia smorta che per poco non ci
travolse. Fu sufficiente per intravedere attraverso l'apertura il banco nero della segretaria. Io e Ks lo
seguimmo a ruota.
Non ricordavo se quella che avevo di fronte era la stessa segretaria di tre anni prima. In ogni
caso, detti per scontato che fosse una donna, anche se non ne ero cos sicura. Indossava un completo
giacca e pantaloni nero e aveva i capelli corti e lisci, come quelli di una bambola. Indossava occhiali
dalla sottile montatura in metallo e con le lenti stranamente lattiginose. Era impossibile vederle gli
occhi.
S? Era in piedi accanto alla stampante, che le sputava in mano un foglio dopo l'altro.
Esitai per un attimo, poi mi ricordai che non ero pi la timida Juli di tre anni prima. E non ero
pi nemmeno la piccola e timida Juli di tre giorni prima. Era una figlia di Fata, vale a dire quasi un
mostro. Gli altri dovevano aver paura di me.
Ho un reclamo da fare!
La segretaria sollev un sopracciglio. Un reclamo?
S! Di colpo non ero pi tanto sicura delle mie intenzioni, e Ks, che era rimasta nascosta
dietro di me e tratteneva il respiro, non era certo un grosso aiuto.
La cassetta dei reclami  l fuori, e i reclami vanno presentati per iscritto su un foglio di
formato standard replic in tono monocorde la segretaria. Nel caso di minorenni, il reclamo non 
ritenuto valido se non  sottoscritto da chi esercita il diritto alla sua educazione.
Entrando non abbiamo visto nessuna cassetta dei reclami disse con voce stridula Ks.
Non voglio lamentarmi per iscritto la interruppi. Ma a voce. Niente di grave, probabilmente
 solo un fraintendimento.
Ero preparata a qualsiasi rifiuto, ma a quanto pare la segretaria aveva deciso che, se mi avesse
prestato ascolto, avrebbe perso meno tempo.
Che altro c'? mi domand con tono stanco, quasi umano.
Ks dissi, indicandola con il pollice,  arrivata al liceo un paio di giorni fa. Sono stata
nominata sua affiancatrice. Parlavo svelta, nella speranza che la segretaria non si spazientisse e non ci
buttasse fuori. E adesso abbiamo scoperto che non sono pi la sua affiancatrice e che Ks  stata
spostata in un altro gruppo di apprendimento. Sicuramente c' stato un errore amministrativo, di cui
volevo informarla.
Mi zittii e rimasi in attesa di una risposta, ma invano.
La segretaria ordin i suoi fogli senza degnarmi di uno sguardo.
Devo quindi presumere che basti questo per sistemare la cosa? Sembravo Kassie, sempre
pronta a prendere come un assenso qualsiasi obiezione poco convinta.
Numero? domand la segretaria monotona.
Sollevai la manica e le mostrai il braccialetto. Dopo il cinguettio dello scanner manuale, la
segretaria lesse l'informazione sul display. Lo capii dal movimento delle labbra. Non riuscivo a vedere
se mi guardava, i suoi occhiali erano impenetrabili.
Non c' nessun errore, Juliane Rettemi, tu non sei pi l'affiancatrice di Ksenia Okasaki.
Non pu essere.
In questa scuola non conta ci che vogliamo noi, Juliane Rettemi. Ci hanno informato che non
sei matura per il ruolo di affiancatrice e che lei ha un pessimo influsso su di te.
E chi ha detto queste scemenze?
Attenzione alle parole, Juliane Rettemi. E quanto alla tua domanda:  un'informazione
riservata.
Fissavo i suoi occhiali nella sconsolata speranza di intravedere un paio di occhi.
Ci sar pure un modo per farmi riassegnare l'affiancamento.
Cos  e cos resta.
No replicai. Rimasi l immobile, sebbene sapessi che non c'era nulla di pi insensato che
discutere con la segretaria della scuola.
A ogni modo, prima di voltarmi definitivamente le spalle ossute, aggiunse: L'informazione
arriva dalla tua cerchia familiare, Juliane Rettemi.
Ks non osava guardarmi, probabilmente perch avevo un aspetto orribile. Ci sedemmo su una
panchina all'esterno e per la rabbia presi a calci dei sassi, fissando poi il cielo per calmarmi.
Sar stato mio padre dissi, non potendo pi restare zitta. Ma non capisco perch.
Be' disse Ks. Io un paio di motivi li avrei.
Aveva ragione, dopo tutto quello che pap aveva sentito sul conto di Ks, dopo aver visto il mio
comportamento negli ultimi tempi, conoscendo le sue reazioni a certe cose, era chiaro che aveva voluto
prendere provvedimenti. E questo era il risultato. Potevo avere cinque o quindici anni: se a pap una
persona non piaceva, non potevo frequentarla.
Mi chiedo come ci sia riuscito dissi. Se vengo obbligata a fare l'affiancatrice  perdonami
Ks, ma all'inizio  stato un obbligo  com' possibile che mio padre sia riuscito a sollevarmi
dall'incarico? Non sono affari del liceo?
Controlla il vostro conto sghignazz Ks. Non immagini quanto faciliti le cose.
Come? Strizzai gli occhi. Vuoi dire che mio padre ha corrotto la direzione scolastica?
Corrotto? Uh, che brutta espressione. Non sai che per certe cose esiste un tariffario?
Un tariffario?
Ma s, per i piccoli favori, per i voti, per le promozioni, per le bocciature, per le punizioni, per
l'annullamento delle punizioni e via dicendo.
Mai sentito ammisi perplessa.
Bah esclam Ks. Mi affascina la scarsa curiosit della gente. Naturalmente la maggior
parte degli studenti non sa del tariffario perch i genitori sono abbastanza furbi da tenerglielo nascosto.
Pensa se ogni studente sapesse che certe cose sono in vendita, compresi i voti.
Ma tu come lo sai?
Ks fece spallucce. L'ho scoperto in Rete.
Con Mister Cortex?
E con che cosa, senn?
Le credetti subito, forse perch da quando era sparita mia madre avevo l'impressione che tutte
le persone a cui avevo creduto mentissero. Le persone in cui avevo riposto la mia fiducia si
comportavano come perfidi clown. Soltanto Ks, con il suo serpente sul cranio, i vestiti stropicciati e il
motorino blu, era autentica. E la sua vicinanza mi aiutava ad andare avanti.
Ks dissi. Anche se non sono pi la tua affiancatrice... pensi che potrei usare di nuovo il tuo
computer?
Lei si gir verso di me e, come per incanto, il sorriso fece apparire delle fossette sul suo viso.
Non capivo perch gli altri la considerassero uno spaventapasseri, e perch anch'io all'inizio
concordassi con loro. Gi il giorno prima mi era resa conto che era fantastica, adesso poi mi sembrava
addirittura carina, quasi come il fratello.
Puoi venire da me ogni volta che vuoi! disse raggiante.
Pensai a mia nonna, a pap e al catalogo dei piccoli favori. Non mi avrebbero certo permesso di
andare a trovare Ks. D'altra parte, non sentivo la minima esigenza di chiedere il permesso, senza
contare che mi era venuta in mente un'idea anche migliore.
Sai una cosa? dissi.  meglio se vieni tu da me.
Tra i Normali
Non avvisai Ingrid, un po' di agitazione poteva solo farle bene. Non l'avevo pregata in
ginocchio di rimanere da noi. In fondo, era pur sempre la settimana di turno della mamma, e Ingrid non
poteva dirmi niente.
Partimmo a bordo del motorino di Ks e il tragitto fu diverso rispetto al giorno prima.
Raggiungemmo presto il mio quartiere, sapevo riconoscere uno per uno i cestini per la carta. Avevamo
superato in un lampo l'autobus e, per divertirsi, Ks gli si era affiancata per un po', mentre io
osservavo le facce impietrite dei nostri compagni.
Da non credere si lament Ks. Ma  sempre cos lumaca? Se andassi alla velocit di questo
autobus mi ci vorrebbero tre giorni per arrivare a scuola.
Non sarebbe poi tanto male.
Ks rise.
Ma che bel quartiere normale! url, mentre imboccavamo la via principale.
Non capii se il suo fosse entusiasmo o malizia. S, era un quartiere normale e a me piaceva
abitare l. Tutto andava bene, niente era stonato. Le case bianche, i vialetti asfaltati, i tetti piatti con le
antenne per la televisione, le dalie in giardino e le siepi tosate ad arte. Tentai di guardare tutto
attraverso gli occhi di Ks e mi resi conto che mancavano gli alberi giganteschi che facevano ombra
alle strade tortuose del suo quartiere. L'ultimo vecchio abete nella nostra strada era stato abbattuto dal
vicino prima ancora che un'ordinanza pubblica stabilisse il divieto, per ragioni di sicurezza, di tenere
alberi pi alti di un metro e mezzo. In compenso, avevamo pergolati con le rose davanti all'ingresso dei
garage e molti alberelli di uva spina, ribes, pere e mele che, con i loro fusti sottili e le chiome tonde,
somigliavano a fenicotteri addormentati.
Per  pulito disse Ks.
 un male?
Chi se ne occupa?
Dopo aver riflettuto, le risposi: Tutti noi. Ognuno spazza davanti alla propria casa, mentre il
servizio cittadino pulisce le strade. Ma dovrebbe essere cos anche da voi.
Anche tu pulisci?
Io? No. Avevo visto farlo a pap, al nostro giardiniere, alla nonna e una volta persino alla
mamma, che non era di certo una fanatica delle pulizie, ma non mi aveva sfiorato l'idea che potesse
riguardarmi.
Vi piace potare le piante qui, eh? comment Ks. Cominciava a darmi sui nervi: abitavo l
felicemente da quindici anni e non avevo mai subito danni. E dopo essere stata a casa di Ks, se non
altro ero contenta di non veder spuntare ratti dall'immondizia. L'animale araldico del nostro quartiere
era il carlino, talvolta rimpiazzato da un bulldog francese color caff. Quand'ero piccola, in cuor mio
desideravo tanto averne uno, ma la mamma non amava i cani perci non ci fu verso. Ogni compleanno
mi facevo il mio bel piantino perch non me lo regalavano. Il carlino ha un muso piacevole e
commovente, il pelo setoso che profuma di shampoo.  cos pulito che potresti portartelo nel letto.
Crescendo, il mio desiderio era svanito.
Non incrociammo nessuno che portava a spasso un carlino o un bulldog, e fu un bene perch
cos nessuno si sarebbe stupito nel vedere Ks. Peccato, per, perch avrei tanto voluto mostrarle che
qui avevamo qualcosa di pi affascinante, altro che i suoi ratti.
E nel weekend, la gente  sempre in giardino con le cesoie a tagliuzzare le piante?
Come fai a saperlo? Il suo modo di formulare le domande mi dava sempre pi fastidio: che
c'era di sbagliato nel voler tenere in ordine il giardino? Se mia madre se ne fosse occupata un po' di
pi, per esempio, ne sarei stata contenta. Pap non sopportava che, nonostante il proprio impegno e
l'aiuto occasionale della nonna e di un giardiniere, il nostro fosse il giardino pi freak della via.
Quello laggi  un troll che scaccia gli spiriti maligni? Ks indic un punto oltre una
recinzione.
La guardai, ma sembrava seria.
 solo un NANO DA GIARDINO! Adesso ero arrabbiata.
E le erbe selvatiche? Dove sono? Non mi dava pace, e sperai che accelerasse cos da arrivare
presto a casa.
Cosa sono le erbe selvatiche? domandai.
Il tarassaco, per esempio.
Qui non cresce risposi.
Il motorino imbocc la nostra via scoppiettando. Guardai l'ora: dalle 13 alle 15 era vietato
qualsiasi rumore, pena l'immediata denuncia. Erano le 14.43. A quanto pare, Ks ne era all'oscuro e
non volevo pregarla di fare un po' d'attenzione.
Quando arrivammo, ero in un bagno di sudore. Aprii il cancello, in modo che Ks
parcheggiasse nel viale d'accesso.
C' qualcuno in casa? domand.
I miei nonni risposi con un sospiro.
Gi, giusto. Mi lanci uno sguardo compassionevole. Non preoccuparti, la tua mamma
torner presto!
Mi strinsi nelle spalle, suonai il campanello e mi sistemai i capelli scompigliati dal vento.
Venne ad aprirci la nonna che ci guard con aria scettica.
Sei tornata, finalmente disse, tenendo la porta appena aperta.
Abbiamo visite annunciai a gran voce. La mia amica Ksenia.
Ks si infil dietro di me nel corridoio e sghignazz a pi non posso. Ciao, molto piacere
disse. Che scema che sono, non ho portato nulla. Me ne piombo qui a mani vuote.
Mia nonna rimase a bocca aperta.
Era lampante che non avrebbe mai aperto il cancello a una persona come Ks, figurarsi poi farla
entrare in casa. Se l'avesse incrociata per strada, si sarebbe girata dall'altra parte. Ks era
l'incarnazione di tutto quello da cui mi avevano messo in guardia i nonni.
Ks lanci un'occhiata alle piastrelle e si sfil svelta gli stivali.
La nonna richiuse la bocca, gir sui tacchi e se ne and in cucina.
Guardai Ks e, muovendo solo le labbra, mi scusai con lei. Ks mi fece segno che non era
successo nulla, ma credo che in realt ci fosse rimasta male. L'avevo presentata a mia nonna sapendo
bene che la nonna si sarebbe arrabbiata, ma non mi ero minimamente preoccupata di come si sarebbe
sentita Ks.
Sperai che fosse abituata a tanta scortesia e che ormai ci avesse fatto il callo.
Feci capolino in cucina, come se niente fosse. Ingrid, c' qualcosa da mangiare?
La nonna incroci le braccia sul petto.
Abbiamo fame dissi, imitando Kassie.
Io e tuo nonno abbiamo pranzato a mezzogiorno e mezzo, come sempre rispose brusca
Ingrid.
Anche noi, anche noi dissi. Per abbiamo fame lo stesso.
Ks mi tir per il cappuccio.
Lascia stare mi bisbigli. Perch dovrebbe servirci? Non ce n' bisogno, al massimo
facciamo da sole.
Probabilmente Ingrid aveva sentito e non era intenzionata a permetterlo. Mordendosi il labbro
inferiore finalmente apr il frigorifero.
Quando raggiungemmo la mia stanza Ks aveva un'aria depressa. Era sopravvissuta alle
occhiate imperturbabili di mia nonna, che credo fosse rimasta delusa: osservata da vicino, infatti, Ks
non aveva le unghie sporche, non metteva i gomiti sul tavolo... in sintesi, non si comportava certo come
pensava lei. E questo non faceva che aumentare l'ostilit della nonna.
Mi dispiace dissi, una volta rimaste da sole. ... un mostro.
 pi forte di lei rispose Ks a bassa voce.
Sono tanti quelli che fanno gli scemi con te per via del tuo aspetto?
Nooo, perch?
Arrossii.
Ti riferisci forse al serpente? Be', all'inizio fa paura a tutti, ma va bene cos. Molti mi trovano
spaventosa e mi lasciano in pace.
Era il momento giusto per fare un altro tentativo.
Credono che tu sia una Freak dissi.
Ks mi guard a lungo. Il suo serpente abbass la coda.
Lo so disse. Solo perch ho questo aspetto, tua nonna pensa che toccher la porcellana
finissima con le mani lerce e che sedurr suo marito rubandogli il portafoglio come ringraziamento.
Chiss la sua delusione quando ha visto che non sono all'altezza delle sue aspettative.
Mi morsi il labbro inferiore. Di colpo mi vergognavo di me stessa. Volevo scusarmi per averla
messa in questa brutta situazione, ma Ks era gi entrata in camera. Mentre, come ormai d'abitudine,
chiudevo a chiave la porta, Ks lanci un grido.
Che cos'hai appeso l?
Ehm... perch?
Ks si avvicin cauta al quadro.
Dimentico sempre che sei sua figlia disse in tono reverenziale.
Dimentico sempre che lei  speciale replicai tristemente.
Col tempo dovrai farci l'abitudine. Ks non riusciva a distogliere lo sguardo dal quadro.
Non posso. D'accordo, per me lei  speciale,  mia madre. Ma per tutti gli altri  una pittrice
illegale, una casalinga nullatenente che ha lasciato il marito e che ha dovuto lottare per il diritto a
educare i propri figli. Da queste parti non l'ha mai amata nessuno, persino i suoceri non l'amavano
granch prima della separazione, e adesso la odiano...
Continuo a chiedermi come abbia fatto a ottenere il diritto a educare i figli. Le Fate non lo
ottengono mai, non vale neanche la pena provarci.
E lo chiedi a me? Sono l'ultima a sapere cosa succede qui.
Magari il suo avvocato era un Freak molto in gamba disse Ks.
Dovevo aver capito male: un Freak non poteva fare l'avvocato, era di per s una contraddizione.
Un avvocato? Non conosco avvocati.
Magari mi sbaglio. Se  riuscito a imporsi per lei,  davvero bravo. Forse pu aiutarti.
Non so neanche come si chiama.
E allora scoprilo. Chiedi a tuo padre.
Ah, sono sicura che non sprecher il suo tempo per portarmi da lui.
Ks guard me e poi di nuovo il quadro.
 incredibile che tu riesca a dormire qui. Io non potrei chiudere occhio.
Io ci dormo benissimo dissi. Ma neanche i miei nonni ci riescono.
Hai idea di quanto sei fortunata? mi chiese Ks con un sospiro.
Fortunata? ripetei sbalordita.
Ks guardava la casa dipinta.
Sapevo anch'io che era un bel quadro, ma Ks adesso stava esagerando. Era una tela dipinta
con colori a olio, e non ritraeva persone. Potevi toccarla, la cornice in legno era molto semplice.
Meglio se non vedi gli altri dissi. Altrimenti, impazzisci.
Ce ne sono altri?
Ma certo risposi. La mamma non faceva che dipingere; a parte noi, era tutta la sua vita.
Lavorava in mansarda,  sempre tutto l.
Vuoi forse dirmi che, sopra le nostre teste, ci sono tutti i suoi quadri?
Feci spallucce. Fino a poco tempo fa, c'erano. Adesso il suo studio  chiuso a chiave.
Suppongo che, dopo la scomparsa della mamma, la polizia abbia sprangato la porta, usando uno di quei
passepartout per le mansarde della nostra via.
La polizia? Ha visto i quadri di Laura? Ks sfrecci fuori dalla stanza e sal le scale. Le corsi
dietro.
Qui? domand. Aveva raggiunto il sottotetto ed era davanti alla porta pi piccola di tutta la
casa.
Annuii.
Non muori dalla voglia di entrare? domand Ks, chinandosi e sbirciando dal buco della
serratura.
 un po' difficile, senza la chiave.
 un gioco da ragazzi. Ks si infil una mano in tasca e, dopo aver rovistato un po', tir fuori
come per magia un mazzo di chiavi di tutte le dimensioni, qualche cavetto e qualche chiave inglese.
La osservai col fiato sospeso mentre infilava una chiave dopo l'altra nella serratura. Stava
sudando e a un certo punto si port la mano alla fronte, come se avesse avuto un'illuminazione.
Tua madre  una Fata, giusto?
Mmm... se lo dici tu.
Vieni, prova tu.
Perch?
Prova mi disse impaziente, appoggiandomi la mano sulla chiave che era gi infilata nella
toppa. Gira.
Ma non puoi farlo da sola? Ed ecco che in quel momento, tra le mie dita, la chiave con cui
Ks si era affannata inutilmente cominci a girare e la porta si apr silenziosa. Varcai la soglia, seguita
da Ks che si schermava gli occhi con le mani, come se non stesse entrando nella semioscurit di un
sottotetto, ma come se corresse incontro al sole.
Guarda verso di me. Avr s e no due anni,
ha i capelli arruffati e i piedi sporchi.
Indossa un'ampia salopette, il busto  nudo,
a parte la grossa benda grigia che gli fascia il petto.
Mi  familiare e sconosciuto al tempo stesso.
Il gatto
Mi aspettavo di pi, lo ammetto. Dopo tutto quello che avevo sentito dire, davo per scontato che
sarei finita dentro un incantesimo di cui finora ero stata troppo stupida per accorgermi. Invece non
successe nulla. Lo studio della mamma era, n pi n meno, il solito di sempre. C'ero stata migliaia di
volte e non ci trovavo nulla di affascinante. Eppure, nel sentire l'odore familiare di colori e solventi,
mescolati al dolce aroma del lill e a una nota di caff, ebbi un tuffo al cuore.
Mamma mormorai.
Ks non badava a me, si era inginocchiata davanti a un grosso quadro che, a quanto ne sapevo,
era l da molto tempo. Anche questo era simile a quello appeso in camera mia e rappresentava un
bosco, mancava solo la casa. Alberi alti, prati ondeggianti macchiati ogni tanto di blu. In qualche punto
l'erba era schiacciata, qualcuno l'aveva calpestata. Udii un fruscio leggero, ma preferii non chiedere a
Ks se lo aveva udito anche lei.
Ks si alz e si asciug le lacrime.
Che succede? domandai.
Niente. Ks si gir, e il mio sguardo curioso si ritrov a fissare il serpente.
Stai piangendo? domandai.
No.
Ma ti ho visto. Perch all'improvviso ti metti a piangere?
Non lo so. Ks estrasse un fazzoletto spiegazzato e si pul il naso. Ho una fitta qui.
Appoggi la mano destra sul petto. Ivan dice sempre che la vita della nostra famiglia  legata a doppio
filo all'arte di Laura, ma non mi spiega mai perch. Ho come la sensazione di aver perso qualcosa.
La guardai in silenzio. L'idea che Ks avesse perso qualcosa di importante mi stupiva. Dava
sempre l'impressione di non demoralizzarsi mai, di lasciarsi scivolare tutto addosso. Fino a che non era
entrata nell'atelier di mia madre. Era uno straccio, e per la prima volta mi resi conto che non sapevo
nulla di lei.
Ti fa male? domandai impacciata. Non sapevo se fosse il caso di fare certe domande. In una
relazione normale, quando qualcosa non andava, l'educazione stabiliva che ci si girasse dall'altra parte.
Adesso, invece, stavo fissando il viso sconvolto di Ks.
Posso fare qualcosa per te?
Sembrava non avermi sentito.
Allungai con cautela il braccio e lo posai sulle sue spalle. L'avevo visto fare nei vecchi film,
nelle situazioni penose in cui mi ero sempre girata dall'altra parte per l'imbarazzo. Adesso, per, mi
sembrava la cosa giusta da fare.
Ks, mi senti? Cos' che ti fa male? Vuoi che ti porti un bicchiere d'acqua?
Lei scosse la testa. No, sto gi meglio.  solo una fitta.
Magari dovremmo uscire.
No rispose, non ancora.
Allontanai il braccio dalla sua spalla. Lei si strofin gli occhi e si guard intorno.
Non c'erano molti quadri nell'atelier, solo sette pi grandi, di cui uno ancora sul cavalletto, e
alcuni pi piccoli, allineati lungo il battiscopa.
Guarda dissi. Quello sul cavalletto  il suo ultimo quadro, voglio dire... La parola ultimo
riecheggi cupa nel mio petto ...voglio dire, l'ultimo a cui ha lavorato prima di...
Ks era gi davanti al dipinto.
Di nuovo il bosco osserv,  il suo soggetto preferito. Molto simile a quello ritratto negli
altri quadri. In tutta sincerit, non varia granch.
Si volt di scatto. Tu sai dipingere?
Io? Fissai pensosa i quadri allineati a terra. Credo di no. Non ho mai provato, non so.
Peccato. Ks si gir di nuovo verso il quadro. Pensavo che avessi ereditato la sua dote.
No, sicuramente no.
E puoi guarire?
Guarire? Alzai lo sguardo. In che senso?
Be', far tornare in salute le persone malate. Le Fate lo sanno fare.
Vuoi dirmi che sono ciarlatane?
Come altro potrebbe definirle la medicina tradizionale?
Mmm, interessante dissi. Comunque no, non so guarire.
Riesci a vedere?
Vedere? ripetei. Era evidente che Ks era rimasta troppo a lungo nell'atelier. Ma certo.
Riesco a vedere te, per esempio.
Non intendevo questo replic Ks con un sorriso. Riesci a vedere ci che gli altri non
vedono?
Pi che altro, mi sfuggono cose che agli occhi degli altri sono evidenti ammisi con un senso
di frustrazione. Per la cronaca, da piccola mi hanno operato a un occhio perch ero miope.
S, ma fa' attenzione. Magari vedi cose che solo tu riesci a vedere. Se ti opponi diventa tutto
pi difficile, le tue doti non possono svilupparsi.
Da quando sei diventata tanto esperta? domandai con diffidenza. Sentii montare di nuovo la
rabbia, ancora vaga e leggera, come la schiuma di un'onda di cui ancora s'ignora la pericolosit.
Il senso di colpa che lessi sul viso di Ks peggior ulteriormente la situazione.
Sono qui che brancolo nel buio, cerco mia madre, faccio domande stupide... e tu sai tutte
queste cose sulle Fate e non mi dici niente? La mia voce era talmente gelida che anch'io cominciai a
rabbrividire.
Ks mi lanci uno sguardo implorante. Juli...
 sempre la stessa storia! L'onda aveva raggiunto il mio cuore e ormai puntava dritto alla
testa. Quando hai bisogno ti ritrovi solo, tutti ti mentono. Persino tu.
Mi voltai dall'altra parte.
No, no Ks mi afferr per la manica. Ho... ho navigato tutta la notte con Mister Cortex, ho
trovato molte informazioni. Forse ancora non sai che alcune Fate, per poter sopravvivere nella
Normalit, esercitano come guaritrici e come indovine. Ho chiesto anche a mio fratello.
Lui sa di sicuro tutto e non parla urlai. Chiss come se la ride del mio modo di fare goffo e
stupido!
Lui lascialo fuori obiett Ks. Posso parlare solo per me: non sapevo proprio come dirtelo.
Certo che ho sentito dire molte cose sulle Fate, e chi non le ha sentite? Ma  difficile distinguere la
leggenda dalla verit storica e dai fatti scientifici. E tu sai, si schiar la voce, tu sai davvero poco al
riguardo. Avrei forse dovuto sbatterti in faccia tutte quelle sporche dicerie, quando gi stai cos male?
Perch no? Mi rigirai verso di lei, sentivo la tensione sul mio viso.  sempre meglio che non
sapere NIENTE della propria madre.
Non puoi chiedermi una cosa del genere prosegu calma Ks. Non voglio mettere in giro
porcherie simili. Piuttosto, ho passato il tempo a cercare qualcosa che potesse aiutarti.
Davvero commovente! Dunque? L'hai trovato?
No, Juli rispose lei. Per la prima volta da quando la conoscevo, sembrava davvero arrabbiata.
Altrimenti te lo avrei detto. Il suo tono tagliente mi fece tornare in me, l'onda cominci a ritirarsi.
Allora raccontami qualcosa sulle Fate, qualsiasi cosa! la implorai. Anche se  brutta, ti
prego!
D'accordo sospir Ks. Da dove comincio? I messaggi allarmistici che abbiamo trovato qua
e l sono pubblicati dall'Istituto Nazionale di Ricerca sulle Fate. Non hanno nessuna base scientifica,
ma la Rete ne  piena. E la cosa peggiore  che sono ovunque: pensa che un libro per bambini su tre
mette in guardia dal pericolo delle Fate!
Sul serio? Io non ne ho mai visti.
Allora tua madre deve averti protetto molto bene disse Ks.
E che vantaggio ne ho avuto?
Cerca di capire, una buona volta: tua madre non aveva scelta. Se da piccola ti avesse messo
davanti alla realt nuda e cruda, ti avrebbe distrutto!
Bendare gli occhi e tappare le orecchie... un'alternativa geniale, direi...
Mi interruppi a met frase e drizzai le orecchie.
Un rumore. Quando mi capitava di sentirne non ne facevo parola con nessuno  se ero io l'unica
a sentirlo , ma stavolta anche Ks si era girata di lato e avevo l'impressione che le sue orecchie si
muovessero alla ricerca della fonte.
Cos' stato? Da dove arrivava? bisbigli.
Dal quadro, credo dissi titubante. Avevo cominciato a fidarmi di Ks, era evidente. Se non
altro, non dovevo temere che mi prendesse per pazza.
No, non dal quadro. Ks si inginocchi e premette in modo curioso le mani sulle orecchie.
Trattenni il respiro che di colpo mi sembrava assordante.
Laggi! disse Ks trionfante, avvicinandosi sempre in ginocchio verso l'angolo della stanza e
sollevando uno dei quadri allineati a terra. E tu, birbante, come hai fatto ad arrivare qui?
Dietro il quadro c'era un gattino dal pelo arancione, con occhioni ingenui e una boccuccia da
cui a ogni miagolio spuntava la piccola lingua rosa. Il rumore che avevamo udito erano le sue unghie
che grattavano le piastrelle.
Ks cerc di prenderlo in braccio, ma lui scapp via lanciando un miagolio straziante.
Fa' provare me le dissi, accovacciandomi a terra e allungando la mano verso la bestiola. Il
gattino mi guard, si rimise goffamente sulle quattro zampe e mi si avvicin, fino ad appoggiare il naso
sulla mia mano.
Dopo avergli fatto annusare anche l'altra mano, lo sollevai con molta cautela.
Non sapevo cosa dire, e anche Ks era rimasta in silenzio.
Era superfluo dire che non avevamo mai avuto gatti in casa. Pap li odiava, cos come la
mamma odiava i cani. Alzai lo sguardo verso il lucernario, ma era chiuso.
Roba da Fate dissi con voce roca, e all'improvviso mi ricordai dove potevo aver visto quel
gatto, o almeno la sua zampa o la punta della coda. O, forse, la ciotola del latte vuota.
Ks dissi, questo  il gatto che compare nel quadro di mia madre.
Ks si avvicin e lo accarezz. In braccio a me, il gatto sembr gradire.
Incredibile disse.  un gatto vero.
Era un gatto vero, con il pelo setoso e un vago odore di latte acido.
E adesso? domandai. Torner nel quadro? Altrimenti, cosa ci faccio?
Il gattino miagol.
In ogni caso, nessuno deve vederlo dissi, lo porterebbero subito via.
Portarlo via?
S.
Non credo che si farebbe prendere disse Ks pensosa.
E se lo richiudiamo qui dentro? Magari, se nessuno lo guarda, torna nel quadro.
Pensi che potrebbe funzionare?
E che ne so?
Il micetto si era accomodato tra le mie braccia e aveva chiuso gli occhi. E mentre lo osservavo
capii quale sarebbe stata la mia mossa successiva: avrei cercato l'avvocato della mamma. Dovevo
informarmi sulle Fate e sui loro diritti.
Ks dissi, posso usare di nuovo il tuo computer?
Ma certo, perch no? Ks continuava a fissare il gatto e si comportava in modo strano, come
all'inizio.
Devo saperne di pi, sulle Fate, sulle leggi. Magari riesco a scoprire dove si trova mia madre
in questo momento.
Magari. Lo sguardo di Ks si fece vitreo.
Mi senti? La presi per un braccio.
Certo. Si gir a guardarmi.
Con una mano strinsi a me il gatto, con l'altra afferrai Ks e uscimmo dalla stanza.
Una volta in corridoio, Ks si riprese e, giunte alle scale, cominci a protestare.
Devi richiudere a chiave la stanza!
Hai ragione. Tornai alla porta. Ma la chiave? Ce l'hai tu, giusto?
Ks mi porse il mazzo, sottolineando che dovevo chiuderla io, con le mie mani.
Fesserie dissi, infilando nella serratura una chiave a caso che gir subito, come all'apertura.
Le restituii il mazzo. Non potremmo fare un segno sulla chiave giusta?
Secondo me una vale l'altra mi rispose con voce roca. Con te, vanno bene tutte.
Non prestai attenzione alle sue parole, era ancora sotto l'effetto dei quadri. Scendemmo le scale
in punta di piedi. In un attimo eravamo di nuovo nella mia stanza, e l finalmente ebbi un'idea brillante.
Era stato facile, di una facilit quasi da non credere.
Dalla finestra osservai la nonna in giardino. Stava appoggiando a terra le cesoie ed era
inginocchiata davanti a un'aiuola fiorita.
Da quando non c'era pi la mamma, il giardino era cambiato. I cespugli erano tagliati a modo
come nel resto della via. Le aiuole erano ben ordinate, le piante dritte come soldatini. A mio parere, la
terra intorno ai fiori era gi pulitissima, eppure Ingrid da dietro i suoi occhiali riusciva a individuare
anche l'erbaccia pi minuscola e la strappava via risoluta.
In quel momento, udii sbattere la porta di casa. Ingrid alz la testa e sentii che mi stava
fissando.
Serve aiuto? La voce allegra di Ks arriv fino a me. Aveva ritrovato l'equilibrio, a
differenza di mia nonna che sembrava sul punto di cadere nell'aiuola per lo spavento. Se il momento
non fosse stato cos delicato, sarei morta dalle risate.
Ma il nostro piano prevedeva che non perdessi un attimo di tempo.
Corsi via veloce.
Lo studio di pap era rimasto uguale. Il tavolo era quasi vuoto, a parte qualche busta da lettere
ben ordinata. L dentro faceva cos freddo che mi vennero i brividi.
L'armadio in metallo in cui pap custodiva i documenti era chiuso. Aprii il cassetto della
scrivania che conteneva graffette suddivise per colore e alcune chiavi. Pescai subito quella giusta,
l'armadio si apr cigolando, spalancai le ante e infilai dentro la testa.
Notai immediatamente la cartellina arancione all'interno del raccoglitore. La presi e sopra vi
lessi il nome Laura. Contenta di non dover cercare oltre, la aprii. La prima pagina riportava la
sentenza del tribunale, risalente a tre mesi prima.
Era la cartellina giusta.
Conteneva dieci fogli scritti fitti, li scorsi rapidamente. E pi leggevo, pi il gelo si
impossessava di me.
Il tribunale di famiglia stabiliva che al completamento del divorzio, tutti i beni acquisiti
all'interno del matrimonio  compresa la casa, il terreno circostante, i mobili e le suppellettili 
sarebbero spettati a mio padre, senza eccezione alcuna e senza diritto di rivendicazione da parte di
Laura Rettemi, che dichiarava la propria rinuncia anche agli alimenti e a ogni futura pretesa.
Restai senza fiato. Mia madre aveva sempre lavorato a casa. Non aveva il permesso di vendere i
quadri, come sarebbe sopravvissuta se pap teneva tutto per s? Di cosa viveva adesso? Era forse
questo un modo per far morire di fame una Fata?
Continuai a leggere. Nella penultima pagina lessi una frase che spiegava in modo alquanto
circostanziato che, sebbene per legge Laura Rettemi non avesse il minimo diritto a chiederlo, i coniugi
erano giunti a un accordo per l'educazione congiunta dei figli Juliane, Kassandra e Jaroslav.
L'impostazione di questo tipo di rapporto era oggetto di una valutazione degli interessati e non poteva
essere impugnata di fronte a un tribunale. Il dottor Rudolf Rettemi aveva pieno diritto di interrompere
in qualunque momento l'educazione congiunta dei figli.
Scorsi di nuovo il documento. Conteneva molti rimandi all'attuale posizione giuridica e allo
status di Laura Rettemi. Non compariva mai la parola Fata, ma avevo l'impressione di intravederla
in ogni frase: questa donna  una Fata, possiamo farle qualsiasi cosa. Bastava che pap si irrigidisse
un po', e la mamma avrebbe perso il suo diritto ad allevare i suoi figli.
Forse ero stata ingiusta con mio padre, forse aveva fatto per mia madre molto pi di quanto
avrebbe dovuto.
Sfogliai le pagine, e l'ultima riportava le firme dei miei genitori. Finalmente trovai quello che
cercavo.
L'avvocato della mamma si chiamava Justus Melchior.
Memorizzai svelta il nome, richiusi la cartellina, la rimisi nell'armadio, riaccostai l'anta e corsi
in giardino, per salvare Ks dalla compagnia di Ingrid, con sommo sollievo di entrambe.
Disponevo di un'informazione importante, ed era bastata solo una buona idea e dieci minuti di
tempo per ottenerla. E adesso, da dove cominciare? Temevo che d'ora in avanti le cose sarebbero state
pi complicate.
Zero
Quando in serata pap torn a casa, c'era ancora Ks. Ci eravamo chiuse di nuovo in camera
mia. Ognuna era assorta nei propri pensieri e non avevamo parlato granch. Mia madre se n'era andata
di sua spontanea volont o era stata costretta? Mi ero limitata a fare un cenno d'assenso alla domanda
di Ks: s, avevo trovato il nome dell'avvocato. Ma non mi andava di parlarle di quello che avevo letto
nella cartellina, non ancora.
Ks mi aveva risparmiato ulteriori domande. Aveva giocato con il gatto lanciandogli palline di
carta mentre io li osservavo, chiedendomi cosa avrei fatto del micio. Ks disse che avrebbe potuto
portarlo a casa sua, ma nessuna delle due era sicura che fosse una bella idea. Forse il gatto era in
qualche modo legato al quadro, o se non altro alla casa.
O a me.
Non appena riemersi dai miei pensieri, udii le voci dei gemelli.
Vieni dissi a Ks. Devi conoscere mio fratello e mia sorella, cos non penserai che nella mia
famiglia sono tutti dei mostri.
Probabilmente ormai era pronta al peggio, perch quando la presi per mano e aprii la porta della
stanza di Kassie sembrava davvero intimorita. Mia sorella era seduta sul tappeto, non so esattamente
cosa stesse facendo. Fece un movimento brusco, come se volesse nasconderci qualcosa.
Che fai? le chiesi.
Niente rispose, ridendomi in faccia. Squadr Ks con curiosit, ma senza troppa eccitazione.
Ti conosco?
Ks si rannicchi davanti a lei e si present.
Che strano nome disse Kassie, con un tono per niente perfido, ma schietto e gentile. Poi
allung il braccio, andando a toccare il serpente sul cranio di Ks. Trasalii, io non mi sarei mai
azzardata a farlo.
Come te lo sei fatto?
 una storia complicata rispose Ks.
 bellissimo.  pericoloso toccarlo?
 un po' tardi per chiederlo mi intromisi irritata.  un tatuaggio.
Che cos' un tatuaggio? Con la bocca aperta e con la fronte corrugata, Kassie segu con il
dito i contorni del serpente.
E a un certo punto notai qualcosa di giallo attaccato al suo maglione. Lo tirai via e lo guardai.
Kassie sembr sorpresa.
Questa cos'? chiesi.
Una piuma rispose Kassie a bassa voce.
Una piuma? Lo vedo da me! Una piuma attaccata a un maglione che stamattina era pulito!
Appartiene a Zero.  tornato?
No, cio, non credo. Kassie si appoggi con la schiena al letto, girando la testa di lato.
Ma io non ero certo stupida. O almeno non cos stupida come prima. Mi inginocchiai e
controllai sotto il letto. Zero era l, accovacciato accanto alla parete, sembrava una pallina, allungai la
mano e lui si avvinghi subito al mio dito indice.
Avresti dovuto dirmelo che era tornato la rimproverai. Solo la presenza di Ks mi trattenne
dall'afferrarla per le spalle e darle una bella scrollata. Ero preoccupata per lui!
Scusa disse Kassie a voce bassa. Ecco... pensavo...
Dai, meno male che era qui sotto intervenne Ks, ignara. Non sapeva della stretta
connessione tra la scomparsa di Zero e quella di mia madre, avvenute la stessa mattina. Non sapeva che
cosa significasse per me il ritorno di Zero. Kassie avrebbe dovuto dirmelo immediatamente.
Per fortuna di Kassie, si ud la macchina di pap che risaliva il vialetto d'ingresso e la porta del
garage che si apriva. La punizione era rimandata.
 tornato mio padre dissi a Ks. Vieni.
Non ne potevo pi di quella bugiarda di Kassie, meglio mio padre. Ero impaziente di vedere la
faccia che avrebbe fatto.
Ks era evidentemente dispiaciuta di uscire dalla stanza di Kassie, a quanto pare si trovava a
proprio agio l dentro. Sulla soglia si gir verso mia sorella, che le sorrise.
Pap entr in casa e per un attimo pensai che era un bell'uomo, alto e ben vestito, ma che un
tempo era stato ancora pi bello, pi gentile e pi amabile. Annidato nei tratti del suo volto c'era un
che di ripugnante e aveva un'aria malaticcia, con il naso appuntito e le guance pallide e smunte.
Squadr Ks con un misto di curiosit e di finta sorpresa. Sicuramente Ingrid lo aveva gi
informato che avevo visite, e che visite! Doveva aver capito che era lei.
Sapevo perfettamente cosa gli passava per la mente. Dunque, eccola qua la ragazza maleducata
che sembra una Freak e con cui ti vergogneresti ad andare in giro per strada. Speriamo che i vicini
non l'abbiano notata.
E potevo anche leggere nella mente di Ks. Dunque, eccolo qua il marito che si rallegra della
scomparsa della ex moglie perch  una Fata, perch la gente la teme e la disprezza, perch nessuno si
interessa di sapere se  viva o se  morta.
Pap non porse la mano a Ks, come invece sembrava aspettarsi lei a giudicare dalla tensione
del suo braccio. Ks attese qualche secondo poi, delusa, s'infil la mano destra in tasca.
Lei  Ksenia Okasaki, la mia compagna di scuola dissi rompendo il silenzio. Lui  mio
padre, il dottor Rudolf Rettemi.
Ks fece una smorfia di imbarazzo. Pap continu a fissarla. Restammo in attesa in un silenzio
quasi elettrico. A un certo punto pap se ne and in cucina, passandoci davanti quasi fossimo
trasparenti come l'aria.
Ks non si mosse e di colpo anch'io ero disorientata, non sapevo pi come comportarmi. La
mia testa brulicava di domande in cui avrei voluto immergermi e anche se senza Ks ero persa, sentivo
di dover restare da sola. Mi resi conto che era questo lo svantaggio di incontrare una persona in casa
propria invece che in un terreno neutro: mica ti puoi ritirare, devi aspettare che l'ospite se ne vada.
Tra un po' arriva Ivan annunci Ks non appena ci rifugiammo in camera mia. Mi spaventai
dei miei stessi pensieri.
Ivan? Perch?
Viene a prendermi. Siamo rimasti d'accordo cos.
Ti viene a prendere? Ero stupita. Lei, che si comportava sempre in modo diverso da me,
tutt'a un tratto non era pi in grado di ritrovare la strada di casa?
 gi buio. Ks guard dalla finestra. Ivan si preoccupa se giro di notte da sola per un
quartiere pericoloso.
Sembrava che mi stesse facendo una grossa confidenza.
I tuoi genitori lavorano molto? domandai.
Ks mi guard. Il serpente mi guard.
No rispose Ks. Non pi.
Provai ad aggiungere qualcosa ma mi bloccai, non sapevo se fosse il caso di farle altre
domande. Volevo scusarmi per tutto, ma le parole mi restarono appiccicate al palato. E mi vergognavo
per come l'avevano trattata pap e la nonna. Il loro comportamento non mi aveva sorpreso, ma non per
questo era stato meno sgradevole. Mia madre sarebbe stata gentile, lei non trattava mai male nessuno
per il suo aspetto, figurarsi una ragazza della mia et.
Neanche due minuti dopo, Ivan suon il campanello. Accompagnai Ks alla porta, dove
trovammo suo fratello che parlava con pap. Probabilmente Ivan si era comportato bene, perch pap
era molto pi gentile nei suoi confronti. Se non altro, non dovevo vergognarmi come nel caso di Ks. O
forse s, anzi, a maggior ragione? Pap gli sorrideva con aria sottomessa e Ivan ricambiava con
evidente distacco.
Magari a pap piaceva l'abito che indossava, magari la borsa che aveva sulle spalle, magari la
spilletta rotonda  una Y argentea su sfondo rosso scuro  sul risvolto della giacca parlava una lingua
che io ignoravo ma che pap conosceva bene. Ad ogni modo, non dipendeva certo dalla moto accesa
davanti al nostro ingresso. Dal suo tubo di scappamento uscivano fiamme rosse che la facevano vibrare
come un animale selvaggio sul punto di liberarsi dalle briglie che lo imprigionavano. Quasi
sicuramente i vicini erano alla finestra ad ammirare quella macchina infernale su cui sfrecciava l'ospite
dei Rettemi.
Provai una leggera soddisfazione nel constatare che Ivan non era molto amichevole verso mio
padre. Pap se lo meritava. C'era un che di perfido nella gentilezza di Ivan. Solo nel momento in cui ci
vide sulle scale il suo viso si distese, e sperai che parte del sorriso fosse diretta a me.
Ciao. Con evidente sollievo, Ks mi spinse da parte e si volt verso mio padre: Arrivederci,
e grazie per l'ospitalit.
Ciao, torna presto! Stavolta pap le strinse la mano. Mi vergognai fino al midollo. Se fosse
stato scortese anche adesso, avrebbe almeno dimostrato un certo stile.
A domani! urlai, e corsi alla finestra per osservare Ks che portava fuori dal vialetto il
motorino e Ivan che legava una corda alle corna del manubrio, per poi sparire entrambi in un attimo,
come se non ci fossero mai stati, lasciandosi alle spalle solo un'eco scoppiettante.
Quando anche il rumore svan, mi girai verso mio padre.
Devo parlarti dissi.
Pap annu. Anch'io.
Andammo in soggiorno sfilando sotto il naso curioso di Ingrid. Pap chiuse la porta, e il lieve
cigolio gli fece aggrottare la fronte.
Bisogna ungerla mormor. Si sedette sul divano. Io rimasi in piedi con le braccia incrociate.
Volevo dirgli che la sua svenevolezza di prima era indecente. Mi ci volle un po' per trovare il
coraggio di farlo. Mentre riorganizzavo i pensieri, lui mi precedette.
Juliane, oggi hai esagerato. Capisco che tu abbia un atteggiamento provocatorio, ma c' un
limite. Non ho intenzione di tollerare oltre.
Prego?
Non fare la stupida. Portare a casa una feccia del genere,  peggio che...
Perch allora hai fatto tanto lo smanceroso con suo fratello?
L'occhio di pap cominci a tremare. Se non sai di cosa parli, stai zitta!
Neanche tu sai di cosa parli replicai.
D'ora in avanti non avrai pi nessun contatto con quella... mocciosetta!
Strizzai un occhio per guardarlo di sbieco, cos mi era pi facile immaginare che a parlare non
fosse mio padre ma uno sconosciuto.
Mi stai prendendo in giro? disse, ansimante di rabbia.
Hai corrotto la scuola per togliermi l'affiancamento di Ks, vero? Riaprii l'occhio.
Pap si blocc, ma la sua palpebra continu a sussultare.
Chi te l'ha raccontato? domand a bassa voce. Avevo colto nel segno, aveva ragione Ks.
Sapeva che non aveva tutte le rotelle a posto anche prima di conoscerlo.
Pap si alz, a quanto pare non gli faceva pi piacere guardarmi dal basso.  per il tuo bene.
Ma certo! La prossima volta mi dirai che il meglio che possa capitarmi  la scomparsa
definitiva di mia madre.
Per la frazione di un secondo il viso di pap fu stravolto da uno spasmo, poi si distese di nuovo.
Hai mai guardato bene la tua cosiddetta amica? mi domand in un sussurro.
Secondo te, appena la vedo, chiudo gli occhi? risposi a denti stretti. Non devo mica
sposarla, e neanche tu.
Juliane! A poco a poco pap stava perdendo ogni pazienza. Sei proprio come tua madre!
Lo spero! gli risposi urlando.
La porta cominci ad aprirsi e vedemmo la faccia curiosa di Kassie far capolino. Che
succede? domand.
Fuori! urlammo io e pap all'unisono.
Distratti da mia sorella, non ricordavamo pi a che punto eravamo arrivati. Pap mi si avvicin
e mi prese le mani. Aveva le dita fredde e umidicce, come la pelle di una rana. Doveva lasciarmi
andare, non riuscivo a pensare ad altro.
Juliane. Ma non hai capito subito che  una Freak?
Ne ha solo l'aspetto. Se fosse sul serio una Freak, non verrebbe al liceo.
E invece s ribad lui. Rientra senz'altro in uno di quei programmi umanitari partoriti da
qualche mente stordita dalle troppe pasticche. Domani andr a lamentarmi.
Non lo farai dissi. Non  una Freak.
Pap and su tutte le furie.
Juli, quando uno sembra un Freak, si muove come un Freak e parla come un Freak, deve
esserlo per forza. Non puoi opporti all'evidenza. Non  una Normale, fattelo entrare in testa una buona
volta.
Tacqui confusa. Dovevo ribattere ma non avevo argomenti. E se aveva ragione lui? La sola idea
mi dava il voltastomaco.
Pap mi osserv con attenzione, non gli sfugg certo la mia espressione di disgusto.
Poi mi venne in mente quel che avevo scoperto negli ultimi giorni: che mia madre non era una
Normale, che forse neanch'io ero una Normale. Forse sapevo molto poco dei Freak, proprio come delle
Fate. Ks non aveva detto che l'avvocato di mia madre era un Freak?
So che anche i Freak possono far carriera gli dissi, tendendogli un tranello in cui lui cadde.
Pap ansim per lo sdegno. Carriera!
Attesi che proseguisse.
Chiamiamola carriera! disse scuotendo la testa.
Una carriera  una carriera continuai impietosa. Tanti soldi e una buona reputazione.
A spese nostre! rispose battendo i pugni sul tavolino e facendo tremare le violette finte ma
talmente perfette da sembrare vere. Non fanno che trascinarci nel fango, ma una volta raggiunto il
benessere e la notoriet mandano i figli nelle nostre universit e ci portano via il lavoro!
Ma che dici? Tesi bene l'orecchio, era la prima volta che sentivo una cosa simile. I Freak
concorrenti nel mondo del lavoro... non corrispondeva all'immagine che me n'ero fatta finora.
Concordava, invece, con il fatto che l'avvocato di mia madre fosse un Freak.
Ma allora  un bene. Avevo capito cosa dire per stremarlo. Freak sottoposti a processo di
risocializzazione, che diventano membri di valore della societ, che lavorano e esercitano una certa
influenza...  il sogno di qualunque assistente sociale.
Pap si lasci sfuggire un gemito. Questa idea te l'avr inculcata quella... ragazza. Non
crederle, Juliane. Un Freak resta sempre un Freak. Sono pericolosi proprio perch sanno adattarsi. Sono
come virus, ci infettano e distruggono la nostra societ dall'interno. Fingono di poter vivere insieme a
noi, ma quando possono cercano di infiltrarsi nella Normalit per stravolgerla.
Per fanno carriera. Cominciavo a prenderci gusto.
Lo vuoi capire s o no? Pap mi guard disperato. Non puoi fidarti di un Freak. Anche se
per caso hanno un buon lavoro, per la Normalit sono delle bombe a orologeria.
A sentirti, sembrano addirittura pi pericolosi delle Fate!
Sulla fronte di mio padre spunt una vena pulsante.
Sono come la peste e il colera. Cercava le parole giuste. Le Fate sono diverse. Le Fate
sono... malate! Sono... pazze! Possono fare... cose orribili. Ma sono nate cos.
E i Freak?
I Freak no. Pap aveva un'aria sfinita. Non sono in grado di fare quello che fanno le Fate. I
Freak non sanno che pesci pigliare. La loro visione della vita  basata sull'esaltazione della Non
Normalit. Vivono nella societ dei Normali e alcuni di loro fingono di accettarne le regole. Ma in
realt, studiano per sovvertirla senza doversene assumere la responsabilit. E desiderano le Fate;
mirano a conquistarle, le considerano delle divinit. Cercano di proteggerle e di prendersene cura, ma
anche di sfruttarle.  solo che le Fate non vogliono costruire una societ, perch loro non si integrano
in uno Stato. Non vogliono una societ, sono individualiste. Non si interessano dei Freak, perch in
realt non si interessano di nessuno. Ecco perch i Freak si appoggiano a noi. Pap fece una pausa e
men un altro pugno sul tavolo. Vivono con noi, e ci prendono in giro! Ogni volta che ne hanno
l'occasione! Sfruttano le nostre scuole, gli ospedali e le universit! Gli uffici e i mezzi pubblici! Eppure
pensano di essere intelligenti! Fingono di essere gentili, ma stanno sempre appresso alle Fate. Vendono
di nascosto le loro opere, la loro arte criminale! Fanno di tutto per vederci soffrire!
Mi girava la testa.
Pap aveva parlato in preda alla rabbia. Hai guardato quella ragazza? La chiami amica?
Nessuna persona ha un aspetto come il suo! Presentarsi cos in casa nostra  una vergognosa
provocazione. Non tollerer mai una cosa del genere in casa mia. E quel presuntuoso del fratello, che
sguardi mi lanciava! Solo perch studia all'universit.
A-ha, pap aveva capito che Ivan era studente universitario e per questo gli riconosceva un
certo rispetto. Ecco perch era stato cos gentile nei suoi confronti!
Provai pena per lui, era paonazzo in viso e menava pugni, non l'avevo mai visto in quello stato.
Al tempo stesso, per, tutti quei suoi strepiti e strilli mi davano il disgusto. Anche se avesse avuto
ragione su tutto, sentivo di non poter dare fiducia a un adulto che dimostrava tanto odio nei confronti di
una mia coetanea. Gli volevo bene ma, al contempo, lo detestavo. Non potevo certo spiegargli che Ks
non si era presentata in quel modo per fargli un dispetto o per provocarlo. Semplicemente, lei era cos.
Promettimi che taglierai i ponti con lei prosegu pap tra un respiro affannato e l'altro. E se
pensi che siete amiche... scordatelo. Nel momento esatto in cui ti sarai affezionata a lei, ti pianter in
asso, e proprio nel momento di maggior bisogno. I Freak sono inaffidabili. Si prender gioco della tua
fiducia.
Guardai i suoi occhi arrossati e annuii lenta.
Se mi credeva, tanto peggio per lui.
Tornata in camera, aspettai che i gemelli andassero a dormire. Intanto, seduta sul mio letto,
fissavo il quadro della mamma. Jaro e Kassie scorrazzavano lungo il corridoio tra le urla di Ingrid che
non riusciva a farsi obbedire. Poi scese il silenzio. Mi alzai e raggiunsi a piedi nudi la stanza di Kassie.
Avevamo un conto in sospeso. Per fortuna, in via eccezionale era nel suo letto e non in quello di pap.
Quando entrai e mi richiusi la porta alle spalle, lei si tir subito su.
La presi per le spalle.
Perch non mi hai detto che Zero  tornato?
Volevo farlo. Il suo labbro inferiore tremava. Davvero, Juli. Ma non sapevo come dirtelo.
Che significa, non sapevi come dirmelo?
Mi guard con i suoi grandi occhi blu e rest zitta.
 rientrato dalla finestra?
Scosse la testa. La finestra era chiusa.
Ma adesso dov'? Ancora sotto il tuo letto?
Scosse di nuovo la testa.
Non sei stata attenta? Se ne  andato di nuovo? La gabbia  sempre vuota, ho controllato. Non
ho detto nulla a pap, e tu?
Scosse la testa.
Dimmi un po', se ne  andato di nuovo? La finestra era aperta?
Non se n' andato dalla finestra bisbigli Kassie. Ma da dove era venuto.
Che vuoi dire?
Ci guardammo, la mia mano era ancora sopra la sua spalla. Capii cosa mi avrebbe detto. Del
resto, anche il gatto era sparito. Lo avevo lasciato in camera mia per un attimo, il tempo di
accompagnare Ks di sotto. Avevo chiuso la porta. Poi avevo perlustrato la stanza, ma invano. Poteva
essere sparito solo in un modo. Esattamente come Zero. Non volevo sentirmelo dire, era inquietante.
Ci non mi imped di intimare a Kassie di parlare. Mi faceva meno paura se era lei a dirlo.
Zero  uscito ed entrato dal quadro disse, appoggiando la guancia alla mia mano. Non essere
arrabbiata con me, ho pensato che non mi avresti creduto.
Sembra essersi appena svegliato.
Piange, ma nel momento in cui mi avvicino,
si interrompe e mi guarda con occhi pieni di speranza.
E nonostante anch'io abbia paura,
per la prima volta in vita mia sento che esiste
un dolore pi grande e pi importante del mio.
Rimozione Discreta dell'Arte proibita
L'indomani, non appena arrivata a scuola, cercai Ks. Non volevo aspettare la pausa pranzo, n
che fosse lei a cercarmi. Mi mancava. Purtroppo il giorno prima non le avevo chiesto il suo nuovo
orario delle lezioni, perci era impresa alquanto disperata aggirarmi nei corridoi fra tutte quelle
cornacchie nere che mi scrutavano da capo a piedi, e forse era gi corsa voce che tra loro si
nascondesse una figlia di Fata. Tornai alla segreteria ma, al posto dell'orario delle lezioni di Ks,
ottenni il caloroso invito a concentrami maggiormente sulla frequentazione degli altri studenti.
E a mano a mano che la cercavo senza successo, cresceva in me il dubbio che Ks non volesse
pi avere nulla a che fare con me. Il monito di pap, secondo cui la mia unica amica mi avrebbe
piantato in asso nel momento di maggior bisogno, non voleva abbandonarmi. I moniti sortivano un
grosso effetto su di me.
Corsi su e gi per la scuola, bagnata di sudore, e guardai in tutte le classi. Insomma, sembravo
impazzita. Ma nel nostro liceo era impossibile trovare una persona. Le uniformi si fondevano con le
pareti scure, i corridoi erano un labirinto e tutti camminavano tanto svelti che non avevi nemmeno il
tempo di guardare le facce.
Attesi il pranzo con ansia, non perch avessi fame ma perch di colpo sentii che senza Ks sarei
stata come l'ultimo uomo sulla terra. Avevo la sensazione di non avere pi nessuno con cui poter
parlare. Restavo perplessa anche quando scambiavo solo quattro chiacchiere con i compagni: era come
se non capissero cosa volevo dire. Persino se pronunciavo un semplice ciao o se chiedevo a un
compagno di passare un foglio alla guida nell'apprendimento, loro alzavano un sopracciglio e mi
chiedevano di ripetere quel che avevo detto, come se avessi balbettato. E di colpo chiacchieravano tra
loro di cose per me incomprensibili.
Adesso che non riuscivo a trovare Ks, avvertivo chiaramente la differenza tra l'essere soli e
l'essere in due.
Dopo il campanello della pausa pranzo infilai i libri nella cartella e corsi in mensa, animata da
un residuo di speranza. Superai svelta le porte a vetri e mi guardai intorno. Il tavolo a cui sedevamo
sempre era vuoto.
Scelsi il mio pranzo, appoggiai il vassoio e aspettai. Giocherellai senza nessun entusiasmo con
l'insalata mentre la mensa si riempiva di uniformi nere e di rumori. Io continuavo a fissare l'ingresso.
Dopo un po' capii che era inutile, ormai Ks non sarebbe pi venuta. Lo avrebbe gi fatto, la
pausa pranzo era quasi finita.
Scostai il vassoio e mi alzai. Avevo lezione anche nel pomeriggio, ma non mi andava. Per la
prima volta, non mi interessava niente del liceo. Finora il mio unico dovere era stato andare a scuola,
imparare, non dare nell'occhio.
A quanto mi risultava, non era previsto che si marinasse la scuola, perci ignoravo quale
potesse essere la punizione.
Uscii a grandi passi dalla mensa, come se avessi un appuntamento importante altrove. Avevo
l'impressione che, cos facendo, correvo meno rischi di essere fermata. Mi infilai nell'autobus che
riportava a casa gli studenti della quinta, che finivano prima le lezioni. Se l'autista avesse rifiutato di
prendermi a bordo, avrei spiegato che avevo mal di pancia e dovevo tornare a casa. E in fondo non
sarebbe stata una bugia: in effetti non stavo bene. Non mi sentivo pi a mio agio nel mio corpo.
L'autista non bad a me.
Scesi alla mia fermata e, a capo chino, mi incamminai a passo lento. Ero voluta venir via dalla
scuola, ma l'idea di andare a casa non mi entusiasmava. C'era Ingrid, e la sua compagnia non mi
faceva fare i salti di gioia.
Un rumore insolito mi distolse dai miei pensieri. Alzai la testa e corsi via.
Davanti a casa c'era parcheggiata un'auto nera con il motore acceso. Era piuttosto grande e
massiccia, con una scritta sulla fiancata, Bibite ipervitaminiche, che non si addiceva a quel tipo di
macchina. Ma soprattutto, noi avevamo un altro fornitore, che girava con una scritta a mano sul viola:
Tutto per farvi stare meglio. Pap non amava cambiare marche, le industrie non amavano cambiare
logo. La stabilit era la forza propulsiva che teneva assieme la societ della Normalit.
La cosa mi sembr sospetta.
Quando raggiunsi la porta di casa avevo il fiato corto. Stranamente, era aperta. Alla paura si
mescol un minuscolo barlume di speranza.
Mamma? Con tutta probabilit, tra cinquant'anni sar ancora disperatamente attaccata a
questa parola, pensai mentre continuavo a chiamarla.
Invano. Lei non rispose, non era in casa.
Al piano terra non c'era nessuno, da quelli superiori mi giunsero voci. Salii di corsa le scale,
piombai nella stanza dei gemelli, passai davanti alla mia e arrivai alla mansarda, dove mi imbattei in
Ingrid e in due perfetti sconosciuti. Uno era inginocchiato davanti alla porta dell'atelier di mia madre e
sbirciava dal buco della serratura. Entrambi indossavano tuta, maschera e guanti. Sembravano gli
accalappiacani che avevo visto in centro.
Che cosa state facendo? Colta dalla rabbia di vederli armeggiare con la porta di mia madre,
dimenticai paura e buone maniere.
Strano, non si apre. Chi l'ha chiusa l'ultima volta? disse uno degli sconosciuti, ignorandomi.
Io! risposi di getto.
Tre teste si girarono verso di me.
Una Fata? domand il tizio puntandomi addosso il dito indice.
Certo che no! fu la risposta un po' troppo frettolosa di Ingrid. Poi, rivolta a me, mi chiese se
pensavo di poterla riaprire.
E perch dovrei? La porta e tutto quello che c' dietro appartengono a mia madre.
Fallo e basta disse uno dei tizi, spazientito.
Obbedisci al signore, Juliane. La nonna si torceva le mani.
Osservai il suo viso, le guance magre e splendenti, la peluria sul labbro superiore, la palpebra
che continuava a sussultare, proprio come quella di pap. Ingrid incroci il mio sguardo.  per tutti
noi. Questi signori gentili ed esperti della Rimozione Discreta dell'Arte proibita ripuliranno in un batter
d'occhio la stanza. Molto meglio che lo facciano loro piuttosto che...  la palpebra ebbe un
rapidissimo guizzo  il Commando Speciale della polizia.
S, molto meglio conferm uno dei tizi. Noi siamo discreti, loro no. E facciamo un lavoretto
pulito, che vale fino all'ultimo centesimo speso.
Lo guardai: aveva il mento e gli occhi sfuggenti, proprio come quelli di Ingrid, che evitavano il
mio sguardo.
Credimi,  molto meglio se sbrighiamo tutto in fretta, Juli cara disse Ingrid.
Vogliamo solo dare un'occhiata sussurr il tizio rivolgendosi a me.
Ingrid annu diligentemente. Giusto, apri svelta la porta.
Mentiva talmente male da risultare quasi comica. Se avesse pensato a un argomento pi
intelligente, forse mi sarei fatta maggiori scrupoli a non assecondarla. Non ero abituata a ribattere agli
adulti: facevo quello che mi chiedevano, mi veniva spontaneo. Adesso, per, non potevo pi obbedire.
Non possiamo stare qui tutto il giorno comment in tono minaccioso uno dei due tizi
rivolgendosi a Ingrid.
Io restai calma.
 una Fata, si vede subito disse l'altro.
No! grid Ingrid. La sua voce acuta e attanagliata dal panico mi fece venire i brividi alla
schiena.
Uno dei due uomini mi si avvicin. Io indietreggiai di riflesso. Era sudato ed emanava un odore
acre, di sicuro ignorava la linea di prodotti per l'igiene della Hydragon. La sua mano si chiuse come
una morsa sul mio braccio.
APRILA.
Dovetti fare uno sforzo per non vomitargli sulle scarpe. Accanto a me, Ingrid osservava la
scena.
Non dovevo mostrarmi impaurita.
Non ho la chiave dissi, cercando di apparire il pi calma possibile. Non era una bugia,
l'ultima volta ne avevo usata una del mazzo di Ks, e ce l'aveva lei. E adesso Ks era sparita nel nulla.
I due uomini grugnirono, come se avessi detto una cosa incredibile. La morsa sul mio braccio si
allent e mi misero sotto il naso una gigantesca chiave arrugginita.
Usa questa.
Mi rilassai all'istante, figurarsi se avrebbe aperto la porta. Feci spallucce, presi la chiave, la
infilai nella piccola toppa e... fu una sorpresa constatare che girava benissimo, come un coltello rovente
in un pezzo di burro. Prima ancora che me ne rendessi conto, la porta era aperta. Gli uomini mi
spintonarono via ed entrarono nell'atelier con Ingrid alle costole.
Restai a osservarli, come se fossi ancorata alla soglia.
Sistemarono le maschere nere sul viso, estrassero grossi sacchi dalle borse e cominciarono a
impacchettare i quadri di mia madre. Ingrid torn verso la porta, da dove rest a guardarli respirando
sempre pi forte.
Che fate? domandai con voce roca.
Vacci piano, Fatina mormor uno dei tizi.
Ehi protest Ingrid.  ancora una bambina.
Ma se  pi alta di te! Dalle un paio d'anni e... disse un altro.
Ehi! sibil di nuovo Ingrid.
Afferrai uno dei sacchi. Non toccate niente! Non sono vostri. Ladri!
Stiamo facendo pulizie mi spieg uno dei due, mentre quello con i guanti mi scacci.
Stiamo rimuovendo l'arte pericolosa.
 di mia madre!
Non badavano a me, prendevano i grandi quadri ma non riuscivano a infilarli nei sacchi. Provai
una certa soddisfazione nel vedere che la plastica nera veniva strappata via dalle cornici. Poi, per,
passarono ai quadri pi piccoli: li gettarono senza nessun riguardo nei sacchi, mandando in frantumi le
cornici.
Ero accecata dalla rabbia, era come se mi avessero messo sugli occhi una pellicola rosso
sangue. Non mi ero mai sentita tanto indifesa, persa e disperata in vita mia, nemmeno una settimana
prima, quando nella devastazione del soggiorno pap mi aveva comunicato che la mamma era
scomparsa.
Poi, all'improvviso, si ud un ruglio.
Fui io la prima a sentirlo. E in quel preciso istante capii che i quadri erano salvi. Non capivo
ancora da dove arrivasse, ma sapevo che era rivolto agli uomini in nero. Non ero pi sola.
Nessuno cap come si spiegasse la sua presenza, n da dove arrivasse. Un gigantesco orso
bruno, in piedi sulle due zampe, si muoveva lento nella stanza con le fauci spalancate. Aveva un che di
familiare, ma non ebbi il tempo di ripescare tra i miei ricordi dove l'avevo visto.
Gli uomini impiegarono alcuni secondi per rendersi conto che non era la vista a fargli un brutto
scherzo. Era un orso in carne e ossa e si muoveva per la stanza, ringhiava, digrignava i denti, ansimava
e incalzava gli uomini con l'imponenza del suo corpo.
Quelli abbandonarono i sacchi, mentre Ingrid lanci un urlo e corse fuori dalla stanza. La sentii
incespicare gi per le scale.
L'orso rugli ancora pi forte. Anche uno degli uomini grid. Era evidente che l'orso voleva
cacciarli via, e in un men che non si dica i due, stretti l'uno all'altro, uscirono dalla stanza
indietreggiando.
Infine strisciarono sulla soglia, la porta si chiuse e udii due corpi in preda alla paura che si
precipitavano gi per le scale.
Mi guardai intorno, i quadri erano ancora l. Due mani ostili li avevano messi sottosopra. A
terra c'erano due sacchi neri di plastica, mi chinai e cominciai a estrarne i quadri, riappoggiandoli alla
parete.
Li osservai uno a uno, rendendomi conto che ne conoscevo pochi, e che di quei pochi ne avevo
una conoscenza molto superficiale. Cercai quello con l'orso che aveva appena salvato, insieme al suo
quadro, tutti gli altri dipinti della mamma.
Mentre sistemavo le cornici, sentii respiri profondi vicino al mio orecchio. Mi facevano il
solletico, ma ebbi paura a voltarmi. Poi, quando l'orso appoggi la grossa testa sulle mie spalle, per
poco non caddi. Con una mano gli carezzai il pelo ispido e caldo.
Abbiamo fatto un bel lavoro, vero? Mi faceva meno paura degli uomini in nero, contro i quali
mi sfugg un'imprecazione.
Sei stato dipinto dalla mamma e sei uscito dal quadro perch avevo bisogno di te sussurrai.
Dondol la testa. Lo interpretai come un cenno d'assenso.
Oh orso, sono cos sola sussurrai. Sola come non mai. I miei fratelli sono ancora troppo
piccoli. In realt, dovrei prendermi cura di loro, e invece vorrei tanto avere qualcuno che si prendesse
cura di me, tutto qui. La mia unica amica oggi non  venuta a scuola, e lei  la sola con cui posso
parlare. Non ci siamo scambiate il numero di telefono  a che serve quando ci si vede tutti i giorni?
Adesso per ci siamo perse. Mi manca e sono preoccupata per lei. Ma forse non ha pi voglia di
vedermi... Forse mi sta piantando in asso nel momento del maggior bisogno, proprio come ha detto
pap... O chiss, mi sbaglio?
L'orso strofin la grossa testa al mio braccio.
Tu sai dirmi cosa posso fare adesso?
Mi sentivo sciocca e infantile a parlare cos con un animale, per di pi dipinto da mia madre.
D'altra parte non avevo mai visto un orso in carne e ossa e lui mi soffiava un alito caldo in faccia,
respirava affannosamente, puzzava di concime e carne cruda, e muoveva il suo grosso petto peloso a
pochi centimetri da me. Mi spinse con il muso, per poco non persi l'equilibrio.
Ehi, fa' attenzione.
Ma lui insisteva, aveva in mente qualcosa. Mi alzai in piedi. L'orso era davvero imponente e mi
spinse con grande decisione verso il cavalletto su cui c'era ancora il quadro che la mamma non aveva
terminato di dipingere. Inciampai di nuovo. Ma l'orso non ci badava.
Che vuoi da me?
La tela odorava di tempere e solventi e raffigurava un bosco con un sentiero serpeggiante che si
perdeva sullo sfondo. Forse quel quadro nascondeva un messaggio di mia madre? Se era cos, non
riuscivo a capire quale fosse. Mi chinai e sfiorai la tela con la punta del naso. A quel punto, l'orso alle
mie spalle mi diede una spinta forte e io, lanciando un grido, mi ritrovai dentro con la testa, convinta di
aver sfondato la tela e rovinato il quadro.
Attraverso la finestra
E finii distesa a terra come una stella marina, ma non sul tappeto che copriva le piastrelle
dell'atelier. In casa nostra c'erano piastrelle ovunque, perch erano pi facili da pulire. Sotto di me
avevo invece una superficie morbida, cedevole, che odorava di muffa, fresca e putrida al tempo stesso.
Un terreno boscoso.
Mi misi prima carponi e poi in ginocchio, e scossi la terra dalle mani. Ero nel bosco. Il bosco
era vivo, mormorava, il vento frusciava tra le chiome degli alberi. Mi sedetti sul sentiero circondato
dall'erba alta. Le punte dei fili d'erba erano piccole pennellate d'argento.
Il bosco della mamma urlai. Era senz'altro un sogno, non poteva essere reale.
Qualcosa di caldo e pesante si appoggi contro le mie spalle. Mi girai e finii con il naso nella
sua pelliccia. Se era tutto un sogno, non aveva senso aver paura. Anche se mi avesse divorata, mi sarei
risvegliata sana e salva. Avevo senz'altro pi d'una vita a disposizione, come in un gioco elettronico.
Era questo che volevi? Che atterrassi qui?
L'orso borbott qualcosa. Mi alzai, mi scrollai la terra dalle calze e appoggiai la mano sulla
testa dell'animale.
E adesso?
L'orso si adagi lentamente a terra.
Che succede?
Sembrava in attesa di qualcosa, mi guardava con i suoi occhi neri.
Vuoi che ti salga sopra?
E dal momento che non protest, mi arrampicai su di lui, cercando di tenermi forte. Quando sei
in gioco, devi giocare come si deve.
Pensavo che un orso come quello si sarebbe mosso lentamente. Invece avanzava veloce, e
saltava, tanto che mi strinsi forte a lui per non cadere e mi venne un crampo alla coscia. Avevo i
muscoli a pezzi e mi dimenticai subito che forse non si trattava del mio vero corpo.
L'orso sapeva esattamente dove andare e procedeva rapido. Sperai che la sua meta fosse anche
la mia. E comunque, non avevo scelta.
Era molto tempo che non entravo in un bosco, i boschi mi facevano sempre un po' paura. Ed era
la prima volta che sognavo di cavalcare un orso.
Sta' attento, orso gli sussurrai con labbra tremanti. Il vento mi sferzava il viso, non vedevo
niente, sbirciavo attraverso gli occhi socchiusi. Cercai di tenermi aggrappata all'animale senza tirargli
troppo il pelo, a volte per me ne dimenticavo e mi avvinghiavo con tutte le forze.
L'orso rallent il passo e i miei occhi misero di nuovo a fuoco gli alberi. Eravamo arrivati in
una radura. Scesi e mi gettai subito sul prato, con le gambe tremanti per la tensione.
Pazzo di un orso gli bisbigliai. Si pu sapere dove mi hai portato?
Affondai il viso nell'erba morbida. Poi mi tirai su e alzai lo sguardo. Vidi una casa in legno
dall'aria dolorosamente familiare, una veranda, il canovaccio fiorito, all'ingresso un piatto riempito a
met con del latte.
Non pu essere vero mormorai. Incapace di rialzarmi e camminare normalmente, gattonai in
direzione della casa. L'orso mi seguiva a distanza, probabilmente sembravo proprio una Freak.
Avevo paura di entrare in casa. Era abitata, e lo sapevo meglio di chiunque altro visto che erano
anni che la osservavo dal mio letto, che ne sentivo le voci. Magari i suoi abitanti non avrebbero gradito
che se ne disturbasse la quiete. Se ami stare tra la gente, difficilmente ti ritiri a vivere nella solitudine di
un bosco.
Ma che altro potevo fare? Mi alzai in piedi, salii i gradini di legno e raggiunsi lentamente la
porta d'ingresso.
Mi ritrovai in una grande cucina, con una stufa di terracotta bianca e, sopra di essa, una pentola
che bolliva. Alle pareti della stanza erano appesi mazzi di erbe aromatiche e qualche utensile. Sul
tavolo c'era un piatto con delle fragoline rosse, di un profumo cos intenso da dare il capogiro.
La persona che abita qui dev'essere uscita un attimo, altrimenti non avrebbe lasciato la pentola
sul fuoco, pensai. Udii un rumore di passi sulle scale e il mio cuore ebbe un sussulto. Dovevo
andarmene alla svelta, dovevo svegliarmi prima che mi scoprisse. Corsi alla finestra con l'ampio
davanzale, la aprii e saltai gi.
E atterrai nella cucina di Ks.
Avevo battuto il ginocchio. Mi rannicchiai sulle assi di legno stringendomelo forte, mentre in
preda alla confusione cercavo di capire come fossi arrivata fin l. Alle mie spalle era appeso il quadro
in cui avevo visto la ragazzina con i ricci biondi china sul davanzale. Con mia grande sorpresa la
ragazzina non c'era pi: si vedevano solo la finestra e il bosco sullo sfondo.
Guardai Ivan che era seduto al tavolo a lavorare al computer. Vedendomi ruzzolare ai suoi piedi
era rimasto senza parole.
Ciao dissi, alzandomi con fatica e arrossendo. Scusa...
Di che? Avevo la sensazione che fosse sul punto di scoppiare a ridere. Al posto suo, credo
che sarei fuggita urlando.
Di essere piombata qui cos... Ero piuttosto imbarazzata, ma anche felice. Poteva finire
peggio. Ed era proprio da Ks che volevo andare: ormai disperavo di raggiungerla ed ecco, invece, che
al termine di uno strano sogno mi ero miracolosamente risvegliata in casa sua. Mi detti un pizzico sulla
mano, facendomi un male cane. Avrei dovuto tagliarmi le unghie.
Fatto buon viaggio? mi domand gentile Ivan, come se stessimo sorseggiando un bicchiere di
spumante a una festa del liceo.
Viaggio? feci io. Ah, giusto. Non ne ho idea, volevo vedere Ks, oggi non  venuta a
scuola.
Ks  a letto con il mal di gola, sta malissimo.  per questo che sono rimasto a casa mi
spieg lui.
Sospirai per l'invidia. Anch'io avrei tanto desiderato un fratello maggiore che si prendesse cura
di me.  anche vero che non stavo mai male, ma faceva lo stesso, volevo anch'io qualcuno che si
preoccupasse per me, ora che mia madre era sparita. Ma la mamma di Ks dov'era? Ormai non potevo
pi credere che passasse tutto il tempo al solarium o sul campo da tennis. Se possibile, forse la famiglia
di Ks era ancora pi a pezzi della mia. E non c'era da stupirsi se lei schivava sempre le mie domande.
 grave? domandai.
Spero di no.  senza voce e ha la febbre alta. Ma dimmi un po', ti capita spesso?
Cosa?
Di viaggiare in questo modo. Ivan indic un punto alle mie spalle, io mi girai e alla vista del
quadro ebbi un sussulto. La ragazzina era di nuovo al suo posto.
Vuoi dirmi che sono uscita dalla cornice? chiesi.
Purtroppo non stavo guardando. Ivan prepar un bollitore per l'acqua e accese il fornello con
un fiammifero. La fiamma del gas cominci a danzare. Non ho sentito rumori, e a un certo punto eri
qui. Comunque sia, da qualche parte ho letto che  una cosa possibile.
Quindi... i quadri di mia madre... teoricamente... sono tutti collegati fra loro? domandai.
Non saprei. Ivan vers qualche fogliolina secca in una tazza. A differenza tua, non ci sono
mai stato dentro, l'ho solo letto. Anche se non si tratta di un fenomeno diffuso, la scienza sa
dell'esistenza di una galleria che unisce i quadri. In tutta sincerit, fino a oggi non ci credevo. Di teorie
ne circolano tante, e nel caso delle Fate non si pu mai distinguere tra leggenda e fatti reali.
Di quale scienza parli? domandai con le labbra intorpidite.
Della Fatologia.
Esiste una scienza che studia le Fate?
Eccome. Puoi persino studiarla.
All'universit?
Esattamente.
Anche nella tua? mi azzardai a chiedere.
Proprio cos.
Ci guardammo negli occhi. Non espressi la domanda che mi era subito venuta in mente, perci
lui non pot rispondermi.
Ivan distolse per primo lo sguardo. Spense il fuoco, vers l'acqua bollente sulle foglie e mi
pass la tazza.
Se ti va, porta tu a Ks questo intruglio. Sali le scale e poi subito a sinistra. Sar contenta. Era
preoccupata per te.
Preoccupata? Per me?
S. Ivan mi guard calmo. Preoccupata per te.
Presi la tazza con gesto goffo e immediatamente dovetti passarla nell'altra mano.
Fa' attenzione,  bollente disse Ivan, ma ormai mi ero scottata. E, per favore, assicurati che
beva tutto. Sono erbe fatate e, a giudicare dal prezzo, non sono un'imitazione.
Ah, capisco dissi, anche se ormai non capivo pi un'acca. Era come se il cervello si rifiutasse
di collaborare, e per certi versi non potevo dargli torto.
Fu un sollievo uscire finalmente dalla cucina. Salii le scale, bussai a Ks, udii un raschio, aprii
la porta e infilai dentro la testa.
Alla mia vista, il volto di Ks si allarg in uno di quei suoi grandi sghignazzi di gioia che
sarebbero valsi altri cento incontri imbarazzanti con il fratello. Era a letto, sotto una montagna di
coperte, e attorno al collo aveva una grossa sciarpa di lana dall'aspetto ruvido.
Entrai festosa tenendo la tazza per il manico.
Ecco qua il t portentoso per la signora! Direttamente dalle piantagioni delle Fate, con tanto di
certificato dello Stato! Abracadabra! Mi sedetti sul suo letto e, dopo aver agitato la mano sopra la
tazza come avevo visto fare in uno dei vecchi film sulle Fate che avevo visto insieme a mia madre,
gliela porsi.
Ks prese la tazza con entrambe le mani, bevve un sorso e fece una smorfia.
Bevilo tutto! le intimai. Ordine di tuo fratello. E niente proteste.
Ks chiuse gli occhi ed esegu, bruciandosi la lingua. Risput il t nella tazza, ma continu a
berlo a piccoli sorsi. Sentivo la sua gola gorgogliare. A un certo punto riapr gli occhi e, con la sua voce
di sempre, esclam: Miracolo!.
Mi stava prendendo in giro, ne ero sicura. Si liber delle coperte, sfoggiando un pigiama con
dei draghi, si asciug il sudore dalla fronte e spalanc la finestra. La stanza si riemp di aria fresca e
degli schiamazzi degli uccelli.
Sono contenta che sei qui mi disse.
Lo ero anch'io. Dopo aver gettato la sciarpa in un angolo, Ks si sedette accanto a me sul letto e
io le raccontai tutto quello che mi era successo, degli uomini imbacuccati che volevano portare via i
quadri della mamma, dell'orso che dal nulla era entrato nell'atelier e li aveva cacciati, e di me che di
colpo mi ero ritrovata nel bosco e poi ero atterrata nella sua cucina.
Ks ascolt col fiato sospeso.
Ma allora  tutto vero? mi domand, quando finii il racconto.
Cosa?
Be', quello che si dice sull'arte delle Fate.
Cosa si dice, di preciso? domandai.
Invece di rispondermi, rovesci all'indietro la testa e url: Ivaaaaan!
In pochi attimi Ivan era alla porta.
Non ci credo! disse. Ma allora  vero.
Adesso non ti ci mettere anche tu protestai.  possibile che voi due dobbiate sempre parlare
per enigmi?
Ha ragione ammise Ks. Ivan, che ti  successo? Perch non vuoi aiutare Juli, visto che
potresti farlo?
Guardai confusa l'uno e poi l'altra. Quale passaggio mi ero persa, stavolta?
Non me lo ha chiesto rispose lui tranquillo. L'aiuto non si pu imporre, sai bene come pu
andare a finire.
Io penso che te lo abbia chiesto quando ti ha raccontato di nuovo che sta male.
S, ma non voglio immischiarmi replic lui ostinato. Non  stata abbastanza esplicita.
Meglio non infilarsi in cose che non ci riguardano, si fa solo peggio.
Che nobilt d'animo! esclam Ks strabuzzando gli occhi. Vuoi che te lo chieda in
ginocchio, cos forse  pi esplicita? O forse sei troppo vigliacco?
Basta! intervenni, infastidita dal modo in cui parlavano di me. Vi ricordo che io sono qui.
I due si girarono verso di me e mi stupii nel notare quanto si assomigliavano: l'unica differenza
era il colore degli occhi. Non capivo perch all'inizio ero stata tanto cieca da pensare che non avessero
nulla in comune.
Scusaci, Juli disse Ivan. Ti deve sembrare alquanto strano.
Scusa tanto mormor Ks.
Spiegatemi, piuttosto dissi.
E cosa vuoi che ti spieghi? domand a bassa voce Ivan, come se Ks non dovesse sentire.
Come posso spiegarti una cosa che, in quanto figlia di Fata, sai meglio di chiunque altro?
Io so meno di chiunque altro protestai. Mi sembra di essere una bambina a cui gli adulti
nascondono dei segreti, parlando tra loro per allusioni ed enigmi.
Ecco qua cosa voglio dire. Ivan si appoggi alla porta e guard la sorella. Vedi, Ks? Lei
non vuole sapere, usa tutte le forze della mente per evitarlo. Nessuno pu obbligarla.
Ma di cosa parla? Mi voltai anch'io verso Ks. Era pazzesco che Ivan non si rivolgesse
direttamente a me.
Del fatto che con tutta probabilit sei una Fata rispose Ks. Come tua madre.
No dissi. No, no, no. Lo escludo.
E perch?
Perch sono stra-normale urlai. Sono una stupida, vigliacca, noiosissima Normale. Come
mio padre, come i miei nonni.
Un Normale non lo avrebbe mai detto disse Ivan. E non avrebbe certo usato parole come
stupida, vigliacca, noiosa. Non sono parole da Normali. E, per la cronaca, neanche da Fata. Alle Fate
non interessa sembrare vigliacche, simpatiche o simili. Sono i Freak quelli che devono sempre
dimostrare qualcosa. Le Fate, invece, sono pi immerse in se stesse... Guardava altrove, pensieroso.
Una Fata, pensai. Sono, almeno in teoria, una Fata? Ammirata da alcuni, disprezzata e temuta
da altri. Nella societ della Normalit una Fata praticamente non ha diritti. Nel caso fossi stata una
Fata, sarebbe stato cos anche per me. Mi avrebbero tolto il braccialetto con il numero di cui andavo
tanto fiera.
Per un secondo cercai di immaginare: come sarebbe stato il mio futuro? Quando una Fata lavora
seguendo le proprie inclinazioni, non pu mostrare a nessuno i risultati raggiunti. In realt, non pu
neanche lavorare. Per sopravvivere deve mentire. Se non vuole che le succeda di peggio, deve
nascondersi.
Nascondersi dove?
E che cosa le potrebbe accadere di peggio?
Ivan dissi. Ti sbagli, io voglio sapere. Raccontami una buona volta quello che sai delle
Fate.
Tutto sulle Fate
Chiacchierammo tre ore, fuori era sceso il buio. Ks aveva preparato quattro volte il t e a un
certo punto apparecchi per la cena. All'arrivo di tre grossi ratti marrone scuro, che cominciarono ad
agitarsi attorno ai piedi di Ks, riuscii a trattenere un urlo di orrore. Ks doveva fare attenzione a non
calpestarli.
Ivan li richiam con un fischio e rimasi stupita di come gli obbedissero. Ivan riemp una piccola
ciotola di semi che prima non avevo notato. Due ratti cominciarono a mangiare, il terzo si attacc alla
gamba di Ivan, arrampicandoglisi fino all'altezza del petto, per poi sparire dentro la camicia. Ne
intravedevo solo il musetto con i baffetti tremanti tra i bottoni.
Distolsi lo sguardo, imbarazzata.
Non  ora che torni a casa? domand Ivan. Vuoi che ti accompagni, cos fai prima?
No risposi. Non torno pi a casa.
Ks fece cadere il portaburro, Ivan strizz gli occhi. Ebbi la sensazione che persino il ratto
dentro la camicia mi guardasse stupito.
E perch? domand Ks.
Anch'io ero sorpresa delle mie parole.
Non posso pi tornare a casa, dopo tutto quello che hanno fatto a mia madre. Sono sicura che
pap e i nonni c'entrano con la sua scomparsa. Li odio, sono crudeli e bugiardi.
Juli, sono la tua famiglia disse Ks in un bisbiglio.
 proprio questo il problema. Rovesciai la testa all'indietro, per impedire alle lacrime di
scendere.
E dove hai intenzione di abitare? mi domand Ivan in tono impersonale.
Lo guardai in faccia, dovevo dirlo prima che mi venisse meno il coraggio: Qui da voi, se
posso.
Ks batt le mani. Oh, s, sarebbe fantastico! Abbiamo tante stanze! Che idea meravigliosa!
Ivan, di' qualcosa.
Ivan tacque.
Se  un fastidio, me ne vado subito,  chiaro dissi.
Ah, fesserie! replic lui. Non sei un fastidio per nessuno, qui. Per, Juli, tu sei ancora
minorenne. Non credo che tuo padre sar contento.
Ho quindici anni. C' gente che alla mia et...
La gente di cui parli tu non  figlia di una felice famigliola di Normali. Ivan si interruppe,
probabilmente si era reso conto che quella definizione non si addiceva granch alla mia situazione
attuale. Comunque sia, a differenza di Ks, sarai maggiorenne a ventuno anni. Fino a quel momento,
il tutore legale  tuo padre.
Ascoltai con interesse: Ks non sar maggiorenne a ventuno anni?
Ks lo sar a diciotto, cos hanno stabilito alla sua nascita i nostri genitori.
Ma  come avere due pesi e due misure! protestai.
Ma va? Ivan fece una smorfia ironica.
Bisogna fare in modo che pap non possa opporsi dissi.
Non puoi farti venire un'idea? In fondo, sei quasi un avvocato! intervenne Ks.
Avvocato? Pensai di aver capito male.
Sto ancora studiando rispose Ivan.
Ma sei tra i migliori del tuo anno. Ks gli fece l'occhiolino puntandogli contro il cucchiaino
del t.
Ivan le fece cenno di no.
E dopo, cosa vuoi diventare? domandai con diffidenza.
Avvocato delle Fate! grid entusiasta Ks.
Fantastico commentai con tono goffo. Quindi, forse, studi anche... Storia e costumi delle
Fate?
Come materia complementare rispose lui.
E sai tutto su tutte le leggi?
Non tutto, non su tutte. Rote la matita tra le dita sotto lo sguardo attento del ratto nascosto
tra i bottoni. Non appena Ivan si ferm, l'animale addent la matita. Ma me ne sono fatto un'idea
generale.
Chiusi gli occhi. Se Ivan studiava Storia e costumi delle Fate, presumibilmente conosceva la
risposta a tante mie domande. Ma invece di raccontarmi la verit, mi aveva liquidato con qualche
informazione di poco conto.
Mi alzai, feci il giro del tavolo e mi piazzai davanti a lui, cos vicino da toccare quasi i baffi del
ratto.
Ivan, ti chiedo espressamente di aiutarmi al pi presto lo supplicai.
Ks recuper un materasso ad aria in mansarda e lo gonfiammo a fiato, visto che non era
riuscita a trovare la pompa. Mi aveva offerto il suo letto, ma preferivo il materasso. A casa di Ks, a
differenza che da me, sembrava tutto ovvio, e tornai a chiedermi che fine avessero fatto i suoi genitori.
Ma decisi che non glielo avrei mai chiesto, avevo gi di che arrabbiarmi con i miei. Davo per scontato
che Ks e Ivan fossero soli. In quel momento mi assal una sorda indifferenza, che attut ogni mio
pensiero e mi cull la mente. Era piacevole.
Appoggiai la testa tra i ricami del cuscino e mi tirai le coperte fin sopra il viso. Le lenzuola
avevano un gradevole profumo di polvere, miele e vaniglia, che mi ricord mia madre. Quando c'era
lei, casa nostra aveva proprio questo odore. Dopo la separazione dei miei genitori, terminata la prima
settimana senza la mamma, mi ero resa conto che lei portava via con s l'odore della casa, anche se ci
lasciava tutto il resto, tutte le sue cose, a cominciare dai quadri. Forse era il suo modo per dirci: Sono
sempre con voi, non abbiate paura.
Non l'avevo mai pensata in questi termini.
Mi tirai la coperta fin sopra la testa. Ks non doveva accorgersi che cercavo di non farmi sentire
piangere.
Avevo pregato Ivan in tutte le lingue perch mi aiutasse, ma non pensavo che gi l'indomani
mattina sarebbe arrivato a tanto. Parcheggi la moto in un grande spiazzo nel campus dell'universit e
si fece strada tra la folla. Io mi tenevo aggrappata al suo gomito e, a occhi sgranati, continuavo a
girarmi a destra e a sinistra, finch non mi fece male il collo.
Circa la met di quel vivace assembramento di giovani aveva un aspetto normale: gli studenti
indossavano giacca e pantaloni, gli uomini anche la cravatta, e tutti avevano i capelli ben sistemati e,
mentre sgomitavano nella ressa, mantenevano lo sguardo fisso davanti a s. Somigliavano ai liceali
senior della mia scuola.
Ma c'erano anche gli altri.
Ebbene s, pap aveva detto bene: i Freak non si limitavano solo a bere birra a colazione o a
fabbricare autobombe dentro qualche cantina muffita. Erano anche qui, e in grande quantit. E per
evitare qualsiasi dubbio sulla loro appartenenza, indossavano pantaloni di pelle o jeans strappati nei
punti meno opportuni. Ai loro zaini e ai polsi pendevano grosse catene con teschi. Le ragazze avevano i
capelli lunghi e spettinati, i ragazzi lunghe code. Tutti, maschi e femmine, li avevano rasati ai lati e con
una grossa cresta nel mezzo. Le teste erano blu, rosa o verde brillante.
Tutto a posto? mi domand Ivan, senza girarsi. Annuii. Ivan probabilmente non capiva che
bastava qualche ciuffo colorato a farmi perdere il filo del discorso. Ivan non era Ks.
Il fratello di Ks era un mistero, non aveva l'aspetto di un Freak, ma nemmeno si comportava
come un Normale. Non osavo chiedergli quale fosse il suo Status, pi d'una volta aveva fatto
chiaramente capire che certe domande lo innervosivano. A quanto pare, aveva molte ferite aperte.
Ogni tanto, faceva un cenno di saluto con la testa o con la mano. Mi condusse a un edificio di
dieci piani che avrebbe dato un'impressione di sobriet e grigiore se non fosse stato per i balconi
rotondi e dei colori dell'arcobaleno che sembravano plastilina modellata da un bambino. Prendemmo
l'ascensore e per tutto il tempo sperai che Ivan mi dicesse una parola gentile e d'incoraggiamento.
Aspettai finch non scendemmo e non raggiungemmo una grossa porta in legno.
Vai, e in bocca al lupo mi disse.
E tu?
Vengo a prenderti tra un po'. Ed era gi sparito dietro l'angolo.
Se solo Ks fosse stata con me! Ma lei era a scuola, dovevo sbrigarmela da sola.
Presi un bel respiro e bussai. Una voce maschile borbott qualcosa di incomprensibile. Aprii
con cautela la porta, guardai dentro, non vidi granch e finalmente entrai. E subito mi bloccai,
impressionata dall'alto soffitto, dalle gigantesche finestre polverose e dalla quantit di libri e documenti
stipati negli scaffali o impilati fino ad altezza d'uomo, a bloccare la via d'accesso al loro proprietario,
che intravidi solo dopo aver raggiunto il centro della stanza.
Era talmente basso che all'inizio pensai che fosse seduto, ma in realt era in piedi. Aveva la
barba lunga e grigio chiara, gettata con disinvoltura intorno al collo, tanto da sembrare uno scialle.
Come se non bastasse, indossava un paio di occhiali di corno con dei veri e propri fondi di bottiglia e
aveva una cresta di capelli rosa sopra una testa rasata.
Questo nanerottolo multicolore era Justus Melchior, l'avvocato di mia madre.
Toss e mi guard con aria interrogativa.
S, prego? mi domand con voce sorprendentemente profonda.
Il signor Justus Melchior? La mia voce per poco non veniva meno.
Qui di fronte a lei rispose controvoglia.
Presi fiato ed espirai.
 un avvocato, ricordai a me stessa. Mi ero immaginata che, vista la professione, anche se Freak
si sarebbe attenuto a una certa etichetta in quanto ad aspetto. Non c'era da meravigliarsi che non fosse
riuscito ad aiutare la mamma, bastava guardarlo.
Poi mi torn in mente che aveva ottenuto una soluzione ottima per lei, insolitamente favorevole
per una Fata.
Mi scusi per il disturbo riuscii a dire. Sono la figlia di Laura Rettemi...
Non feci in tempo a finire la frase che il nanerottolo gir intorno alla scrivania e alle montagne
di libri, mi si avvicin  la barba sventolante come una bandiera verde  e mi tir a s, solleticandomi
con due baci sulle guance. Feci uno sforzo per non ritrarmi.
Come sta la meravigliosa Laura? Il nanerottolo mi prese la mano destra tra le sue dita nodose
e mi spi dal basso attraverso gli occhiali.
In realt dissi, volevo chiederlo a lei.
Che intendi, mia cara figliola?
La mamma  sparita. Avvertivo gi il consueto nodo alla gola. Nel nulla. Esattamente sei
giorni fa, e io non so perch, n dove sia finita.
O povero me! Il nanerottolo tent di consolarmi accarezzandomi la spalla. Lo ignoravo
completamente. Queste Fate... Siediti, figliola.
Spost un mucchio di documenti da una parte all'altra dell'ufficio, ed ecco spuntare tre sedie e
un piccolo tavolino rotondo apparecchiato con stoviglie a pois per bambole e una teiera fumante.
Mi sedetti, le ginocchia mi toccavano quasi le orecchie. Avevo visto sedie simili allo
Juniorlandia del mio quartiere. Justus Melchior mi riemp una tazza. Riconobbi l'odore.
Erbe aromatiche raccolte dalle Fate mi disse con una punta d'orgoglio. A quanto pare non gli
era sfuggita la mia fronte aggrottata. Non bevo altro.
E dove le ha prese? domandai, anche se non mi importava saperlo. Avevo per la sensazione
che il mio interesse l'avrebbe reso felice.
Le ho comprate. Al mercato illegale trovi di tutto. A volte sono le mie clienti a regalarmele.
Certo, le contraffazioni non mancano, anche perch di questi tempi molte Fate hanno di meglio da fare
che raccogliere erbe. Ma basta che senti l'aroma e capisci subito se sono erbe di Fata o l'imitazione di
qualche Freak che le vuole spacciare per t di Fata.
Meglio da fare? domandai, molto pi interessata a questo passaggio che alla difficolt di
reperire un buon t.
Piano, figliola cara. Justus Melchior bevve qualche sorso, tir fuori un fazzoletto e si asciug
il viso. Il problema  questa nuova legge.
Quale nuova legge?
Una legge orribile. Il nanerottolo appoggi la tazza e batt piano il pugno sul tavolo. Le tazze
saltellarono tintinnanti sui loro piattini.
In passato, se vivevano con i Normali, le Fate si mettevano al riparo da eventuali condanne. Di
fondo,  ancora cos. Se vuole, un Normale pu sposare una Fata, finch va tutto bene... Va tutto bene'
dal punto di vista del Normale. La novit  la Dementio.
Che cos'? Fui assalita da una sensazione sgradevole.
La Dementio  un luogo in cui ufficialmente le Fate sono rese innocue. Nessuno sa cosa
succede l dentro, innanzitutto perch si tratta di una novit e poi perch le sfortunate che vi sono finite
dentro non ne sono ancora uscite.
Mi venne la pelle d'oca e mi si drizzarono i peli delle braccia.
Mamma mormorai.
Non disperiamo subito, figliola. Se fosse tanto facile sottomettere le Fate, i Normali le
avrebbero gi sterminate, ma questo, se solo lo volessero capire, porterebbe a rovina immediata la
Societ della Normalit.
Justus Melchior sospir, indignato per la scarsa perspicacia dei Normali. Mi sentii chiamata in
causa e arrossii.
Ma allora... le Fate... verranno deportate? domandai a fatica. Era un pensiero mostruoso.
Su richiesta, figliola, su richiesta. Ogni Normale pu denunciarle alla polizia in quanto
soggetti strani, pericolosi, caratteriali. Basta presentare una breve motivazione informale, il che  gi di
per s una farsa, visto che l'amministrazione giudiziaria della Normalit esclude di fatto qualsiasi
richiesta informale. Partendo dal presupposto che, agli occhi di un Normale, tutte le Fate si comportano
in modo strano, al giorno d'oggi non consiglierei a nessuna di loro di vivere con un Normale.
Non ne sapevo niente dissi. Ho sempre pensato che, se due persone vivono insieme, hanno...
be', in pratica s, gli stessi diritti.
Non sei la sola a pensare un'eresia simile, figliola cara. Gli unici a conoscere la verit sono i
massimi esperti e le dirette interessate, naturalmente. N gli uni, n le altre sono interessati a
condannarla apertamente. I Normali per ovvie ragioni, le Fate perch purtroppo non combattono, hanno
di meglio da fare. Ho l'impressione che noi Freak siamo gli unici a protestare per quello che succede.
Ah mormorai con un fil di voce, pensando a Ivan. Mi rendevo sempre pi conto che era
diverso da quelli che conoscevo. Non sapevo granch dei Freak, ma Ivan non era un Freak, cos come
non era un Normale: era Ivan, punto.
Justus Melchior prese un paio di occhiali con le lenti rotonde e gialle e cominci a girarseli tra
le dita.
Talvolta, le leggi riguardanti le Fate cambiano di ora in ora, mia cara. Il Normale ama
sperimentarle prima di renderle accessibili a tutti. Meglio non correre rischi,  questa l'idea di fondo. A
quel punto arrivano le associazioni per i diritti e la tutela delle Fate e avvocati come me che a volte
riescono a porre qualche rimedio. Anche alcuni Normali provano disagio per quello che succede alle
Fate. Lo riconosco, ce ne sono, ma si tratta pi che altro di eccezioni. Perci il motto : se hai in mente
un'azione ripugnante, meglio agire nel silenzio.  cos che hanno sempre fatto i Normali.
No!
Puoi dirlo forte. Se vuoi la mia opinione, la Dementio rappresenta il punto pi basso mai
raggiunto. E il peggio  che scatta, come al solito, senza preavviso. E poi, una volta che una Fata ci 
entrata, prova a tirarla fuori, se ci riesci.
Mi coprii il viso con le mani.
Il nanerottolo si spavent, scese dalla sedia, mi venne accanto e cerc di consolarmi a suon di
buffetti sulla spalla.
No, tesoro, non piangere! Chi pu dire se anche la meravigliosa Laura  gi nella Dementio?
Mi asciugai le lacrime. Potrebbe essere altrove?
Lo spero con tutto me stesso. Forse  stata avvisata, forse l'ha percepito... non mettere mai alla
prova la capacit intuitiva di una Fata! O forse la Brigata speciale non  riuscita a catturarla. Cercher
di scoprirlo, lo far per te. D'accordo, sono un semplice Freak, e un semplice avvocato, ma ho anch'io
qualche conoscenza.
La prego, la prego, la prego. Lo guardavo annuendo a ripetizione. Le lacrime in bilico fra le
ciglia mi annebbiarono la vista.
Il colloquio con l'avvocato di mia madre era stato un toccasana. Da quando era iniziata la mia
nuova vita, a parte Ks e Ivan, Justus Melchior era il primo che non ritenevo un nemico, ma una
persona che poteva e voleva aiutarmi. Non solo non trasaliva di fronte alla parola Fata ma, in quanto
figlia di Fata, mi faceva sentire speciale. A poco a poco cominciavo a farci l'abitudine. S, era tutto
orribile, ma per lo meno non ero pi la liceale ubbidiente e noiosa di prima. Ero una figlia di Fata e gli
sguardi di ammirazione che coglievo intorno a me mi lusingavano.
Tuttavia, ero anche consapevole che l'ammirazione non era legata alla mia persona. Se mia
madre fosse stata ancora a casa  al mattino, pittrice fuorilegge nel suo atelier, al pomeriggio madre e
casalinga che nonostante non uscisse mai sistemava il tavolo della colazione solo al momento del
pranzo  non avrei mai saputo che era una Fata o che gli estimatori dell'Arte proibita facevano tanto
d'occhi quando la sentivano nominare.
Pensai alle parole di Justus Melchior. Verso la fine dell'incontro gli avevo chiesto della causa
per l'educazione congiunta dei figli, se c'era magari qualcosa che avrei dovuto sapere. Justus si era
arricciato a lungo la barba e mi aveva detto: Sai, mia cara, ci sono state cose che mi hanno sorpreso. Il
tuo signor padre non avrebbe avuto nessuna difficolt a impedire a tua madre di vedere i figli. I
Normali si offendono molto quando una Fata li lascia e sono molto vendicativi, anche se si sa che il
rapporto alla lunga non funziona.  nell'ordine naturale delle cose. A ogni modo, tuo padre ha seguito i
miei consigli, mi ha dato l'impressione che volesse evitare di inimicarsi Laura.
Lei ne parla come se fosse impossibile che lui l'amasse. Ma lui non voleva lasciarla andare. E
anche se era triste per la sua decisione, magari ha scelto di non vendicarsi, di separarsi in amicizia
dissi.
Non parlerei di amore, no, no replic Justus Melchior facendo un cenno di diniego con la
mano.
Mi arrabbiai. Era di mio padre che stavamo parlando. E anche se questo avvocato aveva le sue
ragioni per non amare i Normali, era un po' troppo togliere loro ogni forma di sentimento.
Vuole forse dirmi che non siamo in grado di amare?
Justus mi guard da sopra gli occhiali.
Non sono uno stagnino dell'anima disse severo. Sono un avvocato, ho assistito a molti
divorzi, mi sono battuto per le Fate, e non  certo facile quando hai le mani legate, quando sei costretto
a vedere come creature meravigliose, dolci, indifese... Si ferm, poi fece cenno di no con la mano.
Ma tornando a te... I tuoi genitori mi hanno insospettito. Purtroppo, per, le Fate sono creature molto
riservate... Tua madre  stata parca persino di informazioni che avrebbero sicuramente aiutato il mio
lavoro!
Benvenuto nel club!
Quelle parole mi frullavano in testa, ma continuavo a non capirci nulla.
Ero stata molto orgogliosa di essere venuta a capo del divorzio dei miei genitori, che fosse filato
via liscio, senza intoppi o problemi... almeno, cos avevo pensato fino a quel momento.
Il divorzio non aveva scosso il mio mondo intimo e protetto, come invece era accaduto con la
scomparsa di mia madre, che aveva distrutto ogni cosa. E la colpa era anche mia: avrei dovuto farmi
qualche domanda gi prima. Per esempio, dove abitava la mamma nella settimana in cui non era a casa
con noi? E come si manteneva? Aveva amici che non conoscevo? Perch non me lo ero mai chiesta?
La mamma aveva evitato di raccontarmi qualsiasi cosa potesse rattristarmi. Non si lamentava,
era estremamente riservata. Con pap era diverso: prima che finisse la giornata, sapevo fin nei minimi
particolari persino chi gli aveva soffiato sotto il naso il parcheggio o chi era il panettiere che aveva
tentato di fregarlo con il resto.
Perch non mi ero mai chiesta come ci si sente a essere una pittrice fuorilegge, che non pu
mostrare i propri quadri? Avevo sempre dato per scontato che mia madre fosse felice, finch aveva noi
e la pittura solo per s. Perch avevo pensato che la mia vita di menzogne fosse normale?
Dovevo cercare di cambiare, e innanzi tutto dall'aspetto esteriore.
Non so neanch'io come sia successo,
ma sono seduta sulla panca,
tengo in braccio il bambino, lo stringo a me,
tocco la fasciatura. Che  successo, tesoro mio? chiedo,
cullando il suo corpicino pesante. Ahi piagnucola,
appoggiando la testa alla mia spalla.
La Dementio
Mi guardai allo specchio e capii che volevo cambiare aspetto. Se a scuola ero obbligata a
indossare l'uniforme da cornacchia, almeno in casa non avrei messo la gonna a quadretti marroni come
tutte le ragazze del mio quartiere, che sembravano d'accordo di servire la causa della Normalit anche
nella vita privata.
Mi sfilai la gonna e la gettai in un angolo. Ks mi prest un paio di jeans, mi stavano come una
seconda pelle. Erano scoloriti e con i buchi alle ginocchia. Non avevo mai indossato cose del genere,
un capo d'abbigliamento da Freak. Se mi avesse visto pap, mi avrebbe intimato di andare subito a
cambiarmi. E, fino a poco tempo fa, gli avrei obbedito.
Una figata comment Ks. Un po' insolito, ma ti sta bene.
Lasciai la maglietta bianca, al campus c'erano molte ragazze Freak con addosso una t-shirt,
sottogonna in seta o magliette aderenti con i merletti come la mia. Mi guardai allo specchio, avevo un
aspetto indecente ma per certi versi stavo bene.
Bisognava fare qualcosa anche per i capelli. Come Ingrid, anch'io andavo dal parrucchiere una
volta al mese, per tagliare le punte. Mettevo sempre un fermaglio per evitare che qualche ciocca mi
ricadesse sul viso. Mi tolsi fermaglio ed elastici, e nella fretta mi strappai qualche ciuffetto.
Forbici e tinta dissi.
Ks mi pass le forbici senza dire una parola. Cominciai a tagliare senza piet e fino alla radice,
come non avevo mai permesso di fare al mio parrucchiere. La prima ciocca cadde a terra, le altre a
seguire, ormai avevo preso l'avvio. La mia testa sembrava via via pi piccola e sfilacciata.
Adesso basta disse a un certo punto Ks.  sufficiente.
Posai le forbici con un pizzico di rimpianto e scossi la testa, facendo cadere a terra le ultime
ciocche di capelli. Non c'era rimasto granch.
Quasi non ero pi io.
Mi piace. E dopo aver annuito allo specchio, mi girai verso la cesta con i barattoli di tinta che
mi aveva portato Ks: marrone, rosso, nero, biondo. Nessuno andava bene. Alla fine, per, trovai
quello che cercavo: il blu.
Ohi disse Ks, mentre mi spremevo la schiuma blu sul palmo della mano e la distribuivo sui
capelli con grande cura. Me ne bast poca, in testa non mi erano rimasti molti capelli.
Misi via il barattolo e massaggiai la testa, distribuii la schiuma, frizionai e osservai i miei
capelli che cambiavano colore sotto le mie dita, dal rosso bruno al giallo, al bianco e al blu, che ogni
secondo diventava pi acceso.
Dallo specchio vidi Ks che, alle mie spalle, mi osservava.
I capelli si asciugarono in fretta, brillavano alla luce della lampada. Dapprima blu come il mare,
poi come il cielo. Non ero pi Juli, l'innocua Normale da almeno tre generazioni. Ero una figlia di Fata,
una lebbrosa. Avevo l'aspetto di un Freak. Per il gusto di cambiare, l'indomani avrei potuto spruzzarmi
l'arcobaleno nei capelli.
Non sembro una di voi? domandai.
Una di chi? sorrise Ks.
Dai, che hai capito.
Purtroppo no.
Feci spallucce. Era cos facile: qua i Normali, laggi i Freak, nel mezzo le Fate. Ognuno era
qualcosa.
Solo Ks e suo fratello dovevano sempre farla tanto complicata.
Quella notte feci un sogno talmente strano che giunsi subito a una decisione: non ne avrei
parlato con nessuno, lo avrei respinto nell'angolo pi remoto della memoria, coperto dalle ragnatele
dell'oblio, per sempre. Non era un semplice sogno, era come se fossi stata non so dove e avessi visto
cose che non avrei dovuto vedere.
Un uomo e una donna parlavano tra loro, io ero proprio alle loro spalle, vedevo i loro profili, le
spalle, i capelli, sentivo il brusio delle loro voci.
Se non mi aiuti, morir diceva l'uomo.
Se continui a vivere, pagherai un prezzo molto alto diceva la donna. E con te, anch'io e i
miei figli.
Ti protegger dai miei simili, non potrei mai farti del male diceva l'uomo, che ben presto si
sarebbe trasformato in mio padre.
Se vorr tornare alla libert perch non ho pi aria da respirare, tu cercherai di distruggermi, e
di distruggere anche te stesso diceva la donna, che di l a poco si sarebbe trasformata in mia madre.
No, te lo prometto. Tu pensi che la mia sia pura disperazione, ma in realt io ti amo.
Credo che tu stia confondendo le cose.
Non era un sogno, ero in un luogo altro, in un altro tempo, e ascoltavo di nascosto i miei
genitori che discutevano del pericolo che era diventare miei genitori.
L'indomani mi svegliai stremata. La sveglia di Ks era gi suonata, ma io restavo sotto le
coperte fingendo di dormire. Ks mi chiese bisbigliando se fossi sveglia e se avessi intenzione di
andare a scuola. Non mi mossi. Pi tardi la sentii scavalcarmi con molta attenzione, aprire le ante
cigolanti dell'armadio e raggiungere le scale, poi parlare con Ivan in cucina.
Ks non rientr nella mia stanza. Restai ancora un po' cos, mi addormentai e mi risvegliai, mi
tolsi la coperta dalla faccia, mi guardai intorno. Ks non aveva aperto le tende. I raggi del sole
penetravano a fatica nella stoffa pesante arancione, solleticandomi il naso e facendomi starnutire.
Pensai a mio padre e al fatto che per la seconda notte non ero tornata a casa e non mi ero fatta viva con
lui. Ma nonostante le grandi difficolt, non mi sentivo in colpa, meno che mai nei confronti di pap.
Anzi, se avesse sofferto quel che avevo sofferto io alla scomparsa della mamma, forse mi avrebbe
finalmente capito.
Tirai via la coperta e mi alzai. Il materasso ad aria sembrava un budino caldo. Abbassai lo
sguardo: Ks mi aveva prestato il pigiama rosa con i teschi neri.
Ks! chiamai a bassa voce, ma nessuno rispose. Per istinto feci il gesto di lisciarmi i capelli,
ma quando tocc una specie di stoppa la mia mano ebbe un sussulto. A quel punto, sulla scia di un
inspiegabile entusiasmo, scesi le scale a passo di danza chiamando a gran voce Ks. Ero arrivata
all'ultimo gradino quando sentii qualcuno tossire imbarazzato, ma non ci feci caso, distratta com'ero
dal solito ratto che mi pass tra i piedi. Ero gi in cucina quando vidi Ivan: era seduto al tavolo, con il
giornale aperto e mi guardava con il sopracciglio alzato.
Ks  gi andata a scuola disse. Abbiamo deciso di non svegliarti. Ieri eri talmente triste e
sfiancata.
 molto... premuroso da parte vostra. Non so perch, in presenza di Ivan non sapevo mai cosa
dire. E mi comportavo sempre da scema, come se il mio obiettivo fosse sembrare pi sciocca possibile.
A ogni modo Ivan mi guardava con un misto di curiosit e indecisione, e a malincuore mi ricordai della
mia testa sfrangiata e blu. Le guance cominciarono a pizzicarmi.
Penserai che sono proprio una stupida dissi.
Per niente. Ivan sorrise. Non dimenticare che sono cresciuto tra i Freak, non mi turbo certo
per dei capelli blu. Anzi, li considero per cos dire un ideale di bellezza.
Lo guardai con diffidenza, lui riusc a sorridere restando per serio. Ma visto che era stato lui a
toccare l'argomento, potevo approfondire.
Sei cresciuto tra i Freak? Ma tu non lo sei, giusto? Non  una questione genetica? E
soprattutto, che fine hanno fatto i vostri genitori? Sono malati o sono in prigione? Non mi azzardai a
dar voce alle ultime due domande.
Ivan continu a sorridere. Ti presenti al mattino in cucina con domande a cui intendo dedicare
la mia tesi di dottorato. Anch'io comunque mi sono chiesto spesso perch tutti si comportano come se
fosse una questione genetica. Per me  evidente che  solo un'etichettatura. A ogni modo, per
soddisfare la tua curiosit, la mia... Per un attimo il suo viso si rabbui,  una vera famiglia di
Freak.
Una vera famiglia di Freak? Ci avvicinavamo al segreto. Capii che aveva difficolt a
proseguire il discorso, ma non avevo intenzione di mollare. Com' possibile? Hai un aspetto normale.
Ti vesti normale, ti tagli i capelli, non te li colori... o almeno non mi pare... Cavoli, forse sto dicendo un
mucchio di sciocchezze.
Niente affatto disse Ivan. Avevo qualche anno meno di te quando a scuola feci una relazione
sul perch i Freak odiano tanto i capelli al naturale e i vestiti a posto. Gi a quel tempo restai deluso
dalla conclusione: lo fanno per una ragione storica, inizialmente era un modo per distinguersi dai
Normali. Poi l'aspetto esteriore ha acquistato un'importanza a mio avviso esagerata. Fin da piccoli ti
educano a essere bellissimo. Se solo i Freak capissero che non sono i capelli a darti la libert, ma il
cuore, sarebbero pi liberi. Sono tanto orgogliosi di non avere limiti, e poi restano attaccati a
un'acconciatura! Ma lo stesso fanno i Normali, da decenni, ormai.
Mmm mormorai. La cosa che pi mi colpiva era che non gli piacevano i capelli blu. E
pensare che il giorno prima ero cos orgogliosa che fosse bastato un po' di colore a trasformarmi.
Invece, per Ivan era una cosa infantile e superficiale. Non c'era di che agitarsi, avevo gi perso.
Per certi versi ero amareggiata, per altri sollevata.
Mi sedetti di fronte a lui e mi guardai intorno. La cucina era un mezzo caos: sopra il tavolo
c'erano due pacchetti di burro, di cui uno aperto, due grappoli d'uva e un tagliere con una pagnotta di
pane. Qua e l, briciole e mucchi di zucchero. Sentii odore di vaniglia e cannella, come quando stavo
con la mamma. Per un attimo ripensai a casa mia, ai gemelli e a pap. A quest'ora erano tutti fuori casa,
a parte Ingrid che probabilmente stava spolverando.
Prendi pure quello che vuoi. Ivan riprese a leggere il giornale. Gliene fui grata perch avevo
fame ma avrei faticato a mangiare sotto il suo sguardo.
Mi tagliai una fetta di pane, era ancora caldo. Lo spalmai di burro, era leggermente salato.
Masticai piano e continuai a guardare Ivan. Lui alz lo sguardo.
Vuoi forse farmi qualche domanda?
Be', la mia testa era piena solo di domande, ogni mio pensiero finiva con un punto
interrogativo. L'unico dubbio era come formulare la pi urgente.
Non ti ho neanche chiesto com' andato l'incontro con il professor Melchior disse Ivan.
Seguo un suo seminario e ho dovuto corrompere la sua segretaria con un finto t di Fata per ottenere
prima un appuntamento. Ha dato per scontato che fosse per me.
Ah, ecco com' andata dissi in tono freddo. In tutta sincerit, mi aspettavo qualcosa in pi,
quell'uomo  pur sempre un professore e l'avvocato della mamma. E invece non sa cosa le sia
successo. Fino alla fine ha dato per scontato che vivesse ancora tranquilla grazie all'accordo che ha
stipulato lui. Non  strano?
Perch? domand Ivan. Se lei non l'ha pi contattato,  possibile che lui non sappia cosa 
successo.
Ma lo avrebbe contattato, se avesse potuto.  evidente che non ne ha avuto pi la possibilit,
prima di... Deglutii.
Devi sapere che le Fate non esternano molto disse Ivan. Si isolano.
Parli di loro come se fossero una specie a rischio replicai. E finalmente gli feci la domanda
che pungolava la mia anima come una scheggia. Di' un po', hai mai sentito parlare di Dementio?
Ivan abbass la testa, serr la bocca e rialz lo sguardo su di me.
Vuoi proprio sapere?
Annuii, anche se cominciai a tremare.
Il decreto Dementio rappresenta un altro tentativo di calpestare i diritti fondamentali delle
Fate mi spieg. Basta una sola richiesta da parte di un Normale ed entra in azione una Brigata
speciale che, per non dare nell'occhio, preleva di nascosto la Fata.
Deglutii. Coincideva con quello che mi aveva detto l'avvocato. Probabilmente, perch era vero.
E che cosa le succede poi?
Viene portata nella Dementio e sottoposta a un trattamento che... Si capiva benissimo che
Ivan faticava a proseguire.
La fa morire? domandai con voce roca.
Ivan scosse la testa. Peggio.
Che le succede di preciso?
Non lo sa nessuno, tutto quello che riguarda la Dementio  della massima segretezza.
Restammo in silenzio. Non avevo fame, ma masticai lo stesso un pezzetto di pane e burro. Ivan
torn al suo giornale, ma teneva lo sguardo fisso davanti a s. Cercai di decifrare quel che c'era scritto,
ma invano. Non era uno di quei giornali distribuiti nel nostro quartiere, aveva molte pi immagini e una
scrittura irregolare. Sperai che Ivan lo abbandonasse in cucina cos gli avrei dato un'occhiata.
Invece, dopo aver finito di leggere, lo arrotol, se lo mise in tasca e mi fece un cenno di saluto
con la testa.
Devo andare disse. Cerca di riposarti, ne hai proprio bisogno. Ks sar qui per pranzo.
Va bene replicai. E quando lo scoppiettio della moto di Ivan cess, tirai un sospiro, curvai le
spalle, mi stiracchiai e mi tagliai due fette di pane. Non potevo farmi rovinare l'appetito da simili
notizie, dovevo rimettermi in forze.
Quando rialzai lo sguardo, mi ritrovai davanti un piccolo ratto che mi fissava con i suoi
occhietti. Non era disgustoso come gli altri, era persino carino. Anche la coda non era glabra ma con
qualche peletto qua e l. Gli diedi una briciola e, dopo averla presa, se ne and via contento. Poi corsi a
lavarmi le mani con il detersivo dei piatti.
Pi tardi iniziai un giro di ricognizione della casa, ma di colpo mi ritrovai sulla terrazza che
portava al giardino. Vidi un grosso recinto per ratti, con tante cassette di legno e vasi rovesciati a fare
da casette, con ramoscelli intrecciati che formavano grate su cui arrampicarsi, con scale e campanelle.
La porticina era aperta, all'interno dormivano alcuni gomitoli di pelo.
Saltai sul prato cos com'ero, a piedi nudi. L'erba mi fece il solletico. Cominciai a correre e
raggiunsi uno stagno coperto da microfilli, in mezzo ai quali si apriva un varco un pesce rosso.
Per un attimo pensai di bagnare i piedi nello stagno, ma qualcosa mi trattenne, forse il rispetto
per quel pesce che era a casa sua e che magari non gradiva che gli mettessi i piedi in faccia.
Mi sdraiai sull'erba e osservai le nuvole. Una volta mia madre mi aveva detto che l'ozio e la
vista delle nuvole calmano i nervi. Eravamo seduti a un tavolo, era una festa di compleanno, e Ingrid e
Reto avevano guardato la mamma, scuotendo la testa. Da noi l'ozio era tab, in fondo eravamo
Normali.
I miei nervi non si calmarono, le nuvole mi ricordavano il profilo della mamma e i suoi capelli
al vento. Mi intristii, mi girai sulla pancia e mi addormentai.
Sognai di nuovo la mamma: mi guardava e mi salutava, mi chiamava come se non fosse
accaduto niente, ma anche in sogno sapevo che non era possibile. Era una vera sciagura se neanche il
suo sorriso in sogno poteva aiutarmi.
Mi svegli Ks, scuotendomi la spalla e urlando: Eccoti! Grazie a Dio! Pensavo che te ne fossi
gi andata! Ho saltato le due ultime ore per correre a raccontartelo. Indovina? Il professor Melchior lo
ha detto a mio fratello e mio fratello mi ha mandato una mail e adesso io sono qui a dirlo a te: il
professore ha messo le mani sulla lista delle Fate che sono finite nella Dementio e LA TUA MAMMA
NON C'.
La lista nera
Guardai la faccia rugosa del professor Melchior e lui abbass gli occhi pieni di lacrime sulla
tazza di t di Fata, tirando su col naso.
Ne  sicuro? domandai, e lui, dopo essersi stropicciato gli occhi, mi disse annuendo svelto:
Figliola mia, quando affermo una cosa puoi star certa che so il fatto mio. Sono un dottore in legge,
non son mica un macellaio. Dal momento che sospettavo che la lista comprendesse anche la mia
cliente, non hanno potuto negarmela. E sono sempre cos puntigliosi con i dati personali: Laura non
c'.
Al pensiero dall'occhio gli usc una lacrima che and a perdersi in una ruga profonda. Credo di
conoscere il perch di quella lacrima, ma evitai di chiedergli se la lista riportasse il nome di un'altra
Fata che conosceva.
Ma, e adesso? domandai. Dove la cerco?
Lui scroll le spalle perplesso.
Non sai quanto mi vergogno di non poterti dare una bella risposta. Posso dirti solo che... Laura
sarebbe dovuta essere nell'istituto,  sulla lista nera. Avrebbero dovuto arrestarla, ma qualcosa per quei
seccatori  andato storto e tua madre non  mai arrivata alla Dementio. Mi spiace, figliola mia, ma non
so altro.
Annuii di riflesso, non potevo prendermela con lui, sembrava talmente indifeso e disperato. Ma
prima che anch'io fossi presa dalla disperazione, mi balen in testa un pensiero. Come aveva detto
Ivan... le Fate si isolano.
Era semplice! Perch non ci avevo pensato prima?
Dovevo cercare un'altra Fata e domandarle se conosceva mia madre. Avr pur avuto una vita
oltre le mura domestiche. Immaginai casa nostra, i muri bianchi, il giardino, la porta del garage. Mi
sembr tutto lontano e sconosciuto. Se avessi scoperto qualche informazione in pi sulla vita della
mamma oltre il nostro quartiere, forse avrei capito dove si nascondeva.
E a quel punto mi venne in mente cosa mi aveva raccontato Ks un giorno e, appena arrivata a
casa sua, mi precipitai al secchio della raccolta della carta.
Andammo con il motorino di Ks. Avevo recuperato il volantino con l'annuncio dell'indovina e
mi ero infilata il ritaglio in tasca. Ks si era subito entusiasmata all'idea. Mi era venuto qualche dubbio,
ma la sua risolutezza mi ridette slancio.
Non conoscevo il nome delle vie, ma Ks disse che eravamo nel Villaggio delle Fate.
Ma tu mi hai detto che al Villaggio non vive pi nessuna Fata obiettai.
Ks fece spallucce. Questo quartiere  un crogiolo di reietti di ogni tipo.
Quindi?
Ks rest in silenzio.
L'indovina esercitava nella cantina di una casetta schiacciata in una fila storta di baracche simili
l'una all'altra. Nonostante il numero civico fosse oscurato da un dito di sporco, il navigatore di Ks
l'aveva trovata al primo colpo. Mi guardai intorno alla ricerca di una targa.
Scordatela pure disse Ks. Nessun Normale vuole far sapere che va da un'indovina. Anche
se in realt lo fanno tutti. Se viene visto nei paraggi, pu sempre sperare che nessuno capisca cosa sta
per fare.
Scesi dal motorino e la guardai in cerca di sostegno. Era rimasta a bordo e scuoteva la testa,
anche se le dispiaceva lasciarmi sola. Ivan, per, ci aveva avvisato: se si fa sul serio, non si pu andare
in due da un'indovina.
Hai i contanti? mi domand Ks per la quarta volta.
Feci tintinnare le monete nella tasca.
In bocca al lupo mi disse.
Sospirai e, dopo aver spinto la porta cigolante, entrai nella casa.
Mi ritrovai in un corridoio buio dal soffitto talmente basso che mi solleticava la testa. Distesi il
braccio e toccai una parete ruvida, procedendo a tastoni in attesa che gli occhi si abituassero
all'oscurit. Poi vidi una sottile striscia di luce all'altezza del pavimento e capii che la porta era l, mi
avvicinai e abbassai con cautela la maniglia.
La stanza era talmente piccola e piena di mobili che per poco non ebbi un attacco di
claustrofobia. In mezzo a tutta quella confusione impiegai un po' a individuare la padrona di casa: era
una donna robusta, dal petto enorme, con indosso una specie di tenda arabescata.
Sulle prime pensai che sedesse su un trono. In realt era una sedia a rotelle, e dalla coperta con
cui la donna si copriva le gambe spuntavano le ruote arrugginite.
Era immobile, sembrava uno di quei manichini che raccolgono offerte per i disabili. Poi per
notai che sollevava e abbassava pianissimo il petto e che i suoi occhi rotondi, seppure ben aperti e
apparentemente fissi, mi squadravano.
Le dissi come mi chiamavo e che avevo telefonato.
Lei mi guard, io la guardai, lei aspett, io aspettai.
Infine disse: E allora?
Non mi piaceva, per niente. Era grassa, mostruosa e vestita in modo strano. E non mi piaceva
neanche la sua casa: la stanza era oscurata dalle tende, le pareti erano piene di mazzi di erbe e quadri
raccapriccianti con visi deformati dal dolore. Sul com ardevano candele e l accanto c'era un animale
imbalsamato che somigliava a un coniglio. C'era un odore a met tra il dolciastro e il putrido.
Se si trattava sul serio di una Fata  e non di una delle tante profittatrici di cui mi aveva parlato
Ivan  mia madre che cosa aveva in comune con lei?
Poich continuava a restare zitta, feci un altro tentativo.
Sono Juliane Rettemi e cerco mia madre.
E allora? I suoi occhi ora sottili mi guardarono con ostilit. Non sei pi cos piccola da
invocare la mamma. Non sei pi un pulcino.
Ho portato i soldi dissi. La cifra esatta che mi ha chiesto al telefono. Persino qualcosa in
pi.
Mmm?
M'infilai la mano in tasca e feci tintinnare le monete proprio come avevo fatto con Ks poco
prima. E mentre gli occhi della donna s'illuminavano, pensai amareggiata che l'ostilit nei confronti
delle Fate era comprensibile. E pensare che mi ero appena abituata all'idea che non c'era di che
vergognarsi a essere una Fata. E adesso questa donna confermava tutti i pregiudizi... Ero forse tornata
la superficiale di prima?
Cominciai a sudare, mi passai la mano umida sui capelli blu, di cui non andavo pi tanto
orgogliosa dopo la chiacchierata con Ivan.
Passami quel libro mi disse la donna indicando con l'indice un punto alle mie spalle. Dopo
aver guardato la sua lunga unghia gialla con i bordi neri, mi girai e vidi un grosso libro con la copertina
verde sopra il com.
Lo presi e mi stupii della leggerezza e della ruvidit del tessuto che da lontano avevo scambiato
per velluto.
La Fata me lo strapp dalle mani, lo apr e si chin su di esso. Lo sfogli a lungo, poi mi punt
con un occhio, mentre l'altro rimase chiuso.
Come ti chiami?
Juliane Rettemi ripetei con voce tremante.
Liceale?
Come fa a saperlo?
Invece di rispondermi mi fece cenno di alzare un braccio. Estrasse qualcosa dalle pieghe della
gonna che, con mio grande stupore, si rivel uno scanner a distanza da quattro soldi, che suon a
conferma dell'avvenuta lettura del mio numero. La Fata lanci un'occhiata al display e annu
soddisfatta.
Quindi torn al suo libro, scorrendo con l'indice la pagina selezionata.
Juliane Rettemi, quindici anni, frequenta il liceo, ha un fratello e una sorella pi piccoli, il
padre  nell'amministrazione della Hydragon...
Annuii senza fermarmi, come un robot rotto.
 riuscita ad aprire alla polizia una stanza chiusa a chiave e ha cacciato quella stupida squadra
privata di pulizie che, detto per inciso, cerca senza alcun successo di far concorrenza alla Brigata
speciale della polizia comunale e che solo una nonna di rara stupidit come Ingrid Rettemi poteva
interpellare, considerato che la sua ultima idea buona risale a trentacinque anni fa...
 tutto scritto nel suo libro? domandai.
Ragazzina, mi hai interrotto... non sarai mica una Freak?
La guardai con diffidenza. Perch aveva cominciato a sorridere?
Mia madre si chiama Laura dissi con cautela. Ma la Fata era gi scoppiata a ridere, aveva
gettato via la coperta e mi si era avvicinata, stringendomi al suo enorme petto e togliendomi il fiato.
Le Leggi delle Fate
Poco pi tardi sedevo nella stanza accanto e osservavo l'indovina che si staccava le mostruose
unghie finte smaltate. Si era gi tolta l'accappatoio e si era lavata via la maschera grigia dalla faccia.
Mi ritrovai di fronte a una donna vigorosa, che sembrava molto pi giovane nel suo lungo abito nero.
Mi vers del t aromatico e pensai al professor Melchior, all'invidia che avrebbe provato nel sapere che
ero tanto fortunata da bere un vero t delle Fate.
Perch tutta questa messinscena? domandai. Floria mi guard, allung la mano, mi tocc la
frangia blu e accarezz la guancia, come se stentasse a credere che fossi l davanti a lei in carne e ossa.
Non ero preparata a tanto entusiasmo.
La messinscena  per i clienti rispose, tenendomi la mano tra le sue dita roventi. Sono loro a
volerlo, io sono qui al loro servizio.
Non capisco dissi. Sembri molto pi bella cos, pi mansueta, meno appariscente.
Chi viene qui si aspetta di vedere una Fata, non certo mansuetudine o normalit. Vuole la
conferma dei suoi incubi, l'incarnazione delle paure collettive. Solo cos la credono capace di tutto, in
primis di azzeccare i pronostici. Se mi presentassi nei vestiti di tutti i giorni, i Normali si
rivolgerebbero a quelle mezzecartucce di Freak che si travestono da Fata ma che in realt non ci
capiscono un fico secco.
Mia madre non si sarebbe mai agghindata in questo modo.
Ne sei sicura? Floria mi fece l'occhietto.
Restai di sasso: ne ero sicura? Anche mia madre ormai era costretta a sopravvivere cos? E se
anche fosse? Che me ne importava, dopo tutto quello che avevo scoperto? Contava forse chi indossava
cosa?
S, ne sono sicura ribattei per puro orgoglio. E cambiai subito argomento. Vengono molti
Normali qui da te?
Ah, vengono tutti. Normali, Anormali... quel che c' in giro. Tutti vogliono conoscere il
proprio futuro, ma senza scendere troppo nel dettaglio, mi raccomando.
E tu glielo dici?
Per amor del cielo! rise Floria. Bisogna stare molto attenti. Non voglio rinunciare al
passaparola.
E va bene dissi scrollando le spalle. Allora, il mio com'?
Il tuo? Smise di ridere e mi guard con attenzione, carezzandomi una guancia.
Riesci a vedere chi sono? domandai.
Scosse la testa.
Perch no? Sbaglio, o sei un'indovina? Com' il mio futuro? Che succeder?
Non lo so rispose.
Sei un'imbrogliona? Di colpo, quella piccola stanza in cui tanta gente scaricava ansie e paura
divenne stretta e soffocante.
Io non imbroglio disse calma Floria.
Ma?
Tu fai lo stesso errore di tutte le persone che vengono da me. Sono convinte che la loro vita sia
un'autostrada dal tracciato gi stabilito. Non vogliono mettersi in testa che, anche se io posso vedere
l'invisibile  magari non benissimo, ci saranno altri che lo vedono meglio di me  il futuro non esiste.
Ognuno decide sul momento la strada da imboccare, ognuno costruisce il proprio futuro a ogni respiro,
dunque come posso io sapere quale sar il tuo prossimo passo se neanche tu lo sai?
E allora, che cosa racconti ai clienti? Ti inventi qualcosa sul momento?
Come, m'invento? Io vedo molte cose, vedo le loro paure, le loro malattie. So a che punto
sono e che cosa li angoscia. E glielo dico... non tutto, certo, solo quello che basta perch ne escano
rafforzati.
E io? Che cosa vedi in me?
Floria mi lanci uno sguardo curioso, come se non guardasse me ma qualcosa al mio fianco.
Un gran dolore rispose.
Ah, ah! Ma va'?
Come una nube lilla. E vedo oro, una capsula che ti racchiude. Risplende talmente tanto che
riesco a malapena a vedere. Ai suoi piedi c' un serpente. E c' un uccellino che cerca di beccarti sulla
guancia, ma la capsula glielo impedisce.
Floria, non capisco una parola di quello che dici. Ma devo sapere: chi sono io?
Riesco a malapena a vedere, figlia mia. La capsula d'oro  troppo spessa, pi la guardo pi mi
abbaglia.
Questa  proprio bella dissi in tono ironico. Ma Floria ignor la mia evidente delusione.
 opera di tua madre sussurr.  stata lei a crearla. Nessuno ti deve scoprire, nessuno ti deve
ferire.
Tu con me vedi meno che con gli altri?
Floria mi guard con occhi spalancati.
Tua madre non vuole sussurr.
Ma io voglio sapere! gridai arrabbiata. Voglio rivederla, e prima che la ringrazi per questa
capsula d'oro, mi deve spiegare che cosa significa! Avrebbe fatto meglio a raccontarmi qualcosa di s,
invece che rinchiudermi in una capsula.
Gliel'ho detto anch'io. Floria annu. Devi preparare i tuoi figli a ci che li aspetta, le ho
detto proprio cos. E sai cosa mi ha risposto?
Cosa?
Se per preparare' intendi renderli infelici prima del dovuto, mi batter per ogni giorno in pi
di felicit che potranno avere.
Feci un brontolio, ma Floria allarg le braccia perplessa.
L'ho avvisata. Il patto  stato un errore, ma lei non mi ha voluto dare ascolto, aveva sempre un
atteggiamento positivo. Come se una Fata potesse essere ottimista.
Ma di che parli?
Come se non lo sapessi: parlava del patto tra mia madre e mio padre, la pietra fondante della
mia vita, quello che avevo sognato.
Tu e la mamma siete amiche?
Floria mi guard attonita. Siamo sorelle.
Come?  cos che vi chiamate tra di voi o avete per davvero gli stessi genitori? O forse le Fate
sono automaticamente sorelle?
Floria non rispose.
Hai figli? domandai.
Floria scosse la testa indignata. No, grazie a dio! A differenza di Laura, non ne sentivo
l'urgenza. Ecco perch  solo qui che frequento i Normali, tra bastoncini di incenso e formulette
magiche. Esco di notte e dormo di giorno. Non  nelle mie corde cambiare pannolini!
Non porto pi i pannolini ribattei offesa. E neanche i miei fratelli. Ma perch le Fate non
sposano uno di quei bei Freak che tanto le adorano?
Lo ha stabilito la Legge replic Floria. Se una Fata vuole un figlio, deve unirsi a un
Normale, anche se corre il rischio di perdere se stessa. Le femmine hanno il cinquanta per cento di
probabilit di diventare a loro volta Fate, i maschi...
La guardai fissa, non so pi dove ma avevo gi sentito quel che mi stava dicendo.
Fermati dissi. Di cosa stai parlando?
Delle nostre Leggi rispose Floria.
E chi le ha stabilite?
Nessuno, esistono e basta. Qualcuno forse ha stabilito che in estate faccia caldo e d'inverno
freddo?
Una specie di Legge della natura?
Sai rispose Floria, non mi  mai interessato chi le ha stabilite. Mi basta sapere che esistono.
Restammo entrambe in silenzio. Pensai a quante cose avevo scoperto e a come, nonostante
tutto, fossi ancora molto lontana dalla meta finale. E dovevo ancora fare a Floria la domanda pi
importante.
Floria dissi. Dov' mia madre? Ho scoperto che  sulla lista nera, ma non  mai arrivata alla
Dementio. La Brigata speciale ha sicuramente fatto irruzione in casa nostra, ma qualcosa  andato
storto. Ma cosa?
Mi guard, senza parlare.
Non pu essersi volatilizzata. Devi aiutarmi. Aiutami.
 bene che tu non lo sappia sussurr Floria.
Chi lo dice? Mia madre?
No.
Le vostre maledette Leggi?
Floria non rispose.
 al sicuro? Dimmi almeno questo! urlai. Sono sua figlia. Se non mi aiuti tu, chi lo far?
Floria si prese la testa fra le mani, chiuse gli occhi e rest cos immobile per un attimo. Poi mi
guard, aveva preso una decisione.
Tuo padre l'ha fatta inserire di nascosto nella lista, voleva trarne vantaggio per la questione
dell'educazione congiunta di voi figli. In questo modo ha rotto l'accordo che avevano sottoscritto
entrambi. Durante l'irruzione, per, Laura  riuscita a fuggire.  al sicuro e, considerate le circostanze,
sta bene.
A questo punto, non sapevo se abbracciare Floria o se dare un calcio alla sedia a rotelle alle mie
spalle. Perci restai seduta, con le mani incrociate sul grembo, cercando di capire il senso di quelle
parole.
Raggiunsi la porta, mi guardai intorno e in quel preciso istante udii il motorino di Ks che
girava l'angolo.
Ce n' voluto di tempo! Ks si ferm lo stretto necessario per permettermi di saltare a bordo.
Ho fatto non so quanti giri, ripassando qui davanti, ma le tende erano sempre tirate, non vedevo nulla.
 andata bene?
Non so dissi. Conosce mia madre. Fa l'indovina solo per scherzo, si diverte un mondo e
intasca i soldi. Non mi ha detto dov' mia madre, ma solo che la Brigata speciale non  riuscita a
prenderla.
E nient'altro? replic Ks delusa. Lo sapevamo gi da tempo. Perch non si  fidata di te?
Forse perch sono una Normale e non poteva iniziarmi al misterioso mondo delle Fate.
Tu sei una figlia alla disperata ricerca della propria madre!
S dissi. Una madre che  al sicuro, ma che ha lasciato soli me e i miei fratelli senza dirci
una parola. Che resti pure dov'.
Passammo il resto della giornata a giocare a carte, volevo distrarmi dal continuo pensiero di mia
madre. Continuavo a non capire granch della faccenda, ma se non altro la buona notizia era stata
confermata, ed era quel che pi contava: mia madre era riuscita a sfuggire alla lista nera. La brutta
notizia, invece, era che in tutto questo scenario mio padre faceva la parte dello stronzo.
Il resto sarebbe rimasto un segreto di stato.
Non volevo pensare a pap e ai gemelli. Finora ero  quasi  riuscita a tenere lontano il pensiero
di casa. Non ero pi la stessa di prima, ero un'altra persona, una persona nuova. Non avevo pi una
famiglia.
E a volte ne ero davvero convinta.
Mi facevo scrupolo di raccontare a Ivan l'incontro con Floria. Ero stata contagiata anch'io dal
fare misterioso delle Fate. In fondo, per, se non fosse stato per Ivan e Ks, non avrei scoperto nulla,
perci decisi di raccontargli com'era andata.
Non  molto comment Ivan alla fine del mio resoconto.
Eravamo seduti tutti e tre al tavolo della cucina, in un'atmosfera tranquilla e cordiale, e sebbene
la mia vita fosse a pezzi, avevo un'insolita sensazione di leggerezza, mi sembrava quasi di fluttuare. I
capelli della ragazzina bionda del quadro si mossero impercettibilmente, come se ci fosse stata corrente
d'aria. Sentii il profumo di una torta e il rumore di un animale che rode il legno. Non lo vedevamo, ma
il rumore era talmente forte che ormai non sentivamo pi le nostre voci. Ks disse che forse era un ratto
randagio finito tra due pareti. L'idea che fosse un roditore mi inquiet, sembrava il rumore di un grosso
cane. Ivan era seduto accanto a noi, ma non giocava. Ogni tanto alzava lo sguardo, ma Ks non gli
mostrava le carte, diceva che in quanto figlia di Fata potevo leggergli il pensiero.
L'idea aveva un certo fascino.
Pi tardi, mentre infilavo il pigiama un po' corto di Ks, ripensai alla mia famiglia. Rividi i
cassetti, gli scomparti dell'armadio con i vestiti puliti e stirati. Avrei potuto allungare la mano e pescare
a occhi chiusi quel che mi serviva, ma ormai c'erano tanti quartieri a separarmi da quelle cose, alcuni
dei quali inaccessibili. Mio padre, i miei nonni, i miei fratelli facevano parte di un mondo che non mi
apparteneva pi.
Speriamo che vada tutto bene, pensai. Speriamo che capiscano che non mi  successo niente,
che sono stata io a decidere liberamente di non tornare. Speriamo che pap non faccia nulla per
ritrovarmi.
Ma gi mentre mi infilavo sotto le coperte, abbandonandomi al sonno, sapevo che le mie erano
speranze vane. Niente andava bene e pap avrebbe messo tutto sottosopra per riportarmi a casa.
Con molta attenzione lo sollevo, il suo corpicino pesante,
madido di sudore, lo rimetto sulla panca,
qua dentro fa gi abbastanza caldo
ma gli metto lo stesso una coperta sulle spalle.
Attraverso la finestra vedo mia madre.
Ma non  quella di adesso.
In fuga
Il giorno dopo dormii fino a tardi, Ks se n'era gi andata. Era insolito che capitasse, da che
ricordavo, anche nelle mattine pi fredde e grigie la sveglia mi strappava sempre ai sogni pi belli.
Adesso mi sentivo un po' in colpa di non essere pi cos stanca. Per quel che riguardava il liceo,
invece, avevo la coscienza pulita: non ero pi convinta che l'esame finale mi avrebbe aperto le strade di
un futuro felice.
Stavolta, prima di scendere in cucina, mi vestii, ma Ivan non c'era. Mi preparai la colazione e
osservai la ragazzina al davanzale. Se non avessi saputo che era impossibile, avrei pensato che era
Kassie. Ma il quadro era pi vecchio di lei, i genitori di Ks ce l'avevano gi quando mia sorella era
piccola.
Mentre lo guardavo, ripensai alla mia stanza. Avevo nostalgia del mio quadro, e ancora di pi
mi mancavano Jaro e Kassie.
Il rumore di un motorino che si avvicinava rapido mi distolse dai miei pensieri. Sentii dei passi
concitati sulle scale e Ks che mi chiamava. In un attimo me la ritrovai davanti.
Juli! Grazie a dio, sei qui!
Che  successo? domandai. A quell'ora avevamo lezione. Ks aveva un'aria confusa, era
paonazza e con il fiato corto, e il serpente sulla sua testa mostrava le squame. Con voce roca Ks mi
disse: Tuo padre  venuto a scuola!
Cosa? chiesi fingendo stupore, anche se in realt non ero sorpresa. Strano che non lo avesse
fatto prima.
Ti cercava, e ha chiesto chi erano i tuoi amici. Purtroppo c'ero solo io, e mi conosce e...
E allora? domandai col cuore in gola.
E allora mi ha preso in disparte e mi ha parlato. Ks aveva le guance rosse.
Ti ha fatto qualcosa?
Non mi rispose.
Dimmelo, lo conosco bene. Ti ha minacciato?
Credo di s mormor. Sospetta che tu sia da me e dice che devi tornare subito a casa,
altrimenti mander qui la polizia a prenderti e far radere tutto al suolo.
Non ci avevo pensato: non solo ero una criminale, avevo coinvolto anche degli innocenti. Come
potevo essere stata tanto superficiale?
Mi alzai: Vado subito a casa.
No, ti prego. Ks mi sbarr la strada.
Non voglio mettervi in pericolo, non pi.
Resta insistette Ks. Le visite dei poliziotti per noi non sono certo una novit.
Lo dici tu! Ma Ivan che ne pensa?
 d'accordo con me mi rispose con tono convinto, ma io non le credetti. Ormai avevo
l'impressione che la mia presenza lo infastidisse. Quando eravamo nella stessa stanza, si creava una
strana tensione, che non poteva dipendere solo dal mio imbarazzo. Ero sicura che Ivan si sentiva a
disagio accanto a me.
Dopo aver discusso un po', io e Ks giungemmo a un accordo: prima di prendere una decisione,
avrei chiamato a casa. Magari, sentendo la mia voce, avvertendo la mia determinazione, la convinzione
che ero sicura del fatto mio, la tempesta si sarebbe placata.
Ks mi port il telefono e chiamai. Fu Ingrid a rispondermi. Al suo Pronto gracchiato,
riattaccai spaventata.
Che  successo? Ks guard la mia mano tremante che teneva la cornetta.
Mia nonna dissi.
E allora? Perch non ci hai parlato?
Scossi la testa e composi il numero dell'ufficio di pap. Di solito rispondeva la segretaria,
stavolta fu lui a prendere la telefonata. Ebbi un tuffo al cuore: probabilmente stava aspettando la mia
chiamata. Ma forse mi sbagliavo: annunci il nome dell'azienda e a seguire, con un misto di orgoglio e
altezzosit, il nostro cognome, come faceva sempre al lavoro.
Sono io dissi.
Pap rimase in silenzio. Ks mi mise una mano sulla spalla.
Juliane? domand pap dopo un attimo.
S.
Segu un'altra pausa, durante la quale pensai che mi avrebbe detto quello che non gli avevo mai
sentito dire, che mi avrebbe persuasa a pentirmi di tutto, a rinunciare ai miei progetti, a tornare subito a
casa. Avevo nostalgia di ci che restava della mia infanzia, evidentemente nutrivo ancora la speranza
che tutto si sarebbe in qualche modo sistemato, che non era perduto per sempre.
Ma pap mi facilit la vita.
Ti do tempo al massimo mezz'ora per tornare a casa mi intim in tono impostato.
No ribattei.
So dove sei.
Quindi, non c' bisogno che te lo spieghi. E a questo punto ti informo che non rester qui.
Pap rise bonario.
Che giocherellona che sei, Juliane. Prepara le tue cose, sar l a minuti. Il liceo ha passato alla
polizia l'indirizzo del tuo sequestratore. Sistemeremo la situazione, se necessario ti sottoporremo a una
cura. Tornerai Normale, te lo prometto.
Tu non hai capito. Io torno a casa solo se mi dici cosa  successo alla mamma.
Riagganciai senza dargli il tempo di rispondermi e guardai la faccia impallidita di Ks. Annu e
abbozz un sorriso.
Ora che non sentivo pi la voce di pap fui assalita dai dubbi: forse era stato un errore
madornale coinvolgere Ivan e Ks in questa sporca faccenda.
Ero consapevole che dovevo andarmene, ma non ci riuscivo. Non volevo. Non volevo pi
essere sola, non ero cos eroica.
Avvenne pi in fretta di quanto temessi, e la prima ad accorgersene fu Ks.
Lo senti anche tu? mi domand.
Tesi l'orecchio, ma udii solo il fruscio degli alberi del bosco.
A che ti riferisci?
Ks non rispose.
E in quel preciso istante sentii uno scoppiettio sempre pi intenso.
Cos'? domandai.
Ks mi fece cenno di tacere e rimase in ascolto. Di colpo non era pi lei: il suo consueto sangue
freddo aveva lasciato spazio a un'inquietudine che mi mise in allarme. Lessi il terrore nei suoi occhi
sgranati, gli occhi di una bambina che per la prima volta viene picchiata e non capisce perch.
Che c', Ks?
Ho paura mormor.
Non aver paura, passer.
No. Scosse la testa. Peggiora, lo so,  gi successo un'altra volta.
Di che parli? domandai nervosa. Che cosa  gi successo un'altra volta?
Quella volta era notte. Batteva i denti dalla paura. Era diverso, ma era la stessa cosa. Ho
paura. Pap e mamma...
Ammutol, gli occhi incollati alla finestra. Non era la Ks di sempre, era disperata, e senza
capire che cosa stava succedendo la abbracciai. La strinsi a me, le carezzai la testa e le parlai a bassa
voce come se fosse la mia sorellina. Intanto il rumore era diventato assordante.
Ce la faremo, Ks la rassicurai. Insieme ce la faremo. Anche se dici che stavolta  diverso,
ne usciremo.
Le mie parole fecero effetto, Ks era tornata in s. Mi afferr la mano e mormor:  un bene
che ti sia tinta i capelli, ci metteranno un po' a riconoscerti. Mi trascin via con s, in una stanza sul
retro che, a parte un letto arrugginito, era vuota.
Usciamo dalla finestra, corriamo al motorino e filiamo via.
Ma non serve che mi accompagni.
Chiudi il becco, non c' tempo da perdere. Non mi aveva mai parlato cos. Di colpo, capii
che era una questione seria, rischiavamo la vita, perci la seguii di corsa. Ma era troppo tardi.
Il fragore non era solo all'esterno della casa, mi era entrato nella testa.
Che succede? urlai. Ks aveva gi spalancato la finestra, spingendomi fuori.
Svelta! grid. Corri! Ma a quel punto vidi alcuni elicotteri verdi in volo sopra il tetto, che
sparavano i loro fari tra gli alberi del giardino. Riuscii a distinguere il rombo scoppiettante degli
elicotteri e un rumore pi sordo, e finalmente capii che stavano arrivando le moto della polizia, a
dozzine.
Pap ha mandato qui la polizia? bisbigliai. Mi buttai dalla finestra, atterrando sul prato, ma
ecco sopraggiungere un poliziotto, mi puntava contro una pistola, allora allungai una mano verso Ks e
urlai: Presto, tirami dentro!
Ks mi tir su, saltai sul davanzale e poi nella stanza. Appena chiudemmo la finestra udimmo
una voce che attraverso l'altoparlante urlava talmente tanto da farmi venire i brividi: Qui  la polizia...
Fratelli Okasaki, siete accusati di aver rapito la minorenne Normale Juliane Rettemi. Lasciatela andare
immediatamente o butteremo gi la casa!
Esco! urlai. Mi consegno, altrimenti distruggeranno tutto!
Non se ne parla proprio! Ks mi allontan dalla finestra, trascinandomi nel labirinto di
corridoi. Non lo permetter. Dov' Ivan?
Quel che pi desideravo adesso era nascondermi sotto un tavolo e tapparmi occhi e orecchie.
Ma Ks mi tir via con s. Sentii uno squittio ai miei piedi, probabilmente avevo calpestato un ratto.
Scusa! urlai continuando a correre. Arrivammo nella soffitta e guardammo fuori dalle piccole
finestre polverose.
Fu Ks ad avvistarlo per prima. Finalmente!  arrivato!
Non avevo mai visto una moto simile: aveva le ali e, simile a un piccolo drago, atterr decisa
sul prato davanti a casa. Ivan scese e si tolse il casco: aveva il viso deformato dalla rabbia. Il vento gli
scompigli i capelli. Gesticolava mentre si rivolgeva ai poliziotti, urlava e, se non altro, le sue parole
ebbero un qualche effetto, perch alcuni agenti indietreggiarono di un passo.
Che gli sta dicendo? bisbigliai a Ks.
Non lo so sussurr lei in risposta. Ma ha sempre delle belle idee.
Adesso io esco e dico che  tutta colpa mia. Vado da sola.
Niente affatto. Ks mi trattenne per una manica.
Guardai i caschi neri dei poliziotti, i capelli arruffati di Ivan, gli stivali che indietreggiavano.
Ma che gli star dicendo? bisbigliai di nuovo. Se solo potessimo sentire...
E a un certo punto Ivan fece cenno agli agenti di aspettare e si diresse verso casa. Udimmo i
suoi passi risoluti sulle scale, ci stringemmo l'una all'altra e nel giro di tre respiri ce lo ritrovammo
davanti.
Era pallidissimo, ma ci parl con voce rilassata. Sapevo che vi nascondevate qui. Allora, che
succede?
Io e Ks scoppiammo a piangere e Ivan, dopo averci sorriso, carezz il serpente sulla testa della
sorella.
Ho detto ai poliziotti che sei qui di tua spontanea volont, e che entrando in questo modo in
una propriet privata infrangono la legge.  vero, tuo padre ha la patria potest e tu sei minorenne, ma
poich hai gi compiuto quattordici anni, prima di prendere qualsiasi provvedimento devono sentire la
tua opinione.
E hanno capito? riuscii a domandare, nonostante mi battessero i denti per la paura.
Vogliono che tu esca e glielo dica di persona. Vogliono assicurarsi che stai bene, che sei vigile
e non sotto l'effetto di qualche droga.
E se fosse una trappola? domand Ks.
Non abbiamo scelta rispose Ivan. Sono pi forti. Se ci rifiutiamo, abbatteranno la casa e
potrebbe finire come... allora.
Io vado dissi. E prima che Ks potesse fermarmi, ero gi sulle scale. Ks mi venne dietro,
seguita da Ivan.
Ci presentammo tutti e tre davanti alla schiera di poliziotti. Avevano le moto ancora accese,
l'aria rimbombava della loro eco. Sotto quei tanti sguardi in parte indifferenti, in parte attenti,
rabbrividii. E a un certo punto mi accorsi di pap. Non pensavo che ci fosse, dalla finestra della soffitta
non l'avevo visto.
Al contrario dei poliziotti, non era per niente indifferente. I risvolti della giacca ondeggianti al
vento, i capelli scompigliati, il viso ridotto a una maschera: stentavo a riconoscerlo. Mi irrigidii. Nei
momenti di paura, avevo sempre freddo. Pap osservava tutti e tre, ma sembrava cieco, il suo sguardo
si pos su di me e poi continu a vagare. Non mi aveva riconosciuto.
Dov' mia figlia? Che ne avete fatto? domand, e in quel momento Ks fece un grosso
errore, mi guard con aria perplessa. Allora pap si volt verso di me, fissandomi, e gli si leggeva in
faccia che mi avrebbe preferito morta invece che con i capelli blu.
Pap mormorai. Cos'altro era se non il pap a cui avevo sempre voluto bene, e che bisogno
c'era adesso che mi guardasse cos solo per qualche ciocca blu?
Dopo di che la fila di poliziotti si mosse e impiegai meno tempo del solito a capire che la
situazione avrebbe preso una piega diversa, molto diversa, rispetto a quello che pensava Ivan.
Si mossero in contemporanea: i poliziotti si scagliarono su di noi, pap cerc di afferrarmi per
la manica, strappandomela, Ivan si mise tra me e quell'orda selvaggia, citando qualche comma di
legge, ma i poliziotti se ne fregarono. Con la coda dell'occhio vidi Ivan prendersi una manganellata in
testa e poi cadere in ginocchio. Ks lanci un urlo e all'improvviso il tatuaggio sulla sua testa si
ingrand, si trasform in un serpente vero che si slanci in avanti. Il suo sibilo non fece venire la pelle
d'oca solo a me, ma anche i poliziotti indietreggiarono spaventati, e a quel punto mi chinai, scivolai
sotto un braccio teso verso di me e corsi in casa, seguita da Ks, mentre il serpente teneva lontani i
nostri inseguitori.
Andammo in cucina e chiudemmo a chiave la porta dall'interno. Ci avrebbero messo un po' di
pi ad aprirla, ma non avrebbe retto a lungo. Mi guardai intorno e qualcosa nella mia mente spense
ogni emozione, lasciando solo la consapevolezza che avevo gi vissuto una situazione simile... o che ne
avevo sentito parlare... e che quel che era successo in seguito dipendeva da me. Il mio sguardo si pos
sulla credenza, sulla finestra, sulla parete... sul quadro.
E in quel momento capii come si era salvata mia madre dalla Brigata speciale che era venuta ad
arrestarla.
Il quadro  una tela, grosse pennellate  non destava sospetti. Girai la faccia di Ks verso la
tela, la spinsi con tutte le mie forze dentro la cornice, chiusi gli occhi e saltai dentro.
Nel quadro
Ci ritrovammo a terra, con la faccia tra le zolle. Un filo d'erba mi solleticava il naso. Alzai la
testa verso Ks: il serpente si era ritirato nel tatuaggio, sembrava inoffensivo.
Ks aveva il fiatone. Allungai la mano, su cui si era appiccicata una foglia, per pizzicare il
serpente, ma quella che toccai fu solo la testa della mia amica. Lei gemette, guard il cielo arrossato
incorniciato dalle chiome degli alberi e domand con voce roca: Che vuoi?
Sorrisi, dovevo sembrarle abbastanza stupida, se non altro  cos che io mi sentivo. Non sapevo
come poterle spiegare la situazione: poteva risultarle semplice oppure complicatissima.
E per Ks fu complicatissima. Aveva un occhio aperto e l'altro strizzato.
Tutto a posto? domandai.
Non avrei mai detto che potessi essere cos di buonumore mormor Ks.
Risi.
Ma dimmi un po'... Per sicurezza Ks chiuse anche l'altro occhio. Non dovremmo toglierci
il prima possibile dalla polvere?
Non preoccuparti risposi. Qui siamo al sicuro.
Ma dove siamo?
Ks le dissi trattenendo il pi possibile l'eccitazione, siamo nel quadro dipinto dalla
mamma.
Cosa? Ks si tir su di colpo, barcollando, evidentemente le girava la testa. Io invece stavo
benissimo, mi sentivo leggera, mi sembrava di volare... Avrei voluto saltare e correre via.
Be', ecco dissi facendo spallucce.  proprio cos.
Allora  vera bisbigli Ks.
Cosa?
La storia dei quadri.
Gi un'altra volta, quando tu eri malata, sono venuta da te in questo modo. Allora non l'avevo
capito molto bene... non volevo ammetterlo. Capisci?
Ks annu lentamente.
Ma poi... tutti quei poliziotti... ho pensato che non avevamo scampo, e in quel momento ho
avuto la sensazione di aver gi vissuto un'esperienza simile: essere accerchiata e avere solo una via
d'uscita, che gli altri ignorano. Il quadro.  cos che la mamma si  salvata dalla Brigata speciale che la
voleva portare alla Dementio. Avrei dovuto capirlo prima.
Ks si prese la testa fra le mani e gemette.
Insomma, siamo dentro un quadro proseguii. E a quanto pare i quadri sono collegati tra loro
e qui, da qualche parte... Deglutii. Non mi azzardai a dirlo, non volevo illudermi di nuovo. Era gi una
gran fortuna aver seminato la polizia.
Mi alzai e porsi la mano a Ks.
Immagina le loro facce in questo momento.
Quella di Ivan, soprattutto sussurr Ks.
Mi coprii la bocca con la mano, mi ero completamente dimenticata di lui.
Torniamo indietro a prenderlo dissi, guardandomi intorno esitante. Non avevo idea di come
uscire dal quadro.
Ks scosse la testa.
Non se ne parla proprio. Altrimenti capiranno cosa abbiamo fatto e cercheranno di distruggere
il quadro.
Se  per questo, provano a farlo ogni volta risposi. Di continuo.
Il mio buonumore si era volatilizzato. Mi vergognai di non aver pensato a Ivan, guardai Ks e
compresi il suo stato d'animo.
Ce la far mormor con le lacrime agli occhi.  molto intelligente.
Annuii e l'abbracciai.
Li ha sottovalutati disse, e io annuii di nuovo. Crede sempre nella bont, nella giustizia,
nella forza della legge. Ciononostante diventer un brillante avvocato, sa come difendersi.
Annuii anche stavolta, anche se non ero cos convinta. Ivan aveva risposto all'attacco dei
poliziotti a suon di comma di legge, voleva ottenere la ragione sul piano teoretico, ma la polizia se
n'era fregata. Sentii di nuovo il rumore del manganello che si abbatteva sulla sua testa e chiusi gli
occhi. Mi augurai che Ks non stesse pensando la stessa cosa.
Ks dissi. So che sei molto preoccupata, lo sono anch'io. Ma ormai siamo qui, e so che qui
c' anche mia madre. E se la troviamo, andr tutto a posto.
Ks continuava a barcollare, forse doveva ancora abituarsi al mondo al di l del quadro, o forse
era ancora provata dalla nostra fuga. Ci tenemmo per mano, camminando lungo il sentiero che si
dirigeva a oriente. Sebbene i passi di Ks si facessero pi sicuri, ero io a guidarla. Cosa alquanto
insolita, visto che nel mondo al di qua del quadro avveniva quasi sempre il contrario. D'un tratto ero io
a dettare il passo.
Il sentiero si fece pi stretto, sentii dei fruscii e a un certo punto vidi una piccola macchia gialla
volante. La guardai e riconobbi la traiettoria di quel volo zigzagante.
Zero?! urlai. Ma la macchia gialla spar tra i cespugli.
Ks si ferm di nuovo, prese un bel respiro e poi soffi fuori l'aria.
Tutto a posto? domandai.
Non lo so. Si port la mano al collo. Qui l'aria  molto diversa.
In che senso? Io non avevo nessun tipo di problema.
Non so,  diversa.
Si sedette sopra una grossa pietra rotonda ai margini del sentiero. Era spuntata l nel momento
esatto in cui Ks aveva smesso di camminare. Aspettai che riprendesse fiato e sperai che non
peggiorasse.
Ignoravo i segreti del bosco. Non era un gioco elettronico, ma una realt viva, buia, che puzzava
di marcio, sconosciuta e piena di spine. Un bosco non  luogo innocuo, lo sapevo bene. Magari non
eravamo le benvenute e per noi non era certo una situazione facile.
Dopo un po' Ks si rialz. Respirava meglio, il viso aveva riacquistato colore. Riprendemmo a
camminare, il sollievo mi aveva quasi messo le ali ai piedi.
Il sentiero si allarg di nuovo, ora intravedevamo il suolo. Le felci ci carezzavano i polpacci e,
ogni tanto, una lappola o i tentacoli di un cespuglio si appiccicavano ai miei pantaloni, come se
volessero trattenermi. Io mi fermavo e staccavo le spine o allontanavo con cautela il ramo.
Infine arrivammo davanti alla casa. La casa di tronchi d'albero, con il tetto leggermente a
spiovente. Nella veranda c'era una scodella, appeso alla ringhiera un canovaccio. Il cuore mi batt
all'impazzata.
Ks rest a bocca aperta, l'aveva riconosciuta anche lei. Le presi la mano e lei ricambi la
stretta.
Vidi che c'era qualcuno all'interno, un'ombra si muoveva davanti alla finestra. Tremai, ma non
era paura. Era ben altro, un misto di felicit, eccitazione, nostalgia e timore che stesse per accadere
davvero.
Non esisteva una casa pi familiare di quella, l'avevo contemplata ogni giorno della mia vita,
nel quadro in camera mia.
A un certo punto si apr la porta e lei usc, strizzando gli occhi per via del sole e riavviandosi
una ciocca di capelli rossi. Indossava un lungo vestito a fiori, era scalza, giovane, esattamente come
l'avevo vista l'ultima volta.
Mia madre.
Spinsi via Ks e cominciai a correre, saltai come una bambina tra le braccia di mia madre, per
poco non la feci cadere. Non riuscivo a credere che fosse lei. Avevo temuto che sarebbe sparita nel
momento esatto in cui l'avrei toccata.
Mamma! Mamma! ripetei, senza riuscire a dire altro. La mamma mi accarezz i capelli, poi
si stacc da me e guard Ks.
Noi due ci conosciamo, vero?
Ks annu e si avvicin con cautela, chiaramente intimorita. Ma certo,  ovvio! Mia madre era
la famosa Fata Laura! Per tutti, tranne che per me. A me non importava, mi bastava averla ritrovata.
Lei  Ks dissi, e la mamma abbracci anche lei, poi pos una mano sulle nostre spalle e ci
accompagn in casa.
Ci sediamo attorno al tavolo. Mentre la mamma ci prepara un t, Ks e io ci guardiamo intorno.
Pensando a questo momento, me l'ero immaginato diverso, pi intenso, pi festoso, non cos normale.
Sono tranquillissima, neanche un briciolo di eccitazione, una traccia di euforia.
La cosa pi importante  che lei sia qui. La cosa pi importante  che sia viva.
L'aroma del t carezza i nostri nasi.
Ooooh mormora Ks, chiudendo gli occhi.
La mamma riempie tre tazze di t. Ks prende la sua con entrambe le mani.
Ha raccolto lei le erbe? chiede a mia madre.
Laura sorride. Per te solo mezza tazza dice, ignorando la sua domanda. Le sono grata di aver
sorvolato sulla domanda relativa al t, non avrei sopportato una discussione sulla raccolta delle vere
erbe. Ti sconsiglio di berne di pi, mezza tazza basta. Sei molto stanca. Troppe cose tutte insieme.
Con mio grande stupore, una lacrima riga la guancia di Ks. Per l'imbarazzo, mi giro. Laura le
posa una mano sulla testa.
Mia madre si interessa pi a Ks che a me, sono quasi gelosa. In fondo, sono io sua figlia. Sono
io ad aver sofferto, io ad averla cercata. Laura invece ha occhi solo per Ks, aspetta che lei finisca il t
e annuisce per incoraggiarla.
Va a stenderti laggi, hai sonno.
Di fatto, Ks riesce a malapena a stare in piedi. Barcolla fino all'ampia panca imbottita
nell'angolo e vi si abbandona sopra. Laura la copre con una vecchia coperta a disegni.
Nel giro di due secondi Ks si  addormentata.
La mamma si volta verso di me. Finalmente. Mi guarda e sorride. Non dice nulla,
probabilmente aspetta che sia io a cominciare.
Perci le domando: Posso bere anch'io una tazza e addormentarmi subito? Il mio t  ormai
freddo, non mi sembra tanto buono. Non mi interessa il t, ma proprio per questo affronto l'argomento
prima di passare ad altro.
La mamma d l'impressione di aspettare qualcosa. Quando taccio, mi fa cenno di no con la
mano. No, con te non funziona. Tu puoi berne di pi.
Perch?
La mamma non risponde, ma in realt conosco anch'io la risposta. Sono diversa da Ks. Non ho
bisogno di abituarmi a quel che ci offre Laura. Eppure... sono delusa per il modo in cui mi tratta.
Ma invece di insistere con le domande, la guardo in silenzio. E lei guarda me, mentre la sua
mano leggera si posa sul mio braccio, e avverto una felicit nascosta, fugace, sotto la pelle. Ho la
sensazione che le vicissitudini degli ultimi giorni comincino a trovare un senso nella mia testa, ed  un
bene. Non sono ancora in grado di dare un nome a ci che  accaduto, ma  una consapevolezza che a
poco a poco prende forma. Se non altro, so che non far domande dettate dalla rabbia. Almeno per
adesso.
 cos, quindi? chiedo.
S replica mia madre.  cos.
Restiamo un altro po' in silenzio. Che cosa si dice a una madre costretta alla fuga perch tuo
padre l'ha inserita in una lista nera? Che non vede i figli... da quanto tempo? Mi sembra che siano
passati mesi, ma a conti fatti mi rendo conto che sono passati pochi giorni. E di colpo, l'infelicit degli
ultimi giorni mi appare inoffensiva. Mia madre  sempre stata l, vicino a me, non  colpa sua se io non
l'ho capito.
La guardo.  cambiata,  un filo pi vecchia e pi severa. Parla in modo diverso. Mi chiedo se
sia vera o se piuttosto non sia un sogno. Allungo svelta il braccio e l'afferro con tutte le forze per i
polsi.
Lei si ritrae, poi mi mostra sorridendo i segni rossi delle mie unghie sulla sua pelle scura. 
vera, le ho fatto male, e lei capisce i miei dubbi.
Ma non basta a impedirmi di rimproverarla, e a bassa voce per non svegliare Ks, con voce
roca, con le mie ultime forze, la incalzo: Perch non mi hai mai spiegato niente? Perch non mi hai
detto la verit?
Con la coda dell'occhio vedo Ks che si siede sulla panca, lo sguardo fisso nel vuoto, e ricade
sulla schiena.
Volevo proteggervi, Juli.
Grazie tante, ci sei riuscita alla grande.
Che altro avrei potuto fare?
 mia madre, finalmente l'ho ritrovata, ma non sa rispondere alla mia domanda pi importante.
Non commenta il mio rimprovero. Che altro avrebbe potuto fare?  compito mio scervellarmi per
trovare la risposta?
Avresti potuto portarci con te dico. Scappare insieme a noi, cos tutto questo non sarebbe
successo.
Scappare dove?
E che ne so? Qui.
Per sempre qui? Senza uscirne mai?
Perch no?
Perch non sai mai che cosa ti aspetta qui. Mia madre si abbandona sulla sedia.
Ma questo non  il tuo bosco?
Pi che altro  il tuo risponde. Quello che vedi qui, viene da te.
Ma i quadri sono opera tua!
Io forse possiedo la tecnica mi spiega, ma colui che costruisce lo specchio non 
responsabile dell'immagine che esso riflette.
Sar vero? mi chiedo.
 strano essere qui dico. C' un'aria diversa e il cielo ha una punta di rosa.
Il tempo qui  diverso,  distorto. La prima volta che arrivi qui, non  facile. Pi sei giovane,
meglio . I tuoi fratelli, per esempio, sono stati bene fin dal primo momento.
Cosa? Avverto un'altra fitta, un misto di gelosia e stupore. Sono stati qui?
In sogno.
Ma che significa?
Quando si addormentano, vengono qui.
Ma allora  lei dico piano. La ragazzina del quadro nella cucina di Ks. Somiglia a Kassie,
ma ho sempre pensato che non potesse essere lei, il quadro  molto pi vecchio.
S dice la mamma. Il davanzale  il suo posto preferito.
Che cosa vedono qui?
Chiedilo a loro.
Ma perch non mi hanno detto niente?
Non se lo ricordano bene, al risveglio hanno la sensazione di aver sognato. E poi, non sono
sicuri che tu gli crederesti.
Fantastico. Quando hai mandato Zero a Kassie, lei non mi ha raccontato nulla commento con
amarezza.
E tu? Le hai forse raccontato del gatto?
Guardo la mamma.  un rimprovero? No,  la realt. N io n mia madre riusciamo a confidarci
con gli altri. E Kassie  come noi, ha imparato da noi.
I gemelli non sono mai stati tristi dico. Come se sapessero che non sei lontana.
La mamma annuisce e per un attimo colgo sul suo viso il dolore e la forza che le sono costati in
tutto questo tempo.
Quando tornerai a casa? chiedo.
Lei si limita a guardarmi.
Non puoi, vero? Certo che no. Ti prenderebbero e...
Mi sento male, mi copro la bocca con la mano.
A meno che tuo padre non ritiri la denuncia, dichiarando che sono riabilitata dice lei.
Non lo far rispondo con amarezza.
La mamma scuote tristemente la testa.
Oh, s che lo far dice.
Sempre insieme
Al risveglio Ks  confusa, impiega un po' a capire dove si trova. Si lava la faccia al piccolo
lavandino, si siede al tavolo e piomba in un silenzio angosciato. So benissimo a cosa pensa.
Finora era avvenuto il contrario, ero io a preoccuparmi per la persona che pi amo al mondo.
Adesso tocca a Ks.
Guarda mia madre con occhi ben aperti ma tristi, finalmente non  pi intimorita.
Che mi  successo? domanda.
Non c' scampo risponde mia madre.  inevitabile che faccia male. Non c' gioia
nell'essere l'unica della famiglia a trovarsi al sicuro. Io lo so.
Ks annuisce e si guarda intorno. Il suo sguardo sfiora le pareti in legno, le tende bianche alle
finestre, i mazzi di erbe appesi.
Ma allora  tutto vero? domanda.
Mia madre annuisce.
Ci siamo rifugiate nel quadro. Ma quando torneremo indietro? Colgo la disperazione nei suoi
occhi, so che sta pensando a Ivan.
Quando vuoi risponde mia madre. Ma non devi avere fretta, prima puoi riposarti.
Ks ha di nuovo uno sguardo assente, non risponde. Non so se crede a mia madre. Dentro di me
protesto all'idea di tornare dall'altra parte del quadro. Non voglio. E una parte di me pensa che il
destino di Ivan sia un problema di Ks, una cosa che non mi riguarda.
Poi, per, penso ai miei fratelli e guardo mia madre. I gemelli non possono raggiungerci qui?
Non solo in sogno, ma sul serio? Ne sarebbero felici, no? Perch non vai a prenderli?
Gli occhi eterocromatici di Laura si scuriscono.
S dice con tono cupo, come se fosse un'eco che restituisce una leggera variante delle mie
parole. Possono venire qui, e ne sarebbero felici.
Ks dorme a lungo, a volte resta sdraiata a fissare la parete, mormora qualcosa e le sue spalle
hanno un sussulto. La mamma dice di lasciarla in pace. Sta ricordando e non bisogna disturbarla.
Che cosa sta ricordando? le chiedo.
Se vorr, sar lei a dirtelo.
 sempre cos con mia madre, me ne faccio una ragione. Mi fa sempre passare la voglia di fare
domande. Io e mia madre passiamo ore insieme, a volte senza scambiare una parola.  strano ma
nient'affatto noioso. Siedo accanto a lei, le nostre ginocchia si toccano e mi rendo conto che ormai
sono alta quasi quanto lei.
A volte  la mamma a parlare e io ascolto i suoi racconti. Le sue parole scorrono fluide e
proprio perch non sono amare, proprio perch lei si sforza di parlare per inciso e senza recriminazioni,
pi intenso  l'orrore che mi assale. Provo talmente tanta rabbia che le mani mi si contraggono, stringo
l'impugnatura di una spada invisibile con cui faccio a pezzi tutti quelli che le hanno fatto del male.
Lei lo nota e appoggia la mano sul mio pugno, che lentamente, a quel contatto, si apre.
Alla tua et anch'io ero come te dice.
In che senso? le chiedo a denti stretti.
Anch'io ero accecata dalla rabbia.
Tu? La guardai stupita. Non riesco a immaginarlo.
Oh, eccome. Sorride, ma gli occhi sono velati di tristezza. E ancora oggi mi pento di quel
che ho fatto allora.
Mi fa rabbia dissi. Nessuno protegge le Fate come te. Qualcuno s, d'accordo, ma in
maniera cos goffa. Solo tu puoi proteggere te stessa. Non puoi essere sempre indulgente.
L'indulgenza  una forma di protezione mi dice. Ci sono Fate che sono divorate dal proprio
odio. E, per favore, non credere che le Fate siano inoffensive. Ti sfido a trovarne una che non abbia dei
trascorsi oscuri.
Mi concentro su di me:  vero, anche in me ardeva l'odio. A poco a poco mi avrebbe arrostito le
viscere.
Non mi riferisco a te precisa mia madre.  normale che tu provi odio. Sei molto giovane e
hai subito un grosso trauma. Passer.
Non credo rispondo, voltandomi.
Devo tornare indietro dice Ks guardandomi negli occhi.
So bene perch vuole andarsene e non la lascer sola. Poco prima ero pronta a farlo, e ora me
ne vergogno. Vengo con te.
Resta qui replica lei.
No, ormai so che mia madre  al sicuro e non ho pi paura.
Ks alza la testa e mi guarda. Vedo la speranza accendersi nei suoi occhi e poi spegnersi di
nuovo.
Non ti abbandono nel momento del bisogno dico.
Siamo sedute in veranda, facciamo penzolare le gambe. Sul tavolino in mezzo a noi c' un
piattino di fragole che abbiamo raccolto nel bosco stamattina. Non appena la mamma ci ha mostrato il
prato, noi due ci siamo inginocchiate a raccogliere i frutti che brillavano tra le foglie come gocce di
sangue. Me ne sono messa in bocca una, schiacciandola tra la lingua e il palato, e la sua dolcezza
aromatica mi ha invaso la bocca.
Non so cosa dir la mamma quando sapr che voglio andarmene, non solo per i miei fratelli ma
anche per Ks.
La mamma ci raggiunge in veranda, sento i suoi piedi nudi sulle assi di legno.
Devo ripartire le dico senza girarmi. Ho paura... non che lei me lo vieti, ma che ne soffra.
Insieme a Ks.
La mamma viene ad abbracciarci.
Ks alza lo sguardo su di lei:  per mio fratello, capisce?
Capisco risponde mia madre. Ma certo, dovete andare da lui.
Lei lo conosce dice Ks.
Lo conosco, s conferma mia madre.
E per Kassie e Jaro. Mi alzo in piedi, sono all'altezza dei suoi occhi. Devo portarli qui.
S dice mia madre.  giunto il momento di farlo.
La cornice del quadro  una porta. Ogni volta che ne vedo una devo fare attenzione, dice Laura.
Nessuno sa cosa potr capitargli una volta qui, e ci sono persone che dopo aver attraversato una cornice
hanno perso per sempre il lume della ragione.
L'importante  che restiate insieme dice mia madre. Da sole siete deboli, ma unite
difficilmente vi prenderanno. Se noi Fate fossimo rimaste unite, tutte queste brutte cose non sarebbero
successe.
Perch non siete unite? Non vi sopportate, forse?
No, non  questo. Piuttosto siamo indifferenti dice mia madre. Una Fata non si annoia mai.
Preferisce stare da sola. Stringe a s Ks. Dovremmo davvero imparare da voi.
Cosa? domanda Ks, imbarazzata.
La vostra prontezza nell'aiuto, il vostro coraggio. Vi impegnate per il prossimo anche se
comporta un pericolo. Senza di voi noi Fate non ci saremmo pi. Siamo una specie ingrata.
E io senza di lei non ci sarei pi le dice Ks con gli occhi pieni di lacrime.
Non so a cosa si riferisce, ma so che ormai Ks ha recuperato la memoria. Anche mia madre
piange, ma a lei non serve ricordare, non ha dimenticato nemmeno per un istante.
Mi vergogno cos tanto di non averli potuti salvare dice. Li ho persi perch siamo degli
esseri solitari. Se le Fate fossero state unite, avremmo avuto maggiori possibilit.
Ma lei ha salvato me.
Non  stato sufficiente dice mia madre con amarezza, il viso rigato dalle lacrime. La colpa 
mia perch di mezzo ci sono sempre i miei maledetti quadri. L'avevo detto ai tuoi genitori di non dargli
troppa importanza. Qualche quadro distrutto non  certo un dramma. Ne avrei dipinti altri. Non volevo
sangue e morte, volevo solo vivere in pace e crescere i miei figli. Ma loro la pensavano diversamente.
Non  colpa sua, per i miei genitori la sua arte era pi forte della vita.
Dici che non  colpa mia? Mia madre  sconvolta. Non  colpa mia se faccio qualcosa che
induce le persone a perdere il contatto con la realt? Che le rende tanto avide da mettere tutto a
repentaglio?
I miei muscoli sono contratti, ma mi trattengo dal parlare. Quando Ks ricorda come ha perduto
i suoi genitori posso assistere, ma non disturbare.
Forse Ks avrebbe fatto meglio a restare al di l del quadro. L era felice e forte. Adesso trema e
singhiozza. Mi chiedo se sia un bene.
Quando Ivan mi ha raccontato di gente che rischia la vita per salvare i quadri di mia madre,
stava parlando per esperienza: aveva in mente i suoi genitori.
Credo che per Ks la vita fosse pi facile prima di ricordare... ricordare l'esplosione in cui, tre
anni prima, la sua casa e la sua famiglia erano andate distrutte, lei era stata ferita e i suoi ricordi
cancellati.
Se ha dimenticato tutto, perlomeno non ne sentir la nostalgia, penso.
Ivan mi ha detto molte cose al riguardo. Ks mi fissa. Sembrava un racconto dell'orrore.
Voleva che conoscessi la mia storia, ma in me non  scattato nulla.
Mi assale il senso di colpa: avrei dovuto tenerla alla larga dai quadri di mia madre. Difficile
spiegare per quali motivi i Normali abbiano paura di questa arte.
Impiego un po' a capirlo: i genitori di Ks si erano votati all'arte e alla difesa delle Fate, di cui
rintracciavano i quadri. Erano scienziati che avevano consacrato mia madre e i suoi diritti a oggetto di
ricerca, si erano scontrati con le Brigate speciali e le avevano denunciate. Facevano da intermediari tra
mia madre e i collezionisti pronti a sborsare un patrimonio. A Laura il denaro non interessava, il che 
stato un errore, credo. Aveva regalato molti quadri, anche quello con Kassie appoggiata al davanzale,
che aveva dipinto prima della nascita di mia sorella.
I genitori di Ks erano Freak ed erano sotto sorveglianza. A un certo punto erano diventati
individui troppo pericolosi.
Spesso mi sono chiesta se la mamma avesse amici. Adesso so che almeno due ne aveva, e che
entrambi sono morti.
Non esiste spiegazione ufficiale del perch una notte un'ala della casa di Ks sia saltata in aria.
L'esplosione distrusse due piani dell'edificio: a quello superiore dormivano Ks e i genitori, a quello
inferiore c'erano i quadri di mia madre.
Come si pu sopravvivere a tutto ci? Probabilmente Ks pu leggermi questa domanda in
faccia.
Grazie a... adesso ho questo dice carezzandosi il serpente sulla testa.
Il tatuaggio?
Non  un tatuaggio. Mia madre impallidisce. Quando una persona  sul punto di morire, una
Fata pu evocare un Inspiro e affidargli il ferito. Se l'Inspiro accetta, inizia il processo di guarigione. E
non lo abbandona pi... almeno nella maggior parte dei casi.
E alla fine l'Inspiro se ne va di nuovo? domando.
No, se lo fa, finisce tutto.
E il tuo Inspiro? domando ansante.  ancora con te?
Altrimenti non sarei qui risponde Ks con un sorriso.
E allora capisco: tutto ha un prezzo. Se rinunci a parte dei ricordi, ti risparmi un po' di dolore.
Se vuoi continuare a vivere, devi accettare eventuali criteri nuovi su cui definire la tua vita. L'idea mi
disgusta, ma non posso darlo a vedere.
Penso a Ivan. Adesso mi  tutto pi chiaro. L'amicizia con mia madre ha ucciso i suoi genitori e
per poco anche sua sorella. Lui  sopravvissuto solo perch quella notte non era in casa. Ha perso tutto
per colpa dei quadri. E, di colpo, si ritrova me nella sua cucina. Al posto suo sarei stata molto pi
scontrosa. La sua  stata solo cautela, ero un pacco di dinamite che poteva dare il colpo di grazia alla
sua famiglia.
Quindi non sapevi che le nostre vite sono intrecciate a tal punto? domando a Ks.
No. Lei scuote la testa. Lo sapeva solo Ivan. Non mi ha detto che probabilmente
l'esplosione era un attentato, mi ha riportato la versione ufficiale dei fatti. Ma, a poco a poco, io ho
rimesso insieme i pezzi. Di compromesso avevo la memoria, non il cervello. Sorride.
Ma come state... tu e lui da soli? domando.
Ks mi guarda con occhi ormai asciutti. Stiamo bene dice. Per fortuna Ivan aveva appena
compiuto diciotto anni.  diventato il mio tutore, gli hanno dato una borsa di studio per l'universit, gli
hanno lasciato fare quello che voleva.
Soprattutto, ha desistito dall'indagare sulle cause dell'esplosione aggiunge mia madre.
Secondo la versione ufficiale,  stata una disgrazia accidentale, dovuta ai materiali pericolosi
immagazzinati in casa.
Si riferiscono forse ai tuoi quadri?
A che altro, senn?
Ma i quadri non possono esplodere.
I quadri possono fare qualsiasi cosa dice Ks.
I miei quadri non esplodono nella casa di amici precisa mia madre. La versione ufficiale 
pura diffamazione.
Lo so, Laura risponde Ks.
E Ivan che ne pensa? chiedo.
Che altro potrebbe fare? Vuole cambiare vita, vuole lottare per un mondo dove non esistano i
Normali e i Freak, dove le Fate non vengano discriminate.
Dove... non esistano i Normali e i Freak?
Dove esistano le persone dice Ks. Semplicemente le persone, come me e come te. Cos
volevano i nostri genitori: se non ti va, non devi per forza essere Freak. Ivan ha deciso molto presto, io
per parecchio tempo me ne sono fregata.
Ma quello che sogna Ivan  un mondo da fiaba obietto.
Lo so, ma lui ci crede. Vuole percorrere una strada nuova, vuole finire gli studi e poi agire
apertamente in nome del diritto e della Legge.  ci in cui crede.
 ci in cui crede... nonostante vi abbiano fatto saltare in aria la casa?
S risponde Ks. Dopo l'accaduto, gli sono venuti incontro sotto ogni punto di vista,
partendo dal presupposto che non avrebbe sollevato un polverone su quel... su quell'incidente. Io, per
esempio, dopo essere guarita sono stata ammessa al liceo, e senza pagare un centesimo. Sia io che Ivan
abbiamo ottenuto una borsa di studio dal Fondo per le Vittime degli incendi.
Tento di capire. Ivan collabora con la Normalit che ha distrutto la sua famiglia?
Mia madre scuote la testa, le mie parole non le piacciono. Chi sono io per criticare Ivan?
S, proprio cos mi risponde Ks.
Il salvataggio
Per entrare nel bosco attraversi i quadri, per uscirne  ancora pi facile.
Da due delle quattro finestre mia madre ci indica i tanti sentieri che si diramano dalla casa.
Dovete solo scegliere dove volete andare dice.
Io voglio andare a casa dice Ks con labbra tremanti, sembra una bambina. Ciononostante la
ammiro: ha smesso di piangere e di fissare il muro accanto alla panca, si  data un contegno ed 
determinata a partire.
Posso solo intuire che cosa le sia scattato dentro. Quando di colpo una parola astratta come
esplosione si trasforma in fuoco che ti brucia la pelle, quando una parola astratta come genitori si
trasforma nelle persone che ti hanno tenuto in braccio, che hai guardato negli occhi... Non so se avrei
potuto sopportare un'esperienza simile.
Per la prima volta forse capisco la scelta di mia madre di chiudere gli occhi e le orecchie dei
suoi figli.
Prima andiamo da Ks, allora suggerisco, guardando Laura con aria interrogativa. Lei
annuisce.
Il davanzale  ruvido, riscaldato dal sole, lo accarezzo con la mano. Non vuole entrarmi in testa
che mia sorella Kassie  sempre inginocchiata su questa panca, quando la osservi dall'esterno, dall'altra
parte. Qui non la vediamo, dev'essere perch il tempo  distorto.
Torniamo nella tua cucina? domando a Ks.
Sei sicura di voler venire?
La guardo. Non sono mai stata particolarmente generosa, sono una Normale, noi non siamo
abituati a soccorrere gli altri, ognuno  responsabile dei passi che intraprende. Ma dopo aver scoperto
quel che  successo a Ks, non posso fare altrimenti. Anche se, lo ammetto, avrei preferito imboccare il
sentiero che porta a casa mia, da Jaro e Kassie. Mentre celebravo me stessa e la mia infelicit, li ho
abbandonati.
Non dire sciocchezze dico. Vado avanti io, ok?
Ks ha uno sguardo cos felice che vorrei sprofondare dalla vergogna.
Salto per prima, il bacio della mamma ancora stampato sulla mia fronte, orgogliosa che mi lasci
partire.
Chiudo gli occhi, mi rannicchio e atterro bruscamente sul fondoschiena.
Nel momento in cui volo gi dalla finestra mi viene il dubbio che il quadro non sia pi appeso
in cucina, ma che sia imballato in qualche furgone o che sia andato in cenere. Perci  un sollievo che
l'unico inconveniente sia un secco schianto contro la parete. Comunque sia siamo nella cucina di Ks,
accanto al suo tavolo, solo che il quadro non  pi appeso ma appoggiato a terra, girato verso la
credenza.
Aiuto Ks a rialzarsi:  ruzzolata dietro di me, durante il volo la sua mano si  aggrappata alla
mia spalla.
Che  successo? domanda una volta in piedi.
Mi guardo intorno, prendo atto della devastazione e resto senza parole.
Ci hanno cercato. Ks deglutisce. Ma perlomeno non si sono azzardati a distruggere il
quadro.
Calpestiamo cocci rotti e pezzi di pane. Ks sembra indifferente, come se quel luogo un tempo
accogliente e intimo ormai distrutto non fosse casa sua. Non c' tempo, dobbiamo cercare Ivan.
Mi affaccio alla finestra, il giardino  coperto di rami spezzati e foglie bruciacchiate, schegge di
vetro che brillano al sole e pezzi di stoffa che ondeggiano sugli alberi, le tracce di una battaglia impari.
Contro chi si sono scagliati i poliziotti? Contro Ivan, che dopo pochi minuti si era gi preso una
bastonata in testa? Ks mi tira per la manica, girandosi verso l'orologio appeso alla parete.
Guarda!
Cosa?
L'orologio! Non  passata neanche un'ora da quando siamo partite.
Magari va male.
Il ticchettio dell'orologio  regolare, la lancetta dei secondi batte al ritmo consueto.
Al di l del quadro vige un altro tempo mi ricorda Ks.
Giusto dico.
E intanto penso al peggio: sono convinta che la polizia abbia portato via Ivan, ma non voglio
essere io a dirlo a Ks, deve arrivarci da sola. Nel frattempo ho intenzione di aiutarla a cercarlo. Ecco
perch sono stupita quando la sento gridare:  qui!
Ivan  disteso sopra il divano in una piccola stanza attigua, dove ci sono un'immensa libreria
che copre tutta una parete e una vecchia scrivania con alcuni fogli ingialliti, a cui nessuno siede pi da
anni,  evidente. Ks si china e gli prende la mano, gli sente il polso, appoggia l'orecchio sul petto.
Respira dice. Lo hanno solo buttato qua sopra.
Mi inginocchio accanto a lei. Il viso di suo fratello  pallido e sereno. Ha una ferita sulla fronte,
ma il sangue si  gi rappreso. Gli prendo l'altra mano,  abbandonata sul petto, cerco anch'io di
sentirgli il polso ma non so come si fa.
Sono felice di sentire il suo lamento,  vivo.
Chiama un dottore dico. Chiama subito un dottore.
No. Ks scuote la testa. Lo lasceranno morire per poi dire che  stato assalito e ucciso dai
Freak e che non c'erano speranze di salvarlo.
Che consigli di fare, allora?
Dobbiamo portarlo da tua madre.
Lo prende per un braccio, vuole sollevarlo per le spalle. Lui si lamenta. Cerco di alzarlo per le
gambe, cavoli quanto pesa!
Ks, non ce la faremo mai,  troppo pesante. Dobbiamo portare qui il quadro e buttarlo
dentro.
Ci precipitiamo gi per le scale.
Penso che anche il quadro sar pesante, che non riusciremo a sollevarlo. Stento a credere che sia
soltanto un quadro, un olio su tela, che puoi spostare, girare o tagliare con un coltello. Per fortuna 
integro e leggero come una piuma, e lo portiamo di corsa al piano di sopra, accanto al divano su cui si
trova Ivan.
Credi che funzioner? domando a Ks.
Mai e poi mai. Avvicinalo.
Schiaccio sul quadro la mano esanime di Ivan. Non succede nulla.
Non funziona, Ks.
Forse  meglio se prima entri tu e poi lo trascini con te.
Prima io? Guardo la cornice: l'ho gi fatto un paio di volte ma non ho ancora capito come sia
possibile.
C' qualcuno davanti casa. Ks si  alzata per sbirciare dalla finestra ma si riabbassa subito.
Un poliziotto.
Che va cercando?
Dobbiamo andarcene, subito. La mano di Ks trema. Forza, dai.
Non so pi come si fa.
Schiaccio la guancia contro la tela.
Mamma mormoro nella schiena della ragazzina dipinta. Mamma, se ci sei, aiutami. Ivan 
ferito e io mi sono dimenticata come si torna da te. Non credo pi di riuscire a passare. Laura!
 sulle scale dice Ks in preda al panico.
Il legno del pavimento scricchiola.  come se la casa volesse avvisarci che c' un intruso, che
perlustra i corridoi, apre le porte, calpesta i cocci a terra.
Mamma!
Io e Ks ci stringiamo spaventate, la piccola stanza in cui ci troviamo  in fondo al corridoio. I
passi rimbombano pi forte. Il poliziotto entra nel momento esatto in cui due lunghe mani delicate
escono dal quadro e afferrano Ivan.
Ci rannicchiamo come due coniglietti impauriti. Ivan  scomparso, il poliziotto ci guarda.
Che ci fate qui?
Io qui ci abito bisbiglia Ks.
Il poliziotto ha il viso rotondo, ha un'aria gentile, come se accompagnasse dei bambini lungo la
strada. Sembra confuso, non si aspettava di trovarci qui, ma in realt non so cosa si aspettasse. Non so
se chi lo ha mandato qui lo ha avvisato del pasticcio che avrebbe trovato o se invece ne  all'oscuro.
 stata la polizia gli dico per aiutarlo. Sono arrivati i suoi colleghi con gli elicotteri e le
moto e hanno fatto irruzione.
La polizia lo fa solo in caso di necessit mi spiega. Dov' il padrone di casa?
Ks e io ci scambiamo un'occhiata. Mi aspetto che risponda: Io, invece si limita a un: 
partito.
Partito?
S. Chieda ai suoi colleghi, forse sono pi informati di me.
Dopo averci guardato con aria perplessa, il poliziotto estrae un apparecchio. Se si allontanasse
anche solo per un minuto, mi tufferei nel quadro, portandomi dietro Ks. E invece non ci toglie gli
occhi di dosso. Udiamo una voce gracchiante che gli chiede informazioni sul luogo in cui si trova. Il
poliziotto dice di aver trovato due ragazze con la faccia sporca, due Freak, una con un serpente tatuato
sulla testa, l'altra con i capelli blu.
La blu ha un numero di identificazione? gracchia l'apparecchio.
Il poliziotto mi afferra il braccio e lo scuote, finch, con sua grande sorpresa, dalla manica
compare il braccialetto. Legge il numero.
Mentre trasmette il numero, penso che per me e Ks  finita.
La malattia
Ci schiacciamo sul sedile posteriore della volante verde menta, il poliziotto  di fronte a noi,
non mi perde di vista un attimo. Mi aggrappo alla mano di Ks, non voglio che ci separino.
Il pulmino impiega oltre un'ora ad attraversare la citt e comincio a vedere le case bianche e i
cespugli di bosso del mio quartiere. Guardo attraverso le inferriate del finestrino, cercando di ricordare
quando, per molti anni prima che la mamma sparisse, percorrevo quelle strade a piedi, ingenua e
candida. Ma non riesco a rivivere nessuna emozione. Quel pezzo di memoria rimane stranamente
vuoto, come se non avessi mai vissuto questi anni. Forse  cos che si  sentita Ks, fino a che non 
entrata nel bosco.
Ci penser tuo padre a rimetterti la testa a posto. Il poliziotto mi lancia uno sguardo di
incoraggiamento. Non ho mai visto una ragazza Normale che se ne va in giro come te.
Neanch'io dico guardando dal finestrino. Non sono arrabbiata con il poliziotto, ho
l'impressione di poter leggere i suoi pensieri banali. Non  cattivo, ma  sempre pronto a sradicare
qualsiasi germoglio di illegalit esistenziale che si azzardi a spuntare tra le fessure della sua vita di
Normale.  sulle spalle di gente come lui che si  costruita la Societ della Normalit. Lui ci vive bene,
 pronto a sacrificare gli altri perch nulla cambi. Anche lui  responsabile di quello che  successo a
mia madre e ai genitori di Ks.
Il pulmino si ferma, la porta si apre di lato. Scendo continuando a tenere Ks per mano. Ho
sempre paura che ci dividano, dobbiamo stare attente. Nel momento in cui le tocco la mano mi viene in
mente l'Inspiro che  dentro di lei. Mi ritraggo, ma la mia volont ha la meglio sul crescente ribrezzo.
Continuo a camminare, Ks  al mio fianco, il poliziotto alle spalle. Non voglio che mi trascini
in casa come un motorino scomparso che viene riconsegnato in cambio di una ricompensa.
Ho paura, non mi sento abbastanza forte per affrontare pap e la nonna.
Ma qui ci sono i miei fratelli, e la mamma ha bisogno del mio aiuto.
La casa mi d il benvenuto con un gelo tombale e le tapparelle abbassate. Il riscaldamento 
spento,  buio, il profumo familiare di brezza estiva sintetica, il sapone preferito di Ingrid, mi pizzica il
naso. Ho la sensazione di entrare in una casa disabitata da molto tempo. Accanto a me, Ks si stringe
nelle spalle e si avvinghia forte alla mia mano. Anche lei avrebbe preferito restar fuori, ma so che non
mi abbandonerebbe nel bisogno.
Salve! urla il poliziotto, in un tono allegro che non si addice alla casa. Dottor Rettemi,
guardi un po' che le ho portato! L'eco cattura la sua voce rispedendola indietro. Un brivido mi
percorre la schiena.
Che  successo qui? Lancio un'occhiata a Ks, che scuote la testa perplessa.
Ma ecco Kassie spuntare dall'altra parte del corridoio, davanti alla camera di mio padre, a
malapena la riconosco. Sembra pi grande, si muove con passi felpati, ha la faccia seria. Mi guarda con
esitazione, come se non credesse ai propri occhi. Corre verso di me, ma di colpo si blocca e mi osserva.
Infine fa un passo in avanti e mi accarezza con cautela. Mi inginocchio davanti a lei, finalmente mi si
getta al collo. Avevo dimenticato quanto fossero piccole le sue spalle.
Kassie, cos' successo? Sono sempre io, solo il mio aspetto  un po' cambiato. Sono tornata
per voi, non vi lascer pi soli. Dov' Jaro?
Kassie fa un cenno di saluto a Ks, ignorando completamente il poliziotto.
Jaro sta bene? le chiedo agitata.
Jaro s risponde.  pap che sta malissimo, perch la mamma dice che dobbiamo andare da
lei.
Kassie mi fa strada fino alla stanza di pap, dietro di noi Ks e, a distanza, il poliziotto, che a
quanto pare vuole consegnarmi di persona e, se possibile, avere la ricevuta.  tutto talmente strano che
non faccio pi caso a lui. Entro nella camera di pap, le tapparelle sono abbassate, ho ancora pi
freddo.
Caso eccezionale, nonostante sia pieno giorno, pap non  al lavoro,  a letto e il suo viso mi
ricorda quello di Ivan sul divano, anche se  pi smunto. Pap  coperto fino al mento, lo guardo e
stento a credere ai miei occhi.
Pap, che  successo? La rabbia nei suoi confronti  gi un ricordo.
Ks sospira forte, il poliziotto tossisce imbarazzato.
Al capezzale di pap c' Ingrid con una tazza in mano, da cui sale un odore molto simile al
deodorante per water della Hydragon. Accanto a lei c' Reto. Pap dorme sullo stesso lato del letto di
quando era ancora insieme alla mamma. Dall'altra parte dorme Kassie, riconosco il suo piccolo cuscino
a fiori.
Anche Jaro  seduto sul letto, a gambe incrociate. Quando mi vede, fa la stessa espressione di
stupore di Kassie. Mi chiedo se si siano resi davvero conto che me ne ero andata via, se la mamma sia
riuscita a fargli sentire la mia vicinanza nell'unico modo che conosce, se riesca a comunicare a distanza
con le loro anime, visto che al contrario di me sono ancora piccoli e non dubitano di nulla.
Che ti succede, pap? Ho la voce roca, la gola in fiamme. Supero i nonni e mi siedo sul bordo
del letto. Ks rimane a distanza. Jaro le fa un cenno di saluto e guarda di nuovo me.
Pap vede il poliziotto.
Pu andare gli dice con voce sommessa.
Ma... Il poliziotto estrae in un sol gesto una matita e un blocco per gli appunti prestampato.
Pu andare.
Il poliziotto fa spallucce e obbedisce.
Pap guarda Ks, fa una smorfia.
Lei resta dico.
Pap non ribatte, a quanto pare  molto debole. Riesce a muovere solo gli occhi e le labbra.
Voglio parlarti da solo mi dice con un fil di voce.
Non mi fido di te.
Pausa, sguardi, silenzio. Allungo il braccio, le mie dita intrecciano quelle di Ks.
Ingrid si alza, non mi degna di uno sguardo. Forse le fanno ribrezzo i miei capelli blu. A quanto
pare, nel frattempo si  disabituata a considerarmi sua nipote. Con un fischio fa cenno ai miei fratelli di
uscire dalla stanza, Reto li segue. Vedo Jaro e Kassie andarsene. Sono venuta per portarli da nostra
madre, non mi piace che spariscano dalla mia vista.
Non appena la porta si chiude alle loro spalle, pap appoggia la sua mano sulla mia. Ho un
sussulto,  gelida e secca.
Pap, che ti  successo? Ti sei preso un virus?
Tua madre risponde pap con un filo di voce. Tua madre ha chiamato tua sorella.
Anche mio fratello aggiungo per amor di completezza.
Sai dov' tua madre? Devi andare a prenderla.
Cosa? Mi libero della sua mano. Stai scherzando? Dopo tutto quello che  successo? L'hai
attirata in una trappola e hai chiamato la Brigata speciale. Se non fosse fuggita, non l'avrei pi vista.
Occhio mi ammonisce Ks alle mie spalle.
Mi tappo la bocca con una mano.
Non ti chiedo di svelarmi un segreto dice pap con voce appena udibile. Deve stare proprio
male. Ho bisogno di tua madre, solo lei pu aiutarmi.
Perch?
Perch  una Fata.
Sono sicura che si tratti di un'altra trappola. Forse non  malato come vuol far credere.
Oscillo tra odio e compassione, al momento non esiste una via di mezzo.
Juli, ho ritirato la mia denuncia. Fatico a capire le sue parole. Voglio alzarmi, ma lui cerca di
trattenermi per la giacca, che per gli scivola tra le dita.
Non le succeder nulla, te lo garantisco.
Che vuoi ancora da lei?
Pap mi guarda.
C' una cosa che non sai.
E dimmela, allora.
 evidente che non vorrebbe, ma sa che non pu pi obbligarmi a fare qualcosa per lui: deve
convincermi.
Una volta tua madre mi ha salvato la vita bisbiglia.
Alle mie spalle Ks trattiene il respiro.
Davvero un bel modo per ringraziarla dico. Forse era capitato qualcosa di brutto anche a
te?
Pap cerca il mio sguardo. Fisso i suoi occhi marroni ormai spenti. Stavo molto male
prosegue. Non avevo pi forze. Lei mi ha concesso di continuare a vivere.
Il vostro accordo dico.
S. Mi guarda stupito. In cambio anch'io... l'ho aiutata.
Sorvolo sulle ultime parole e mi soffermo su un altro aspetto che ho appena colto.
 per questo che il giudice non ha infierito su di lei come accade alle altre Fate: sapevi che
forse ti sarebbe servita ancora.
Cose... orribili... accadono attraverso le Fate esplode pap.
Annuisco in automatico.
Restiamo in silenzio per un attimo. L'orologio ticchetta, pap respira a fatica.
Ma allora perch l'hai inserita nella lista nera?
Chiude gli occhi.
Ho bisogno di capire gli dico con durezza.
Con le Fate non sei mai al sicuro mormora. Continuano a essere un pericolo. Avevo troppa
paura di perdere tutto.
Ma, se la tradisci, non dovresti innanzitutto aver paura per te stesso? O... Mi viene
un'illuminazione. Hai trovato una sostituta, che ti star al fianco per tutta la vita. Hai conosciuto
un'altra Fata?
No, no. La bocca di pap sussulta abbozzando un sorriso. Non  come pensi.
Chiude gli occhi, serra le labbra. L'orologio ticchetta, Ks respira piano.
Guardo la met vuota del letto, su cui dorme la mia sorellina.
Sospiro. Kassie.
Pap rimane in silenzio.
Non capisco.
Pap inspira profondamente, parla svelto e a singhiozzo.
Tua madre vuole portarmela via. Non pu. Va' a prenderla, devo parlarle. Non le faccio
niente. Voglio solo che Kassie resti qui. Senza di lei, muoio.
Ti ha dato cos tanta forza da pensare di poter rompere il patto con mia madre? Il patto con cui
avevi promesso che non le avresti fatto del male se ti avesse lasciato?
Le... prometto... l'incolumit.
E perch dovrebbe ancora crederti?
Perch sto morendo, Juli risponde, e una lacrima opaca spunta da sotto le palpebre, scivola
sulle tempie e sulle guance, lasciando una minuscola macchia d'umido sulle coperte bianche come la
neve.
Sono davanti alla porta della sua stanza, schiaccio la faccia contro la carta da parati. Sono
confusa, non ho parole.
Ks mi afferra per le spalle. Mi chiedo se ha capito tutto, come me.
Dobbiamo portare i gemelli da tua madre, ma non puoi decidere tu per Laura. Devi dirle cosa
hai visto e cosa hai sentito. Sapr lei cosa fare.
S rispondo. D'accordo.
Attraversiamo la casa fantasma, passiamo davanti alle porte con le maniglie dorate. Ingrid e
Reto sono nel soggiorno, di fronte al camino elettrico. Ingrid ha le mani intrecciate sul grembo, Reto si
 abbandonato sulla poltrona, osserva il tappeto. Quando passiamo davanti alla porta, non si muovono.
I gemelli sono nella camera in cui ho sempre dormito io, ma che adesso non  pi mia. Non 
pi casa mia, non  pi la mia stanza, non  pi la mia vita. Non  pi mio padre, non sono pi i miei
nonni. Magari un giorno cambier opinione, ma al momento sono i miei nemici.
Ma ci sono i miei fratellini, in piedi davanti al quadro, si tengono per mano in una curiosa
armonia. Contemplano la casa dipinta.
Siete pronti? chiedo. Annuiscono. Com' che sanno? Perch non c' bisogno di spiegargli
nulla? Sono io l'unica a essere stata colta di sorpresa?
La figlia di una Fata ha un cinquanta per cento di probabilit di diventare a sua volta Fata.
Kassie  una Fata, anche un cieco lo vedrebbe. Conosce cose che gli altri ignorano. Ha solo
sette anni. Pap vuole che gli resti accanto come sostituta della mamma. Vuole lei, non me.
I figli di una Fata sono esseri molto speciali...
Non so come finisca questa frase, ma  giusta.
Sono l'unica figlia di mia madre a non essere speciale.
Prendo per mano Ks, ci mettiamo alle spalle dei gemelli.
Prima noi dice Kassie. E poi aggiunge: Povero pap.
E salta.
Per la prima volta in vita mia mi sveglio perch il sole mi solletica il naso. Perch un gattino dal
pelo arancione  atterrato sul mio letto e mi lecca la punta dei piedi con la sua lingua ruvida. Perch i
miei fratelli ridono forte. Perch sento odore di caff e pane appena sfornato. Perch la mia amica  o il
suo Inspiro  mi prende a cuscinate. Perch mia madre mi mette sotto il naso le fragoline di bosco,
sperando che il profumo mi desti dai miei sogni confusi, che proseguono anche se apro gli occhi.
La vita nel mondo della mamma mi sembra cos dolce che ogni mattina devo darmi un
pizzicotto sul braccio.
Non ho ancora capito granch, sono troppo assorta nei miei pensieri. Faccio poche cose: ascolto
il vento tra le chiome degli alberi, poltrisco a letto e leggo vecchi libri, e quando la mamma va nel
bosco insieme a Ks e ai gemelli, a volte per ore, tornando con lo sguardo annebbiato, non li
accompagno mai. Resto in casa e loro mi lasciano in pace. Leggo un po' e, dopo aver chiuso il libro,
rifletto.
Anche Ivan  qui. Ce la far dice la mamma. Oltre alla ferita superficiale sulla fronte, ne ha
una profonda sulla nuca. La mamma l'ha medicata con qualche foglia e ha imbevuto le bende in un
decotto che ha bollito per ore sopra la stufa, mentre noi ci tappavamo il naso. Con le bende Ivan
somiglia a una mummia. Da quando ha riacquistato coscienza,  sdraiato su un fianco e osserva la
baraonda in camera sua.  ancora debole e la novit della situazione gli crea qualche problema. Quando
gli altri sono via, tocca a me occuparmi di lui. Parliamo poco. La mamma dice che ha avuto una
commozione cerebrale e ha bisogno di riposo. A me va bene cos, neanch'io ho molta voglia di parlare.
I gemelli sono felici, Ks sembra ubriaca. Ha smesso di piangere i suoi genitori ed  tornata
almeno un po' quella di prima. Spesso non posso fare a meno di pensare a quello che mia madre ha
chiamato Inspiro. Forse Ks non  pi padrona del proprio corpo? E chi parla con me, lei o Inspiro?
Mi aspetto che Jaro e Kassie chiedano di pap, ma non succede. Mi chiedo se, come me,
pensino sempre a lui. Ma sembrano averne dimenticato persino l'esistenza.
Non sono felice. Anche se il mondo della mamma  un paradiso... o forse proprio per questo.
C' qualcosa dentro di me che mi disturba. Ho la sensazione di essermi ingannata da sola, come se
avessi dovuto fare altre cose. Aspetto che tutto crolli, che poliziotti armati facciano irruzione nel bosco,
brucino la casa, ci feriscano o ci uccidano, in fretta se possibile, cos che la paura dei piccoli duri poco,
perch non c' niente di pi brutto della paura della morte.
Non riesco a liberarmi della sensazione che sto facendo qualcosa di proibito.
Spero che i giorni trascorsi qui siano pi brevi per pap che  rimasto dall'altra parte del
quadro. Non ho raccontato a mia madre della sua richiesta, delle parole che mi ha detto.
Un giorno, per, non resisto pi.
La tiro per la manica, la porto in terrazza, prego i gemelli di lasciarci sole per un po' e le
racconto che pap la prega di tornare. O perlomeno Kassie. Capisco che sa gi di Kassie. Non mi
stupisco che s'incupisca non appena sente le mie parole.
Proseguo il racconto: se lo aiuta, pap si fa garante della sua incolumit ma senza di lei morir.
Le dico che mi sento in colpa di non averglielo detto subito, ma ho avuto paura per lei. E che spero che
non sia successo niente di irreparabile.
Laura mi ascolta. Poi si alza, mi d un bacio sulla fronte e dal terrazzo salta gi nel giardino. So
dove conduce il sentiero che ha appena imboccato a piedi nudi.
Resta qui! le dico, soffocando le lacrime. Non credo che ci si possa fidare di lui.
Non preoccuparti mi dice.
Ma io mi preoccupo, eccome! A che serve vivere felici qui se ti succede qualcosa?
Torner presto mi risponde. Te lo prometto.
 una follia... Prima eravamo separati perch tu eri qui e noi con pap, adesso noi siamo qui e
tu torni da lui.
Non torno da lui replica mia madre. Ma vedr cosa posso fare.
Non parlo pi. Mi accarezza rapida una guancia e cammina lungo il sentiero che nel quadro in
camera mia portava alla casa.
Le corro dietro.
La mamma  troppo veloce.  gi sparita, non la vedo pi, sono assalita dal panico. Il bosco
senza di lei ha un'aria minacciosa. Non voglio lasciarla andare, neanche per poco tempo. Sono la figlia
maggiore, in sua assenza dovr prendere il suo posto. Ma come posso fare se non conosco me stessa?
Finora il bosco mi  sembrato clemente, ma sono rimasta quasi sempre in casa, e c'era sempre la
mamma.
Se la mamma resta un'ora nel mondo esterno, forse qui nel bosco sembrer una settimana,
penso tremante. E se resta per giorni? Sembrer una vita intera? Proprio adesso che l'avevo ritrovata?
Corro pi svelta.
Ho gi il fiato corto e capisco di aver fatto un errore. Non mi oriento, mi allontano sempre pi
dalla casa in cui sono i miei fratelli e la mia amica. Mi addentro sempre pi nel buio del bosco. Sento il
verso di un animale in lontananza, non so che animale sia, non lo riconosco.
Nel giro di neanche cinque minuti non so pi dove mi trovo. Non oso urlare perch ho paura
della mia stessa voce. Continuo a camminare, tra le sterpaglie, le spine mi tirano il vestito, mi graffiano
le gambe.
Una luce. Una casa, pi piccola di quella in cui abitiamo.  antica, bianca e sghemba. Sulla
veranda c' un sonaglio per beb.
La riconosco,  la casa del quadro di Jaro. La porta  socchiusa, all'interno domina il silenzio,
interrotto di colpo da un debole piagnucolio. Qualcosa mi dice di non entrare, ma prevale l'impulso.
Apro la porta.
La stanza  piccola, si soffoca dal caldo. Sopra una vecchia stufa bolle una pentola. Intravedo le
fiamme tra le fessure dello sportello.
Devo far piano, non posso spaventare il bambino seduto sulla panca. Avr s e no due anni, ha i
capelli arruffati e i piedi sporchi. Indossa un'ampia salopette, il busto  nudo, a parte la grossa benda
grigia che gli fascia il petto. Il bambino sembra essersi appena svegliato. Piange, ma nel momento in
cui mi avvicino, si interrompe e mi guarda con occhi pieni di speranza.
E nonostante anch'io abbia paura, per la prima volta in vita mia sento che esiste un dolore pi
grande e pi importante del mio. Non so neanch'io come sia successo, ma sono seduta sulla panca,
tengo in braccio il bambino, lo stringo a me, tocco la fasciatura.
Che  successo, tesoro mio? chiedo, cullando il suo corpicino pesante.
Ahi piagnucola, appoggiando la testa alla mia spalla.
Ti fa male? Dov' la mamma?
Mamma ripete, accennando un sorriso e annuendo svelto. Punta il dito verso la porta.
Mamma!
La mamma arriva presto?
Annuisce di nuovo, le lacrime gli rigano le piccole gote. Per un attimo rimane in silenzio, tende
l'orecchio. Mamma arriva ripete.
Con molta attenzione sollevo il bambino, il suo corpicino pesante, madido di sudore, lo rimetto
sulla panca, qua dentro fa gi abbastanza caldo ma gli metto lo stesso una coperta sulle spalle.
Attraverso la finestra vedo mia madre che torna dal bosco. Ma non  quella di adesso,  pi giovane,
magra, persino pi bassa. Ha le mani piene di cestini e cammina svelta verso casa.
Capisco che ancora una volta sono finita in qualcosa che non mi riguarda. Non sono pronta a
incontrare mia madre, che sembra avere la mia et e deve occuparsi di un bambino sporco e in lacrime.
Salto gi dalla finestra, stavolta atterro nella stanza di Jaro, lo so.
Mamma! tuba il bambino alle mie spalle.
Quando ricado sul tappeto sento ancora la voce del piccolo. E dopo essermi rialzata, mi viene
spontaneo toccarmi le cicatrici simmetriche accanto alle scapole. Sono ancora l. Mi abbraccio e mi
gratto a sangue.
Esco dalla stanza di Jaro tutta tremante,  una stanza accogliente, luminosa, con le tende gialle,
il soffitto blu con le nuvole, i peluche e le macchinine sistemati in bell'ordine sugli scaffali. Il tappeto
decorato con una cartina stradale  pulito, qualcuno ha messo tutto in ordine, e mi rendo subito conto
che il ragazzino che l'abitava non ci entra da un po'. Quanto tempo  passato?  ancora vivo pap?
La casa  sempre silenziosa, proprio come l'ho lasciata. Mi tranquillizza un po', temevo di
trovarla invasa dagli uomini in nero che aspettano mia madre, pronti a tenderle una trappola.
I miei passi rimbombano in tutta la casa. Mi viene la pelle d'oca.
Percorro il corridoio, scendo le scale, passo davanti alla cucina. La casa sembra abbandonata.
Lentamente raggiungo la stanza di mio padre.
La porta  socchiusa, afferro la maniglia dorata e l'abbasso piano.
Ho la sensazione di aver gi vissuto un'esperienza simile; sognare e origliare al tempo stesso.
Non mi muovo, ogni respiro potrebbe tradirmi. Stavolta sono pronta ad ascoltare.
Pap  a letto, il suo lungo e magro corpo disteso sotto la coperta sottile, gli occhi aperti. La
mamma  inginocchiata a terra. Si appoggia al materasso, ma ogni volta che la mano di pap scivola
verso la sua lei si ritrae. Non vuole che la tocchi.
Ti ho aspettato. Lo sento parlare con voce sommessa. L'ho detto a tutti, volevo restare solo,
cos tu non avresti avuto paura. Volevo dimostrartelo, puoi fidarti di me.
Lo so dice lei. Si gira leggermente di lato ma non pu vedermi.  in ginocchio, con le spalle
rivolte alla porta. Eppure secondo me sa che ci sono.
Non ne posso pi. La voce di pap fruscia nella stanza. Devi aiutarmi.
Ti ho gi dato tutto quello che potevo dice mia madre. Se ti aiuto ancora, non rester nulla
per me. Devo proteggermi, ho dei figli.
Allora lasciami lei bisbiglia pap. Lei mi manterr in vita.
No replica la mamma.
 anche mia figlia La sua voce fruscia nella stanza come vento tra l'erba secca. Ho diritto ad
averla.
Non in questi termini dice mia madre.  in piedi, allontana la mano da quella di pap.
Allora  la fine dice lui. Non vedo le lacrime, ma lo sento piangere. Non puoi fare altro per
me? Non voglio continuare a soffrire.
C' solo una cosa che posso fare replica mia madre. Ma prima ne avevi una paura folle.
Ormai non ho pi paura di nulla mormora pap.
Sai cosa posso fare gli dice. Sei sicuro di volerlo?
Pap esita.
 come l'altra volta, ma al contrario?
Esattamente.
Sar doloroso?
Non per te. Mia madre si muove, vuole alzarsi.
Resta! L'appello di mio padre la trattiene dall'andarsene. Si inginocchia di nuovo.
Fallo le dice, non ne posso pi.
Sei sicuro?
S.
A questo punto vorrei chiudere la porta, ma temo che qualsiasi movimento, anche il pi piccolo,
potrebbe disturbarli. Trattengo il fiato. La mamma prende le mani di pap. Non riesco a vedere altro.
Passano alcuni secondi e non succede nulla. A un certo punto il viso di pap si deforma, cerca
di ribellarsi, ho l'impressione che stia urlando forte ma non riesco a sentirlo, come se il volume fosse
spento.
E poi  di nuovo sdraiato tra i cuscini, il viso  sereno.
Grazie le dice, prima di chiudere gli occhi.
Perdonami dice la mamma. Gli lascia andare le mani, gli incrocia le braccia sul petto, gli
tocca la bocca. Le labbra di pap si muovono in modo strano, il suo viso rilassato si contrae di nuovo in
una smorfia, la bocca si spalanca. Non credo ai miei occhi: ne esce un uccellino grigio, che si agita
rizzando le piume mentre la mamma lo afferra con la mano.
Se lo mette sulla spalla sinistra, si alza, si sofferma un attimo accanto al letto e abbassa lo
sguardo su pap. Non riesco a vedere il suo viso. Dopodich esce.
S'imbatte con me sulla porta. Non riesco a parlare per lo spavento, lei mi guarda,  stanca e triste.
Juli mi dice. Figlia mia primogenita. Andiamo a casa.
Chiude la stanza da letto e mi prende per mano.
Ma... Vorrei rientrare nella stanza ma lei me lo impedisce.
Non voltarti, mai.
Obbedisco. L'uccellino sulla sua spalla si pulisce le piume.
Non do voce alla domanda, ma un pensiero mi frulla per la testa:  un Inspiro. Come nel caso di
Ks. Un alito che non appartiene a te. Una vita che sembra data in prestito.  davvero cos? Ne so troppo poco per poter esprimere un giudizio.
L'uccellino sbatte le ali contro le mie guance.
Mia madre mi stringe forte le dita, la sua mano di solito rovente  gelida.
Scoppio in singhiozzi. La mamma aspetta che mi passi. Ben presto mi calmo.
Significa che pap  morto dico. Parlo in tutta tranquillit. Sono fredda come una palla di ghiaccio. L'indifferenza avvolge tutti i miei pensieri, soprattutto il pi terribile: Per lui  stato meglio cos. Pianger pi tardi.
Andiamo a casa mi ripete la mamma rabbrividendo.
La osservo di profilo. Lei guarda dritto avanti a s, ma gli occhi neri e rotondi dell'uccellino mi fissano senza piet.
 tutto finito dico. Ormai sei libera, pap  morto.
Rudolf non  tuo padre ribatte mia madre. Questo  solo l'inizio.
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FINE.
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Un grazie a...
...a mia madre ( sua la frase pi importante del libro); a mio padre (sempre); a Franka (la miglior lettrice che si possa immaginare); a Lilith e Sami, per la presenza;  a Barbara Gelberg (lei sa perch); a Georg Simader, che ha accantonato un poliziesco per un libro per  ragazzine; a Kerstin Gier, che alle Fate offre una casa calda; a Christiane Dring:  fantastico lavorare con te. E per le idee migliori e l'infinita pazienza, cos come per tutto il resto e molto di  pi... a Stephan.
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FINE.