Delia Benco.
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Ieri.
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ROMANZO AUTOBIOGRAFICO.
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1937. Ceschina Editore, MILANO.

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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
           Fondazione Ezio Galiano onlus
               http:\\www.galiano.it
      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Testo curato da: Claudio Paganelli per il "Progetto Manuzio", iniziativa dell'Associazione Culturale "Liber Liber".
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PRESENTAZIONE.
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Novella autobiografica che pu essere vista come romanzo di formazione permeato di amara disillusione. Si snoda dallinfanzia di fratello e sorella sulla quale incombe la tragedia familiare della morte della madre.
Prosegue con la invadente presenza della nuova compagna del padre e la nuova tragedia della morte del neonato fratellastro. Segue la  descrizione del declino del padre, ma il riaffiorare dallabisso di dolore lo troviamo nella descrizione dellincontro e della nascita del rapporto con il futuro marito Silvio Benco; pagine di eccezionale efficacia sia nella descrizione dellincontro, sia, soprattutto, nel delineare in poche righe con estrema determinazione lo sviluppo dellindipendenza e dellautonomia nellambito del loro rapporto.
Recensito con favore da Pietro Pancrazi che evidenzia la caratteristica pi evidente, non solo di questa novella autobiografica ma di tutta la prosa di Delia Benco: quella di filtrare ogni esperienza di ambiente e persone attraverso la pi marcata soggettivit.
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L'AUTRICE.
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Delia de Zuccoli, poi Benco, nacque a Trieste il 22 marzo 1882.
Lo zio, fratello della madre israelita, si chiamava Elia e questa parentela mise nel mirino della polizia austriaca tutta la famiglia che dovette subire perquisizioni e controlli.
Ancora bambina Delia rimase orfana di madre, morta di tubercolosi, come poi  anche il fratello di Delia che era giornalista e disegnatore satirico. Questa triste esperienza trova riscontro nellunico romanzo di Delia Benco, Ieri. 
Nel gennaio del 1901 Delia incontr Silvio Benco nella redazione del giornale antiaustriaco LIndipendente dove si era recata per sottoporre dei manoscritti allattenzione di quello che sarebbe diventato poi suo marito. Silvio Benco rinunci a spostarsi a Milano dove avrebbe avuto una carriera giornalistica meno tribolata per non abbandonare Trieste e Delia. Si sposarono, con rito civile, e dal matrimonio nacque la figlia Aurelia  nota scrittrice a giornalista, attiva in politica e poi moglie di Carlo Gruber.
Delia Benco fu molto amica di Eleonora Duse e le sue conoscenze nellambito del mondo letterario furono estese; ebbe corrispondenza con Papini. Ma  innegabile che Delia vivesse allombra del marito la cui attivit aveva successo e le cui pubblicazioni si susseguivano. Tuttavia la sua personalit non mancava di colpire numerosi autori.
Nel 1937 pubblic il romanzo autobiografico Ieri. Questultimo alla sua uscita fu definito da Pancrazi sul Corriere della Sera tra le migliori opere della nostra narrativa autobiografica negli ultimi anni.
La sclerosi a placche la rese invalida e la condusse alla morte il 18 agosto 1949.
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IERI.
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 1.
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La fotografia che mi sta dinanzi sembrerebbe fatta di recente, tanto bene si  conservata sotto vetro, nella larga cornice nera. Ma  proprio la sua verniciatura fuori moda che la fa retrocedere nel tempo, assegnandole l'et che non dimostra. Rappresenta due bimbi: fratello e sorella che si tengono per mano, appoggiando i gomiti sopra una ringhiera.
Luminosi occhi di cerbiatta ha la bimba, il naso breve, la bocca a labbra sottili, salienti come due ali, un fiume di capelli che allaga tutto lo sfondo, e le si rovescia sulla spalla un po' alta. Il vestitino  grigio, chiuso al collo e ai polsi. Tiene una mano afferrata alla ringhiera, l'altra sottomessa, vibrante come gli occhi, nella mano del fratello che vi preme su il pollice: vestito di nero, con cravatta incrociata sotto il mento gracile. Due pozzette gli stirano in gi la bocca, e tutta la luce gli si adagia sulla fronte.
Si chiamano Tita e Tito.
Veramente hanno altri due nomi, che figurano soltanto sulle etichette dei quaderni. Frequentano la stessa scuola, a una classe di distanza, e infilano i due portoni eguali, dopo essersi salutati all'angolo.
L'appartamento in cui vivono con babbo e mamma,  al secondo piano di una bella casa in un viale fiancheggiato d'ippocastani, che ha un poggiolo dal quale si scorge, nel fondo di una traversale, l'edificio a cotte rosse della scuola. Cinque stanze, un lungo corridoio e una terrazza a vetri. Potrebbero fare delle lunghe corse, giocare a nascondersi, e talvolta non reggono alla tentazione, ma si arrestano a mezzo il gioco, e in punta di piedi vanno a schiudere un uscio: mamma non riposa: sta leggendo vicino alla finestra e tosse.
Tosse sempre. Che ci sieno mamme sane che escono di casa tenendo i figlioli per mano, Tito e Tita lo sanno, ne vedono tante ogni giorno, pure le osservano e si volgono a guardarle. La loro mamma sta tappata in casa tutto l'inverno. A primavera schiude le finestre, e in certe mattine caldissime esce con zia Giulia, adagio, sostando sulle panche del viale, e raggiungendo con affanno la scalinata ad arco che ne segna il limite. La bimba ricorder per tutta la vita un pomeriggio dopo scuola, in cui trov spalancate le finestre, vuoto il letto e la poltrona. E il viso della mamma livido, al ritorno, sotto la veletta, e l'impeto di tosse violenta, irrefrenabile, che la immobilizz sull'uscio. Ma fra le tante medicine scure, dall'odore repulsivo, che la mamma sorbe ogni giorno, s'intromettono certe chicchere di brodo concentrato, e di malto di birra, di cui Tito e Tita sono ghiottissimi. Del malto specialmente, che si appiccica al palato, ingomma la lingua, dolce, saporoso come lo zucchero d'orzo. Si piantano l, aspettando il momento di potersi impossessare dell'avanzo, immergendo lo stesso cucchiaino adoperato dalla mamma.
La pi amorevole, intelligente mamma del mondo, come poteva permettere questo? Ma quello che  succeduto, forse, sarebbe successo egualmente. Tito aveva gli stessi occhi grigi della mamma, ed era il primo dei due figlioli partoriti a undici mesi di distanza. E anche la stessa fronte Tito aveva, sennonch quella della mamma era pi alta, o cos pareva per quella sua abitudine di scoprirsi le tempie. La continua sofferenza, aveva certo alterato la dolcezza di quel viso di mamma tanto fragile, di cui la bocca irrequieta formava il tratto prevalente, subito visibile. Piccola ella era, quasi incorporea nelle larghe vesti fluttuanti. Parca di parole e di carezze. La sua grande ricchezza di attivit interiore, accresciuta in raccoglimento, dava un tono cos alto al tenore della sua vita casalinga. Si respirava aria di chiesa nella penombra delle sue stanze. Aveva fatto un matrimonio d'amore, tardo, a trent'anni, abbandonando il suo posto di maestra. Figlia di fervidi patrioti e sorella di due esiliati dall'Austria, con i quali aveva sempre mantenuto una attiva corrispondenza, sfidante il pericolo. Tita e Tito conoscevano favole pi eccitanti di quelle di Cappuccetto rosso e del Gatto stivalato, ma da tenersi gelosamente segrete, da non mai propagarle tra i compagni.
La storia dello zio ricercato, nascosto nel camino del bastimento, di cui gli sbirri avevano fatto ritardare la partenza per poterlo ancora una volta perquisire a punta di baionetta, e contemporaneamente altri poliziotti perquisivano la casa, mentre la nonna, gi molto vecchia, messasi come per caso alla finestra che dava sul porto, aspettava, aguzzando gli occhi, lo staccarsi di quel bastimento dalla riva, per distinguere, appena si fosse mosso, lo sventolio di un fazzoletto, che sarebbe stato il segnale della salvezza del suo figliolo. E la mamma intanto, seduta compostamente su una seggiolina, sferrando la calza, si teneva nella tasca del grembiale, e ficcate sotto le trecce arrotolate a ciambella, quelle carte che gli sbirri cercavano per la casa bestemmiando.
E la storia della bambola? Di pochi soldi, di legno, con due macchie rosso magenta sulle guance e due pennellate di lacca nera sulla testa, la bambola che dormiva sul capezzale della mamma quando era piccola. E bisogn sacrificarla senza piangere, senza battere ciglio, perch era di legno, ed era il legno pi immediato da ficcare nella stufa, per accelerare l'incendio di un fascio di lettere prima che squillasse il campanello. Era questa, tra le storie, la pi vicina al cuore di Tita, lasciando impassibile il fratello, che augurava catastrofi ben maggiori alle bambole di casa, a quelle esposte nelle vetrine, e a quante ne erano in circolazione. Un invincibile ribrezzo gli incuteva la materia inanimata con capelli, occhi, forma di creatura viva. Una angoscia da farlo impallidire gli suscitavano anche la stoppa, il crine. Bastava un batuffolo levato da un cuscino per vederlo indietreggiare sconvolto. Tita ne approfittava spesso per estorcergli promesse o per scongiurare guerre. Ma nei momenti difficili, di reciproca difesa, balzava fuori il grande affetto che univa i due fanciulli.
Una cicatrice attraversava tutta la palma di Tito per aver egli nascosto in una stretta, al sopraggiungere della mamma, i cocci di una statuina spezzata dalla sorella. Pi che l'affinit di gusti e di tendenze ancora in embrione, e lo stare sempre insieme con rare possibilit, fuori di scuola, di trovarsi con dei compagni, aveva influito a sviluppare il loro affetto, la solidariet di cautele tra le quali si svolgeva la loro vita quotidiana. Il passo rumoroso, lo sbatacchiare degli usci, la voce grossa, erano licenze riservate unicamente al babbo. Cos diverso dalla mamma. Sano, esuberante, tanto bello, che tutte le altre facce al suo confronto apparivano sbiadite e grossolane. Quando il babbo stava di profilo era tale e quale l'eroe stampato sulla copertina del testo di storia. I capelli aveva corvini, gi brizzolati alle tempie, gli occhi verdognoli in pozze d'ombra, la linea del naso, della bocca, del mento, talmente perfette che dava piacere a guardarlo. Somigliava al ritratto ovale della nonna appeso nel tinello; la nonna contessa, dai capelli divisi sulla fronte, dal lungo collo sottile, che aveva avuto tre figlioli maschi, nati ognuno sotto altro cielo durante le peregrinazioni con il nonno console. Il babbo era nato in Grecia, e vi aveva trascorso tutta la sua prima giovinezza. Spesso parlava di Patrasso, schioccando la lingua sul palato, ch'era il suo modo di ritrovare il sapore di quell'aria imbalsamata e il colore di quel cielo. Le sere, quando si tratteneva dopo cena, seduto a fianco della mamma, in maniche di camicia sia d'estate sia d'inverno, tenendo costantemente il gomito puntato sulla tavola, Tito e Tita erano beati ma trepidanti. Bastava alle volte una parola, anche un troppo ostinato silenzio, un pi lungo scoppio di tosse della mamma, a dargli movente per una scenata. Ma quasi sempre si infilava la giacca, andava in cucina a fare una chiacchierata con la domestica, finch un violento colpo di porta dava il segnale della sua uscita: Rincasava tardissimo, portando fette di torta o frutta, che divideva in parti eguali sul tavolo dell'anticamera, dove erano gi posti i due pacchi di libri stretti nelle cinghie.
Tita dormiva nella camera della mamma, sopra un basso divano, vicino al suo letto. Dopo essersi stesa sotto le lenzuola, poneva le due voluminose trecce accanto al guanciale della mamma perch potesse usarle come campanello d'allarme in caso di bisogno. S'era perci abituata a stare immobile anche durante le paurose veglie a lume spento, quando l'attaccapanni nell'angolo, con il piedestallo tondo e la serie di braccia ramificate e contorte, cominciava a farsi spaventevole per tutti quei fantasmi che suscitava all'intorno. Se l'angoscia proprio diventava insostenibile, Tita azzardava:
Mamma, dormi?
Che c'? Alzati e vai a fare quello che devi. Lo sai pure che poi ti addormenti subito e in pace. Vai.
Fissando l'angolo infernale, Tita scivolava a terra, compiva in fretta il bisogno liberatore, rimetteva le trecce sul guanciale della mamma e si addormentava. Ma nonostante il rimedio infallibile, una strana apparizione turb la bimba per pi notti di seguito. Non proveniva dall'attaccapanni; sorgeva a pochi centimetri dal suo giaciglio, nebulosa, dapprima, fluttuante come una vampata di fumo, che a poco a poco si delineava, assumendo la forma di un angelo gigantesco, con le mani protese, la testa china, le due grandi ali spiegate, che si arcavano all'altezza del soffitto. Rimaneva cos per qualche attimo, immobile come una statua, e poi si dileguava, si scioglieva in fumo.
Dopo le prime sere, Tita non provava pi spavento. Ormai sapeva che l'angiolo sarebbe apparso, e lo attendeva lottando contro il sonno, e accumulando coraggio per il grande momento in cui si era prefissa di toccarlo, volendo a tutti i costi sapere se era solido o fatto unicamente d'aria. Tito al corrente del progetto, ma insofferente di indugi, la esortava alla prova, suggerendole anche il modo pi spiccio: contasse fino a tre, poi di colpo, come si tracanna l'olio di ricino, lo afferrasse con la mano.
Cos fece la bimba. E fu come se si preparasse a gettarsi in un abisso. S'irrigid tutta, sprang gli occhi, trattenne il respiro, protese la mano e strinse il pugno.
Mamma, presto, luce: accendi il lume.
Ma non c'era pi nulla. Quell'alcunch di pi leggero e morbido della seta, e tanto pi consistente dell'aria che aveva riempito il suo pugno, era svanito.


 2.
Da allora erano trascorsi un paio d'anni, ma imbottiti di avvenimenti come quei sacchi dei cenciaioli che se ne stanno ritti sul loro fondo.
Tita aveva gi le gonnelle fino alle caviglie, e Tito la faccia scarnita da due colpi di pialla dall'orecchia al mento. La casa era quella di prima. Sennonch porte e finestre ora potevano rimanere spalancate, e si camminava liberamente, parlando a voce alta, come se si stesse in strada. Molte domestiche si erano avvicendate nel frattempo, facendo fagotto rabbiose, e sbattendo l'uscio con insolenza; finch una slava, zigomi larghi e frangia setolosa sulla fronte, pareva volesse sospendere la serie. Lo strano sguardo che aveva. Sempre tenuto basso e sfuggente, pronto ad attanagliarsi addosso, non appena le si volgevano le spalle. Della stessa ambivalenza anche la sua specie di devozione per i due fanciulli, che si esplicava in difesa e protezione da can mastino verso terzi, rimanendo priva di calore nei rapporti quotidiani. Dalla pi sguaiata allegria, ella si chiudeva in bronci astiosi, che le stampavano una ruga tra lo spacco della frangia. Ma certi pacchi che il babbo poneva sul suo letto, credendo di non essere scorto, le ridonavano l'umore gaio. Il babbo, al pari della serva, alternava ondate di tenerezza a rigori eccessivi. Capace era per un nonnulla di rincorrere i figlioli con un coltello in mano, e di sorpassare indulgente alle loro pi gravi marachelle. Sempre disposto a spese di quaderni e libri, ma dimentico della classe che frequentavano, e del tutto estraneo all'indirizzo dei loro studi. Quando gli venivano presentate le note trimestrali, il babbo si indugiava a contemplarle soddisfatto, come ammirasse due bei quadri, e dopo essersi messo con impegno a calligrafare la sua firma, distribuiva mance generose per il piacere procuratogli.
Certe sere giungeva all'improvviso, esigendo che sul momento venisse interrotta ogni applicazione, per trascinarsi i due figlioli, uno per lato, in uggiose lente passeggiate lungo moli e rive, con l'inevitabile approdo nella solita osteria, dove li costringeva a rimanere per delle ore dinanzi ad una sucida tovaglia, e a prestarsi vergognosi all'esibizione di tenerezze e di elogi, in rapporto ai quarti di vino che aveva bevuto. Posta era quell'osteria in un quartiere popolare, incassata in un vicolo cieco, sempre ingombro di bucce di limone e d'acqua limacciosa colante dal banco della gigantesca venditrice di molluschi. Sul vano della porta, pareva ondeggiasse una cortina color fuliggine, tanta era l'ombra accumulata dentro, nella quale bisognava inoltrarsi scendendo ancora tre alti gradini, tra il tanfo acido delle botti e dei grassi caldi.
La tavolata nel fondo, addossata alla roccia, era quasi sempre gi al completo. Tre vecchioni muti. Un legnoso barbuto ex giornalista, datosi a fare il chiromante, accompagnato da una signora piccola, tonda, dalle mani piene di anelli, con le quali aggiustava continuamente il cappello infiorato che si teneva sulle ginocchia. Talvolta si aggiungeva anche un giovane avvocato slavo, elegantone, beniamino dell'ostessa, che perorava destreggiando una canna dal pomo d'avorio. E per tutto un inverno, che fu l'ultimo della sua vita, frequent quel tavolo un'attrice celebre ai suoi tempi, ormai vecchia, malata, caduta in miseria, ma dallo spirito rimasto sveglio e giovanile, e con prepotenza sicura di giudizi che le erompevano dalla larga bocca storta, tra uno sputo, un ampio sorso di vino, e una tirata di sigaro toscano. Ingorda di caff, di pietanze a forti droghe, era inseparabile da una borsa tutta frusta, piena di mozziconi di matite e candele, mazzi di chiavi, vecchi itinerari ferroviari, grandi fazzoletti colorati, e ben sotto, nel fondo, legato da un nastro verde, un fascio di lettere di Carducci, che ella non si fidava lasciare nelle poco rassicuranti camere di affitto.
Tita, "perch aveva negli occhi il lume di una promessa; ma quale?..." pot una sera leggerle. Brevi quasi tutte. Con l'insistenza di un "grazie" sonoro come una schioppettata, "all'unica che sapesse dire i suoi versi", in calce e in chiusa d'ogni foglio. Mentre l'attrice, gelosamente, si affrettava a riannodare il nastro, badando a dire con la voce roca: "queste hanno da scendere con me, nella tomba", Tita (aveva allora tredici anni) avrebbe tanto voluto pregarla di dire una poesia di quel poeta, se il panico di dar voce all'impetuosit del desiderio non l'avesse trattenuta. E anche in seguito, con l'ammucchiarsi degli anni, le perdur quel penoso squilibrio tra ardore e timidit di esprimerlo.
Pareva per che il babbo avesse rinunciato a portarsi i figlioli all'osteria, perch ne trascorse del tempo prima che la brusca scampanellata venisse a dare una storta al filo della loro vita, che si sgomitolava tra casa e adiacenze del viale fiancheggiato dagli ippocastani. La scuola era di faccia. Con uno scivolone sul marciapiedi, eran gi dentro alla cartoleria del gobbetto, che conosceva ogni scolaro per nome, e concedeva acquisti a credito, purch non se ne avvedesse quello spilungone arcigno di moglie, che manovrava i gomiti all'altezza del suo viso appuntito da topo. La voce di una sua assenza dalla bottega circolava fulminea per la scuola come l'annuncio di un giorno di festa. La compera agognata si poteva considerarla conclusa, con l'aggiunta d'un regalo di pennini, di orari scolastici e di fogli di carta assorbente. Rallegrava soprattutto il poter brulicare tra banco e vetrina di quel budello, sfogliando gli album di cartoline illustrate e di decalcomanie, e potendo scegliere in pace tra pile di quaderni, quello dalla copertina pi abbagliante. Quando chiasso e tramestio di mani divenivano inquietanti, il gobbetto levava fuori una vocetta talmente stridula e piagnucolosa da togliere gusto a contraddirla, anche senza l'intervento del solito fanfarone che spergiurava sull'avanzarsi del drago in gonnella.
La Latteria Svizzera, invece, con i suoi quattro tavolini infiorati, era piantata alla radice del viale, per dare il piacere di raggiungerla di corsa, ed entrare trafelati a comperare quei rettangoli ingobbiti di nocciole, che si scioglievano come cielo in bocca, per divenire di una croccante durezza cos saporosa dopo qualche giorno, da non sapere mai a quale dare la preferenza, vedendoli allineati sui due piatti.
Ma come il passo di Tita somigliava quello di una vecchietta, quando scantonava a met viale, per recarsi all'odiata lezione di ricamo. Dipendesse da quei depositi di legname e carbone che si inabissavano lungo i due marciapiedi, o dal grigiore delle vecchie case, sta il fatto che di pieno giorno, la luce si arrestava all'imbocco di quella strada. Simile a una mantella agganciata male, la trepida voglia di sentirsi vivere scivolava da Tita, appena dentro al portone vigilato dalla mummia nel suo gabbiotto. Il telaio, tenuto ciondoloni, picchiettava i gradini nell'avvicendarsi dei pianerottoli a porte giallastre, con i pi buffi nomi incisi sulle targhette. Dall'uscio socchiuso del quarto piano, dove bisognava si fermasse, guatava la testa del gattaccio nero, rinculante al colpo di gomito che si faceva largo. Una delle tre maestre, dal tavolino posto nel corridoio, sollevava il viso paonazzo, per riabbassarlo subito dopo sulla carta oleata, movendo la gonfiezza ripugnante delle dita, e mostrando la rotondit lardosa della schiena. Puzza di chiuso veniva incontro dal camerone ingombro di cavalletti, telai, tele afflosciate, con sopra teste chine di fanciulle, dove presiedevano, distanti quanto consentiva lo spazio, le altre due maestre, con missioni del tutto separate e inconfondibili. Lo stangone piallato, avvolto in un grembiule bianco sorvegliava i cuciti, quella dalla statura pi mansueta e dal mento barbuto i ricami, mentre la vecchietta, nel corridoio, componeva e calcava i disegni. La pi umana: l'unica anche non rimasta zitella, per quanto si sussurrasse che il suo matrimonio fosse durato una settimana, il tempo di fabbricarsi quella figliola gi un mostro di bravura nel cucito, che vagolava col suo diadema di trecce d'un biondo strepitoso sul viso insipido.
Ma si trattasse di filo, lana, seta, d'ogni genere di materiale, in ogni tentativo, sempre s'ingarbugliava nelle mani di Tita, incapaci di dar fuori un solo pezzetto di lavoro esatto, nel tempo che le altre, con tutta facilit, non mollando il cicaleccio e le risate, compivano dei capolavori. Dispetto, rancore contro la sua inettitudine, finivano col vincere anche il tedio, e pi d'una volta una pioggia silenziosa di lagrime, colando sul lavoro, completava il disastro.
Alla lezione di francese Tito e Tita andavano insieme, percorrendo il viale in quasi tutta la sua lunghezza. Andavano tra i due filari di alberi in cos stretta famigliarit con gli abitanti di quel rione, i negozi, le case, il mondo delle mamme affacciate ai balconi, e sedute sulle panche, dei bimbi scalmanati in giochi sotto alle grandi cupole di fogliame, da cui ergevano i rosei e bianchi candelabri, che si spegnevano in un turbine di piccoli fiori senza gambo, ammassati a terra come farfalle. Ma in qualsiasi stagione, anche quando procedevano lesti, intabarrati, tra refoli di bora, Tita e Tito contrastavano, ch'era il loro modo di volersi bene per strada. Interrompevano la disputa all'apparire del naso adunco della maestra, penzolante dallo sporto a vetri di un primo piano. Ci teneva, costei, all'immancabile spunto di conversazione piovuto dall'alto:
Bonjour, mes enfants.
Bon jour, madame.
Avez-vous etudi la leon?
Un "oui" fluttuava tra masticature di dispetto, e stavano ancora salendo le scale, che ella era gi pronta sull'uscio, sporgendo il naso dalla pesante cortina che celava gli innumerevoli chiavistelli. Dava lezione come una pitocca, sotto un lumicino a petrolio, nella lussuosa anticamera del vasto appartamento di una sua zia milionaria, che di grazia le concedeva quell'angolo. Seduta, la maestra sembrava una gallina spennacchiata, con veramente qualcosa del volatile nel viso adunco giallo, sul lungo collo screpolato. Ma quando si levava, la circonferenza delle sue anche superava quella del tavolo. Indossando un vestito smesso della zia, con il lindo colletto chiuso dal melanconico fermaglio, ella aveva nondimeno una sciccheria da gran dama, e non stupiva che ella fosse stata in giovinezza la protagonista di quei favolosi racconti con sfondi di palazzi, parchi, folle di servi, in calde regioni lontane, di cui parlava gli idiomi, illudendosi, poveretta, di poterli anche insegnare. La grammatica era la sua bestiaccia nera, e cercava il pi possibile di evitarla prodigandosi in letture e dettati e caricando gli scolari d'interminabili compiti domestici, nei quali sottolineava sempre gli stessi errori. Quando non preferiva i lunghi monologhi sui tempi felici, rotti da sospiri e da sbirciate prudenti agli usci appanati, dietro ai quali, di tanto in tanto, si intravvedeva un calco di strega in cuffia: la zia decrepita e milionaria che si appostava ad origliare.
Per buona sorte, subito dopo, toccava la lezione di ginnastica. Sempre partendo dal viale, Tito e Tita salivano un'erta ripida, finch a una svolta, appariva quella villetta bianca nella macchia dei vecchi castani. La somma di movimenti, impulsi, scatti di creature giovani, frenata, ricacciata dentro per troppi anni, si scaricava gi sui primi gradini che conducevano agli spogliatoi, dai quali uscivano per scendere nella palestra, o per attendere scalpitanti il loro turno nella galleria. La faccia quadra, elettrizzante del maestro, rossa agli zigomi, corsa dalla saetta dei baffi neri, era quella di un dio. Non avrebbero barattato un suo elogio per una medaglia. E proprio l'unica sua figliola, doveva essere l'allieva pi spaurita e inetta ad ogni sorta di esercizi, per cui veniva regolarmente tolta dalle file e scaraventata in un angolo, dove le si formava intorno un bozzolo di pietosi ad asciugarle le lagrime. Che si potesse piangere per non amare la ginnastica, era un mistero inspiegabile a Tita, anelante di venir rinchiusa nella palestra tutta una giornata, e realizzare in parte la fiaba che il sogno le tesseva ogni notte, con infinite varianti, pur costante nel darle quella sensazione di volteggiare pericolosamente su un trapezio fissato alla cupola del cielo. L'improvviso panico che colse Tita al saggio finale, il suo afflosciarsi in un brivido di vertigine, con i piedi infilati negli anelli nell'ultimo slancio che la portava parallela al soffitto, fu l'epilogo di tutte quelle bravure compiute per troppe notti di seguito.
Si fosse un giorno sprofondata quella palazzina tra il folto dei castagni, come scompare il sole tra le nubi, da non pi vederla, da cercarla invano dopo la scalmanata corsa per raggiungerla, il mondo avrebbe perduto tre quarti del suo valore. Sarebbero rimasti i libri, ma sempre troppo pochi, mai bastevoli, da doverli quasi sempre spaccare in due, prima di andare a letto, battagliando per riservarsi la porzione pi grossa. Null'altro. La solita panca a scuola, le solite lezioni ad ora fissa, il tavolo, a casa, tra i due armadi.
Tutto quello che un po' si avvicinasse alle grandi cose stampate, avveniva in quella palazzina, che da palestra si trasformava in sala da ballo, e in teatro; e in certe magiche sere d'estate, spalancava tutte le porte sul parco dei castani inghirlandati di palloncini, tra brusio di ragazzi e di grandi seduti ai tavoli. Aspettarla quella festa era davvero inebriante; ma poi nasceva in Tita quell'infelicit inspiegabile. Quel panico e quel disagio. Lo spegnersi come di un lume. La fatica di simulare una vivacit che era cos spontanea in Tito e in tutti gli altri. Quel bisogno di rannicchiarsi in un angolo. Dipendeva forse dal sentirsi addosso il vestito pi sgraziato, di quella detestabile stoffaccia grigia, scelta come sempre dal babbo, col solito gesto di ben tenderla agli orli per sincerarsi della sua resistenza. Anche, forse, dall'essere loro due i soli senza accompagnamento di genitori che aspettassero a uno di quei tavoli. Non trovava, non riesciva a spiegarsi l'origine di quello stato di depressione che la coglieva immancabilmente tra l'allegria degli altri. Aggravata (ne era certa) dal trovarsi mischiata a tutte quelle bimbe della sua et, che gi le facevano odiare la scuola, le guastavano perfino la ginnastica dove avrebbe voluto essere imbrancata coi maschi. Quel mondo di gonnelle e grembiali le dava una sensazione non bene definita, tra soggezione e repulsa. Si sentiva come fuor di posto, impacciata nei rapporti. Intollerante, soprattutto, schiva di quelle tiranniche amicizie formicolanti tra le bancate, di cui, neanche annusassero nell'aria il suo dispetto, veniva presa di mira. Nonostante ci, e quant'altro ancora di poco allegro s'impastava alla monotonia delle giornate, succedeva egualmente il fatto miracoloso di volare insieme al tempo, di non sentirlo mai fermo, mai arretrato alle spalle: la vita veramente incominciava dal giorno dopo.
Pure, per quanto il tempo volasse, non ne poteva essere trascorso tanto dall'ultima volta che il babbo li aveva condotti all'osteria. E come cambiata doveva riapparire ai loro occhi la vecchia attrice, malgrado la sua giovialit nell'accoglierli. Sotto la falda agitata del cappellino nero, il viso acceso s'era tutto afflosciato in grinze e borse che lo mandavano ancor pi dentro ai due sboffi delle maniche. Ma pi battagliera che mai, la voce rauca sbrogliava il suo filo lucido, tra l'annaspare lento e insonnolito dei soliti vecchioni:
Sempre l'assurdit dei paragoni, che mi fanno l'effetto di scarabei mandati da un cumulo all'altro, per contare quante pi pallottole di sterco ne possono far uscire. Se almeno si procedesse onestamente per confini. Ogni arte ha il suo campo immenso di possibilit, e dieci vite ci vorrebbero per poterlo percorrere da capo a fondo. Ma eccoti la bravura, eccoti la genialit: in una sola, raggiungere le ultime palizzate, farci una piccola breccia, spingere fuori da prima la mano, poi, s' possibile, tutto il braccio, e puntare un piuolo pi in l. Tirate fuori il metro addesso voialtri, per misurare le distanze. Quante volte credete che nella mia tribolata carriera d'artista sia riescita ad abolire sotto i miei piedi quel puzzolente rettangolo di palcoscenico? A leggere la filastrocca dei critici l'indomani, si sarebbe detto ogni sera, come la buggerata di un piatto di pasta e fagiuoli sempre pronta. Scambiate ho le mie viscere con due, tre personaggi al massimo, avendo vestito gonnelle, e detto corbellerie di un centinaio. Ma lo spaghetto, Dio!..... quando dovevo cimentarmi proprio in quelle parti che mi avevano tratta dalla fame nera, e dato al mio nome un perch d'esistere, di cui intere battute, pause, gesti, erano ancora da commediante travestita. Una falla all'orlo della calza chi la vede, all'infuori di noi che ne sappiamo il punto esatto? E gi battimani, fiori, inchini da maggiormente arrotondarmi la schiena, e pugni sulla testa una volta chiusa nella mia stanza d'albergo. Peggio che il dover rifare tutto da capo, l'innestare, mi capite? quel mosaico di gesti e intonazioni nuove nella facciata ormai approvata, sancita da quel bestione ch' il pubblico, correndo il rischio di far crollare tutto.
Qui uno sputo. Poi una pipata di toscano.
Ma Tita ricorda che fu proprio quella sera, che Maria Rosa Guidantoni esaud il suo desiderio senza bisogno di preghiere, dopo essersene stata un bel po' in silenzio, con fissi gli occhi azzurri, orlati di rosso, sull'alcova dove si accalcavano le botti. Tirata su come da una molla, l'attrice si era sollevata adagiando il grosso ventre sull'orlo del tavolo, e portando in luce, sotto il lume a petrolio, il povero viso con il gran taglio storto della bocca. In un lento giro gli occhi azzurri passarono in rassegna il poderoso focolaio chiuso nel suo graticcio, ad uno ad uno gli altri tavoli con ombre di straccioni seminate intorno, per infine inchinarsi furbescamente sugli amici, annunciando che avrebbe detto il "Saluto Italico". E tosto la voce le usc rotolando nodi di raucedine, che dovettero scapparle invisibili dagli angoli della larga bocca, tanto pura si fece quella voce via, via, aderente, incarnata alla polpa delle parole. Rendendo perfetta la similitudine del brusio d'api, chiamate a raccolta da un colpo secco sul rame. E sciolti i versi, subito dopo, alati, spinti in altitudine, da proprio vederli leggeri, vibrati come aquilotti, a frugare il silenzio e a interrogare i morti. In un crescendo di volumi bronzei, che diedero a quell'Italia gridata tre volte, il suono di tre rintocchi di campana.
L'ostessa si precipit con il grembiule sollevato per metterglielo sulla bocca. Tremanti, pallidi, i vecchioni balzarono dalle sedie. Occhi fosforescenti guizzarono dai tavoli. Nessuno azzard compiere un gesto, n dire una parola. L'Austria, in blocco, imperava fuori della porta, e qualche pezzetto poteva esserne rimasto dentro.
Scartato bruscamente il bavaglio, l'attrice si pul la bocca con uno dei suoi fazzoletti sgargianti, e allorch si accorse che tutti erano in piedi, inquieti e desiderosi di andarsene, tracann d'un fiato il suo bicchiere, ripose nella borsa il residuo di toscano, e con aria mattacchiona, spingendo innanzi il largo corpone, si appese al braccio dei due fanciulli.
Abitava a pochi metri da quel vicolo. Si ferm dinanzi a una casaccia scura, e prima di sparire nel portone, scocc un bacio ad entrambi.
Passo passo, babbo e figlioli uscivano dal dedalo di quelle strade miserabili, dove bisognava, ogni momento, scansare uno scivolone o il zig zag d'un ubriaco, mentre Tita stava dicendosi: "Dunque quella la grande Poesia. La mamma, certo, doveva conoscerla e amarla. Pure l'aveva immaginata diversa... difficile a dire come... Forse una grande poesia, che fosse nel tempo stesso pi piccola".


 3.
Eccola, eccola: non ho messo in bocca la prima cucchiaiata, che  gi pronta a riscuotermi il suo denaro. I tuoi soldi li avrai, non temere, li avrai. E a voi due, dico: se volete passarla liscia, badate a chiederle ancora una volta un solo centesimo. Peggio di una serva. Indegna di sedere al posto di quella santa. Anzi qui, subito... Il babbo mette la mano nel taschino, estrae un pugno di moneta spicciola e la scaraventa sulla tavola; si leva, va a infilarsi la giacca, e sbatte l'uscio.
Ingorgata in una vampa che le arrossa la sottogola, e le si propaga sull'ampiezza delle gote rimpicciolendole i piccoli occhi, naso camuso, bocca prominente e sanguigna, pi che mai la matrigna richiama in quel momento una di quelle teste esposte nelle vetrine dei pizzicagnoli. Tito, a sua volta, certo l'ha notato, perch sta troppo chino sul piatto vuoto.
Da qualche tempo, vostro padre si  presa l'abitudine a queste scenacce ed ella si stropiccia la lente che ha su quel centimetro di collo ampio e rigido.
Starebbe in te, Flora, di evitarle,	 dice Tita, non seccandolo appena si mette a tavola.
Proprio oggi, che gli avevo preparato gli uccelletti al forno che predilige... Infatti la serva sta entrando, e viene a deporre una terrina traboccante di rotoli di carne scura, infilzati su uno stecchino. Flora fa subito avanzare i piatti, amorosamente li colma, e avida si mette a mangiare.
Dite: potrebbero essere pi gustosi?
Eccellenti, afferma Tito, imbarazzato dalla porzione enorme, e dal nessun appetito.
Si fossero in dodici, ognuno si leverebbe sazio. Tutti i giorni, pranzo e cena, la nausea di quello sguazzo che si sussegue tra inchieste sospettose e approvazioni al superlativo. Gi la sera prima, Flora va a erudirsi in culinaria, e a preparare la lista dei cibi da ammannire il giorno dopo, nella bottega della sorella Severina, e poi in casa di sua madre, che abita l di faccia; una cara vecchietta, con treccioline candide, e il largo grembiale, che, colta a non averlo, scappa con la vergogna d'essersi mostrata nuda. Ed  l che vengono organizzate le scorribande della loro cuoca e del pi giovane commesso di bottega per piazze e pescherie, l'esito delle quali Flora aspetta l'indomani, passeggiando pel corridoio, nella trepidazione di quel suo ventre che ingrossa a vista d'occhio.
L'uomo della loro famiglia  Severina. Vedova senza figli, da quasi mezzo secolo dirige il negozio di cappelli e berretti di cui  proprietaria, occupante tutto l'angolo e la facciata posteriore di una casa cinquecentesca, con grazia di poggioli e colonnine, che prospetta su una piazza. Impettita, facendo risuonare il mazzo di chiavi agganciato alla cintola, ella attraversa di buon mattino il viottolo tra casa e bottega, per salire il trono della cassa, e rimanervi fino alla chiusura in una immobilit inquietata da un tic curioso: strizza l'occhio, e muove le mascelle come se masticasse. Ma in quell'apparente torpore, il suo cervello quadro d'amministratrice, sbroglia la matassa d'affari dell'azienda, vigila e segue l'andamento domestico delle due famiglie, sapendo con altrettanta precisione quello che bolle nelle pentole e il numero di cappelli e di berretti stipati negli scatoloni. Non cos sicura, e crucciata pi di quanto lo dimostri, di non esser riescita, dopo un anno, a valorizzare lo stravagante uomo, e quei due ragazzi anche pi indecifrabili, ai quali la sorella, dotata d'ogni grazia di Dio, s'era incapponita a volersi unire. Ma troppo basso, forse, quel soffitto, e d'un sentore di muffa l'aria bloccata tra muro e scansie, per poter risolvere tale genere di problemi, con di pi l'incessante andirivieni dei due commessi, che a braccia conserte ammazzano le ore, passandole dinanzi, simili a due funebri batacchi di campana.
Perch i clienti, la maggior parte uomini di mare, giungevano numerosi soltanto al sabato e alle vigilie delle feste, dopo aver compiuto con poche varianti, sempre lo stesso armeggio di astuzie. A gambe larghe e pipa in bocca, passano per il vicolo dandosi l'aria d'aver ben altro per il capo che l'idea di rinnovarsi il berretto. Infatti non badano alle vetrine, tirano oltre, e giunti all'angolo, dove s'incrocia l'arteria movimentata che sbocca nella piazza, acciuffano il buon pretesto per piantarsi l, senza dare nell'occhio. Ma ci durano poco, ch da spettatori annoiati, rifanno il vicolo, accostandosi sempre pi alle vetrine, finch prezzi, forme, colori, si sono bene stampati dentro alle loro zucche. Allora entrano. Non mercanteggiano e non discutono. Se la prova di una mezza dozzina di berretti sembra loro non corrispondere all'impressione avuta dal di fuori, sputano, escono, e infallibilmente ritornano, dopo un altro paio di giri, trovando il berretto che meglio loro calcava sulla testa gi avvolto nella carta velina.
Della buffa manovra, l dentro, nessuno prende pi nota, come rito ormai incluso nelle pratiche del comprare e vendere. Severina registra l'incasso, e i due commessi, rimessi a posto gli scatoloni, ricominciano l'eterna passeggiata nella pi melanconica bottega del mondo, in cui appena appena, tra porta e selciato, s'intrufola un tantino di riverbero, anche se il pi indiavolato tramonto insanguina cielo e mare al di l della piazza.
Perch non fai il facchino, il venditore girovago, lo zingaro magari, pur di scappare di qui? chiede Tita sottovoce, al giovane commesso, che sta legando uno di quei tanti pacchi destinati a casa. E lui, a dar fuori una risata di cui non lo si sarebbe ritenuto capace. Tita lo guarda meravigliata, troppo piccola per sapere che all'ingenuit di certe domande non si pu rispondere altrimenti.
Ma come poteva prevedere, quel tanghero, come poteva leggere, con quegli occhi da cane frustato, nel destino di un bimbo che aveva ancora da nascere? Il figlio del babbo e di Flora non sarebbe forse divenuto il padrone della bottega? Dunque mai nulla si sarebbe mutato, tranne la fregola di passeggiare, fino al logorio dell'ultimo paio di scarpe, dinanzi a un nuovo carceriere. Padrone quel bimbo, di tutto. Della bottega, e di tutta quella roba misteriosa giacente nei cassoni, dietro la cortina gialla nella stanza di Severina, sempre chiusa a doppio giro di chiave, dalla quale si sprigionava un odore d'incenso e di mele acide. Padrone di trascinarsi gi dalla soffitta, tutti i tesori che vi dovevano essere ammucchiati. Padrone della cassaforte strapiena, da doverla vuotare ogni fine di settimana. Padrone, col tempo, di tutti i dolci suscitanti pi golosa voglia d'averli in bocca, e di tutti i libri del mondo, freschi, freschi, appena usciti, senza punto bisogno di star a magnetizzare con gli occhi le vetrine, nella speranza di vederle a un tratto spalancarsi, rovesciando a terra il prezioso bottino. Come padrone era gi di due culle: rosea quella in casa del babbo, azzurra l'altra in casa di Severina. Due sarte stavano gi confezionando il corredino, e gi la balia sedeva disoccupata negli angoli pi scuri, dai quali bisognava insistere per trarla fuori nell'ora dei banchetti, come se ella non amasse portare troppo in luce quel suo viso corrucciato di madonna, n mai sentisse alcuno stimolo di vita.
Di questa aggiunta di gente estranea in casa, e sovrabbondanza di cose nuove, Tito e Tita provavano l'istintivo pudore di non parlare; la tacita intesa di soffrire ognuno per proprio conto, trincerati dietro il paravento delle loro schiene unite, curve sullo stesso tavolo. N il babbo certo risparmiava la sua irritazione, pescando continui pretesti per litigi in quel suo affrettato venire e uscire di casa, con l'unica sosta cordiale in cucina, a chiacchierare con le domestiche, e a stuzzicare il mutismo della balia. Flora, tutta assorta in digestioni sempre pi difficili, appena levata da tavola si sdraiava sul sof a pianelle rigide, divaricate, tenendo in mano, a pagine capovolte, per interi dopopranzi, un libro qualsiasi pitoccato ai figliastri.
In piena notte, gemiti da bestia sgozzata, tumulto di passi, voci, trilli di campanello, annunciarono la nascita del bimbo.
Nella stanza di Tito, attigua a quella della sorella, con porta di comunicazione aperta, buio e silenzio. Ma i due occhi certo spalancati, poich risuonavano continui colpi di tosse repressi, soffocati sotto le lenzuola. Tita svegliata di soprassalto in quella voragine di buio, e di silenzio che non osava interrogare, met fuori dal letto, aggrappata alla testiera, sentiva il ventre dolorante, stretto da spasimi, e una infelicit cos acuta, cos nuova, da non poter provenire tutta dall'ingiustizia che si stava compiendo. E un'arsura, e l'eguale precipitoso pulsare del sangue, riallacciante ricordi di malattie superate nell'infanzia, tra un avvicendarsi di visioni angosciose, che andavano a stamparsi su quelle tenebre. Il bove... quello di San Luigi dove erano stati a villeggiare con la mamma. La ripugnante visione lo ricalcava tale e quale, appeso nel sottoscala, con il lungo ventre spaccato, tenuto teso da un tramezzo di legno. E a terra, lo staio pieno di serpi, ch'erano budella dilaganti sterco, con sopra l'agitarsi di una gonnella rossa, a tante pieghe, che disegnava una cupola enorme, dalla quale uscivano due braccia grosse, dai gomiti violacei, rimestanti quella melma. E subito dopo, i due occhi di vetro del bimbo morto in soffitta. Condotti di nascosto dalla serva, con raccomandazioni di non dirlo alla mamma, erano saliti a vederlo. Stava in mezzo a un grande letto. Non gli si vedevano che gli occhi sotto la fronte di cera. Il resto pareva ingroppato ai mucchi di stracci e di lenzuola sporche. E tutt'intorno donne che piangevano, come piangono i poveri. Ad ogni nuovo urlo che rotolava pel corridoio, infrangendosi alla porta, i due occhi si staccavano dalla fronte per correre nel buio.
L'irrompere di nuovi scoppi di grida arrochiti, pressanti, senza pausa, ruppero la corsa paurosa di quegli occhi, e strane fiammelle cominciarono a fiorire dal pavimento, nell'alternata ossessione di stare l l per spegnersi, tornando a rianimarsi. Anche Tita si prov a chiudere e a riaprire gli occhi, colta dallo spasimo di non lasciarsi sfuggire il grido che tutti avrebbero udito. Ma come era possibile averlo ancora in gola, con tale violenza, dopo anni? La serva, quella dalle scrofole sul collo, di colpo, come una ladra, era scappata svincolandosi dalle braccia del babbo, che continuava a dire a voce incupita e bassa: "Taci, taci, o ti spacco il viso". Ma non moveva un passo. Dal letto, la mamma stava chiedendo: "Cosa mai succede? Perch Tita grida?". Bisognava che la mamma non udisse, non chiedesse altro, e si era slanciata a spalancare la finestra della cucina, vomitando nella corte quel grido che non riesciva a frenare, che voleva venirle fuori anche adesso.
Una pausa lunga, fonda, come di caduta in un pozzo, immobilizz in un improvviso silenzio tutta la casa, e svuot il cervello di Tita lasciandolo sospeso, inerte, come in altre notti in cui le era accaduto di perdere il sonno. Un ordine secco di Severina provoc lo strascicamento di un mobile lungo il corridoio. Poi l'aprirsi dell'uscio di casa, e il rullio di una carrozza sul selciato. Il vagare ancora, persistente, di bisbigli come umidi, scricchiolii di passi in punta di piedi: luce nella stanza di Tito.
Tita, stai male?
No, dormo...
Quello era sonno davvero, perch le sprangava gli occhi.
Su, su, che non farete in tempo ad andare a scuola: son gi le sette suonate. La voce non  quella della serva, e un'ombra sta arrabbatandosi per giungere a schiudere le persiane. La vecchietta! La mamma di Flora a quell'ora in casa! Pi rapido della luce a ferire le pupille, risorge il ricordo di quella notte.
Ma tant', aspettate ancora un momento, che vi porti il caff a letto.
Pare Pasqua, dice Tito dall'altra stanza. Hai anche tu due fette di "pinza" e un piattello di panna?
Risponde di s la vecchietta, ai piedi del letto di Tita, con il vassoio nell'incavo del ventre; pare aspetti qualche altra domanda per poter scaricare la felicit che le sprizza dagli occhi. E invece s'apre la porta, ed entra il babbo. Non  un'ora che gli conferisca: il babbo  pi bello di sera. Annuncia:  nato un bimbo, stanotte. Prima di recarvi a scuola andate a vederlo. Ma potete vantarvi, voi due, d'avere il sonno duro, se non ve l'ha rotto neanche il baccano che c' stato.
Un bel fratellino al quale vorrete bene, scoppia la vecchietta.Un pupo fatto di petali di rose, vero? e striscia una carezza sulla schiena del babbo che si irrigidisce. Mi raccomando, figlioli, di fare adagino, adagino, ch tutti hanno tanto bisogno di riposo. Va nell'altra stanza a raccogliere il vasellame, e ripassa sorridente, varcando l'uscio come se camminasse su gusci d'uovo.
Il fratello unico, tace, manovrando con strepito l'acqua, che attutisce le parole del babbo, messosi a camminare nella sua stanza. Tita, in gonnellino,  gi sulla sedia della tortura, dove la serva la raggiunge brandendo il grosso pettine. Avere la testa calva, ottenere il permesso di tagliarsi quel crine di cavalla che di notte, legato stretto, diviso in quattro trecce, nondimeno si scioglie, forma nodi di corda, che a volerli sbrogliare tutti, anche levandosi un'ora prima, giungerebbe egualmente col solito ritardo a scuola. Mentre Tito, libero da tale castigo, scalpita, inveisce dal corridoio, minaccia di andarsene solo.
Quella mattina, paziente, tranquillo, chiede sull'uscio: Sei pronta? Imbarazzati, evitano di guardarsi, sospinti da Severina (la prima volta, probabilmente, che ha disertato la bottega) entrano nella stanza tutta bianca, dove la balia sta seduta vicino alla culla. Ma il bimbo non  affatto come l'ha descritto la vecchietta. Ha il viso paonazzo, le due infossature sulle tempie come il babbo, il naso rincagnato di Flora. Nello scambiarsi quell'occhiata repulsiva, Tita e Tito riacquistano disinvoltura, incapaci tuttavia di dire qualche cosa, restano muti, con l'assillo dei minuti contati.
Che piccole manine, dice Tita, e in verit non ha mai veduto mani cos piccole. Solleva lievemente quel pugnetto chiuso, che subito sventaglia, dal quadratino minuscolo, cinque bastoncini di trasparenza rosea. Tito non sa, non trova proprio niente e sfiora guardingo, con la magra mano che pare quella d'un vecchio, il ciuffo incolore, ridicolo, appuntato sulla testina calva.
Non c' bisogno di raccontarlo a nessuno, dice Tito, dopo che hanno fatto in silenzio il breve tratto di strada, in procinto di separarsi all'angolo.
Da mesi, Flora andava scribacchiando sopra un quadernetto una filza di nomi, copiandoli dal calendario, dai libri, facendoseli suggerire da quanti le venivano a portata. Da ultimo, sceglie quello consigliatole dalla grossa levatrice: Mario. E subito quel nome lo rende vivo pi dei miagolii che si diffondono per la casa, e dei pannolini appesi nel terrazzo. Da dare l'impressione che giustamente quello sia il suo nome, tra tutti i nomi del mondo.


 4.
Aria di Maggio.
Le pagine si attaccano al sudore dei polpastrelli, e gi alla seconda ora di istruzione l'atmosfera s'intorbida tra le pareti della scuola. Da costituire per Tito e Tita i primi giorni, una attrattiva, appena evasi da tavola, la carrozza che si ferma sotto casa, in cui prendono posto dinanzi a Flora che sembra una matrina da cresima nel vestito luccicante, il cappellino piumato troppo piccolo, dal quale dilaga il viso piatto, con vicina la balia sgargiante, che si tiene sulle ginocchia il vivo filone tutto infioccato.
A passo da corteo funebre si procede sotto il sole ardente delle prime ore del meriggio, diretti verso la riviera di Barcola: l'anelato regno dei bagni, ma da potervisi tuffare dentro appena nelle vacanze, in piena estate, e intanto le giornate nel loro chiarore implacabile, non vogliono finire, rimanendo sempre tante, che a mettersi a contarle supererebbero il numero degli alberi striminziti all'orlo di quella riviera. Un paio di carrozze precedono con eguale lentezza, altre caracollano dietro, e in tutte senza eccezione, delle vecchie mummie solitarie, da non capire quale gusto ci possano trovare a mettersi in mostra sotto il sole in quell'andamento da lumache, che perfino i ronzini del tram oltrepassano ilari. Interminabile la platea di binari morti, di vecchie locomotive sfiatate e fuori d'uso tra monti di ferraglia e carbone, chiuse nel susseguirsi di alte cancellate che si  costretti a costeggiare, prima che l'odor di mare cominci a circolare nell'aria, spandendo stelline irridiscenti anche sul grigio annoiato della strada. Sta per scappar di bocca ogni volta un grido, quando finalmente quella grigia cancellata s'abbassa, forma parapetto senza pi reticolati, offrendo improvvisa la visione della liquida pianura ondeggiante ai bordi di una scarpata talmente agevole, da averne gi la frescura salsa sulle mani; quando nuovamente viene a celarla lo stabilimento dei bagni, poi il muro torvo di una villa, poi gli alberi del giardino pubblico, e poi pi nulla. Il mare sta senza fine negli occhi, in santa pace lasciato a frantumarsi sulle rocce, svincolato a poco a poco anche dalla schiavit dei piccoli moli e delle piccole dighe, sulle quali si asciugano al sole lunghe teorie di reti color ruggine, e barche a chiglia rovesciata.
In quegli anni nulla, o cos poco mutava nell'aspetto di un paesaggio, da poter tranquilli fidarsi del proprio ricordo, e riadagiarlo sulla realt senza sorprese. Qualche facciata di quel villaggio peschereccio annidato sotto lo sghembo del monte, rinfrescava s e no, al principio dell'estate il suo colore; e qualche nuovo tetto spuntava pi alto tra il coro delle ginestre. Dopo l'evento spettacoloso di una villa a stile esotico, guernita da quattro guglie con su quattro cipolle d'oro, che maggiormente invogliava i triestini a fare ogni domenica il lungo tragitto di tram (e continuava a far lavorare di fantasia i barcolani sul misterioso proprietario che la teneva sprangata), altre grandi novit non succedevano nella ghirlanda di casupole intercalate dal verde delle ville e dalla placida bonariet delle osterie a pergole e a terrazze, con il frasco polveroso dondolante all'ingresso. Ma fino l, nel cuore del villaggio, il tram portava ogni mattina nella stagione dei bagni. La carrozza doveva offrire il lusso di poter proseguire lungo la riviera, che svincolatasi dalle ultime case e dall'odor di pesce fritto, continuava a serpeggiare tra l'accavalcarsi delle onde sulle rocce e il coro delle ginestre sullo spalto del monte a creste dolomitiche, in un progressivo riempirsi, anche in pieno transito di veicoli e pedoni, di una sua specialissima atmosfera di solitudine assorta, incalzante verso lo sfondo di quella tragica macchia verde piantata sull'ultimo sprone di rocce, entro il quale, bianco contro il cielo, senza ombre, stava il Castello di Miramare.
Gi la prima volta, appena entrati in quella vigilia di bellezza, Flora aveva fatto retrocedere la carrozza, ripetendo poi lo stesso ordine cocciuto, nel punto istesso, le poche volte ancora che i due fanciulli si erano assoggettati a quella rinuncia, certo non dettata dall'economia. Da un divieto di Severina, probabilmente, se non piuttosto dal panico che una scheggia della parete dolomitica cadesse sul bimbo addormentato, o che spirasse la malaria in quei paraggi. Comunque, bisognava fermarsi, rompere il corteo delle mummie, e per tutto l'uggioso tragitto di ritorno, aver dinanzi quel viso piatto, straripante dal cappello, che uno sciocco puntiglio era bastevole, pi che sufficiente, a riempire. Ma non ci fu bisogno d'ulteriori pretesti per evitare quelle uscite: Mario sta male. Strilla anche sotto la mammella ricusando il latte, e invano la balia va a slacciarsi il corpetto negli angoli, ripresa dal pudore che aveva perduto. Poche notti insonni hanno smussato la rotondit di quel sodo viso di friulana, che sembra febbricitante, tanta inquietudine smarrita le sfugge dagli occhi per l'insolito malstare del bimbo e il timore che glielo si voglia attribuire. Infatti Flora, blandendo con baci e carezze il piccino ciondolante sulla sua spalla, cova il sospetto che la causa sia da ricercarsi nel permesso dato alla balia, giorni prima, d'incontrarsi con un suo figliolo, il pi grandicello, di passaggio a Trieste, ospite di una compaesana, che per eccesso di riguardo ella non volle portare a casa. Latte emozionato intende Flora, pregno del turbamento che invero data da quel giorno sul viso della balia. Sgaiattolata da casa come avesse le ali, carica di doni, al ritorno era come trasognata, incapace di riportare una parola, un'impressione di quell'incontro, strozzata, si vedeva, dal dolore del distacco.
Gente ingrata, zotica, di campagna, non capite? aveva commentato il babbo che continuava a portarle rancore per i suoi mutismi, e che sempre ostenta quando gli fa comodo, un gran disprezzo per ci che sa di rurale. Ma contro il solito, levatosi da tavola, il babbo non esce, se pur infastidito dal pianto incessante del bimbo.
Di momento in momento si aspetta il medico. E Tita gi arrossisce della fiamma che la investir alla presenza del piccolo grosso signore con barba, occhi color nocciola, odore di liquorizia, che l'ha curata da quando  al mondo. Si  sorpresa pi volte ad augurarsi e a temere di cadere malata, per l'inspiegabile emozione, come di vergogna, che la coglie alla sua presenza. Una sua frase da nulla, un complimento da far dispetto se pronunciato da altri, ha continuato ad avere la sua importanza attraverso il tempo, mescolato al ricordo dell'ora in cui fu detto, al colore dell'aria che circolava nella stanza, al repentino tramutarsi dell'affocata prigionia del letto in una sensazione quasi di benessere. Ma quanti anni aveva allora? Per riescire a identificarsi, a trovare una stabilit in quel fluttuare di nebbia che ha il tempo, e giungere e vedersi quale era; non serve, non giova a Tita il puntellarsi su episodi fatti ricordi della sua vita di bambina, ma deve riescire a ricomporre quell'atmosfera di tremore e di silenzio, inzuppata d'odore di catrame, e dirsi: la mamma allora si moveva ancora per le stanze; la mamma indossava quella vestaglia nuova, pi allegra, che le rifletteva il rosa sulla faccia... Ma  la figura del babbo a risorgere il pi delle volte, a spingersi innanzi nitida; fragorosa come i suoi scoppi di voce e i suoi scrolli di porta.
La mamma, quel giorno, stava seduta ai piedi del letto di Tita che aveva gli orecchioni.
Ti sei guardata allo specchio? le aveva chiesto il medico appena entrato. No? E allora guardati. Staccato dal muro il piccolo specchio, glielo aveva messo dinanzi al viso. Lo vedi come sei grassa e ridicola? Ma anche pi bella del solito.
A far raggiare un'aureola intorno a quella testa gi un pochino calva, contribuiva certo il sapere che non si limitava a prescrivere sciroppi ai piccoli malati, ingaggiata com'era in una battaglia da dover vincere per assicurare ai bimbi poveri il loro latte quotidiano. Lottando contro sfiducia di cittadini e di colleghi, penuria di mezzi, difficolt di procurarseli. Il cumulo di serpi e di spine, dal quale doveva spuntare il primo germoglio dei nidi per l'infanzia, e che aveva dato al suo iniziatore il freddo isolamento del pioniere, e talvolta il bisogno di ricorrere alla solidariet di una tempra animatrice e coraggiosa come quella della mamma: la mamma gi pi fragile del vetro, che non poneva pi piede a terra.
 la prima volta ch'egli varca l'uscio di casa da quando Flora occupa quel posto. Con l'incedere pesante, da toro, accennando appena un saluto, egli si  diretto verso la culla. Il tempo d'affondare due dita nell'orlo della camiciuola del bimbo, e di sollevargliela in un ruggito: Chi  che lo allatta? Ma gli occhi nocciola son gi puntati sulla balia, alla quale ordina di avvicinarsi. E poich ella indugia spaurita, tentando farsi scudo dell'ombra in cui si prova a indietreggiare,  lui a farsi avanti,  lui ad andarle addosso divaricandole le braccia, strappandole i ganci del corsetto, sollevando a piene mani due mammelle turgide, glandolose, tutte spruzzate come d'inchiostro rosso.
Morbillo in piena eruzione! Canaglia! Assassina!
Tempestate di domande e di ingiurie, con sempre le paurose mammelle nude, la balia si accascia sul rotolo delle sue gonne, confessando in una liberazione di singhiozzi la morte avvenuta del suo figliolo, di quello stesso male, il giorno ch'ebbe il consenso di vederlo. Fu allora, con un'espressione del tutto nuova, da incenerirle, da annullarle il viso di sempre, che Flora s' fermata in tempo, trattenuta dal babbo, in quel suo andare da automa vendicatore verso il cumulo di gonne dal quale non distoglie gli occhi, muta, pietrificata, fino allo scrollo improvviso di un tremito, che la piega come rotta sul divano.
Per voi c' poco pericolo, il morbillo lo avete avuto, ma non si va a scuola, disse il medico a visita compiuta, rivolto ai due fanciulli; in procinto di accompagnare egli stesso all'ospedale la balia, che andava sollecitando a volersi togliere di l, e ad affrettarsi a radunare la sua roba. Ma come se quella voce non avesse alcuna risonanza, la balia rimaneva inchiodata a terra, con occhi secchi, svagati. A un pi pressante comando, ella finalmente si riscuote, si leva, avviandosi lenta verso l'uscio, per ricomparire poco dopo irriconoscibile, trasformata in una paesana senza et, con la testa bendata da un fazzoletto nero.
Tu per, dice il medico a Tito, fermandosi a mezzo il corridoio tu mi sembri dimagrito. E lo scrolla alle spalle, e gli striscia la mano sul mento. Domattina, bada a farti ritrovare.
L'indomani Mario  ancora vestito da bimbo vivo. Un filo lucido come di ragnatela gli cola dalla bocca, gli si attacca al bavaglino che ha in giro una ghirlanda di pupi. Ma gi sull'uscio colpisce come un pugno al cuore l'immobilit cerea del piccolo viso.
Tito non regge. Si  appostato al muro sollevando il gomito sugli occhi e sembra un ragazzo messo in castigo. Tita, davvero non si sa come, irrigidita, con le mani afferrate al manubrio della culla,  potuta scivolare dentro "l'altra sua atmosfera", in cui usa muoversi pi speditamente che nella realt, pi sicura, senza inciampi, con l'istinto scoperto che la guida. Dev'esser stato il bianco crudo delle pareti a suscitare all'intorno tutta quella neve: sono soli, loro tre, su quella larga strada biancheggiante e soffice, un po' simile al viale. Per proteggere il piccino, Tita se lo tiene stretto stretto, sentendo per la prima volta la dolcezza di quel tepore di nido, tutto affidato a lei. Al suo fianco procede Tito, cos buffamente intabarrato, da non avvertire certo il freddo. Sono sicuri del resto, di poter riempire il paniere, che ella tiene appeso al braccio, prima di sera. Facile come un gioco il procurarsi lavoro, e convertirlo nelle poche cose necessarie e piacevoli a loro tre. Ormai sono anche conosciuti, e non c' pi bisogno di ripetere tutta quella storia nella quale il babbo non fa una buona figura. Ecco come avviene. Si bussa a una porta, e subito c' chi accorre con in mano un album dalla copertina di velluto quasi sempre, molto di moda, che appena si apre, deve avere un disegno da far colpo, e nel bel mezzo delle pagine ancora vuote, il pensiero da nulla infiorato di rime, la breve poesiola adescante, piantata come un seme a farne fiorire delle altre senza troppo timore. E se non c' l'album, c' pronto il ventaglio di falsa pergamena, che dentro al fascio delle sue stecche, pur esso deve avere alternato al pupazzetto il proverbio, o la sciocchezzuola rimata. In tal modo proseguono, arrestandosi a tutte le porte, ingrossando la raccolta. Appena raggiunta la loro tana, che somiglia alla soffitta di casa, Tito fischiettando si mette a rosolare i bastoncini di cioccolata alla fiamma della candela, e fette di patate sulla ceralacca sgocciolante sopra il vecchio cassone nero, che misteriosamente li ha seguiti. Mario intanto succhia, succhia... e ci fa male, e un gran bene nello stesso tempo. Come se tutto il proprio sangue si tramutasse in latte, per fluire nella piccola bocca ingorda. Da sentirsi svuotati e leggeri leggeri, con solo il peso della maschera severa della balia appiccicata al viso...
Non siamo mai stati buoni con lui...  a questo che pensi? chiede umida, vicina, la voce di Tito, mentre le sue mani, anch'esse, si attorcigliano al manubrio della culla.
Colta come da un capogiro, Tita rientra nella realt aggrappata prima con gli occhi, poi con tutte e due le mani al collo del fratello, caldo, vivo.
Pu sembrare un fatto non vero, pure Mario giacque in due stanze mortuarie. Tutto quel giorno rimase tra i suoi giocattoli, ma l'indomani bisogn andarlo a vedere in casa di Severina, passando per il portone e le scale ingombre di ghirlande, che continuavano ad ammassarsi intorno al morticino. Incredibilmente allontanatosi da quello ch'era il giorno prima. Divenuto un estraneo. Da poterlo guardare senza piangere.
Vincolato all'odore di quelle ghirlande, rimane anche l'ultimo ricordo di Flora ingigantita dal lungo vestito nero, col viso tumefatto, che attorniata da uno stuolo di sconosciute piangenti, sostituiva i ceri, disponeva i fiori.
A fine di settimana, e per diverse mattine ancora, venne il giovane di bottega, aiutato da fattorini, a portar via mobili, cassoni, sporte tuttora gonfie di commestibili, tra la curiosit della portinaia e del vicinato. Poi cess anche quel fracasso mattiniero che mandava in furia il babbo. E Flora, Severina, la vecchietta, sparvero, per appartenere al ricordo.

 5.
Dall'epoca in cui zia Giulia veniva a far visita alla mamma, non si  punto mutata, o cos impercettibilmente da apparire tale e quale. Il suo segreto di evadere dal tempo deve risiedere in quel sorriso rarefatto che le riempie e le rinfresca la bocca tra la tastiera dei denti giallicci, festonati agli orli. E in quel suo ingenuo amore della vita, tanto poco esigente, pago di nulla, pienamente soddisfatto quando ella pu assistere a conferenze, convegni di coltura, concerti popolari, dopo esser arrivata a conquistarsi un posto nelle prime file, incuneando nella calca la sua piccola figura tozza, profumata di sapone. E in quell'amore di s stessa, per cui ella fa le sue regolari passeggiate quotidiane, cura la pelle e la tavola, e gi agli sgoccioli dell'inverno, sparpaglia per gli alberghi di montagna dozzine di cartoline riempite della sua chiara calligrafia di maestra, volendosi accaparrare a tempo debito, corrispondente ai suoi mezzi, un soggiorno a mille metri da trascorrervi le vacanze. Appartiene zia Giulia, senza supporlo, a quel numeroso e invidiabile "clan" che non pratica alcuna cosa nociva ai tessuti dell'anima e del corpo. Provvista di una istintiva saggezza, che le ha sempre suggerito di evitare i patemi d'animo e le incontentabilit malsane, come istintivamente ella preserva dalle pozzanghere le sue lunghe gonne, sulle quali poggia l'invariabile giacchetto attillato, chiuso da una fila ermetica di bottoni, e sotto l'ala del cappellino i bei capelli ricciuti e castani, che non tollerano pi di un filo bianco all'anno.
Da decenni e decenni, con voce acuta e stridula, zia Giulia insegna italiano, storia e geografia nei tre ultimi corsi della stessa scuola frequentata da Tita. Coscienziosissima, ligia al suo dovere, ma da vecchia signorina, che avrebbe mille altri modi d'impiegare meglio il suo tempo. Infatti, scoccato mezzogiorno, di colpo la maestra cessa d'esser tale, non amando neppure che altri vengano a ricordarglielo. E diggi nello scendere la scala tra il cinguettio delle sue allieve, ella assume l'andatura di signora frettolosa d'allontanarsi da quei paraggi, per andare a spendere l'indipendenza riacquistata fino al domani, nel far visite e nel riceverne, nel frequentare conferenze o giocando a tarocchi.
Il maggior vanto di zia Giulia, il suo vero punto d'onore,  l'aver il suo tinello ogni sabato dopopranzo colmo zeppo di visite, e nel poterle enumerare il giorno dopo, confidando d'aver dovuto ricorrere alle sedie del corridoio per dar posto a tanta abbondanza. La mamma che conosceva il suo debole, il luned, appena entrava, le chiedeva:
Di' un po', Giulia, come  andata? Hai avuto molte visite?
Ma tu hai scorto dietro i vetri il tempaccio che faceva? Da non poter tenere l'ombrello aperto. Ebbene, n'ebbi egualmente il triplo di quante aspettassi. E con voce stridula e guizzi di sorriso, gi tutta la filza dei nomi.
La mamma ascoltava paziente, in cuor suo addolorata di non aver potuto far atto di presenza, aumentando il numero. Si volevano un gran bene malgrado la divergenza delle loro nature. Affetto nato sulle panche della scuola, sviluppatosi negli anni della loro poco lieta giovinezza, divenuto sostegno reciproco nei primi tempi duri dell'insegnamento, fattosi legame pi che consaguineo il giorno, apportatore a tutte e due, in misura quasi eguale, del grande miracolo: la nascita di Tito. Ancor sempre alla presenza di Tito, zia Giulia cambia l'espressione del viso, frena, acqueta quel suo perpetuo sorriso, preme un tono di voce pi caldo e pi basso, gli proietta addosso, senza rendersi conto, gran parte di quello zelo riservato ordinariamente solo alla sua persona. E per quanto abbia tre nipoti autentici, dei quali tiene esposti i ritratti nel tinello, quando Tito la chiama "zia",  come se lo sentisse dire per la prima volta.
Il babbo ha continuato a trattarla nel suo modo tutto particolare, tra l'ironico e il benevole, avendogli sempre dato una specie di allegria quella sua femminilit saccente e strillante, abbottonata fino al collo. Durante l'intero anno ch'ella non frequent pi la casa, gli avveniva spesso di chiedere: "Siete stati da zia Giulia?". Ma  Tito ad avere la sua giornata fissa, in cui trova zia Giulia come certo non si lascerebbe cogliere dalle visite: in un grembiulone che la rende pi tozza, il viso accaldato dalla strada fatta a precipizio per giungere in tempo ad aiutare la domestica nel preparargli la colazione preferita. Tito che le porta un profondo attaccamento silenzioso, ci va molto volentieri,  un privilegio al quale ci tiene, ma al ritorno  come inzuppato di malinconia. Deve entrarci quel tappeto rosso che torna al posto della tovaglia, quell'ordine all'ingiro, freddo, vigilato dall'economia sempre all'erta nel voler far buona figura, che rende cos banale la atmosfera di quel piccolo appartamento con piante posticce, cortine insaldate come fogli di carta. L'ordine misurato, pieno di buon senso che zia Giulia si porta addosso  distribuito in tutte le sue azioni; talch bisogna presentarle gli avvenimenti impreveduti e un tantino insoliti, quando essi hanno trovato una specie di equilibrio solo per il fatto d'esser ormai compiuti. Nei dieci minuti di riposo, Tita, andandole incontro nel corridoio della scuola, le dice:
Zia, abbiamo cambiato d'alloggio. Il babbo trovava che si spendeva troppo. C' l'inconveniente, ora, di non stare pi del tutto soli... (zia Giulia sgrana gli occhi)... soli in casa, voglio dire. Perch stiamo in affitto da una signora. Una vecchia signora, Tita s'affretta ad aggiungere che non dovrebbe darci troppe noie.
Mio Dio, e Tito?
Abbiamo due grandi stanze, zia, e Tito dorme con il babbo. Nella mia c' posto per il tavolo e per quant'altro ci occorre.
E tutti gli altri mobili dove li avete messi?
In soffitta, per ora.
Quale pazzia! Lasciare la vostra bella casa, comoda, per ridurvi in due stanze d'affitto. Cosa mai penser la gente! Ma gi m'aspetto da un giorno all'altro che tu venga tranquillamente ad annunciarmi che vi siete messi a stare in un baraccone. Non c' mese che vostro padre non pensi una nuova stramberia. Tito cosa ha detto?
C'era poco da dire, zia, una volta che il babbo aveva deciso.
Con le stanze, spero, avrete combinato anche la pensione.
Veramente no, solamente il caff alla mattina. Ma c' di sotto un'osteria dalla quale faremo venire i pasti; ed ho sempre quella buona spiritiera della mamma, che potr servirmi ad aggiungere qualche cosa di caldo per Tito.
Il necessario bada almeno che non gli manchi!... ma in quelle condizioni... E si pu sapere dove le avete prese queste stanze? chiede zia Giulia con l'enfasi di quando interroga dalla cattedra.
Tita, prevedendo la domanda, e per evitare i commenti sulla posizione poco sciccosa (una delle laterali pi buie e pettegole del viale), passa a zia Giulia l'indirizzo gi preparato, quando in buon punto, il campanello viene a interrompere il colloquio.
Si  ben guardata dall'aggiungere che la vecchia signora  una affittacamere di professione, la quale si  valsa d'ogni buco per ficcare un letto, una sedia e un lavandino. Prima ancora di potersene accertare, Tita l'ha sentito a fiuto, da quegli odori male accompagnati, uscenti dalle diverse porte appena schiuse, rappresi tutti insieme, stagnanti nello stretto corridoio. Pi sensibile e acuto quello di cipolla, di fiato di cipolla, scattante dalla stanza additata dalla signora gi il primo giorno, come quella occupata dal dozzinante pi cospicuo: un ex prete. Del tutto diverso dal catechista della scuola. Un dalmata tarchiato, ancor giovane, chiuso in una redingotta lustrante e attillata, con sguardo sospettoso e obliquo. Proprietario ora di uno spaccio di vini. Spartiva la sua stanza da letto con la conduttrice di cotesta sua rivendita, una nipote bionda quanto lui era tenebroso, che a stento riesciva a formulare qualche parola d'italiano, con spiccato accento slavo.
L'affittacamere stava confezionandole, proprio in quei giorni, un nuovo materasso, che aveva piuttosto le proporzioni di un grande cuscino. Di stoffa gialla, a grandi fiori rossi. Lo teneva posato sul tavolo di cucina, e man mano ella progrediva nel lavoro di trafittura con il lungo spillone, esso si restringeva e si accorciava, divenendo insufficiente a coprire neanche lo stretto divano che s'intravedeva posto dinanzi all'unico letto di quella stanza. Inesplicabile davvero come quella ragazza cos grande avrebbe potuto trovarci posto, e come la medesima osservazione non l'avesse fatta anche l'affittacamere, che continuava invece a lavorarlo di tutto impegno, non trovando nulla a ridire, non meravigliandosi punto che quella ragazza potesse spogliarsi, togliersi ad uno ad uno gli indumenti, rimanere in camicia di fronte ad un ex religioso, peggio ancora se questi era suo zio. Il fatto non suscitava scandalo n malevoli commenti neppure nelle altre due vecchie dozzinanti, che si facevano da parte rispettose negli incontri col vinaio, lusingatissime dei suoi brevi approcci, quasi in lui continuassero a vedere il sacerdote.
A sera inoltrata, quando solevano rientrare, separatamente, a breve distanza l'una dall'altro, si udivano spesso i loro bisticci, sostenuti in lingua diversa, e poi silenzi improvvisi, quiete assoluta, torbida, da peccato infernale, che spaccava i muri. A non levare gli occhi come una colpevole l'indomani, a sentirsi incendiare le gote, era Tita, di fronte a quella ragazza tranquilla e disinvolta che sorbiva il caff alla svelta in cucina, e prendeva la porta canticchiando.
Quel ridicolo materasso (con l'indimenticabile urlo di quel rosso su quel giallo) che non arrivava a coprire un divano, si  potuto a tal punto gonfiare di cenere, prendendo dimensioni inaudite, da invadere il cielo e da nasconderlo, nell'alternarsi in Tita di ottusit inerti, sempre pi svogliate, a rinascite mortificanti e dolorose, togliendole la forza di sostenere di fronte al babbo la sua necessit di continuare gli studi, cancellandole il ricordo di tutti i libri letti in quell'epoca, ritorcendo, sospendendo l'inquieto lievitare di una sua attitudine, che troppo l'avrebbe intimidita il confessarla a se stessa, ma prorompente come un bisogno, per cui la strada da dover seguire l'aveva diggi dinanzi agli occhi, segnata da una lunga fila di briciole, come nei racconti delle fate. Perfino Tito, in quel periodo,  coperto da un velo. Il babbo addirittura non esiste. Balzano invece fuori da quella cenere, senza che un filo logico le leghi, se non forse appunto quello della loro discordanza, una voce, e l'ariosa forma di certi rami d'edera.
La voce  quella di Sandro. Inguaribilmente proletaria. Tonante, grossa pi di lui piccolo, tozzo, diggi quasi calvo, con quel piazzale scoperto, lucido, a due bozze, fin d'allora risoluto a riempirselo di scienza, battagliando con la sua origine di miseria, di quinto o sesto figlio di uno scaricatore del porto. Amico di Tito dall'infanzia e da sempre. Gi  stato caro alla mamma, che si valeva di quel suo modo inimitabile per dargli aiuto, senza ch'egli se ne avvedesse.
Quei rami d'edera staccati venivano ogni giorno dal muro che separava i due possedimenti di Tito e Tita. Costava neanche un soldo l'essere proprietari di una larga zona di bosco, tolti i molti litigi per decidere e fermarsi sulla scelta del proprio lotto, e la somma di furberie e sgattaiolamenti per sottrarsi alla vigilanza del guardiano. Ottanta era il numero esatto degli alberi di pino in possesso di Tita. Vero boschetto, autentico reggimento, anche se un po' disordinato, composto di nanerottoli striminziti e di giganti, con di mezzo certe melanconiche radure calve, foderate d'aghi secchi e di pigne. Tito ne possedeva appena la met. In fatto di alberi era tanto pi esigente. Non ne voleva sapere di malaticci, deboli, con scarso affidamento di lunga rigogliosa vita. S'era scelto perci una scarpata a tronchi poderosi, di corteccia sana, con la pi fitta e larga serie di candelotti verde turgido, gommoso. Ci impegnava a scorribande quotidiane su quei terreni a perpendicolo, sdrucciolevoli d'aghi, malfidi per la severa e sospettosa vigilanza di quel cagnaccio austriaco, affaccendandosi a schiene incurvate il pi possibile, nello sbarazzare il terreno dalla mal'erba, dall'irruente pioggia delle pigne, dalle cartacce oleose lasciate dagli intrusi, dai villani. Anche nei giorni di bora pi turbinosa, Tito e Tita oltrepassavano di corsa il viale, si arrampicavano per una serpentina, salivano un'erta, poi ancora una scalinata, e giunti nel regno dei pini, muniti di corde e di puntelli, l'anima in gola, si precipitavano a constatare se alcun danno fosse avvenuto ai loro alberi. E si portavano a casa, nascosto sotto il mantello, un ramo d'edera.

6.
Che due istrumenti, pianoforte e violino, potessero funzionare da necessit indispensabili a vivere, poco meno dell'aria, formando un pi immediato modo di esprimersi, quasi un pi istintivo mezzo di farsi intendere che la parola, e che al pari dei libri potessero dare l'appassionato bisogno tanto simile a un vizio, Tita mai se lo sarebbe immaginato, se non avesse vissuto per due anni interi al margine di quel mondo, insieme a Tito e al babbo. Il mondo dei sei cugini e della zia.
Poich lo zio, fratello del babbo, di aspetto molto diverso, ma di temperamento a un dipresso eguale, solo di gusti e tendenze pi aristocratiche, vi assisteva da spettatore in quelle sue interminabili sedute dinanzi a una bottiglia e un bicchiere, con l'aria di dirsi, prima che il vino lo fuorviasse in altri pensieri: "lo sapevo a priori che quello era grembo da partorirmi non altro che musicisti". Pure Tito non si sentiva disorientato, essendo egli stesso molto musicale, e capace di dar fuori una canzone intonatissima appena gli saltasse il ticchio.
Unica Tita a sentirsi isolata come una lebbrosa. E punto rassegnata alla scoperta di una cos clamorosa inettitudine, che doveva aver interposto tra lei e la musica, senza ch'ella per diciassette anni se ne fosse accorta, come una specie di sipario calante un taglio netto di esclusione. Era stata la musica per Tita, quella cosa ondeggiante tra terra e cielo, sorprendente nel dare a volte la sensazione d'avere le ali, di lievitare a mezz'aria sciolti dal proprio peso, in un tremore pi che di felicit presente, gi di prossima nostalgia per quei suoni che tosto si sarebbero dispersi come uno sciame senza far presa sulla memoria, sfuggenti all'inutile richiamo. Aizzante dunque s, la musica, immediata suscitatrice d'intimi ritmi pi accelerati, spesso ubbriacanti, ma che non aveva una sua vita propria, rimanendo sempre in funzione di canevaccio per lavorarci sopra, non indispensabile oltre tutto, da poterne fare a meno senza sacrificio.
Approfittando dei momenti in cui la tastiera rimaneva libera, capace ormai del maneggio delle sette note, Tita rifaceva per la centesima volta le stesse scale, gli stessi arpeggi, l'aria piacevole di una sonatina, che tosto il pi giovane dei cugini, solo per averne udita la scipita ripetizione dall'altra stanza, mollava il gioco, si precipitava a farsi posto sullo sgabello, e senza troppo badare alle note, con le piccole mani che non raggiungevano le ottave, ricavava una esecuzione alla quale mai pi Tita sarebbe arrivata. Con molta indulgenza, zia Frida, che stava al piano tre quarti di giornata a dar lezione ai rampolli pi piccoli, ai figli delle amiche, agli amici dei figlioli gi svezzati, combinando almeno un concerto per settimana, attribuiva i magri risultati di Tita a svogliata applicazione, non potendo arrendersi a una inettitudine del tutto nuova tra quelle pareti, dove l'esser musicisti, per la zia, era cos naturale come il costruirsi quella pettinatura a torrione di riccioli che sembrava una parrucca; e per i sei cugini, come l'esser taluni biondi, altri bruni, maschi quattro e due femmine.
Glauco, il cugino pi anziano, si trascinava in un malcontento taciturno la tragedia dell'ultima classe del liceo non riescita a superare, e l'amorosa persecuzione di una bionda, asciutta signorina di provincia. A tarda sera, reduce anche lui da svariati pellegrinaggi, sedeva con lo zio e il babbo dinanzi alla bottiglia. Raramente toccava gli istrumenti, di passaggio. Urlando da un capo all'altro della casa quando udiva una stecca, o una difficolt non risolta abbastanza rapidamente in modo perfetto, con due, tre bracciate al massimo, in quel pelago in cui tutti i sei cugini sembravano immersi fino alla cintola se seduti alla tastiera, fino alle spalle se maneggianti l'archetto, con teste rabbrividenti, come dimenticate allo scoperto. Quando ritornava da teatro, Glauco disertava la compagnia dei due bevitori, installandosi al piano senza togliersi il soprabito, rifacendo in sordina, da capo a fondo, tutta l'opera alla quale aveva assistito. Avveniva perci di addormentarsi e di svegliarsi in piena notte, sentendo ancora la pastosit di quelle melodie frenate, accompagnate da un susurrio di canto.
Elio che per et gli veniva subito dietro, aveva qualche cosa di Tito nel colore degli occhi, nel viso piallato, nella spropositata larghezza delle spalle, ma in nient'altro. Era anzi quegli che si sarebbe detto il pi equilibrato, il pi borghese della famiglia, chi non conoscesse due manie di cui era totalmente schiavo. Quella di lucidarsi con frenesia le scarpe, appena aveva un momento di tempo, sfogando livore contro le domestiche per la loro sciatteria nel compiere quella bisogna; e di lavarsi le mani, con altrettanto fervore, non solo dopo aver deposto le spazzole, ma interrompendo i pasti e le suonate a quattro mani, che, tra casa e ufficio, costituivano l'unico suo spasso.
Ferruccio si chiamava un altro di quei cugini. E quel nome continu per Tita, a rimanere strettamente impastato a quella faccia di fanciullo stravolta, con occhi azzurri a fior di fronte diritta sotto il ciuffo stopposo. Il suo vivere fu un guizzare tra giochi pericolosi e una impassibilit ironica sotto i ceffoni. I due denti spezzati, esposti sulla polpa del labbro, calcavano la stramberia di quel viso racchiudente la scintilla del genio. Avrebbe potuto iniziare la carriera di prodigio dai primi mesi che tenne l'archetto in mano, e bisognava invece, all'ora di lezione, andarlo ad afferrare come uno scimmiotto dai cornicioni delle finestre, penzolante nel vuoto, acciuffarlo dai suoi rifugi sul tetto, a colpi di scopa trarlo di sotto ai letti pesto e lacero per chiss quale zuffa. Nondimeno il prediletto, orgoglio del suo vecchio maestro che aveva insegnato a tre generazioni di violinisti, e che insisteva lo si spedisse, senza indugio, a una di quelle scuole che dnno il battesimo ai geni.
Ferruccio accolse l'annuncio di quella sua prossima andata all'estero, come di un'avventura piovutagli ben a proposito per dispensarlo dal ripetere la quinta elementare. Con pure un mutamento avvenuto in quell'estrosa faccia, che ora tollerava anche una carezza senza dare nello scatto da mastino, e la risata beffarda fuor dai denti rotti. E anche nella continuit di quelle sue bravate, cominciava a trapelare quasi pi la fredda volont di farle, che lo slancio spontaneo di prima.
Alla vigilia della partenza, dopo una delle sue solite giornate turbolenti, anzich porsi a letto, impugnato il violino, Ferruccio s'era gettato a capo fitto in quelle sue geniali improvvisazioni, sempre sospese sul pi bello, rotte ai primi assaggi, con la noncuranza di chi sa di averne un sacco pieno. Passando quindi, in una nervosa incontentata ricerca, da un autore all'altro, ammucchiando i fascicoli sul leggio, come avvenne di ritrovarli all'indomani. Tutti di casa avrebbero giurato d'aver udito il suono del violino fino all'alba, mentre lo zio e il babbo, appena rientrati, trovarono Ferruccio addormentato sul divano. Di un sonno cos grosso che non giov chiamarlo n incitarlo a levarsi, bisogn scuoterlo ed era freddo. La testa ciondolante, stretta nel laccio che gli segava il collo, e che aveva l'altro cappio annodato alla spranga del canap.
Fu detto, fu assicurato agli zii e ai cugini, che doveva esser stato un brutto scherzo, una delle sue bravate finita tragicamente; e tutti finsero di crederlo.
Il lutto che ne segu, fu il lutto di un musicista ragazzo, nel quale Ferruccio con quella faccia e quel ciuffo quasi non c'entrava. Lutto dei due istrumenti chiusi, fermi, senza pi voce, ridotti a puro legno lucidato. Ma nel frattempo, proprio come avviene di un albero il quale se un ramo ne viene divelto, affretta il rigoglio del pi immediato vicino, Paolo, il pi giovane dei cugini, con il lungo viso schiacciato come tra due cartoni, gli occhi in due pozze d'ombra come il babbo, stava gi avviandosi a prendere al piano il posto lasciato vacante da Ferruccio. Costumava anche Paolo nascondersi sotto ai letti, o nel triangolo buio tra il muro e l'armadio, per balzare fuori all'improvviso, e dichiarare alla cugina e alle sorelle: "Ho inteso tutto, e lo dir alla mamma". Accontentandosi invece di trafficare l'imbarazzo che suscitava, con un pugnetto di centesimi. Il genio musicale questa volta, volendo rimanere in casa, s'era scelto un ragazzo tanto pi moderato, riempiendolo, s, dalla testa alle calcagna, ma di una specie meno comoda, simile pi a una croce che a un privilegio.
"Siamo cos diverse, non lo vedi? Per questo, forse, si va tanto d'accordo. Non ci pu essere rivalit tra noi due. Coloro cui tu interessi, certo non si occupano di me". Questo discorsetto, la cugina Lilia, soleva farlo a Tita di sera, quando tutte e due erano in procinto di spogliarsi, riflesse dallo specchio verdognolo, posto sull'armadio a quattro cassetti. Stava spogliandosi nella stessa stanza anche l'altra cugina, Elvezia, la primogenita, di dieci anni pi anziana, quindi del tutto esclusa da tal genere di tenzoni. Bella, con una bronzea voce di soprano. Somigliava al ritratto ovale della nonna comune, ma zoppa, e colta da risa che la mandavano in convulsioni, ogni qual volta per inavvertenza disgraziata, avveniva di parlare di zoppi in sua presenza.
Nello specchio verdognolo, vicino al viso di Tita, stava un ovale furbesco di bionda, con i capelli gi ritorti negli stoppini, gli occhi un po' quelli di Ferruccio, la bocca dai denti lievemente sporgenti e dalle labbra tumide, di quando la zia doveva esser stata giovane. Pelle tutta dorata, attacchi fini, mani picciolette, morbide, con un dispettoso odore acidulo alle palme. Mani da suonatrice d'arpa (suonavano il piano e il mandolino) e che lo zio, quando era intenerito dal vino, se le baciucchiava, se le mirava come due giocattoli.
Veramente Tita si spogliava solo quel tanto da poter scivolare dal tavolo al letto, se la zia, nella sua ronda notturna, avesse aperto l'uscio. La grande brocca d'acqua nascondeva il piccolo lume a petrolio, dal lucignolo abbassato, che conciliava il sonno alle due cugine, stampava un cerchio sul soffitto, e un pugno di luce rossastra sui grandi fogli rigati, che la difficolt di schiarire l'incredibile arruffio straripante delle imagini, l'indisciplinata impulsivit delle idee, riempiva di parole cancellate, di periodi ostinatamente corretti, rifatti da capo e da ultimo aboliti, che insieme alle macchie, ai ghirigori ai margini, si riducevano a selvaggi campi di battaglia, con radi superstiti senza una sciabolata. L'indomani, all'ora di levarsi, Tita non poteva aprire gli occhi dal sonno rubato alla notte, e solidali, concordi come sempre, le due cugine s'indugiavano a letto per risparmiare a Tita il sicuro rabbuffo della zia, ch'era una donna ben curiosa nelle sue mansioni di massaia. Che da quella stanza ancora nessuna avesse pensato d'uscire, stava nell'ordine disgraziato delle cose; ma se una delle tre avesse ritardato, e quella fosse stata Tita, i rimproveri si sarebbero trascinati nelle correnti d'aria insieme ai pannolini della polvere, al piumino e al battipanni, che la zia e le due domestiche maneggiavano dall'alba all'ora di desinare. Tutta la casa, ogni giorno, veniva messa a soqquadro. Battuti quanti ce ne erano di materassi, di coperte e poltrone; insaponati tutti i vetri delle finestre, ripuliti i muri, lucidati a ghiaccio i pavimenti. Giunti a questo punto, ognuno poteva fare il proprio comodaccio; sparpagliare disordine, insudiciare, rendere nullo il lavoro compiuto. La zia non ne prendeva nota. Si stropicciava accuratamente le mani col succo di limone, centellinava un bicchiere di birra, e si poneva al piano.
Tre nuovi personaggi, a pochi mesi di distanza, cominciarono a frequentare la casa. Il primo, Berill. Beppo Berill, il fidanzato zoppo di Elvezia. Aveva un largo naso a spatola, movibile, sensibilissimo, mani in perpetuo movimento, tenute strambamente a palma all'aria, che concorrevano a fargli, oltre all'instabilit della gamba pi corta, un insieme da marionetta. Causa il difetto comune i due fidanzati non uscivano mai insieme, ma tale rinuncia anzich stabilire una loro inferiorit rispetto agli altri, una tristezza condivisa, accumulava interesse in quel loro ritrovarsi la sera con sempre un rinnovato sacco di confidenze bisbigliate, dove il riso squillante di Elvezia si univa al felice, largo spalancamento di narici di Berill. Modesto impiegato, ma unico erede di una bottega di commestibili, posta proprio all'angolo di casa, lasciatagli in eredit da uno zio. E se il primo titolo, sommato alla sua figura, lo rendeva personaggio trascurabile, il secondo lo trasformava in una cuccagna vivente per tutta la masnada di ragazzi, che con la scusa di accompagnarlo alla sua dipartita, e di fargli chiaro sulle scale, lo obbligavano a levare in tutta fretta i catenacci della bottega, dove un vandalismo da ladri e da affamati si riversava sui barattoli, da cui ognuno si portava via un bottino a mani piene, da goderselo sotto le coltri. La bottega fin nell'unico modo prevedibile, ma senza tragedie. Berill s'ingegn ad accendersi da solo i fiammiferi scendendo le scale, e spos Elvezia.
Quando questo fidanzamento stava ancora in piedi, attratto dalla calamita di quel covo musicale, pi ancora forse che dalle attrattive di Lilia, capit in casa Girgini Gaetano, professore di mandolino, dirigente due corsi, per signore e signorine, nella palazzina della Ginnastica. Come un fal d'erba secca era scoppiato l'entusiasmo femminile per quello zingaro meridionale, che spizzicava il pi detestabile degli istrumenti a gambe accavalcate, con occhi fosforescenti, cravatta a strangolacollo. Lilia oltre ad essere la sua allieva eccellente fra tutte, personificava l'irritante suo contrario, ed egli scivol da maestro a fidanzato, con la stessa bravura con cui eseguiva quei pizzicati a pelo di corda. Urtati dallo spregevole tintinnio che ora si diffondeva per la casa, lo erano tutti, tolta la zia la quale si credeva in obbligo di circondarlo di tepore. Inoltre quell'"ala di palazzo", come egli si ostinava a denominare l'appartamento appena bastevole ad alloggiare due famiglie, doveva avergli fornito materiale per descrizioni favolose al suo paese, poich un bel giorno l'arrivo di tutta la sua trib ebbe pi l'aria di un sopraluogo che di una visita di futuri parenti. Anche la pi sfegatata delle sue ammiratrici avrebbe avvertito brivido di doccia fredda, all'avanzarsi di quella coppia di genitori sbilenchi, dagli occhi avidi attaccati ai mobili, ai tappeti, all'argenteria, seguiti da tre giovani rampolli poco dissimili da quello che doveva esser stato Girgini Gaetano prima della sua fortunosa calata a Trieste.
La trib si ferm tre giorni, durante i quali fidanzata, fratelli e cugini, tutti d'accordo, accusarono improvvise indisposizioni e impegni di vecchia data, per cui tocc alla zia condurre gli ospiti in giro e a intrattenerli nel suo salotto musicale. Il duro compito esercitato senza attenuanti di sfogo, per non aggravare la posizione del suo protetto, aveva ridotto la zia in uno stato spiegabilissimo d'irascibilit nervosa. E fatalit volle che perdurando quella sua reazione a stento trattenuta, ella dovesse cogliere Tita con i libri sotto braccio, reduce da una lezione, ad ora alquanto oltrepassata e non sola; con a fianco quel ridicolo inglese azzimato, lucidato, come appena levato fuori da una scatola, che la seguiva ovunque e l'aspettava impalato nei portoni. La zia fulmin Tita con gli occhi, ma non del tutto sicura che l'occhiata fosse stata raccolta e interpretata a dovere, ritorn sui suoi passi roteando gli occhi per una seconda volta. Tita anzich andarle incontro con la verit in bocca, s'immobilizz come fulminata, morsa da un dolore che aveva un nome: Tito, e sopraffatta gi dal turbine di parole grossolane che sarebbe esploso dalla bocca del babbo. A sua volta l'inglese s'era fermato sorridente, non avendo veduto n capito nulla. Ma continuando Tita a starsene muta, inchiodata, le chiese con visibile ansia in quel suo cattivo italiano:
Si sente male, succede cosa, signorina?
Tita scatt impulsiva, piena di rancore:
Succede che per la sua ostinazione d'essermi sempre tra i piedi, e d'avermi fatto fare questi giri inutili, la zia, con la quale noi si vive, ci ha veduti insieme. Ora certo sta raccontandolo a mio fratello al quale non voglio dare un dolore, e mi prepara all'arrivo del babbo, la scenaccia che ho gi negli orecchi.
Mentre le parole prorompevano di bocca a Tita, William, perch si chiamava cos, aveva indurito i suoi slavati lineamenti in una fermezza cogitabonda, chiedendo: Cosa crede io possa fare?
Aiutarmi a riparare in qualche modo, dice Tita, ma in quale non lo sapeva neppur lei.
Pronto, felicemente pronto, esclam William, guardando Tita teneramente.
Ma subito, gi questa sera, altrimenti non mi serve. Facciamo cos: lei mi accompagna a, casa, e malgrado la peggiore accoglienza che le facesse la zia, lei non si muove, dichiarando che intende aspettare la venuta di mio padre avendogli da parlare. Naturalmente noi due siamo pienamente d'accordo che si tratta di una burla, lo sappiamo che  una finzione, una commedia per scongiurare la burrasca, e teniamo duro per qualche giorno, magari tutta la settimana...
William torna a farsi buio in faccia, e chiede lentamente: Perch? Io da molto tempo avevo deciso di fare la medesima cosa, sul serio. Solamente l'ora non  niente indicata, non pare anche a lei? Io potrei far passare un mio biglietto questa sera, chiedendo a suo padre un'udienza per domani. Ma devo confessarle che sar molto difficile per me scriverlo, e adoprer pi tempo di quello che dovrei. Potrebbe lei aiutarmi a comporlo? Si va un momento in quel caff...
Entrano, prendendo posto a un tavolo che ha di fronte un orologio che segna quasi le nove e mezza. E quando il cameriere porta insieme alle due tazze l'occorrente per scrivere e un foglietto, Tita non sa come incominciare, non trova le parole, non riesce n a dettare n a muovere la penna, presa da una istintiva ripulsa a dar forma concreta d'impegno, quasi di vincolo, a ci che non pu essere che espediente momentaneo, sfida a quanto si sta complottando contro di lei.
Sono incapace a trovar niente, e intanto si fa tardi. Guardi: sono le nove e mezza gi trascorse, e alle dieci chiudono il portone.
Allora si fa cos: lei corre subito a casa: non ha da fare molti passi; io prendo una vettura e vado a cambiarmi il vestito.
Tita lo guarda esterrefatta.
Con questo vestito io non posso a questa ora presentarmi. Ma io prometto di suonare il campanello della sua casa prima delle dieci.
William saluta e scappa.
Dov' mio fratello? chiede Tita interrompendo la cameriera che sta sussurrandole, appena entrata, il malumore della zia, gli strilli e le minacce fatte a suo riguardo.
E non lo vede?
 li fermo, alla svolta oscura del corridoio, inquadrato nell'indimenticabile silenzio, sul tramestio di voci e stoviglie che esce dalla stanza da pranzo.
Causa mia tu non hai ancora cenato, e Tita avanza verso di lui, gli mette l'indice nel tepore del collo. Tito, giuro, niente di male. Quell'inglese che ci fa tanto ridere, dopo la lezione m'ha fatto fare un paio di stupidi giri, e patatrac: la zia. Il mio ritardo, dopo il suo incontro, fu causato dalla difficolt di combinare a minuti contati la trovata che li far stare tutti a bocca aperta. Ascoltami: il tizio viene adesso a parlare con il babbo.
Tito si svincola dalla sua mano, e le figge gli occhi addosso:
Lo dici sul serio? E cosa vuoi fartene di lui?
Niente, si capisce.  d'accordo con noi nella burla.
Sei proprio certa che viene?
Certissima, me l'ha promesso.
Hanno tutti e due gli occhi lucidi, la bocca contratta. Ci dev'essere, c', da quando sono al mondo, una muraglia dietro a loro e intorno, di persone intromesse, di fatti avvenuti, di cose vedute e sospettate che li ha feriti, dilaniati in silenzio, per troppo doloroso ritegno, troppa vergogna a parlarne. E un'arma qualsiasi, se anche fa male a maneggiarla  buona,  la benvenuta.
Ora andiamo a cenare: c' anche il babbo, dice Tito, e risoluto si avvia per il primo.
Tutti, tutti ci sono. Anche Glauco, anche lo zio, Girgini, e Berill, il buon Berill, che tenta avvertire Tita con grandi spalancamenti di naso, del temporale sospeso. La zia non fiata, ma  il babbo che scatta dalla sedia pronunciando bestemmie, e con gli occhi in fiamma sta precipitandosi verso Tita. Pallido, imperioso, Tito gli sbarra il passo, dichiarando che non c' bisogno di fare del baccano, perch il signore veduto con Tita verr a fare il suo dovere.
Vai l, pagliaccio, cosa stai dicendo?
Che quel signore sar qui a momenti, e che tu non tocchi Tita.
Il babbo rimane interdetto e sghignazzante; i cugini ridono; Lilia chiede a gesti se la cosa  vera; la zia fa delle ironie che divertono Girgini.
In una sovraccitazione che le arroventa le gote (mancano due minuti alle dieci) balzano agli occhi di Tita le macchie di vino sulla tovaglia; il babbo in maniche di camicia rimboccate; l'enormit di cipria che s' messa Elvezia; Berill ch' Berill; le unghie listate a nero di Girgini; ma anche la sciccheria silenziosa dello zio, che sta facendo quel suo gesto elegante di colpir l'aria con il braccio, mandando fuori l'orlo del polsino...
Stanno per scoccare le dieci...
La mano che tiene afferrata quella di Tita di sotto al tavolo, s' stretta come una morsa, quand'ecco un trillo di campanello.


7.
Sotto la direzione di zia Frida, la sarta sta preparando due identici vestiti di lana grigia, guerniti di raso sfolgorante in tono pi chiaro, da esser pronti per la prossima domenica in cui la zia ha progettato l'uscita con le due coppie di fidanzati. Perch William continua a fare una capatina tutti i mezzogiorni, portando dolci, mazzi di violette. E appena libero alla sera da una sua attivit in una banca, al solo scopo d'impratichirsi nella lingua italiana (secondo la volont di suo padre, ricco banchiere a Brighton, che lo fa passeggiare l'Europa tre quarti dell'anno, per fargli imparare le lingue sul posto), eccolo di bel nuovo, ma punto invadente, lasciando piena libert alle occupazioni degli altri, standosene sdraiato in una poltrona a fumare sigarette, a sfogliare giornali e grosse riviste inglesi, beato se riesce ad accalappiarsi un ascoltatore per parlare di Albert, il suo impagabile amico, e il meno possibile dei suoi viaggi, come di cosa alla portata di tutti, ch non ne vale la pena.
Incredibile, Tita, quanto tu mi ricordi Albert. Lo stesso impulsivo, of course, modo di parlare, con le parole che saltano una addosso all'altra, senza regola. E anche lo stesso carattere scontroso (si dice cos?) con poca sopportazione, disturbato, ma fino in fondo, da provare vero dolore, per i movimenti di certe persone, la loro voce, l'aspetto di certi ambienti. Con bisogno, subito, di scappare per rimanere soli, molto soli. Perfino la frase che egli mi ha scritto in risposta alla lettera nella quale lungamente ho fatto la tua presentazione, sembrerebbe scritta da te. "Constater, egli scrive, con i miei occhi. Una persona attraverso un'altra persona, se questa non  bravissima, molto esercitata nel cogliere i punti giusti, risulta il viceversa, il contrario". Quando saremo sposati, e gli operai avranno finito di prepararci la nostra casa ultimo modello, con tutti i comforts moderni necessari, subito, of course, ci metteremo in viaggio, e spero che tu saprai persuadere, costringere Albert a venire con noi. Tu e Albert, scommetto la testa, direte bella la stessa citt, buona la medesima pietanza, interessante lo stesso quadro e il medesimo libro. Quanto sar piacevole, Tita, volersi bene, e avere sempre con noi un amico cos carissimo.
Anche Albert viaggia sempre?
William si mette a ridere, provocando una ragna intorno agli occhi celesti da neonato, e imporporando la pelle tempestata di lenti, da ridursela color zafferano come i capelli.
Albert non si  mai mosso da Brighton, perch si vergogna andare in viaggio.
Si vergogna?
Egli dice che non vuol sedersi su quel ridicolo carosello degli inglesi, che gira e rigira intorno al mondo. Non vuole aumentare l'esercito di quelle cavallette (cos egli li chiama) che si incontrano dappertutto, che invadono tutte le citt, con il naso nell'aria. Se appartenesse a un'altra nazione, allora s. Cos egli viaggia stando fermo.  molto, molto colto, ha una grandiosa fantasticheria. Ai miei ritorni in patria, sempre mi corregge, mette al suo vero posto una chiesa, un fiume, una piazza, se mi succede di confondermi.
Ma cosa fa Albert?
Fuma la pipa. Ma  anche inscritto alla Universit, e d lezioni perch lui non  ricco.
Hai una sua fotografia?
Impossibile: Albert non la d. Per lui ha un significato enormemente impegnativo il regalo di una fotografia.  dare, lui dice, tutto in una volta tutti interi noi stessi, con la cravatta, la giacca e i calzoni che si vedono, ma anche con l'anima, il cuore, e i pensieri di quel momento dentro al viso. L'obiettivo trattiene e rimanda tutto questo, ed egli giudica sia troppo.
Peccato, sta pensando Tita, tra i due, proprio William, girando col carosello, doveva dare la possibilit d'incontrarlo per primo.
Nelle giornate di scirocco, tendenti al pessimismo, quando William cominciava a dubitare anche dell'ascendente di Tita per far smuovere Albert, finiva pur sempre col consolarsi, dichiarando: In tal caso si viagger meno anche noi, o niente affatto. Ingegnandosi a costruire programmi di vita a tre, con riserbata a lui costantemente la parte pi trascurabile, se non addirittura assente dalla ribalta: Voi due andrete... A voi due piacer... Dando a Tita la snervante sensazione di starsene a confabulare con un vassallo, che del padrone avesse molte pi risorse economiche, e probabilmente maggior inappuntabilit di vestito. Certo tra i due, il pi adatto alla sconsiderata intrapresa di quella sera, e anche all'obbligato seguito della burla, durata ormai abbastanza, e che non poteva mica trascinarsi all'infinito, solo perch William si ostinava a prenderla sul serio, guadagnandosi la simpatia dello zio, che ora rincasava prima pel piacere di conversare con lui, e della zia che aveva finito col preferirlo a Girgini; mentre il babbo, poco simpatizzando per quel genere d'uomo, non si prendeva nessunissima briga per fargli credere il contrario.
Si era del resto in tanti in quella casa, e intorno a quella tavola, da potersi tranquillamente eclissare, andando a chiudersi nella propria stanza, senza suscitare malintesi. Natale inoltre stava avvicinandosi, e William aveva il buon costume di trascorrerlo in famiglia. Ma il guaio stava nel suo progetto di compiere il viaggio di ritorno insieme alla madre e alla sorella, delle quali Tita gi conosceva le sembianze in fotografia, ma non ancora in s il modo meno brusco e pi persuasivo d'impedire la loro venuta, annullando lo scopo di quell'incontro. La madre appariva asciutta fino all'inverosimile, in un giacchettone maschile, con in testa una specie di berretto da fantino. La sorella invece un vero tipo da copertina da romanzo inglese: ovale puro, occhi color acqua, nuvola di riccioli soleggiati intorno a una fronte di porcellana. Talch lo spauracchio che c'era in coda a quell'assenza, distruggeva a priori ogni possibilit di gaudio e sperata liberazione. Il meglio era il non pensarci. La lontananza, in casi simili,  gi come un ponte levato; e un addio oltre tanto spazio, poco pi di un volo di gabbiani.
William part vestito da inglese che si mette in viaggio, con un'emozione fanciullesca che gli scoloriva le lentiggini. E cominciarono a giungere le sue prime cartoline riempite d'affascinosi pezzi di mondo nuovo, con sotto vecchie frasi rifritte, che lasciavano da tutti i lati larghi margini vuoti, per l'incapacit, oltre che di maneggiare la lingua, di tirare il fiato un po' pi lungo. Ma giunto a Brighton, dei foglietti eleganti supplirono le cartoline, colmi di tutte le stramberie dette e compiute ora per ora, giorno per giorno dal caro Albert; con dettagliate, minuziose descrizioni degli ambienti da essi frequentati, dove esigevano che un terzo posto fosse sempre riservato per avere Tita idealmente gi seduta tra loro. L'enumerazione, in seguito, di appartamenti, di ville visitate sempre da loro due, per la scelta del prossimo nido, e dei consigli di ammobigliamento suggeriti dalla madre e dalla sorella, nella beata aspettativa, di flemmatica certezza, di chi mai nulla gli  andato storto, come se il loro legame da burla fosse gi un laccio definitivo.
Tita dirad i suoi scarni saluti, poi di punto in bianco li sospese, senza minimamente sconcertare quel soliloquio incurante degli effetti, che perseverava a fare il suo viaggio inutile; fino a che un indemoniato uragano di bora, con raffiche scrollanti alberi e tetti e uomini come fuscelli, non lo spazz via di colpo. (La bora mette saliva di neve in bocca. Scopa, ripulisce il cielo, l'aria, l'anima delle creature giovani cresciute nel suo impeto d'assalto. Quello che fino a ieri, col bel tempo e con la pioggia, poteva trascinarsi indeciso, tra spigoli di panico, si risolve in chiarezza emulatrice del fiero elemento incitatore, sballottante gli intoppi, rompente le dighe). Levate dal cassetto quelle lettere, e, avvolte in una buona carta resistente, Tita s'avvi alla Posta, trascinata dalla bora proprio nel suo covo di ululi e galoppi pi indemoniati, l dove quattro strade a raggiera se la contendono a imbuto spalancato verso l'altipiano, concorrendo tutte e quattro, come quattro gole di streghe, a meglio scagliarla su quel grigio edificio della Posta, che presentava allora, appena girata la bussola, l'effigie a tre quarti dell'imperatore, in gran tenuta, con il piccolo cranio nudo, gli occhi inquisitori, grigiastri, fermi nel vuoto, la lucida breve barba spaccata nel mezzo.
Fatta la spedizione di quel pacco, e passata nella saletta di scrittura, automaticamente, senza preventivi accordi con se stessa, seguendo l'impulso del momento e forse anche l'unico suggerimento di buona creanza, Tita cominci a vergare una lettera diretta ad Albert, non accorgendosi che gi alle prime parole stava usando lo stesso linguaggio telegrafico, d'intesa spiccia, di quando scarabocchiava un biglietto a Tito, e che tradotto in quel francese scolastico, scattava tremendamente nudo e confidenziale. Poche parole in tutto. Scegliesse lui, Albert, la forma migliore per comunicare a William la rottura, purch definitivamente non venisse pi parlato di fidanzamento, n pi di matrimonio, n pi di prossima calata di congiunti. La gratitudine ch'ella gli doveva per il pronto soccorso, e l'ammenda, nel tempo stesso, per l'imbarazzo creato dalla di lui petulanza, non s'era potuto tramutare in nessun altro genere di sentimento. Grazie e punto.
Libera. Restituita a se stessa. Con nuova agilit di muscoli di tendini nel correre dentro al cuore della bora. E il senso di pacificante responsabilit, per quel taglio di cui William le sarebbe stato grato un giorno, e che si sarebbe rimarginato abbastanza presto, ne era sicura.
A due soli giorni di distanza, molto prima di quanto ella si aspettasse, arriv la risposta di Albert (chiss come e chiss quanto ammirata da William) nella quale egli assicurava Tita d'aver perorato la sua causa e stroncata la fiaba dell'amico. Ma irragionevole, come del resto sono un po' tutte le fiabe di questo mondo, anche questa, ribattendo cocciuta sul non aver bisogno di nulla per continuare a vivere, non s'adattava, non si rassegnava a morire. (Strenua lotta; sprangamento a catenaccio nella stanza senza stufa, otto gradi sotto zero, molta, molta puzza di pipa). E se nonostante tutto ella insistesse a voler vivere per proprio conto? Forse non farebbe male a nessuno...
Fosse per la venuta di quell'espresso di cui Tita non diede spiegazioni in casa, o per il silenzio che poi soffi dall'Inghilterra, la zia dovette annusare qualche cosa. Una mattina capit in stanza col viso ancor pi scuro, consegnando a Tita un pacchetto dal contenuto cos esiguo, che una busta sarebbe bastata benissimo a rinchiuderlo. Ed ella non era ben fuori dalla porta, che gi un allegro svolazzo di cartoline si abbatteva sui tre letti, tra le risate di Lilia e di Elvezia. Il babbo si trov di fronte a quella scena (certo non per combinazione) e a quei sei occhi divertiti, che lo inferocirono al punto da minacciare altri due schiaffi eguali al campione gi scoccato sulle guance di Tita.
Stupida, che sputa sulla fortuna quando di grazia trova un imbecille che la prende sul serio. Il rinvio dei tuoi scorpioni  la degna risposta a chiss quale pagliacciata fatta a mia insaputa. Benissimo: ti avverto che stanno per finire i bagordi, la lega con quelle due, e il poltrire a letto fino a quest'ora. Alla prossima scadenza dell'affitto, si va a stare soli. Capito? Vedremo se non marcerai come voglio io.
Ma Tita conosceva il babbo: era una sfuriata a freddo. Dal primo giorno e in blocco, dalla testa in gi, William gli era spiaciuto. Tutto quel biondore, quel liscio di pelle rosata, quell'inconsistenza virile sotto i vestiti eleganti, urtavano l'animalit calda, muscolosa del babbo, dalla pelle ambrata, dai capelli corvini. Vera insofferenza di razza tollerata per opportunismo. Per quanto l'impulsivit del babbo male si accordasse con progetti, con interessi proiettati nel futuro. Tutte le sue azioni dove entrasse calcolo sempre gli erano andate fallite, per intima avversione, e attitudine poco esercitata a orientare i propri interessi al di l di stimoli immediati. E ne risultava a sua insaputa, a rovescio della sua ostentata rozzezza, una nobilt in buon accordo con il suo profilo di statua greca. Sbattendo l'uscio, con l'aggiunta dell'inevitabile bestemmia, il babbo doveva aver gi classificato quel matrimonio andato in fumo, come un qualsiasi principio di giornata poco lieto.
Fu quella stessa sera, o un'altra assai vicina? Importa solo che quel tramonto sia ancora vivo. Dio, come il viale era tutto intriso, tutto acceso di quella fiamma. Dalle finestre del loro terzo piano, le cupole degli ippocastani sembravano covassero un incendio uscente dalle loro radici anzich dall'estremo orlo del cielo. I vetri rilucenti della lunga e compatta fronte di case, specchiavano rossori di fiamme come incalzanti dal di dentro. Riverberi violetti, gialli, arancione, s'inerpicavano sui comignoli, si riversavano sui tetti, distribuendo pennellate di terracotta, tingendo di rosa le facciate, di violetto le panche, per fluire, per scorrere quasi liquidi sul dorso liscio, arcuato del viale. E singolare era il resto del cielo in quella sua ora di festa: di un celeste freddo, ancora sferzato di bora, ma senza un brivido, senza un'incrinatura.
Lilia, vieni qui subito, corri... disse incalzante la voce di Tita.
Chi  che passa? chiese Lilia gi tutta spenzolante dalla finestra.
Guarda: vedi il pi alto di quei due? Ora stanno oltrepassando la porta del caff.
S... ma come cammina... come vestito... chi ?
Scrive, tagli corto Tita, nella tensione di seguire la coppia che s'inoltrava rapida tra l'incrocio della doppia fiumana. Uno dei due aveva un caro testone leonino, barba brizzolata, quadre spalle massicce, grave la linea del ventre su gambe ancora agili. L'altro era diverso, impunemente diverso da tutti quelli che passavano. Tagliato nel legno. Con passo da marciatore calcato su quella gamba che pareva colpita da una schioppettata. E sulla testa quel ridicolo cappello a forma di girella tutto slabbrato. E sotto quella falda a festoni, scoperta la fronte fatta di due montagnole. Con dentro quel cervello formidabile.


 8.
Pu tuttora accadere a Tita d'essere fermata sulla via da una signora accaldata, bruna e grassoccia, piena di pacchetti, che esclama tra una risata di gola: S, s, un saluto, e si tira via come fossimo due estranee, e non si avesse dormito per un mese nello stesso letto. Non te ne ricordi pi?
Come vuoi che lo dimentichi, Ersilia, e Tita insinua il braccio nel tepore carnale e sodo di quella rotondit che tiene tesa la manica.
L'incontro avviene sempre nei quartieri dove pi numerose si alternano le botteghe di generi mangerecci, e bastano poche decine di passi mossi insieme, perch Ersilia compia altrettante tappe ad occhi golosi, incollati alle vetrine, che irresistibilmente la spingono a varcare quelle soglie, con l'incedere rapido e assorto delle beghine dentro a pi sacre porte semibuie. Veduta cos di scorcio, posta di fronte al banco del droghiere o del pizzicagnolo, Ersilia non solo aumenta di statura, ma anche di consistenza interiore, dalla quale leva fuori quel tono di consumata perizia nello scegliere, contrattare e valutare le merci pi svariate. Carica di tutti i nuovi acquisti che pi l'accaldano e l'arrotondano,  capace di ricordarsi (mentre la si sarebbe supposta solo desiderosa di tornarsene a casa) di una corsa al mercato non ancora compiuta, per cui il distacco diviene irrimediabile, lasciando a Tita l'umido caldo del suo bacio, e l'eco di quella voce grassa.
Il primo incontro con Ersilia, chiacchierante in punta di poltrona, avvenne nel salotto musicale e canoro della zia (quando le due famiglie s'eran gi divise), e per la festevole conseguenza che ne doveva derivare a Tita, fu davvero come una buona carta levata da un mazzo uso a non comportarsi troppo bene. In quelle ultime settimane le carte nere si erano talmente ammucchiate, da spingere Tita, risoluta, dentro al portone di quella bassa casa signorile, grigia, con persiane chiuse da sembrare disabitata; arrestata dal portiere in livrea, precipitatosi a chiederle arrogantemente dove andasse; alle prese, raggiunto il primo piano, con un servitore negro, che dichiarava il medico (non pi quello dagli occhi nocciola) inabbordabile, se non si trattasse di una consultazione gi stabilita. Fermamente stabilita era in Tita la volont di farsi ricevere, che dovette metterle in bocca tanta convinzione di parole, da vedere a poco a poco ammansirsi quel ceffo trasudato di negro, e rassegnarsi a introdurla attraverso una specie di galleria, formata da una fuga di stanze prive di porte, semivuote, dai pavimenti felpati, per abbandonarla, sparendo come un'ombra, sulla soglia di una sala: dove per primo appariva un letto da campo, mal celato da un paravento, poi una scrivania nel mezzo, due poltrone monumentali, e in piedi, con il braccio appoggiato sopra una di queste, un vecchio alto in un giaccone di velluto, dal viso pallidissimo.
Quello era il grande medico? Lo si sarebbe detto un ozioso vecchio signore aristocratico. E lo era infatti: apparteneva al cerchio ristretto di tre, quattro famiglie greche che costituivano allora l'unica aristocrazia triestina. Assalita da uno smarrimento di panico che le serrava cuore e bocca, Tita azzard muovere qualche passo, domandando soccorso a quei due occhi stanchi, che non s'accorgevano della sua presenza. Immobilizzandosi a un tratto, presa dallo sgomento del suo ardire, in forse se scappare prima d'essere scorta, e tuttavia trattenuta dal suo peso disperato. Come se quella lotta fosse stata seguita senza bisogno di levarle gli occhi in faccia, il vecchio signore le fece segno d'avanzarsi indicandole una poltrona, e prendendo svogliatamente posto a sua volta. Appena dentro a quei due grossi braccioli, come nella sfera di un salvagente, Tita gli and incontro col viso, col respiro, con tutta la persona protesa, afferrandogli le mani: Mio fratello sta tanto male, dottore. Peggiora a vista d'occhio. Non gli giovano pi quelle medicine che sta prendendo. Ha la febbre ogni sera, da non aver cuore a costringerlo a misurarsi. Una tosse ostinata, da spaccargli il petto... e peggio ancora... oh l'atrocit, dottore... L'altro anno era ritornato dalla campagna tutto fiorente, da crederlo guarito; quest'anno la campagna non gli ha giovato, gli ha fatto peggio. Dottore, dicono tutti che lei  tanto bravo, il solo capace di guarire da quel male tremendo... me lo prenda in cura... non ha che diciotto anni... me lo faccia guarire...
Ma anche qui d'olio ce n' poco, troppo poco.
Tita lo guard stupefatta, non riuscendo a spiegarsi il senso di quelle parole, se non quando avvert ai polsi la tenaglia delle sue mani.
Pochissimo. E cara la mia signorina, il nostro corpo  una macchina. Mi spiego? Niente pi di una macchina, pur avendo Iddio provveduto qualche cosa di meglio per noi. Il primo scoglio non superato, mi spiego? (non tenga rigido il collo), il primo guaio,  in stretta parentela con la famosa mela fradicia di cui non ignorer la storia. Cos , come le dico. Abbiamo percorso (non chiuda la bocca) un bel tratto di mare a vento in poppa, dai primi sintomi dell'anemia. E il porto (segua la direzione del mio dito) il porto al quale siamo ora approdati si chiama clorosi, mi spiego? Clorosi trascurata.
E continu nell'ingarbugliato modo di esprimersi esplorando gola, gengive ed occhi che sembrava preso a prestito: assolutamente non della sua voce, non della sua faccia, non del caro uomo che fu da quel giorno, fino all'ultimo.
La sua et, signorina?
In marzo, dottore, compisco anch'io diciotto.
Ora siamo a settembre. Non anticipi il tempo, perch... ecco... i giorni vengono... e tutti insieme sono insensati... Dica che ne ha diciassette... diciassette...
E come se quella cifra nascondesse una minaccia peggiore, un'altra insidia ancor pi grave, egli si port le mani cos vecchie e cos aristocratiche sugli occhi, e se le tenne ferme, premute, anche quando il silenzioso negro venne ad accendere il candelabro.
Colta da un ben stravagante dubbio, Tita riepilog in fretta l'anno della sua nascita, rifacendo il conto: infatti il numero era gi rilevante, ma si riduceva a un mucchietto da nulla in rapporto al tanto che s'illudeva di aver vissuto. Clorosi... cosa voleva dire? Che nome strambo, divertente per una malattia... La quale tosto, come per affinit di parentela, abbarbic le sue radici misteriose sull'altra, la sola che contava, dandole un morso d'angoscia, per cui azzard: mio fratello...
La campagna che a lui non  giovata a lei  necessaria pi del pane. Questo ricostituente, insieme all'ossigeno dell'aria, se lo prender quale companatico. E si curv sopra un foglio a scrivere una ricetta.
In campagna, io? E come potrei, dottore, abbandonare mio fratello per il quale sono venuta a chiederle soccorso? In casa, noi, non si ha nessuno. Il babbo, s, ma egli non sa, non potrebbe sostituirmi.
Dovr dunque soffiarlo in una tromba che io non faccio pi visite? Che le mie tende son guaste, e tutte le mie corde son rotte?
Ma, dottore,  mio fratello che verrebbe qui, da lei...
Verrebbe qui... Certamente egli dovrebbe venire qui... Io non faccio pi visite; l'ho dichiarato a diritta e a manca. Soltanto... soltanto con la febbre non si esce di casa, mi spiego?... L'ultima condizione dell'uomo  sempre peggiore della primiera... Si pu sapere almeno dove loro abitano? In quale punto di questa Babele? Da salire molte scale?
Ah per fortuna no, una sola rampa di scale, che pareva di stare in portineria. Un mezzanino nel viale, tenebroso, umido, da poter toccare il tronco dell'ipocastano spingendosi dalla finestra, e in un salto essere in strada.
Pochi, pochi gradini, dottore. Stiamo in un pianoterra, nel viale... e trattenendo il fiato, Tita accompagnava quella mano che tracciava l'indirizzo sopra un altro di quei foglietti.
Allora lei verr, dottore, lei verr? E sollevatasi dalla poltrona, Tita s'aggrapp nuovamente alle sue mani senza alzare gli occhi, quasi a sfuggirla a non vederla, la possibilit di un rifiuto.
Acciocch il saggio non abbia a gloriarsi della sua saggezza, verr.
Ingroppata di commossa gratitudine, da trovar sciocca la piccola parola di cui stava servendosi per esprimerla, e anelante di raggiungere Tito per dirgli in un abbraccio: "Questa sar la vera volta che guarisci", Tita stava dirigendosi rapida verso l'uscio.
Un momento, signorina: chi s'affretta inciampa; ecco che lei dimentica il meglio, e il medico la raggiunge, porgendole la ricetta.
Qualche tempo dopo quel colloquio, a due consolanti visite del medico gi avvenute, per obbligo di convenienza, Tita si trova nel salotto della zia. Colta come da un improvviso svuotamento di cervello che le risucchia il sangue, ella si  appoggiata alla spalla di Lilia, mentre una voce in un falsetto crescente strilla la parola "ideale", che rintrona pi volgare di una bestemmia detta dal babbo. Ma alla buon'ora, la voce si  acquetata, e la zia, scrollando il suo torrione di riccioli, attacca il finale della romanza. Ora sar la volta di Girgini. Rigiratosi sullo scanno a fianco della zia, e accavalcate le gambe, ha brandito il mandolino, facendo avanzare le seggiole di una mezza dozzina di signorine dagli occhi lucidi, beati di posarsi cos da vicino su quella zazzera e su quel collo strangolato. Talch Ersilia, venuta a trovarsi con le due cugine dietro la palma finta e il vaso giapponese, sfrutta il vantaggio della posizione isolata, per riallacciare con pi lena il grasso bisbiglio dei casi suoi. Sta parlando di un varo al quale ha assistito, senza esser riescita, causa la marea d'ombrellini, a vedere lo sciampagna colante sulle murate, ch'era lo spettacolo al quale ci teneva. Poi delle nozze di una sua antica compagna di scuola, carica di quattrini e di conoscenze altrettanto danarose, tali da averle trasformato l'appartamento in una serra e in un bazar di doni. Ma vista la faccia dello sposo, buona notte signori! da preferirsi mille volte il mese di campagna ch'ella si preparava a godere in santa pace. A invogliarla era stata la sua portinaia, ch' di quelle parti, e non fa che decantarne le delizie. A sentire lei, frutta da farne scorpacciate, solo a seccarsi di scrollare gli alberi. Sorgenti d'acqua saporosa, fresca come il gelato. Boschi che, se pur diluvia, non ne filtra una goccia. Galline color zecchino, pesanti come tacchini, per un boccon di pane. Il costo delle stanze da far ridere a crepapelle, con possibilit d'abitare nella pi bella casa del paese, da certi Leban, contadini facoltosi, che affittavano a quel prezzo irrisorio, ridicolo, perch posto loro ce ne hanno e d'avanzo.
Come deve esser bello, sfocia dalle labbra di Tita, rianimata dalla visione di quel bosco, dalla voglia di quell'acqua gelata. L'unico mese di villeggiatura trascorso nell'infanzia, persisteva a esalare nel ricordo quell'odore di erba secca, bruciacchiata dall'eccezionale caldura, stagnante su quel misero orto e su quel cortile, dove non potevano pi muovere un passo dopo il tramonto, l'ora in cui la mamma si poneva a letto. Irrequietudini quasi febbrili, nell'ozio forzato, assalito da mille voglie, in quel carcere diviso con Tito, in quella stanza nuda, spoglia di tutte le loro cose. Immobilit bestiali, mai abbastanza sazie di pane, al davanzale di quella finestrucola che aveva dinanzi un albero gobbo, dispettoso, e lo scorcio di una catapecchia con un portone che si inghiottiva, da mane a sera, un'ininterrotta processione di donne, bambini, gatti, volatili, da non spiegarsi, in tale penuria di spazio, dove andassero a finire. Il momento di mettersi a letto senza sonno, a stomaco gi vuoto, tra il caldo delle lenzuola, nell'aria brulicante di mosche, di bisticci e confidenze d'infelicit mormorate a voce bassa, e d'una chiarezza ostinata, che sarebbe durata fino al giorno dopo. Le venute del babbo al sabato, che aumentavano l'insopportazione, che lasciavano respiro di singhiozzi. Quel bove squarciato, puzzolente, appeso nel sottoscala...
Ti sei addormentata, Tita? Non senti che sto dicendo che sarebbe proprio la campagna che ti occorre? Fatta per te? dice Lilia con quel suo parlare a scatti, che il fervore maggiormente sottolinea. E rivolta a Ersilia: Saresti d'accordo di andare insieme con mia cugina?
E perch no? chiede a sua volta Ersilia con la voce grassa. In due ci si diverte di pi, e si spende ancor meno.
Stasera stessa, con l'aiuto di pap, induco lo zio ad acconsentire, e sono certa di riuscirvi. E perch tu possa partire tranquilla, per quanto tranquilla ora lo puoi essere, avendo messo Tito in quelle mani, ti prometto, e sai che lo mantengo, di andare giornalmente, ogni giorno, a vigilare i pasti di Tito. Dunque mi rispondi qualche cosa?
Per sottrarsi, per vincere l'imbarazzo delle lagrime che da un po' di tempo le spuntano per ogni nonnulla, Tita bacia quel collo musicale, tanto vicino alla sua bocca.


 9.
Capitale pi esiguo di quanto contenessero i borsellini di quelle due viaggiatrici di terza, con programma stabilito di un mese di campagna, non sarebbe stato possibile. Ci forniva a Ersilia, evasa da tradizioni di regola misurata con la squadretta, continui spunti di allegria, condivisi da Tita per il piacere della risata, e non gi per l'azzardo in cui s'eran messe, ch'era un po' la condizione del suo vivere d'ogni giorno.
Alle prime pennellate della sera, quando il treno cominci a filare attraverso la polposa campagna friulana, Ersilia non si stacc pi dal finestrino, additando i mosaici dell'ortaglia sdraiata tra gli abbracciamenti delle viti, i ghiotti cortei d'alberi da frutto sfuggenti o avvicinantisi agli occhi, i bianchi monumenti macchiati di caff latte, condotti a gregge verso l'ovile, le grasse galline ritardatarie ancora ruzzolanti, come se ella gi segnalasse i preparativi ormai non dubbi del festino al quale andavano incontro.
Gli allegri richiami, non fanno che distogliere Tita dal suo interesse tutto rivolto al paesaggio umano di cui era circondata, anzich a quello che si avvicendava al di fuori. Composto di visi di contadini, la maggior parte, e commercianti di bestiame, e loro donne sedute come in chiesa. E se queste nella preoccupata e taciturna novit del non far niente, a mani grosse, impacciate dall'ozio, potevano avere una qualche lontana assomiglianza, una vaga parentela con i sigillati visi degli slavi, che Tita fino allora aveva supposto fossero gli unici contadini di tutto il mondo, i loro uomini loquaci e cordiali, dai tratti decisi a forte pigmento, appartenevano decisamente a un'altra razza. Era la primissima volta ch'ella oltrepassava la barriera carsica trincerante Trieste, faccia faccia al suo mare, popolata in quei tempi, per quanto durasse il gioco concitato delle sue punte, dei suoi sproni, delle feritoie nella roccia, e degli accostamenti drammatici nella nuda pietraia, da quell'idioma aspro altrettanto, e da quei visi abbozzati come in troppa fretta, lesinando la polpa sugli spigoli delle ossa, la cui espansione ed ebbrezza, quando riescivano a rompere la taciturnit, si esplicavano in assoli melanconici e in cori liturgici. E se uno slancio di simpatia subito l'aveva attratta verso questa nuova gente, esso tuttavia non bastava a distruggere la troppo lunga abitudine di convivenza con quel malvisto vicinato, talch s'era sentita straniera anche di fronte a questa, non affratellata n all'una, n all'altra.
Non glielo dicevo io, signorine, che avevano tutto il tempo di rimanere comodamente sedute ai loro posti? Quello che sta alla macchina sa il fatto suo, e io conosco questa linea meglio ancora di lui; appena la prossima stazione sar Attimis, tuonava la voce baritonale che con pi insistenza aveva offerto durante il viaggio sorsate da una sua bottiglia, e invitato a ficcar le mani dentro all'abbondanza del suo cesto. Come fosse cosa da nulla signoreggiare la trepidanza, pi si approssimava il momento dell'arrivo, che aveva reso intollerabile a tutte e due l'immobilit obbligata di spalla a spalla, facendole preferire il passo libero nel corridoio.
Attimis, gracchi una voce nell'oscurit translucida, non appena il treno, fatti due grossi sbuffi, s'era immobilizzato sulle rotaie. Tita, Ersilia, dopo che valigie, auguri, strette di mano furono calati dal finestrino, ristettero a guardarsi intorno, prima d'imboccare l'uscita che subito le affacci in piena campagna.
Stai tranquilla, che troveremo la casa dei Leban senza alcuna difficolt appena ci saremo un po' inoltrate nel paese, dice Ersilia, e Tita  della stessa opinione.
Dovrebbe essere, secondo la mia portinaia, la pi grande di tutte...
Si meravigliano di non vederla gi spiccare alta, biancheggiante e bene illuminata in quella foschia umida, punteggiata appena da qualche timido lume. Ma poich da un bel pezzo stanno camminando alla cieca sotto la pioggia, accorgendosi d'aver rifatto gli stessi viottoli, decidono di chiedere aiuto bussando a una porta. Ma chi mai l'avrebbe supposto che di Leban ce ne fossero tanti ad Attimis, da dover rigorosamente scegliere, definire su due piedi, verso quale dei tanti erano precisamente dirette. "I pi ricchi", stava in punta di lingua a tutte e due, ma non lo dicono.  come se la ricchezza sulla soglia di quella cucina, avesse perduto il significato corrente in citt, cambiato consistenza dai mutati valori che certo concorrevano a costituirla, portando via dai loro occhi, dinanzi a quel piccolo lume posato sulla madia, l'aspettativa del grande casone illuminato.
L'interpellata intanto, pareva fosse riescita a levare dal grosso mazzo dei Leban quello che andava bene, perch, spinto un monello fuor dall'ombra delle sue gonne, e urlatogli in friulano un'indicazione, s'era rimessa tranquilla alle sue faccende. E quegli, sgusciato dalla porta (pi non pioveva) da prima rotol gi da un viottolo, volgendosi ogni qual tratto per sincerarsi d'essere seguito; s'addentr poi in una tenebrosa muraglia di siepi, mettendosi in aspettativa sopra un sasso, per subito tagliare un prato come un leprotto a tiro di fucile, piantandosi infine dinanzi a un cortile spalancato, dove c'era un carro con sotto un uomo che stava accendendo un fanale, due donne che parlottavano animate, un cane abbaiante.
Tita e Ersilia, deposte a terra le valigie, beate di essersi liberate da quel peso, e di poter tenere i piedi fermi, ancora indecise a chi rivolgersi, ma diggi pregustando la gioia di un letto per sfamare la gran fame di sonno, si videro venire incontro dalla casa semibuia una vecchia, che avanzandosi premurosa chiese: Sono loro le signorine che aspettiamo? Vengano, si accomodino, ed ella prese su le due valigie. Quello indaffarato sotto il carro, ch'era Agnul, continu a rigirarsi intorno al fanale acceso; l'altro, sopraggiunto con un mucchio di coperte, e ch'era Gigi, squadern la sua prima risata a spaccalabbra, mentre le due donne, Agnese e Agata, ammutolite, s'accingevano a montare sul carro, radunando a ventaglio le larghe gonne.
La stanza, di un bianco abbagliante di calcina, aveva un letto ch'era un monumento, dal candido coltrone sferruzzato a mano, a rosoni rigonfi, sul quale la luna teneva sdraiato un raggio.
Da poter star comode, come vedono. Qui hanno l'armadio, il lavandino, e battuta di sole tutto il giorno. In campagna non ci sono lussi e bisogna accontentarsi.
Per quel prezzo, pensano tutte e due, anche troppo bella quella stanza, spaziosa, con quel letto ridicolo da tanto era enorme.
Poverine, saranno stanche del viaggio e affamate, con bisogno di mandar gi subito qualche cosa. Ma devono scusarmi se non hanno trovato la tavola apparecchiata come era mio dovere, per via di questo benedetto ballo a Nimis, che non c' che confusione stasera, e trambusto in casa. Li hanno veduti in cortile? Sono i miei due figli, mia nuora e mia nipote. Ma ora che ci penso, non vorrebbero mica andarci anche loro?
A un ballo? A un vero ballo di grandi? Tita non c' mai stata.
Di colpo Ersilia fa un balzo alla finestra per assicurarsi che il carro non sia partito; batte le mani e prorompe: Sicuro che ci andiamo volentieri, se ci portano.
Potevo imaginarlo; quando si tratta di ballare i giovani non dicono di no neanche per scommessa.
Io non so ballare, dice Tita, ma ne ho gran voglia lo stesso.
Allora vado gi ad avvisarli che aspettino. E se loro vogliono farsi belle alla lesta, io nel frattempo preparo una merenda che metta in pace il loro stomaco durante il viaggio.
Ti saresti mai aspettato questo? Un ballo la sera che si arriva! La fortuna proprio ci corre dietro. Non ho pi un'ombra di stanchezza, e tu?, chiede Ersilia accoccolata dinanzi alla valigia, tenendo sollevata la candela.
Nemmeno io. Mi attrae soprattutto l'andata su quel carro. Lo sai dove sia questo Nimis?
Neppur l'altra lo sa, e il mistero ne guadagna.
Quando ridiscendono la scala buia nel loro vestito migliore, il viso ben strofinato dall'acqua fredda, trovano vicino al carro la vecchia, che aveva diggi segnato con i pacchetti delle provviste i loro posti nella comitiva. Agnul seduto a cassetta, d subito il segnale della partenza con un'energica frustata alla cavalla, che si slancia fuor dal cortile concertando il tintinnio della sonagliera col gracchiare delle rane e col zirlire dei grilli. Ma di questi, quanti! Da popolarne una citt, da imaginarli appuntati come spilli sulla sterpaglia umida e nera che arginava la strada, tra la fuga argentea degli alberi. E quale pioggia di stelle mai veduta! A frecce continue, da dare a Tita appena il tempo di formulare un pensiero tra la caduta fulminea e lo slancio di una nuova biscia... Tito... Avr cenato? Sar a letto a quell'ora? Senza febbre?... L'angoscia di quelle domande sospesa in cima al cuore, pure  pi blanda del solito, come fasciata dalla lontananza, dallo spazio lasciato dietro, dalla proclivit all'ottimismo e alla buona soluzione, propensa a scivolare, a staccarsi come le stelle dalla sopraffacente meraviglia di stare su quel carro in viaggio verso l'ignoto. Nidi di piccoli lumi, con zaffate d'aria pi calda e acre sentore di stalla, rischiaravano all'improvviso la fitta rincorsa di alberi, dietro ai quali si spalancavano sale misteriose, paludi iridescenti, pezzi di cielo caduti insieme a stelle, tra l'ondeggiante cortina d'ombre ora paurosamente ritte, ora tutte inginocchiate, rasenti terra.
Gigi seduto a cassetta tutto di sghembo, con gli occhi ridenti dentro al carro, volgeva via la testa ogni volta udiva rimestio di carte e l'affamata addentatura a un nuovo boccone. E Agnese, la moglie di Agnul, e l'altra, Agata, nipote orfana che si tenevano in casa, come vergognose di andare a una festa, non avevano aperto bocca fino all'incrociarsi e all'accodarsi di altri carri pieni di schiamazzi e suoni d'armonica, facendosi sempre pi disinvolte e confidenti.
Ci vuol poco, ora, ad arrivare, dice Agata. Quella luce rossastra al di l della svolta  Nimis. Forse quest'anno l'animazione sar pi scarsa per via di quello scossone di pioggia venuto al momento di mettersi in moto. Altrimenti avrebbero veduto! Bravi quelli che arrivavano a mettere i piedi sul tavolazzo preparato per il ballo; da dover finire sui campi, o accontentarsi di star spremuti nell'osteria l vicina. Richiama tanta gente la sagra di Nimis, perch ci ha due bande, e quando l'una  stracca di soffiare nei tromboni, prende posto l'altra che ha avuto modo di riacquistare fiato dal vino che non manca, e va offerto a volont ai suonatori. Ma loro che vengono dalla citt,  meglio si preparino a non fare paragoni con il lusso dei loro balli.
Tita per la seconda volta confessa di non saperne un bel niente, di non averne mai veduti; ma interviene Ersilia a sollevare il prestigio, e da assidua frequentatrice ne esalta le magnificenze, pur ammettendo d'esser quasi sempre ritornata a casa pi indispettita che contenta, da volersi, appunto, prendere una buona rivincita a Nimis.
Ma l'aria che ora veniva incontro, aveva come perduto ogni incanto e ogni stupore, pareva solo concentrata nell'allungare un braccio per attirare pi presto gli schiamazzi della strada verso la macchia rosseggiante e fumosa nello sfondo degli alberi. In un batter d'occhio sarebbero ormai arrivati: lo intuiva anche la cavalla che aveva raddoppiato lo slancio del suo trotto. E se gi da qualche momento, Tita sentiva un disagio appena percettibile (non pi dello strisciamento sull'epidermide di uno di quegli insetti brulicanti nella siepe), ai primi squilli di tromba e al rigurgito di folla gi echeggiante, rapidamente le si ingigant lo stato ben noto di inquieta prostrazione, vigilante il disinvolto atteggiamento dei compagni. Quale sorta di male era il suo? Da quale fonte maledetta proveniva? Il malstare diffuso, sparpagliato in tutte le giunture, quell'ondata di tristezza, che solo il ritegno di darne spettacolo tanto poco a proposito, riesciva a padroneggiare. Non c'entravano dunque a suscitarglielo n singolarit di situazioni, n confronti umilianti, sui quali ella soleva scaricare almeno in parte la sua incapacit d'affiatarsi, di unirsi all'abbandono degli altri, se anche in condizioni di privilegio, ospite di citt tra contadini, sentiva l'agguato di quel turbine pronto a ghermirla. Tanto pi sensibile e disumano, per lo strappo alla aderenza meravigliosa, durata fino a quel momento, di tutto il suo essere al sedile di quel carro, e all'incanto di quella notte...
Permette?
Tita sta guardando, ridendogli in faccia, l'unico campione signorile in tanta ressa contadinesca, che attraversati tutti quei bozzoli di gonne in evoluzione, le si  piantato dinanzi con un inchino. Lo guarda e ride dalla beatitudine di sentirsi bene. Uscita dalla sua atmosfera di temporale senza accorgersi, come succede nei miracoli, appena scesa dal carro. Da poter affrontare luce e folla naturalmente, senza sforzo, proprio come gli altri. Il solo guaio  che non sa ballare, e la disturba il confessarlo nuovamente. Si lascia avvincere, e muove i primi passi, con quel sorriso da convalescente tuttora sulle labbra. E all'incirca ci riesce, e prosegue sempre meglio, sostenuta da quel braccio e dalle vigorose strombettate. Soltanto non  ancora capace di far le due cose in una volta: dirigere il movimento delle gambe e combinare delle risposte. Perci lascia sospesi tutti quei punti interrogativi del suo cavaliere, che sembra molto stupito d'averla incontrata su quel tavolazzo, e pare ci tenga a farle intendere che anch'egli c' cascato per pura incidenza.
Al termine di quella danza,  Gigi a farsi innanzi scalmanato e timido, con la larga bocca che sfodera tutti i denti, e nella quale in seguito, Tita doveva tanto divertirsi a metterci dentro squarci di poesia, per vederla spalancarsi e restringersi come fauci di cara bestia addomesticata... "Di quel sorriso che tanto mi addolora... Ti porter sciagura... Che atterra ogni desio...".
Ma se ella balla con me, il contino non si degner pi di venirla a prendere.
Il contino?
Il conte Attimis, con il quale ha ballato prima.
E lui che c'entra?
Gigi estrae il fazzoletto, si asciuga la manaccia sudata, continuando a tenerselo sulla palma per non contaminare il prezioso vestito di lana grigia, scelto dal babbo, che vestiva quella sera una sensazione di felicit nuova di zecca, senza peso, senza consistenza, nel giocondo piroettare sotto i festoni di carta velina, a pochi metri da quelle buche d'ombra, dove come cammelli accosciati, stavano piantate le baracche della fiera, protette dai copertoni ingobbiti sulle terraglie, sui rami, sui rotoli delle stoffe.
Grugniti di porcellini pazzi di sonno; accorati muggiti di mucche negli intervalli delle trombe, e piagnucolose risposte di vitelli. Ciambelle in giro, pi ingenue del loro sapore, infilzate in clave da bifolchi. Odor fumoso di stelle e di cera colante. Odor di notte al timo, al letame e alla menta. Alberi in blocco, e il loro sveltirsi improvviso, in fragilit argentee sotto l'ingannevole gioco della luna, allungante qualche cima il doppio del campanile infreddolito, sbiancato nel cielo leggermente gi roseo.
Pensaci tu, ora a collocare dove credi questo quintale di scartafacci che ti sei portata, io vado a curarmi della colazione, dichiara Ersilia l'indomani.
Finalmente potr cucinare senza dovermi subire prediche e divieti. Hai veduta la cucina? Un sogno, con l'immenso focolaio acceso tutto il giorno, e libert di porvi sopra quante pentole m'aggrada. Ho trovato la vecchia stamane, che stava mondando funghi, di cui sono carichi i boschi, e subito ho sguinzagliato un moccioso che mi si aggirava intorno, a portarmene una gerla per pochi soldi. E lesta, come gi incalzata dal bollore straripante d'una pentola, Ersilia scivola dalla scala, e Tita le va dietro, preferendo compiere il primo giro di ispezione intorno alla casa, anzich starsene a far dell'ordine.
Strepitosi vagiti di neonato escono da una finestra; allegre sbuffate di fumo dal grosso camino; grugniti di porci dal fondo del cortile.  una larga panciuta casa a due piani, l l per scoppiare, tante son le fenditure e le crepe nell'intonaco buttato su alla buona di Dio, ma che terr duro come certe screpolate facce di vecchi. Poggia sopra un portico a tre archi, con sotto lo sporto di pietra frusta e l'erba matta nelle connessure. Nella facciata posteriore c' solo la porta massiccia della cantina, che ad annusarla ubbriaca, e una scala bilanciata nel vuoto, che si arrampica fino al limitare di quella botola scoperchiata poi le tante volte all'imbrunire, con la complicit di Gigi, per mordere nella riserva delle pere invernali e delle mele gigantesche, e per fare i sapienti intarsi senza conseguenze, nelle rotelle dei formaggi messi a taglio. E dinanzi quel cortile vasto come un piazzale, su cui s'aprono stalle, rimesse, fienili, pollai; e nelle pause di muro tra quel susseguirsi di portali a voragine, tutto un inerpicarsi di roselline in mezzo a squili di pomodoro e frecce di rondini. Il grande steccato nel fondo lasciava vedere il verde tenero dell'orto, e subito l'oceano delle viti a ghirlanda, che la baldoria degli alberi da frutto incorniciava a un pelo dal muro, punteggiato dai rubini di San Giovanni.
Tita s'un ad Agata che stava uscendo con la falce issata in spalla, la balza della gonna e il corno appuntati alla cintola. Appena fuori dal cortile, ecco l'erta dura calcata la sera prima trascinando le valigie, impregnata del fresco luccichio d'acqua sfociante da ogni ciottolo appena rimosso. Il paese si presentava a prima vista (od  cos che s' composto nel ricordo) come una conca verdeggiante a scaglioni, a fratte spinte verso cocuzzoli imboschiti o rasi da poco, con sopra covoni a pan di zucchero, dai quali il sole ricavava quintali d'oro rutilante. Passo passo che l'erta portava in alto, andava precisandosi la sagoma d'anfiteatro, di cupola capovolta, spezzettata a fette, a triangoli di un verde ognora diverso, che s'incupiva nel cinturone di faggi messo al suo ultimo bordo, come a trattenere il cielo e a non lasciarlo strapiombare su quei mucchietti di case strette insieme, dalle quali dovevano salire e propagarsi quel brusio di voci, quei colpi d'ascia, quegli arrotamenti di lame, quei richiami lanciati come fionde, raccolti e rimandati dall'eco; poich anima nata non avveniva d'incontrare n di scorgere, n altri passi risuonavano all'infuori del loro. Un sorriso serpeggi per l'arrugginito viso d'Agata, chiuso in un fazzoletto che non era quasi pi verde, e rendeva quel viso simile a una pera adagiata tra due foglie insecchite:
Non vede che sono tutti pei campi? In casa son rimaste le vecchie, con poco tempo anche loro da poltrire.  il mese questo delle vendemmie e dei raccolti, che si vengon dietro come i grani del rosario, da dover chiedere misericordia se dovesse durare tutto l'anno. Basta guardi l e (appunt il dito) per vedere i nostri che stan battendo le pesche.
Tita aguzz gli occhi in quella voragine verde, tenendo un piede sulla durezza del viottolo, e l'altro gi sommerso in una mara di spighe rabbrividenti sotto a salti pazzi di cavallette. In quella dardeggi il fazzoletto rosso di Agnese, sopraggiunta dall'altro versante, con il suo bimbo in braccio. Avanzava con passo da madonna tra il biondeggiare delle spighe, e deposto il suo fardello al riparo d'un albero, impugn la falce e incurv la schiena vicino a quella d'Agata.
Altri fazzoletti ora, e baleno di falci, corpi di disegno netto o a scorci confusi, s'intravvedevano tra l'intrigo dei fogliami, da indurre Tita a chiedersi se prima era stata cieca a non vederli. Invogliata ad associarsi subito anche lei a quel laborioso formicaio, tentando di venirne a capo, di riescire a comporre quel nodo semplice e s difficile, con due svolte di mano rapide e inverse, che legavano a matassa le spighe divelte che andavano ammucchiandosi ai suoi piedi. Sbagliando le cento volte prima di saperlo compiere esattamente nel tempo di un respiro. Ma quell'impresa appartiene al primo giorno. Altrettante ne seguirono in quei trenta giorni messi in fila come le perle di un rosario, infatti, che stesse appeso ai due bordi della boscaglia, per far ciondolare sulla valle la pi festosa epoca della sua vita.
La chiarezza abbacinante d'ogni nuovo giorno, che innondava il grande letto, dava al risveglio l'avida felicit di cominciarlo subito a vivere. Di corsa su per le ripide scarpate, a raggiungere l'esercito delle vendemmiatrici dell'uva asprigna, tardiva (l'altra stava gi impazzendo nelle botti), tingendosi del suo sangue fino al gomito. Partecipando al maneggio delle lunghe pertiche nello scrollo delle pesche a tempesta, da sfondare i grembiali. Alla raccolta guardinga delle mele regine, di cui una sola che riportasse una tacca, screditava il contenuto di tutta una gerla. Alle prese, gli ultimi giorni, con le castagne, che metton radici solo dove i muli e i somari amano poggiare i loro stinchi; pronte a pungere, pronte a vendicarsi sull'orlo di quei burroni, non appena la mano avesse tentato soppiantare l'aiuto delle mollette.
Con il viso color terracotta, le mani impresentabili, una floridezza ridicola che le si propagava fin sotto le ascelle, Tita, alla sera, era fulminata dal sonno, da dormire in piedi come le cavalle, mentre il piccolo lume nella spettacolosa cucina, stava inventando le pi strambe ombre, riducendo a grottesco miraggio di calcina quella lontana Trieste rievocata dalla grossa voce di Ersilia, alla curiosit dei Leban raccolti intorno al focolaio. Quando la veglia non si prolungava nell'afa odorosa della stalla, tra soffi caldi di mucche, pigolo di pulcini, sogni teneri di vitelli, con l'arrivo della mantella frusta del segretario comunale, sotto alla quale si celava molta voglia d'intraprendenza e la manica vuota del suo braccio destro.
Nell'ora della siesta, sotto l'ombrello d'un castano, pancia sull'erba, quando a Ersilia stavano morendo in bocca le parole, Tita si accingeva a scrivere al fratello, facendolo partecipe d'ogni ora delle sue giornate e degli stati d'animo che le aveva accompagnate, con il rapido, confidente abbandono, che costituiva il loro maggiore vincolo, e il modo anche pi sicuro di toccare il fondo di loro stessi. Aperti l vicino stavano i quattro grandi fogli quotidiani di Tito, tutti punte e sberleffi, e per tre quarti riempiti di vignette, pupazzi, caricature fatte di nulla e dell'essenziale movimento della vita. C'era stata quella frase, in uno di quei fogli, che sembrava fosse stata scritta con un altro inchiostro, tanto s'era fatta evidente su tutto il resto: "Son passato ieri sotto casa, con un pacco di sfogliate alla crema che non erano per te. L'impressione che ho provata, la voglia...". Un pupazzetto mostrava Tito con le orecchie sventagliate fuor della paglietta, la linea sterminata delle spalle e quella delle esili gambe nel gesto di scaraventare il pacco.
"Risparmia i francobolli e non scrivere pi a Patrasso. Mi fanno male i suoi commenti a tuo riguardo, e il sapere che poi ti legge a voce piagnucolosa a quelli dell'osteria...". E il babbo balzava vivo da un naso da medaglia e da un gomito appuntato sulla tavola.
"Esatta come un cronometro, cinque minuti dopo il tiro che scrolla i passeri dal nostro albero, zia Giulia suona il campanello...". Tre ricci scendenti a trucciolo, l'abbozzo di un sorriso gelido, e zia Giulia era pi autentica del vero.
"La nostra cara Lilia... Vedessi come s'invirgola e scatta (una sola linea a zig zag rendeva il suo ritratto) alla mia pi piccola resistenza a mandar gi i bocconi che m'offre in punta di forchetta...".
"Da alcuni giorni piove. Ma per giungere a tale constatazione, bisogn scendere fino al Diluvio universale. Sai gi di chi ti parlo... mi spiego?" "E tutto questo lungo viaggio, caro signor dottore, perch badassi a non pigliarmi l'umido, e risultasse limpido come una goccia d'acqua, che nel venirmi a fare le punture in casa, la sua bont c'entrava quanto quella dell'ombrello nel servirci quando occorre...".
"T'accorgi che gioco con questo mese come fosse un elastico? Lo tendo da farlo scoppiare perch ti raddoppi i giorni, lasciandolo poi riprendere la sua posizione normale, che ad occhio e croce, mi pare corrisponda alla massima mia possibilit d'averti lontana...".
Ancora per poco... oh per tanto poco... i giorni della permanenza di Tita ad Attimis erano contati. Lo sapeva ogni filo d'erba che ella stava per andarsene, che quella felicit finiva.

 10.
Come possono crollare disinvoltura e un tantino anche d'illusione, per appena una sbirciata, passando, ai lastroni delle vetrine! Tita a dire il vero li ha sempre evitati quegli specchi improvvisi, che riflettono da ladri gli impreparati a vedersi faccia e figura come lo sono realmente, ma che le davano un malcontento troppo grosso. Quel giorno era quasi propensa a credersi elegante, quando ben vide cos'era... Ingoffita di quel grasso gi un po' diminuito, ma tuttora come preso a prestito, mal appiccicato non fuso al resto, stabilitosi proprio dove la sua figura richiedeva d'essere snella. E cosa ancora le avrebbe combinato, esposto in piena luce, quel rosso disgraziato della camicetta, oltre a caricarle il tono cioccolata del viso, che a sua volta accentuava l'azzurro esagerato in cui nuotavano i carboni delle sue pupille?
Fu il babbo a portarle una notte quel pezzotto di seta clamorosa. Se lo trov al risveglio conficcato sotto il guanciale, da crederlo un rimasuglio d'un suo vanitoso sogno di cenerentola. E ne venne fuori quella camicetta che non pareva sua, e il nodo a farfalla sul cappello. Ma dopo il verdetto di quella lastra... Ecco, non ci teneva all'eleganza, ma ad essere anche di fuori qualche cosa, qualcuno, s, per certi occhi ch'ella era in procinto d'affrontare. Occhi che sarebbero rimasti ostinatamente chini, o assenti, o attaccati sulle cartelle che Tita avrebbe deposto timidamente su quel tavolo, bench esse fossero gi state esaminate attentamente una per una, con sottolineati i periodi che ancora facevano groppo, e i tanti vergognosi falli di ortografia. Giudicate, lo si capiva, le mille miglia lontane dall'essere perfette, tuttavia scritte da chi aveva un suo modo personalissimo d'esprimersi, per cui la prova di una frase rigirata con pi composta tranquillit di forma, subito faceva buco in quelle pagine, rivelando l'intromissione. E forse soltanto per questa sua personalit inaddomesticabile, ella veniva spronata a lavorare avanti, e a farsi vedere pi spesso. Egli di qua, ella di l di quel tavolo che occupava quasi tutta la stanza di redazione. Uno sgabuzzino chiuso da una parete a vetri, oltre alla quale risuonava il passo pesante del direttore del giornale, la sua gioiosa voce impastata di raucedine, e il suo benevole fischio annunciante l'ora di chiusura: il pi basso dei due, che all'ora del tramonto passavano per il viale. E l'altro, colui che non sollevava gli occhi in faccia, era quegli dal cervello gi menzionato sotto la girella in sconquasso, e dalla gamba colpita come da una schioppettata.
Esplicita insofferenza di padroni, dichiarava il titolo del quotidiano che usciva da quella fucina; meno sovversivo tuttavia del significato della bandiera tricolore, drappeggiata sul busto di Garibaldi, messo bene in vista a chi entrava nella piccola anticamera. Ci voleva, in quei tempi, un coraggio da leone a piantarla l, persistendo a tenerla spiegata su siffatto piedestallo, altrettanto significativo e pericoloso. La sorpresa in Tita, la prima volta che ne varc la soglia, il suo colpaccio al cuore furono cos violenti, da strapparle via, da non farle pi sentire l'inquieto turbamento per essersi azzardata di venire in tale sede a chiedere un giudizio su quel suo mucchietto di manoscritti. Ma se atmosfera esisteva da spegnere i timori e da far germogliare l'audacia, essa riempiva da capo a fondo quelle tre stanzette di redazione e quel metro d'anticamera: mettendo al bando, in fascio con le vigliaccherie, anche le pettegole piccole rivincite d'amor proprio, come sarebbe stata quella d'interrompere a un tratto, quegli che compiuto ormai l'esame delle sue cartelle, perorava all'altro capo del tavolo, per schiattargli sotto il naso un po' camuso: "Mi guardi, perdio. Possibile mai che neppur oggi, con tutta questa stoffaccia rossa, se anche mi fa pi brutta, non riesca ad attirarle gli occhi?".
Ma la domanda, bench trattenuta, dovette strepitare sulla bocca di Tita, perch quegli occhi di chiara intelligenza, improvvisamente si fermarono sul suo viso, senza indugiarsi su niente. Con uno sguardo svagato, e che forse aveva una cos rapida, immediata possibilit di assorbire le imagini e di scandagliarne il contenuto, che un attimo di presa ad esso bastava per afferrarle, immagazzinarle, e fargliele ritrovare quando ne avesse bisogno, gi chiaramente equilibrate nel mondo che eccitava il suo spirito. Come anche il suo modo di conversare, di raccontare le cose, volontariamente dimesso, spolpato, se pur sempre in quella limpida inquadratura a sprazzi d'ironia, dava l'impressione che potendo scegliere, egli avrebbe preferito ascoltare gli altri, con quell'attenzione del tutto provvisoria, che se non agganciata da speciale interesse e da obblighi di mestiere, si svincolava tanto candidamente, da neppur renderlo consapevole della sua poca carit cristiana. Un solitario socievolissimo, Tita non lo metteva in dubbio, totalmente libero da pruriti di confidenze ed espansioni. D'un impaccio, a volte, esteriore, da potersi scambiare per timidezza, e ch'era pi un'intima preoccupazione di difesa, forse, un accorto e voluto trinceramento in esperienze di vita state piuttosto dure, che dovevano avergli ricalcato, inciso fino all'osso, quei tratti di pura scultura del suo viso, fatto a rilievi, fatto a scavi come di montagna.
C'era quindi da scommettere che anche quell'attrice, di cui stava parlando con insolito fervore (quando s'era formata nell'aria l'improvvisa parentesi di quella sua occhiata) egli non l'avesse mica guardata con troppa insistenza, n servendosi del canocchiale. Se Tita gli avesse chiesto: "Quale disegno aveva di bocca?" rompendo la sua mirabile rievocazione a voce bronzea con l'erre a gargarella, lo avrebbe messo fuori di strada. Perch la vitalit della creature egli non doveva spremerla dall'immediato spiarne l'anima e la particolare struttura, ma da quel ritrovarle con la penna in mano, ben digerite, rifratte su una lastra un po' fredda, necessaria all'incomparabile lucentezza del suo stile.
Ma cos chiuso, lui, cos nemico degli esclamativi, quel giorno (reduce appena da una permanenza a Parigi durata oltre due mesi) era tutto sciampagnante d'una effervescenza che gli traboccava in parole. Cielo, aria, aspetti, incontri, visioni di Parigi, gli succedevano con la freschezza d'impressioni appena lasciate, ancora appese agli orli del presente, in un riversarsi di loquacit tanto insolita, da far pensare che un altro avvenimento concorresse a far festa al ricordo di quel viaggio.
...Prodezze di civilt, che lo avevano arrestato inferocito e commosso dinanzi a tronchi, rami di un parco, costretti in lambicchi di architettura, da quasi eguagliare la composizione fastosa dei preziosi gobelins ai quali dovevano servire da anticamera... Spettacoli d'intelligente grazia ai quali aveva assistito, soffiati nella spuma, e dominati dal vigile controllo del pi sottile crine di voce, del pi lieve di quegli atteggiamenti in esperta famigliarit con il lusso che li vestiva, da creare, anche sciolti dal compito scenico, paradisi di delizie... Le dignitose, le composte povert scarnificate, rasentanti il suo gomito nel congestionato tumulto delle strade; e proprio esse, le strade, capaci di dare quella meraviglia di solitudini, senza possibilit di comunione n di soccorso... Compiacenti, assurdi miraggi proiettati su quel cielo non azzurro, non grigio, pi simile al colore della carta monetata, con su anche il sudicio, il grasso delle mani, e il repentino colpo di spugna, al primo apparire degli alfabeti luminosi sulla citt, che spazza i miraggi, frusta le ombre, lascia defraudati e vogliosi di tutt'altro genere di ricchezze... Gloria finalmente in abbondanza, a saziet in quel palazzone fitto di capolavori come un alveare, da poter nutrire tutte le mattine, per due mesi, senza punto esaurirsi...
Strette a pugno le mani tuttora nerognole, escoriate, a unghie rotte, Tita stava in ascolto, cercando d'orientarsi in quell'ignoto che aveva un nome da brivido. Ma sentendosi tagliata in due. Con l'altra parte di s sempre pi afferrata da un senso di squallore, di povert irrimediabile, insaccata nel ridicolo indumento rosso da maschera, dal quale usciva la volgarit di quelle sue mani simili a quelle d'Agata. La subitanea associazione diede prima uno scrollo, poi palate di cenere su quella ch'era pur stata l'epoca tanto felice, facendole prendere la medesima proporzione di mediocrit che interiormente la feriva. Questa sua continua perdita di fiducia e d'aspettazione, questo suo accanito e doloroso senso d'inferiorit, coinvolgente nello stesso piano ogni qual cosa la riguardasse, teneva aperta la partita a pugni tra la sua brama di serenit, e l'inquietudine desolata che si avventava a frustrare ogni suo tentativo per liberarsene. Compreso quello, di volersi sottrarre con altre indagini, alla ragione pi immediata che in quel momento la umiliava: ...quegli occhi... Stavano l, a confermare la risposta data a Lilia il giorno prima: "Non mi ha mai guardata".
E vuoi che ti creda? Ma se devi piacergli, Tita, da ubbriacargli gli occhi.
Sciocca, ti ripeto che non mi hai mai guardata.
Sciocca, s, da non capire che la sua umiliazione, sempre in procinto di esplodere, sgorgava da un bisogno tanto pi caldo ed esigente dell'omaggio stampato alla superficie di quegli occhi. L'esclusione fredda che c'era dentro... L'attenzione, tutto l'interesse unicamente puntati su quelle cartelle presentate al loro esame, come se in quel suo ancora informe, rozzo balbettamento d'arte, non si facesse sentire, non balzasse fuori l'altrettanta sua incertezza nel risolvere il compito della vita, sulla quale egli mai, mai, neanche per incidenza, aveva posato il pi sfuggevole sguardo. L'incapacit a suscitargli un briciolo di curioso interesse, se non almeno l'impulso e stenderle la mano per trarla un po' vicina a lui, nel loro consueto rapporto di maestro e allieva, con poco tempo per lo scambio di parole inutili, non necessarie al motivo per il quale ella si trovava l, era stato sempre pi sopportabile dell'isolamento che l'aveva colta quel giorno, come di bestia randagia, di mendica sulla soglia di quella festa di cose vedute, dalla quale si sentiva esclusa, tagliata fuori...
In uno scatto irrefrenabile, Tita fu in piedi.
Se ne va diggi? egli chiese con candida sorpresa per quella sua mossa inaspettata. Pure non si  ancora udito... e alludeva al timido fischio del direttore che sempre un po' li imbarazzava.
Tita, a testa bassa, stava raccattando in fretta i fogli del suo manoscritto, cacciandoli rabbiosamente nel fondo della borsa.
Ma no...  lei che oggi ha fretta, e inquadr nella finestra imbottita di tramonto, la sua figura legnosa.
O sono le mie chiacchiere che l'hanno stancata... Mi scusi. M'era tanto piacevole averla per compagna nei ricordi del mio viaggio... Ma prima che se ne vada, vorrei consigliarla a non stracciare, come fa sempre di tutte le sue cose, il ritratto di quel contadino.  buono,  ben fatto. L'incontentabilit indispensabile a superarci, deve rispettare uno sforzo quando  riescito.
Lagrime: maledette! In due grosse perle pronte a rotolare vergognosamente... Ma riesc a trattenerle, riesc a dire grazie con voce sicura, e a raggiungere l'uscio.
Si trov, appena varcato il portone, su quel marciapiedi del Corso, nell'ora del pi folto andirivieni, stretta tra la fiumana di gente che compiva la solita passeggiata, per riversarsi poi nella piazza, lungo le rive, i moli, i caff illuminati. Con il suo passo caratteristico in punta di piedi, incalzata dal bisogno di sfuggire quell'umanit festaiola e di liberarsi da quello straccio rosso, Tita tagli verso la chiesa di Sant'Antonio, specchiata nel Canale tra una ghirlanda di bragozzi: l'affascinante punto di Trieste, che pi rapidamente la metteva sulla via di casa. Lo stimolo di pianto s'era svaporato nell'aria. Le persisteva il malcontento di chi sta scoprendo incoerenza nelle proprie aspirazioni e nel proprio modo di agire, tali da attenuare le accuse mosse agli altri; senza tuttavia voler approfondire troppo questa incoerenza e lasciar precisare con un nome quel tremore di infelicit assurda, intromessosi a perturbare l'ambito avvicinamento di quell'ingegno, e la gratitudine di averlo ottenuto.
Ancora gente, ancora folla. S'eran riversati tutti per le strade quella sera. Piantando gli occhi su una fanciulla della sua et che le era passata vicina, Tita ebbe l'impressione che fosse costituita di tutt'altri elementi dei suoi. Pi morbidi... pi profondamente connessi a una sana femminilit... pi atti a dare e a ricevere gioia... E quante mamme in giro! Impossibile figurarsela al suo fianco la mamma. Anche perch non riesciva a vederla altrimenti che in quelle larghe vestaglie strascicanti a terra, con appena visibili le punte di quei piedi tanto minuti, tanto sottili, per i quali il babbo, nelle botteghe, fingeva di cercar pantofole da bimbi.
Ora, imboccato il viale, Tita avrebbe potuto camminare ad occhi chiusi, guidata dai sentori che si propagavano dai caff, dalle latterie, da tutti quegl'innumerevoli e svariati locali di richiamo stipati da ambo i lati; dalle stesse disuguaglianze del terreno famigliari al suo passo che le calcava da quando era al mondo; avrebbe potuto ritrovare la sua tana con l'istinto che guida le bestie. Ce n'erano di tane abbandonate lungo quel viale... Non occorreva ella narrasse la sua storia. Stava scritta sulle facciate di quelle case. Una storia cominciata quasi bene, in un benessere sospeso tra minacce e speranze, come stava sospeso quel poggiolo a colonnine, tra le due ale di finestre che rimanevano tappate tutto l'inverno, schiuse solo nella grande estate. Storia che s'era immiserita ad ogni sloggio, assumendo sempre pi il colore sudicetto, grigiastro dei nuovi muri, il tono ognora pi ristretto degli ambienti; l'avarizia di respiro delle finestre diminuite, la mansueta timidit di quei portoni da poveri... Ma pi in gi, pi in umilt di quello a cui erano arrivati, non si poteva... Pareva di stare inginocchiati dinanzi a tutti gli inquilini della casa.
Tita era gi quasi giunta, quando una fiammata al viso la fece vacillare nel passo... Ma no, non era possibile... un'allucinazione... Eppure s, era lui, nessuno al mondo gli assomigliava... le veniva incontro, la aveva preceduta, galoppava gi dal viale, con dei fiori... dei fiori a lungo gambo... tenuti duri nel pugno...
E quando egli le fu di fronte, togliendosi lentamente la girella, senza dire una parola (o Tita era troppo confusa per udirla) le mise in mano tre gladioli rosso magenta, dell'identico tono rosso, un po' soffuso di viola, della sua camicetta.


 11.
Lasciami vedere, rovescia di pi la bocca... Ma certo, hai un foro, e abbastanza grande, nella parete posteriore del dente. Peccato, proprio in un dente davanti. Bisogner tu vada al pi presto a fartelo otturare.
Oh, non ne vale la pena... Mi secca soltanto se dovesse darmi troppo fastidio, risponde Tito nell'affannosa pausa di tosse, riponendosi a tratteggiare le caricature illustranti il suo articolo, gi steso in bella copia per il Fracassa.
Cosa stai dicendo? Lascerai rovinare i tuoi magnifici denti, adattandoti a soffrire per un cos bel risultato? insiste Tita, articolando con fatica le parole, fingendo di non vedere l'abisso che a lui suggerisce e si inghiotte giorno per giorno le sempre nuove rinunce. Benedicendo, e invidiando nel tempo stesso, la sua pronta possibilit di scavalcarlo con l'attenzione subito concentrata a non uscire di linea su quel quadrato di pergamena. Mentre ella non sa ritrarsi, rimane l stecchita con gli occhi sbarrati dentro.
Tutti i pretesti naturalmente ti son buoni per allontanarti dal tavolo. Poi dici che sei lenta, che ti  enormemente difficile, che non riesci a far nulla. E sfido io, sul pi bello pensi ad altro, e perdi la continuit necessaria.
Tito, se andassi a farti la braciuola?
Da capo: mille volte t'ho detto di non nominarmela; schifo, nausea...
Ma non potrai mica andare a letto digiuno. Dimmi cosa vorresti... Prima di rimetterti a ripassare i contorni, ci pensi un momentino. Forse trovi qualche cosa che non ti ripugni... Intanto io mi metto qui, che tanto mi piace...
Tita si  inginocchiata adagiando la testa sulla sua coscia, sentendo il caldo arroventato delle sue mani fin oltre la spessa selva dei capelli.
Qualche cosa di fresco, ma davvero non saprei... Forse una di quelle pere sugose, dell'altra sera, ma non ne abbiamo...
Di botto Tita s' rialzata: In pochi minuti, vedrai quali pere ti porto.
Sei pazza? Vuoi uscire a quest'ora? Saranno gi le dieci.
Sono quasi le undici, ma Tita sa di trovare ancora aperto lo spaccio di birra e cibi freddi alla fine del viale. Esce rapida per togliergli la possibilit di trattenerla, si precipita per le scale buie, apre il portone e si mette a correre. Una guardia si ferma, le figge severa gli occhi addosso; sente il passo cadenzato alle sue calcagna. Un gruppo di giovinastri la circuiscono sbarrandole la strada; Tita bravamente sguscia da tergo, continuando a correre con le due grosse trecce all'aria. E l'accelerarsi del fiato, il pulsare del cuore, il moto rapido delle gambe, l'ingombro e la petulanza dei passanti, la doppia fila dei lampioni e la fumosa danza delle ombre, compongono una sola consistenza inevitabile per il raggiungimento delle frutta nelle quali Tito immerger la bocca. Corre... Ed ecco in fondo al viale la macchia luminosa sul selciato, tanto prima visibile della luce attenuata dello spaccio, che ha scritto sulla porta a lettere sanguigne "Czarda". Proprietario ne  un cordiale panciuto ungherese, con barba spaccata in due triangoli come quella dell'Imperatore.
A fiato rotto, Tita ha raggiunto la porta e vi si  slanciata dentro. Il sorridente ungherese, e sua moglie con le grosse mammelle ciondolanti, stanno dietro il banco, l'uno ad affettare prosciutto, l'altra a riempire boccali di birra. Quanti avventori, nella stanza attigua, malgrado l'ora. Ma anche il babbo, del resto, stava certo bevendo all'osteria.
Vorrei delle pere, dice Tita.
L'ungherese, col coltello sospeso, si volge verso la moglie traducendole in tedesco la richiesta. E questa, scuotendo il capo, pronuncia il diniego in italiano, passando i bicchieri di birra al cameriere.
Ma se ne avevano in vetrina, dopopranzo... tutte le hanno vendute? Mi basterebbero poche, anche una... insiste Tita, sentendo la sua voce smarrirsi tra il cozzo dei bicchieri, il vociare dei bevitori, quasi vedendola rotolare senza presa sul groppone della donna e sulla faccia ottusa dell'ungherese. Ma ecco il cameriere, ritornato a rifornirsi di birra strizzando l'occhio a Tita, bisbiglia qualche parola alla padrona, che senza mollare il rubinetto fa un cenno di consenso. E questi fila nel retrobottega, ritornando con una sporta. Oh, ja wohl, borbotta il padrone ficcandovi la mano e porgendo a Tita un paio di pere.
Un'altra volta, signorina, faccia pi di buon'ora le sue spese, le dice la guardia piantonata sull'uscio, nell'idioma spassoso, frammezzato da parole slave, tedesche, italiane, e in quel tono da cane che abbaia, privilegio esclusivo di ogni funzionario austriaco d'allora.
Tito nel frattempo, rapido in tutte le sue cose, con l'immediatezza senza sforzo di chi  in armonia con la vita, aveva gi sbrigato tutta la rassegna delle caricature, e stava ponendole nella busta insieme all'articolo. Ha una esclamazione di sorpresa vedendo le pere, quelle che desiderava. Le soppesa, le accarezza, gioca col coltello sulla buccia, decidendosi a tagliuzzarne uno spicco sottile, che avvicina svogliato alla bocca, lodandone il sapore. Ma giunto a mangiucchiarlo, non regge alla repulsione, assicurando che ne avrebbe mangiato il resto a letto, dimentico che quel momento era diggi prenotato per il supplizio del bicchiere di latte.
Tita non insiste, colta da una strana rilassatezza, come di matassa che si scioglie. Non dipende certo dalla corsa fatta prima, ci vuol altro per stancarla. La sensazione somiglia pi a una sconfitta contro un'avversaria che stesse dicendole: "Tutto inutile, ne sei ora persuasa? Sempre, tutto sar inutile...". E anzich insorgere, ribellarsi all'infamia di quel verdetto, ella se ne stava inerte, rinunciando a lottare, a contrastare con ogni mezzo la passivit sfiduciata di quegli ch'era tutto un pezzo con lei stessa. E poich nessuno poteva parlarle da quell'angolo, se non l'ombra non raggiunta dal lume, l'avversaria vigliacca, amante del quieto vivere, era dentro di lei...
Questo parte domattina, e spero di mandare ancora due corrispondenze entro il mese al Fracassa. Dunque hai letto cosa mi scrive il direttore? Mi apre una nuova rubrica di macchiette triestine, svincolate del tutto dalla politica. La inizio con il Vecio polvere, che me lo sento scappare dalle dita.
Tito afferra la penna ancora umida, e a rapidi segni sicuri, come soffi di vita, fa balzare sulla carta il vecchio maniaco in cilindro, nello scatto che lo immobilizza sulla strada tutto di sghembo, a togliersi, a morso d'unghie, l'imaginario e micidiale granello di polvere.
Stupendo,  lui! grida Tita curva sulle sue spalle, con il dito conficcato tra il colletto e il suo collo, dove c'era quella piccola vena che pulsava.
Hai gia capito perch mi rallegri tanto questa nuova larghezza di spazio senza alcuna restrizione d'argomento...
Capito. Non il modo per che farai ad includere, Novelli, a farlo star dentro in questo tuo corriere triestino.
Fammi il piacere... Di grazia abbiano trovato uno che ne possa parlare. Ed egli  tale, da poter starci da padrone dappertutto.
Infatti... bastava volgere uno sguardo all'ingiro. Cartoline, manifesti con la sua effige al naturale e in tutte le pi famose trasformazioni a pile sul tavolo, sguscianti dai cassetti gi colmi d'altre sue reliquie sigillate. Pacchi di giornali con il suo nome sottolineato in rosso. Fotografie con dediche appese al muro. E su ogni brandello di carta, frontespizio, orlo di libro, nell'aria della stanza, neanche a dirsi nel cuore di Tito, ovunque il grande viso, il grande naso, i due occhi incandescenti di Ermete Novelli. E per di pi, anche il suo "hem... hem..." di guitto celebre imitato alla perfezione. Anche ad essere del tutto negati al disegno, per l'ossessiva petulanza di quell'imagine, si sarebbe riesciti ad abbozzare il ciuffo sventagliato a frangia sulla scoppiettante ilarit di quei due occhi color pece, collegati come da una cordicella alla boccaccia elastica e carnosa, che li assecondava con l'immediatezza della smorfia.
Le volte che pigiata nel loggione, Tita lo aveva udito sotto le spoglie di Shylock, nei paludamenti di Re Lear, di Luigi undicesimo, nella sua potente interpretazione di Pap Lebonnard, sentendosi trasportare dalle ali di quell'arte, che non sapeva per mantenersi in quota di sobria altitudine per tutta una sera, dovendo fatalmente bordeggiare nell'estro facilone e plateale, pi istintivo, pi consentaneo a quel viso, a quelle squadrate spalle d'attor comico, come camuffato da tragico. Rotto l'incanto, le intime facolt si ridestavano in quel clima di asfissia, sull'indolenzita stanchezza dei piedi, pronte a percepire l'ululo della bora o il diluvio diaccio che picchiettava i vetri della piccionaia (rare le placide notti invernali a Trieste) in cui Tito, a spettacolo finito, appena sgusciato dalla sua vedetta tra le quinte, si sarebbe avventurato per aspettare l'idolo, inscenargli in gruppo coi compari una dimostrazione che lo accompagnasse fin dentro all'albergo, attardandosi ancora, esposto alle intemperie, a commentare l'esito della serata. La somma di tutti questi pericoli di cui l'attore, se pure inconsapevole, era la causa diretta, doveva certo pesare sulla severit del giudizio di Tita a suo riguardo.
Mille spunti, materiale non per una colonna di pupazzetti, intendi? ma per riempire tutto il giornale, senza neppur aver bisogno di menzionare la sua arte. Basterebbe parlassi della sua bont... Non per nulla in compagnia lo adorano... Tempesta alle prove, e poi ti prende a braccetto il poveraccio che s' buscate le pi grosse, per portarselo a colazione, o per abbracciarlo tra le quinte, subito, in piena recita, se appena  riescito a mandar fuori la battuta in tono pi umano... Tre quarti dei suoi guadagni filano silenziosi in soccorso di compagni senza scrittura, o nell'agevolare e sostenere imprese che chiunque giudicherebbe pericolose, anche balorde, perch "solo chi non cammina non zoppica" usa dire... E poi, non ho dalla sua bocca la promessa che sarebbe qui a dicembre? Ecco qui la lettera, leggi... Vero che ci vogliono ancora due lunghi mesi... che per me contano il doppio...
Pss, fa Tita, non ti  sembrato il passo del babbo?
Si,  lui gambe! Metti bene in vista la Biondina del Praga; se  in vena di lettura, possiamo ancora chiacchierare, aggiunge Tito gi nell'altra stanza, disponendosi a spogliarsi all'oscuro.
Tita solleva in fretta il coltrone del proprio cuccio, il canap della loro stanza cosparso di ogni sorta di cose, caldo, sfatto, con le lenzuola mal inserite sotto le coperte, da sentirne il ruvido piacevole sulla pelle.
Che sia tanto tardi? O  il babbo che oggi  rincasato prima?
Tito gi non risponde, simula di dormire.
Il latte, ricordati, e Tita spegne il lume.
Il babbo ha quel passo pesante, a gambe un po' larghe, come di marinaio. Sbattacchia l'uscio di casa, accende la candela nel corridoio, s'avanza facendo quella sua specie di monologo a grugniti. Apre la porta, rist un momento dinanzi al giaciglio di Tita, per metterle un cartoccio vicino al guanciale. Raggiunto il tavolo vi depone la candela, e scoperto il libro, lo esamina, lo sfoglia, tenendo l'altra mano premuta sulla fronte. Si lascia andare sulla sedia, anzich passare nell'altra stanza. Tito ha un improvviso assalto di tosse, lungo, profondo. Il babbo volge la testa da quella parte, pare si metta in trepido ascolto, senonch subito sbuffa e parlotta, sempre con quella mano sulla fronte.
Tita che stava osservandolo da un pertugio degli occhi, finisce con lo spalancarli in pieno, colpita da un brivido di sorpresa... lo vede vecchio per la prima volta... La fiamma della candela che gli illumina la faccia di sotto in su, svela rughe, afflosciamenti mai prima notati, gonfiori nell'incavatura degli occhi, scavate fino all'osso le due scodelle d'ombra sulle tempie... La pennellata di giovinezza ch'era quell'argento folto dei capelli sul bruno dorato, sodo della pelle, s' impastata con quell'aspetto improvviso di vecchiaia, coi serpentelli turgidi, bluastri di quella mano... Ed  come rimpicciolito... Un piccolo vecchio che non fa pi paura... E intorno a lui, dietro a lui, tutta la stanza si popola di aspetti del babbo giovane, bellissimo, temibile... il babbo fino a ieri. Questo  un vecchio... Deve avere del resto pi di cinquant'anni; numero enorme, se appena la somma di tre volte la propria vita riesce a pareggiarlo...  come l'assistere all'approdo in un paese che ben si sapeva ch'esiste, ma lontano dai propri paraggi, lontanissimo, guardato finora come attraverso una lente che ne raddoppiasse la distanza... Dove alligna quella sorta di vegetazioni degradanti, paurose, che debbono far cambiare rotta ai miracoli, all'impreveduto, alla gioia di vivere, come il freddo fa migrare le rondini... Dove anche l'avvicendarsi del sole e delle tenebre non deve aver pi la sua importanza n il suo valore... Il babbo da un giorno all'altro  arrivato l... E lo sa lui? Se n' accorto? Ci si accorge quando si arriva? Che pena... frammista, superata come da un senso di sollievo... di pacificazione con la vita... Se il babbo rialzando la testa ridivenisse giovane... ma no, ci non pu avvenire... sarebbe come l'esser defraudati di una esperienza che appartiene, di un fatto ormai avvenuto, constatato con i propri occhi, che non pu pi annullarsi... che si deve aver aspettato... senza rendersi conto, senza saperlo... per la ripercussione come di quiete sparsa in tutte le vene... di cosa inquietante messa a posto... cancellata...
Tito non ne sa ancora nulla. Sta dormendo di quel sonno a respiro che si allenta... s'interrompe... s'arresta per lunghi tratti.... Dio, come orribile. Mentre il babbo sta tuttora esaminando il libro, incerto, svogliato, con quel viso nuovo, come protetto, nascosto per pudore dalla mano premuta sulla fronte... Tita che conosce i suoi gusti, vorrebbe garantirgli che gli piacer di sicuro, aggiungendo qualche parola di dolcezza, ma  trattenuta da un senso come di colpa, di rimorso... Chiude gli occhi quando egli le ripassa vicino, finalmente deciso a recarsi in un certo sgabuzzino adibito alle scope, agli strofinacci della polvere, dove  riescito a installare una sedia. Non sembrerebbe adatto alla lettura; ed invece  soltanto l che il babbo legge; facendo soste interminabili, consumando tutta la scorta di sigarette e di candele a finestrino tappato. Esigentissimo, rigoroso nella pulizia di quel bugigattolo,  capace di trascorrervi in lettura tutta una notte, come avvenne per il "Cuore" di De Amicis, quando lo si vide uscire la mattina dopo tra nembi di fumo, con occhi devastati dalle lagrime, tutto ancora agganciato alle vicende di quegli eroi alti un soldo, dichiarandolo il pi bel libro entrato in casa.
Tita rimane con gli occhi chiusi, bench non avesse ombra di sonno, immersa in quel pozzo, dal quale vedeva evaporare a superficie tutto un brano della sua giovinezza, che se ne andava, staccandosi per sempre, segnando la chiusura definitiva d'un periodo. Immobile, la nuca inchiodata sul cuscino, ricorrendo inutilmente alla sua "atmosfera" sempre zeppa carica di frotole, di storie mirabolanti, che s'era ridotta a un sacco vuoto, sfondato dal dono troppo grande cadutovi dentro dal di fuori, proprio dalla vita vera... i tre gladioli che stavano tuttora nel vaso... Prima, prigioniera del suo spasimo, della sua agitata aspettazione mal definita, e tanto pungente e dolorosa, masticava il pane bigio necessario a mantenerla in armonia col suo inferno. Ed ora... Ah non era fatta, assolutamente non era fatta per nessun genere di ricchezza... Sempre ne aveva avuto il sospetto, dalla gioia che le si spegneva ad ogni suo rado desiderio appagato, come scivola a terra la carta avvolgente il dono... Ora ne aveva la prova sicura... Ma gli altri dunque, tutto il resto dell'umanit com'era fatto?... E lui?...
L'irrequietudine di colpo accesa dalla curiosit di come funzionasse l'anima di lui, verso di lei, in quel momento, cominciava gi a suscitare ghirigori di labirinto, l'esasperazione di un conto che restava sospeso, insoluto, anche a volerlo rifare tutto da capo, riepilogandolo dal primo incontro... Tale e quale la ghirlanda di virgole e punti di domanda (rosa e violetti) che correva in giro al soffitto. Ogni sera ricominciava la tortura di quella somma suddivisa per i quattro lati della stanza a facilitarsi la soluzione; e sempre c'era uno in pi, o una in meno della sera prima.


 12.
Ma sono sensazioni mostruose, fisse come chiodi. Per nulla al mondo Tita potrebbe tradurle a parole, confidarle neppure a Tito. In quel suo andirivieni con la brocca d'acqua bollente (ormai il babbo trascorre tre quarti di giornata coi calzoni rimboccati tenendo i piedi immersi in una bacinella, convinto che sia quello l'unico rimedio per alleggerirsi il sangue e togliersi la pesantezza dolorosa alla testa) quando sta curva a riversarla, ma prima ancora, gi in cucina agitando il soffietto, per cui s' buscata quelle fastidiose vesciche ai polpastrelli, e s'inoltra nella stanza, e gli si avvicina, ecco comporsi, affaciarsi l'imagine del nemico immobilizzato, divenuto inoffensivo e pietoso, in quell'aria fattasi mansueta, sgombra d'ogni brutalit di minacce, che dovrebbe renderle tanto pi facile il vivere, tanto pi tranquille le giornate, se non fosse condannata a volgersi indietro, a guatare quel nembo rimasto alle sue spalle, gonfio di ricordi dolorosi, da darle quel rigurgito d'accuse cos inumane.
Ma  l'altro, il babbo che pi non esiste, a trascinarla nel gorgo di cattiveria, non quello con i piedi nella bacinella di sicuro; tanto  il desiderio che avrebbe di vederlo guarito, la volont d'aiutarlo a guarire, se pure confrontata alla sua pena fraterna, questa non sta cucita al suo respiro. Strano che il babbo continui a lamentarsi di quella dolorosa confusione alla testa, mentre sembrerebbe che il male gli stesse tutto concentrato alla bocca e alle mascelle sempre pi tarde di movimento, colpite come da un irrigidimento progressivo, da intoppargli a volte perfino le parole. Nondimeno egli persiste a dichiarare che non vuole medici, corvi di malaugurio, assassini della sua famiglia, e spranga la porta appena ode la vettura del medico di Tito che si ferma sotto la casa.
Poco pi cordiale del resto anche la sua accoglienza ai vecchioni dell'osteria, che hanno trasferito le loro riunioni a casa, appestando di fumo la stanza dove Tito era poi costretto a dormire, comparendo uno dopo l'altro come congiurati da operetta, tenendosi sotto braccio una bottiglia. Ma anche ridotto in questo stato, il babbo, tra loro, apparteneva a un altro mondo, e l'incredibile sua tolleranza a una compagnia talmente zotica, Tita solo pi tardi pot spiegarsela, avendo notato la predilezione di molte individualit singolarmente marcate, di circondarsi d'una specie di coro innocuo e magnanimo, ognora disposto a consentimenti e sottomissioni. Per quanto il babbo, di questo coro, non ne avesse pi bisogno (e il suo contegno sgarbato lo palesava a oltranza), ingorgato com'era nella stupefazione, nello strepito di quel suo malessere, che aveva invertito i suoi interessi fino allora coniugati al tempo presente, tutti contenuti nel rapido ciclo delle sue giornate, lanciandoli a ritroso dentro al passato, incontro a ricordi, avvenimenti, persone, fatti, che venivano di galoppo a scrollarlo per il collare della camicia, obbligandolo a esaminarli con pi quiete, con pi tempo libero a sua disposizione, in un'assorta curiosit retrospettiva che gli metteva sulla bocca domande e commenti mai fatti prima, e penosi silenzi. Talch padre e figliola, ognuno per proprio conto e in altra maniera, stavano facendo l'identico gioco amarognolo.
Conseguenza di quel front'indietro, fu l'ingrandimento d'un ritratto della mamma, portato una sera da quei vecchioni, ai quali il babbo ne aveva affidata la commissione. Svolto dalla carta da quelle mani tremanti e giallastre, e addossato al muro con molta cautela, si vide balzar fuori una rigogliosa, sorridente signora, che non aveva press'a poco nulla della piccola fotografia servita da modello: un'estranea dalle proporzioni gonfiate, messa in una detestabile cornice tutta un luccicore. Quell'artista da osteria le aveva accorciato l'ampia fronte con dei riccioli posticci, e trovatosi alle prese con quegli occhi freddi, scivolanti a fessura verso le tempie, li aveva rimessi in posizione normale aggiungendovi un punto di luce allegra, pi deturpante d'un pugno. Sola l'irrequieta bocca era rimasta a un dipresso la sua, perch il modificarla costituiva un'impresa troppo difficile. Ma al babbo poco doveva importare la somiglianza, se dato il suo carattere non era subito scattato contro quei pezzenti complici d'un simile sfregio. E invece, dopo il primo lampo di meraviglia disillusa, gli si era distesa sulla faccia un'aria di brama appagata, punto molestata dalla nessuna corrispondenza tra il quadraccio e l'originale, come se ci gli garbasse anzi di pi, conciliandolo all'idea di doverlo in seguito tenere giorno e notte sotto gli occhi.
Zia Giulia  forse la persona ora meglio accolta dal babbo. Su lo spasso che continua a dargli la sua figura tondeggiante a due curve come un coccomino, prevale l'odor di sapone che ella si porta addosso, ch' profumo del passato, e l'esser ella rimasta l'eguale d'allora, da dargli l'illusione che tutto marci come prima. Giunge perfino a chiederle con l'ironia spenta dall'intoppo delle mascelle: "molte visite sabato?". Ed ella pur non chiedendo di meglio del poterle menzionare in fila indiana, fa intendere con il gioco complicato del sorriso d'essergli grata dell'interessamento, ma che  un discorso quello che andava bene una volta, e stonerebbe ora troppo col mortificante squallore che c' intorno. Soprattutto la voglia le  ricacciata dall'inquieto desiderio di veder Tito, frenato dall'urbanit che riesce a trattenerla ancora per qualche minuto su quella sedia. E se dice al babbo, prima di scivolare nell'altra stanza: "Dovrebbe farsi vedere da un medico; d'accordo, certo cosa da niente, pure fossi in lei m'assoggetterei ad una visita", lo dice pensando a Tito, preoccupata della nuova minaccia profilatasi sul suo orizzonte. Prima d'accomiatarsi, imperterrita, ella affrontava quell'argomento, unendolo al mazzo di sospiri per le quattro ore di lezione dalle quali era reduce, divenute sempre pi insopportabili quanto pi s'avviavano agli sgoccioli, al pensionamento anelato. E un po' per togliersi dall'orecchio il lugubre ritornello, o perch avesse cominciato a dubitare dell'efficacia dell'acqua bollente, il babbo lasciava capire d'essere sulla via d'arrendersi.
Si trattava ora che uno dei due ragazzi lo dicesse al loro medico, guastandogli il sapore di stramberia ch'egli aveva dato al loro modo di vivere, di cui forse appena uno spigolo poggiava sul vero. Lui, il medico, s'era fabbricata la vita di quei due ragazzi simile allo sbandamento di due novizi in una bohme d'apocalisse, o almeno il suo modo di commentarla suscitava quel guazzabuglio. Avendo ancora aggiunto a tale tessitura d'esagerazione, anche un suo filo di desiderio e di rimpianto per non averla potuta sperimentare a tempo debito, per proprio conto, combattuta, probabilmente, proibitagli dal suo rango sociale, e dal clima stesso del suo benessere. Al vederlo, tutto ci sarebbe sembrato impossibile, pure stava scritto nei suoi occhi da vecchio, dai quali scappava un'intesa da camerata, mentre sbarazzava dai mille ingombri il cuccio di Tita, sul quale sprofondava la figura segaligna, dopo aver deposto i guanti nella mezza noce, che ostentava il lusso della sua fodera sul coltrone in cos cattivo stato. Il solo fatto ch'esistesse un'altra stanza dava imbarazzo a dirglielo, contrastando troppo con l'idea di povert anarchica e spiccia, ignara d'ogni sottigliezza e d'ogni ingombro di bisogni, che s'era fatta di loro.
Fuori da questo vostro covo di carte scribacchiate, come fate a muovervi, a saper poggiare i piedi a terra? A mo' di due granelli sgusciati da un sacco, e sballottati sulla stadera...
Anche dei loro proventi non doveva avere un'idea chiara, gi dimentico, dal non averlo mai veduto, che ci fosse il babbo alle loro spalle; con sempre quella furbesca meraviglia nel verificare contro luce le boccette di medicine rinnovate, i bicchieri di latte colmi sul serio, come se tutta la roba che vedeva entrare in quella stanza avesse continuato ad affluire dalla sorgente miracolosa di quella storia messa in dubbio, ma trovata deliziosa come poche.
Perlustrare le soffitte, spaziare con le teste fuor dagli abbaini, avventurarsi sui tetti, costituiva nella loro infanzia l'avventura pi prodigiosa; e quando Tita assicur che le avveniva di trovare a portata di mano, messa sull'orlo dell'abbaino, ogni volta una sorpresa: un vaso di fiori, strane penne d'uccello, foglie di colori e forme inaudite, mucchietti di zucchero perfino da scambiarli per neve, aveva detto la verit pi vera... Non era piuttosto il medico a soggiacere, non appena s'era fatto largo su quel cuccio, a una condizione d'animo speciale... proclive ad accogliere tutti i miracoli, anche i pi difficili... ad aspettarli fiducioso?... Che la sua mano premesse il polso di Tito, il suo orecchio stesse incollato al suo petto, l'occhio attento lo scrutasse (istrumenti, questi, infallibili, ai quali doveva tanta rinomanza), egli l'evidenza doveva ricacciarla all'infimo gradino, scaduta d'ogni valore, non disposto ad accettarla n a crederle, buona, buonissima, rimasta eccellente per tutti gli altri casi, non per quello... non in quella stanza... Talch non essendo una menzogna la sua, ma una realt sovrapposta a quella a cui non ci credeva, riesciva, nel modo pi persuasivo, a distruggere i terrori, a rinfocolare la speranza...
E qui? s, dico qui, e calc con il dito quella specie di medaglia che il babbo si portava incisa nel braccio (ma con tutt'altra voce, il loro vecchio amico, altro sguardo) dopo ch'ebbe ascoltato in silenzio l'odissea dei mali di lui e delle sue impazienze.
Qual mai rapporto ci poteva essere tra quella sua vecchia, vecchissima ferita e l'inferno nel quale si dibatteva, non riesciva a entrare in testa al babbo. E meno ancora l'assurda insistenza nel volerne sapere l'epoca esatta, come s'egli avesse avuto l'obbligo di precipitarsi a notarla su un taccuino. Tanti e poi tanti di quegli anni erano ormai colati su quell'inezia, che egli non solo non ne ricordava pi la data, ma in verit neanche di portarne ancora il segno addosso... Ci vorrebbe altro che il doversi tenere a mente anche tutte le scalfiture della pelle... e maledetta la sua abitudine di stare in maniche di camicia rimboccate, se doveva procuragli la noia di quelle inchieste ridicole, di quegli interrogatori da giudice istruttore... Ma ben gli stava... Poteva imaginarselo il sugo di una visita di quel portento che usava un linguaggio da sagrestia...
Anche la cicogna nel cielo conosce le sue stagioni. Perciocch l'uomo ha il dovere di ricordare tutte le tappe della sua vita. Di ricordarle tutte, con precisione, mi spiego?... e fece cenno ai due ragazzi di ritirarsi.


 13.
 zia Giulia, stavolta, a trovare il nuovo alloggio (che fosse tetro e umido quel pianoterra, il babbo, a starci, se n' accorto); quindi l'aspetto della nuova casa non poteva aver nulla di vergognoso, una facciata anzi da non lasciar sospettare la disgraziata disposizione degli interni. Si trattava d'un terzo piano elevato causa l'erta al di sotto, sboccante a tergo del viale, la quale prendeva subito tale rabbiosa rincorsa verso l'alto, che raggiunto il portone ci si trovava a livello delle cime degli ippocastani. La grande novit dei primi tempi era l'aver di fronte la mole suggestiva di un teatro, con il suo portico a grosse colonne e la gran cupola verde tutta guernita e presa d'assalto dai colombi; teatro popolare, nel quale s'alternavano alle compagnie d'opera e di prosa, comizi politici e arene da circhi. Divertente la sera l'assistere alla corsa dei ritardatari su per l'ampia scalinata a ventaglio restringentensi verso l'atrio che se li inghiottiva; e a fine di spettacolo dominare il ronzio della fiumana sazia, che si riversava dalle uscite senza fretta, alla quale, il portiere dall'ingresso nobile, sul viale, richiamando le carrozze a vocione di baritono, inscenava l'ultimo numero della festa.
Le finestre stavano a filo d'aria con le grandi vetrate della sala del "Ridotto" posta sotto le nicchie dei colombi, frastornante le domeniche e le feste di valzer polche galoppi finali, con volteggi di ballerini oltre le tende. In quella stessa sala, ogni mattina, doveva prendere lezione il corpo di ballo, che aveva i pi stupefacenti e inimaginabili maestri: un vecchietto malandato, zoppo, e una collega pi vecchia ancora, grossa, spettinata, tutta un fagotto. La coppia procedeva lentissima per l'erta tenendosi sotto braccio, con l'aiuto d'un bastone, e saliva stentatamente la gradinata fra il saltellante irrompere delle allieve dentro all'uscio sotto il portico. Tutte insignificanti, tra i quattordici e i diciott'anni, trasandate, con polpacci muscolosi. La sola a valere qualche cosa era la pi brutta. Somigliava a un cane bulldog, con tratti gonfi ancora puerili, pronti a maturarsi in una notte; scurissima di pelle, un mucchietto d'ossa, nondimeno flessuosa e morbida. Addentava sempre delle frutta salendo di corsa le scale, e sputacchiando senza riguardi con una storta del collo magro gli scarti delle bucce, i groppi di semi, provocando proteste che non la scomponevano. Ma anche a mettersi in piedi sul davanzale, non si riesciva mai a vedere nulla di quelle lezioni, delle quali niente trapelava se non qualche spostamento di tenda.
Oltre a queste distrazioni quotidiane, la nuova casa trasudava benevolenza, socievolezza, dai muri, dallo sguardo premuroso della portinaia fino a quello sempre ben disposto di tutti gli inquilini, formante un agglomerato di sentore caldo, esageratamente umano, filtrante anche a porte chiuse. Se poi a uno di loro due, fosse Tito o Tita, avveniva d'incontrare per le scale la ridicola piccola signora del piano di sotto, con barba e baffi mal rasati, ella ne approfittava subito per fare una sosta e una chiacchierata sul pianerottolo, e aprire i cartocci di cui era sempre colma, offrendo prelibate leccornie, e lasciandosi sgusciare di sotto il braccio il pacco di giornali portanti l'effige o i discorsi dell'uomo politico ch'ella adorava, perseguitandolo con la sua presenza ovunque si profilasse la sua ombra. Benevolmente si susurrava dalla portineria alla soffitta ch'ella avesse sperperato un patrimonio a suon di quei pacchetti giornalieri consumati in parte da lei e da quanti incontrava, e che avesse avuto tre mariti prima di quel colpo di fulmine, cos ridicolmente piccola, grassa e barbuta.
Viveva con la cognata, il perfetto suo opposto, tollerata e tenuta in riga da una saggezza che non si lasciava scardinare n dalla presenza di quella mattoide, n dall'emancipata professione letteraria d'una sua figliola. La prima donna sostanziosa incontrata da Tita, e anche la prima casa piantata sopra una solida tradizione in cui Tita metteva piede, che non ammetteva cambiamenti, con vecchi mobili di quercia, comode poltrone, ritratti di antenati ai muri. Intimidita dal non esser usa a far visite, e con l'impaccio aumentato dalla curiosit di conoscere quella signorina letterata che vedeva uscire tutte le mattine vestita di bianco, a passi incerti da miope, inforcando l'occhialetto.
Quante stupefazioni in Tita! E quante nuove maniere di poter stare a questo mondo, ella ebbe campo di osservare in seguito, di vedersele prospettate dinanzi, dopo aver sorbita la densa cioccolata di cui quella mamma aveva il segreto e che ella veniva a porgere in due tazze fumanti accompagnate da grosse fette di pan dolce, e dal solito monito a voce burbera, di far cessare quella puzza di fumo, di smettere una buona volta il viziaccio malsano delle sigarette. Ecco uno stupore, appena rimanevano sole: che si potesse ricavare tanta gioia dall'esser giovani, da farne un'ubbriacatura come di sciampagna, mentre a Tita la giovinezza dell'amica, che contava una decina d'anni in pi, gi sembrava dubbia, oltrepassata, ma, per quella felicit di possederla, pi autentica della sua. Felicit che a bene esaminarla, si riduceva forse a nulla pi di un'esplosione di quella fiamma alimentatrice di spinte, di iniziative, di equilibri, di cielo sereno che pur Tito possedeva, per cui riesciva a riscattarsi dall'infamia del suo male, a cacciarlo a pedate quando voleva. Felicit spiata a suo tempo in certe compagne di scuola, e in quelle che meno si sarebbe detto al vederle. Che dava alla furberia di Lilia quella prontezza in agguato per ogni evenienza, rasentante quasi l'estro d'una genialit improvvisa. In lei, Tita, stampata tutta al di fuori, messa in vetrina come la dannata massa della sua chioma, anzich posseduta al di dentro. E sentirlo quel lume nell'irrequieta tristezza rodente come un tarlo, neppur bisognosa di cause e di motivi per alimentarne la fonte, ch'era, per quanto ella fosse ben lontana dal supporlo, il sintomo pi autentico del suo male di giovinezza, il germoglio doloroso pi diretto, pi aderente alle meravigliose radici.
Stamane, insieme a due amiche che ti far conoscere, con le quali da anni vado ogni mattina al Boschetto, tanta era la gioia nel sentirmi la pelle rosata, tesa sotto il sole, che slanciatami di corsa per i viali, a loro due che si sgolavano a chiamarmi: "Benedetta, dove ti sei cacciata?", rispondevo con il sapore di cui avevo piena la bocca: "son giovane... son giovane...". T' mai successa una cosa simile?
Mai.
Altra stupefazione, suscitante in Tita mortificato sgomento di guardare in s stessa, era l'allegra disinvoltura di Benedetta nel dichiararsi intelligente, intelligentissima, con la naturalezza con la quale avrebbe potuto asserire che i suoi occhi erano di color tabacco, di quello inglese che fumava William. Divertendosi a scoperchiare di continuo la paurosa scatola dei valori, per levarne fuori il grosso attributo simile a un gigantesco peso d'ottone, con il quale Benedetta vagliava s stessa e tutto il cenacolo di scrittori pi a portata di mano, concedendo e negando l'approdo a quell'isola privilegiata, ch a rimanervi fuori, a non trovar ricetto, a vedersi tolti i ponti sotto il naso, anche la gran cuccagna dell'esser giovani se ne andava al diavolo.
Quel giorno (...perch non era un giorno simile agli altri...) Tita si lasci sfuggire la domanda:
Proprio me lo puoi giurare, Benedetta, che ti senti intelligente sempre... a tutte le ore del giorno, in tutti i momenti... secondo la tua piena accontentatura... in perfetto accordo con la tua pace... senza che mai ti assalga il dubbio... s, il sospetto di quasi non esserlo... posta di fronte, misurata a un confronto che ti schiaccia... o di esserlo appena quel tanto da darti coscienza di sentirti a terra... a livello degli esseri storpiati... con ridicole pretese di volo...?
Non starmi a dire sciocchezze... Si  o non si  intelligenti; e quando lo si , lo si  sempre.
La sentenza di morte esce insieme al nastro azzurrognolo di quella sigaretta tenuta tra le due dita rigide, Tita potrebbe benissimo dominare il suo impeto di sincerit, ma no, non vuole... Ebbene sappilo, io non sono intelligente... Tientelo per detto... Non mettermi pi in fascio con te, n con tutta quella congrega nella quale io non c'entro... Finitela d'inventare questa frottola sul mio conto... (la mano calda, tutta in sudore, stringe, massacra nel pugno quella lettera che sta nel fondo della saccoccia) della quale ho la coscienza pulita... so di non aver contribuito minimamente a divulgarla... Come fosse un'intesa la vostra d'impoverirmi, di portarmi via anche il buon gusto con il quale so giudicare gli altri e me stessa...
Benedetta scioglie una risata che le schiaccia la nuca sullo schienale della poltrona a dondolo.
Perch ridi?... Infatti... vedi le sciocchezze che mi uscirebbero di bocca se mai pensassi di aprirla nei lunghi dopopranzi che si trascorre insieme... Sei tu la sola a parlare... Io ti ascolto... Non dico mai nulla... Come fai dunque a giudicarmi? Ad attribuirmi un'intelligenza che non ti vive sotto gli occhi... che non ti ha mai dato prova d'esistere? Mi divertirebbe il tuo imbarazzo se qualcuno venisse a chiederti di cosa  fatto il mio diritto a portare le penne che tu mi appiccichi alla coda... Mentre se la stessa domanda mi venisse rivolta sul tuo conto, proverei solo mortificazione... malcontento per il mio modo d'esprimere il concetto di te cos chiaro dentro, arricchito ogni giorno dal nuovo che vi aggiungi... Credo che la mia sincerit in questo caso, giungerebbe perfino a confessare che l'amica geniale, quando mi parla, aprendomi sempre pi larghi orizzonti, m'interessa... mi invoglia ad ascoltarla pi che la scrittrice... L'ironia, quel tuo modo d'osservare il mondo attraverso l'occhialetto che te lo rende buffo, quando lo metti sulla carta perde l'amaro... non so... pare tu voglia fare soltanto dello spirito, e non  vero... Ma scrivere  quella cosa tremenda, la pi difficile di tutte...
E come fai a saperlo, Tita? dovrei chiederti, tanto per non muovermi dal quadro d'incomprensione in cui mi hai messa, dice in tono serio Benedetta, con tuttora negli occhi i due lumi friggenti. Preferisco chiederti se hai mai pensato come facciano a riconoscersi, a intendersi i ladri a prima vista, senza bisogno d'aprir bocca... gli avventurieri... i fuorusciti dell'ordine sociale... dell'ordine morale d'ogni specie? Seduti ai due lati di una bettola, o di uno scompartimento di prima classe, basta la presenza del loro vizio a far traboccare tutte le loro possibilit d'intesa, a unirli in quei dieci minuti o in quel paio d'ore pi strettamente di qualche coppia che si sar tenuta a braccetto. Capisci dove voglio arrivare?... Abbiamo lo stesso vizio, Tita... E se anche il mondo lo guardiamo altrimenti, da un altro lato, ne salter sempre fuori un mondaccio di carta e d'inchiostro. Il tuo sfogo di prima, sai cosa conteneva? Me lo lasci dire?... Molta pi dose d'orgoglio che d'umilt. Il gesto istintivo di metter innanzi le mani per difendere con ingiusta severit di giudizio la tua sfiducia in te stessa, che ti genera quella specie d'orgasmo, gi accennatomi da Tito, nel ritrovarti alle prese con il tuo lavoro, per cui non solo eviti di parlarne, ma ti provoca quell'insopportazione appena si ardisce interrogarti in proposito... come fosse un tuo privilegio di martirio e non quello di tutti, di tutti i giorni, chi pi, e chi meno, e senza renderti conto che questa tua selvaggia ritrosia... questa tua pena d'incontentabilit, non fanno che parlare in tuo favore.
So giudicarmi, ti ho detto...
Anche senza l'intervento di Tito sarei riescita a capirlo, perch tutto ci somiglia al tuo viso. Mai visto anima e viso fatti talmente della stessa pasta, che a guardarti si sa gi qual vento spira al di sotto... talch ora sar meglio cambiare rotta... Dunque, Tita, come ti dicevo, ci si scopre... ma anche ci si cerca... Ecco, tu sei qui. La vita del resto ti ha gi dato prova di questa legge con un incontro che vale ben pi del mio... ma del quale per da un po' di tempo, eviti che se ne parli... Al solo nominarlo quel nome, cambi faccia... Lo sai ch' un grave segno?... Qualche cosa di certo s' mutato... in peggio... o in meglio?...
Non saprei risponderlo a me stessa, dichiara Tita, stringendo nella mano fattasi pi morbida, quella lettera, che non  neppure una lettera... Quattro foglietti di color verde, fitti fitti di una scrittura che al primo momento parrebbe indecifrabile, per riescire poi la pi chiara di tutte... Dio come scritti... ed egli non parlava che di giunchi. Di una gran macchia di giunchi scorta nella sua felicit di calpestare sassaie, sforchettando quelle sue singolari gambe su terreni accidentati, intere giornate, mai sazio, mai stanco, legnoso, fronzuto come un albero in quegli spalancamenti gaudiosi di braccia, curvo le mille volte, la girella rovesciata sulla nuca, a raccattare fiori di stagione, per comporre quei mazzetti tenuti duri nel pugno... Assolutamente non parlava d'altro che della lievit dei giunchi senza soccorso di foglie, nuda e scaltrita nella difesa, flessuosamente abbarbicata alla vita, in quel colore di aria e sapore di paesaggio, schierata all'orlo di una palude... Neanche una volta, n da principio n in chiusa, ch'egli avesse fatto il suo nome... Per qual miracolo allora pareva di sentirlo susurrato di continuo?... N una sola parola d'amore in quei foglietti, di cui ogni parola ne era pregna... Al di l delle parole contenute, del loro significato e della loro poesia, quel cervellaccio aveva la possibilit di proiettare sulla carta il mistero di colui al quale apparteneva... di far presentire... di far vibrare un pezzo del suo destino... come si sarebbe proiettata su un muro l'ombra della sua figura legnosa, stampando movimenti, espressioni, senza alcun bisogno di voce... L'illustrissima signora Intelligenza, in questo caso, come andrebbe giudicata? Intanto pareva di vederla vestita da cameriera, in cuffia e grembiale, umilmente al servizio di chi poteva farne anche a meno... tanto aveva di pi...
"Ancora quasi una bambina...", stava dicendosi Benedetta guardando quella nuca inclinata, come portata gi dall'inverosimile sovrabbondanza di capelli... Con responsabilit e angoscie capitatele prima del tempo, fuori di ora, quando non si  ancora preparati a vivere per gli altri... Che non avrebbe avuto la vita facile gi per tendenze d'aspirazioni e di carattere, e per la ripercussione soprattutto, che poteva avere nella sua vita la perdita di quello scambio d'affetto e di solidariet, che costituiva il suo vincolo fraterno, di giorno in giorno pi minacciato... Forse anche esorbitato dal confine giusto, dal limite sano, con pericolo di lasciarla impoverita sulle soglie della giovinezza, incapace di riempire quel vuoto e di sapersi afferrare con fiducia a quel solo che certo avrebbe potuto farglielo sopportare con meno senso di solitudine... E bench titubante a rompere quel silenzio, Benedetta le domand dolcemente: Come stanno Tito e tuo padre? Non te l'ho ancora chiesto oggi...
Male... sempre peggio... e anzi dovr lasciarti per andare a vedere cosa succede... ma non pensavo a Tito... ancora a quello che s'era parlato prima... Come vedi, Benedetta, il provvido egoismo pu prendermi quando vuole, e benedetto anche lui... Oh non cos una volta... Mi facevo dei rimproveri sanguinosi, dei veri processi... Ma ora ti confesso che questa mia possibilit, malgrado tutto... di potermi concentrare nelle cose mie, di trattarmi come il personaggio pi importante di questo mondo, vorrei mi cogliesse anche pi spesso, pi a lungo... con pi radi risvegli... Mi serve di narcotico... Il tempo intanto scivola, va avanti...


 14.
...Te spectem, suprema mihi quum venerit hora:
"Te teneam morien deficiente manu...".
declama Sandro nel vano della finestra, a voce da parroco di campagna, aggiungendo dopo la solita raschiata:
Tita, mi hai portato fortuna. La mia tesi che ha il tuo nome scritto a stampatello sulla prima pagina,  stata giudicata con piena lode, e credo anche la sola quest'anno, meritevole di far gemere i torchi. E Sandro fa quella strisciata di mano pesante, umida, sul viso di Tita che si ritrae.
Il mio nome? Mai saputo che Tita avesse gli onori di un poeta. Di quello che recitavi ora in latino? Come si chiama?
Tibullo, ignorantaccia... dell'epoca di Augusto... secolo d'oro della letteratura romana. Faresti bene a ricordartelo... Ma cosa c'entra Tita? Il tuo vero nome, ch' quello della donna amata e cantata da Tibullo nelle due pi belle elegie che aprono il suo libro; su questo ho elaborato la mia tesi.
Tanto c'entra, vedi, che l'altro non mi ricordo neppure d'averlo, come non fosse mio.
Ma se t'illudi sia una tua trovata fai cilecca, e plagi la mia eroina che pare si chiamasse Plauzia, e si servisse del tuo nome come nomignolo.
Non preoccuparti per il crespo, te lo preparo io se vieni domattina a teatro subito dopo la prova, dice arrotondando le a, e facendo ben sentire le doppie Sabbatini, unico del clan di Novelli entrato in compagnia, dal viso di bamboccio tutt'occhi espressivi ma poco lieti, da uomo gi fatto e da attore gi stanco, rivolto a Sibert, altro amico di Tito, che sembra faccia il dilettante per scommessa, con quel naso grifagno uncinato sulla bocca scarsa di mento, che egli tenta di accomodare variando le barbe nel suo ruolo di caratterista.
Tutti e due addosso a Tito, che sta gettando gi le ultime cartelle di una farsa senza intoppi n pentimenti, come sotto dettatura, con una smorfia di sorriso che gli stira le due pozzette della bocca quando un impeto di tosse non la dilania. Mentre Carlo, quel fuscello di figlio unico, quella specie di signorina travestita, sta accoccolato come una scimmia sul cuccio di Tita bevendosi un nuovo scartafaccio su Napoleone, l'ultimo amore fanatico fioritogli dopo quello per Wilde, Verlaine, Casanova, sempre ammaliato, lui senza muscoli, uso a crogiolarsi al caldo e al sicuro, dai pi squassati dal genio e dalle tempeste. Accontentandosi di sfogare arroganze e attitudini guerriere verso quella sua donnucola di mamma, che veniva a sera tarda a informarsi se egli si trovasse ancora col, pur sapendo che a quelle ore egli si incanagliava con una carmen da strapazzo, se al pi non si limitava a farne raccolta di fotografie di cui aveva piene le saccocce.
La valigia di Sandro (venuto come sempre difilato dalla stazione)  il personaggio pi pezzente della stanza, lasciato a tiro di pedate, l l per vomitare il rigurgito di libri e indumenti che sforzano le serrature. La sua telaccia tesa, sporca, emana odor di treno, fichi secchi e formaggio ch'era stato il nutrimento del suo proprietario tutto l'anno, ficcato nel taglio di pagnotte a buon mercato. Eppure Sandro  solido, sano, tutto imbottito di quei suoni maliosi di greco e latino che gli scappano di bocca nella rozzezza della sua voce di proletario, raddoppiante il dispetto di non intenderli. Anche la sua bont (ne ha tanta)  come uccisa da quel timbro e dagli spigoli delle sue movenze; le stesse probabilmente del padre, che fa il capofacchino al portofranco, e cesser. dal farlo non appena Sandro salir una cattedra. Pure l'intimo suo segreto, considerato da lui un lusso, richiedente per realizzarlo (non dubitando della riescita) solo maggior conquista d'indipendenza a prezzo d'altri digiuni e sacrifici, che gli ha suggerito quel nome in calce alla sua tesi, come una posta su due rischi,  uno di quei misteri senza mistero, che il silenzio s'impegna di far fallire al pari di una confessione.
Punto: finito! esclama Sibert. Ma guarda come ha gettato gi questa farsa!... nel tempo che ho fumato due sigarette! Con la trovata di questa chiusa da far ridere i morti! Peccato, Tito, che tu non possa sostenere la parte del brillante... proprio non ti senti di poterla fare? Non vedo chi possa sostituirti... L'altro, quel cane, me l'ammazzer di sicuro.
Ma appena entri in scena tu, le cose si aggiustano, dice Sabbatini strizzando l'occhio e battendogli serio un colpetto sulla spalla, Io ora devo andarmene; vieni anche tu?
Grandioso! (Sibert non molla il copione). Temo soltanto, data la ristrettezza del palcoscenico, che la donna non mi faccia confusione nell'uscita, guastando l'effetto di quel naso a naso impreveduto...
Quale confusione d'Egitto vuoi che faccia, se vi ho messo pi didascalia che testo, risponde Tito seccato, gi svuotato d'ogni interesse levandosi dal tavolo, e ricambiando la teatralissima stretta di mano di Sabbatini.
Carlo pare non si sia nemmeno accorto della loro uscita; e Tito prende subito Sandro nel laccio delle sue mani strette intorno al suo grosso collo, scuotendolo con la manieraccia affettuosa del pi alto, che di due teste lo sovrasta.
Come va, come va, mio vecchio?... pardon, signor professore... Finito tutto dunque, e bene come il tuo solito? Sei a posto... non ancora, si capisce, ma sei giunto dove volevi... sei arrivato... e per non perdere l'abitudine, Tito sferra un calcio alla valigia.
Ma quei due movimenti successivi, troppo vivaci, l'hanno fiaccato, e s'addossa. alla finestra celando quel mancamento di forze con un sorriso che ha la stessa espressione dei suoi occhi; e un alcunch di cos leggero, di cos aereo nella sua magrezza, da far sentire la repulsa, lo sfratto d'ogni sforzo di muscoli in quell'organismo.
A posto... ripete Tito vincendo l'affanno, ma pi forse la stupefazione per il suono di quella parola che non trova accetto, non trova appoggio nel suo caos interno, n in nessun angolo della stanza dove s'accatastano manoscritti, copioni, monti di disegni, tele, blocchi di argilla, financo composizioni musicali, su cui di volta in volta, a periodi pi o meno lunghi, s' riversato il suo estro geniale, pronto a carpire ad ogni arte qualche segreto gi ai primi approcci, e a ingarbugliargli per il troppo scialo, la troppa abbondanza di facili risorse, la scelta definitiva. Mantenendolo in quel clima concitato un po' da fiaba, e conservandogli quella fanciullesca avidit d'imprese, e tanta freschezza d'impeti.
Non hai altro che da camminare sempre sulla stessa strada, scelta gi da quando si andava insieme a scuola. Una semplificazione invidiabile, e una di quelle bravure, Sandro, nelle tue condizioni... Io non sono stato mai capace a tirar dritto... mai... Ma come si fa a dire qui proseguo, o qui mi fermo, quando da sole queste benedette mani ti strappano via dalla torta ancora calda, per impegnarti in un altro pasticcio... Son lussi, lo so, che non procacciano il pane quotidiano... Ma vedi... ormai vivo alla giornata... risparmiandomi il cruccio di dover pensare al domani...
A parer mio, l'unico tuo torto  stato sempre quello di scostarti dal disegno, interviene Sandro con una raschiata, sorvolando il significato dell'ultima frase di Tito, o non avendolo afferrato. Ma aspetta, non ti ho ancora detto che iersera, prima di mettermi in treno, vedo nell'edicola della stazione i Fliegende Bltter aperti sulla pagina delle vignette internazionali, dalle firme meglio quotate, e proprio nel centro un pupazzetto con la tua sigla. Volevo subito prendermi il giornale e portartelo... ma una volta preso il biglietto, m'ero trovato senza spiccioli...
Quale? scatta Tita.
La caricatura di Giolitti...
Roba vecchia, con tanto di muffa, dice Tito. Non dovevo scostarmi dal disegno, hai detto? Perch quello tu lo giudichi un disegno? Chiamalo stenografia umoristica... sgorbio sintetico se ti garba, e ci intenderemo subito meglio. Si  mai fermato qualcuno sul disegno? Fammi un nome se sei capace...  un gradino, quello, o se vuoi una montagna, ma a catena obbligata con delle altre, per cui non si sa mai dove si andr a finire... In una sbornia di colore, quasi sempre, nell'irresistibile bisogno di illuminare quelle forme grigie, di vestirle di vita... annegandole in una pozza di fango...
Per questo appunto ti dicevo... ma capisco d'altronde che hai ragione, che necessariamente deve succedere cos... fa Sandro conciliativo, rivolto verso il luminoso viso di Tito, isolato dal corpo stanco prostrato su quella sedia, e che la semioscurit della stanza si va inghiottendo; fatto a lama di coltello, fatto a schietto disegno d'aquilotto, consanguineo come nessun altro, per la sua sostanza cos poco terrena, e per l'intensit di fervore che gli dava luce, a quei profili che a volte compongono e si risucchiano le nuvole.
Cosa mai state a blatterare nel buio? chiede Carlo sgranchendosi come un gatto, e chiudendo contrariato il suo libro. Del resto: si potrebbe anche accendere un lume... per quanto meglio cos, ch altrimenti, rischio di non aver pi nulla per stanotte.
Il sonno, quello ti resta, anche senza i fantasmi, le fissazioni alle quali corri dietro di pieno giorno, dice Sandro tastando con il piede la sua valigia, e tirandola su. Scommetto che stai ancora masticando D'Annunzio... Ancora non te lo sei digerito? Beato te che non hai altri grattacapi, altri pensieri pi urgenti a questo mondo.
D'Annunzio?! Te lo regalo, ne avrai bisogno... E anche l'esordio, se vuoi, per la tua prima ora di professorume, nel quale potresti dimostrare ai disgraziati che ti capitano sotto, la differenza in palio tra due stature press'a poco eguali: quella di questo gigante qui... e la tua. Subdolo, con mossa da serpe, Carlo in un balzo gli  vicino a libro brandito, pronto a sbatterglielo addosso.
Alto l, e Tita gli ferma la mano. Parla pi chiaro, sputa il nome per farti intendere, altrimenti in quest'insalata di gambe corte, chi vuoi si raccapezzi.
Troppo onore... preferisco infilare la porta. Servus!
Napoleone, scandisce Tata, appena sente perdersi i suoi passi.
Ah s? E da quando? chiede Sandro divertito.
Non so... non so... probabilmente da sempre, malgrado le altre tappe, interviene Tito in tono da tagliar corto, solidale con l'assente, partecipe fino all'osso di quel bisogno di crearsi un idolo.
Rimasti soli, Tito e Tita non accendono il lume.
Una striscia di luce orla la porta dell'altra stanza, dalla quale rintrona ogni qual tratto un colpo secco di nocche sbattute sul tavolo. Non fanno davvero spreco di parole gli amici del babbo, e usano calcare i pugni durante le loro partite a carte, per esprimere la buona fortuna e la "scalogna". Il babbo non ha mai toccato carte in vita sua, e nulla lo tedia e lo infastidisce quanto l'assistere al gioco degli altri. Deve aver accettato quel supplizio quale unico espediente per tenersi distanti quei tre corvacci, che continuano a venire tutte le sere. Rifugiato nell'angolo dove s' fatto trascinare la poltrona, prigioniero sbigottito della tirannide di quel suo malstare in cui persiste a muoversi da estraneo, come preso di mira da una palla fuorviatasi dal suo bersaglio, e non certo destinata a colpire individui della sua risma. Altrettanto fuori dalla sua acqua, pronto a giudicarsi ridicolo, e costrettovi tuttavia dalla maledizione che gli indurisce le mascelle, e che gli toglie ogni gusto di muoversi, a starsene tutte quelle ore immerso nella malinconia, e nella novit dei colloqui con il ritratto di quella mamma assurda, mai esistita.
A che pensi?
Io?... a nulla veramente, tenevo gli occhi chiusi. Tita mentiva. Aveva seguito Sandro nel suo andare per la strada trascinandosi la valigia, e Carlo, e gli altri due che se ne erano andati prima, ognuno portato verso i casi propri in verit poco attraenti, ma accompagnati dal miraggio negli occhi come dall'ombra alle spalle, del loro pezzone d'esistenza tutto ancora da vivere e da mordere. Tito il solo a non aver dinanzi quegli innumerevoli domani ignoti, quel diritto di serena promessa alla sua golosa voglia di vivere...
La notizia datami da Sandro ha il suo valore perch il Fracassa mi ha sempre arrotondato la cifra in questi casi, e tra pochi giorni dovrebbe arrivarmi il mensile. Se si andasse in qualche posto, Tita? Noi non abbiamo mai visto niente di questo mondo... Ti piacerebbe andare a Venezia?
Me lo domandi? Noi due a Venezia? Dio come sarebbe bello... Tita si precipita ad accendere il lume per vederla illuminata quella felicit cos grande, ma anche per vedere il viso di Tito a cui quella felicit sta appesa come a un filo.  tutto animato; pare quasi sano... ella istintivamente si sottrae all'ansiosa esplorazione che scopre ogni ombra, legge i gradi di febbre prima ancora che i pomelli gli si incendino...
Si bada a spendere il meno possibile, camminando da mane a sera per veder tutto... camminando anzi ben poco, perch Venezia, lo dicon tutti,  una citt dove si procede strisciando i piedi, e darebbe scandalo il correre. Per conoscerla basta forse stare in Piazza San Marco, e potendo, concedersi un giro in gondola. Pensa, Tito, noi due in una gondola, vedendo sfilare palazzi meravigliosi con l'ingresso sull'acqua... Ci hai mai capito come stiano in piedi senza che l'umido li roda?... Chiss se Venezia  come me l'imagino, abbastanza simile al modo che me la sono costruita, cercando di inventare una continuit e uno sfondo ai suoi aspetti famosi, veduti sempre appiattiti, sempre da un lato solo...
Tito ridendo ironico la interrompe: Da quando in qua queste tue nuove preoccupazioni? Se ti manca il pi elementare senso costruttivo e di orientamento, da non essere ancora capace di girare Trieste, n di saper trovare la posizione della nostra casa se appena ti sposti di un chilometro... Ti ricordi la tua Attimis, e cosa ne hai fatto fuori? Non c'era verso di fartela vedere fatta altrimenti di un teatro... come questo di faccia... e roba del genere che mi andavi scrivendo...
Tita  perfettamente d'accordo, pronta ella stessa a pigliarsi in giro per queste sue pecche inguaribili; e in quanto alla verosimiglianza degli aspetti, al colpir giusto, non ci ha mai tenuto: peggio per la verit se essa non sa entrarle altrimenti negli occhi che diversa... Remissiva,  scivolata a terra, posando la guancia sulla coscia di Tito, che  l'unica posizione in cui sta bene, e dove anche il progetto favoloso di quel viaggio pu adagiarsi pi al sicuro.
Il colore, Tita, il colore di Venezia soprattutto... Ne ho sete, un vero bisogno fisico... Ah vedrai che ci andiamo, ci andiamo certamente... e un groppo di tosse subito s'avventa su quella certezza. Ma c' un brandello di carta a portata della sua mano, ed ecco, sboccia l'arco di un ponte, lo scorcio di un palazzo, la punta di una gondola, il tutto repentinamente confuso, cancellato, portato via, da un profilo d'uomo che vi si stampa sopra a ciuffo ispido, spiovente sulla fronte fatta di due montagnole, con sotto la curva rientrante del naso tra la dolina tormentata della guancia... E il nome di lui, dello scrittore, esce di bocca a Tito, nella gelosa pena che sempre vi si aggira intorno corrucciata, dove rancore e gratitudine si fondono e si equivalgono: Credi che egli vi sarebbe contrario?
E perch mai, Tito? Contento sarebbe...
"Ma  ben brutto, era sfuggito al babbo; la prima volta che l'originale di quello schizzo era venuto in casa, trattenendosi poco, quasi silenzioso, tenendo costantemente gli occhi bassi e assenti (pur tutto avendo veduto, e pensato forse d'esser di troppo, e tuttavia necessario). Ma pentito il babbo aveva soggiunto: "In un uomo come lui la bellezza non conta", smentendo il suo pagano bisogno di estetismo, di cui intenzionalmente aveva sempre fatto a meno in dati casi, come per tenersi il pi possibile distante dalla sua unica religione, e concedersi maggior libert di movimenti.
"Di' piuttosto che  bellissimo", aveva affermato Tito sincero e generoso. "Non va pi, caro babbo, il tuo genere di tipo. Gi di moda. Buono ancora per le statue nei musei, e gi non pi tollerato per quelle che inciampano la circolazione di facce assai diverse. Maschere senza significato. Puoi imaginarti visi come il tuo da intravedere nella fuga delle automobili che presto sostituiranno queste tartarughe a quattro ruote?
Il babbo non s'era trovata pronta n un'insolenza n una parola di ripicco, sotto l'improvvisa pennellata d'angoscia nella retina dei suoi occhi, che avevano lo stesso bisogno prensile di bellezza di quelli di Tita. Contrastato in lei, quel bisogno, dall'irritazione di sentirlo urlante su tutto, da darle quell'immediato e incorreggibile senso di distacco per ogni mancanza di bellezza, e la tendenza a diffidare, a disconoscere meriti che potevano sostituirla, e renderla anche inutile... Ma poteva ben essere che nessun genere di divieti le sarebbero mai venuti da quella parte. L'indipendenza delle loro azioni essi non avevano avuto bisogno n di progettarla, n di concluderla a patti, avendola gi trovata costituita, gi pronta, non nel loro carattere (sostanzialmente diverso) ma nella natura stessa dei loro rapporti, del loro legame nato ai due lati di quel tavolo di redazione, vicino alla grande invetriata, che li teneva esposti alle correnti d'aria e al continuo andirivieni della piccola anticamera; legame che aveva ogni volta tutta l'apparenza di sciogliersi, lasciando che ognuno andasse liberamente per proprio conto, appena risuonava il segnale del commiato...
Questo metterti a volte tu, Tito, in seconda linea, mi fa tanto male.
Non dovrebbe farti male...
E tacciono. Tita rimasta accovacciata ai suoi piedi, con un senso di colpa distribuito in tutte le giunture, per quella sua razione di salute troppo grande, ingiusta, come rubata a lui; e pi ancora per quell'interesse tutto suo, al quale era andata spontaneamente incontro, e che stava prendendo posizione... quasi stabilit nella sua vita...
Tito con gli occhi spalancati in quel poi... dove spalla a spalla due figure s'allontanavano... dal quale si sentiva radiato, senza continuit nel suo sangue, nel suo respiro... Oh ma egli ben sa di potersi ancora del tutto svincolare da quei tentacoli di caverna... purch lo voglia... Sa di poter riavvicinarsi e rivederlo il suo mondo chiaro, pieno di promesse... ma  stanco... Infinitamente stanco. Anche la testa di Tita che poggia leggermente sulla sua coscia,  un peso tremendo, un circolo di ferro che gli sega le vene, e impegna tutta la sua energia a tollerarlo, purch Tita non se ne accorga, e non rompa la cara abitudine... La sola da difendere, la sola da salvare... in verit non ne vede altre in quel momento... di tutto quel mondo di vecchi rottami che gli vien dietro, e in cui si sente ricacciato se appena progetta un movimento di persona sana, dimenticandosi... Anche Tita lo dimentica talvolta... o finge per misericordia...
Smettessero una buona volta quelli l, di maneggiar carte e di pestare il tavolo; si decidessero a sgomberare, dice Tita rialzandosi.
Stasera ho voglia d'andare a letto, per portarmi questo nostro viaggio sul cuscino, al tiepido, dove possa lavorarmelo in pace e farne fuori la solita fiaba. Oh lo so che tu non fai mai nulla di simile, che non hai bisogno di inventarti nulla, sei tanto pi equilibrato... Certo che i sogni te li fabbrichi, e quanti, ma accostandoli al vero, mettendoli da bel principio sulla strada buona, per cui nasce quell'accordo anticipato tra la tua aspettativa e quello che poi ti si avvera... Quale intesa stupenda, Tito, la tua, con la vita, e come sempre te l'ho invidiata... Appena sbarcati a Venezia, per esempio, ti muoverai subito spedito, disinvolto, per nulla preoccupato di assumere un contegno, tutto riempito dell'importanza di quanto senti, di quanto scopri, nell'allegro riconoscimento del tuo desiderio appagato... e io dietro come un cagnolino... Ma mi vedi sola?... Il buffo  che mi vedo anch'io come in uno specchio; viso scuro, disorientata, con dentro l'inevitabile guerriglia di timidezza, malcontento, incapacit d'amalgamarmi con i nuovi aspetti e con le nuove facce... non ritrovando niente di mio in quel tantissimo di pi... niente di quanto m'ero inventato... non sapendo come muovermi... da qual parte cominciare...
 questa una delle tante sere della loro vita, trascorse nella stanza che ha cambiato tante volte di posto sul viale, rimanendo la stessa. E nulla  accaduto, nessun avvenimento importante, perch Tita abbia a ricordare quella sera pi di tutte. Forse per quel viaggio che dovevano fare... Ma l'hanno fatto, nella maniera un po' stramba di viaggiare rannicchiati l'una dentro all'altro... Quando gi la sete di quel colore che aveva Tito... ecco sta qui il nocciolo del ricordo... sfondava il soffitto, andava oltre, cominciava a salire verso l'altare dei sogni rimasti intatti.


 15.
 come se il mondo, quella mattina, si sia arrestato su una nota lattiginosa che non  nebbia (l'azzurro del cielo vi traspare), ma piuttosto branchi di nuvole gonfie di nulla, venute a pascolo basso, che sbattono come campane di chiara d'uovo sulla facciata della casa, depongono bambagia sui due peschi fioriti, si stracciano dentro al crepito dei cespugli ancora secchi, s'inchinano sui fili d'erba nuova, restringono e allargano i confini di quell'orto che forse  un giardino, o tutti e due confusi insieme, tagliati da un raggio di ghiaia che va diritto dalla porta di casa al chiosco di fondo, sul quale s'arrampicano tutte quelle serpi rinsecchite, da non crederle capaci di potersi svegliare...
Al solito, Tita s' incantata su quel primo quadro di natura che l'ha colpita, non decidendosi ad avere altre curiosit, non andando incontro ad altre scoperte. Stentando a muovere il passo nella veste di Benedetta, troppo lunga (con dentro il suo odore di fumo e di violette e la forma quasi del suo corpo). Tita ha brancicato tra i due peschi dal tronco stranamente pi roseo della gran fiorita che si portavano in cima... Sentire ha voluto il morbido dell'erba sotto la carezza, sfiorandone le punte nuove come faceva quella nuvola bassa... Arrampicata su una panca ha spiato nel covo delle serpi ipocritamente secche, bugiardamente morte, con gonfiori di gemme pelose in bocca e lungo tutte le coste... Sollevando i lembi impacciosi della veste, ha girato e rigirato lungo i bordi di quell'orto (o giardino) senza raccapezzarsi n come fosse composto n dove finisse, abbacinata dal biancore dell'aria accogliente, come una gran pagina stesa l'avvicendarsi turbinoso dei pensieri... e da tutto quel bianco che si portava addosso, non usa a vederselo... che la vestiva troppo poco, da lasciar trapelare anche l'anima... cos grossa quella mattina... tutta gonfia della reminiscenza di un sogno... o della responsabilit d'esistere, formanti quasi la medesima cosa.
Ma com'era stato ch'ella si trovasse l, lontana da casa, avendo gi posato gli occhi; appena sveglia su quei due peschi? La lettera di Benedetta a Tito... "Fai tu che non mi dica di no, spronala tu a venire... Ranziano  subito dopo Gorizia, meno di due ore di treno... ti prometto di non trattenerla pi di una giornata... ho bisogno... bisogno lo abbiamo tutte e due di vederci". Infatti, non s'eran vedute da qualche tempo, bastante perch si fossero potuti maturare per Benedetta tutti quegli avvenimenti, che le avevano maturato il viso... il corpo... Imprimendole quell'aria di stupore divertito, ancora poco persuaso di tali cambiamenti, come se l'incontro con quell'uomo (non nell'isola privilegiata dell'intelligenza, venuto da tutt'altra contrada), il suo matrimonio, lo sboccio gi evidente della sua maternit, non fossero in conclusione opere anche sue, ma conseguenze imprevedibili di situazioni create dal destino, per comprovare ch'esso non  un'invenzione. Si sarebbe quasi detto (almeno Tita n'ebbe la impressione dall'irrompere delle sue confidenze, appena arrivata) che a provocarle la spinta, a strappare il consenso per tutta quella faccenda, avesse pi contribuito l'insolita bizzarria della famiglia in cui il suo matrimonio la avrebbe fatta entrare, mettendogliela intorno, offrendole parecchie possibilit d'esplorazioni interessanti, che non l'unione con quel buon diavolo scialbo, per cui fare il maschio era la unica attivit importante, di ci ben soddisfatto, attaccato a quella sua razione di paradiso che gli rendeva trascurabili e superflue tutte le altre sciocchezze della terra. Il fratello invece (rispettivo cognato) propendeva verso il patetico, volendo stare in carattere con la sua lunga faccia da tenore, e infatti cantava, aspettando che una scrittura gli piovesse dal cielo. La suocera, una donnetta dimessa, tutta zucchero, che non movendo passo fuor dal suo placido trotterellare per la casa, quando non stava cheta a divorarsi un romanzo, si teneva dentro un mondo fatto alla rovescia di quello comunemente in corso, per cui aveva accettato, con la pi candida persuasione che la vita non avesse pi miti modi di svolgersi, la fuga del marito, gi nei primi anni, e il contegno dei tre figli che la lasciavano all'oscuro d'ogni loro impresa, assentandosi per mesi, ritornando ironicamente mansueti a decimarsi con maggior comodo la sua sostanza. E infine la cognata che doveva aver dato il colpo di grazia alla decisione di Benedetta, era a vedersi una qualunque signorina bionda, con un diavolo messo a cavalcioni d'ogni suo riccio (ne aveva una zazzera), che portandosi dietro un bagaglio di cinque lingue conosciute alla perfezione e la sua apparenza innocua, sapeva accalappiarsi ai vari sportelli delle agenzie o nelle rubriche delle inserzioni il posto pi confacente al suo estro avventuroso e randagio, realizzando una vita romanzata meglio di tutte le eroine che tenevano compagnia a sua madre.
Poich avevano tante cose da dirsi, divertenti a quanto sembrava (dagli scoppi di risa di Benedetta a nuca schiacciata sulla poltrona, mentre continuava a erudire Tita sui vari membri della sua famiglia), la suocera s'era pensata di non incomodarle a passare nella stanza da pranzo ch'era attigua, comparendo con un tavolino apparecchiato come nelle farse.
Non meravigliarti se mia suocera capita adesso tenendo una bottiglia bravamente capovolta senza spandere una goccia... t'ho detto ch'ella concepisce ogni cosa alla rovescia... Ma non hai un'idea come ci ringiovanisca, e concorra a creare situazioni divertenti anche in questo buco di Ranziano. Quando poi mia cognata, nella terrazza sopra il tetto (ch' il nostro regno), vestita da educanda come la vedi, scioglie il suo bagaglio d'osservazioni racimolate in ogni parte del mondo, di astuzie sue, di formidabili sue ipocrisie e malvagit femminili, t'assicuro che anche le stelle si fermano ad ascoltarla, e facciamo l'alba senza accorgerci.
Tita a sua volta aveva seguito Benedetta in quel suo ristampare a colori vivaci, come stesse facendo un gioco di decalcomania, quei quattro personaggi che, adocchiati al di l della porta, continuavano ad apparirle inconcludenti. Ma si era sentita scivolare da quell'allegra ironia provando una fastidiosa fatica a mantenere le labbra in quella smorfia. di consenso (perch anche il ridere  forse una quotidiana ginnastica di muscoli ed ella la praticava troppo di rado) nell'alternarsi di cos svariate sensazioni e stati d'animo di cui s'era riempita quella mezza giornata. Con gli occhi irresistibilmente richiamati da quel grembo dove stava compiendosi il fatto misterioso... il vincolo di Benedetta a quell'uomo, a tutta quella gente di cui parlava con tanta fredda oggettivit e appassionato interesse. Vincolo che logicamente aveva rubato a Tita il calore di maternit altre volte sentito in Benedetta, quell'angolo fido nel suo cuore. Come un taglio, aveva finito per bruciarle la sensazione d'appartenere a un periodo dal quale l'amica si era staccata, mutandosi, acquistando l'anima dei fatti nuovi, rendendo inutile il sacrificio di Tito d'averla lasciata partire, e raddoppiando il suo egoismo nell'averlo accettato.
Sei mica stanca, Tita? le aveva chiesto a un tratto Benedetta scrutandole il viso. Ma  che ti ho qui per tanto poche ore, da non sapere come far a rassegnarmi a vederti partire domattina. E t'ho spremuta sotto questa valanga di confidenze da non poterle fare che a te... lo capisci...
Subito Tita si era afferrata a quel pretesto di stanchezza come se si afferrasse alla maniglia di una porta che l'avrebbe finalmente isolata con il suo malcontento, la testa conficcata sotto le lenzuola, per crearsi la cupola necessaria a quando aveva l'anima in guerra. Ma i sogni, come i ragni, amano l'inarcarsi delle cupole imbottite di nero, di silenzio, umide (sia pur d'anima in pena), dove la realt indietreggia quanto pi vi si affondano le inchieste per schiarirla, e dove, tanto prima che su ogni altra superficie, s'attacca la croce filiforme indispensabile all'ordito d'ogni tela. Hanno i sogni le loro stagioni nella vita, come i ragni (cos almeno dicono) variabile il loro auspicio secondo l'ora dell'apparire; certo , che non appena si sia formata quella labile zona dell'inesistente dove il sogno nasce, e comincia a muovere la sua ruota che s'avanza e inghiotte, l'urto della sua ariosit stregata sul sonno di diciannove primavere, rimbalza nello scontro con una ariosit che lo eguaglia. E per quanto poco buona (quasi sempre) e poco amica possa essere la sua invenzione di quella notte,  un veleno che si scioglie facilmente nella fanfara del sangue e nel brusio dell'aria aprendo gli occhi.
La voce insinuatasi dopo ore di veglia, o minuti lunghi come ore, nel tepore sudaticcio di quei capelli a selva sotto il lenzuolo, era la voce di Tito. Da una distanza incommensurabile, non gi da due ore di treno, e pi come suono riflesso che vivo, maggiormente sensibile, da sentirlo tutto contenuto nei due lucicconi rimasti sospesi agli angoli degli occhi. Diceva: "Quando saremo arrivati...", interrompendo la frase, o avendola compiuta in quelle tre parole. Arrivati dove? Per raggiungere e intraprendere che cosa? E ancora quanto sarebbe durato quel cammino in tali condizioni, se gi tanto avevano lottato senza vederne la fine? Fendere la ressa di una folla tumultuante, tutta riversatasi sulle strade all'identico scopo, non costituiva l'impresa pi difficile, paragonata al dover continuamente attraversare, premuti, incalzati dalla fiumana, i portoni di tutte quelle case ben ridicole, prive di tre lati, come sbudellate, con la facciata unica, piantate in mezzo alla strada a dar intoppo, a creare ingorghi con i loro paraventi forati dagli incendi delle finestre, dietro alle quali non si sapeva come stessero in bilico nell'aria, come stessero appesi tutti quegli alveari umani (vuoti naturalmente e bui) da sembrare giganteschi scatoloni da negozio. E questo ancora, finch le forze tenevano, sarebbe stato sopportabile... ma quegli incontri nella mischia, da non poterli evitare, da doverci andare addosso per avanzare il passo e non lasciarsi travolgere. Il ribrezzo, la paura che dovevano incutere a Tito quegli alberi con sembianze e gesti umani... tutte quelle stupide bestie domestiche camuffate da persone... e gli oggetti perfino, le cose famigliari d'ogni giorno, animati anche essi, anch'essi confusi nella calca, avanzanti con proprio movimento. Il peggiore, il pi tremendo dei castighi. Pure la voce si manteneva serena, martellante con concitata fermezza e impegno esclusivo d'aspettazione: "Quando saremo arrivati...". Ma Tita avvertiva il brivido serpeggiare nell'irrigidamento delle due pozzette della bocca che non vedeva, nello sbiancarsi della fronte sotto la pennellata di terrore... Chiudi gli occhi, Tito, e dammi la mano, ella si schiantava a urlargli su quel clamore, in quell'inferno di corpi aggrovigliati; ma non trovava la sua mano, quelle che afferrava non erano le sue... perdeva terreno... s'allontanava da lui sempre pi... in un parossismo d'angoscia che dovette tendere la catena del sogno fino a spezzarla.
Ah! eccoti, t'ho cercata per tutta la casa senza pensare che potevi essere qui, dice Benedetta avanzando rapida lungo il raggio di ghiaia, col ventre portato rigido come un gonfiore posticcio, incredibilmente stonato con le sue anche asciutte, con la struttura fragile eppur maschile del suo corpo.
La prima volta che ti vedo vestita di bianco, Tita, e fermatasi a guardarla, Benedetta tosto s'affretta a raggiungerla imprigionandole il viso tra le mani, tenendolo sollevato, chiuso nel calore d'affetto che si rimangia le parole inutili, certa di poter ricomporre anche tacendo il malinteso sorto dal desiderio di staccarla almeno per un giorno dal suo ambiente angoscioso... di farle fare un viaggio pi lungo della sua venuta a Ranziano, mettendola a contatto con altra sorta di gente, esagerandone le bizzarrie per incatenare il suo interesse... cercando di riaccostarsi alla sua vita, dandovi una spinta come fosse una ruota, per veder affacciato ai primi giri quel po' di nuovo che poteva offrirle, e rimandato a pi tardi tutto il resto... badando di nasconderle sotto un velo d'ironia le spine grosse, profonde ogni giorno di pi, della sua allegra situazione. Se ci pu aver creato un malinteso, non importa... l'affetto, quando esiste, serenamente concede anche il diritto di metterlo in dubbio... non importa... Improvvisa la conferma sgocciola tra le sue dita
Sono una macaca... ma  quel mio vecchio male di cui devo averti parlato, che mi ha lasciate aperte queste fontanelle... e vergognosa Tita si svincola, e va ad appendersi al suo braccio. Vuoi che camminiamo un poco?
Quelle strambe nuvole veleggiano ancora fuor di regola, ma gi pi alte e pi rade, concedendo maggior spazio sulle teste, e allargando quei trafori d'azzurro verso i quali ora tendevano impazienti, anzich pencolare e strascicarsi in basso. L'aria per  rimasta tuttora come ovattata, riempita di quei vapori stracciati, ma d'un bianco venato di trasparenze in procinto di fondersi a una nota pi calda, e tutta vibrante di quella fuga che andava compiendosi nelle sue sfere pi alte, e che pareva si traesse dietro anche i pensieri appena formulati, e l'esitanza a esprimerli.
Non mi faccio pi illusioni... eppure no, non  vero... sto ancora attaccata a un filo di speranza... ma non  questo che volevo dirti. Prima, quando ero qui sola, mi trovavo imbarazzata a muovermi, di quel mio imbarazzo difficile a spiegarti... ch' una mancanza di direttive, di decisioni immediate... non so, non so dirti... una sopraffazione d'incertezza e di scredito per ogni mia mossa, per ogni mia pi piccola azione... insieme a un gran stupore per il modo risoluto che stavo osservando anche in queste piante, in questi alberi, di sapersi organizzare, di saper prendere possesso del loro posto. Come lo hai fatto tu, Benedetta, di questo ambiente cos diverso, di questa atmosfera del tutto nuova in cui respiri, potendo con tutta facilit stendere le tue radici, accomodarti il pi possibile secondo la tua volont, seguendo la tua spontanea e sicura direttiva... per cui eccoti, se anche non del tutto d'accordo con ci che ti circonda, pure fidente in te stessa, in pace con te stessa... Ma ascoltami... dovessi... dovessi tra poco restare veramente sola, sola al mondo, potendo continuare a respirare, a mantenermi in piedi, a sopportare la condanna del superstite, ah credo che non mi coglierebbe pi niente che possa assomigliare a questo penoso senso... L'indifferenza per tutto quello che ancora potrebbe accadermi, mi avrebbe svincolato i movimenti, dandomi la fredda disinvoltura mai avuta, facendomi andare spigliata incontro a tutto...
Senonch la vita non procede cos facilmente...  un'altra cosa... Ti assicuro, Tita, che ella ne fa a meno, non li vede neanche i nostri propositi e le nostre decisioni private, ch altrimenti sarebbe lei a perdere l'equilibrio, la padronanza e la bravura, la fantasia che ci vuole a sventagliarci sotto il naso tutte le sue fiaccole... finch un bel giorno non decide ella stessa di levarci fuori dal sacco, di farci una bella riverenza, piantandoci col ricordo di quello che ci ha dato. Non vale quindi la pena, Tita, di voler anticipare per partito preso l'indifferenza, che credo stenti a farsi sentire anche allora, anche quando si  messi fuori sacco. Inoltre mi sembra addirittura una mostruosit, l'augurarsi, quale unica consolazione, di poter violentare la propria facolt d'esistere, di poter reagire contro il proprio istintivo modo di comportarsi, solo perch poco comodo, troppo inquietante...
Origine di tanta sofferenza, Benedetta...
Ma che costituisce la tua fisonomia interiore, sulla quale lascia fare al tempo di passarci su una spugna per rendertela pi accettabile. E non si  mai soli, sappilo Tita, n mai del tutto liberi.
In quanto a responsabilit delle nostre azioni, d'accordo... ma pienamente liberi, credo, di evitare, di scartare dalla propria strada vincoli, legami, che potrebbero solo inferocire il dolore che si porta dentro, ed essere un'irrisione di ci che si  perduto.
Mi dispiace contraddirti, ma neppur questo sta nelle nostre possibilit. Se anche noi stiamo fermi, sono gli avvenimenti che camminano verso di noi... e gli inganni... benigni talvolta o irrimediabili a farci nido nella carne... e rotolano cos anche i miracoli e le meraviglie... di cui la vita per fortuna  piena.
Una nidiata di viole s' messa sotto gli occhi di Tita. Avevano scavalcato il muro di cinta e stavano inoltrandosi su di un prato dove il ciglione di una dolina le aveva fermate. Due... tre... otto... Tita non muove gli occhi, in un tremore infantile di preda scoperta... Lo sa lui che sono gi fiorite? Oh lo sa di sicuro... lo sa sempre, lui, prima di tutti. Vede una macchia violazzurra stretta amorosamente in quel pugno di legno... Senza esitazione, di corsa, nello sfarfallo della sua veste bianca, Tita  dentro alla dolina, china a raccoglierle, meravigliata di poterle cavare cos facilmente tutte insieme, dalla stessa radice.
Credi che dureranno fino a stasera?
Se durano... Benedetta lo dice per le violette, ma altrettanto  sicura ora, sicura per quella giovane vita, come della vitalit della sua creatura che sta picchiandole il ventre.
Nel sollevare gli occhi dal fondo della dolina, Tita ha guardato anche il cielo:
Oh, ma che stravagante mattina... Guarda un po' Benedetta, le nuvole stanno aprendosi come un sipario.
...
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...
FINE.